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Quarto appuntamento con “Storie di vita”: la rubrica prodotta da Streamcult, in streaming e on demand, condotta da Dario Di Blasi che stavolta incontra il regista veneziano Alberto Castellani, che ha documentato popoli, culture e religioni per comprendere radici, Storia, Spiritualità nei territori che sono stati la culla dell’umanità

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Dario Di Blasi, direttore artistico di Firenze Archeofilm

Il regista veneziano Alberto Castellani è il protagonista del quarto appuntamento con la rubrica “Storie di vita” da seguire on line in streaming e on demand giovedì 8 aprile 2021. La rubrica si basa sulle relazioni e i rapporti di conoscenza acquisiti nel mondo dell’archeologia e del cinema da Dario Di Blasi, direttore del Firenze Archeofilm, curatore per più di 30 anni di manifestazioni cinematografiche dedicate all’archeologia, all’etnografia e all’antropologia culturale. Prodotta da StreamCult in collaborazione con la Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea, “Storie di vita” è un format di approfondimento culturale che vede importanti personalità del campo dell’archeologia, della cinematografia e della cultura raccontarci le loro esperienze, le loro passioni e il loro lavoro.

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Il regista veneziano Alberto Castellani

Appuntamento dunque giovedì 8 aprile 2021 alle 17 con Alberto Castellani in streaming sul sito www.streamcult.it e sui canali social di StreamCult (Facebook e YouTube). La stessa puntata resterà visibile on demand per permettere a chiunque, nelle settimane a seguire, di poterla vedere. “Ci sono persone che il cinema lo hanno nel sangue da sempre”, spiega Dario Di Blasi, “tra queste c’è sicuramente Alberto Castellani che da buon veneziano ha intrapreso la via dell’Oriente per documentare popoli, culture, religioni con la sua macchina da presa. Una curiosità profonda lo guida: comprendere le radici, le motivazioni profonde di ogni Storia, di ogni Spiritualità nei territori che sono stati la culla dell’umanità”. Alberto Castellani, giornalista, da quarant’anni è impegnato nel campo della comunicazione audiovisiva, prima come responsabile del Centro comunicazione audiovisiva di Assicurazioni Generali, poi del Centro di produzione Media Venice. Solo per ricordare qualche titolo: “Paolo. Da Tarso al mondo” (2005), “Storia di Abramo” (2007), “Sulle vie della fede: ad limina apostolorum” (2014), “Rivisitare Nazareth. Archeologia e tradizione nel villaggio abitato da Gesù” (2017). “Nel settembre 2018”, ricorda Di Blasi, “Castellani mi chiamò per dirmi che nel suo archivio aveva trovato un’intervista con Khaled al-Asaad, l’archeologo che aveva studiato, valorizzato e protetto il sito e il museo di Palmira, e per questo aveva pagato poche settimane prima con la vita, decapitato dalla furia dell’Isis. Ne uscì l’instant film “Quel giorno a Palmira”, un toccante ritratto dell’archeologo e della situazione in Siria che presentai in anteprima alla Rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto. E da quell’esperienza è nato poi un doppio film “Mesopotamia in memoriam. Appunti su un patrimonio violato” che ha riscosso ampi consensi in molti grandi festival del cinema archeologico non solo in Italia”. E non è un caso che proprio questo film sia stato recentemente selezionato a rappresentare il cinema archeologico italiano negli istituti di Cultura italiani nel mondo per il progetto “Sette sguardi del cinema italiano” del ministero per gli Affari esteri.

“Sette sguardi sul cinema italiano”, progetto del ministero degli Affari Esteri per promuovere la produzione italiana negli 82 istituti italiani di Cultura nel mondo. Affidata alla Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto la selezione dei dodici documentari sulle missioni archeologiche italiane, in Italia e all’estero: ecco i film che si vedranno che cinque continenti

Il teatro Zandonai di Rovereto dove si tengono le proiezioni dei film della Rassegna internazionale del Cinema archeologico (foto fmcr)
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Il logo della rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto

Dodici finestre sul mondo antico attraverso gli occhi di altrettanti registi italiani: saranno gli ambasciatori del documentario italiano nei cinque continenti, selezionati dallo staff tecnico-scientifico della Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto scelta dal ministero degli Affari Esteri per una selezione di documentari sulle missioni archeologiche italiane, in Italia e all’estero, per la rete degli istituti italiani di Cultura nel mondo nell’ambito di un prestigioso progetto “Sette sguardi sul cinema italiano”. Uno di questi “sguardi” è sull’archeologia, sulla ricerca e la narrazione del nostro passato, e per assolvere a questo compito il Mae si è affidato a Rovereto. Da più di trent’anni (la 32.ma edizione è in programma dal 13 al 17 ottobre 2021, in presenza e on line), la Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto, organizzata dalla Fondazione Museo civico, nata nel 1990 con l’intento di raggiungere e sensibilizzare il grande pubblico sui temi della ricerca archeologica e della tutela del patrimonio culturale, è un importante punto di riferimento per la documentaristica legata al patrimonio culturale, sia a livello italiano che internazionale. Gran parte delle maggiori produzioni documentaristiche legate ad archeologia, popoli e culture passano dalla kermesse roveretana. Inoltre contribuisce alla programmazione di numerose manifestazioni in Italia e all’estero, e provvede anche alla digitalizzazione dei materiali e alla realizzazione di una banca dati online in continuo aggiornamento.

“Archeologia – Sette Sguardi sul Cinema italiano” progetto del ministero degli Affari Esteri

Il ruolo centrale della Rassegna roveretana è dunque sottolineato dall’importante iniziativa del ministero degli Affari Esteri dal titolo “Sette sguardi sul cinema italiano”, che coinvolge per tutto il 2021 la rete degli 82 istituti italiani di Cultura nel mondo. L’iniziativa propone una panoramica inedita sulla produzione italiana contemporanea di film e documentari, individuando sette percorsi tematici diversi rappresentati da 50 documentari italiani –  i più apprezzati da pubblico e critica negli ultimi anni – selezionati in collaborazione con i più rappresentativi festival nazionali in diversi settori (Archeologia, Alpinismo, Animazione, Arte, Biografie, Cinema femminile Diritti Umani) e proposti in tutte le location dove sono presenti gli istituti italiani di Cultura, raggiungendo il pubblico internazionale, e contribuendo così a diffondere la cultura italiana. Vediamo quali sono i dodici film selezionati.

“I leoni di Lissa” di Nicolò Bongiorno

“I Leoni di Lissa” di Nicolò Bongiorno (2019; 76’): il film evoca la leggendaria battaglia navale di Lissa (1866), scontro simbolo e icona dell’iconografia moderna. Attraverso un mosaico di suggestioni visive, storiche e mitologiche, lo spettatore viaggia con grandi maestri dell’esplorazione subacquea fino al grembo profondo di un capitolo dimenticato dell’unità d’Italia.

Frame del film Mare Nostrum. Storie dal mare di Roma Nazione” di Guido Fuganti

“Mare Nostrum. Storie del mare di Roma” di Guido Fuganti (2020; 21′): docufilm sulla navigazione nell’antichità e sul commercio transmarino negli anni dell’impero di Traiano.

Dal docufilm “Paolo Orsi. La meravigliosa avventura”: straordinarie le scoperte in Magna Grecia di Paolo Orsi

“Paolo Orsi. La meravigliosa avventura” di Andrea Andreotti (2019; 67′): storia di uno dei principali protagonisti dell’archeologia italiana nel Mediterraneo, il roveretano Paolo Orsi, a cavallo fra XIX e XX secolo.

“Sicilia Grand Tour” di Giorgio Italia (2019; 90′): un’esplorazione inedita della Sicilia attraverso le carte e gli schizzi del pittore francese Jean Houel, compiuta da Giorgio, giovane studente universitario, che in biblioteca scopre il fascino del “Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Malte et de Lipari”.

“Mesopotamia in memoriam: appunti su un patrimonio violato” di Alberto Castellani (2019), 48′: saccheggi operati dall’Isis, razzie di regimi diversi: un documentario sulle perdite inestimabili causate al patrimonio archeologico di Iraq e Siria.

Frame del film “Pecunia non olet” di Nicola Barile

“Pecunia non olet” di Nicola Barile (2018; 40′): le attività produttive nell’antica Pompei generavano odori di ogni tipo. Può il lavoro degli archeologi restituirci i profumi ormai perduti dell’Antichità?

“Eroi, miti e leggende alle origini delle città del Lazio” di Alessandro Grassi (2018; 31′): un viaggio tra storia e leggenda, attraverso i luoghi e i racconti che hanno segnato in modo indelebile l’identità epica alle origini delle città laziali.

“L’arte in guerra” di Massimo Becattini (2017; 64′): la salvaguardia del patrimonio artistico italiano nel corso della Seconda Guerra Mondiale, affidata ad alcuni funzionari che, rischiando la vita, lo hanno nascosto e recuperato grazie ad un avventuroso lavoro di intelligence.

“La casa dei dirigibili. L’Hangar di Augusta tra passato e presente” di Lorenzo Daniele (2016; 50′): uno straordinario monumento di archeologia industriale, costruito in occasione della Prima Guerra Mondiale e ormai dimenticato, cerca oggi il suo riscatto come luogo di pace e di cultura.

Il tempio di Angkor-Wat in Cambogia

“Nuovi orizzonti in Cambogia” di Isabella Astengo (2015; 60′): attraverso l’impegno di due importanti missioni italiane coinvolte nel restauro del sito di Angkor Wat, il documentario racconta le sfide della ricerca archeologica in Cambogia, tema che si intreccia alla drammatica storia del genocidio  perpetrato 40 anni fa nei confronti degli intellettuali.

Lo scavo di Arslantepe, la “collina dei leoni”, in Turchia

“La passione della Memoria – Il Mondo di Arslan Tepe” di Isabella Astengo (2013; 30′): la missione archeologica italiana di Arslatepe, in Anatolia Orientale, raccontata dalla professoressa Marcella Frangipane che da più di 30 anni lavora agli scavi di un sito di straordinario fascino.

“Reopening Colosseum” di Luca Lancise e Davide Morabito (2020, 51′): nei grandi spazi del Colosseo, inaccessibile per l’emergenza Covid-19, una piccola grande famiglia di uomini e donne continua a prendersi cura di un gigante fragile, che per loro è una seconda casa. Insieme affrontano la sfida più difficile, costruire un nuovo modo di visitare uno dei monumenti più celebri al mondo, per riaprirlo al pubblico e garantire il suo futuro.

Aidone (Enna). “Salviamo gli Argenti di Morgantina. Il Mibact riveda l’accordo capestro col Met. Devono rimanere in Sicilia. Sono fragili”: appello di Dario Di Blasi a sostegno della battaglia portata avanti dall’Archeoclub, che ha scritto a Franceschini. E l’assessore regionale Samonà: “Sta cambiando la collaborazione tra Regione Siciliana e Met. Alla fine rivedremo la convenzione”

Gli Argenti di Morgantina esposti nel museo Archeologico regionale di Aidone (foto Regione Siciliana)
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Dario Di Blasi, già direttore della Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto

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Il manifesto della 25.ma Rassegna di Rovereto del 2014 con un dettaglio degli Argenti di Morgantina

“Salviamo gli Argenti di Morgantina. Fermiamo quei viaggi tra Stati Uniti e Sicilia previsti ogni quattro anni da un accordo capestro che va rivisto per garantire un futuro a un tesoro fragile quanto prezioso”. È un appello accorato quello che affida ai social Dario Di Blasi, direttore artistico di Firenze Archeofilm, già curatore della Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto. E proprio quando curava la rassegna roveretana, ricorda, “avevo deciso di dedicare le immagini coordinate del festival (pubblicazioni, poster, locandine, immagini web) a reperti o particolari di reperti provenienti da Musei archeologici italiani. L’intento era quello di convincere un pubblico sempre più vasto a visitare i musei archeologici e conoscere gli oggetti e le collezioni esposte, il più possibile vicini al loro contesto di ritrovamento. Nell’edizione 2014 feci pubblicare il particolare di un Emblema in argento dorato proveniente da Morgantina che rappresentava il mostro Scilla. L’Emblema appartiene proprio alla splendida collezione di argenti databili attorno al III sec a.C. conservati, ora, al museo Archeologico regionale di Aidone (En)”. Perché “ora”? Perché gli Argenti di Morgantina sono tornati a casa nel giugno 2020, l’ultima tappa di un viaggio che, dal 2006, vede i preziosi reperti viaggiare ogni quattro anni tra la Sicilia e gli Stati Uniti. I sedici pezzi – che risalgono al III secolo a.C. e che costituiscono il tesoro di Eupolemo – sono sottoposti, infatti, ai vincoli di una Convenzione siglata nel 2006 tra il Mibact e il Metropolitan Museum di New York in virtù della quale, a fronte della restituzione dei beni archeologici un tempo illecitamente trafugati dal patrimonio culturale nazionale, sono state previste forme di collaborazione tra le istituzioni museali coinvolte per quarant’anni. In particolare la convenzione prevede una rotazione delle opere in virtù della quale la Sicilia si impegna a prestare, nei quattro anni in cui gli argenti tornano in patria, beni di importanza analoga, per la loro esposizione al Met. E per questo turno dovrebbe essere formalizzato il prestito di opere provenienti da Selinunte sul tema della colonizzazione greca in Occidente e dei suoi molteplici esiti e significati, che sarebbero al centro di una grande mostra in programma al Metropolitan Museum.

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Tesoro di Morgantina: coppa in argento con emblema che rappresenta Scilla (foto Regione Siciliana)

“Sapere che anche la collezione degli splendidi argenti è soggetta a un accordo capestro che definisco coloniale non è confortante”, sottolinea Di Blasi. “Nei 4 anni in cui i reperti rimangono ad Aidone l’Italia deve garantire, anche provenienti da altri musei, reperti di uguale significato e valore al Metropolitan. In qualche misura i reperti che vanno al Metropolitan al posto degli Argenti sono ostaggio nel caso Aidone non ottemperasse all’accordo di trasferire al Metropolitan ogni 4 anni gli argenti. Il tutto senza pudore e attenzione per lo stato di conservazione degli stessi. Nei 4 anni in cui gli Argenti tornano a New York il Museo di Aidone si deve arrangiare per coprire il vuoto. Forse non si tratta di gran cosa ma io personalmente trovo molto grave l’accettazione di questo stato di cose da parte dei maggiori responsabili dei Beni culturali perché ritengo si siano assuefatti a uno stato di soggezione che definisco coloniale. Penso oggi come ieri che sui beni culturali debba ancora crescere la consapevolezza del loro valore e importanza per la conoscenza e consapevolezza della nostra identità. Per la difesa del loro territorio faccio i complimenti i cittadini di Aidone, il museo, l’Archeoclub e Alessandra Mirabella che ha seguito tutta la vicenda della collezione degli argenti anche per conto del locale Archeoclub di cui fu presidente per molti anni”.

Tesoro di Morgantina: coppa in argento con emblema (foto Regione Siciliana)
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La chiesa di San Francesco sede del museo Archeologico regionale di Aidone (foto Graziano Tavan)

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Rosario Santanastasio, presidente nazionale Archeoclub d’Italia

Ma stavolta sembra che la reazione da parte di Aidone e della Sicilia sia più consapevole e strutturata. Già nel 2014, in occasione del primo rientro al Met, si sollevò alta la protesta della sezione siciliana dell’ArcheoClub Aidone – Morgantina per bloccare il viaggio di ritorno a New York forte anche dei risultati di una campagna di indagini diagnostiche non invasive realizzata nell’estate 2014 ad Aidone che aveva confermato la fragilità degli argenti. Ma allora fu tutto invano. “A distanza di un decennio dal primo rientro”, annuncia Rosario Santanastasio, presidente nazionale di ArcheoClub D’Italia, “chiediamo di rivedere l’accordo siglato nel 2006 da Philippe de Montebello direttore del Metropolitan Museum di New York e dall’allora ministro dei Beni culturali Rocco Buttiglione per tutelare tale patrimonio archeologico e storico della nostra Italia. Per questo motivo, ArcheoClub ha scritto al ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini che sta lavorando in modo egregio sulla tutela del patrimonio culturale italiano”.  E Rosalia Raffiotta, presidente della sezione locale ArcheoClub Aidone – Morgantina: “L’Archeoclub Aidone-Morgantina nel tempo ha lavorato intensamente per dare il proprio contributo alla valorizzazione di questi straordinari tesori, organizzando in più occasioni anche manifestazioni con petizioni e appelli alle istituzioni. Siamo ancora convinti che gli esiti della campagna di indagini diagnostiche dell’estate del 2014 abbiano fornito dati significativi per poter chiedere al Met la revisione dell’accordo, essendo stato accertato uno stato di conservazione precario dei reperti, che probabilmente all’epoca dell’accordo non fu tenuto in sufficiente considerazione o che è sopraggiunto nel corso degli anni successivi”. Di qui l’appello al ministero dei Beni culturali, alla soprintendenza e al parco archeologico di Morgantina da ArcheoClub, associazione Ecomuseo: I semi di Demetra di Aidone, il comitato cittadino di Aidone, l’associazione donne aidonesi ADA, l’associazione università del Tempo Libero di Aidone, l’associazione musicale “Vincenzo Bellini”, l’associazione Nois sede di Aidone, l’associazione “All’improvviso di Aidone”, Legambiente Circolo Piazzambiente: “Con questo appello sollecitiamo pertanto gli organi competenti affinché si avvii una discussione urgente a livello regionale e nazionale, quindi internazionale, per ridiscutere l’accordo con il Met”.

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Alberto Samonà, assessore regionale dei Beni culturali e dell’Identità siciliana

Un messaggio di speranza viene dall’assessore dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Alberto Samonà: “Il rapporto di collaborazione tra la Regione Siciliana e il Met ha subìto nel corso degli ultimi mesi un grande impulso grazie al governo Musumeci. Sono in corso ipotesi di collaborazione strutturata sulle quali continuiamo a lavorare e che potrebbero aiutarci a ridefinire i termini di una Convenzione che, per certi aspetti, risulta datata. Cercheremo di operare nella direzione di una possibile revisione dell’accordo che porti alla collocazione stabile e definitiva degli argenti di Morgantina nella sede museale naturale di Aidone, struttura che ne consente la necessaria contestualizzazione e interpretazione culturale”. Tutte richieste contenute nella nota inviata da Samonà al dirigente generale del Dipartimento dei Beni Culturali.

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Alessandra Mirabella, già presidente dell’Archeoclub di Aidone-Morgantina

La vera storia degli Argenti di Morgantina… “Gli argenti, noti come il “Tesoro di Morgantina”, costituiscono il più importante insieme conosciuto di oreficeria proveniente dalla Sicilia ellenistica”, ricorda Alessandra Mirabella che ha postato il video di denuncia nel 2014. “Trafugati nel 1980 dai tombaroli dal sito della città siculo-ellenistica, furono venduti a Robert Hecht, il maggiore ed impunito trafficante di antichità di tutti i tempi, il quale li cedette, nel periodo 1981-1984, al Metropolitan Museum di New York. Nel 1987 l’archeologo prof. Malcolm Bell III – da anni direttore degli scavi nel sito siciliano di Morgantina – avendo riconosciuto in quegli argenti l’oggetto dello spettacolare rinvenimento clandestino di cui si parlava ad Aidone qualche anno prima- ne informò le autorità italiane. La battaglia per la restituzione del tesoro di Morgantina, protrattasi per oltre vent’anni, si concluse solo nel 2006 quando Philippe de Montebello, direttore del Metropolitan, sottoscrivendo l’accordo con la Repubblica Italiana, si impegnò a restituire gli argenti, imponendo come contropartita la clausola del prestito periodico quarantennale. Sulla scorta di tale accordo, il tesoro dovrà essere “prestato” per quattro anni al Metropolitan e quindi rimpatriato. Dopo i successivi quattro anni, il ciclo prestito/rimpatrio riprenderà e continuerà per i prossimi quarant’anni. Di certo tali ripetuti viaggi non potranno non danneggiare i delicati manufatti; inoltre, la loro lunga assenza priverà il museo Archeologico di Aidone di preziosi reperti che studiosi e visitatori anelano di vedere ed ammirare. Per ovviare a tale situazione, si denuncia l’accordo siglato dal governo italiano dell’epoca per impedire che inizi il ciclo prestito/rimpatrio rimarcando che il Metropolitan Museum, acquisendo gli argenti da un trafficante, commise a sua volta il reato di ricettazione. Ed un reato – conclude Alessandra Mirabella – non può sottostare ad un accordo che abbia il crisma della legalità”.

Archeologia in lutto. È morta la grande egittologa Edda Bresciani, “l’ultimo dei giganti del Novecento”. Aveva 90 anni. Prima donna di ruolo in cattedra per l’Egittologia, accademica dei Lincei, ha diretto missioni ad Assuan, Tebe, Saqqara e nel Fayum. Autrice di molte pubblicazioni sull’Antico Egitto. L’ultimo suo contributo nel 2020: seguire un progetto editoriale sui siti del Medio Egitto

L’egittologa Edda Bresciani in missione nel sito di Medinet nell’oasi del Fayyum

“È morta. Abbiamo perso l’ultimo esponente di una generazione di giganti del Novecento”. Al telefono sento una voce rotta dalla commozione, non la nomina ma purtroppo non lasciano spazio all’immaginazione quelle poche parole: Edda Bresciani è morta. Tra i massimi esperti al mondo di Egittologia, archeologa, accademica dei Lincei, aveva 90 anni, compiuti da poco. A chiamarmi è Maurizio Zulian, conservatore onorario per l’Egitto della Fondazione Museo Civico di Rovereto, autore dell’Archivio Fotografico dei siti del Medio Egitto regolamentato da un protocollo siglato dal ministero delle Antichità della Repubblica araba d’Egitto. Edda Bresciani si è spenta il 29 novembre 2020 nella clinica Barbantini di Lucca, dove era ricoverata per una grave patologia. Era nata a Lucca il 23 settembre 1930, città dove è cresciuta e ha sempre vissuto. Prima laureata in Egittologia in Italia e prima donna di ruolo in cattedra per l’Egittologia, creata per lei nel 1968 dall’università di Pisa, di cui era poi diventata professore emerito, si era specializzata in archeologia e filologia, e nelle lingue antiche come ieratico e demotico, copto e aramaico, studiando a Parigi, a Copenaghen, al Cairo.

L’egittologa Edda Bresciani con Maurizio Zulian alla rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto del 2013 (foto Zulian)

Zulian l’aveva sentita al cellulare solo una decina di giorni fa. Un’abitudine che si era consolidata nell’ultimo anno e mezzo, da quando la professoressa aveva accettato – con l’entusiasmo di una giovane ricercatrice davanti a una potenziale scoperta archeologica – di seguire lo sviluppo di un progetto editoriale di Zulian (con la collaborazione di chi scrive) sui siti archeologici del Medio Egitto, che Zulian aveva avuto modo di visitare, fotografare e studiare negli ultimi trent’anni, anche se molti di essi sono chiusi al pubblico da anni, se non da sempre. Ed era proprio nel suo girovagare per l’Egitto che Maurizio Zulian aveva avuto modo di conoscere Edda Bresciani “al lavoro”, impegnata in prima linea nelle ricerche archeologiche. Per poi ritrovarla in tempi più recenti ospite speciale nella “sua” Rovereto alla Rassegna internazionale del Cinema archeologico. “Ho avuto l’onore di godere della stima e dell’amicizia della professoressa che non ha mai fatto pesare la sua straordinaria statura scientifica e cultura quando parlavo con lei di ricerche o scoperte, o le chiedevo dei chiarimenti su qualche problematica della civiltà dei faraoni”, ricorda commosso Zulian. “Anzi, ha sempre mostrato una disponibilità rara”.

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Edda Bresciani nel deserto egiziano


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L’egittologa Edda Bresciani a Medinet Madi

Dalla metà degli anni ’60 Bresciani ha diretto diverse campagne di scavo in Egitto: ad Assuan, Tebe, Saqqara e nel Fayum, con scoperte di grande rilievo scientifico. Ha anche coordinato alcuni progetti di cooperazione italo-egiziana nel sito di Saqqara, che ha posto l’università di Pisa tra i pionieri dell’applicazione delle tecnologie informatiche all’archeologia e alla conservazione dei monumenti antichi. Infatti proprio per conto dell’ateneo pisano ha diretto il progetto Issemm, finanziato dal ministero italiano per gli Affari esteri – Direzione generale per la cooperazione allo sviluppo, destinato a dare un supporto tecnico e scientifico per il monitoraggio e la gestione dei siti archeologici egiziani, in collaborazione con il Consiglio Supremo delle Antichità egiziano. Grazie all’Issemm sono stati realizzati il Parco archeologico e il Visitor Centre di Medinet Madi nel Fayum in Egitto, inaugurato l’8 maggio 2011 (vedi Medinet Madi, nel cuore dell’Egitto un parco archeologico unico, tutto da visitare | archeologiavocidalpassato). Nel 1965 l’egittologa lucchese ha preso parte alle operazioni di salvataggio dei monumenti della Nubia (le missioni erano dirette da Sergio Donadoni, di cui sarebbe diventata l’allieva prediletta) prima che venissero sommersi con la creazione della diga di Assuan. Lei aveva approfondito l’architettura proto cristiana, e per l’Unesco aveva studiato le iscrizioni demotiche. Dal 1966 è stata alla direzione degli scavi del Fayum, per conto dell’università Statale di Milano, per poi passare negli anni Settanta del Novecento a dirigere gli scavi ad Assuan (dove portò alla luce il tempio di Iside).

Letteratura e poesia nell’Antico Egitto di Edda Bresciani, edito da Einaudi
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La consegna del “Campano d’Oro” a Edda Bresciani

Fondatrice della rivista “Egitto e Vicino Oriente” nel 1978, fu autrice di numerose pubblicazioni sull’Antico Egitto: da “L’Antico Egitto di Ippolito Rosellini nelle tavole dai monumenti dell’Egitto e della Nubia” (De Agostini, 1993) a “Grande Enciclopedia illustrata dell’Antico Egitto (a cura di E. Bresciani) (De Agostini, 1998, 2005, 2020); da “Letteratura e poesia dell’antico Egitto. Cultura e società attraverso i testi” (Einaudi Tascabili, 2007) a “La porta dei sogni. Interpreti e sognatori nell’Egitto antico” (Einaudi Saggi, 2005), vincitore del Premio nazionale letterario Pisa per la Saggistica. Ad esprimere lutto per la sua morte tra gli altri Maria e Francesca Fazzi della casa editrice lucchese Pacini Fazzi: “Con tanto affetto ricordiamo l’amica Edda Bresciani, grande egittologa, grande studiosa, ma soprattutto amante della vita in tutte le sue espressioni: dall’arte alla cucina. Mancherà la sua ironia intelligente, la sua grande curiosità indagatrice e mai scontata”. E il sindaco di Lucca, Alessandro Tambellini: “Lucca perde una grande studiosa, una delle sue donne più conosciute in ambito internazionale. Edda Bresciani, già ordinaria di Egittologia nell’università di Pisa, è stata archeologa, storica, filologa, e in particolare specialista dell’Egitto di epoca achemenide e dello studio del demotico. Con le sue competenze, con la sua profonda passione ha trasmesso l’amore per la conoscenza in tante generazioni di studenti e, grazie ai suoi testi, ha divulgato la storia dell’antico Egitto, della sua letteratura e società, fra tanti italiani. La ricordo con affetto e stima. Nell’aprile del 2019 le consegnammo la medaglia della città di Lucca: fu una cerimonia molto partecipata da amici ed estimatori che confermò la sua spontanea sobrietà, la sua natura di donna schiva ed acuta”. Nel 1996 era stata insignita della medaglia d’oro del presidente della Repubblica per la scienza e la cultura. Nell’aprile 2004 aveva ricevuto il prestigioso premio “Firenze-Donna“, mentre nel settembre 2014 a Pisa le era stato assegnato il premio “Campano d’Oro”, istituito come riconoscimento in onore di ex allievi dell’Ateneo pisano particolarmente distintisi nella cultura, nella scienza e nelle professioni (vedi A Edda Bresciani, egittologa di fama mondiale e professore emerito dell’università di Pisa, il premio “Campano d’Oro” riservato ai migliori ex allievi dell’ateneo pisano | archeologiavocidalpassato).

Il progetto editoriale “Nella terra di Pakhet” con prefazione di Edda Bresciani, in attesa di pubblicazione

Nonostante l’età, Edda Bresciani era molto attiva. Esattamente un anno fa – raccontano le cronache – aveva tenuto anche la prolusione inaugurale all’apertura dell’anno accademico dell’Accademia lucchese di scienze, lettere e arti, di cui era socia, parlando dell’antico Egitto e della sua esperienza di una vita tra scavi e ricerca scientifica. Era socia del Soroptimist di Lucca. E così arriviamo al progetto editoriale sui siti del Medio Egitto, sicuramente uno degli ultimi cui si è dedicata la professoressa Bresciani. E la ricordiamo come professoressa, prima ancora che grande egittologa, perché è proprio in questa veste che abbiamo avuto modo di conoscerla e apprezzarla. Prima solo qualche consiglio, piccoli suggerimenti. Poi la decisione di voler seguire passo passo la nascita di questo studio, leggendo ogni scheda, ogni racconto di viaggio, esaminando ogni fotografia (ingrandendo le immagini di Zulian è riuscita anche a decifrare alcune iscrizioni in demotico presenti in sepolture del periodo tardo, restituendo per la prima volta il nome dei titolari – anzi delle titolari – delle tombe). “E quando prendeva in esame i testi lasciava da parte tutta la bonomia, la simpatia e l’ironia che la contraddistinguevano, e assumeva il ruolo della professoressa”, ricorda Zulian con grande rispetto. “Per lei era come essere tornata in cattedra per seguire dei giovani allievi nella stesura della tesi. Una volta me lo ha anche detto: mi avete fatto tornare l’entusiasmo di un tempo”. Senza risparmiarci i “doppi segni blu e rosso”. Ma alla fine il regalo: non solo le è piaciuto il titolo del libro “Nella terra di Pakhet. Carnet de voyage nelle province centrali dell’Alto Egitto Appunti di trent’anni di viaggi” di Maurizio Zulian con la collaborazione di Graziano Tavan. Ma ha anche accettato di farci la prefazione. “E non vedeva l’ora di poter tenere in mano quello che lei definiva amabilmente il nostro librone”, chiude Zulian. Purtroppo l’emergenza da coronavirus ha bloccato tutto il progetto. “Se mai vedrà la luce, glielo porteremo, perché la possa accompagnare nel suo viaggio nell’Aldilà o nei Campi Iaru”.

“Reopening Colosseum. Il Colosseo in quarantena”: evento clou della Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto. I protagonisti hanno spiegato quei tre mesi vissuti nel silenzio a curare il gigante fragile, e come è nato il progetto di narrare questa avventura unica. Poi le immagini hanno rapito il pubblico

Frame del film “Reopening Colosseum” di Luca Lancise e Davide Morabito, in anteprima nazionale alla rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto

 

Il manifesto della 31.ma rassegna internazionale del cinema archeologico intitolata “L’Italia racconta”

Cinquanta minuti con gli occhi incollati al grande schermo, rapiti dalle immagini mozzafiato su uno dei monumenti più visitati al mondo, il Colosseo, coinvolti nelle storie e nelle problematiche degli “abitanti” dell’anfiteatro Flavio, archeologi, restauratori, operai, custodi e personale di servizio, che non lo hanno mai abbandonato neppure nel momento più difficile e nuovo della sua millenaria storia, il lockdown, quando da un giorno all’altro le quotidiane migliaia di visitatori affascinati dalle antiche pietre hanno lasciato il posto al silenzio, alla solitudine di quegli ambienti mai vissuta prima. Ecco questo e molto altro hanno vissuto i partecipanti all’evento di sabato 3 ottobre 2020 al teatro Zandonai di Rovereto, la presentazione in anteprima nazionale in presenza del film “Reopening Colosseum. Il Colosseo in quarantena” di Luca Lancise e Davide Morabito, momento clou della 31.ma Rassegna internazionale del Cinema Archeologico – Edizione speciale 2020 “L’Italia si racconta”. E a “raccontare” questi mesi unici, vissuti all’interno del Colosseo chiuso per emergenza coronavirus, sono stati gli stessi protagonisti, intervistati sul palco del teatro Zandonai da Barbara Maurina, conservatore archeologo della Fondazione Museo Civico di Rovereto.

Ha iniziato Federica Rinaldi, archeologa del Parco archeologico del Colosseo, nominata responsabile del Colosseo il 3 febbraio 2020, proprio un mese prima che scattasse il lockdown, che quindi ha vissuto in prima persona.  “Di certo non potevo pensare che di lì a un mese il monumento tra i più famosi al mondo avrebbe chiuso i cancelli per un periodo così lungo, ben 84 giorni. Il primo periodo ero travolta dalla novità della cosa e dalle migliaia e migliaia di turisti che ogni giorno affollano il Colosseo. Poi improvvisamente è calato il silenzio. All’inizio del lockdown siamo rimasti a casa, in smartworking. Ma il pensiero era sempre rivolto a questo “gigante fragile”, come viene definito nel film, e non lo abbiamo mai abbandonato. Ho avuto l’autorizzazione a potermi recare a lavorare al monumento durante la settimana, per non lasciare solo né lui né il personale di custodia che ovviamente non è mai mancato durante questi 84 giorni, e poter monitorarlo e osservarlo insieme agli operai della manutenzione. È stata sì una vicenda grossa, emotivamente molto coinvolgente, però posso dire che fin da subito è diventata un’opportunità perché questo silenzio, come si dice anche nel film, mi ha permesso di ascoltare quello che il Colosseo voleva dire a me e immagino anche ai miei colleghi. Sapevamo tutti che questa esperienza avrebbe cambiato completamente il modo di fruire lui, come tutti i musei, ma lui in particolar modo per la sua stessa storia, la sua stessa conformazione. E quindi da subito abbiamo pensato che pur essendo prioritaria la sicurezza bisognava anche garantire forse un nuovo racconto di questo monumento che in questi 84 giorni ci ha insegnato tantissimo. Nel film viene usata la parola “umiltà” perché con umiltà ci siamo posti davanti a lui, con umiltà abbiamo cercato di conoscerlo ancora di più di quello già pensavamo di conoscerlo, e con umiltà ci siamo posti di fronte a questa nuova avventura che è quella della riapertura che stiamo portando avanti con un nuovo tipo di pubblico che lo sta frequentando, lo sta conoscendo, e che credo lo sta amando di più. Quindi è stata una sfida ma una sfida che ha dato a me l’opportunità di fare un lavoro forse anche più meditato, un lavoro che ho condotto in questi tre mesi di chiusura pensando che l’obiettivo era la riapertura. Ovviamente non ero da sola, ma siamo un gruppo di colleghi, funzionari, particolarmente appassionati, guidati dal nostro direttore Alfonsina Russo. E tutti insieme: perché il Colosseo e il parco archeologico del Colosseo riaprissero e potessero aprirsi anche a una nuova dimensione di visita”.

È poi intervenuta Elisa Cella, archeologa del parco archeologico del Colosseo. “In questi mesi il Colosseo ci ha detto molto e ha parlato una lingua diversa. Il silenzio ha consentito a noi di ascoltare la voce del Colosseo in una maniera del tutto nuova. Abbiamo potuto soffermarci su quello che è conservato e nascosto sulle sue pareti. Abbiamo cominciato a leggere i segni lasciati anche in età moderna e contemporanea proprio con l’intento di restituirli al pubblico sia nell’immediato che ovviamente una volta riaperto il monumento. Perché non abbiamo mai dubitato che non si potesse arrivare alla riapertura, e arrivarci arricchiti, insieme. Siamo stati fortunati perché nel nostro gruppo di lavoro la malattia non è entrata. In qualche modo lavorare all’interno del Colosseo ci consentiva di ascoltare i suoni delle sirene delle ambulanze da lontano e di poterci concentrare sul lavoro. Un lavoro che ha visto la lettura stratigrafica del monumento andare avanti, arricchirsi, e nello stesso tempo pensare a come restituirlo al pubblico. Oggi se stiamo proponendo il sabato sera un percorso per negromanti e pastori, e che parla di un’eredità più dimenticata del Colosseo, proprio quella che degli anni è considerata dell’abbandono, è grazie a questa esperienza. È grazie a questo momento che ci siamo resi conto che siamo in un luogo in cui il presente diventa storia. E questo in qualche modo ci dicono quelle pareti in cui sono incisi i nomi dei primi visitatori. Un gesto che oggi è in realtà un danneggiamento al patrimonio, un reato, ma che in passato era un segno di estrema vicinanza con questi luoghi. Forse però quello che ci ha detto il Colosseo in quel momento in cui abbiamo avuto la fortuna di poter tornare a lavorare è stato quello di avere fiducia, e una lezione sulla storia: il fatto che comunque questo tempo sarebbe passato, che ci sarebbe stato un cambiamento che mai avremmo potuto vederlo, e che noi avevamo il dovere di trasmettere questa fiducia all’esterno. Perché noi, come tanti, abbiamo continuato a lavorare e prenderci cura di qualcosa di importantissimo, un simbolo. Quello che abbiamo cercato di fare anche durante quei momenti era, attraverso i nostri canali di comunicazione, i nostri social, trasmettere questa fiducia all’esterno, trasmettere la menzione di un tempo che passa anche nei peggiori dei momenti a più persone possibili”.

Barbara Nazzaro, architetto, direttore tecnico del Colosseo, ha invece illustrato le problematiche affrontate durante la quarantena. “All’inizio è stato veramente scioccante, e poi l’abbiamo presa come l’occasione per fare tutte quelle piccole cure di manutenzione che non riusciamo a fare perché la gente vuole vedere il Colosseo. È stata veramente una grandissima occasione per lavorare in maniera approfondita”.  

L’ultima parola, prima della proiezione, è andata a Davide Morabito, regista, che con Luca Lancise ha realizzato appunto il film “Reopening Colosseum. Il Colosseo in quarantena”. A lui il compito di spiegare come è nato questo progetto, che cosa ha fatto scattare l’interesse per il Colosseo, luogo archeologico per eccellenza, luogo della romanità per eccellenza. E cosa ha comportato fare le riprese in un’area archeologica così importante ma anche così delicata. “All’inizio, quando tutta l’Italia era sospesa, e c’era questo silenzio agghiacciante nelle strade, con Luca, col quale per mestiere raccontiamo delle storie, ci siamo detti: cerchiamo di raccontare qualcosa di quello che sta succedendo. Lui aveva già lavorato in un documentario sul Colosseo, e durante questa ricerca abbiamo riflettuto sul cosa c’era da capire su questo grande gigante in pietra, cosa stava succedendo in questa icona conosciuta in tutto il mondo. Un valore essenziale e la spinta è stata un po’ l’esperienza umana che abbiamo vissuto. Tutti noi abbiamo scoperto qualcosa, anche nelle nostre case, durante quel lockdown. Noi avevamo davanti delle persone che ci trattavano comunque con molta amicizia, e che – anche loro – si sono innamorate di questo progetto, di questo pezzo di storia che volevamo raccontare. E ci hanno accolto. Abbiamo visto come loro effettivamente si prendevano cura in un momento così di precarietà morale. È stato molto bello umanamente, e questo ci ha portato avanti inizialmente con poche sicurezze, un po’ come era la situazione di tutti, e poi man mano abbiamo continuato a seguire loro e abbiamo capito che raccontare la riapertura sarebbe stata un’esperienza emozionante e viverla insieme a loro”.

E finalmente la proiezione del film “Reopening Colosseum. Il Colosseo in Quarantena” di Luca Lancise e Davide Morabito (Italia, 2020, 51′). Produzione: DMPA e LANCILUC srls, in collaborazione con il Parco archeologico del Colosseo. Direttore del Parco archeologico del Colosseo: Alfonsina Russo. Consulenza scientifica: Federica Rinaldi ed Elisa Cella (Parco archeologico del Colosseo). Il documentario non solo ha seguito le giornate delle tre protagoniste intervenute a Rovereto, ma anche di altri personaggi: dal direttore Alfonsina Russo che considera il Colosseo come un figlio, al custode Salvatore di Maria che avrà l’onore di riaprire i cancelli del Colosseo proprio alla vigilia della pensione dopo quarant’anni di servizio; dalla restauratrice Angelica Puija che pulisce quasi accarezza le antiche pietre dalle ferite di visitatori maleducati, all’operaio capo della manutenzione Geovanni Zamora de la Cruz che conosce come i palmi delle sue mani orgoglioso di lavorare in una delle sette meraviglie del mondo. E poi ci si lascia rapire dalle immagini emozionanti dal drone a volo di uccello sfiora le antiche pietre, si alza in alto fin sopra le volte, spazia lo sguardo sui fori, l’Arco di Costantino, il colle Palatino, e poi in picchiata si butta fin dentro l’arena. Tensione, emozione, aspettative. Fino all’atteso giorno della riapertura: il 1° giugno 2020. Ad accogliere, tra gli applausi i primi visitatori ci sono tutti, dal direttore al custode, come una grande famiglia che apre le porte ai graditi ospiti.

31.ma Rassegna internazionale del Cinema di Rovereto 2020: assegnati i premi e le menzioni. Il premio “Città di Rovereto” del pubblico assegnato ex aequo a “La scuola di Atene. L’archeologia italiana nell’Egeo”, di Eugenio Farioli Vecchioli, e “Fabrizio Mori. Un ricordo del regista” di Lucio Rosa

“La scuola di Atene. L’archeologia italiana nell’Egeo” di Eugenio Farioli Vecchioli, e “Fabrizio Mori. Un ricordo del regista” di Lucio Rosa hanno conquistato ex aequo i favori del pubblico della 31.ma Rassegna internazionale del Cinema archeologico 2020 di Rovereto. Alla fine il coraggio della Fondazione Museo Civico di Rovereto: la rassegna edizione speciale “L’Italia si racconta” si è fatta, e soprattutto si è fatta in presenza. Con una buona risposta del pubblico, tenuto conto anche del maltempo che ha caratterizzato i giorni della rassegna 2020, organizzata dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto con il sostegno del Comune di Rovereto e con il patrocinio della Comunità della Vallagarina, della Provincia autonoma di Trento, della Regione Trentino Alto Adige, del Ministero ai Beni e alle Attività culturali e del Ministero degli Esteri. E il pubblico ha dato il suo responso, come annunciato domenica 4 ottobre 2020, al teatro Zandonai, e non nel giardino del teatro (inagibile per pioggia), dal presidente della fondazione, Giovanni Laezza, in apertura della cerimonia di premiazione. Il premio CITTÀ DI ROVERETO è stato attribuito dal pubblico a pari merito a due film che raccontano, sia pure con modalità diverse, i protagonisti italiani della ricerca storica e archeologica, “La scuola di Atene. L’archeologia italiana nell’Egeo”, di Eugenio Farioli Vecchioli, Agostino Pozzi e Stefano Stefanelli, RAI CULTURA, e “Fabrizio Mori. Un ricordo del regista” di Lucio Rosa, Studio FIlm Tv. La Menzione speciale “CinemAMoRe – SEZIONE FILM IN LINGUA ORIGINALE” assegnata al film “Postcards from India. A busker’s adventure” di Tommaso Dolcetta Capuzzo. La Menzione speciale ARCHEOBLOGGER al film “Italia: viaggio nella bellezza. Nella terra dei faraoni. L’avventura dell’egittologia italiana” di  Eugenio Farioli Vecchioli – RAI CULTURA. La Menzione speciale Nuvolette al film “The Fourfold (il quadruplice)” di Alisi Telengut. “È una Rassegna che abbiamo caparbiamente voluto in presenza, nonostante le grosse difficoltà organizzative e la consapevolezza della diffusa preoccupazione del pubblico a frequentare luoghi chiusi come cinema e teatri”, ha dichiarato Laezza. “Ma pur avendo offerto per la prima volta anche i film in streaming online, siamo convinti che un festival resta tale solo se permette di incontrare protagonisti, di scambiare opinioni. E grazie allo staff dell’istituzione che presiedo e al Comune di Rovereto che ha messo a disposizione il teatro Zandonai, tutto ciò è stato possibile anche quest’anno”.

 

Frame del film “Italia: viaggio nella bellezza. La scuola di Atene. L’archeologia italiana nell’Egeo” di Eugenio Farioli Vecchioli, Agostino Pozzi e Stefano Stefanelli

Premio CITTÀ DI ROVERETO: “Italia: viaggio nella bellezza. La scuola di Atene. L’archeologia italiana nell’Egeo” di Eugenio Farioli Vecchioli, Agostino Pozzi e Stefano Stefanelli, RAI CULTURA ((Italia, 2019, 59’). Il film è dedicato alla celebre Scuola Archeologica Italiana di Atene (SAIA), in occasione del 110° anniversario dalla sua nascita. Un viaggio nell’archeologia italiana in Grecia, con la storia degli scavi e le meravigliose scoperte sulle isole di Creta e di Lemno: i siti minoici di Festòs e Hagia Triada, la città di Gortyna a Creta, e Poliochni a Lemno, definita la città più antica d’Europa. 

Il paletnologo Fabrizio Mori nel film di Lucio Rosa “Fabrizio Mori. Un ricordo” (foto Lucio Rosa)

Premio CITTÀ DI ROVERETO: “Fabrizio Mori. Un Ricordo” di Lucio Rosa. Una produzione Studio Film Tv (Italia, 2020, 20’). Rosa riesce a tratteggiare non solo la figura del paletnologo di fama internazionale, uno dei più grandi studiosi delle antiche civiltà del Sahara, ma anche la grande umanità e sensibilità dell’uomo. E lo fa con un protagonista d’eccezione: lo stesso Fabrizio Mori, che Rosa aveva intervistato in occasione del film “Il segno sulla pietra. Il Sahara sconosciuto degli uomini senza nome” (Italia, 2006, 50’), film che lo stesso Mori aveva apprezzato moltissimo (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2020/10/04/gran-finale-alla-31-rassegna-internazionale-del-cinema-archeologico-di-rovereto-chiude-le-proiezioni-il-film-di-lucio-rosa-fabrizio-mori-un-ricordo-dove-il-regista-veneziano/).

Frame del film “Postcards from India. A busker’s adventure” di Tommaso Dolcetta Capuzzo

Menzione speciale CinemAMoRe. Per la Menzione speciale “CinemAMoRe – SEZIONE FILM IN LINGUA ORIGINALE”: Istituito dal coordinamento di Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico, Trento Festival e Religion Today Film Festival, la giuria composta da Miro Forti (TFF), Kosovare Krasniqi (RTFF) e Claudia Beretta (RICA) ha deciso all’unanimità di assegnare la menzione al film: “Postcards from India. A busker’s adventure”, di Tommaso Dolcetta Capuzzo (Italia/India, 2019, 68’). Motivazione: “Postcards from India” è Il film che meglio integra lo spirito dei tre festival rappresentati dalla Giuria. Una storia originale, appassionante e ben narrata: il tema principale è la musica, calata nei contesti popolari e quotidiani, strumento di comunicazione e solidarietà. La personalità vulcanica e la vicenda particolare e avventurosa del busker Filippo Masé, grazie alla regia attuale e dinamica di Tommaso Dolcetta Capuzzo, coinvolge lo spettatore in contesti di integrazione culturale, di tradizioni e modernità, attraversando la storia, la società e le affascinanti contraddizioni dell’India di oggi. Segnalazione della giuria di “CinemAMoRe” al film: “In their hands. Reshaping pottery of the European Bronze Age” di Marcello Peres, Nicola Tagliabue, Thomas Claus, Csaba Balogh, Vladan Caricic Tzar  (Spagna/Germania/Ungheria/Serbia, 2019, 32’). Motivazione: “Un riuscito tentativo di attualizzare il passato, in questo caso la storia della ceramica dell’Età del Bronzo europea, attraverso le “mani” e le competenze degli artigiani di oggi. A più mani anche la regia, con episodi che si integrano e si intrecciano perfettamente mantenendo equilibrio, ritmo e unità narrativa. L’assenza di un testo parlato favorisce l’immediatezza del linguaggio visuale”.

Il direttore del museo Egizio di Torino Christian Greco nel film “Italia: viaggio nella bellezza Nella terra dei faraoni. L’avventura dell’egittologia italiana” di  Eugenio Farioli Vecchioli

Menzione speciale ARCHEOBLOGGER. Per la Menzione speciale ARCHEOBLOGGER sui film a carattere archeologico in programma, la giuria composta da Antonia Falcone, Domenica Pate, Giovina Caldarola, Astrid D’Eredità, Alessandro Tagliapietra, Giovanna Baldassarre, Marina Lo Blundo, Marta Coccoluto, Mattia Mancini, Michele Stefanile ha attribuito il premio al film: “Italia: viaggio nella bellezza Nella terra dei faraoni. L’avventura dell’egittologia italiana” di  Eugenio Farioli Vecchioli – RAI CULTURA (Italia, 2019, 58’). Motivazione: “L’Egitto non smette di stupire, anche al cinema! “Le cose sono impossibili finché qualcuno non le ha fatte”, dice ad un certo punto uno dei protagonisti del film. E potrebbe essere proprio questo il sottotitolo della nostra menzione. Perché “Italia: viaggio nella bellezza. Nella terra dei faraoni” si distingue per essere non il solito documentario sull’Egitto, argomento sempre molto gettonato, ma un sorprendente e interessante viaggio a ritroso nel tempo alla scoperta delle tappe cruciali che hanno reso l’egittologia italiana quella che è oggi. Un film faraonico, ma senza sensazionalismi: nonostante tutto sia straordinario – papiri srotolati “in diretta”, obelischi romani che riprendono vita e il direttore del museo Egizio di Torino Christian Greco in gran forma tra i ricordi del suo primo viaggio e la passeggiata tra le sale di uno dei musei più visitati in Italia – è un documentario privo dell’esaltazione “egittomaniacale” raccontando invece in modo compiuto la storia della ricerca italiana nelle terre del Nilo. Un prodotto ben strutturato, a più voci, con diversi registri narrativi che sfiora un’ora di girato senza stancare: ha l’incredibile merito di raccontare vicende e personaggi magari già noti agli addetti ai lavori, senza però mai innescare noia da ripetizioni. Da sottolineare la consapevolezza delle origini “colonialiste” (in senso lato) della disciplina che pone una questione centrale: quanto in termini di cultura materiale è stato tolto all’Egitto e quanto invece è stato restituito in termini di scienza e conoscenza? E poi lasciatecelo dire: finalmente tante donne!”.

Frame del film “The Fourfold (il quadruplice)” di Alisi Telengut

Menzione NUVOLETTE. Per la menzione speciale Nuvolette, assegnata dagli organizzatori e dagli artisti del Festival Nuvolette dedicato all’illustrazione, al racconto per immagini e al fumetto (Rovereto, 1-4 ottobre 2020) a cura di Impact Hub Trentino, la giuria composta da Daniele Pampanelli, Francesco Biagini, Chiara Galletti, Dalia Macii, al film: “The Fourfold (il quadruplice)” di Alisi Telengut (Canada, 2020, 7’). Motivazione: “Per il linguaggio visivo astratto che esprime perfettamente l’argomento a tema mitologico spirituale. Per l’armonico connubio tra visivo e sonoro, la voce narrante che ricorda la “Grande Madre” che accompagna in maniera perfetta le immagini e contribuisce a creare un effetto molto suggestivo e coerente con il mito. Per l’originalità con cui sono stati interpretati gli elementi naturali, la coerenza visiva e la fluidità dei movimenti nei cambi scena”. Segnalazione speciale della  giuria al film: “Back To Nature (Ritorno alla Natura)” di João Pombeiro (Portogallo, 2017, 8’). Motivazione: “Per l’ottimo impatto visivo  della narrazione che si avvale di uno stile “psichedelico” retrò grazie all’utilizzo della tecnica del collage, animazione con effetto caleidoscopio e colorazione acida dei frame. Per la “precisione” della scelta nei frame che comunicano con forza la bellezza variegata del mondo in cui viviamo e i pericoli a cui questo è esposto. Per la perfetta sincronia tra immagini e musica, molto ricercata e originale”.

Gran finale alla 31. Rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto: chiude le proiezioni il film di Lucio Rosa “Fabrizio Mori. Un ricordo” dove il regista veneziano – nel decennale della morte – tratteggia non solo la figura del paletnologo di fama internazionale, uno dei più grandi studiosi delle antiche civiltà del Sahara, ma anche la grande umanità e sensibilità dell’uomo

Il famoso paletnologo Fabrizio Mori nel film di Lucio Rosa “Fabrizio Mori. Un ricordo” (foto Lucio Rosa)

Il manifesto della 31.ma rassegna internazionale del cinema archeologico intitolata “L’Italia racconta”

Fabrizio Mori: nato a Cascina il 4 dicembre 1925, morto a Trequanda nel 2010, etnografo e archeologo italiano, noto per i suoi studi sull’arte rupestre del Sahara. “Non c’è molto su questo grande ricercatore italiano. Non mi sembra che alla sua morte sia stato ricordato come si deve”, sottolinea il regista veneziano Lucio Rosa. “Eppure è stato un gigante. Meritava un ricordo degno della sua figura”. Così, nel decennale della sua morte, Lucio Rosa ha deciso di rendergli omaggio alla sua maniera: con un film. Ecco quindi “Fabrizio Mori. Un ricordo” (Italia, 20’, 2020) che domenica 4 ottobre 2020 al teatro Zandonai nel tardo pomeriggio chiuderà le proiezioni in concorso alla 31.ma Rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto – L’Italia si racconta. Rosa, che ha l’Africa nel cuore, e la Libia è stata un suo “domicilio” per anni, riesce a tratteggiare non solo la figura del paletnologo di fama internazionale, uno dei più grandi studiosi delle antiche civiltà del Sahara, ma anche la grande umanità e sensibilità dell’uomo. E lo fa con un protagonista d’eccezione: lo stesso Fabrizio Mori, che Rosa aveva intervistato in occasione del film “Il segno sulla pietra. Il Sahara sconosciuto degli uomini senza nome” (Italia, 2006, 50’), film che lo stesso Mori aveva apprezzato moltissimo.

Il regista Lucio Rosa durante le riprese in Libia

Fabrizio Mori impegnato nei rilievi fotografici nell’Acacus (foto archivio Mori)

“Ho conosciuto Fabrizio Mori a casa sua a Trequanda, nelle campagne senesi”, ricorda Rosa. “Tra me e il professore era nato un feeling particolare…come da vecchi amici. Un grande studioso delle antiche civiltà del Sahara, ma anche uomo dalla grande umanità. Basta ricordare che aveva trasformato la sua dimora in una “casa” per ragazzi con famiglie “difficili”. È il Centro Lorenzo Mori, intitolato al figlio Lorenzo, morto tragicamente giovanissimo, sepolto in una buca che stava scavando in spiaggia e che si è chiusa sopra di lui, inghiottendolo”. E continua: “Aveva creduto sin da principio in me. Appena conosciuti mi ha dato il film da lui girato all’inizio delle sue ricerche, film in unico originale 16mm, ‘se lo porti via, lo faccia duplicare in elettronica,  me lo riporterà la prossima volta che verrà a trovarmi…’, mi disse. Dopo un settimana tornai da lui per restituirgli il suo prezioso documento, di cui io usai alcuni brani sia nel mio film che Il segno sulla pietra, che stavolta nel film per il ricordo“.

Fabrizio Mori con le guide Tuareg (foto archivio Mori)

I vasti panorami dell’Acacus in Libia (foto Lucio Rosa)

Nel Tadrart Acacus, in Libia Fabrizio Mori ha scoperto centinaia di pitture preistoriche (foto Lucio Rosa)

I vasti orizzonti del Tadrart Acacus, in Libia, chiusi da profili rocciosi dove si aprono anfratti o si distendono pareti dove l’uomo preistorico ritrasse il mondo che lo circondava, aprono il film. È questo il mondo di stupefacente bellezza che si presenta allo studioso toscano che qui arriva nel 1955 e fa la grande scoperta dell’arte rupestre: centinaia di pitture preistoriche che istoriano i ripari sotto roccia. Attraverso lo studio delle pitture, avanza ipotesi, molte delle quali valide ancora oggi, di scansione cronologica delle opere, il cui inizio il paletnologo lo colloca a 9000 anni dal presente. Mori è consapevole della valenza della scoperta, ma nelle sue parole non c’è nulla di tutto questo. Tutti i suoi pensieri sono per “tutti coloro che mi sono stati a fianco in questo lungo tempo, a cominciare dalle prime guide Tuareg, alla gente di Ghat, alla gente di Auenath, alla popolazione del Tadrart Acacus, che dopo un periodo di incertezza si è aperta completamente, piena i stima e fiducia reciproca. E poi la mia gratitudine va agli studiosi italiani che mi hanno accompagnato, ai pittori che mi hanno accompagnato, per le riproduzioni delle pitture…Tutte persone alle quali io debbo tutto. Io da solo non avrei potuto fare niente”.

La mummia di bambino scoperta nell’Acacus nel 1958 da Fabrizio Mori (foto archivio Mori)

La mummia di bambino scoperta da Mori è conservata nel museo di Tripoli (foto Lucio Rosa)

È il 1958 quando il professor Mori accompagnato dalle fedeli guide Tuareg raggiunge il riparo di Uan Muhuggiag nell’uadi Teshuìnath e fa il ritrovamento della piccola mummia. “Sono stati momenti particolari, in tutti questi anni, come per esempio quel momento emozionante, importante anche un po’ così  impressionante, il ritrovamento  di quello che poi abbiamo capito essere una piccola mummia di bambino, perché lì per lì, noi abbiamo visto soltanto un involucro di pelle animale, era pelle di gazzella, che circondava qualcosa, era un qualcosa di sferico che noi non sapevamo cosa fosse”. Le sue parole, dolci, sembrano più quelle di un nonno affettuoso che di un ricercatore rigoroso. “L’abbiamo rivoltata piano piano, lentamente, e abbiamo incominciato a vedere il profilo di un piccolo bambino, con i suoi dentini, con le sue labbra, con il suo nasino disseccato, con i suoi occhi chiusi. Questo bambino era stato eviscerato, era stato riempito di erba secca per consentire il disseccamento più veloce e più perfetto e poi era stato ripiegato in maniera anormale, perché aveva le gambe sotto il ventre, quasi dentro il ventre. E poi aveva un segno di grandissimo affetto. Questo bambino aveva una collanina di anellini fatti con le uova di struzzo. E c’è venuto subito il dubbio, che facciamo? Lo dobbiamo portar via dal luogo in cui è stato così amorevolmente sepolto? Perché l’amore traspare da ogni cosa in questo bambino…forse era il figlio di qualcuno di importante…certamente era figlio di genitori che lo amavano molto”. Il corpo di questo bambino di tipo negroide venne datato al radiocarbonio a circa 5500 anni dal presente. Si tratta della più antica mummia intenzionale mai trovata in Africa di circa 1000 anni più antica delle prime mummie egiziane. Il museo di Tripoli conserva questo reperto che tanto aveva emozionato il giovane Mori.

Un esemplare di Bubalus Antiquus graffito sulle pareti rocciose dell’Acacus (archivio Mori)

Un aspetto culturale importante è l’addomesticamento che dà spunto allo studioso di fare una riflessione. “L’uomo incomincia a capire, a capire in millenni non in due giorni, in una storia durata millenni”, continua ancora Mori, “comincia a capire la possibilità di addomesticare, coltivare le piante, addomesticare gli animali, e quindi un modo di vita completamente diverso. Che poi naturalmente continua su quel sentiero fino al giorno d’oggi. Perché noi non dobbiamo dimenticare che noi viviamo ancora nel neolitico, non lo dobbiamo dimenticare. Invece lo si dimentica. E facendo di questa cultura un po’ ambigua che ci domina una torre di Babele, anche un po’ più apparente che sostanziale, ecco dimentica tutto quello che è stato il nostro passato, che potrebbe viceversa aiutarci moltissimo nel correggere i nostri errori. Perché tutto quello che è stato fatto dai primi passi di questi più antichi predecessori che risalgono a milioni di anni fino ad oggi, è cultura. Cultura e natura sono state i due fattori fondamentali della storia dell’evoluzione dell’uomo. E la cultura ha una parte di grandissimo rilievo, che poi è diventato sempre più importante con il passare dei millenni. Però”, conclude, “come la cultura ha concesso all’uomo di arrivare a tappe apparentemente di grandissima importanza, ecco la cultura potrebbe essere anche di grande peso nel correggere gli errori nei quali ci dibattiamo affannosamente e penosamente”.

In anteprima nazionale alla Rassegna internazionale del cinema archeologico il film “Reopening Colosseum. Il Colosseo in quarantena” evento clou della seconda giornata “L’Italia si racconta”

Frame del film “Reopening Colosseum” di Luca Lancise e Davide Morabito, in anteprima nazionale alla rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto

Sarà l’evento clou di sabato 3 ottobre 2020, seconda giornata della Rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto – L’Italia si racconta: alle 18.30 al teatro Zandonai anteprima nazionale del film “Reopening Colosseum. Il Colosseo in quarantena” (Italia, 2020, 51’)  con la presenza in sala dei registi Luca Lancise e Davide Morabito e dei responsabili del Parco del Colosseo Federica Rinaldi e Elisa Cella. Nei grandi spazi del Colosseo, inaccessibile per l’emergenza Covid-19, una piccola grande famiglia di uomini e donne continua a prendersi cura di un gigante fragile, che per loro è una seconda casa. Insieme affrontano la sfida più difficile, costruire un nuovo modo di visitare uno dei monumenti più celebri al mondo, per riaprirlo al pubblico e garantire il suo futuro. Il 50% del traffico di turisti su Roma, ruota intorno al Colosseo, il monumento più visitato d’Italia, capace di generare un indotto locale e nazionale di miliardi di euro e di migliaia di posti di lavoro. Anche se durante il lockdown  il Colosseo sembrava  respirare e riposare, d’altro canto per sopravvivere ha bisogno delle entrate generate dalla vendita dei biglietti, necessaria a mantenerlo e preservarlo. Il team del Colosseo si è trovato così, di fronte alla più grande sfida della sua carriera. Una corsa contro il tempo per preparare questo gigante fragile alla riapertura al tempo del Covid-19.

Frame del film “Racconto di una strage” di Gaetano Di Lorenzo

Il programma di sabato 3 ottobre 2020 inizia al mattino con un episodio poco conosciuto della storia siciliana, Racconto di una strage, di Gaetano di Lorenzo, per proseguire con un film breve di Luca Annovi curiosamente interamente girato con lo smartphone dal titolo Sei statue in cerca di Roma. Il ricordo di un grande regista napoletano che ha narrato vita e tradizioni del sud, Luigi Di Gianni: Soul of the South, coproduzione italo statunitense diretta da Jeannine Guilyard  prosegue la mattinata, seguito da Ragusa Terra Iblea di Francesco Bocchieri che narra la storia della città fino alla sua rinascita barocca dopo il terremoto, e da un film sul Chad, il leggendario Gerewol di Yuri de Palma sul tradizionale corteggiamento tribale. La mattinata si chiude con Il Palazzo, di Alberto Valtellina, storia molto particolare con protagonista la tradizione del ricamo a tombolo.

Frame del film “Enzo, De Gasperi e la Bolex Paillard” di Delio Colangelo

Nel pomeriggio, spazio alle missioni Italiane nel mondo con il film prodotto da RAI Cultura Italia: Viaggio nella bellezza. La scuola di Atene. L’archeologia italiana nell’Egeo, dedicato alla celebre Scuola Archeologica Italiana di Atene (SAIA). Subito dopo il corto Venice is On the water di  Paolo Pandin, un gioco di immagini per raccontare Venezia, cui segue un originale e poetico  documentario che racconta dei sassi di Matera non come monumenti storici, ma come vita quotidiana  negli anni Cinquanta,  dal titolo Enzo, De Gasperi e la Bolex Paillard, di Delio Colangelo. A seguire una fiction sulla figura del musicista Domenico Cimarosa, Le stravaganze del conte, di Francesco Veronà e Peppe Lanzetta, un film su Eroi, Miti e Leggende alle origini delle città del Lazio, di  Alessandro Grassi e il poetico  Il Luciaiuolo di Joe Nappa, il corto che narra  la breve storia di un pescatore di sardine di Procida, nel Golfo di Napoli. Il pomeriggio prosegue con Attimi Sospesi di  Stefano Fiori, sul tentativo di salvare i reperti storico archeologici italiani nella seconda guerra mondiale, e Matera, il film più bello di  Vito Cea, ritratto della  Capitale europea della cultura. A chiudere il pomeriggio – come detto – l’evento speciale alle 18.30 sul Colosseo in quarantena.

Frame del film “Costruttori di piramidi: nuovi indizi” di Florence Tran

La serata del festival  è dedicata ai film Dal mondo con un documentario francese della Gedeon Programmes dal titolo  Costruttori di piramidi: nuovi indizi, una produzione su Petra, simbolo di multiculturalismo in Medioriente, un film  portoghese su Gli enigmi di Cabeço da Mina, un sito enigmatico in Portogallo, a Villa Flor, dove è stata scoperta una serie di stele e menhir dai tratti antropomorfi, e Madre di Mosul, film iracheno delicato e tragico sui bambini di Mosul che dopo essere stati evacuati dalle proprie case, studiano la storia della loro città distrutta e la perdita della loro identità. A chiudere, Elarmekora, film francese sulle tracce dei primi uomini preistorici del bacino del Congo, e Gonj (miele), film iraniano sulla raccolta del miele, usato per i malati,  in condizioni estreme sui Monti Zagros.

Alla rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto “Bike the History – la storia in bicicletta”: serata speciale con Alessandro De Bertolini in viaggio, attraverso foto e filmati, dall’oceano Pacifico all’oceano Artico

Locandina dell’evento “The bike history” alla Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto

Raccontare i territori attraverso i luoghi della storia e gli aspetti più caratteristici del paesaggio culturale e naturale: è questa la filosofia dichiarata del progetto sportivo e culturale “Bike the History – la storia in bicicletta” evento speciale della Rassegna internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto. Appuntamento giovedì 1° ottobre 2020, alle 20.45, al teatro Zandonai di Rovereto. Protagonista, Alessandro De Bertolini,  ricercatore presso la Fondazione Museo Storico del Trentino, pubblicista, autore e documentarista, in collaborazione con Montura Editing. De Bertolini porterà gli spettatori (anche quelli on line: il programma è disponibile anche in streaming http://www.rassegnacinemaarcheologico.it/rassegnaonline), in viaggio, attraverso foto e filmati, dall’oceano Pacifico all’oceano Artico attraverso i grandi parchi degli Stati Uniti, i deserti e le praterie dell’Ovest, le salite delle Rocky Mountains, i silenzi del Canada e le infinite solitudini delle terre d’Alaska. Nel mese di maggio 2017 Alessandro De Bertolini parte da solo con la sua bicicletta (“It’s my home for three months”, dice) dalle coste della California in direzione delle Montagne Rocciose, e di lì fino in cima all’Alaska, dove finisce il continente. Il viaggio si conclude all’inizio di settembre, dopo 90 giorni e 10.500 km in bicicletta, con tenda e sacco a pelo. Da questo progetto di “bikethehistory” nascono un film e un libro il cui ricavato, in linea con la filosofia editoriale di Montura Editing, viene devoluto alla Onlus Senza frontiere, che sostiene l’istituto Rarahil Memorial School di Kathmandu in Nepal.

Al via a Rovereto la 31.ma Rassegna internazionale del cinema Archeologico edizione speciale “L’ITALIA SI RACCONTA. Il PATRIMONIO CULTURALE AL CINEMA”, con una novità dell’ultima ora: per la prima volta oltre che in presenza sarà anche on-line

Per la prima volta la rassegna internazionale del cinema archeologico ha una platea virtuale (foto Fmcr)

Il manifesto della 31.ma rassegna internazionale del cinema archeologico intitolata “L’Italia racconta”

30 settembre 2020: apre la 31.ma Rassegna internazionale del cinema Archeologico con la sua edizione speciale “L’ITALIA SI RACCONTA. Il PATRIMONIO CULTURALE AL CINEMA”, organizzata dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto con il sostegno del Comune di Rovereto e con il patrocinio della Comunità della Vallagarina, della Provincia autonoma di Trento, della Regione Trentino Alto Adige, del Ministero ai Beni e alle Attività culturali e del Ministero degli Esteri. E apre con una novità dell’ultima ora: il Festival, oltre agli spazi in presenza, inaugura una grande sala virtuale da 500 posti: chi è interessato non perda tempo. “Visto che l’emergenza sanitaria ha limitato i numeri dei posti disponibili in presenza al teatro Zandonai e al museo di Scienze e Archeologia”, spiegano alla Fondazione, “la Rassegna ha deciso di offrire per la prima volta anche una programmazione online, affiancata al programma tradizionale. Basterà una semplice registrazione sulla piattaforma dedicata (http://www.rassegnacinemaarcheologico.it/rassegnaonline), e saranno disponibili online, per 24 ore dall’orario do programmazione del film, su tutti i dispositivi o le smart tv tutti i film in concorso e gran parte della programmazione”. Le prime due giornate, mercoledì 30 settembre e giovedì 1° ottobre 2020,  saranno ospitate nella sala convegni del museo di Scienze e Archeologia di Rovereto, dal venerdì 2 ottobre a domenica 4 ottobre 2020 al Teatro Zandonai. L’ingresso è libero e gratuito. Per garantire la sicurezza, i posti  sono  contingentati secondo le attuali norme. I numeri della Rassegna: 65 nuovissimi film sul patrimonio con 20 nazioni rappresentate, 2 mattine per le scuole con proiezioni dedicate, 2 pomeriggi  dedicati ai film in lingua originale, domenica pomeriggio 1 nuova sezione  di corti animati. “In questo momento diventa più che mai importante conoscere e valorizzare il patrimonio culturale, materiale e immateriale del nostro paese, la storia, le tradizioni  e i  mestieri la cui memoria va a scomparire, con produzioni perlopiù inedite per gli schermi italiani: Matera e i “sassi”, Venezia, le statue di Roma, il Colosseo in quarantena, le Missioni Italiane nel mondo, la comunità cinese in Italia,  in un programma ricco di immagini straordinarie e di temi su cui riflettere. Oltre al programma principale  non mancano le migliori produzioni straniere sul patrimonio mondiale, dalle piramidi alle tavolette assire, dall’uomo di Neanderthal all’archeologia industriale nell’Antartico, da Petra alle stele antropomorfe del Portogallo”. Non tutti gli eventi sono online, per seguire il programma disponibile: http://www.rassegnacinemaarcheologico.it/rassegnaonline.