A tre mesi dal disastro aereo dell’Ethiopian Air Lines, in cui perse la vita Sebastiano Tusa, la Regione Sicilia ricorda il “suo” assessore-archeologo con una commemorazione e un video. Il ricordo dell’amico archeologo Luigi Fozzati

Sebastiano Tusa, 66 anni, archeologo subacqueo di fama internazionale, soprintendente del Mare, assessore ai Beni culturali della Regione Sicilia, morto nel disastro areeo dell’Ethiopian Air LInes
10 marzo 2019 – 10 giugno 2019: sembra ieri ma sono già passati tre mesi da quando Sebastiano Tusa, 66 anni, archeologo subacqueo di fama internazionale, soprintendente del Mare, assessore ai Beni culturali della Regione Sicilia, ha trovato la morte sul Boing 737 dell’Ethiopian Air Lines per Nairobi (Kenia), con tutti gli altri 156 passeggeri, tra cui 7 italiani, precipitato appunto il 10 marzo 2019, a Bishoftu (Etiopia) sei minuti dopo il decollo dall’aeroporto della capitale Addis Abeba. Tusa era diretto a Malindi, in Kenia, per una conferenza internazionale promossa dall’Unesco con la partecipazione di archeologi provenienti da tutto il mondo per discutere del progetto Unesco di creare proprio a Malindi un centro di interesse storico e di recupero delle tradizioni e della cultura di tutto il Kenya. Il professor Tusa, soprintendente del mare della Regione Siciliana, era stato chiamato proprio in virtù della sua competenza nel settore dell’archeologia marina. Le ricerche di Tusa e del suo staff, di concerto con il direttore del museo nazionale di Malindi “Caesar Bita”, aveva evidenziato già a Natale (quando vi era stato con la moglie, Valeria Patrizia Li Vigni, direttrice del museo d’Arte contemporanea di Palazzo Riso a Palermo) le grosse potenzialità nell’ambito dei ritrovamenti sotto la superficie dell’oceano Indiano, al largo di Malindi (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2019/03/11/archeologia-in-lutto-nel-disastro-aereo-del-boing-737-precipitato-in-etiopia-e-morto-larcheologo-sebastiano-tusa-siciliano-doc-docente-di-paletnologia-e-archeologia-marina-ha-creato-la-so/).

Il presidente della Regione Siciliana, Nello Musumeci, con l’assessore ai Beni culturali Sebastiano Tusa, il giorno del suo insediamento
Lunedì 10 giugno 2019 la Regione Siciliana ha deciso di ricordare il proprio assessore ai Beni culturali Sebastiano Tusa, a tre mesi dalla tragica scomparsa nell’incidente aereo in Etiopia. Alle 17, nella Cattedrale di Palermo, si terrà una messa di suffragio, celebrata dall’arcivescovo Corrado Lorefice. A seguire, nel Palazzo d’Orleans, sono previsti gli interventi commemorativi del governatore Nello Musumeci, del sindaco di Palermo Leoluca Orlando, del rettore dell’università Fabrizio Micari, dello scrittore e storico Valerio Massimo Manfredi e della giornalista e conduttrice televisiva Donatella Bianchi. In occasione della giornata dedicata alla commemorazione, negli uffici centrali e periferici della Regione Siciliana, saranno poste le bandiere a mezz’asta. Per l’occasione, sulla pagina Fb della Regione Siciliana è stato postato un video che sulle immagini sfumate di Sebastiano Tusa scorrono le immagini suggestive dell’immenso patrimonio archeologico vanto della Sicilia, mentre l’audio riporta una dichiarazione d’intenti dell’archeologo-neo assessore regionale ai Beni culturali.
Risentirle oggi quelle parole, che dovevano essere il manifesto programmatico di Tusa, diventano l’impegnativa eredità che l’archeologo-politico lascia ai suoi conterranei: quasi un decalogo che lui non ha potuto mettere in pratica ma la cui valenza non è certo venuta meno. “Il futuro strategico della Sicilia deve puntare sulla Cultura, e quindi sui tre pilastri che la reggono: il Turismo, l’Enogastronomia, il Mare. È tempo di pensare a lavorare meglio, senza inventarsi niente di nuovo, ma gestendo al meglio quello che abbiamo. Poi non possiamo più permetterci di avere aree archeologiche sporche, musei che non funzionano, con standard vecchi, oppure musei chiusi; dobbiamo cercare di acquistare e acquisire degli standard europei. Oggi il museo, l’area archeologica, il monumento devono diventare luoghi dove si va anche ripetutamente, si va anche per divertirsi: anche solo per prendere un caffè o ritrovarsi con gli amici. Questi luoghi devono diventare elementi sentiti di tutti, quasi parte di un itinerario quotidiano o comunque frequente. Dobbiamo lavorare sull’offerta culturale che in Sicilia è enorme, rendendo il patrimonio culturale appetibile, perché noi sappiamo che questi luoghi sono importanti, ma gli altri non lo sanno”.
“Non è facile parlare di Sebastiano”, scrive tra l’altro sull’ultimo numero di Archeologia Viva (maggio-giugno 2019) Luigi Fozzati, già soprintendente del Friuli Venezia Giulia, che con Tusa ha condiviso importanti esperienze di archeologia subacquea, e stretto una sincera amicizia, “per quella vita straordinaria che ha vissuto all’insegna del non risparmiarsi mai. In lui convivevano più aspetti, tutti vissuti con passione professionale: lo studioso di preistoria, che ci ha lasciato sintesi esemplari sulla storia più antica della Sicilia; l’archeologo subacqueo, che ha saputo imporsi ai politici della sua isola e saputo istituire la prima e unica Soprintendenza del Mare di tutta l’Italia, dove in questo settore non si muove foglia; il docente, instancabile e lieto di trasmettere il suo sapere nelle università. Infine il politico: ci teneva anche a questo ruolo, convinto che per arrivare a certi obiettivi occorra lo specialista. Dall’11 aprile 2018 rivestiva in Sicilia la carica di assessore ai Beni culturali, indicato da Vittorio Sgarbi, che lo aveva preceduto. Questi profili differenti che dialogavano tra loro si reggevano sulle qualità dell’uomo, superiore alle miserie di un’Italietta quasi indifferente alla bellezza. Pensare che il suo mondo fosse la sola Sicilia sarebbe un errore: adorava la sua terra, ma nel cuore aveva l’Italia. Gli arrivavano continue richieste di consigli per impostare ricerche, mostre, convegni: non si negava mai, con la semplicità e l’avvedutezza di un aristocratico che ben conosce l’animo umano. Con la scomparsa di Sebastiano Tusa l’archeologia perde un interprete di eccezionale umanità e sapere: un vuoto che non si può colmare”.
Roma. Per i “Giovedì del Parco archeologico del Colosseo” incontro con Adriana Fresina, soprintendente del Mare, su “Una battaglia ritrovata nelle acque delle Egadi, in ricordo di Sebastiano Tusa”, scomparso nel recente disastro aereo in Etiopia

Il recupero del dodicesimo rostro dalle acque antistante Levanzo appartenuto a una nave coinvolta nella battaglia delle Egadi del 241 a.C.
“Già negli anni Settanta del secolo scorso nacque in me l’interesse per la battaglia delle Egadi, l’evento che il 10 marzo del 241 a.C. pose fine alla prima guerra punica e cambiò la storia del Mediterraneo con la vittoria dei Romani sui Cartaginesi”. Inizia così l’articolo che Sebastiano Tusa, archeologo subacqueo, all’epoca soprintendente del Mare, scrisse per la rivista Archeologia Viva (n. 177, maggio-giugno 2016: “Battaglia delle Egadi. La storia ritrovata”). “Il racconto di vecchie scoperte fatte dal più leggendario dei pionieri delle immersioni in Sicilia, Cecè Paladino, nelle acque antistanti Levanzo attirò la mia attenzione. Durante un convegno a Favignana, Paladino raccontò di centinaia di ceppi d’ancora con le relative contromarre in piombo recuperati appunto lungo la costa orientale della piccola isola. Il collegamento con la battaglia delle Egadi fu inevitabile anche se era opinione diffusa tra gli studiosi di storia romana che lo scontro navale si fosse svolto più a sud, presso la Cala Rossa di Favignana, la principale isola dell’arcipelago. Rilessi le pagine dello storico greco Polibio (II sec. a.C.), che offre la migliore descrizione della battaglia e degli antefatti, ma anche Diodoro Siculo (I sec. a.C.), Eutropio (IV sec. d.C.) e il cronista bizantino Giovanni Zonara (XII sec.)”. E continua l’articolo di Tusa: “Studiammo con l’esperto Piero Ricordi il regime dei venti dominanti di quell’area. Con l’aiuto di Antonino Filippi, ottimo conoscitore del territorio, rivedemmo la topografia archeologica del monte San Giuliano sulla cui sommità sorge la cittadina medievale di Erice, antica sede di una città elima con un famoso tempio di Venere. Era lì che Amilcare, comandante dell’esercito cartaginese, assediato dai Romani, attendeva con ansia i rifornimenti. Mi apparve chiara, in seguito a tali studi, la logicità della presenza della flotta romana in agguato presso Levanzo, poiché mi resi conto che la rotta seguita dall’ammiraglio cartaginese Annone doveva essere a nord di Levanzo, sia per giungere più direttamente alla baia di Bonagia, piccola insenatura sulla costa siciliana a nord di Trapani, unico approdo da dove sarebbe stato possibile ascendere al monte e congiungersi con i compatrioti, sia per eludere il blocco navale romano che controllava la costa siciliana tra Lilibeo e Drepanum, l’antica Trapani”.

Lo studio del regime dei venti nella battaglia delle Egadi (vedi https://libreriainternazionaleilmare.blogspot.it/2015/11/egadi-241-ac-il-vento-cambio-il-corso.html)
A poche settimane dalla tragica scomparsa di Sebastiano Tusa nel disastro aereo in Etiopia, per il ciclo “I giovedì del PArCo”, il Parco archeologico del Colosseo diretto da Alfonsina Russo giovedì 4 aprile 2019, alle 16.30, alla Curia Iulia, promuove la conferenza di Adriana Fresina, soprintendente del Mare, su “Una battaglia ritrovata nelle acque delle Egadi, in ricordo di Sebastiano Tusa”. Le ricerche archeologiche strumentali in alto fondale, iniziate nel 2004, hanno consentito fino a oggi l’individuazione e il recupero di 19 rostri, 22 elmi del tipo montefortino, oltre a un grande numero di anfore e dotazioni di bordo. “La ricerca nei fondali delle Egadi – aveva dichiarato nel 2018 Sebastiano Tusa, come assessore dei Beni culturali e dell’Identità siciliana – continua con grande successo, dimostrando ancora una volta la grande ricchezza dei fondali egadini e, in particolare, presso il luogo dove avvenne la Battaglia delle Egadi nel 241 a.C.”. Le ultime scoperte del 2018 (4 rostri) si aggiungono alle tante effettuate nel passato in questo tratto di mare tra Levanzo e Marettimo e che hanno permesso di localizzare esattamente il sito in cui si combatté una delle più grandi battaglie navali dell’antichità per numero di partecipanti, circa 200 mila, tra i Romani, guidati da Lutazio Catulo, e i Cartaginesi, capeggiati da Annone, e che, oltre a chiudere a favore dei primi la lunga e lacerante Prima Guerra Punica, sancì la supremazia di Roma su Cartagine.
Alla seconda edizione del Firenze Archeofilm col reportage sottomarino sulla battaglia di Lissa trionfa Nicolò Bongiorno che dedica il premio a Sebastiano Tusa. Premiati inoltre il “giallo” sui Neanderthal e l’Arte a rischio sismico

Il manifesto della seconda edizione di Firenze Archeofilm, festival internazionale di archeologia arte ambiente
Il film “I leoni di Lissa” di Nicolò Bongiorno si è aggiudicato il premio “Firenze Archeoflm” 2019 assegnato dal pubblico in qualità di giuria popolare durante la cinque giorni organizzata al Cinema La Compagnia da Archeologia Viva (Giunti Editore) in cui sono state proposte al pubblico 80 pellicole da tutto il mondo, 50 delle quali in concorso. E per un’edizione dedicata all’archeologo Sebastiano Tusa, morto tragicamente nel disastro aereo in Etiopia, grande esperto di archeologia marina e “papà” della soprintendenza del Mare dell’assessorato ai Beni culturali della Regione Siciliana, non poteva esserci scelta migliore del pubblico che lo straordinario docu-film di Nicolò Bongiorno “I leoni di Lissa”, una sorta di reportage sottomarino, a 110 metri di profondità, alla riscoperta del relitto della nave ammiraglia italiana sconfitta e affondata dalla flotta austriaca nella battaglia navale del 1866 simbolo della marineria moderna. Nella serata finale di Firenze Archeofilm sono stati consegnati altri due premi. Al film “Art Quake” di Andrea Calderone, che descrive il difficile rapporto tra produzione artistica e terremoti, specie in Italia, è andato il Premio Università di Firenze, consegnato direttamente dal rettore dell’Ateneo fiorentino, Luigi Dei. Infine il Premio Museo e Istituto fiorentino di Preistoria è andato al film del regista francese Thomas Cirotteau: “Chi ha ucciso i Neanderthal” un thriller dell’antichità che racconta la scomparsa improvvisa di questa specie tra ipotesi di genocidio, cambiamenti climatici o semplice diluzione genetica.

Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva, consegna al regista Nicolò Bongiorno il Premio Firenze Archeofilm
“Dedico questo premio a tutti gli amanti del mare, ha commentato commosso il regista presente alla premiazione. Molto devo a mio papà, Mike; che per primo mi ha trasmesso la passione per il mare. Quest’opera è stata per me un viaggio anche interiore nello spazio e nel tempo. Dedico questa mia vittoria al grande archeologo subacqueo Sebastiano Tusa, tragicamente scomparso”. È uno dei passaggi dell’intervista (che qui proponiamo) realizzata a Nicolò Bongiorno subito dopo la consegna del premio “Firenze Archeofilm” da parte del direttore di Archeologia Viva, Piero Pruneti. “I Leoni di Lissa” (Italia, 2019; 76’) è uno splendido documentario realizzato da Allegria Films per la regia di Nicolò Bongiorno che ripercorre, esplora e cerca di ricostruire, attraverso una coraggiosa discesa negli abissi, le vicende della battaglia di Lissa. Saliamo così a bordo di una sorta di astronave-sarcofago che conserva a bordo una memoria che non si è mai spenta. Come colonna sonora del documentario è stato scelto un lavoro di Matteo Milani, Lis02er, che fa parte di una raccolta più completa. Un viaggio narrativo all’interno del suono, dove ognuno dei dieci frammenti rappresenta un momento emotivo, cristallizzato emotivamente, ciascuno diverso, ma parte di un tutto.
Firenze Archeofilm 2019 dedicato a Sebastiano Tusa, l’archeologo scomparso nel disastro aereo in Etiopia. Ecco l’ultima sua intervista, rilasciata da Tusa a TourismA. Il programma della prima giornata del festival
“Il mestiere dell’assessore, che non conoscevo, se fatto bene ti prende – direi – quasi anche la notte… per cui per me continuare a fare l’archeologo è stato molto difficile. Lo riesco a fare solo la sera, tardi, quando rientro a casa… Io continuo caparbiamente perché prima di tutto è una passione e poi perché ritengo sia importante continuare le ricerche già iniziate e soprattutto perché penso che non farò l’assessore a vita…”. Inizia così l’intervista – l’ultima intervista purtroppo prima della sua tragica morte in Etiopia – che l’archeologo Sebastiano Tusa, nella veste di assessore ai Beni culturali della Regione siciliana, ha rilasciato agli organizzatori di Tourisma 2019, dove – come avevamo scritto – il 23 febbraio 2019 era intervenuto in un confronto sul cosiddetto “ponte Morandi” di Agrigento (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2019/03/11/archeologia-in-lutto-nel-disastro-aereo-del-boing-737-precipitato-in-etiopia-e-morto-larcheologo-sebastiano-tusa-siciliano-doc-docente-di-paletnologia-e-archeologia-marina-ha-creato-la-so/). E ora, all’indomani del terribile schianto del Boing 737 dell’Ethiopian Airlines da Adis Abeba a Nairobi, precipitato sei minuti dopo il decollo, dove Tusa, con altri 156 passeggeri, ha trovato la morte, il direttore di Archeologia Viva, Piero Pruneti, non solo mette a disposizione di tutti (lo pubblichiamo anche noi con piacere), ma, di concerto con il direttore di Firenze Archeofilm Dario Di Blasi, ha deciso di dedicare proprio all’archeologo Sebastiano Tusa l’edizione 2019 di Firenze Archeofilm, il festival di Archeologia, Arte e Ambiente in programma al cinema La Compagnia di Firenze da mercoledì 13 a domenica 17 marzo 2019, oltre ottanta film provenienti da tutto il mondo, tra cui moltissime anteprime, che accompagneranno il pubblico a spasso nel tempo e tra i luoghi più remoti del pianeta (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2019/03/05/firenze-archeofilm-2019-ecco-il-programma-delle-cinque-giornate-di-proiezioni-con-una-sessantina-di-film-in-concorso-da-una-ventina-di-paesi-alla-fine-saranno-consegnati-tre-premi/).

Il manifesto della seconda edizione di Firenze Archeofilm, festival internazionale di archeologia arte ambiente
Cinque giorni di grandi film. Si potrà così entrare, per la prima volta dopo trent’anni dall’ultima missione, nella Piramide di Giza al seguito dell’equipe di archeologi che hanno scoperto una nuova camera segreta. Oppure, restando in Egitto, capire chi fu davvero il faraone bambino, Tutankhamon, tra miti, leggende e false maledizioni. Spazio anche alle realtà di casa nostra con un filmato che ripercorre le gesta del toscano Girolamo Segato, l’uomo che pietrificava i corpi, mentre si potrà assistere alle prime visite turistiche a Pompei negli anni sessanta attraverso filmati originali. Ci si potrà poi avvicinare alle civiltà più lontane da noi come quella delle antiche città di pietra ormai inghiottite dalla giungla in Tanzania, o, salire sulle vette dell’Himalaya dove sono state scoperte alcune mummie perfettamente conservate risalenti a 5000 anni fa. Creta e i resti del famoso labirinto del Minotauro, le imprese navali dei Vichinghi, la corsa contro il tempo degli archeologi nelle zone di guerra, la celebre Battaglia di Canne (in 3 D) e il mercato nero dei fossili di dinosauri in Mongolia solo alcuni degli altri argomenti proposti al pubblico. Sarà quest’ultimo che, in veste di giuria popolare, potrà votare i film in concorso attribuendo così il “Premio Firenze Archeofilm” alla pellicola più gradita.

La maschera funeraria di Tutankhamon: uno dei tesori trovati da Carter e Carnarvon nella tomba del giovane faraone
Prima giornata, mercoledì 13 marzo 2019. Si inizia con la Cina per sapere di più sulle straordinarie “ruote idrauliche” capaci fin dall’antichità di sfruttare la potenza del fiume Giallo per l’irrigazione dei campi. Un’arte perduta nel ventunesimo secolo, rinata oggi grazie ad un lontano discendente dell’inventore. Sarà poi la volta di Tutankhamon con un film che cerca di indagare su chi sia stato veramente questo personaggio: un fragile bambino o un signore della guerra? Spazio anche ai misteri di casa nostra dove, in una piccola chiesa delle Marche, gli archeologi stanno cercando di risalire alle ultime ore di vita di ben 18 mummie perfettamente conservate. Una sfida a bordo di alcuni kayak lungo le antiche rotte di navigazione nei Caraibi è oggetto invece della pellicola che documenta un progetto di archeologia sperimentale senza precedenti. E ancora il pubblico potrà conoscere l’Irlanda tra Neolitico e presente dove sull’orlo di vertiginose falesie incontriamo ancora oggi abitanti/custodi di questo paesaggio. Si resta al Nord col film che porta alla riscoperta della verità sui leggendari Vichinghi e il loro viaggio epico verso le Americhe. E ancora. “Creta e il Mito del labirinto”, il titolo del film che illustra la grande capacità del popolo minoico nella costruzione di edifici che hanno alimentato la leggenda. Prende le mosse da uno dei “gialli” più antichi il film che indaga sulla scomparsa dell’Uomo di Neanderthal improvvisamente 30.000 anni fa. Genocidio, epidemie, cambiamenti climatici? Il regista del film accompagna il pubblico attraverso una sorta d’indagine criminale nei laboratori forensi di tutto il mondo. Infine uno sguardo all’ambiente e alle criticità del nostro tempo con uni straordinario viaggio in Artico, al momento il luogo più fragile del pianeta a causa del riscaldamento globale.
Recuperato nel mare di Levanzo il dodicesimo rostro che conferma l’ubicazione della battaglia delle Egadi del 241 a.C. tra romani e cartaginesi, che pose fine alla prima guerra punica a favore dei romani

Il recupero del dodicesimo rostro dalle acque antistante Levanzo appartenuto a una nave coinvolta nella battaglia delle Egadi del 241 a.C.
E 12! Se ancora ci fossero stati dubbi sull’ubicazione della battaglia delle Egadi, combattuta nel 241 a.C. tra romani e cartaginesi, che concluse a favore dei romani la lunga ed estenuante Prima Guerra Punica iniziata nel 264 a.C., ora dovrebbero essere fugati definitivamente. A tredici anni di distanza dal sequestro del primo rostro, che avviò le ricerche subacquee sistematiche, è stato recuperato a 80 metri di profondità, nei fondali a nord – ovest dell’isola di Levanzo, il dodicesimo rostro in bronzo della battaglia delle Egadi, cioè proprio dove da anni Sebastiano Tusa, responsabile della soprintendenza del Mare, ritiene si sia combattuto lo scontro finale. Questa importante scoperta conferma dunque la veridicità dell’ipotesi e aggiunge un tassello importante al patrimonio culturale della Sicilia. Il suo recupero è stato possibile ancora una volta grazie alla fruttuosa collaborazione che la soprintendenza del Mare ha intrapreso con la statunitense RPM Nautical Foundation guidata da George Robb e la direzione scientifica archeologica di Jeff Royal. Per la soprintendenza del Mare la ricerca è diretta da Sebastiano Tusa con la collaborazione di Stefano Zangara. Le ricerche sono state condotte con l’ausilio della nave oceanografica Hercules a posizionamento dinamico (DPS) dotata di sistemi di ricognizione elettroacustica di ultima generazione.
Ma non è tutto. Perché questo dodicesimo rostro ha una particolarità eccezionale: il reperto, tra i 12 finora identificati, ha ancora la parte lignea della prua della nave incastrato al suo interno: Il reperto presenta la novità, tra i 12 finora identificati, ha la parte lignea della prua della nave all’interno: si notano le parti finali della chiglia, del dritto di prua, delle due cinte laterali e della trave di speronamento. La sua estrazione e il conseguente studio darà preziose informazioni sulla tecnologia navale adoperata per costruire le navi da guerra in quel periodo. Proprio il soprintendente Tusa, qualche anno fa, dava una spiegazione alla mancanza di ritrovamenti di reperti lignei: “L’assenza di legno è dovuta quasi certamente al fatto che le navi perdute in battaglia erano quelle adibite al combattimento. Erano, pertanto, prive di pesante carico che generalmente con il suo peso copre e fa sprofondare lentamente lo scafo al di sotto del sedimento del fondo marino preservandolo dall’aggressione della Teredo Navalis. Il legno è, pertanto, scomparso lasciando sul fondo le ceramiche usate dall’equipaggio, i chiodi e quegli elementi inorganici che facevano parte delle imbarcazioni affondate. Emerge, in tal modo, un vasto areale ove si raggruppano numerose concentrazioni di oggetti che offrono la percezione di numerose navi affondate costituendo l’ulteriore prova dell’identificazione esatta del luogo dello scontro”.

La sede logistica del team che partecipa alle ricerche archeologiche subacquee alle isole Egadi (foto Salvo Emma)
La svolta nel 2004. “Dapprima vi fu la consegna spontanea da parte di un pescatore”, ricorda Tusa, “di un elmo in bronzo del tipo Montefortino in uso proprio in quella battaglia da parte dei militi romani. Egli affermò di averlo trovato nello spazio di mare a poche miglia a Nord-Ovest di Levanzo. Poi venne l’elemento decisivo per darci la convinzione che la nostra ipotesi era esatta e che, pertanto, avrebbe avuto ottime possibilità di essere provata da auspicate ricerche. Fu la “scoperta” del primo rostro delle Egadi nello studio di un dentista trapanese ad opera del nucleo tutela patrimonio culturale dei Carabinieri. Chi lo deteneva ed era in procinto (su sua dichiarazione) di consegnarlo agli organi di tutela, ci diede la conferma che il luogo di rinvenimento era a poche miglia a Nord-Ovest del Capo Grosso di Levanzo. Fu una “scoperta” eccezionale poiché oltre al valore storico-topografico legato all’evento bellico, il primo rostro delle Egadi era il secondo in assoluto rinvenuto fino ad allora seguendo quello di Athlit rinvenuto nelle acque israeliane qualche decennio prima”.

Lo studio del regime dei venti nella battaglia delle Egadi (vedi https://libreriainternazionaleilmare.blogspot.it/2015/11/egadi-241-ac-il-vento-cambio-il-corso.html)
Le scoperte archeologiche consentono di ricostruire la dinamica della battaglia con notevole accuratezza anche grazie agli studi sul regime del vento che dovette caratterizzare quel fatidico giorno. Così la sintetizza Tusa: “Annone all’alba del 10 marzo del 241 a.C., invogliato da una leggera brezza da Sud che andava girando da Ovest, diede l’ordine di salpare da Marettimo poiché pensava che con il vento in poppa avrebbe raggiunto rapidamente la costa siciliana eludendo i rigidi pattugliamenti romani della costa tra Drepanum e Lilibeo. Evidentemente Lutazio Catulo, l’astuto ammiraglio romano, intuì la mossa del nemico e pose tutta o parte della sua flotta al riparo dell’alta mole di Capo Grosso. Quando la flotta cartaginese si andava avvicinando diede l’ordine di salpare mollando cime ed ancore e scaraventando la sua forza d’urto e di sorpresa sul nemico. Lo scontro avvenne a circa miglia 4 ad Ovest / Nord-Ovest di Capo Grosso di Levanzo. Lo scompiglio nelle file nemiche dovette essere terribile sicché, anche in virtù del cambiamento del vento che già nel pomeriggio iniziò a spirare da Nord- Nord-Est ed Est, impossibilitato a proseguire e con il vento nuovamente in poppa per una salvifica ritirata verso il suo Paese, Annone diede l’ordine di far vela verso Cartagine. Svanirono per sempre le speranze cartaginesi di risolvere il conflitto a proprio favore. Amilcare, privo di rifornimenti, dovette capitolare cedendo la Sicilia ai Romani. La dinamica del vento che nel pomeriggio gira da Nord giustifica il rinvenimento della ben nota “nave punica di Marsala” sulle sponde dell’Isola Longa (qualche miglio a Sud del teatro del conflitto) giustamente identificata da Honor Frost come pertinente quella battaglia”. La battaglia delle Egadi fu di epocale valore per il destino del Mediterraneo ed oltre nei secoli a venire. “Nell’ambito dei 118 anni di guerra che videro lo scontro titanico tra due grandi potenze dell’antichità”, conclude Tusa, “questo fu uno dei momenti più importanti che ebbe un peso non indifferente per la vittoria finale del 146 a.C. dei romani, non foss’altro che perché tolse ai cartaginesi il controllo strategico della Sicilia. Ma, soprattutto, perché, come ci dice espressamente Polibio, il più attento osservatore, seppur di parte, del conflitto, i romani dopo il 10 marzo del 241 acquisirono la legittimità e l’autorevolezza di grande potenza mediterranea e di potenza navale intraprendendo con l’abilità che seppero sviluppare nei secoli seguenti la ben nota fisionomia di potenza imperialista anche se il vero e proprio impero nascerà dopo altre due secoli”.
Archeologia in lutto. È morto Maurizio Tosi, uno dei più grandi archeologi preistorici dal Mediterraneo alla Mongolia. In Iran nel 1967 scoprì lo straordinario sito di Shahr-e Sokhta, la Città Bruciata. L’ambiente scientifico iraniano in lutto per l’amico Maurizio “Rostam”
Una vita dedicata allo studio delle civiltà preistoriche dall’Iran alla Mongolia. È morto il 24 febbraio 2017 a Ravenna all’età di 73 anni Maurizio Tosi, professore di paletnologia all’Università di Bologna, autore di importanti scavi archeologici nel Vicino Oriente e in Asia. Nato a Zevio (Verona) il 31 maggio 1944, professore ordinario dal 1981, Tosi ha coperto fino al 1994 la cattedra di Preistoria e protostoria dell’Asia presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli e, dal 1994, la cattedra di Paletnologia presso la Scuola di Conservazione dei Beni culturali dell’università di Bologna. La sua principale specialità sono stati i processi formativi delle società complesse e lo sviluppo della ricerca archeologica per la definizione di tali processi. Dal 1967 ha diretto progetti di ricerca sul campo per l’Isiao (Istituto italiano per l’Africa e l’Oriente), spesso in collaborazione con numerosi istituti europei ed americani in Iran, Oman, Pakistan, Turkmenistan, Yemen e nelle regioni asiatiche della Federazione Russa.
Proprio in Iran ha legato il suo nome a una delle scoperte più importanti del Novecento: Shahr-e Sohkta (la “Città Bruciata”), uno dei siti più imponenti del mondo riconosciuto il 22 giugno 2014 come Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Era il 1967 quando Tosi, 23 enne, arrivò in Iran per dirigere uno scavo nella regione del Sistan, nel sud-est dell’Iran, che sulla carta non dava garanzie di successo. Non a caso, secondo la vulgata popolare, quella missione sarebbe stata affidata proprio a lui: in caso di insuccesso, la figuraccia meglio lasciarla fare al giovane piuttosto che a qualche luminare dell’archeologia. Tosi fu premiato. Fu allora che scoprì appunto Shahr-e Sokhta, realizzata da una civiltà misteriosa e incredibile tra il 3200 e il 1800 a.C. Ed è in Iran che Tosi, uomo robusto e tenace, si guadagnò il soprannome di “Rostam”, eroe della mitologia persiana dalla forza erculea e protagonista del poema Shahnamé (Libro dei Re) di Ferdowsì. Del resto c’era più di una ragione per questo “appellativo”: gli scavi di Shahr-e Sokhta si conducevano nella regione del Sistan iraniano, la stessa che secondo la mitologia era governata da Rostam: “Rostam era re del Sistan, il professor Tosi lo era in un altro senso per il suo lavoro”. Come nel caso di pochi, la comunità scientifico-accademica iraniana ha proclamato un vero e proprio lutto dopo aver appreso della morte dell’amato archeologo italiano. Messaggi di cordoglio sulla rete e soprattutto da parte di chi lo conosceva, aveva lavorato con lui o dagli ambienti accademici.
Intenso, in rete, il ricordo che Sebastiano Tusa, soprintendente del Mare, ha affidato al sito della sua soprintendenza. “I ricordi si accavallano nella mente – scrive – raggiungendo in breve dimensioni immense sovrastando la capacità di contenerli e viverli tutti nella loro dimensione temporale reale. E’ ciò che ho provato apprendendo della scomparsa di Maurizio Tosi. I pensieri e i ricordi si affastellavano rapidi e intensi così come avveniva durante i nostri colloqui. La sua enorme capacità progettuale innestata in un’intelligenza fuori del normale e in un’altrettanta immensa cultura rendeva ogni incontro una fucina di progetti, idee e teorie assolutamente originali e innovative. Questo era per me Maurizio. Un’incredibile e unica fonte di stimoli, idee che ti facevano oltrepassare ogni limite proiettandoti in dimensioni teoriche cognitive del tutto nuove. Tracciarne in poche righe le caratteristiche e la dimensione scientifica è pressoché impossibile data la grande ricchezza delle sue conoscenze che spaziavano dalla preistoria nord-americana a quella vicino e medio-orientale e mediterranea con approfondite puntate anche nel mondo classico e medievale euroasiatico. Spaziava da una conoscenza approfondita della storia dalle origini fino al contemporaneo a una puntuale capacità di collegare ed interpretare ogni fatto storico alla luce di molteplici chiavi di lettura politico – filosofiche. Generoso nell’offrire la sua scienza agli altri, quanto burbero e ostile verso la banalità e la superficialità. Personalmente, come ho sempre affermato, devo alla sua frequentazione e ai suoi insegnamenti gran parte della mia dimensione di archeologo. Devo a lui l’avermi dato gli strumenti per comprendere le civiltà orientali nella loro dimensione globale e, quindi, anche del presente. Infatti guardava e interpretava il passato apprezzando e conoscendo profondamente il presente che viveva da protagonista e da leader. Era, a mio avviso, proprio questa sua capacità di agganciare passato e presente in una dimensione interpretativa dialettica unitaria la sua più affascinante e originale qualità che difficilmente troviamo in noi archeologi molto spesso condizionati dai limiti del nostro campo di approfondimento professionale. È pleonastico dire che mancheranno le sue a volte aspre e pungenti critiche all’establishment accademico nazionale ed internazionale, mirate a creare condizioni di ricerca più consone alla realtà effettiva di un’archeologia moderna, multidisciplinare e realmente interpretativa e non descrittiva”.
Maurizio Tosi è stato anche co-direttore di un programma di ricerca internazionale mirato allo studio dell’origine della navigazione e del commercio di lunga distanza nell’Oceano Indiano. Studioso di paleoeconomia e dell’organizzazione sociale dei popoli asiatici nella preistoria, il professore Tosi ha indirizzato dal 1985 gran parte delle sue attività allo studio del rapporto tra popolazione e risorse nella ricostruzione sistematica dei paesaggi antichi.
































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