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Agrigento. Nello scenario del tempio di Giunone della Valle dei Templi al via XVI edizione del Festival del cinema archeologico. Novità il premio Giunone dedicato ai film sull’archeologia in pericolo. Quattro serate a tema: dalla preistoria europea alle città del mondo antico fino al Medioevo europeo

Il tempio di Giunone, nella Valle dei Templi di Agrigento, scenario del Festival del cinema archeologico

Il logo della XVI edizione del festival del cinema archeologico di Agrigento

Barbara Maurina, conservatore archeologo del museo civico di Rovereto

Ci siamo. Tutto è pronto per la XVI edizione del festival del Cinema archeologico nella suggestiva e imponente location che ha come scenario il Tempio di Giunone nella Valle dei Templi di Agrigento, organizzato dal Parco archeologico e paesaggistico Valle dei templi di Agrigento dal 17 al 20 luglio 2019 con la collaborazione della Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto. I documentari, provenienti dall’archivio della Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto, sono stati selezionati da Barbara Maurina, conservatore per l’Archeologia della Fondazione Museo Civico di Rovereto. Coordinamento edizioni italiane e traduzioni a cura di Claudia Beretta della Fondazione Museo Civico di Rovereto. Ogni sera, con inizio alle 21, a ingresso libero, si affronta una tematica diversa che, partendo dalla pre – protostoria europea, analizza le splendide città del mondo antico, fino al Medioevo europeo. Protagoniste saranno le città di Pompei, Creta, Petra, Nimes, la città perduta dei Tairona, l’Isola di Pasqua, l’Islanda e Mont Saint Michel. Ogni film sarà presentato da Barbara Maurina e Maurizio Battisti della Fondazione Museo Civico di Rovereto. Alla fine verranno assegnati il “Premio Valle dei Templi” e quello “Città di Agrigento”. Ma la XVI edizione del Festival del Cinema archeologico porta una novità: il Premio Giunone, aperto a un vasto pubblico costituito da registi, artisti e studiosi amanti di antiche vestigia, siti storici e reperti, che da quest’anno potranno proporre filmati che siano aderenti a un tema preciso: quello scelto per questa prima edizione è quello dell’archeologia in pericolo, ovvero il racconto di quei siti minacciati da guerre, dal degrado, dall’ abbandono e lasciati all’incuria del tempo ma anche il racconto di siti sottratti al pericolo della loro scomparsa. Vediamo il ricco programma.

Frame del film “La Pompei britannica dell’Età del Bronzo” di Sarah Jobling

Mercoledì 17 luglio 2019, alle 21. Tema della serata: “Alla scoperta della pre-protostoria europea”. Si inizia con il film “La Pompei britannique de l’âge du Bronze / La Pompei britannica dell’Età del Bronzo” di Sarah Jobling (Francia, 2016; 69′). Il film segue un gruppo multidisciplinare di scienziati che conducono scavi a Must Farm, nella contea di Cambridgeshire in Inghilterra, alla scoperta di un villaggio dell’Età del Bronzo, ribattezzato “la Pompei britannica”. Grazie all’eccezionale conservazione delle strutture sepolte da millenni, gli archeologi hanno scoperto case circolari con tutto il loro contenuto, dalla più antica ruota britannica alle ciotole ancora piene di zuppa, dagli utensili alle armi, rivelando i molteplici rapporti che legavano anticamente i popoli europei. Abbiamo così l’impressione di tornare indietro di 3000 anni per stringere la mano ai nostri antenati. Segue il film “Crète, le mythe du labyrinthe / Creta, il mito del labirinto” di Agnès Molia (Francia, 2017; 26′). L’archeologo Peter Eeckhout, nella fortunata serie francese «Inchieste archeologiche», si cala nel vivo dell’attualità archeologica a livello mondiale. In questo film accompagna gli spettatori al centro del Mediterraneo, a Creta, l’isola che tra il 3000 e il 1400 a.C. fu la culla della prima grande civiltà del mondo greco, la civiltà Minoica. Varcheremo così i cancelli dei cantieri di scavo, alla scoperta dei più recenti risultati delle ricerche, di nuove tecnologie di indagine e dei segreti del mestiere degli archeologi.

Il film “Petra. Perduta cittò di pietra” di Gary Glassman

Giovedì 18 luglio 2019, alle 21. Tema della serata: “Splendide città del mondo antico”. Il primo film è “Petra, Lost city of stone / Petra, perduta città di pietra” di Gary Glassman (Francia e USA, 2015; 52′). Perduta al confine fra tre grandi deserti e ricca di monumenti tra i più spettacolari e più misteriosi del mondo antico, Petra rappresenta ancora oggi un formidabile enigma. Ma negli ultimi anni gli studi internazionali avviati da oltre un ventennio incominciano a dare frutti sorprendenti: dalle sabbie e dalle leggende che l’avvolgono emerge una vera e propria capitale del deserto. L’altro film è “Nîmes, la Rome francaise / Nîmes, la Roma francese” di Laurent Marmol e Fèdèric Lossignol (Francia, 2014; 52′). Nimes, l’antica colonia fondata da Augusto, ha conservato un eccezionale insieme di monumenti di età romana: l’anfiteatro, il tempio detto “Maison Carrée”, il santuario della Fonte, la cinta muraria con le sue porte e la Torre Magna. Combinando fiction, riprese aeree e panorami spettacolari, il film racconta 150 anni di storia e la trasformazione di un piccolo villaggio in una magnifica città gallo-romana.

Venerdì 19 luglio 2019, alle 21. Tema della serata: “Uno sguardo oltre l’Oceano”. Si inizia con il film “La cité perdue des Taironas / La città perduta dei Tairona” di Agnès Molia (Francia, 2017; 26′). L’archeologo Peter Eeckhout, per la serie “Inchieste archeologiche”, accompagna il pubblico nella Colombia nordorientale, dove la foresta tropicale ha inghiottito una delle più grandi città precolombiane, Ciudad Perdida, la Città Perduta. Un tempo famosa per la sua ricchezza, la città dei Tairona è rimasta nascosta per secoli, fino alla riscoperta negli anni Settanta. Segue il film “Île de Pâques, l’heure des vérités / Isola di Pasqua, l’ora della verità” di Thibaud Marchand (Francia, 2017; 90′). I Rapa Nui sono davvero responsabili della distruzione della loro isola e della loro antica civiltà? Si sono veramente uccisi l’un l’altro? Per più di venti anni i più eminenti specialisti del mondo hanno lavorato su questi temi per ristabilire finalmente la verità sulla storia dell’Isola di Pasqua e le nuove scoperte oggi ci rivelano una realtà inattesa e sorprendente.

Il film “Mont Saint Michel, labirinto dell’arcangelo” di Marc Jampolsky

Sabato 20 luglio 2019, si inizia alle 20 con “Raccontare l’archeologia: la sfida, dai media tradizionali al digitale”: incontro con Andreas Steiner, direttore della rivista Archeo, e Antonia Falcone, archeologa e blogger; presenta Barbara Maurina, conservatore per l’Archeologia della Fondazione Museo Civico di Rovereto. Quindi, alle 21, la quarta serata di proiezioni dedicata al “Medioevo europeo”. Apre il film “Wiking women, Sigrun’s wrath and the discovery of Iceland / Donne vichinghe, l’ira di Sigrun e la scoperta dell’Islanda” di Kai Christiansen (Germania, 2017; 52′). Sigrun potrebbe essere una donna felice, ma sul suo matrimonio pesa un segreto: il marito l’ha rapita dal suo villaggio quando era una ragazzina, uccidendone il padre e il fratello. L’occasione del riscatto giunge con la notizia di un’isola recentemente scoperta a Ovest: Sigrun raduna un gruppo di fedeli e a bordo di una nave programma una fuga verso lidi lontani. Chiude il film “Mont Saint Michel, Labyrinthe de l’archange / Mont Saint Michel, labirinto dell’arcangelo” di Marc Jampolsky (Francia, 2017; 52′). Mont Saint Michel: in quello che è uno dei siti monumentali più famosi e spettacolari al mondo, un puzzle architettonico formatosi nel corso di quindici secoli si svela a poco a poco. Santuario, abbazia, fortezza e prigione, questo edificio labirintico che il documentario esplora con immagini spettacolari viene oggi studiato con approcci innovativi che aiuteranno a scoprirne i misteri. Quindi ci sarà l’assegnazione dei premi “Valle dei Templi”, “Città di Agrigento”, e “Concorso Giunone”. La giuria tecnica è presieduta da Antonio Barone, a capo anche dell’ associazione “John Belushi” ed esperto di cinema; ed è composta da Manuele Paradisi, appassionata di cinema; Caterina Trombi, archeologa; Alessandra Maganuco, studentessa di Archeologia, e Salvatore Indelicato, funzionario del Parco e scrittore.

Alla Bit di Milano presentata la XX edizione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico (26-29 ottobre 2017): in apertura alla presenza del segretario generale dell’Unwto il convegno sul turismo sostenibile per lo sviluppo dei siti archeologici a iniziare dal Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco

La presentazione della XX edizione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico alla Bit di Milano

Ugo Picarelli, direttore della Bmta

Diecimila visitatori e 100 espositori di cui 20 Paesi Esteri; e poi prestigiosi patrocini dal ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo all’Unesco, dall’Unwto all’Iccrom, al ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale; e ancora: opportunità di business per gli operatori turistici con il Workshop tra la domanda estera selezionata dall’Enit e l’offerta del turismo culturale: ecco in sintesi la nuova edizione, la XX, della Borsa Mediterranea del Turismo archeologico (Bmta), in calendario dal 26 al  29 ottobre 2017 nell’area archeologica della città antica di Paestum, presentata nei giorni scorsi a Milano alla Borsa internazionale del Turismo (Bit). “I 20 anni della Bmta rappresentano un momento importante per tutto il Sud Italia”, sottolinea Francesco Palumbo, direttore generale Turismo del MiBACT, “una destinazione con ancora pochi flussi turistici rispetto alle grandissime potenzialità. I beni archeologici, quando ben gestiti e ben valorizzati, possono essere veramente l’elemento distintivo che attira i turisti, soprattutto se si riesce a offrire un prodotto innovativo. Proprio qui alla Bit ho avuto modo di parlare con le delegazioni russa e cinese di quanto sia attrattiva per i loro territori la Magna Grecia, il cui patrimonio archeologico è presente in tutte le regioni del Sud. La Borsa di Paestum, quindi, può e deve continuare a sviluppare temi importanti, su cui ragionare tutti insieme”.

Il parco Archeologico di Paestum che ospita la Borsa mediterranea del turismo archeologico

Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco e del museo di Paestum

Tra le autonomie amministrative e gestionali volute dalla Riforma Franceschini rientra il Parco Archeologico di Paestum, sede della Bmta, affidato alla direzione del giovane archeologo tedesco Gabriel Zuchtriegel. “Paestum sta vivendo una stagione particolarmente fortunata per qualità ed originalità delle iniziative e delle progettualità”, conferma Alfonso Andria, consigliere di amministrazione del Parco Archeologico di Paestum, “esprimendo eccellente capacità di relazione con le Istituzioni e con il territorio, raggiungendo la potenziale utenza nazionale e internazionale soprattutto grazie all’efficace comunicazione che il direttore Zuchtriegel personalmente cura attraverso una presenza capillare sui media e il sapiente utilizzo dei social“. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti: l’incremento nel 2016, rispetto al dato dell’anno precedente, del 27% dei visitatori e del 46% degli introiti da biglietti di ingresso all’area archeologica e al museo Archeologico nazionale; la risposta di diverse aziende private a seguito di un’azione di fundraising attivata circa un anno fa che ha portato frutti insperati in termini di finanziamento di borse di studio per attività di scavo e di restauro, di interventi di arredo e di adeguamento dello spazio espositivo e, prima tra tutti in ordine di tempo, della ristrutturazione della sala “Mario Napoli” in cui è esposta la Tomba del Tuffatore. “In questo clima – continua Andria – si colloca la ventesima edizione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico, che vede il Parco tra i più convinti sostenitori e protagonisti. Del resto fin da subito la Borsa di Paestum, di cui accompagnai le prime edizioni in quanto all’epoca presidente della Provincia di Salerno, si è caratterizzata per la peculiarità e l’unicità del riferimento al turismo archeologico, articolandosi non soltanto come vetrina espositiva e come luogo di commercializzazione dell’offerta in quel particolare ambito, ma anche in relazione ai contenuti culturali di convegni e workshop per i quali il direttore Ugo Picarelli riesce ad avvalersi dell’apporto di eminenti personalità della Comunità scientifica internazionale”.

Il sito incaico di Machu Picchu, in Perù, patrimonio dell’Unesco, protagonista alla Bmta di Paestum

Il programma della ventesima edizione ospiterà prestigiose iniziative, tra cui l’anteprima dell’Anno Europeo del Patrimonio Culturale indetto dalla Commissione Europea per il 2018 e il convegno “Il turismo sostenibile per lo sviluppo dei siti archeologici mondialia cura dellOrganizzazione Mondiale del Turismo delle Nazioni Unite (Unwto): infatti, il segretario generale Unwto, Taleb Rifai, che più volte ha inaugurato la Borsa, ha voluto dare grande attenzione al 20° anniversario, organizzando un incontro sul turismo sostenibile quale strumento per la salvaguardia e la promozione dei siti archeologici. All’iniziativa, che si inserisce nell’ambito dell’Anno Internazionale del Turismo Sostenibile per lo Sviluppo dichiarato dall’Onu per il 2017, sono stati invitati Dario Franceschini, ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo; Lina Annab, ministro del Turismo e delle Antichità della Giordania; Amin Abdulkedir, ministro della Cultura e del Turismo dell’Etiopia; Magali Silva, ministro del Commercio estero e del Turismo del Perù; Thong Khon, ministro del Turismo della Cambogia. I siti Unesco rappresentati (Pompei, Petra, Aksum e Tiya, Machu Picchu, Angkor Wat) esprimono al meglio le potenzialità del patrimonio archeologico per lo sviluppo locale e l’occupazione. “Un’operazione importante, oltre al valore scientifico garantito dalle ricerche e dalle tavole rotonde a cui partecipano gli esperti del settore, anche da un punto di vista politico al fine di fondere sempre di più tradizioni e patrimoni comuni dei Paesi del Mediterraneo”, interviene Francesco Caruso, consigliere ai Rapporti internazionali e all’Unesco del Presidente della Regione Campania. E continua: “La Regione Campania, che realizza uno sforzo di sistema nella valorizzazione del suo patrimonio culturale rappresentato da sei siti Unesco più i due immateriali, appoggia e sostiene tradizionalmente la Borsa che, curando entrambi gli aspetti, scientifico e politico, e considerato il periodo che stiamo vivendo, si conferma un evento di cui si avverte il bisogno”.

Il direttore della Borsa mediterranea del turismo archeologico, Ugo Picarelli, con il segretario generale dell’Unwto, Taleb Rifai

Particolarmente soddisfatto ed emozionato il direttore della Bmta, Ugo Picarelli, nel suo intervento alla Bit: “Raggiungere il traguardo dei 20 anni è un risultato straordinario soprattutto per l’unanime riconoscimento internazionale che l’evento è stato capace di ricevere. Il merito va agli enti che hanno sostenuto la felice intuizione, in primis la Provincia di Salerno, che nel 1998 lanciò l’evento, e la Regione Campania che negli ultimi anni ne ha raccolto il testimone assicurandone la continuità, e ricordando l’impegno della amministrazione comunale di Capaccio Paestum che si è assunta l’onere di assicurare le spese logistiche quando la Borsa nel 2013 ha scelto il Parco Archeologico quale sua location attuale. La presenza di Taleb Rifai segretario generale dell’Unwto  all’apertura della Borsa darà ampio risalto internazionale oltre all’inserimento dell’evento nel programma ufficiale dell’Anno Internazionale del Turismo Sostenibile indetto dall’Onu nel 2017. La recente riforma del MiBACT, poi, ha reso ancora più sinergico ed efficace il rapporto con il Parco Archeologico, senza nulla togliere alla preziosa collaborazione dei soprintendenti succedutisi”.

Giordania. A Petra, dove si pensava ci fosse il mercato, scoperti una piscina monumentale e un grande giardino irrigato artificialmente. L’archeologa Bedal: i Nabatei idearono un complesso sistema per raccogliere e conservare l’acqua piovana e sfruttare le sorgenti in collina

Petra: l'area di scavo della piscina e del giardino accanto al Grande Tempio (foto Leigh-Ann Bedal)

Petra: l’area di scavo della piscina e del giardino accanto al Grande Tempio (foto Leigh-Ann Bedal)

Petra: sistema di raccolta delle acque piovane (foto Leigh-Ann Bedal)

Petra: sistema di raccolta delle acque piovane (foto Leigh-Ann Bedal)

A Petra in un anno cadono dai 10 ai 15 centimetri di pioggia: una spruzzata, niente più. Eppure nella città gioiello dei Nabatei, oasi immersa nel deserto giordano, all’incrocio di due importanti  vie commerciali (una che collegava il mar Rosso a Damasco; l’altra il golfo Persico con Gaza, sulle sponde del Mediterraneo), duemila anni fa non solo i suoi abitanti potevano permettersi una fornitura costante di acqua potabile, ma potevano pure permettersi di “sprecarla” per celebrare la grandezza dei suoi regnanti. Lo prova il ritrovamento di un giardino monumentale irrigato artificialmente e di un’enorme piscina, risalenti a duemila anni fa. La straordinaria scoperta del settembre scorso è stata fatta dall’archeologa americana Leigh-Ann Bedal, che dal 2015 dirige la missione archeologica a Petra in Giordania nell’ambito del progetto Petra Garden and Pool Complex.

L'archeologa americana Leigh-Ann Bedal direttore del Petra Garden & Pool Complex Project

L’archeologa americana Leigh-Ann Bedal direttore del Petra Garden & Pool Complex Project

Ipotesi di ricostruzione dell'isola-padiglione della grande piscina di Petra

Ipotesi di ricostruzione dell’isola-padiglione della grande piscina di Petra

“Nel corso del XX secolo”, ricorda l’archeologa americana, “una vasta area del centro di Petra si credeva essere il sito del mercato della città. Questa ipotesi si basava sul fatto che eravamo di fronte a un grande spazio aperto privo di costruzioni in una città dalle grandi tradizioni commerciali”. Sebbene Petra sia stata oggetto di indagini archeologiche per più di un secolo, i “mercati” sono rimasti inesplorati mentre l’attenzione è stata focalizzata sulle tombe, i templi, le chiese, la strada colonnata e la porta ad arco, le cui rovine dominano il paesaggio della città antica. “Nel 1998”, continua Bedal, “un sondaggio preliminare e il successivo scavo del cosiddetto mercato più basso, ha rivelato i resti di una piscina monumentale (43 x 23 m; 2,5 m di profondità) con isola-padiglione. In connessione con la piscina sono stati trovati i resti di un sistema idraulico elaborato – canali, tubazioni e un serbatoio di diversione (castellum) – che trasportavano l’acqua dalla sorgente di Ein Brak sulle colline circostanti alla piscina e irrigava la grande terrazza. Questa combinazione di caratteristiche ricreative e idrauliche ha portato alla teoria che la terrazza sia stato il sito di un giardino. Giardini simili accanto a una piscina sono noti nei complessi del coevo palazzo di Erode il Grande della vicina Giudea. Il complesso giardino e piscina di Petra è l’unico esempio di giardino nabateo noto nella documentazione archeologica, ed è uno dei pochi luoghi antichi di giardino da scavare o studiare nella regione”.

Archeologi all'opera nell'ambito del Petra Garden & Pool Complex Project

Archeologi all’opera nell’ambito del Petra Garden & Pool Complex Project

Il team diretto dall'archeologa Leigh-Ann Bedal

Il team diretto dall’archeologa Leigh-Ann Bedal

Anche se nel 1998 gli scavi avevano rivelato molto sulla piscina e le caratteristiche idrauliche situate nella parte meridionale del sito, la natura della terrazza (65 m x 53 m), ipoteticamente il sito di un giardino coltivato, è rimasta un mistero. E soprattutto sono rimaste molte le domande senza risposte. Qual è stato il disegno complessivo della terrazza giardino? Come era articolato il giardino? C’erano cioè padiglioni, fontane, vasche, percorsi? Quali specie di piante erano coltivate in un giardino nabateo? Quali tecniche di irrigazione sono state utilizzate? Come è stato coltivato? Come è cambiato il giardino nel tempo? L’indagine archeologica del sito con il nuovo progetto è chiamata a dare negli anni le risposte.

Ipotesi di ricostruzione del grande giardino con irrigazione artificiale a Petra

Ipotesi di ricostruzione del grande giardino con irrigazione artificiale a Petra

Visione aerea dell'area della piscina monumentale e del grande giardino a Petra

Visione aerea dell’area della piscina monumentale e del grande giardino a Petra

Intanto si è capito come gli ingegneri nabatei fossero riusciti a mettere a punto un complesso sistema per l’irrigazione (canali, tubazioni in ceramica, cisterne sotterranee e serbatoi che servivano a filtrare l’acqua) che raccoglieva l’acqua piovana e la conservava in centinaia di cisterne sotterranee, assicurando così agli abitanti una fornitura continua di acqua potabile e permetteva loro di coltivare, produrre vino e olio d’oliva e costruire un sontuoso giardino monumentale con una piscina a cielo aperto in mezzo al deserto. La piscina monumentale fu realizzata intorno I secolo a.C., ma già dal secolo precedente la costruzione di piscine era iniziata a diventare di tendenza. “L’architettura monumentale della piscina e il giardino verdeggiante celebravano visivamente il successo dei Nabatei nel fornire acqua alla città”, sintetizza Leigh-Ann Bedal.  “L’opera dimostra che l’acqua veniva anche sprecata per propaganda politica. Per celebrare, insomma, la ricchezza del popolo dei Nabatei. Questa scoperta, però, precisa l’archeologa, può aiutarci a capire come meglio gestire e manipolare il sistema idrico e la scarsità di acqua: sappiamo che il tema dell’acqua sarà centrale e che le prossime battaglie tra popoli avranno questa risorsa quale motivo principale”.

A Karkemish, città-stato ittita al confine tra Turchia e Siria, torna a risuonare al voce di Sargon II zittita da Nabucodonosor II. La missione italo-turca guidata da Nicolò Marchetti dell’università di Bologna ha scoperto in fondo a un pozzo tre tavolette del grande re assiro fatte sparire dal sovrano babilonese

Un leone in marcia scolpito su un ortostato della città-stato ittita di Karkemish, al confine tra Turchia e Siria

Un leone in marcia scolpito su un ortostato della città-stato ittita di Karkemish, al confine tra Turchia e Siria

Sargon II, grande re assiro

Sargon II, grande re assiro

Nabucodonosor II lo sapeva. La conquista di Karkemish, la potente città in posizione strategica tra l’Anatolia ittita e la Mesopotamia assira, non sarebbe bastata a cancellare il ricordo del grande re assiro Sargon II (721-705 a.C.) che più di cento anni prima, sul finire dell’VIII sec. a.C., aveva costruito un impero in Vicino Oriente, nella Mezzaluna Fertile, conquistando Samaria, Damasco, Gaza e, nel 717, anche Karkemish, città-stato ittita che sorgeva sul corso dell’Eufrate, dove oggi corre il confine tra Siria e Turchia. Lo spettro di Sargon aleggiava ancora. Le sue parole sembravano ancora vive nella memoria della gente. Lui che sintetizzava così la sua vita: “Io sono Sargon, re forte, re di Akkad. Mia madre era una sacerdotessa; mio padre non lo conosco; era uno di quelli che abitano le montagne. Il mio paese è Azupiranu sull’Eufrate. La sacerdotessa mia madre mi concepì e mi generò in segreto; mi depose in un paniere di giunco, chiuse il coperchio con del bitume, mi affidò al fiume che non mi sommerse. I flutti mi trascinarono e mi portarono da Aqqui, l’addetto a raccogliere acqua. Aqqui, immergendo il suo secchio, mi raccolse. Aqqui, l’addetto a raccogliere l’acqua, mi adottò come figlio e mi allevò. Aqqui, l’addetto a raccogliere l’acqua, mi fece suo giardiniere. Durante il periodo in cui ero giardiniere la dea Ishtar mi amò. Per… anni io fui re”. Quella voce doveva essere spenta. Così Nabucodonosor fece distruggere tutti i documenti di Sargon affidandoli all’oblio del tempo. Fino all’arrivo degli archeologi. E la voce di Sargon è tornata a risuonare.

Una delle tavolette di argilla con testi in cuneiforme celebrativi di Sargon II trovata dalla missione archeologica dell'università di Bologna a Karkemish

Una delle tavolette di argilla con testi in cuneiforme celebrativi di Sargon II trovata dalla missione archeologica dell’università di Bologna a Karkemish

Tre preziosi frammenti di tavolette d’argilla, che riportano incisi in caratteri cuneiformi gli scritti del sovrano assiro Sargon II, sono stati scoperti in fondo a un pozzo (a 14 metri di profondità), nel sito di Karkemish, dalla missione archeologica italo-turca avviata nel 2011 dall’università di Bologna insieme agli atenei turchi di Gaziantep e Istanbul. Le tavolette furono gettate in fondo a un pozzo su ordine del re babilonese Nabucodonosor II, per essere per sempre dimenticate. Scrive Sargon: “Ho costruito, aperto nuovi corsi d’acqua, incrementato la produzione di grano, rinforzato le porte con cerniere di bronzo, allargato i granai, costituito un esercito con 50 carri, 200 cavalli, tremila fanti. E ho reso il popolo felice, fiducioso in se stesso”.

La mappa del sito archeologico di Karkemish studiato dalla missione archeologica italo-turca guidata dall'università di Bologna

La mappa del sito archeologico di Karkemish studiato dalla missione archeologica italo-turca guidata dall’università di Bologna

Spesso paragonata a città gloriose come Troia, Ur, Gerusalemme, Petra e Babilonia, Karkemish è stato un centro di straordinaria importanza. Abitato almeno dal VI millennio a.C., a partire dal 2300 acquista un ruolo centrale nella regione e diviene contesa da ittiti, assiri e babilonesi. Solo con l’impero romano inizia il suo declino, che termina nell’Alto Medioevo, attorno al X secolo, quando la città viene definitivamente abbandonata e dimenticata. Ricompare solo alla fine dell’800. Fu allora che una serie di campagne esplorative promosse dal British Museum (ci lavorò anche Lawrence d’Arabia) riportarono per la prima volta alla luce le tracce del suo grande passato. Un’opera di riscoperta che oggi è passata nelle mani dell’Alma Mater, con un progetto di scavo guidato dal prof. Nicolò Marchetti che, al suo quinto anno di attività, è finito – letteralmente – in fondo a un pozzo. Per riemergere con le parole ritrovate del re Sargon II.

L'archeologo Nicolò Marchetti, direttore della missione a Karkemish

L’archeologo Nicolò Marchetti, direttore della missione a Karkemish

Tre frammenti di tavolette d’argilla”, ricorda Marchetti, “che riportano incisi in caratteri cuneiformi gli scritti del sovrano assiro. Frasi autocelebrative, che esaltano le vittorie militari e le misure a favore della popolazione. Frasi che, proprio per il loro carattere propagandistico, furono fatte sparire, gettate in fondo a un pozzo su ordine di Nabucodonosor II, il re babilonese che nel 605, dopo un lungo assedio, strappò Karkemish al controllo assiro. Cancellare le tracce e i simboli del nemico sconfitto è una pratica che attraversa tutta la storia dell’umanità e che ancora oggi, purtroppo, viene praticata”.

Il pozzo di Karkemish in fondo al quale sono stati trovati i frammenti di tre tavolette con testi celebrativi di Sargon

Il pozzo di Karkemish in fondo al quale sono stati trovati i frammenti di tre tavolette con testi celebrativi di Sargon

Il pozzo è stato rinvenuto dalla missione italo-turca nell’area dove un tempo sorgeva il palazzo di re Katuwa, costruito attorno al 900 a.C. e ampliato e modificato da Sargon II. Gli archeologi dell’Alma Mater si sono calati nella stretta imboccatura, scendendo fino a 14 metri sotto al livello del suolo. Lì, sul fondo, è stata trovata una fitta serie di oggetti e utensili di ambito amministrativo, letterario e decorativo: gettoni d’argilla (tokens) per la contabilità, recipienti di bronzo e di pietra, un’armatura di ferro e i tre frammenti di tavolette d’argilla con le parole di Sargon II. Oltre al pozzo, i lavori della missione archeologica dell’Alma Mater hanno portato alla luce anche tre ortostati, lastre di pietra con funzioni sia di sostegno che decorative, in ottime condizioni. In uno è rappresentato un leone in marcia, mentre nelle altre due sono incisi un toro alato e un dio-ibex alato, con un volto umano. Quest’ultimo, in particolare, rappresenta un caso unico nel campo dell’arte neo-ittita. Puliti e restaurati, gli ortostati sono stati lasciati nell’area del palazzo di re Katuwa, ed è stato inoltre completata la rilevazione digitale ad alta precisione della mappa dell’antica città. Tutti interventi che puntano a far nascere un parco archeologico che possa attirare turisti e visitatori a Karkemish, coinvolgendoli in un’esperienza immersiva tra storia e attualità.

 

Al via la 7.ma edizione di Aquileia Film Festival: tre serate ad Aquileia nella prestigiosa piazza Capitolo con film della rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto e le conversazioni di Piero Pruneti con Cardini, Cereti e Manfredi

Dal 27 al 29 luglio 2016 la 7.m edizione di Aquileia Film Festival in piazza Capitolo

Dal 27 al 29 luglio 2016 la 7.m edizione di Aquileia Film Festival in piazza Capitolo

Tre sere speciali per un tuffo nel passato: dal 27 al 29 luglio 2016 piazza Capitolo di Aquileia, davanti alla famosa basilica patriarcale dell’XI secolo, ospita alle 21  la settima edizione di Aquileia Film Festival, la rassegna di cinema di archeologia a ingresso libero organizzata da Fondazione Aquileia insieme ad Archeologia Viva e rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto/Fondazione Museo Civico Rovereto. Ancora una volta è l’archivio della Rassegna del cinema archeologico di Rovereto a fornire i titoli de palinsesto del festival dove spiccano due film del regista americano Gary Glassman, particolarmente interessanti e pluripremiati: uno su Santa Sofia, l’altro su Petra. Le proiezioni ogni sera sono intervallate da “conversazioni” a cura di Piero Pruneti, direttore della rivista Archeologia Viva, secondo la formula ben collaudata di Rovereto. Ad Aquileia tre ospiti di eccezione: Franco Cardini, Carlo Cereti e Massimo Manfredi.

I protagonisti del film “Cercando Djehuty” di Javier Trueba e José Latova che apre il festival

I protagonisti del film “Cercando Djehuty” di Javier Trueba e José Latova che apre il festival di Aquileia

Ecco il programma. Si inizia mercoledì 27, alle 21, con il film “Cercando Djehuty” di Javier Trueba e José Latova (Spagna). Tra mummie, tombe e geroglifici, la storia di tredici scavi archeologici in Egitto sulle tracce di Djehuty, il supervisore del Tesoro di Hat-shep-sut, il primo faraone donna. I loro nomi sono stati sistematicamente cancellati 3500 anni fa per eliminarne il ricordo. Oggi un team scientifico internazionale ne ricostruisce la memoria indagando la necropoli di Ora Abu el-Naga a Luxor. Segue la conversazione con Franco Cardini, storico, saggista e grande esperto di Islam e Medio Oriente, che presenterà i suoi ultimi libri editi da Laterza “L’Islam è una minaccia (Falso!) e “L’ipocrisia dell’Occidente. Il Califfo, il terrore e la storia”. Quindi il film “Santa Sofia – Antichi misteri di Istanbul” di Gary Glassman (Usa). La basilica di Santa Sofia a Istanbul (oggi museo), poggia dal 537 su una faglia sismica che non cessa di destare preoccupazioni. Gli studi condotti da architetti, ingegneri e sismologi cercano soprattutto di comprendere i segreti della resistenza ai sismi della sua gigantesca cupola e sperano di scoprirne le debolezze nascoste.

Il cosiddetto Tesoro, uno dei simboli di Petra, che per primo si svela alla vista dei turisti

Il cosiddetto Tesoro, uno dei simboli di Petra, che per primo si svela alla vista dei turisti

La mostra "Leoni e tori dall'antica Persia ad Aquileia": ne parla Carlo Cereti

La mostra “Leoni e tori dall’antica Persia ad Aquileia”: ne parla Carlo Cereti

La seconda giornata giovedì 28 luglio inizia (sempre alle 21) con il film “Petra – la città perduta di pietra” di Gary Glassman (Usa). Perduta al confine di tre grandi deserti e ricca di monumenti tra i più spettacolari e più misteriosi del mondo antico, Petra rappresenta un formidabile enigma. Oggi gli studi internazionali avviati da oltre venti anni cominciano a dare frutti sorprendenti: dalle sabbie e dalle leggende che l’avvolgono emerge un’autentica capitale del deserto. Quindi in programma c’è la seconda conversazione del Festival. Ospite Carlo Cereti, addetto culturale dell’Ambasciata d’Italia a Teheran, che in occasione della mostra sull’Iran “Leoni e tori dall’antica Persia ad Aquileia”, allestita al museo Archeologico nazionale di Aquileia, traccerà un quadro dell’Iran di oggi e di una cultura che ha avuto molti contatti col mondo occidentale. Chiude la serata “Il mistero del relitto del Baltico e la battaglia navale del 1712” di Florian Dedio (Germania). Il punto dove ebbe luogo una battaglia navale tra Svezia e Danimarca e il numero delle navi affondate sono rimasti ignoti per 300 anni. Nel 2011, un team di archeologi e storici ha battuto le acque del Baltico e scavato negli archivi navali di Svezia e Danimarca, scoprendo così diversi relitti della battaglia e documenti che descrivono l’accaduto. Con le riprese dei lavori e le ricostruzioni digitali dei relitti, il film rivela i segreti di una delle più grandi battaglie navali del Baltico.

L'archeologo Valerio Massimo Manfredi

L’archeologo Valerio Massimo Manfredi

Terza e ultima giornata venerdì 29 luglio. Alle 21 si apre con il film “Guerrieri rubati” di Wolfgang Luck (Germania). Come può una statua del tempio più famoso della Cambogia finire in un catalogo d’asta di Sotheby? Il documentario narra la storia di un caso spettacolare di trafugamento d’arte. Seguiamo la rotta della scultura di un guerriero sottratta da un tempio Khmer fino ad arrivare a un’elegante casa d’aste a New York. Un viaggio investigativo nel torbido mondo del commercio di antichità. Quindi incontro con lo scrittore e archeologo Valerio Massimo Manfredi, per la terza conversazione a cura di Piero Pruneti. Chiude la 7. Edizione di Aquileia Film Festival l’assegnazione al film più votato dal pubblico nel corso delle tre serate del Premio Aquileia, un pregiato mosaico realizzato dalla Scuola Mosaicisti del Friuli.

Giordania. A maggio nel siq di Petra è caduto un masso di 10 tonnellate: l’evento era stato previsto da un algoritmo ideato all’università di Firenze

Il siq di Petra, un canyon scavato nell'arenaria con rocce instabili

Il siq di Petra, un canyon scavato nell’arenaria con rocce instabili: ora si può prevedere lo stacco dei massi

L’avevano previsto. Ed è successo alla fine di maggio. Calcolato nella tempistica ad altissima precisione come si trattasse di un’eclisse, l’ammaraggio di una navicella spaziale o il passaggio di una cometa. Ma stavolta non si è trattato di calcolare un fenomeno astrale, bensì il distacco di un grande masso, di un blocco di roccia di oltre 10 tonnellate che incombeva su una via di transito speciale, percorsa ogni giorno da migliaia di visitatori da ogni parte del mondo: il siq di Petra, il canyon scavato nelle arenarie della Giordania, per secoli protetto e celato dai beduini, e che – giusto due secoli fa – permise allo svizzero Johann Ludwig Burckhardt, una volta individuato il passaggio, di scoprire la favolosa capitale dei Nabatei (vedi il post sul film di Alberto Castellani https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2013/11/28/a-bologna-petra-inedita-nel-film-di-castellani/). E a prevedere il distacco della roccia è stato un italiano, Giovanni Gigli dell’università di Firenze, che, studiate le caratteristiche del siq e individuate le masse rocciose instabili, ha approntato uno speciale algoritmo, cioè un complesso sistema di calcolo, dai risultati eccellenti.

Il siq di Petra è stato studiato dall'università di Firenze dove è stato ideato l'algoritmo che prevede lo stacco dei blocchi di roccia

Il siq di Petra è stato studiato dall’università di Firenze dove è stato ideato l’algoritmo che prevede lo stacco dei blocchi di roccia

Il gruppo di ricercatori del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Firenze è intervenuto su sollecitazione dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra), che sta lavorando a un progetto Unesco per la stabilizzazione di quell’area, soggetta a fenomeni di crollo, in collaborazione con l’Università di Città del Capo (Sudafrica). “Attraverso immagini tridimensionali ad alta risoluzione, ottenute mediante laser scanner, abbiamo estratto i dati necessari a identificare le fratture nella roccia”, spiega il ricercatore fiorentino, “a seconda della loro collocazione e dell’orientazione della parete è infatti possibile calcolare la possibilità di scivolamenti, ribaltamenti e distacchi”.

Impalcature nel siq di Petra per impedire lo stacco di blocchi di roccia

Impalcature nel siq di Petra per impedire lo stacco di blocchi di roccia

L’elaborazione del dato è stata fatta nei laboratori del Dipartimento a Firenze, mentre un sopralluogo a Petra, avvenuto alla fine dello scorso anno, ne ha reso possibile la validazione. “È da molti anni che lavoriamo e perfezioniamo il nostro algoritmo – prosegue Gigli – Lo abbiamo applicato in diversi contesti per problemi di Protezione Civile, beni culturali e nel settore minerario. Fino a oggi abbiamo centrato tutte le nostre previsioni”. Anche alla luce di questi risultati, alcuni ricercatori del team di Nicola Casagli, ordinario di Geologia applicata, hanno costituito una società, Geoapp, dopo aver concluso il percorso di preincubazione presso l’Incubatore Universitario Fiorentino (Iuf). L’intento è di allargare il campo di interventi del gruppo di ricerca, soprattutto nel campo della sicurezza delle attività minerarie e delle grandi infrastrutture.

A Bologna Petra “inedita” nel film di Castellani

Il cosiddetto Tesoro, uno dei simboli di Petra, che per primo si svela alla vista dei turisti

Il cosiddetto Tesoro, uno dei simboli di Petra, che per primo si svela alla vista dei turisti

Petra come non l’avete mai vista, con gli occhi cioè del suo scopritore, lo svizzero Johann Ludwig Burckhardt, che proprio due secoli fa individuò le rovine della città nabatea. Non è un caso quindi che il regista veneziano Alberto Castellani faccia iniziare proprio da Basilea il suo film, “Sulla via di Petra” che domenica 1° dicembre,  a metà pomeriggio, nella sala Risorgimento del civico museo Archeologico di Bologna, chiuderà alla grande l’edizione 2013 di “Imagines, obiettivo sul passato”, una tre giorni con il meglio della cinematografia archeologica promossa dal Gruppo archeologico bolognese.

Castellani durante le riprese a Basilea con Burckhardt

Castellani durante le riprese a Basilea con Burckhardt

Castellani, che con i suoi film ha documentato civiltà e culture dall’Egitto al Vicino Oriente alla Turchia, ci fa scoprire Petra non solo attraverso l’occhio ma anche le emozioni di Burckhardt, tra aspettative delusioni difficoltà certezze. In un crescendo di immagini spettacolari, il film si snoda tra Europa e Asia, supportato da una rigorosa ricostruzione storico-scientifica forte della consulenza di grandi esperti, come Andrea Bignasca direttore dell’Antikenmuseum Basilea, Stephan G. Schmid del Winckelmann Institut Humboldt Universitat di Berlino, Zuhair Zoubi direttore di Jordan Archeological Museums.

Madain Saleh, in Arabia Saudita, l'altra Petra realizzata dai Nabatei

Madain Saleh, in Arabia Saudita, l’altra Petra realizzata dai Nabatei

Così sulla “Via di Petra”, film che – ricordiamolo – è stato tra i più applauditi e apprezzati all’ultima Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto, con l’obiettivo di farci scoprire Petra, a lungo dimenticata e avvolta nella leggenda, diventa un’occasione per farci visitare – proprio sulla scorta del diario di Burckhardt -, testimonianze archeologiche del territorio giordano note e inedite, contribuendo così a una migliore conoscenza del popolo dei Nabatei, a lungo protagonista del commercio carovaniero dall’Arabia al Mediterraneo. Ma nel film Castellani non ci affascina solo con la magia dei colori e del gioco di luci e ombre delle rocce e delle monumentali tombe nabatee di Petra, ma ci stupisce con un vero e proprio “scoop” cinematografico , presentandoci accanto alla “grande Petra”, oggi tra i siti archeologici più famosi al mondo, patrimonio dell’umanità dal 1985, anche la cosiddetta “seconda Petra”, altro capolavoro dei nabatei. Ma attenzione, c’è un dettaglio che rende ancor più preziose queste immagini, inedite ai più: Madain Saleh, come si chiama oggi questa “copia” della capitale nabatea, non si trova in Giordania, ma in Arabia Saudita, a cinquecento chilometri di distanza, in pieno deserto. I Nabatei nel loro percorso carovaniero dall’Oman e dall’India, per trasportare le spezie che poi commerciavano in tutto il Mediterraneo, scolpirono nella roccia delle montagne del deserto saudita un’altra Petra in un area molto più grande di quella originaria.

Alla proiezione bolognese di domenica 1° dicembre sarà presente il regista Alberto Castellani, col quale si potrà dialogare alla fine del film, in un pomeriggio aperto da un documentario su i Mochica, popolazione preincaica, seguito da un altro sui Micenei costruttori di navi.

A Bologna “Imagines, obiettivo sul passato”, l’archeologia al cinema

Gruppo archeologico bolognese

Gruppo archeologico bolognese

Dal 29 novembre al 1° dicembre la rassegna del Gruppo archeologico bolognese

Per il Gruppo archeologico bolognese (Gabo) è un impegno che è divenuto ormai tradizionale appuntamento di fine novembre: “Imagines, obiettivo sul passato”, una tre giorni nella sala del Risorgimento del museo civico Archeologico di Bologna (ingresso libero fino a esaurimento di posti), che offre il meglio della cinematografia archeologica e permette di vedere o rivedere alcuni dei film più apprezzati alla Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto. I temi che saranno presentati dal 29 novembre al 1° dicembre sono dei più vari e interessanti: da Stonehenge ai Micenei, dai miti greci alle popolazioni preincaiche, da Adulis romana a Petra nabatea. Ecco in dettaglio il programma.

I circoli di pietra di Stonehenge

I circoli di pietra di Stonehenge

VENERDÌ 29 NOVEMBRE La giornata di apertura inizia alle 15.15 con i saluti di Paola Giovetti, direttore tecnico del museo civico Archeologico di Bologna, e di Giuseppe Mantovani, vicedirettore del Gabo e curatore della rassegna “Imagines”. A seguire l’unico film in programma, lungo ma da non perdere: “Svelati i misteri di Stonehenge” (96’) di Christopher Spencer. Un misterioso cerchio di pietre si staglia fin dal neolitico sulla piana di Salisbury. Per secoli, storici, archeologi e appassionati di esoterismo si sono interrogati sul suo significato. A che cosa serviva quell’imponente monumento? Chi lo aveva costruito? Finora questi interrogativi sono rimasti senza risposta, alimentando il fascino misterioso di Stonehenge. Di recente però, un’equipe di archeologi è convinta di avere trovato una risposta: la storia di un monumento che racconta il rapporto dell’uomo con la morte agli albori del tempo. Introduce il film, che data la durata sarà diviso in due parti da un intervallo, l’archeologa Maria Longhena.

Il vaso Francois al museo Archeologico di Firenze

Il vaso Francois al museo Archeologico di Firenze

SABATO 30 NOVEMBRE Alle 15.15, introdotto da Antonio Gottarelli, docente di Metodologie della ricerca archeologica all’università di Bologna, il film “Appenninica” (40’) , di cui è anche regista alla scoperta delle campagne di ricognizione per la ricostruzione della demografia appenninica fra le valli dell’Idice e del Reno fino alle campagne di scavo dell’insediamento etrusco-celtico di Monte Bibele, nel comune di Monterenzio. Il filmato illustra inoltre Il collegamento ideale tra la nascita delle discipline geologiche e paleontologiche su un territorio che ne ha ospitato i principali rappresentanti in età post-unitaria. A seguire il film “Il vaso François. Il mito dipinto” (43’) di Franco Viviani. Il vaso François è uno dei capolavori dell’arte vascolare attica, celebre per le sue enormi dimensioni, ma ancora di più per l’armonia delle proporzioni e per la ricchezza delle sue decorazioni. Coniugando la precisione filologica al piacere della narrazione, con l’ausilio di ricostruzioni in 3D e di scene di animazione, il cortometraggio illustra nel dettaglio il complesso apparato decorativo del cratere, una vera e propria summa dei principali miti greci e una sorta di “catalogo” di dei ed eroi dell’antichità. Introduce Giuseppina Carlotta Cianferoni, direttore del museo Archeologico nazionale di Firenze. Dopo l’intervallo, si riprende con “Adulis. Cronache della missione 2012-2013” (43’) dei fratelli Alfredo e Angelo Castiglioni, documentaristi e ricercatori, che introdurranno la cronaca per immagini della missione ad Adulis in Eritrea. Giorno dopo giorno, il documentario presenta la vita delle trenta persone che hanno abitato il campo per oltre due mesi in un clima spesso assai difficile. Su di loro emerge la figura di Omar, il capo degli operai, sempre estremamente attento e presente in ogni situazione. L’attività di scavo e i ritrovamenti sono evidenziati e presentati dagli archeologi addetti ai lavori.

Il Tesoro di Petra

Il Tesoro di Petra

DOMENICA 1° DICEMBRE Alle 15.15 l’ultima giornata apre con la conferenza dell’archeologa Maria Longhena su”I Mochica” che introduce il cortometraggio “Guerra e sacrifici presso i Mochica”. Le testimonianze del popolo moche, nato e sviluppato in epoca preincaica, tra il I e il VII secolo d.C. dimostrano l’alto livello di sviluppo raggiunto nel campo dell’arte, della tecnica e dell’organizzazione complessa. Nello stesso tempo i loro rituali prevedevano la scarnificazione e l’offerta agli dei del sangue dei sacrificati. Un breve cortometraggio animato illustra questi rituali, dando lo spunto a Maria Longhena di fare il punto su questa civiltà e le sue usanze. Segue il film di Carlo Cestra “Costruttori di navi: i Micenei” (26’) , introdotto da Marco Bonino, docente di Archeologia navale all’università di Bologna. Come si svolgeva la navigazione nel Mediterraneo al tempo dei Micenei? Come erano costruite le navi che permisero ai Micenei di raggiungere le coste di quasi tutti i paesi che si affacciavano sul “Mare Nostrum”? Un esperto di navigazione antica, anche attraverso ricostruzioni virtuali di computer grafica, cerca di dare risposte a queste domande. Chiude la rassegna, dopo l’intervallo, il film di Alberto Castellani, tra i più esperti documentaristi delle culture del Mediterraneo nell’antichità, “Sulla via di Petra” (60’), introdotto dallo stesso regista. Il film ripercorre le principali tappe del viaggio in Giordania compiuto due secoli fa dall’archeologo e antropologo svizzero Johann Ludwig Burckardt, che riscopri la favolosa Petra, a lungo dimenticata e avvolta nella leggenda. Un’occasione per visitare, sulla scorta del suo diario, testimonianze archeologiche del territorio giordano note e inedite, contribuendo così ad una migliore conoscenza del popolo Nabateo, a lungo protagonista del commercio carovaniero dall’Arabia al Mediterraneo.