Archivio tag | siti Unesco

Aquileia riparte. La Fondazione Aquileia, nel rispetto delle regole anti Covid-19, riapre il porto fluviale, il foro romano, l’area del fondo Pasqualis che ospitava gli antichi mercati, l’area del fondo Cal con i resti delle domus romane e il sepolcreto

L’area archeologica di Aquileia riapre dopo l’emergenza coronavirus (foto fondazione Aquileia)

No con febbre, tosse o raffreddore. No se sei in quarantena o sei positivo o hai avuto contatti con positivi. Se non ci sono problemi, si può entrare con mascherina, evitando gli assembramenti, mantenendo la distanza di almeno un metro e lavandosi spesso le mani. Con queste semplici ma importanti e inderogabili regole Aquileia riparte: da martedì 19 maggio 2020 la Fondazione Aquileia, che gestisce tutte le aree archeologiche del sito Unesco, apre nuovamente le porte al pubblico nel rispetto delle linee guida per la riapertura di musei e luoghi della cultura: il porto fluviale, il foro romano, l’area del fondo Pasqualis che ospitava gli antichi mercati, l’area del fondo Cal con i resti delle domus romane e il sepolcreto saranno visitabili dalle 9 alle 19 e con ingresso gratuito.

Le disposizioni di sicurezza per visitare l’area archeologica di Aquileia

“Crediamo che la riapertura delle aree archeologiche, in linea con il ritorno alla normalità auspicato dal Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga”, afferma Antonio Zanardi Landi, presidente della Fondazione Aquileia, “sia un primo passo, in attesa della riapertura dei musei e della Basilica, per invitare tutti i cittadini del Friuli Venezia Giulia a riscoprire Aquileia e il suo patrimonio immerso in un contesto naturale unico. Gli ampi spazi verdi, la presenza della pista ciclabile che attraversa il territorio e la collega a Grado, la vicinanza alla laguna e al mare rendono Aquileia meta ideale infatti anche per una visita che coniuga cultura e turismo attivo. Ci teniamo inoltre – continua Zanardi Landi – a dare un segnale di vicinanza anche agli imprenditori del territorio che hanno appena riaperto le loro attività e che auspichiamo possano beneficiare di chi sceglierà Aquileia come meta per una gita all’aria aperta in un contesto ricchissimo di storia e memorie”. E Cristiano Tiussi, direttore della Fondazione Aquileia: “In ogni area sono stati posizionati cartelli che ricordano i comportamenti da tenere – sarà necessario indossare la mascherina e rispettare la distanza interpersonale di un metro oltre a evitare assembramenti. Il personale di custodia della Fondazione Aquileia vigilerà sulle aree per conteggiare le presenze e monitorerà l’andamento dei flussi di visitatori. Siamo tra i primi in Italia a rendere nuovamente fruibile un complesso di aree archeologiche molto articolato ed esteso su oltre sette ettari. Ringrazio tutto il personale che ha lavorato per garantire una riapertura in sicurezza”.

Ercolano. Eccezionale scoperta: per la prima volta al mondo trovati i resti vetrificati di cervello umano. Erano in una vittima dell’eruzione del 79 d.C.. Lo studio, frutto della collaborazione dell’università Federico II di Napoli e del parco, pubblicato sul New England Journal of Medicine. Il prof. Petrone, autore della scoperta, racconta la ricerca nei “Lapilli di Ercolano”

I resti vetrificati di cervello umano studiati dall’università Federico II di Napoli (foto Petrone)

A guardarlo sembra uno scarto di lavorazione, un grumo di vetro caduto durante la produzione. E invece rappresenta una delle più grandi scoperte dell’archeologia degli ultimi anni: rinvenuti i resti di cervello di una vittima dell’eruzione del 79 d.C. nella città di Ercolano. La conservazione di tessuto cerebrale è un evento estremamente raro in archeologia, ma è la prima volta in assoluto che vengono scoperti resti umani di cervello vetrificati per effetto del calore prodotto da un’eruzione. Ancora una volta, l’antica Ercolano si impone al centro dell’attenzione internazionale grazie ad una nuova sensazionale scoperta ad opera di un team di antropologi e ricercatori guidato da Pier Paolo Petrone dell’università Federico II di Napoli, che da anni studia gli effetti delle eruzioni del Vesuvio sul territorio campano e le popolazioni che lo hanno abitato nel passato. Ed è lo stesso prof. Petrone a raccontare questa eccezionale scoperta nella quarta clip dei “Lapilli del parco archeologico di Ercolano”.

Il Collegio degli Augustali di Ercolano dove è conservato lo scheletro del Custode (foto Petrone)

Il prof. Pier Paolo Petrone, antropologo forense dell’università Federico II di Napoli

La notizia della scoperta era stata data alla fine di gennaio 2020, poco prima dell’esplosione dell’emergenza da coronavirus, che ha cambiato l’approccio al patrimonio culturale italiano, chiuso al pubblico per decreto. Infatti proprio al 23 gennaio 2020 il New England Journal of Medicine, prestigiosa rivista medica leader a livello mondiale, aveva pubblicato i risultati di uno studio sui resti di materiale cerebrale rinvenuti in una delle vittime dell’eruzione, il cui scheletro si trova ancora oggi in uno degli ambienti di servizio del Collegio degli Augustali. Allo studio hanno preso parte il direttore del Parco Francesco Sirano, insieme al prof. Piero Pucci del CEINGE – Biotecnologie Avanzate e il prof. Massimo Niola dell’università di Napoli Federico II, insieme a ricercatori dell’università di Cambridge. L’eruzione, che nel 79 d.C. colpì con valanghe di cenere bollente Ercolano e Pompei uccidendo all’istante tutti gli abitanti, in poche ore seppellì l’intera area vesuviana fino a 20 km di distanza dal vulcano. Negli anni ’60, durante gli scavi condotti dall’allora soprintendente Amedeo Maiuri, nella cenere vulcanica furono rinvenuti un letto ligneo e i resti carbonizzati di un uomo, che gli archeologi ritengono fosse il custode del Collegio consacrato al culto di Augusto. Nell’ambito di una decennale collaborazione scientifica con Francesco Sirano, recenti indagini sul campo, condotte da Pier Paolo Petrone, hanno portato alla scoperta nel cranio della vittima di materiale vetroso, nel quale sono state identificate diverse proteine ed acidi grassi presenti nei tessuti cerebrali e nei capelli umani. L’ipotesi degli studiosi è che l’elevato calore sia stato letteralmente in grado di bruciare il grasso e i tessuti corporei della vittima, causando la vetrificazione del cervello.

Il letto carbonizzato con il corpo del Custode scoperto da Maiuri ad Ercolano nel 1961 (foto Petrone)

Il racconto del prof. Pier Paolo Petrone, antropologo forense e direttore del Laboratorio di Osteobiologia Umana e Antropologia Forense, Dipartimento di Scienze Biomediche Avanzate presso l’università di Napoli Federico II. “Ancora una volta – sottolinea – le ricerche condotte in collaborazione con il parco archeologico di Ercolano ci hanno permesso come università di Napoli, in particolate come laboratorio di Antropologia forense presso il dipartimento di Scienze biomediche avanzate della Federico II, di giungere a una scoperta eccezionale, quella dei resti vetrificati di un cervello dallo scheletro del cosiddetto Custode, una vittima dell’eruzione, un giovane uomo, rinvenuto nel 1961 dal direttore dell’epoca, Amedeo Maiuri, all’interno di un letto ligneo completamente carbonizzato e sepolto dalle ceneri. Per fortuna il direttore dell’epoca ha pensato di musealizzare questo reperto e noi, dopo 60 anni, abbiamo scoperto che all’interno del cranio di questa vittima si sono preservati dei resti vitrei, vetrificati, del cervello di questo individuo. Questa è stata una scoperta eccezionale pubblicata il 23 gennaio scorso dal New England Journal of Medicine, la massima rivista di medicina al mondo, che appunto riporta i risultati di questo studio che ci ha permesso, attraverso una serie di analisi, biomolecolari e di proteomica, di rinvenire e di scoprire all’interno di questi resti una serie di acidi grassi, tipici dei trigliceridi del cervello umano, e anche dei capelli umani, ma soprattutto una serie di sette proteine degli enzimi altamente rappresentati in tutti i tessuti cerebrali umani: parliamo di amigdala, cerebrocertex, ipotalamo, e così via”.

Una tavoletta in legno carbonizzato con iscrizione da Ercolano (foto da “Ercolano tre secoli di scoperte”, a cura di M. Borriello, M. P. Guidobaldi, P. G. Guzzo, Napoli 2008)

“Quindi – continua – una scoperta oggettivamente unica al mondo in quanto mai prima d’ora né in campo archeologico né tanto meno in ambito medico-legale o forense è stato mai prima scoperto un residuo del genere. La vetrificazione è nota in archeologia ma riguarda essenzialmente reperti vegetali. Infatti anche noi abbiamo scoperto, sempre nel sito di Ercolano, dei frammenti di legno carbonizzato in parte vetrificati. Quindi questo ancora una volta ci fa sottolineare l’importanza della collaborazione tra l’università di Napoli e il parco archeologico di Ercolano, in particolare nella persona del direttore Francesco Sirano, che da anni ci dà la possibilità di studiare questi reperti fondamentali sia per quanto riguarda lo studio della storia, dell’archeologia, della cultura romana e della popolazione di Ercolano, ma anche soprattutto se vogliamo dal punto di vista del rischio vulcanico cui qui sono esposti oltre 3 milioni di persone oggi a Napoli. Il Vesuvio dista solo sei chilometri da Ercolano e poco più del doppio da Napoli. Questo tipi di studi – conclude – sono fondamentali da vari punti di vista, e così si aggiungono ad altri ancora in corso molto importanti che spero presto potranno portare ulteriori grandi risultati”.

Ercolanesi sorpresi dall’eruzione sull’antica spiaggia di Ercolano (foto Graziano Tavan)

Le fogne dell’Insula Orientalis II di Ercolano oggetto di scavo archeologico (foto archivio Hcp)

“Sin dalle eccezionali scoperte avvenute all’inizio degli anni ‘80 del 900 presso l’antica spiaggia, il campione antropologico offerto dal sito di Ercolano si è rivelato di estremo interesse”, dichiara il direttore Sirano. “Gli studi di antropologia fisica sono ora supportati da analisi di laboratorio sempre più sofisticate. Stiamo inoltre associando ad esse innovative ricerche sul DNA degenerato che, come sembrano dimostrare lavori di prossima edizione da parte del prof. Petrone, ha ancora racchiuse in sé alcune parti della sequenza del codice in grado di chiarire origine e grado di parentela delle vittime ritrovate nelle rimesse delle barche presso l’antica spiaggia. Questi straordinari dati possono peraltro confrontarsi con quelli derivanti dalle analisi sui materiali organici e sui coproliti rinvenuti nel corso degli scavi nelle fogne sotto il cardo V (scavi condotti in collaborazione con la Fondazione Packard) che hanno chiarito tanti aspetti del regime alimentare e contribuito ad arricchire il quadro delle più frequenti patologie che affliggevano gli abitanti di Herculaneum. Se pensiamo a tutto quanto conosciamo attraverso la variegata documentazione scrittoria antica formata da documenti pubblici e privati (epigrafi su marmo, tavolette cerate, papiri, graffiti) – conclude il direttore – davvero si comprendono l’inestimabile valore e le potenzialità ancora inespresse da questo prezioso sito UNESCO che il Parco Archeologico conserva e valorizza in un’ottica di ricerca aperta e multidisciplinare”.

“Lapilli di Ercolano”: l’archeologa Stefania Siano si porta a scoprire il teatro antico, il primo monumento scoperto nel 1738. Intanto il Tricolore illumina la facciata di ingresso del Parco Archeologico di Ercolano

Seconda puntata di “Lapilli di Ercolano”: il viaggio virtuale nella città antica continua! Nel rispetto dell’impegno #iorestoacasa. Questa volta è Stefania Siano, funzionaria archeologa del parco archeologico di Ercolano, accompagna gli appassionati lì dove ha avuto inizio la storia degli scavi archeologici di Herculaneum: il Teatro! Sepolto dall’eruzione del 79 d.C. e restituito ai visitatori dopo circa 20 anni dalla sua chiusura, il teatro fu il primo monumento ad essere scoperto (1738) nei siti vesuviani colpiti da quel famoso cataclisma. Fin dalla sua scoperta, suscitò grande interesse, nel corso del Settecento e dell’Ottocento, da parte dei colti viaggiatori che giungevano a Napoli da ogni parte d’Europa e diventò una tappa del Grand Tour. Il teatro è legato a filo doppio alla storia della moderna Resina, oggi Ercolano. Durante la Seconda Guerra Mondiale fu utilizzato come rifugio ed entrò nelle storia e nei racconti dei cittadini.

Il Tricolore illumina l’ingresso del parco archeologico di Ercolano in corso Resina (foto Paerco)

Dalla sera di giovedì 19 marzo 2020 la facciata di ingresso in corso Resina del Parco Archeologico di Ercolano prende luce, è la luce del tricolore che brillerà in questi giorni difficili che l’intero pianeta sta affrontando. Il Comune di Ercolano, grazie alla collaborazione con Engie, che si occupa della pubblica illuminazione in città, proietterà il tricolore sull’ingresso del Parco. “È l’ulteriore segnale di solidarietà e vicinanza che il Parco desidera esprimere agli Ercolanesi abbracciando con entusiasmo l’iniziativa dell’Amministrazione comunale di Ercolano”, – dichiara il direttore del Parco, Francesco Sirano. “Siamo tutti uniti sotto il tricolore che rappresenta in questo momento più che mai la condivisione della causa che accomuna tutti noi. La luce del tricolore è il segnale che il Parco di Ercolano continua a vivere in questi giorni, è la dimostrazione che dietro quei cancelli c’è un grande fermento di attività per rendere fruibile il Parco in una modalità virtuale e on line che ci permette di raggiungere i nostri visitatori direttamente nelle loro case. Le tantissime primavere che nei secoli hanno visto rifiorire questi luoghi dopo tante calamità di origine umana e naturale ci danno la certezza che la comunità locale e quella più allargata che nel mondo guarda ai siti UNESCO come a un faro di civiltà e razionalità supereranno questa prova. Uniti usciremo da questo periodo fieri di essere italiani e rinnovati per avere combattuto verso uno stesso obiettivo”. E il sindaco di Ercolano, Ciro Bonajuto: “In un momento delicato come questo, la Città di Ercolano ha voluto realizzare questo simbolo di unità come viatico per venire fuori il prima possibile da questa crisi che ha sconvolto la vita di un’intera nazione. L’ingresso alla Città Antica segna il confine tra la Ercolano moderna e quella di duemila anni fa: l’augurio di tutti è che il Parco Archeologico torni presto ad essere il punto d’incontro per centinaia di migliaia di visitatori che qui giungono da tutto il mondo incantati dalla bellezza e dalla incomparabile storia di questa terra. Ringrazio la società Engie per la sensibilità dimostrata e per aver realizzato gratuitamente questa particolare illuminazione”. “Un gesto simbolico in un momento difficile e doloroso per la nostra città, – aggiunge Ivana Di Stasio, assessore al Turismo del Comune di Ercolano – affinché vengano celebrati i luoghi sacri della cultura che spero possano tornare presto ad ospitare quel turismo sano e consapevole che ha dato il primato ad Ercolano in questi anni”.

Paestum. A corollario della mostra “Poseidonia città d’acqua. Archeologia e cambiamenti climatici” l’artista Alessandra Franco interpreta i cambiamenti climatici con l’opera Metamorfosi, un’installazione video che usa come tela-schermo il Tempio di Nettuno

La locandina della mostra “Poseidonia città d’acqua: archeologia e cambiamenti climatici” a museo Archeologico nazionale di Paestum dal 4 agosto 2019 al 31 gennaio 2020

“In una lettura archetipica del fenomeno del cambiamento climatico innescato dal global warming”, scrive Adriana Rispoli in Water Mapping- Mapping the Water, “potremmo leggere i devastanti fenomeni naturali, dalle inondazioni alla siccità, come la divina punizione per la Hybris dell’uomo. Possiamo ciecamente rassegnarci ancora al capriccio di un Dio potente e terribile, salvifico quanto devastatore quale Poseidone andando ciecamente incontro ad un “futuro nuovo medio evo” della civiltà o millenni di progressi scientifici aiuteranno a prevedere la storia? In questo ancestrale disegno si innesca la riflessione alla base della mostra “Poseidonia città d’acqua. Archeologia e cambiamenti climatici”, curata da Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Paestum, Paul Carter e dalla stessa Rispoli, e aperta al museo Archeologico nazionale di Paestum fino al 31 gennaio 2020 (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/09/30/a-paestum-la-mostra-poseidonia-citta-dacqua-archeologia-e-cambiamenti-climatici-che-racconta-i-disastri-ambientali-futuri-scavando-nel-passato-remoto-e-la-storia-del-terri/).

Un piatto da pesce dal museo Archeologico nazionale di Paestum (foto parco archeologico Paestum)

“Poseidonia, poi latinizzata in Paestum, antica città della Magna Grecia leggendariamente dedicata al dio del Mare”, continua Rispoli, “è un esempio tangibile dell’influenza delle acque nella sua evoluzione urbanistica e sociale. Inscritta nella lista Unesco dei beni artistici a rischio per l’innalzamento del livello del mare, più volte nella sua storia la città cilentana ha visto oscurare la sua sorte per l’influenza nefasta delle acque, marine e fluviali, come la lettura archeologica ci suggerisce. È in questo inscindibile legame tra passato e futuro, nel temerario accostamento delle arti – dalla perfezione della classicità alla visionarietà della contemporaneità – che risiede l’originalità della mostra “Poseidonia città d’acqua. Archeologia e cambiamenti climatici”.

Il tempio di Nettuno con la video installazione “Metamorfosi” di Alessandra Franco (foto parco archeologico paestum)

“All’interno di un percorso che ricostruisce in maniera diacronica il rapporto della città con l’acqua attraverso materiali eclettici – da reperti archeologici a dati scientifici passando per le bizzarre rappresentazioni pittoriche dei viaggiatori del Settecento che rappresentarono i Templi sommersi dalle acque in una sorta di nefasta premonizione – il compito di interpretare i nostri tempi è attribuito all’artista visiva Alessandra Franco con l’opera Metamorfosi, un’installazione video che usa come tela-schermo il Tempio di Nettuno. Generando un unicum inseparabile, inscindibile, tra l’evanescenza della luce e la pietra imperitura, il tempio si trasforma in una media façade, divenendo democratico palinsesto di un viaggio onirico nell’evoluzione della storia. La scelta particolarissima di un così nobile supporto non può che influenzare la dinamica progettuale dell’artista che sfrutta la ieratica fisicità del tempio, testimone silenzioso di 26 secoli delle vicende della città, per gettare un ponte tra passato, presente e futuro, per scuotere le coscienze di un pubblico in transito che attraversa il sito archeologico senza necessariamente varcare la soglia del museo”.

“Il soggetto multiforme e sfaccettato dell’opera è l’acqua rappresentata nella sua duplice forma indispensabile e salvifica quanto terribile e distruttrice, proprio come la divinità che la incarna e a cui leggendariamente è legato il nome della città cilentana. Attraverso lenti e a tratti meditativi processi di metamorfosi o interventi apocalittici repentini, Alessandra Franco dipinge con la luce una narrazione basata su un flusso ciclico come è l’acqua e come è la stessa Storia. Mappare l’acqua_ mapping the water_ è dunque una contraddizione in termini, un ossimoro: “L’acqua che tocchi de’ fiumi è l’ultima di quella che andò e la prima di quella che viene. Così il tempo presente”, asseriva sempre Leonardo riprendendo la filosofia del panta rei di Eraclito secondo cui tutto scorre nulla si distrugge ma tutto si trasforma. L’artista sfrutta le stupefacenti tecnologie del videomapping per visualizzare questo processo di trasformazione immergendo lo spettatore in un’atmosfera liquida, sinuosa: dalle origini del travertino – pietra calcarea locale con cui è stato edificato il tempio che ancora porta sulla “pelle” i segni del lento processo di litificazione manifestando le origini acquifere del territorio – alle apocalittiche fantasie settecentesche, fino a farsi scenografia dei nostri tempi. La mappa delle calotte polari si sovrappone all’arsura dei deserti, l’ipnotico moto ondoso delle meduse si assimila al fluttuare della plastica, i pesci si ibridano col packaging e il tempio stesso in wireframe futuristico implode in una gabbia”. “Poseidonia – scrive l’artista Alessandra Franco – è qui sospesa, ferma immobile si mostra, eppure tutto intorno muta da secoli dal principio stesso della sua formazione: acqua diventa pietra…pietra sommersa dall’acqua…acqua che torna che trasforma, che si estingue e che abbonda”.

Al via la XVII edizione di “Imagines”, rassegna del documentario archeologico del Gruppo archeologico bolognese: sullo schermo dalla Sicilia a Creta, da Marzabotto alla Val Camonica, e l’Iraq prima e dopo l’Isis

Il Gruppo archeologico bolognese iscritto ai Gruppi archeologici d’Italia

Weekend a Bologna con il film archeologico. Venerdì 29 novembre, sabato 30 novembre e domenica 1° dicembre 2019, alla sala Eventi della Mediateca comunale di San Lazzaro a San Lazzaro di Savena (Bologna) il Gruppo Archeologico Bolognese e Il museo della Preistoria “Luigi Donini” presentano “Imagines, obiettivo sul passato”, rassegna del documentario archeologico giunto alla diciassettesima edizione, col patrocinio di Comune di Bologna e Comune di San Lazzaro. Nata nel 2003, “Imagines” è una rassegna voluta per creare un’occasione in cui i soci del Gruppo e il pubblico bolognese appassionato di Archeologia e Storia potessero trovarsi per assistere alla proiezione di documentari e filmati di contenuto storico – archeologico introdotti da esperti del settore, autori, registi o archeologi. Decine, finora, sono state le proiezioni effettuate e gli ospiti intervenuti. Quest’anno, al termine di ogni giornata di “Imagines” sarà estratto fra i presenti un abbonamento annuale alla rivista Archeologia Viva (Giunti Editore). In più, domenica 1° dicembre sarà estratta la partecipazione gratuita a un viaggio di un giorno organizzato da Insolita Itinera per il Gruppo Archeologico Bolognese. Vediamo il programma.

Il film “Sicilia Grand Tour 2.0” per la regia di Giorgio Italia

Prima giornata, venerdì 29 novembre 2019. La rassegna apre alle 15.30 con i saluti di Gabriele Nenzioni, direttore del museo della Preistoria “L. Donini” di San Lazzaro (Bologna) e di Giuseppe Mantovani, vicedirettore del Gruppo Archeologico Bolognese e curatore della rassegna “Imagines”. Il primo film in programma è “Sicilia Grand Tour 2.0”, per la regia di Giorgio Italia (90’). La proiezione sarà introdotta da Lorenzo Daniele, regista e titolare di Fine Art Produzioni. Giorgio è uno studente universitario che trova una serie di vecchi volumi pieni di carte, schizzi e disegni ma anche di storie. Il ragazzo è affascinato dal racconto che il pittore francese Jean Houel tesse della Sicilia, e decide di esplorare l’isola facendo del “Voyage pittoresque des isles de Sicile de Malte et de Lipari” la sua guida. Scoprirà che le parole di Houel, che definiva la Sicilia il luogo più curioso dell’universo, sono ancora oggi veritiere (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/10/05/alla-xxx-rassegna-internazionale-del-cinema-archeologico-di-rovereto-il-film-sicilia-grand-tour-2-0-viaggio-al-ritmo-dei-viaggiatori-del-settecento-alla-scoperta-della-sicilia/). Dopo l’intervallo, proiezione del documentario “La spirale megalitica” di Gaspare Mannoia (16’). Introduce Giuseppe Mantovani. Una Sicilia inedita quella che Gaspare Mannoia descrive in questo filmato, una Sicilia sconosciuta ai turisti che di solito visitano le più conosciute meraviglie dell’isola al centro del Mediterraneo. Mannoia, con questo e con altri filmati, vuole divulgare la bellezza di siti meno noti ma non meno interessanti e suggestivi da un punto di vista archeologico, storico e paesaggistico di questa splendida regione. Segue un buffet offerto dal Gruppo Archeologico Bolognese.

Seconda giornata, sabato 30 novembre 2019. Si inizia, alle 15.30, proiezione della prima delle due parti del documentario “Mesopotamia in memoriam. Appunti su un patrimonio violato” di Alberto Castellani (47’). Proprio della prima parte “Nascita e sviluppo della cultura urbana” abbiamo appena visto il trailer. Per il Gruppo archeologico bolognese è motivo di orgoglio poter inserire nel palinsesto di “Imagines” l’opera di Castellani, perché se questa prima parte è stata presentata a marzo al Firenze Archeofilm e a ottobre alla Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto, la seconda parte, in programma domenica 1° dicembre, sarà una prima assoluta (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2018/09/27/mesopotamia-in-memoriam-appunti-su-un-patrimonio-violato-prime-anticipazioni-della-nuova-produzione-cinematografica-di-alberto-castellani-una-miniserie-televisiva-in-uscita-nel-2/). C’erano una volta il Tigri e l’Eufrate e una terra fertile a forma di mezzaluna dove nacquero civiltà antiche che possiamo definire oggi la tomba della civiltà della Mesopotamia. L’elenco di ciò che l’uomo ha perduto è impossibile: saccheggi operati dall’Isis, ma anche razzie di regimi diversi, con connivenze colpevoli. È questo il tema del documentario, diviso in due parti, ambientato nelle terre martoriate del Vicino Oriente che intende affrontare il dramma della Mesopotamia, in particolare Siria e Iraq.

Il Palazzo Cnosso, tra le aree archeologiche più famose di Creta

Segue il documentario “Creta e la civiltà minoica. Cnossos, Festos e Haghia Triada” di Claudio Busi e Roberto Sarti (60’), introdotto dallo stesso Claudio Busi, speleologo, viaggiatore e film-maker. Un viaggio nell’isola di Creta dove nel secondo millennio a.C. è fiorita una straordinaria civiltà che ha lasciato testimonianze di grandiosi palazzi, mirabili affreschi e oggetti di grande pregio artistico. Il filmato illustra I principali antichi centri dell’area centro-occidentale dell’isola, tra cui Cnossos e Festos, rimandando a un prossimo video la descrizione della parte orientale. Dopo l’intervallo, il documentario “Storie dalla città sepolta. Marzabotto 1889” di Giuseppe Mantovani (45’), introdotto da Davide Giovannini, archeologo e appassionato di teatro. È l’estate del 1889 e da pochi giorni si è conclusa la campagna di scavo sul Pian di Misano, la prima condotta dal direttore delle Antichità professor Edoardo Brizio. Cesare Ruga, reggitore del Museo, apre il sito al pubblico per condurlo in una visita speciale in cui il racconto dei lavori appena conclusi si intreccia con la storia eccezionale del risveglio della città etrusca, ripercorrendo le emozioni delle prime scoperte ed il ricordo dei primi pionieri dell’archeologia bolognese di fine ‘800.

Terza e ultima giornata, domenica 1° dicembre 2019. Si inizia alle 15.30 con la seconda parte del film “Mesopotamia in memoriam. Appunti su un patrimonio violato” di Alberto Castellani (60’), che sarà presente in sala per illustrare l’intero progetto cinematografico. La seconda parte, ambientata ancora in Iraq, si sofferma su “La stagione dei grandi imperi”. Segue il film “L’arte in guerra” Regia di Massimo Becattini (63’), introdotto dallo stesso Massimo Becattini, regista e documentarista. Il film racconta la storia di quegli italiani che si impegnarono nella salvezza del patrimonio artistico nazionale nel corso della Seconda Guerra Mondiale. È la storia di una vera e propria caccia ai tesori d’arte italiana, sventata dal coraggio di funzionari che, rischiando la vita, li hanno nascosti o recuperati con un avventuroso lavoro di intelligence. Dopo l’intervallo, per ricordare i 40 anni dall’inclusione tra i patrimoni dell’Umanità UNESCO dell’Arte rupestre della Val Camonica (marzo 1979), primo riconoscimento in Italia, proiezione del documentario ”Val Camonica 1957” di Emmanuel Anati (22’), presentato da Daniela Ferrari, archeologa e docente a Univaperta di Imola. Le incisioni rupestri della Val Camonica costituiscono una delle più ampie collezioni di petroglifi preistorici del mondo. Questo documentario, realizzato da Emmanuel Anati, fondatore del Centro Camuno di Studi Preistorici, ripercorre, con filmati dell’epoca, l’inizio degli studi scientifici delle incisioni rupestri a metà degli anni ‘50 del secolo scorso.

Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto. Per l’edizione del trentennale cambia la giornata finale: sarà la domenica. Dedica ed evento speciale per l’archeologo roveretano Paolo Orsi nel 160.mo dalla nascita. In concorso 44 film da 20 Paesi; 3 conversazioni, 2 mattine per le scuole, 3 eventi speciali

La 30.ma rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto è dedicata all’archeologo roveretano nel 160.mo dalla nascita. Premiere del film “Paolo Orsi. La meravigliosa avventura”

Locandina della 30.ma rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto dal 2 al 6 ottobre 2019

Alessandra Cattoi e Giovanni Laezza: direttrice e presidente della fondazione museo civico di Rovereto (foto Graziano Tavan)

Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto, si cambia. Per l’edizione del trentennale, un traguardo unico nel panorama dei festival dedicati alla storia e all’archeologia, c’è una novità che balza subito all’attenzione: la giornata finale non sarà più il sabato, con le premiazioni la sera, ma la domenica, con gli ultimi film in concorso la mattina, e proclamazione dei film vincitori con proiezioni dei film fuori concorso nel pomeriggio – sera di gala. La 30.ma rassegna, in programma dal 2 al 6 ottobre 2019 al teatro Zandonai di Rovereto, è dedicata all’archeologo roveretano Paolo Orsi, di cui quest’anno si celebrano i 160 anni dalla nascita. Era il maggio 1990 quando il museo civico di Rovereto promosse il convegno scientifico “Paolo Orsi e l’archeologia del Novecento”, in occasione del quale furono proposte tre giornate di proiezioni di film. “È così che è nata la rassegna internazionale del Cinema archeologico”, interviene Alessandra Cattoi, direttrice della Fondazione museo civico di Rovereto, “rassegna che oggi, trent’anni più tardi, è diventata una manifestazione culturale articolata e conosciuta ben al di là della città di Rovereto, con eventi satellite organizzati lungo il corso dell’anno in molte località italiane, da Siracusa ad Agrigento, da Torino a Udine, per spingersi fino a Belgrado e Istanbul. Una manifestazione che è maturata nel tempo, anche grazie all’impegno del museo e a tutte le donne e gli uomini che vi hanno lavorato con passione ed entusiasmo”. Trent’anni dopo, la Fondazione museo civico torna a riflettere sulla figura del celebre archeologo roveretano da cui tutto è partito. “E lo fa – continua Cattoi – con una produzione straordinaria, con un documentario che celebra il personaggio e al tempo stesso la manifestazione che nel suo nome è nata. “Paolo Orsi, la meravigliosa avventura” è dunque il momento clou della Rassegna 2019, una docufiction che rappresenta, più di mille celebrazioni, lo spirito di questi trent’anni di Festival”. L’appuntamento è per la sera di sabato 5 ottobre 2019 al teatro Zandonai con la premiére del film
“Paolo Orsi. La meravigliosa avventura”: introduzione della docufiction e dei suoi protagonisti presentata da Patrizia Orsingher, cui segue la proiezione del documentario “Paolo Orsi. La meravigliosa avventura” di Andrea Andreotti (52′, produzione Filmwork), realizzato da Fondazione Museo Civico di Rovereto. La docufiction si concentra sugli anni giovanili di Paolo Orsi, la sua formazione, il suo rapporto con la città natale, con il Regno d’Italia e asburgico. E poi il lavoro in Calabria e Sicilia, con le straordinarie scoperte conquistate in anni di lavoro puntuale, rigoroso, instancabile, grazie a quel “metodo Orsi” che trova le sue proprio nel nostro territorio montano. Un film fatto di molte voci che accompagnano il documentario perfezionando i dettagli, mostrando anche il lato umano del grande archeologo. Ma la serata di gala dedicata all’archeologo roveretano sarà solo la conclusione di una giornata speciale, quella di sabato 5 ottobre, che al mattino, dalle 10 alle 12, ha in programma l’evento “La città di Paolo Orsi tra Settecento e Novecento”: percorso lungo le vie di Rovereto, con partenza da piazza Podestà, raccontandone la storia attraverso una prospettiva diversa: seguendo le tracce di Paolo Orsi, roveretano illustre che ha trascorso qui l’infanzia e la giovinezza. Partecipazione gratuita, fino ad esaurimento posti. Prenotazione consigliata allo 0464.452800.

La grande collina artificiale di Arslantepe dove opera la missione archeologica italiana in Anatolia orientale dell’università La Sapienza di Roma

Annaluisa Pedrotti dell’università di Trento

Franco Marzatico, soprintendente Provincia di Trento

Marco Leona del Metropolitan Museum of Art di New York

Marcella Frangipane dell’università La Sapienza

La 30. Rassegna in numeri. Quarantaquattro film in concorso da venti Paesi, due mattinate dedicate alle scuole (quella di mercoledì 2: retrospettiva con proiezioni dedicate alla scuola primaria, filmati non in concorso selezionati in collaborazione con gli insegnanti dell’Istituto Comprensivo di Villa Lagarina; e di giovedì 3 ottobre 2019: retrospettiva con proiezioni dedicate alla scuola secondaria. Film selezionati e presentati dagli studenti della classe 4A scientifico del liceo “A. Maffei” di Riva del Garda: Giulio Ballardini, Andrea Boninsegna, Damiano Brocchetti, Carlotta Cazzolli, Matteo Crosina, Elia Dassatti, Eleonora Gilardino, Tamina Hunjadi, Samantha Juretig, Fabio Oss, Samuele Pasqualotto, Alice Pelanda, Ilaria Pozzer, Alice Straffelini, Denise Vivori, Mohamed Yassam, Angelica Zani. Coordinatore del progetto: prof. Stefano Lotti); tre conversazioni: mercoledì 2 ottobre, “L’archeologia delle Alpi oggi” con Annaluisa Pedrotti, professore associato di Preistoria e Protostoria dell’università di Trento, Franco Marzatico, soprintendente per i Beni culturali della Provincia autonoma di Trento, e Marco Nicolò Perinelli, giornalista e archeologo; giovedì 3 ottobre, “Il colore nel tempo: dall’antichità al Rinascimento” con Marco Leona, direttore del Dipartimento di ricerca scientifica del Metropolitan Museum of Art di New York, e Andreas M. Steiner, direttore della rivista Archeo; sabato 5 ottobre, “Arslantepe: identità, movimenti e integrazione nell’Anatolia pre-protostorica” con Marcella Frangipane, professore ordinario di Preistoria e Protostoria del Vicino e Medio Oriente alla Sapienza università di Roma, Fondazione Sapienza e Accademia dei Lincei, con Alessandra Clementi di National Geographic Italia. E poi alcuni film fuori concorso, domenica 6 ottobre, nel pomeriggio: “I bronzi del Quirinale a Roma” di Vinzenz Brinkmann e Elli Gabriele Kriesch (Germania, 2018; 14’); “Mesopotamia in memoriam: appunti su un patrimonio violato” di Alberto Castellani (Italia, 2019; 48’); “Ingegneria romana: città II” di José Antonio Muñiz Olivares (Spagna, 2018; 55’); “Prime Civiltà: Città” di Robin Dashwood (Inghilterra, 2018; 52’).

Il logo per i 10 anni di iscrizione delle Dolomiti nella lista del Patrimonio mondiale dell’Umanità

Il film “Ani, le monache di Yaqen gar” di Eloise Barbier

Eventi speciali, non solo Paolo Orsi. Degli eventi legati all’archeologo roveretano nel 160.mo della sua nascita abbiamo già detto. Ma ci sono altri due momenti da non perdere. Venerdì 4 ottobre 2019, alle 16.45, appuntamento della Rete degli Eventi del Decennale dell’iscrizione delle Dolomiti nella Lista del Patrimonio Mondiale: “Dolomiti: tra ambiente naturale e paesaggio culturale” con Annibale Salsa, antropologo e presidente del Comitato Scientifico di Accademia della Montagna del Trentino e membro del comitato scientifico della Fondazione Dolomiti Unesco. Durante l’incontro verrà proiettato il documentario presentato in anteprima al Trento Film Festival 2019: “Annibale Salsa. I Paesaggi del Trentino” di Gianluca Cepollaro e Alessandro De Bertolini (Italia, 2019; 38’). L’altro, domenica 6 ottobre, alle 20.30, chiude la 30. Rassegna, con una serata in collaborazione con il Religion Today Film Festival 2019. Viene proiettato il film “Ani, le monache di Yaqen gar” di Eloise Barbieri (Italia, 2019; 53’). “Tra le prime istituzioni culturali”, commenta il presidente Giovanni Laezza, “la Fondazione Museo Civico ha riconosciuto nel cinema uno strumento per preservare, valorizzare e promuovere il patrimonio mondiale. Ma non solo: ha capito che questi film sono essi stessi preziosi documenti del passato, da conservare con cura, catalogare e promuovere. Il museo ha raccolto così, in questi 30 anni, oltre 4mila film che le produzioni consentono di utilizzare, sempre per manifestazioni non a scopo di lucro: per questo la nostra Rassegna si dirama poi, in Italia e all’estero, creando decine di eventi ogni anno, che fanno ben comprendere come l’unione tra turismo e cultura sia un binomio vincente, e che ci incoraggiano a proseguire su questa strada, impegnativa e affascinante, immaginando e progettando nuovi sviluppi”. E la direttrice chiude: “Oggi la Rassegna è senza dubbio punto di riferimento nazionale per le produzioni cinematografiche in ambito archeologico e mantiene la spinta innovativa rinnovando la sua formula con l’adesione di numerose realtà culturali che arricchiscono il programma delle cinque giornate di una bellissima festa della curiosità e della conoscenza”.

“Cantami, o Diva, del Pelide Achille l’ira funesta…”: a Comacchio la mostra “Troia. La fine della città. La nascita del mito” in collaborazione con il Mann. Prima parte: dai versi di Omero alla scoperta di Troia, passando per il giudizio di Paride, la bella Elena, l’inascoltata Cassandra e il mito di Telefo

Locandina della mostra “Troia. La fine della città. La nascita del mito” a Comacchio fino al 27 ottobre 2019

Μῆνιν ἄειδε θεὰ Πηληϊάδεω Ἀχιλῆως οὐλομένην, ἥ μυρί Ἀχαιοῖς ἄλγε’ ἔθηκε… “Cantami, o Diva, del Pelide Achille l’ira funesta, che (infiniti) lutti addusse agli Achei…”. Chi non ricorda dai tempi della scuola la traduzione di Vincenzo Monti del proemio dell’Iliade del poeta Omero? Anzi, del “primo poeta” come lui stesso scrive: “Il mio nome è Omero, il primo poeta. Canto la madre di tutte le guerre”. E la madre di tutte le guerre è la guerra di Troia, alla quale è dedicata un’interessante mostra aperta fino al 27 ottobre 2019 a Palazzo Bellini di Comacchio. Curata da Carla Buoite e Lorenzo Zamboni, da un’idea di Paolo Giulierini, Alice Carli e Roberto Cantagalli, la mostra “Troia. La fine della città. La nascita del mito” conferma la collaborazione tra il Comune di Comacchio e il museo Archeologico nazionale di Napoli, offrendo la possibilità di ammirare alcuni capolavori del patrimonio archeologico mondiale. Dopo la mostra “Lettere da Pompei. Archeologia della scrittura”, Palazzo Bellini ospita una nuova esposizione temporanea, ispirata alla più antica opera scritta dell’Occidente: l’Iliade. Sulla scia delle parole di Omero, la mostra “Troia. La fine della città, la nascita del mito” presenta, in una cornice evocativa, sculture, affreschi e vasi figurati originali che raccontano i miti e i personaggi dell’epico scontro. L’esposizione è ulteriormente arricchita da un prezioso reperto della raccolta cumana del museo Archeologico nazionale di Napoli, ora custodito nel suggestivo museo Archeologico dei Campi Flegrei nel Castello di Baia.

Skyphos calcidese a figure nere, provenienza sconosciuta, 540 a.C. circa. Duello tra Achille (a sinistra) e Memnone (a destra), re degli Etiopi, alla presenza delle rispettive madri, la dea Teti e la dea Aurora. Conservato al Mann (foto Giorgio Albano, Mann)

E allora riprendiamo le parole di Omero prima di addentrarci nel percorso della mostra. “Seguitemi – scrive Omero – tra gli dei e gli eroi di un’epoca remota: vi canterò degli Achei armati di lancia: di Agamennone, crudele signore di popoli, e di suo fratello Menelao, dal grido possente; vi canterò di Achille piè veloce, simile a un dio, splendente nelle sue armi infallibili, e dell’amato Patroclo, guidatore di carri; ecco l’ingegnoso Ulisse, dalla mente fina, tessitore di inganni, e l’aitante Diomede, domatore di cavalli, dalla forza sovrumana; ed ecco i due Aiaci, il gigante Telamonio, e l’empio Oileo. Vi canterò l’eterno scontro con i Troiani, domatori di cavalli: ecco il vecchio re Priamo, nobile cuore, e accanto a lui Ettore, campione di Troia, sterminatore di uomini, dall’elmo lucente; ed ecco Paride, bello come un dio, abile con l’arco, ma dal cuore pavido, e al suo fianco Elena, la più bella delle donne, che ammalia al solo sguardo. Per lei le case bruciano, e le città cadono… Vi canterò di Enea, il figlio di Afrodite, la dea capricciosa le cui promesse d’amore portano gli uomini alla rovina; vi canterò di Cassandra, inascoltata profetessa di sventure, che con occhi dolenti già vede le fiamme lambire le mura di Troia. E nella mischia furibonda ecco scendere dall’Olimpo persino gli dei, schierati a fianco degli eroi: insieme ai Troiani combattono la celeste Afrodite, il saettante Apollo e il sanguinario Ares, mentre Era e Atena, potenti e vendicative, sono favorevoli ai Greci, e per loro Efesto, dio del fuoco, forgia armi invincibili… E al di sopra di tutti il Destino possente, che inesorabile decide le sorti degli uomini…”. I corpi degli eroi sono fredda cenere ormai – intervengono i curatori -, svanita è la memoria degli dei, ma il mito di Troia continua. Ecco la mostra.

Busto in marmo di Omero, Collezione Farnese del Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Replica antonina (150-174 d.C.) da originale greco del I secolo a.C. (foto Giorgio Albano, Mann)

Omero, chi era veramente? Omero non è il nome di un poeta. È il nome di un collettivo di artisti, di una lunga schiera di aedi e cantori che per secoli hanno tramandato per via orale, arricchendola, un’antica materia epica. Omero, personaggio di cui non sappiamo nulla di certo, fu forse colui che per primo, verso l’VIII secolo a.C., fissò una parte di quel poema, componendo l’Iliade così come è arrivata fino a noi. L’Iliade è un’opera poetica che si ispira a vicende e personaggi risalenti a molti secoli indietro, ai periodi della civiltà micenea e della prima età del Ferro, tra la metà del II e gli inizi del I millennio a.C. Non racconta l’intera guerra di Troia, dalle premesse alla convulsa fine, ma, con una scelta narrativa sorprendente, solo una manciata di eventi che si svolgono nell’ultimo anno di conflitto: si concentra su alcuni episodi cruciali, legati ai principali eroi dei due schieramenti, Achille ed Ettore, e al loro rapporto con l’onore e la vergogna. Da un lato assistiamo al momentaneo ritiro di Achille dallo scacchiere bellico, offeso per un’ingiustizia subita che rischia di costare ai Greci la sconfitta definitiva. Dall’altro seguiamo la sorte tragica di Ettore, baluardo di Troia, ucciso e umiliato da Achille, quando finalmente costui tornerà in battaglia per vendicare la morte dell’amato Patroclo. Oltre all’Iliade, il ciclo troiano è composto da molti altri poemi, in parte oggi perduti, che narrano quello che accadde dopo l’uccisione di Ettore: la morte dello stesso Achille, la caduta di Troia, i viaggi di ritorno degli eroi. Da tremila anni i personaggi omerici continuano a popolare tragedie, poesie, romanzi, fumetti e film, rinnovando, nei secoli, la loro immortalità.

Cratere a figure rosse di produzione campana, da Frignano (Caserta), IV secolo a.C. La nascita di Elena dall’uovo, tra la madre Leda e un perplesso Tindaro, re di Sparta. Conservato al Mann (foto Patrizio Lamagna, Mann)

Tutta colpa della bella Elena… Il giudizio di Paride è a tutti gli effetti il primo concorso di bellezza della storia. Durante la festa di nozze di Peleo e Teti, futuri genitori di Achille, tra i divini convitati scoppia una grande contesa: una mela d’oro con la frase alla più bella rotola tra i piedi di tre invitate d’eccezione, Atena, Era e Afrodite. Subito tutte e tre si sentono chiamate in causa, pretendendo ognuna di essere la più bella. Il giudizio viene demandato ad un mortale, il bel Paride, ancora lontano dagli onori di corte e dal futuro di perdizione che lo attende. Il giovane non è però del tutto imparziale: pesa sulla sua scelta la promessa da parte di Afrodite dell’amore di Elena di Sparta, la cui bellezza era famosa in tutto il mondo. Elena ha tutto quello che rende una donna irresistibile secondo i canoni dell’epoca: bianche braccia, bella chioma, lungo peplo, ed è brava a tessere. La sua nascita ha del divino e prodigioso: dall’unione di Zeus con l’affascinante regina di Sparta, Leda (o secondo altre versioni del mito, con la dea Nemesi), emerse da un uovo, forma perfetta e simbolo di fecondità e rinascita. Icona dell’eterno femminino della cultura occidentale, Elena è in realtà una figura tragica, dotata di un fascino irresistibile, oggetto dei desideri e delle gelosie degli uomini, pedina nelle mani degli dei. La più bella tra le donne viene offerta come premio di un futile gioco tra dee capricciose, e scatenerà, suo malgrado, la crudele guerra, che infiniti lutti addusse agli Achei.

Affresco della Profezia di Cassandra, prima metà del I secolo d.C., da Pompei, Casa della Grata Metallica, Grande Triclinio. Al centro Cassandra, a sinistra, seduto, Priamo, con Paride col pomo della discordia, a destra Ettore, con la lancia. Conservato al Mann (foto Patrizio Lamagna, Mann)

La profetessa inascoltata. “Giungerà qui un’armata di guerra, e navi con le vele al vento riempiranno i lidi…”, scrive Quinto Ennio nel II sec. a.C. nella tragedia “Alexander”. Alle porte di Troia Cassandra, la più bella delle figlie del re Priamo, già vede le fiamme che avvolgeranno le mura della città. Il pomo della discordia, la promessa di Afrodite, l’incontro tra Paride ed Elena, la fuga dei due amanti a Troia, la guerra, la morte di Ettore, lo stratagemma del cavallo, la caduta della città: la triste fanciulla conosce già la sorte di ognuno, ma nessuno le darà credito. A Cassandra Apollo concesse in dono la capacità di vedere il futuro. La giovane non volle però cedere al suo amore, e il dio, offeso, si vendicò, privando di credibilità le sue profezie. Fiera e superba, Cassandra andrà incontro al proprio destino, lontano da Troia, da principessa ridotta a schiava, condannata, fino alla fine, a non essere creduta.

Rilievo neoattico in marmo pentelico, fine del I secolo a.C – inizi del I d.C., da Pompei, Casa del rilievo di Telefo. A sinistra, Achille consulta l’oracolo; a destra, Achille cura la ferita di Telefo. Conservato al Mann (foto Giorgio Albano, Mann)

Telépheion tráuma / La ferita di Telefo. “…così od’io che solea far la lancia / d’Achille e del suo padre esser cagione / prima di trista e poi di buona mancia…” scrive Dante nel Canto XXXI (4-6) dell’Inferno. Telefo, figlio di Eracle, è il sovrano di Misia, regione confinante con il territorio di Troia, e sposo di una delle innumerevoli figlie del re Priamo. I Greci, salpati alla volta di Troia, approdano per sbaglio in Misia, e subito infuria lo scontro. Telefo guida i suoi con successo, ma viene ferito dalla micidiale lancia di Achille, un’arma creata dal centauro Chirone. La ferita è terribile e sembra non guarire mai, lasciando Telefo in preda al tormento. Ancora una volta è una profezia, un oracolo a svelare la soluzione: “Solo chi ha inferto la ferita la potrà curare”. Achille acconsentirà così a guarire Telefo che, grato, indicherà finalmente agli Achei la strada per Troia. Quello di Telefo è un mito secondario nelle vicende della guerra di Troia, ma ne rappresenta una fondamentale premessa. Telefo divenne oggetto di culto eroico nella città di Pergamo, in Misia, e le sue gesta sono raffigurate sul fregio del celebre, omonimo Altare conservato a Berlino.

Heinrich Schliemann con gli scavatori che stanno riportando alla luce l’antica Troia sulla collina di Hisarlik in Turchia

Heinrich Schliemann

Veduta d’insieme delle sale espositive del nuovo museo di Troia (foto dunyabizim.com)

La scoperta di Troia. Secondo la tradizione, il sito archeologico di Troia fu scoperto nel 1868 da Heinrich Schliemann, uno dei padri dell’archeologia, guidato solo dal suo intuito e con l’Iliade di Omero in mano, che lo aveva folgorato fin dall’età di 8 anni… In realtà la collina di Hisarlik (“il luogo della fortezza”), nell’attuale Turchia nordoccidentale, fu identificata come una possibile sede dell’antica Troia prima da Charles Maclaren e poi da Frank Calvert, viceconsole britannico e antiquario, che acquistò metà della collina e iniziò gli scavi nel 1865. Successivamente Schliemann venne a sapere degli scavi di Calvert, e decise di contribuire personalmente con le sue ingenti ricchezze. Schliemann era infatti un ricco mercante e uno spregiudicato uomo d’affari, oltre ad essere un grande appassionato di antichità greche. La sua “naturale inclinazione verso tutte le cose misteriose e meravigliose” delinea però più un romantico visionario che uno scienziato, cui va riconosciuta al più un’incrollabile determinazione. I suoi scavi a Hisarlik, dal 1870 al 1890, furono piuttosto dei brutali sterri, condotti con schiere di operai armati di pala, e delle rocambolesche ‘cacce al tesoro’, come quella del famoso “tesoro di Priamo”. Solo grazie all’opera dell’architetto Wilhelm Dörpfeld (1853-1940) si riuscì a trarre un primo spaccato sintetico del sito identificato con la Troia di Omero. Ma è soprattutto con l’avvento dell’archeologia moderna, prima con Carl Blegen (1887-1971) e poi con Manfred Korfmann (1942-2005) e gli scavi delle rispettive università di Cincinnati e Tubinga, che l’archeologia troiana ha compiuto enormi passi in avanti. Oggi gli scavi a Hisarlik sono ripresi sotto la direzione di Rüstem Aslan. Nel 1998 Troia è stata inserita nei siti del Patrimonio dell’Umanità UNESCO, e nel 2018 è stato inaugurato a Çanakkale un grandioso nuovo museo (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2018/11/20/a-troia-aperto-il-nuovo-museo-dellantica-ilio-il-2018-e-stato-dichiarato-dalla-turchia-lanno-di-troia-nel-ventennale-delliscrizione-nella-lista-del-patrimonio-dell/). Dopo 3000 anni di storia, e 150 anni di scavi, Troia non smette di attrarre la nostra attenzione.

Settembre speciale al parco archeologico di Ercolano: i “Venerdì” con le passeggiate serali; i “Venerdì Close-Up” nei cantieri; e soprattutto il World Heritage Volunteers 2019 promosso dall’Unesco con volontari impegnati nelle attività del Parco

Ercolano di notte: visite guidate serali per 11 venerdì al parco archeologico di Ercolano

Locandina de “I Venerdì a Ercolano”: luci nell’ombra

Il parco Archeologico di Ercolano non è andato in ferie e, anzi, con il rientro dalle vacanze moltiplica la propria offerta culturale. Oltre alla continuazione, fino al 21 settembre, dei “Venerdì di Ercolano”, i percorsi serali che registrano da luglio il tutto esaurito, il mese di settembre al Pa-Erco si annuncia denso e stimolante. Il pubblico anche a settembre potrà continuare ad assistere da protagonista al lavoro in diretta di restauratori e archeologi all’opera all’interno delle sito, si rinnoveranno infatti i fortunati appuntamenti del venerdì mattina “Close-Up” ogni venerdì di settembre (6, 13, 20 e 27 settembre) alle 11 e alle 11.30 presso i cantieri affidati agli studenti dell’ISCR presso la Casa del Colonnato Tuscanico. “Si tratta del senso di tutto il progetto “close up”, precisa il direttore Francesco Sirano, “dove il nostro pubblico viene coinvolto nei cantieri che conducono alla fruizione in un’ottica di partecipazione e trasparenza”.

Volontari in azine nel parco di Ercolano

Il manifesto del progetto World Heritage Volunteers a Ercolano

Ma l’appuntamento più importante vede il Parco promotore di un progetto accolto nella prestigiosa iniziativa World Heritage Volunteers 2019. Si tratta di un progetto scientifico Unesco che, a livello internazionale, coinvolge giovani e organizzazioni nella conservazione e promozione del Patrimonio Mondiale. Fino al 14 settembre 2019 i volontari saranno protagonisti partecipando alle attività di conservazione del sito con un piano di lavoro che ha l’obiettivo di sensibilizzare sulla tematica e di condividere le conoscenze sul patrimonio culturale dell’area di Ercolano tra la comunità locale e giovani partecipanti che provengono da tutto il mondo. “Sono particolarmente soddisfatto della partecipazione a tale progetto”, dichiara il direttore Francesco Sirano, “è dai tempi di Amedeo Maiuri che il Parco non si rendeva protagonista di un progetto di questo genere aperto ai non professionisti. Da quando è stato pubblicato il bando siamo stati sommersi di richieste di partecipazione davvero da ogni parte del mondo. È stato duro selezionare solo 10 volontari, ma la giovane età e lo straordinario successo della manifestazione ci incoraggiano a progettare per l’anno prossimo un Action Camp ancora più grande. Oltre a mirare a espandere l’apprendimento interculturale tra volontari e comunità locale, il sito verrà promosso a livello internazionale. Si tratta del primo progetto di volontariato del parco Archeologico di Ercolano permesso anche grazie alla collaborazione con i Comuni di Ercolano e Portici, con il parco nazionale del Vesuvio, con la Youth Action for Peace Italia e con la Pro Loco Herculaneum Association”. E continua: “I volontari entreranno nel ”dietro le quinte” e apprenderanno le basi del funzionamento del motore del Parco collaborando ed essendo coinvolti in prima persona in un programma disegnato per loro dai nostri archeologi e restauratori molto articolato che copre l’intero spettro delle nostre attività: dall’accoglienza alla conservazione”. I volontari saranno coinvolti fianco a fianco con il personale di accoglienza e di manutenzione del sito e avranno il privilegio di fare da “assistenti in erba” per gli interventi sugli affreschi. Nell’antiquarium del Parco lavoreranno sulla gestione dei flussi e dell’accoglienza dei visitatori, oltre a essere di supporto per i disabili nella visita della mostra “SplendOri. Il lusso negli ornamenti ad Ercolano”.

Al Muciv di Roma-Eur presentazione nazionale dell’ambizioso progetto “Longobardi in vetrina. Scambi e condivisioni tra musei per valorizzare il patrimonio longobardo”, quindici mostre su sette aspetti della cultura del popolo longobardo, che si configurano come la prima grande mostra diffusa a livello nazionale

Fibula aurea a disco, tipica della produzione artistica dei longobardi

Il logo del progetto “Longobardi in vetrina”

La sala delle necropoli longobarde al museo dell’Alto medioevo a Roma Eur

Quindici mostre su sette aspetti diversi della cultura del popolo longobardo: ecco l’ambizioso progetto “Longobardi in vetrina. Scambi e condivisioni tra musei per valorizzare il patrimonio longobardo”, realizzato e coordinato dall’Associazione Italia Langobardorum, struttura di gestione del sito UNESCO “Longobardi in Italia. I luoghi del potere (568-774 d. C.)”, che gode del patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali ed ha ottenuto il contributo della Legge MIBAC 77/2006, dedicata ai siti UNESCO italiani. Martedì 29 gennaio 2019, alle 11.30, nella sala conferenze del Museo delle Civiltà – museo Preistorico ed Etnografico “Luigi Pigorini” di Roma-Eur, ci sarà la presentazione nazionale del progetto, cui seguirà la visita al museo dell’Alto Medioevo delle due mostre “L’ideale guerriero” e “L’intelligenza nelle mani. Produzione artigianale e tecniche di lavorazione in età longobarda”, curate dallo stesso Mame, in collaborazione con il museo del Ducato di Spoleto e il museo di Santa Giulia di Brescia, per approfondire due temi: la figura del guerriero longobardo e i saperi tecnico-produttivi di questo popolo, attraverso lo scambio di reperti. Il progetto si configura come la prima grande mostra a livello nazionale dedicata al popolo longobardo, la più grande per estensione e coinvolgimento di istituzioni e di patrimonio archeologico. Obiettivo dell’iniziativa è la diffusione della conoscenza della cultura longobarda attraverso la valorizzazione delle realtà museali presenti nei sette complessi monumentali, parte integrante del sito UNESCO, ma anche di quelli espressione dei territori coinvolti dal passaggio dei Longobardi. “Il progetto “Longobardi in vetrina” – spiegano i promotori – nasce infatti dalla volontà di far conoscere e dialogare i musei, che ciascuno dei sette luoghi della rete del sito seriale (Cividale del Friuli, Brescia, Castelseprio-Torba, Spoleto, Campello sul Clitunno, Benevento, Monte Sant’Angelo) con altri musei nazionali non appartenenti alla rete ma dotati di una sezione longobarda o altomedievale”.

Corno potorio longobardo proveniente dal museo Archeologico nazionale di Cividale

Dettaglio della sepoltura di un cavallo e due cani nella necropoli longobarda dell’Ortaia a Povegliano Veronese (foto Graziano Tavan)

Rilievi del tempietto longobardo di Cividale del Friuli (foto Ulderica Da Pozzo)

La collaborazione e la sinergia tra i musei sono favorite da scambi temporanei di reperti, articolati in esposizioni tematiche, tra i 6 musei della rete del sito UNESCO (museo Archeologico nazionale di Cividale del Friuli (Ud), l’antiquarium di Castelseprio (Va), il museo di Santa Giulia di Brescia, il museo nazionale del Ducato di Spoleto (Pg), il museo Diocesano di Benevento, i musei TECUM di Monte Sant’Angelo, Fg) il tempietto di Campello sul Clitunno (Pg), e altri musei presenti sul territorio nazionale: antiquarium di Spilamberto (Mo), museo Archeologico di Povegliano Veronese (Vr), civico museo Archeologico di Milano, museo delle Civiltà-museo dell’Alto Medioevo di Roma-Eur, biblioteca Capitolare di Benevento, musei Reali di Torino-museo di Antichità. Gli scambi tra i musei, le mostre temporanee e le attività culturali di supporto sono potenziate anche da una mostra virtuale online realizzata con MOVIO e da un catalogo unico, caratterizzando questo progetto come la prima mostra diffusa a livello nazionale, intesa come insieme di mostre sulla cultura Longobarda; la più grande per estensione territoriale e coinvolgimento di istituzioni e di patrimonio storico-archeologico.

A Cagliari si presenta il libro “Su Nuraxi di Barumini. Un approccio metodologico”: lettura e interpretazione aggiornate alla luce delle più recenti ricerche dell’archeologo Paglietti sul nuraghe Su Nuraxi di Barumini, simbolo della Sardegna, a settant’anni dagli scavi di Lilliu

Il nuraghe Su Nuraxi di Barumini, il più famoso complesso protostorico della Sardegna, sito Unesco dal 1997

Il libro “Su Nuraxi di Barumini. Un approccio metodologico” (2018, Arkadia editore) di Giacomo Paglietti

Logo del museo Archeologico nazionale di Cagliari

Su Nuraxi di Barumini rappresenta il complesso nuragico più noto al mondo grazie anche all’iscrizione nel 1997 alla lista dei siti Unesco. Indagato negli anni Cinquanta del Novecento da Giovanni Lilliu, è stato dallo stesso scopritore portato all’attenzione pubblica come paradigma della Civiltà Nuragica e oggi, a distanza di più di settant’anni, è ancora il più grande sito della Sardegna protostorica scavato integralmente. “Si può affermare”, scrive Caterina Lilliu, figlia dell’illustre archeologo, referente per le attività scientifiche e museali del Polo museale Casa Zapata-Barumini, “che il nuraghe di Barumini per varie ragioni – le circostanze affascinanti della scoperta, la passione e la volontà dello scopritore, le qualità monumentali e storiche – è divenuto un simbolo”. Ma la ricerca archeologica del monumento non si è esaurita con la messa in luce delle sue strutture architettoniche. Momento fondamentale è l’analisi puntuale dei manufatti della società che quel monumento ha espresso o di chi ha vissuto tra le sue rovine per tentare un’interpretazione, seppur limitata, delle vicende dei suoi abitanti. È quanto ha cercato di fare Giacomo Paglietti, direttore degli scavi archeologici presso il Santuario nuragico di Santa Vittoria di Serri, da anni impegnato a studiare il complesso di Barumini, oggetto della sua tesi per il dottorato di ricerca all’università la Sapienza di Roma, con alle spalle numerose campagne e missioni di scavo archeologico in Sardegna e all’estero (Corsica, Baleari e Tunisia), nel libro “Su Nuraxi di Barumini. Un approccio metodologico” (2018, Arkadia editore) che sarà presentato da Carlo Tronchetti, presente l’autore, giovedì 10 gennaio 2019 alle 17 nella sala didattica del museo Archeologico nazionale di Cagliari. Il volume propone l’analisi puntuale dei manufatti e della società che il noto monumento, patrimonio dell’Unesco e area archeologica afferente al Polo museale della Sardegna, ha espresso insieme alla storia di chi lo ha vissuto tra le sue rovine. È stato quindi possibile tentare una ricostruzione delle vicende storiche di questo importante complesso archeologico attraverso lo studio dei suoi reperti archeologici e il contestuale riscontro con i giornali di scavo e le fotografie dell’epoca. La storia del monumento viene così legata alla storia dei suoi studi.

L’eccezionale panorama che si gode dall’alto della torre di Su Nuraxi di Barumini (foto Graziano Tavan)

Il nuraghe Su Nuraxi di Barumini è sito Unesco dal 1997

“Ho letto con molto interesse la monografia di Paglietti”, continua Caterina Lilliu, “corposo, ben documentato e non facile, dove l’autore si muove sul terreno (alquanto accidentato per gli archeologi) della seriazione cronologica ed evolutiva della civiltà nuragica. E questo perché, a quasi settant’anni dalle ricerche di Giovanni Lilliu, la microstoria del nuraghe Su Nuraxi viene proposta come paradigma di una civiltà. Di certo il lavoro di Giacomo Paglietti si pone come una nuova tappa nella prestigiosa storia sul Su Nuraxi; dalle sue ricerche emergono elementi importanti ai fini della definizione del quadro cronologico-culturale del complesso nuragico o di parte di esso, e della individuazione di ulteriori ipotesi di ricerca”.

Una guida archeologica autorizzata mostra un’ipotesi di alzato del nuraghe Su Nuraxi di Barumini (foto Graziano Tavan)

L’archeologo Giacomo Paglietti

Il volume, ricco di immagini e rilievi, si articola in otto capitoli puntualizzati da conclusioni e da un importante apparato bibliografico. Con rigore scientifico e passione divulgativa, l’autore traccia un breve quadro generale della civiltà nuragica per poi delineare le fasi salienti dello scavo, i ritrovamenti più eclatanti, le ipotesi e la cronologia, dando un contributo innovativo e ricco di nuovi spunti per la comprensione non solo del monumento in sé ma della civiltà che lo eresse. “Paglietti”, interviene Giuseppa Tanda, già professore ordinario di Preistoria e Protostoria all’università di Cagliari, “definisce la civiltà nuragica ermetica e aniconica nell’età del Bronzo, e iconica nell’età del Ferro, volendo sottolineare al presenza o l’assenza di rappresentazioni figurate siano esse antropomorfe che zoomorfe come dato culturale discriminante nella ricomposizione della vita delle comunità protostoriche dislocate in Sardegna tra il Bronzo Medio e la prima età del Ferro (secoli XVI-VIII a.C.)”.

Veduta panoramica della zona delle capanne del complesso Su Nuraxi di Barumini (foto Graziano Tavan)

“Queste riflessioni – continua Tanda – sono preliminari alla trattazione del tema della ricerca che è l’analisi archeologica e la revisione dello scavo delle capanne 141, 170, 172, 173/175 che si sviluppano attorno al cortile 174 del complesso nuragico di Barumini. Dopo una breve sintesi delle vicende dello scavo del complesso archeologico, tra cui la disastrosa conservazione dei materiali archeologici e l’indispensabile lavoro di verifica, di salvataggio e di riordino della documentazione, operata da Giulio Pinna su richiesta dello stesso Lilliu, Paglietti precisa l’approccio metodologico posto alla base del lavoro: mantenere la sequenza archeologica proposta nel 1955 dallo stesso Lilliu, alla quale rapportare gli elementi architettonici tipici delle fase culturali, alla luce dei successivi studi e delle nuove acquisizioni di scavo sulla Civiltà nuragica”.

La guida archeologica autorizzata mostra un’ipotesi ricostruttiva delle capanne nel complesso Su Nuraxi di Barumini (foto Graziano Tavan)

Le tematiche sono trattate in distinti capitoli. “Dopo la puntualizzazione e rivisitazione delle fasi edilizie”, scrive ancora Tanda, “Paglietti sviluppa l’argomento delle fasi culturali della sequenza Lilliu, articolate secondo tre argomenti: architettura, cultura materiale, cronologia, con un puntuale lavoro di riscontro, facendo riferimento anche alle recenti pubblicazioni sui materiali di Su Nuraxi. Con quest’analisi critica sottolinea alcune discrepanze e anomalie, corregge e integra, arrivando a interpretazioni accettabili e, talvolta, nuove. Passa poi alla trattazione dei casi di studio, seguendo la medesima griglia metodologica, in linea con quanto già puntualizzato nei capitoli precedenti: descrizione architettonica, documentazione, il giornale di scavo trascritto, interpretazione dei dati del giornale di scavo, interpretazione di dati archeologici, con l’inserimento delle interpretazioni nella sequenza nuragica tra il Bronzo recente e la prima età del Ferro”. Il lavoro di Paglietti, conclude Caterina Lilliu, “è un valido contributo alla conoscenza, divulgazione e valorizzazione del celebre monumento della Marmilla”. Perciò si augura che “il libro abbia la diffusione che merita, e non solo tra gli studiosi”.