A Boscoreale (Na), in occasione delle Giornate europee dell’archeologia, apre al pubblico il cantiere di restauro di Villa Regina, l’unica villa rustica (I sec. a.C. – I sec. d.C.) interamente scavata. Trovati un torcularium e un plaustrum

La locandina dell’evento a Boscoreale (Na): apertura al pubblico del cantiere di restauro di Villa Regina in occasione delle Giornate europee dell’Archeologia
Un’occasione unica. Grazie alle Giornate per l’archeologia 2019. Venerdì 14 giugno 2019, a Boscoreale (Na) Villa Regina apre le porte del suo cantiere per raccontare gli interventi di messa in sicurezza e restauro che la stanno interessando, offrendo al contempo l’opportunità di visita alla Villa rustica, in attesa della sua riapertura definitiva. Le visite al cantiere si svolgeranno dalle 9 alle 12 e dalle 13 alle 16:30, con ingresso gratuito ai visitatori, che saranno accolti da un responsabile dell’Impresa ACF Restauri e da un funzionario del Parco Archeologico. Gli interventi finalizzati alla messa in sicurezza dell’edificio e alla futura fruizione da parte del pubblico, hanno previsto la sistemazione e ripristino delle coperture, oltre ad interventi conservativi di pulitura degli apparati decorativi. L’ingresso all’adiacente Antiquarium di Boscoreale permane a pagamento. Le Giornate dell’archeologia, in programma dal 14 al 16 giugno 2019 nei luoghi di cultura statali e non, promosse dal Mibac, nascono su iniziativa dell’Istituto nazionale francese di ricerca archeologica preventiva (Inrap), che per il decimo anniversario ha coinvolto tutti i Paesi europei, come occasione per promuovere il patrimonio e far conoscere il lavoro dell’archeologo, attraverso conferenze, spettacoli, laboratori didattici e visite guidate a cantieri di scavo.

Villa Regina a Boscoreale, l’unica villa rustica (fattoria) del I sec. a.C. – I sec. d.C. interamente scavata (foto parco archeologico di Pompei)
Villa Regina a Boscoreale è l’unica villa rustica interamente scavata delle numerose fattorie specializzate nella produzione agricola presenti sul territorio pompeiano. La villa, che presentava anche un piano superiore, è databile nel suo impianto originario al I sec. a.C. e fu ampliata in almeno due fasi successive in età augustea e giulio-claudia. Fu scoperta nel 1977, a seguito di lavori edilizi, e poi portata in luce con accurate campagne di scavo concluse nel 1980. È composta da vari ambienti disposti sui tre lati di un cortile scoperto che ospita la cella vinaria con diciotto dolia (orci per la conservazione del vino). L’attività principale era infatti la produzione del vino. Nella villa si conservano alcuni calchi degli infissi in legno di porte e finestre. Gli ambienti pregiati della Villa, oltre all’ampio porticato, al torcularium con i calchi del torchio ligneo ed i fori e pozzetti per il suo ancoraggio al suolo, la vasca di spremitura e il contenitore per la raccolta del mosto; includono il triclinio, dalle pareti decorate da pitture attribuite alla fase di transizione tra il III e il IV stile; la cucina, in disuso al momento dell’eruzione, con forno in muratura e focolare al centro della stanza, un vano di servizio con la cisterna per l’acqua, sormontata da un vaso di argilla; il granaio per la conservazione di fieno, cereali e legumi, adiacente all’aia scoperta. Nel portico venne ritrovato durante lo scavo un carro da trasporto (plaustrum), di cui restano evidenti, in una stradina adiacente alla villa, i solchi lasciati dalle ruote nel terreno. Il piano di calpestio dell’area circostante la villa è costituito dal terreno agricolo del 79 d.C., che conserva le tracce delle antiche coltivazioni e di cui sono stati eseguiti i calchi delle radici di vite. Accanto ad esse sono state ripiantate le viti per la ricostruzione dimostrativa dell’impianto del vigneto. Lungo le pareti dello scavo la stratigrafia del terreno mostra chiaramente la successione dei depositi di materiale piroclastico determinati dall’eruzione del 79 d.C. che causò la distruzione della piccola fattoria.
A Pompei Geronimo Stilton presenta la guida e le mappe per ragazzi del sito Unesco “Aree archeologiche di Pompei, Ercolano e Torre Annunziata”
Pompei, Ercolano e Torre Annunziata a dimensione di bambino. Giovedì 13 giugno 2019, alle 10.30, al Teatro Piccolo degli scavi di Pompei (con ingresso da piazza Esedra) saranno presentate la guida e le mappe per ragazzi del sito Unesco 829 “Aree archeologiche di Pompei, Ercolano e Torre Annunziata” con un testimonial d’eccezione: Geronimo Stilton. A un anno di distanza dalla sua prima visita e dopo un intenso lavoro al fianco degli alunni di 12 istituti comprensivi di Pompei, Ercolano, Torre Annunziata, Trecase e Napoli, torna agli scavi di Pompei Geronimo Stilton, il topo giornalista più amato dai bambini di tutto il mondo, per presentare le nuove mappe e la guida del sito Unesco 829 “Aree archeologiche di Pompei, Ercolano, Torre Annunziata”, dedicate ai più piccoli e ai ragazzi. Giovedì 13 giugno 2019 al Teatro Piccolo degli scavi di Pompei sarà dunque presentato il risultato finale delle attività. Interverranno: il direttore ad interim del Parco Archeologico di Pompei, Alfonsina Russo; il prof. Massimo Osanna assieme al direttore del Grande Progetto Pompei, generale Mauro Cipolletta; il direttore del Parco archeologico di Ercolano, Francesco Sirano; Laura Acampora del Segretariato generale del ministero per i Beni e le attività culturali – Servizio I, Ufficio Unesco del Mibac; Elena Pagliuca dell’Osservatorio permanente del Centro storico di Napoli-sito Unesco; Rachele Geraci, responsabile eventi culturali e relazioni con le istituzioni di Atlantyca; e, naturalmente, Geronimo Stilton, protagonista e autore della serie editoriale pubblicata in Italia da Edizioni Piemme e in altre 49 lingue nel mondo e dei cartoni animati in onda su RAI, qui presente in pelliccia e baffi assieme agli alunni e professori delle classi partecipanti al progetto. Le mappe saranno in distribuzione presso gli ingressi dei tre siti, assieme alla guida che sarà distribuita in questa prima fase gratuitamente. L’ingresso all’evento di presentazione è aperto ai visitatori, fino ad esaurimento posti (max. 150).
Geronimo Stilton è stato testimonial d’eccezione del progetto educativo “Itinerario didattico formativo tra i siti di Pompei, Ercolano, Torre Annunziata, Napoli” rivolto ai giovani cittadini del sito UNESCO, finanziato con i fondi della L. 77/2006 (legge per “misure speciali di tutela e fruizione dei siti italiani di interesse culturale, paesaggistico e ambientale, inseriti nella “Lista del patrimonio mondiale” posti sotto la tutela dell’UNESCO). Il progetto – svoltosi in collaborazione con l’Osservatorio permanente del Centro storico di Napoli-sito Unesco – ha avuto l’obiettivo di aumentare la consapevolezza e la sensibilità dei più giovani nei confronti del patrimonio culturale mondiale, anche attraverso l’osservazione delle tecniche di conservazione e valorizzazione. L’iniziativa è stata realizzata in collaborazione con Atlantyca Entertainment, l’azienda milanese che gestisce i diritti editoriali internazionali, di animazione e di licensing del personaggio Geronimo Stilton.
Roma la città d’arte preferita, il Colosseo il monumento più rappresentativo: è il risultato dell’indagine demoscopica della Fondazione Hruby contenuta nel libro “Il tesoro più grande. Come gli italiani pensano, tutelano e valorizzano il patrimonio culturale”. Il volume è presentato al parco archeologico di Pompei
Roma è la città d’arte preferita dagli italiani e il Colosseo è il monumento più rappresentativo d’Italia. È quanto emerge da un’indagine demoscopica dell’istituto AstraRicerche promossa dalla Fondazione Enzo Hruby, che ha raccolto i dati nel libro “Il tesoro più grande. Come gli italiani pensano, tutelano e valorizzano il patrimonio culturale” che sarà presentato giovedì 23 maggio 2019, alle 12, alla Terrazza dell’Antiquarium del Parco Archeologico di Pompei, con ingresso da piazza Esedra (Porta Marina Inferiore). La Fondazione Enzo Hruby, impegnata per sostenere la protezione dei beni culturali italiani e per diffondere la cultura della sicurezza, ha voluto approfondire un argomento che non è mai stato sviscerato a fondo prima d’ora, ovvero il rapporto tra gli italiani e lo straordinario patrimonio nazionale. Il “tesoro” è smisurato: 4588 in Italia i musei e gli istituti similari (3847 musei, 240 aree archeologiche, 501 monumenti e complessi monumentali). Purtroppo questo tesoro in Italia vive in una drammatica carenza di sistemi di sicurezza ed è sottoposto a numerosi rischi, costantemente esposto a furti, sottrazioni, atti di vandalismo e danni accidentali. Così la fondazione ha commissionato all’Istituto AstraRicerche un’indagine demoscopica svolta attraverso 1051 interviste condotte su un campione di italiani dai 15 ai 65 anni. Attraverso questa ricerca, partendo da cosa è davvero ‘tesoro’ per i cittadini, si arriva a valutarne il valore (personale, sociale, economico) per poi affrontare il tema della conservazione e della tutela dei beni.
Tra i dati emersi dalla ricerca (svolta attraverso 1051 interviste online condotte su un ampio campione costituito da italiani di età compresa tra i 15 e i 65 anni) Roma è la città d’arte preferita dagli italiani (con l’84,5% delle preferenze, a seguire Firenze con il 28,4% e poi in ex aequo Pisa e Milano); il Colosseo con il 60,1% il monumento scelto dagli italiani come il più rappresentativo del patrimonio nazionale. Dal punto di vista economico, meno di un intervistato su tre ritiene che il patrimonio artistico nazionale sia pienamente valorizzato: più dell’80% degli intervistati è consapevole della necessità di un maggior livello di protezione per i nostri beni artistici. Gli italiani, almeno il 65,8%, sono orgogliosi delle bellezze artistiche del Paese, ‘solo’ il 34,3% però sente il senso di appartenenza a una Nazione. I residenti in Lazio, Umbria e Molise, secondo i dati della ricerca, dimostrano un maggior amore per la propria regione, con una media dell’8,36 superiore al 7,23 del Nord-Ovest e al 7,52 del Sud.

Il libro “Il tesoro più grande. Come gli italiani pensano, tutelano e valorizzano il patrimonio culturale” della Fondazione Enzo Hruby
A partire da questa ricerca è scaturito il libro che viene presentato a Pompei, nel quale sono analizzati i risultati dell’indagine demoscopica e dove sono presenti i contributi, le proposte e le testimonianze di alcuni dei maggiori esponenti del mondo dei beni culturali. Il volume, introdotto dalla prefazione di Franco Bernabè, presidente della commissione nazionale italiana per l’Unesco, è curato da Salvatore Vitellino e contiene i contributi di Eike Schmidt, direttore delle Gallerie degli Uffizi; Evelina Christillin, presidente della Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino; Tiziana Maffei, presidente di Icom Italia; Carlo Hruby, vice presidente della Fondazione Enzo Hruby; Andrea Erri, direttore generale della Fondazione Teatro La Fenice; Pierluigi Vercesi, inviato speciale del “Corriere della sera” e Luca Nannipieri, critico d’arte. Alla presentazione di giovedì 23 maggio 2019 a Pompei portano un saluto istituzionale Alfonsina Russo, direttore ad interim del Parco Archeologico di Pompei; e il Gen. B. Mauro Cipolletta, direttore generale del Grande Progetto Pompei; introduce i lavori il Gen. B. Fabrizio Parrulli, comandante Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale; intervengono Massimo Osanna, professore di Archeologia Classica dell’università Federico II di Napoli e Carlo Hruby; modera l’incontro Luca Nannipieri. In occasione della presentazione a Pompei il volume verrà offerto in omaggio a tutti i partecipanti. Successivamente sarà possibile richiederlo alla Fondazione Hruby, con un’erogazione liberale che verrà destinata al sostegno delle attività della Fondazione per la protezione del patrimonio culturale italiano. Ingresso libero con conferma obbligatoria scrivendo all’indirizzo mail info@fondazionehruby.org o telefonando al numero 02.38036625.
Dai calchi di Pompei alle mummie egizie: tra Pompei e Napoli la conferenza internazionale “Human remains: ethics, conservation, display”. Antropologi, medici, universitari, ricercatori, funzionari, direttori di musei fanno il punto sulla situazione e si chiedono quanto è lecito esporre un corpo umano al pubblico

La locandina della conferenza internazionale “Human remains: ethics, conservation, display” a Pompei e Napoli
Dai calchi di Pompei alle mummie egizie. Quanto è lecito esporre un corpo umano al pubblico? Il corpo ha ancora dei diritti? O tali diritti vengono considerati di minore importanza rispetto al valore scientifico che racchiude? Un corpo umano può essere proprietà di un ente o esso ne è solo il custode? Quali diritti hanno le comunità di eredità (cioè quelle che con quei corpi hanno ancora un legame)? A queste e a molte altre domande rispondono, ciascuno dal suo punto di vista, antropologi, medici, universitari, ricercatori, funzionari, direttori di musei, chiamati a confrontarsi nella conferenza Internazionale “HUMAN REMAINS: ETHICS, CONSERVATION, DISPLAY” in programma nel doppio appuntamento del 20 maggio 2019 al parco archeologico di Pompei e del 21 maggio 2019 a Napoli all’università Federico II di Napoli, col coordinamento scientifico di Massimo Osanna (università Federico II), Christian Greco (museo Egizio), Valeria Amoretti (parco archeologico di Pompei) e Paolo Del Vesco (museo Egizio). Tutelare, conservare, esporre i resti umani consegnatici in maniera straordinaria dalla storia, assicurando il più alto rispetto etico di questo patrimonio unico, è il delicato compito che alcune istituzioni come il parco archeologico di Pompei e il museo Egizio di Torino, partener del progetto (dove la conferenza si chiuderà con una seconda sessione in programma il 19 e 20 settembre 2019), accomunato dalle stesse problematiche, in particolare riguardo alle mummie.
La conferenza, che prevede gli interventi dei maggiori esperti in ambito italiano ed internazionale, è volta a indagare il patrimonio bioantropologico dei resti umani del passato, affrontando la questione dello status legislativo, i rapporti con le comunità di discendenti, le realtà locali, la scienza, nonché il rapporto con i visitatori, approfondendo le tematiche di conservazione e restauro. Un tale confronto di studi non poteva non partire dal sito di Pompei che conserva uno dei più straordinari patrimoni biologici esistenti al mondo, fra cui i calchi. L’unicità delle vittime dell’eruzione del 79 d.C. è non solo nelle loro condizioni di ritrovamento, tragica testimonianza di una antica catastrofe, ma costituisce un unicum dal punto di vista biologico, in quanto riflette senza filtri le caratteristiche della popolazione di una città romana di epoca imperiale congelata nel tempo. “Si giunse ad un punto in cui la terra sfondando sotto la cazzuola”, scriveva Giuseppe Fiorelli nella lettera “Scoverta Pompejana” pubblicata sul Giornale di Napoli il 13 febbraio 1863, “mostrò una cavità vuota e profonda tanto, da poterne introdurre un braccio e cavarne fuori delle ossa. Mi avvidi allora ch’era quella l’impressione di un corpo umano, e pensai che colandovi dentro prontamente la scagliola, si sarebbe ottenuto il rilievo della intiera persona. L’esito ha superato ogni mia aspettazione”.
All’esposizione di materiali sensibili il codice etico per i musei dell’Icom (International Council of Museums) dedica l’articolo 4, comma 3: “I resti umani e i materiali di significato sacro devono essere visualizzati in modo coerente con gli standard professionali e, dove noto, tenendo conto degli interessi e delle credenze dei membri della comunità, gruppi etnici o religiosi da cui hanno origine gli oggetti. Devono essere presentati con grande tatto e rispetto per i sentimenti di dignità umana detenuti da tutti i popoli”. E sul rispetto per i morti c’è il “Vermillon Accord” sui resti umani del 1989 che dice: “Il rispetto per i resti mortali dei morti deve essere accordato a tutti, indipendentemente da origine, razza, religione, nazionalità, costume e tradizione”. E il paleoantropologo Alan Walker nel 2000 ha scritto: “sebbene l’essere umano dal quale i resti scheletrici derivano non esista più, la loro precedente associazione intima con una persona vivente è più che sufficiente perché abbia un trattamento rispettoso”. Vari casi di studio provenienti dall’Italia e dall’Europa sono oggetto dei confronti nella seconda giornata di studio, prevista come detto all’università Federico II di Napoli: dalla cosiddetta “Dama di Bonifacio”, il più antico scheletro umano completo rinvenuto in Corsica, in località di Araguaina-Sennola vicino a Bonifacio (Henry Duday, università di Bordeaux 1) ai resti dei soldati della Grande Guerra (Franco Nicolis, Ufficio Beni Archeologici di Trento). Chiude la conferenza, martedì 21 maggio 2019 alle 14.30, la tavola rotonda sulla situazione dei resti umani in Italia, moderata da Luca Bondioli. Partecipano Francesca Alhaique (Museo delle Civiltà, Roma), Valeria Amoretti (Parco Archeologico di Pompei), Francesca Candilio (Soprintendenza ABAP Cagliari, Oristano e Sud Sardegna), Claudio Cavazzuti (Museo delle Civiltà, Roma), Deneb Cesana (Soprintendenza ABAP L’Aquila e cratere), Elena Dellù (Soprintendenza ABAP Bari), Irene Dori (Soprintendenza ABAP Verona, Rovigo e Vicenza), Leonardo Lamanna (Soprintendenza ABAP Cremona, Lodi e Mantova), Nico Radi (Soprintendenza ABAP Genova, Imperia, la Spezia e Savona), Alessandro Riga (Soprintendenza ABAP Firenze, Pistoia e Prato), Paola Francesca Rossi (ICCD, Parco Archeologico di Ostia Antica), Mauro Rubini (Soprintendenza ABAP per l’area metropolitana di Roma, provincia di Viterbo e Etruria Meridionale, Soprintendenza ABAP per le province di Frosinone, Latina e Rieti), Alessandra Sperduti (Museo delle Civiltà, Roma).
Pompei, 8 maggio: festa della Madonna del Rosario, patrona della città. Al Santuario si celebra la Supplica, e agli scavi archeologici ingresso gratuito. Rischio affollamento e chiusura temporanea degli ingressi
8 maggio, festa della Madonna del Rosario, patrona della città di Pompei, che è pronta a vivere la Supplica alla Madonna del Rosario, in programma mercoledì 8 maggio 2019 (la messa, alle 10.30, e la supplica, alle 12), presieduta dall’arcivescovo Edgar Peña Parra, sostituto per gli Affari generali della Segreteria di Stato. Come ad ogni appuntamento con la recita della preghiera composta dal beato Bartolo Longo nel 1883, sono tantissimi i fedeli attesi da ogni parte d’Italia e del mondo. In particolare saranno numerosi i pellegrini che giungeranno dalla Polonia e dall’Argentina. Molti, poi, i fedeli che affronteranno il cammino a piedi per partecipare alla Supplica.
Ma l’8 maggio 2019 è anche il giorno di ingresso gratuito agli scavi di Pompei. Per questo la Direzione del Parco archeologico di Pompei informa che, in occasione della giornata gratuita prevista per il giorno 8 maggio – in coincidenza con la celebrazione della Santa Patrona della città – al fine di evitare un eccessivo sovraffollamento degli scavi di Pompei, si riserverà di chiudere l’accesso al sito, al raggiungimento dei 15mila ingressi entro le 12, e di riaprire dopo circa due ore, per consentire un adeguato deflusso dei visitatori presenti all’interno dell’area archeologica. La Direzione invita a usufruire degli accessi di Piazza Esedra e Porta Marina e ad evitare l’ingresso da Piazza Anfiteatro che potrebbe essere particolarmente congestionato per la contestuale presenza dei pellegrini al Santuario, in occasione della giornata di supplica. Si sconsiglia, inoltre, l’utilizzo dell’auto per raggiungere il Parco archeologico e si invita a utilizzare i mezzi pubblici, in particolare la circumvesuviana Linea Napoli – Sorrento, con fermata a Pompei Villa dei Misteri.
Nella Palestra Grande agli scavi la mostra “Pompei e gli Etruschi”: 800 reperti provenienti da musei italiani e europei. 2^ parte: dalla Pompei – città nuova etrusca – in una Campania multietnica fino al suo tramonto, e alla memoria di alcune usanze etrusche

La locandina della mostra “Pompei e gli Etruschi” alla Palestra Grande di Pompei fino al 2 maggio 2019
Sei sale per conoscere le prime influenze etrusche in Campania prima di Pompei. Siamo a metà del viaggio proposto dalla grande mostra “Pompei e gli Etruschi” aperta alla Palestra Grande degli scavi di Pompei, fino al 2 maggio 2019, a cura del già direttore generale Massimo Osanna e di Stéphane Verger, directeur d’études à l’École Pratique des Hautes Etudes di Parigi, promossa dal parco archeologico di Pompei, in collaborazione con il museo Archeologico nazionale di Napoli, il Polo museale della Campania e l’organizzazione di Electa. Ora siamo arrivati al VI sec. a.C. quando scopriamo una Pompei – città nuova etrusca – in una Campania multietnica, che seguiamo fino al suo tramonto, e alla memoria di alcune usanze etrusche che si conservarono ancora per qualche tempo. Materiali in bronzo, argento, terracotte, ceramiche, da tombe, santuari e da abitati, consentono di analizzare e mettere a confronto più elementi per affrontare le controverse dinamiche della presenza etrusca in Campania.
Fondare une città all’epoca della prima Pompei: c. 600 a.C. (Sala 6) Qual è il contesto in cui Pompei viene fondata? In quell’epoca si assistette alla nascita di altre nuove città in Etruria e nel mondo greco: la fondazione di Poseidonia (Paestum) da parte degli Achei nella piana del Sele è grosso modo contemporanea a quella di Pompei. Per gli Etruschi, come avveniva a Roma, fondare una città presupponeva di seguire una procedura religiosa rigorosa con lo scopo di stabilire il nuovo spazio abitato nell’ordine del cosmo. La città diventava in questo modo una proiezione sulla terra delle diverse zone del cielo, sedi delle grandi divinità del pantheon etrusco. Si determinavano i confini della città ed eventualmente si erigevano le mura, come accadde a Pompei. Erano quindi realizzate la rete viaria e la divisione in quartieri e in isolati residenziali. A Pompei la trama urbana all’epoca dell’eruzione del 79 d.C. conserva a grandi linee la struttura della città arcaica, che assomiglia peraltro a quella di altre città greche ed etrusche di contemporanea fondazione.

Anello con sigillo raffigurante il suicidio di Aiace Argento e corniola) dal santuario di Fondo Iozzino (foto Graziano Tavan)
I santuari etruschi di Pompei: VI secolo a.C. (Sala 7) Nella prima metà del VI secolo a.C. vennero fondati anche i principali santuari (di Apollo e di Atena). I recenti scavi nel santuario extraurbano del Fondo Iozzino, nel quartiere del porto, hanno portato alla luce una grande quantità di materiale di epoca arcaica: armi e servizi per le libagioni rituali offerti da Etruschi che hanno inscritto il loro nome in lingua e scrittura etrusca. Anche nelle altre città etrusche situate in Campania sono noti luoghi di culto importanti con caratteristiche simili a quello del Fondo Iozzino. La tegola inscritta di Capua riporta uno dei testi religiosi più importanti del mondo etrusco, nel quale può essere identificato un calendario rituale.

Antefissa di tetto templare da maschera gorgonica proveniente dal santuario di Fondo Patturelli di Capua (foto Graziano Tavan)
Ultimi frustuli di grandi templi arcaici campani: VI secolo a.C. (Sala 8) Alcuni piccoli frammenti di decorazioni architettoniche in terracotta del VI secolo a.C., rinvenuti nei santuari di Pompei, possono essere accostati a esemplari molto meglio conservati ritrovati a Cuma, a Capua e in altri centri del nord della Campania e dimostrano l’esistenza di grandi edifici di culto etruschi costruiti dalle stesse maestranze. Il confronto con i grandi templi arcaici dell’Etruria meridionale e del Lazio dimostra che la Campania etrusca arcaica ha sviluppato uno stile architettonico proprio che, attraverso Cuma, è molto influenzato dall’architettura sacra della Magna Grecia.

Set da simposio in bronzo presenti nei corredi funebri: vasi in bronzo etruschi e vasi greci figurati (foto Graziano Tavan)
Il tramonto della Pompei Etrusca. Etruschi, Italici e Greci al simposio: c. 510-450 a.C. (Sala 9) Alla fine dell’epoca arcaica, a Nord della penisola sorrentina si svilupparono nuovi centri lungo la strada tra la valle del Sarno e la piana del Sele: Nocera da un lato e Fratte dall’altro. Le necropoli hanno restituito importanti servizi da banchetto formati da vasi greci figurati di grandissima qualità e vasi di bronzo etruschi importati da Vulci. Le iscrizioni attestano una popolazione mista di Italici, Etruschi e Greci che si incontravano al simposio, come i convitati raffigurati sulle pareti della celebre Tomba del Tuffatore di Poseidonia (Paestum). L’insediamento acheo era ormai diventato un importante polo di diffusione culturale.

Elmi etruschi deformati dell’epoca della battaglia di Cuma provenienti da Vetulonia (foto Graziano Tavan)
Dalla fondazione di Neapolis alla battaglia di Cuma: c. 510-450 a.C. (Sala 10) Nello stesso momento, gli equilibri militari e politici tra le grandi potenze che si spartivano il Tirreno cambiarono. Gli Etruschi subirono diverse sconfitte da parte degli eserciti di Cuma. Quest’ultima fondò una nuova città, Neapolis (Napoli), che fece rapidamente sue le reti commerciali che avevano in precedenza contribuito alla prosperità di Pompei. La battaglia navale di Cuma, nel 474 a.C., segnò la fine del controllo etrusco sui commerci nel Tirreno. Fu l’inizio di una crisi profonda che colpì l’insieme del mondo etrusco. I grandi conflitti della fine dell’epoca arcaica favorirono l’emergere di un nuovo tipo di soldato cosmopolita, con un armamento misto (greco, etrusco, italico, ma anche iberico), che si mise al servizio delle grandi potenze del momento, anticipando l’arrivo del mercenariato di epoca classica ed ellenistica.

Lastra dipinta con cavaliere armato della tomba a camera 58 dalla necropoli Andriuolo di Paestum (foto Graziano Tavan)
Campani, Sanniti e Lucani: la fine della Campania etrusca: c. 450-300 a.C. (Sala 11) A partire dalla metà del V secolo, una nuova componente etnica fece il suo ingresso sulla scena campana. Si trattava di gruppi tribali originari del Sannio, nell’attuale Abruzzo, che si stabilirono nella piana del Sele (a Pontecagnano e a Paestum) e forse nella periferia della pianura campana, contribuendo all’emergere di una nuova componente culturale, politica e militare mista, composta da Italici di origini diverse: Campani e Sanniti, ma anche Lucani provenienti dalla Puglia e dalla Basilicata. Dalla fine del V secolo a.C., i nuovi arrivati si stabilirono nelle città campane, che fossero greche o etrusche, e vi svilupparono una cultura originale, fortemente impregnata di un ellenismo adattato alle realtà tribali del mondo italico. La lingua osca tendeva a sostituirsi al greco e all’etrusco.

Situla etrusca del VI-V sec. a.C. con aggiunta in epoca romana di anse mobili a testa di fauno e piedini a forma di leoni alati (foto Graziano Tavan)
Mantenere la memoria etrusca degli insediamenti del Vesuvio (Sala 12) L’eredità etrusca scomparve rapidamente, anche se per qualche tempo si conservarono alcune usanze specificamente etrusche nel consumo di vino durante il simposio. A Pompei e nelle città vesuviane qualche antica famiglia aristocratica conservava senz’altro il ricordo di un lontano passato etrusco, come testimonia un vaso di bronzo proveniente dalle prime collezioni del museo di Napoli. Si tratta di una situla realizzata a Orvieto nel VI o V secolo a.C. alla quale nel I secolo sono stati aggiunti dei piedi che riproducono leoni alati e degli attacchi di anse ornate di teste di fauno. L’oggetto doveva essere ancora visibile in qualche grande dimora di Pompei o Ercolano nel momento dell’eruzione del 79 d.C.
Con Pasqua 2019 riapre a Castellammare (Na) la bellissima Villa Arianna, dai preziosi affreschi, danneggiata dall’ondata di maltempo dell’ottobre 2018. Migliorati anche l’arredo esterno e la segnaletica

Il grande ambiente di Villa Arianna a Castellammare di Stabia con al centro l’affresco con il mito di Arianna (foto parco archeologico di Pompei)
Nell’uovo di Pasqua 2019 Castellammare (Na) trova la riapertura di Villa Arianna, la famosa villa dell’antica Stabiae così denominata per la grande pittura a soggetto mitologico rinvenuta sulla parete di fondo del triclinio, durante gli scavi condotti dall’ingegnere svizzero Karl Weber tra il 1757 e il 1762, cioè all’inizio degli scavi borbonici, quando si procedeva attraverso esplorazioni sotterranee che prevedevano solo il recupero degli oggetti e non anche l’indagine dell’intero contesto architettonico: pertanto, le suppellettili e gli affreschi meglio conservati venivano prelevati e inviati al museo Borbonico presso il Palazzo Reale di Portici, poi confluiti in quello che oggi è il museo Archeologico nazionale di Napoli.

Un affresco parietale della villa Arianna a Castellammare di Stabia (foto parco archeologico di Pompei)

A villa Arianna: da sinistra, Francesco Muscolino (direttore scavi), Alfonsina Russo (direttore ad interim Pompei), Gaetano Cimmino (sindaco Castellammare); Mauro Cipolletta (direttore Gpp) (foto Parco archeologico Pompei)
La Villa era chiusa da ottobre 2018 per i danni causati da una straordinaria ondata di maltempo. In questi mesi sono stati effettuati lavori di ripristino e puntellatura della copertura moderna dell’atrio in modo da riconsentire la riapertura al pubblico. Le coperture della Villa e dell’adiacente “Secondo Complesso” saranno, a breve, oggetto di un più radicale rifacimento, già definito a livello progettuale. La forzata chiusura al pubblico è stata l’occasione per condurre interventi di miglioramento del decoro complessivo della Villa e di accoglienza per i visitatori, che sono stati presentati alla presenza della direttrice ad interim Alfonsina Russo, del direttore generale del Grande Progetto Pompei, Mauro Cipolletta, del direttore degli scavi di Stabia Francesco Muscolino e del sindaco di Castallammare, Gaetano Cimmino. “La riapertura della villa è solo l’inizio di una progressiva riqualificazione”, dichiara Alfonsina Russo, “e una dimostrazione della rinnovata attenzione del parco archeologico di Pompei verso lo straordinario patrimonio archeologico dell’antica Stabiae”.

Nuove staccionate di contenimento fronti non scavati di villa Arianna di Stabia (foto parco archeologico Pompei)
Nell’ottica di una sempre maggiore integrazione con il contesto territoriale, sono stati riposizionati i nuovi cartelli segnaletici nelle immediate adiacenze esterne della villa, prima tappa di un necessario potenziamento della cartellonistica stradale per raggiungere facilmente sia Villa Arianna sia Villa San Marco. Sono state, inoltre, interamente rifatte per una lunghezza complessiva di circa cinquecento metri, le staccionate che delimitano i percorsi di visita e recingono gli spazi a monte della villa, sostituendo le vecchie recinzioni ormai ammalorate o mancanti in alcuni punti, allo scopo di rendere sempre più quest’ampia area verde, a Ovest della villa, circondata da ulivi e allestita con panchine, un confortevole luogo di sosta per i visitatori del sito e non solo. Contestualmente, con la realizzazione di nuove viminate (staccionate di contenimento) e altri piccoli interventi, si sono stabilizzati alcuni tratti dei fronti non scavati.

La reggia borbonica di Quisisana a Castellammare di Stabia ospiterà il nuovo museo nazionale di Stabia
“La proposta inserita all’interno del Piano Strategico per lo sviluppo delle aree comprese nel piano di gestione del sito UNESCO “Aree archeologiche di Pompei, Ercolano e Torre Annunziata”, aggiunge il generale Mauro Cipoletta, “prevede la valorizzazione delle aree archeologiche di Stabia, Villa San Marco e Villa Arianna, attraverso il miglioramento delle vie di accesso e di collegamento ad altre evidenze culturali, nonché la riqualificazione delle aree di sosta, dotandole anche di adeguate strutture di accoglienza turistica (ingresso con info-point, piccola area espositiva, bar etc).” E il sindaco Gaetano Cimmino: “La riapertura di Villa Arianna è un avvenimento atteso sin da quando l’ondata di maltempo dello scorso ottobre aveva arrecato danni importanti alla struttura, che è stata ora rimessa a nuovo con interventi finalizzati alla messa in sicurezza della splendida villa romana e al miglioramento dell’accoglienza. Si tratta dell’ennesimo segnale della sinergia intrapresa tra il Parco Archeologico di Pompei e l’amministrazione comunale di Castellammare di Stabia per la valorizzazione del vasto patrimonio storico e culturale del territorio, che costituisce una risorsa preziosa per Castellammare. Una cooperazione che proseguirà con la realizzazione del museo Archeologico di Stabia all’interno di Palazzo Reale a Quisisana, nell’ottica del potenziamento del marketing territoriale che insieme siamo pronti a promuovere per dare impulso al turismo culturale in città”.
Napoli-San Pietroburgo: due mostre sulla via dell’Antico. Canova, maestro del Neoclassicismo, al Mann; Pompei, dove è nato il senso dell’Antico, all’Ermitage: ne parlano Giulierini, Piotrovskij e De Luca

Il Salone della Meridiana al Mann dove è allestita una sezione della mostra “Canova e l’Antico” (foto Graziano Tavan)

Il manifesto della mostra “Canova e l’Antico” al museo Archeologico nazionale di Napoli dal 28 marzo al 30 giugno 2019

Il manifesto della mostra “Pompei. Uomini, dei ed eroi” al museo Ermitage di San Pietroburgo dal 19 aprile al 23 giugno 2019 2019)
Napoli-San Pietroburgo, andata e ritorno sulla via dell’Antico. Non è un caso, quindi, che al museo Archeologico nazionale di Napoli da qualche settimana sia aperta la mostra “Canova e l’Antico” (fino al 30 giugno 2019), dove la parte del leone la fanno le preziose sculture canoviane conservate nella città degli zar, e che al 19 aprile 2019 al museo statale dell’Ermitage apra la mostra “Pompei. Uomini, dei ed eroi” (fino al 23 giugno 2019) con preziosi reperti provenienti dal Mann e dagli scavi dell’area vesuviana, cioè dove è nato, con gli scavi archeologici dei Borboni dalla metà del Settecento, il concetto di Antico: il progetto è il risultato tangibile dell’ampio e articolato protocollo di collaborazione culturale che lega i due musei (e Pompei) dal novembre 2016. “Se la scoperta di Ercolano e Pompei sono alla base della nascita del Neoclassicismo”, interviene il direttore del Mann, Paolo Giulierini, “la figura di Canova ne è, forse, la massima espressione artistica. Riflettere poi sul fatto che “il moderno Fidia” trasse ispirazione dal patrimonio antico di Napoli, anche in termini di statuaria, e ricevette numerose commesse tanto da consentirci, oggi, di poter proporre un “itinerario canoviano”, fornisce la risposta al perché di una mostra di Canova all’Archeologico di Napoli, curata magistralmente da Giuseppe Pavanello”. E il governatore della Campania, Vicenzo De Luca: “Perché Canova ha tanto senso? Perché sentiamo così profondamente la mostra dell’ultimo degli antichi e il primo dei moderni, fra gli artisti del ‘700? La risposta è nella mostra proposta dal Mann, che dimostra non solo l’eccellenza del museo che la ospita, ormai fra le più importanti istituzioni culturali europee, e lo straordinario intuito del suo direttore che riesce a tessere una fitta rete di rapporti interni e internazionali: negli ultimi mesi con la Cina, oggi con l’Ermitage di San Pietroburgo. Soprattutto, però, la mostra prova l’universalità “politica” dell’arte e la sua perenne contemporaneità. Da San Pietroburgo giungono a Napoli prestiti unici e irripetibili, come i gruppi scultorei di Canova, che, per la prima volta, vivranno un emozionante confronto con i modelli che hanno ispirato l’autore. A San Pietroburgo, reperti provenienti dal Mann e dal Parco archeologico di Pompei danno vita alla mostra “Pompei. Uomini, dei ed eroi”. E’ il significato dell’arte come patrimonio universale e collettivo. Ed è, per noi, motivo di orgoglio sentirci protagonisti di questa eccezionale interazione, condividere la capacità quasi “olfattiva” del Mann di intercettare, per questo magma in movimento che è la Campania, un “sistema” dell’arte, unico nel suo genere, che possa indicare nuovi orizzonti nella gestione della cultura della nostra nazione”.

Il gruppo “Amore e Psiche”, oggi all’Ermitage, scolpito da Canova per Josephine de Beauharnais (foto Graziano Tavan)
“Chi conosce la terra, dove il cielo d’indicibile azzurro si colora? dove tranquillo il mar con l’onda sfiora rovine del passato?”: inizia così citando Puskin l’intervento di Michail Piotrovskij direttore generale museo statale Ermitage, una delle anime di questo progetto internazionale. “La penna di Puškin, come il pennello di un pittore”, continua, “ha creato un’immagine dell’Italia meridionale in due versi, dove la natura stessa ha nutrito l’immaginazione di artisti dei tempi antichi e ha ispirato l’incarnazione dell’ideale di bellezza: “Dove il gran Torquato cantò superbo, […], Ove dipinse Raffaello, dove nei nostri giorni lo scalpello di Canova dava vita al marmo ubbidiente”… Accanto ai nomi di famosi maestri del passato, il poeta mette il nome del suo contemporaneo”. Puškin – ricorda Piotrovskij – conosceva bene le opere di Canova: doveva averle viste all’Ermitage, per il quale Alessandro I acquistò dalla prima moglie di Napoleone, Joséphine, quattro statue nel 1814 e nelle collezioni di famosi collezionisti russi. Il principe Nikolaj Jusupov e il conte Nikolaj Rumjancev furono perenni ammiratori del talento del maestro italiano. Nel 1817, l’inviato austriaco scrisse a Antonio Canova a Roma dalla capitale russa: “Per diverse settimane tutti a San Pietroburgo dicono che tu e la tua statua, creati per il conte Rumjancev […], siete ammirati ed essa è diventata oggetto di vera adorazione del pubblico illuminato”: di questo pubblico illuminato faceva parte il diciottenne Aleksandr Puškin. “Grazie a filantropi e collezionisti russi, entusiasti estimatori del talento di Antonio Canova”, spiega Piotrovskij, “l’Ermitage possiede la più grande collezione al mondo di statue in marmo del famoso maestro italiano ed è alla luce della forte collaborazione che lega il nostro museo al museo Archeologico nazionale di Napoli e al suo direttore Paolo Giulierini che abbiamo voluto con convinzione promuovere insieme al Mann la mostra “Canova e l’Antico”, importante occasione di conoscenza e studio, partecipando all’evento con il prestito di un nucleo di opere davvero unico”.

L’affresco con “Dioniso e Arianna a Nasso” dalla Casa del Bracciale d’Oro di Pompei: sarà alla mostra all’Ermitage (foto Parco archeologico di Pompei)
“Canova e l’Antico”: come sono collegati questi due fenomeni? Quali le somiglianze e le differenze tra il lavoro dello scultore neoclassico e la plastica antica? Quali gli stimoli colti in quell’arte passata e, nel contempo, la straordinaria modernità dello scultore italiano? “Ci auguriamo che la mostra fornisca una risposta a questi interrogativi che, ripetutamente, si ponevano anche i contemporanei di Canova. E tra pochi giorni a San Pietroburgo al museo Ermitage, grazie al Protocollo di Collaborazione siglato ormai tre anni fa con il Mann e con il Parco archeologico di Pompei, si aprirà la più importante mostra mai realizzata in Russia sulla città sepolta dal Vesuvio nel 79 d.C. Un momento di conoscenza e di celebrazione di quell’arte e di quella cultura antica che i primi scavi di Pompei portavano all’attenzione internazionale proprio negli anni in cui Canova muoveva i primi passi; e che il giovane artista volle conoscere e vedere dal vivo nel suo primo viaggio a Napoli”. Un’ultima riflessione dal direttore Giulierini: “Il linguaggio del Neoclassicismo, è noto, sta alla base, come il mondo classico, di un codice interpretativo e culturale connaturato all’Europa delle Corti prima e delle Nazioni poi. Mai come ora un’operazione culturale è propizia per fornire un segnale di unità, dialogo e crescita intorno a temi che tutti noi abbiamo mutuato dal passato e che ancora oggi sono il fondamento dei nostri istituti di cultura, degli spazi urbani, del paesaggio”.











































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