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Bari. Successo di pubblico: nuova proroga della mostra “Antichi Popoli di Puglia. L’archeologia racconta” al Castello Svevo, oltre seicento reperti dall’VIII secolo a.C. fino all’epoca dell’imperatore Augusto

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Reperti apuli esposti nella mostra “Antichi Popoli di Puglia. L’Archeologia racconta” al Castello Svevo di Bari (foto drm-puglia)

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Videoinstallazione alla mostra “Antichi Popoli di Puglia. L’Archeologia racconta” al Castello Svevo di Bari (foto drm-puglia)

Prima fino al 31 marzo, poi al 14 maggio, ora fino al 23 luglio 2023. Non si ferma il successo della mostra “Antichi Popoli di Puglia. L’archeologia racconta”, a cura del direttore generale musei, Massimo Osanna e del direttore regionale musei Puglia, Luca Mercuri, al Castello Svevo. La nuova proroga in risposta al grande interesse del pubblico, con 55mila visitatori all’attivo in cinque mesi. Nell’esposizione sono presenti oltre seicento reperti, molti dei quali normalmente non esposti al pubblico e distribuiti lungo una linea temporale che va dall’VIII secolo a.C. fino all’epoca dell’imperatore Augusto. Tra le opere provenienti dai musei della direzione regionale, da musei civici, da depositi, soprintendenze e dalla direzione regionale Musei Basilicata, vi sono anche i 36 reperti del museo Archeologico nazionale di Taranto – MArTA, provenienti prevalentemente dall’area dell’acropoli di Saturo, dallo scavo tarantino di via Leonida e dalle tombe di Canosa. L’archeologia in Puglia racconta una lunga vicenda di incontri e scontri fra popoli e civiltà, dal processo di integrazione ed assimilazione della cultura degli Iapigi, abitanti della regione dal IX secolo a.C., e dei Greci diretti a fondare la colonia di Taranto, alla formazione delle tre culture locali, quella dei Messapi a sud, dei Peucezi al centro e dei Dauni a nord, fino alla radicale trasformazione del paesaggio e della società con l’arrivo dei Romani.

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Allestimento della mostra “Antichi Popoli di Puglia. L’Archeologia racconta” al Castello Svevo di Bari (foto drm-puglia)

“La consapevolezza che su questo territorio insista un così ricco patrimonio archeologico è il punto di partenza da cui nasce l’ambizioso progetto espositivo di Antichi Popoli di Puglia, che riunisce in un solo percorso i contesti e le opere più significative dell’archeologia pugliese”, disse il direttore generale Musei Massimo Osanna durante l’inaugurazione della mostra. “L’allestimento diventa altresì occasione per evidenziare, anche con la presenza di opere usualmente non esposte, la pluralità di culture avvicendatesi nel territorio, attraverso una narrazione che ne valorizza i caratteri peculiari”. E il direttore regionale musei Puglia Luca Mercuri: “Il ricco e variegato patrimonio archeologico della Puglia ha suggerito le linee tematiche della mostra, che ha trovato terreno fertile in tutti i Musei, le Soprintendenze e le altre istituzioni locali coinvolte in questa operazione ambiziosa. L’esposizione nasce come opportunità per valorizzare le collezioni dei luoghi della cultura del territorio ed è stata allestita nel Castello Svevo di Bari, cuore pulsante della città e monumento tra i più noti e visitati dell’intera Regione, con numeri in straordinaria crescita”.

Pompei. All’Odeon anteprima internazionale della nuova opera filmica “I Am Hymns of the New Temples – أنا تراتیل المعابد الجدیدة” dell’artista Wael Shawky girato nel 2022 tra le rovine della città antica teatro di narrazioni differenti ma inevitabilmente connesse

pompei_odeon_anteprima-internazionale_I Am Hymns of the New_Wael Shawky_locandinaIl 12 maggio 2023, alle 20, il Teatro Piccolo “Odeion” di Pompei ospita l’anteprima internazionale della nuova opera filmica dell’artista egiziano Wael Shawky (Alessandria d’Egitto, 1971) “I Am Hymns of the New Temples – أنا تراتیل المعابد الجدیدة”. La proiezione del film sarà introdotta da una conversazione fra l’artista, Andrea Viliani, curatore del progetto, e Carolyn Christov Bakargiev, direttrice del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea di Rivoli-Torino, presentati da Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Pompei. Anteprima su invito venerdì 12 maggio 2023, ingresso dalle 19.30, a seguire conversazione con l’artista e proiezione. Proiezioni in anteprima al pubblico sabato 13 e domenica 14 maggio 2023, alle 21, ingresso da piazza Esedra a partire dalle 20.15; biglietto 5 euro, acquistabile esclusivamente sul sito www.ticketone.it.

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Una scena di “I Am Hymns of the New Temples”, opera scritta e diretta da Wael Shawky e girata a Pompei (foto Amedeo Benestante © Wael Shawky; Ministero della Cultura; Parco Archeologico di Pompei in the context of the program Pompeii Commitment. Archaeological Matters)

Girata nell’estate del 2022 fra le rovine dell’antica città di Pompei, colpita dall’eruzione del Vesuvio nel 79 dc, la nuova opera filmica di Shawky mostra ciò che affiora alle soglie fra le diverse culture che rendono Pompei un vero e proprio teatro di narrazioni differenti ma inevitabilmente connesse. Basando la sua narrazione sulla mitologia greco-romana, e raccontandone le sovrapposizioni con gli antichi culti egizi, Shawky rimette in scena le stratificazioni delle narrazioni antiche, e come esse abbiano contribuito a riplasmare le relazioni fra storia e mito nella proliferazione delle loro ulteriori versioni (“i nomi e le forme erano numerosi, e le linee di sangue si mescolarono”). Già fonte di meraviglia per il moderno Grand Tour occidentale, e oggetto di continue scoperte a partire dalla sua riscoperta nel 1748, e ancora oggi in corso, i resti archeologici pompeiani testimoniano quindi la complessa stratificazione delle culture e delle nature mediterranee: la Pompei antica, sede di intensi scambi commerciali, ospitava infatti non solo templi connessi alla religione greco-romana ma anche egizia (il Tempio di Iside fu dissepolto, con i suoi stucchi, statue, affreschi e suppellettili, proprio all’inizio del Grand Tour), così come ai riti misterici di Mitra, Cibele, Attis. Cogliendo le tracce spurie di queste iconografie sincretiche, Shawky ha individuato il set mobile della sua opera filmica spostandosi fra i Praedia di Giulia Felice, la Casa del Frutteto, l’Odeion, la Necropoli di Porta Nocera e la Basilica, il Tempio di Vespasiano (Genius Augusti) e il Tempio di Iside. E, in questa sua storia pompeiana – che l’artista racconta sulla scorta di una pluralità di storie precedenti di altri autori – non solo scopriamo di esserci già estinti e di essere già rinati – dalle inondazioni dei diluvi primordiali come dall’eruzione del Vesuvio, che colpì senza annichilire, però, le città vesuviane. Ma scopriamo anche che colei che, in questa storia, i greci chiamavano Io, divenne in Egitto Iside, come il figlio-compagno Epafo divenne Osiride: le storie infatti si richiamano l’un l’altra e si sovrascrivono fra loro, creando templi sempre nuovi in cui continuare a proclamare i nostri inni, a raccontare le nostre storie. Shawky offre quindi una lettura ipotetica di tutti questi antichi miti, ritrovandoli incarnati nell’insieme coeso e poroso di templi, sculture, affreschi, mosaici ma anche nei fertili e fluidi paesaggi naturali vulcanici che fanno da set e da sfondo al film. Shawky raffigura così, nella sua narrazione favolistica e multi-specie, creature ibride (dei e dee, figure immaginifiche, esseri umani, animali, minerali e vegetali) che – con una danza celebrativa e misterica, una serie di gesti rituali propri di un’esperienza mistica che sveli il fascino misterioso delle coste nilotiche e tenda al raggiungimento di una possibile salvezza epifanica – riconfigurano Pompei come un multiverso di potenzialità tanto narrative quanto storiche e come un ecosistema tanto culturale quanto naturale, disponibile alla metamorfosi e quindi anche all’interpretazione.

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Wael Shawky sulla scena di “I Am Hymns of the New Temples”, opera girata a Pompei (foto Amedeo Benestante © Wael Shawky; Ministero della Cultura; Parco Archeologico di Pompei in the context of the program Pompeii Commitment. Archaeological Matters)

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Backstage di “I Am Hymns of the New Temples”, opera scritta e diretta da Wael Shawky e girata a Pompei (foto Amedeo Benestante © Wael Shawky; Ministero della Cultura; Parco Archeologico di Pompei in the context of the program Pompeii Commitment. Archaeological Matters)

L’opera – scritta e diretta da Wael Shawky, autore anche della partitura musicale – è stata curata da Andrea Viliani, con supervisione alla produzione da parte del responsabile unico di progetto Silvia Martina Bertesago, funzionario archeologo del parco archeologico di Pompei, e il supporto scientifico e organizzativo di Anna Civale (per il parco archeologico di Pompei) e Laura Mariano con Stella Bottai e Caterina Avataneo (per Pompeii Commitment. Archaeological Matters). La produzione generale del progetto è coordinata da Giorgia Rea (Italia) e la post-produzione e le riprese in Egitto da Tamer Nady (Egitto). La produzione esecutiva delle riprese in Italia è di Davide Mastropaolo (Audioimage). Istituzione partner per la valorizzazione internazionale dell’opera è il LaM-Lille Métropole Musée d’art moderne, d’art contemporain, d’art brut, che presenterà l’opera nel contesto di una mostra personale nel 2024. Le istituzioni italiane che hanno collaborato alla realizzazione dell’opera sono Fondazione Teatro di San Carlo e Accademia di Belle Arti di Napoli. Hanno inoltre partecipato alla produzione dell’opera la Galleria Lia Rumma, Milano/ Napoli, Massimo Moschini e Olimpia Fischetti, Silvio Sansone, Annamaria Alois (San Leucio), Caterina Fabrizio (Dedar), Ferdinando e Giuseppe Botto Paola (Lanificio Botto), Chicco D’Amici (D’Amici Srl). La produzione dell’opera – vincitrice del bando PAC – Piano per l’Arte Contemporanea 2020 promosso e sostenuto dalla direzione generale Creatività contemporanea – è il risultato della collaborazione fra il ministero della Cultura e il parco archeologico di Pompei nel contesto del programma Pompeii Commitment. Materie archeologiche, il primo progetto a lungo termine co-ideato da Massimo Osanna e Andrea Viliani: “I Am Hymns of the New Temples” rappresenta la prima opera prodotta nel contesto di questo programma dedicato alla formazione della collezione d’arte contemporanea del parco archeologico di Pompei, primo sito archeologico al mondo a dotarsi di un programma di lungo termine e di una collezione che valorizzano e divulgano la contemporaneità dei temi e dei valori espressi dal patrimonio archeologico italiano e internazionale. Narratore di processi conoscitivi ed espressivi sospesi fra il documentabile e l’immaginabile, Wael Shawky esplora i modi in cui sono state scritte e raccontate le storie e analizza come esse abbiano modellato anche la realtà storica. Nelle sue opere – in cui si articolano film, disegno, pittura, scultura, installazione, performance e regia teatrale, sempre risultato di una ricerca sulle fonti storiche e letterarie – Shawky ci predispone a una posizione di consapevolezza nei confronti dei meccanismi narrativi, antichi e contemporanei, con cui sono stati interpretati e trasmessi i fatti storici, sociali e culturali e, attraversando spazio e tempo, evoca una dimensione al contempo fattuale e immaginaria della storia e della società, come se esse non fossero mai definibili una volta e per sempre, o da un solo punto di vista.

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Una scena di “I Am Hymns of the New Temples”, opera scritta e diretta da Wael Shawky e girata a Pompei (foto Amedeo Benestante © Wael Shawky; Ministero della Cultura; Parco Archeologico di Pompei in the context of the program Pompeii Commitment. Archaeological Matters)

Massimo Osanna, direttore generale Musei del ministero della Cultura e co-ideatore del programma Pompeii Commitment. Materie archeologiche, dichiara: “Il rapporto fra noi e gli antichi è qualcosa di vivo e sempre in divenire, risultato di un processo storico non solo di trasmissione – fra copie e varianti, fratture e interpretazioni – ma anche di immedesimazione, che andrebbe quindi esplorato, come fa l’artista Wael Shawky, non solo guardando all’indietro ma anche in avanti, e in profondità. Al fine di poter cogliere la costante attualità delle storie e delle materie archeologiche, in cui rivivono sensibilità e emozioni umane che al contempo ci differenziano ma ci avvicinano anche, come contemporanei, agli antichi. L’obiettivo di progetti come il PAC – Piano per l’Arte Contemporanea e Pompeii Commitment. Materie archeologiche, entrambi matrici istituzionali del nuovo film di Shawky, è proprio quello di costruire un patrimonio culturale contemporaneo che, valorizzando le molteplici esperienze del nostro passato, sappia fondare e condividere il patrimonio culturale del nostro futuro”. Come ricorda Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Pompei: “La vera archeologia è guardare con occhi sempre nuovi l’antico che già pensiamo di conoscere. Per questo il Parco Archeologico di Pompei crede fortemente nel valore del dialogo fra archeologia e arte contemporanea, dialogo capace di ascoltare le storie comuni, avvicinando fra loro i termini geografici e cronologici di una storia, in cui raccontare l’antico vuol semplicemente dire raccontare il contemporaneo a noi”. Andrea Viliani, che ha curato il progetto nel contesto del programma Pompeii Commitment. Materie archeologiche, dichiara: “La nuova opera filmica di Wael Shawky è il racconto epico del bisogno umano di inventare, raccontare e tramandare storie, attraverso le quali gli esseri umani hanno dato e continuano a dare un possibile senso al mondo, in cui convivono con tutte le altre specie e con gli altri esseri umani. Un bisogno che forse proprio il racconto, il mito, la leggenda riescono a definire ancor più in profondità della cronaca storica. Ne emerge il profilo di un essere umano inteso non tanto come una creatura storica, e quindi realistica, quanto come una creatura impregnata di fabulazione narrativa, costantemente rigenerata dagli innumerevoli racconti con cui elaborare la necessità di dare un nome, un corpo, un volto a ciò che ignora, a ciò che teme e a ciò che desidera, alla sua stessa pulsione alla conoscenza, di rapportare il macrocosmo e il microcosmo, di riconoscere l’incessante implicazione fra materiale e spirituale, culturale e naturale, così come di elaborare l’inevitabile intreccio fra distruzione e ricreazione. L’antica città di Pompei, apparentemente distrutta, divenuta un sito leggendario ma poi riemersa dalle sue stesse rovine, si presenta quindi come il set esemplare per la nuova opera dell’artista”.

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Una scena di “I Am Hymns of the New Temples”, opera scritta e diretta da Wael Shawky e girata a Pompei (foto Amedeo Benestante © Wael Shawky; Ministero della Cultura; Parco Archeologico di Pompei in the context of the program Pompeii Commitment. Archaeological Matters)

“I Am Hymns of the New Temples” rappresenta, in questo senso, non solo una continuazione della ricerca dell’artista sulla mitologia greco-romana e su come essa abbia circoscritto la nostra interpretazione contemporanea, fondamentalmente eurocentrica, del mondo – come narrato nel film Isles of the Blessed (Oops!…I forgot Europe), 2022, in cui seguiamo la storia di Cadmo e Armonia inviati da Zeus, che vuole sedurre Europa, sorella di Cadmo, portandola a Creta, dove la leggenda narra che abbia offerto il suo nome al continente omonimo. Ma il nuovo film rappresenta anche il culmine della ricerca fra arte e cinema avviata dall’artista con le precedenti trilogie Cabaret Crusades (The Horror Show Files, 2010; The Path to Cairo, 2012; The Secrets of Karbala, 2015) e Al Araba Al Madfuna (2012-2016). In queste opere fimiche Shawky aveva già messo in rapporto eventi e personaggi della tradizione medio-orientale ed egiziana con una contemporaneità scossa da contrasti apparentemente irresolubili: nel primo caso raccontando le vicende delle Crociate dalla prospettiva storiografica araba e utilizzando marionette al posto dei personaggi storici; nel secondo caso affidando a bambini travestiti da adulti il racconto delle antiche tradizioni del villaggio Al Araba Al Madfuna nei pressi di Abydos (capitale del regno faraonico dell’Alto Egitto). Per la prima volta, però, in “I Am Hymns of the New Temples”, Shawky non solo introduce nella narrazione anche alcuni animali, come il coccodrillo e l’ippopotamo spesso raffigurati nelle scene nilotiche degli affreschi pompeiani, ma mette in scena coreografie eseguite dal vivo negli scavi archeologici da performer che – prendendo il posto delle marionette utilizzate nelle opere precedenti – indossano machere in ceramica o carta pesta e costumi multi-materici, realizzati dal ceramista Pierre Architta e dai laboratori del Teatro di San Carlo e dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, impiegando anche i tessuti dell’antica seteria di San Leucio e altri tessuti prodotti da storiche manifatture tessili italiane che assumono, con i loro pattern decorativi, la valenza pittorica di un tableau vivant ritmicamente animato, come in una processione sacra o un rito iniziatico, dai movimenti coreutici dei performer. In continuità con tutte le sue opere precedenti, ancora una volta Shawky fa emergere dagli eventi narrati le dinamiche ancestrali che li hanno trasmessi fino a noi e riscrive quella Storia collettiva che solo le tante storie singole e la dimensione della favola possono, forse, restituirci, nella sua contraddittoria verità e irredimibile umanità. Come ha affermato l’artista stesso, il suo desiderio, nel raccontare questa sua nuova storia, è quello che essa appaia, come tutte le altre che ha raccontato, “sufficientemente precisa nei dettagli, da poter sembrare che essa esista realmente, da qualche parte” e in qualche momento nello scorrere del tempo… passato, presente e (o) futuro.

Torino. Al museo Egizio al via con Barbara Jatta, direttrice dei Musei Vaticani, il ciclo “What is a museum?”, in presenza e on line: dieci direttori dei più grandi musei del mondo si confrontano col direttore Christian Greco sul ruolo e le sfide del futuro dei musei

torino_egizio_what-is-a-museum_locandinaCome possono i musei essere luoghi di conservazione e costruzione della memoria? Come possono affrontare le sfide del futuro senza tradire la loro storia? Come possono affrontare la nuova fase che stanno attraversando ripensando il proprio passato e dando un senso alla loro esistenza oggi? Oggi i musei mirano a comprendere a fondo i meccanismi del cambiamento, generando relazioni e influenzando la società. Alla luce della nuova definizione di museo data da ICOM e delle sfide che attendono le istituzioni culturali, il museo Egizio di Torino presenta “What is a museum?”, una serie di conferenze per il 2023 e il 2024 con protagonisti i direttori di alcuni dei più importanti musei internazionali in dialogo con Christian Greco, per ispirare e accompagnare verso l’importante traguardo del bicentenario della fondazione del museo Egizio (2024). Ricerca, digitalizzazione, educazione, inclusione e cura del patrimonio sono i punti che verranno affrontati per ripensare il ruolo che i musei possono avere nella società contemporanea.

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Christian Greco, direttore del museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Dieci direttori delle più prestigiose istituzioni museali mondiali saranno protagonisti di un confronto con il direttore dell’Egizio, Christian Greco, volto a delineare il ruolo e le sfide del futuro dei musei, intesi sempre più come una sorta di laboratorio della contemporaneità e non solo come luoghi di ricostruzione e conservazione della memoria. Ricerca, digitalizzazione, formazione, inclusione, accessibilità e cura del patrimonio sono i temi su cui i principali musei internazionali saranno chiamati a confrontarsi a Torino.

torino_egizio_what-is-a-museum_barbara-jatta_locandinaA inaugurare il ciclo, che si terrà presso la sala conferenze del museo Egizio, sarà martedì 9 maggio 2023, alle 18, Barbara Jatta, direttrice dei musei Vaticani a Roma. Tutti gli appuntamenti saranno a ingresso libero con prenotazione tramite evenbrite. Per gli incontri in lingua inglese sarà disponibile il servizio di traduzione simultanea in italiano per il pubblico in sala. È prevista inoltre la diretta streaming in lingua originale sulla pagina Facebook e sul canale YouTube del museo Egizio.

torino_egizio_what-is-a-museum_incontri_locandinaIl prossimo appuntamento sarà il 26 giugno con Massimo Osanna, direttore generale Musei del Mic. Dopo la pausa estiva si inizierà con i direttori dei musei stranieri: il 26 settembre sarà la volta Hermann Parzinger, direttore del Preußischer Kulturbesitz di Berlino; il 9 novembre è atteso a Torino Miguel Falomir Faus, direttore del Museo Nacional del Prado di Madrid. I protagonisti del 2024 saranno: Taco Dibbits, direttore del Rijksmuseum di Amsterdam; Anna-Vasiliki Karapanagiotou, direttrice del National Archaeological Museum di Atene; Tristram Hunt, alla testa di Victoria and Albert Museum di Londra. Sempre da Londra è atteso Hartwig Fischer, direttore del British Museum. Mentre gli ultimi due appuntamenti del 2024 saranno dedicati a Laurence des Cars, direttrice del Musée du Louvre di Parigi e a Hartmut Dorgerloh, direttore dell’Humboldt Forum di Berlino.

Pompei. Ricostruito nelle sue parti mancanti il carro da parata di Civita Giuliana, a due anni dall’eccezionale scoperta. Sarà un pezzo forte della mostra “L’istante e l’eternità. Tra noi e gli Antichi” alle Terme di Diocleziano a Roma. Zuchtriegel: “Dalla scoperta al restauro, alla fruizione: un percorso di recupero, legalità e valorizzazione di un reperto unico”

“Elegante, raffinato, prezioso: è lo straordinario carro da parata, con elementi in legno e ferro, dipinto di rosso, e decorazioni a tema erotico in stagno e bronzo, l’ultima eccezionale scoperta dagli scavi della villa suburbana di Civita Giuliana a un passo da Pompei. Sotto il portico della villa, a ridosso della stalla dove meno di tre anni fa erano stati trovati tre cavalli, uno ancora con le ricche bardature in bronzo, il carro era pronto forse per un rito legato a culti propiziatori come potevano essere quelli di Cerere o di Venere, forse – più probabilmente – per una cerimonia nuziale promossa dal ricco proprietario della villa. Nozze ed eros: riportano a scene di vita quotidiana e di festa delle élite”. Così due anni fa, era il febbraio 2021, il parco archeologico di Pompei annunciava la nuova eccezionale scoperta nella villa di Civita Giuliana (vedi Nuova eccezionale scoperta nella lussuosa villa di Civita Giuliana (Pompei): scoperto un carro da parata (pilentum) integro, con decorazioni erotiche, forse per una cerimonia nuziale. Osanna: “Un unicum in Italia. Grazie all’intesa Parco archeologico di Pompei e Procura di Torre Annunziata per contrastare le attività dei tombaroli” | archeologiavocidalpassato).

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Locandina della mostra “L’istante e l’eternità. Tra noi e gli antichi” alle Terme di Diocleziano dal 4 maggio al 30 luglio 2023

 

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Il carro da parata scoperto nella villa suburbana di Civita Giuliana dopo la ricostruzione (foto parco archeologico pompei)

Oggi il carro ricostruito nelle sue parti mancanti – che lasciarono impronte nella cenere e furono recuperate grazie alla tecnica del calco – è finalmente percepibile nelle sue reali forme e dimensioni e sarà uno dei pezzi forti della mostra “L’istante e l’eternità. Tra noi e gli Antichi”, in programma dal 4 maggio al 30 luglio 2023 alle Terme di Diocleziano, una delle sedi del museo nazionale Romano. “Questa è un’autentica perla che dimostra ancor più, ove ve ne fosse bisogno, l’unicità del nostro patrimonio”, dichiara il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano. “Il restauro e l’esposizione non rappresentano solo la restituzione di un reperto eccezionale ai cittadini e agli studiosi, ma anche il coronamento di uno sforzo che, in questo caso, ha visto operare insieme parco archeologico di Pompei, Procura della Repubblica di Torre Annunziata e Carabinieri del TPC. Tutto ciò ci spinge a lavorare con sempre maggior impegno, consapevoli del valore del nostro patrimonio, eredità di un grande passato ma anche opportunità di crescita civile e socioeconomica per il futuro”. La mostra che espone il carro è promossa dal ministero della Cultura italiano e dal ministero della Cultura e dello Sport della Grecia (Eforato per le Antichità delle Cicladi) e testimonia la centralità e l’importanza della collaborazione tra i due Stati. L’evento espositivo, organizzato dalla Direzione generale Musei e dal museo nazionale Romano in collaborazione con Electa, è ideato e curato da Massimo Osanna, Stéphane Verger, Maria Luisa Catoni e Demetrios Athanasoulis, con il sostegno del parco archeologico di Pompei e la partecipazione della Scuola IMT Alti Studi Lucca e della Scuola Superiore Meridionale (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2023/04/30/roma-alle-terme-di-diocleziano-con-lapertura-delle-grandi-aule-chiude-da-decenni-al-via-la-grande-mostra-listante-e-leternita-tra-noi-e-gli-antichi-30/).

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La Stanza degli Schiavi nella villa suburbana di Civita Giuliana a Pompei (foto parco archeologico pompei)

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La seconda vittima nel criptoportico della villa suburbana di Civita Giuliana: ben delineati il mento, le labbra e il naso (foto Luigi Spina)

L’operazione nasce nel 2017 dalla collaborazione tra la Procura della Repubblica di Torre Annunziata, i Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale e il parco archeologico di Pompei per arrestare l’attività illecita dei clandestini e il depredamento del patrimonio archeologico di quell’area. Da questa sinergia che ha dato vita nel 2019 a un Protocollo d’intesa per la legalità tra le istituzioni teso al contrasto delle operazioni illecite nel territorio vesuviano, e dall’attività di scavo avviata ne è derivata la scoperta e dunque la restituzione al pubblico di ambienti e reperti di grande valore dal punto di vista storico e scientifico: dal rinvenimento di una stalla con i resti di alcuni esemplari equini, tra cui un cavallo bardato di cui è stato possibile realizzare il primo calco in assoluto, alla stanza degli schiavi e al carro cerimoniale nel quartiere servile della villa; ai calchi di due vittime dell’eruzione nel settore residenziale (vedi Straordinaria scoperta tra i cunicoli di scavi clandestini a Civita Giuliana, appena fuori le mura nord di Pompei: trovata una villa suburbana in ottimo stato di conservazione. Per evitare fake news e notizie sensazionalistiche prive di fondamento il direttore generale Osanna svelerà giovedì 10 maggio tutti i dettagli della scoperta | archeologiavocidalpassato).

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Il carro da parata scoperto nella villa suburbana di Civita Giuliana dopo la sua ricostruzione (foto parco archeologico pompei)

Il grande carro cerimoniale a quattro ruote, con i suoi elementi in ferro, le bellissime decorazioni in bronzo e argento, con raffigurazioni erotiche, i resti lignei mineralizzati, le impronte degli elementi organici (dalle corde a resti di decorazioni vegetali), venne rinvenuto quasi integro nel porticato antistante alla stalla con i resti dei 3 equidi. Si tratta di un vero e proprio unicum in Italia non solo per il livello di conservazione, in quanto sono emerse le singole decorazioni e l’intera struttura del veicolo, ma anche perché non si configurava come carro da trasporto per i prodotti agricoli o per le attività della vita quotidiana, già attestati sia a Pompei che a Stabia. Il carro è identificabile come un pilentum, un veicolo usato nel mondo romano dalle élite, per cerimonie e in particolare per accompagnare la sposa nella nuova casa. Un reperto unico e fragile per le sue delicate condizioni di conservazione e rinvenimento, che nel suo percorso di recupero, restauro, ricostruzione e restituzione alla fruizione del pubblico, incarna appieno il senso di caducità e eternità che la storia ci consegna attraverso la testimonianza del nostro straordinario patrimonio culturale.

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Dettaglio della decorazione del carro di parata scoperto nella villa suburbana di Civita Giuliana dopo la ricostruzione (foto parco archeologico pompei)

“La scoperta all’epoca dello scavo fu eccezionale per le informazioni che rivelava per la tipologia di veicoli di trasporto, di tipo cerimoniale, che non trovava confronti in Italia con simili reperti. Un carro simile era stato ritrovato anni fa in Grecia, nei luoghi dell’antica Tracia, in una tomba appartenuta a una famiglia di alto rango, ma lasciato in situ.  Questa è invece la prima volta al mondo che un pilentum viene ricostruito e studiato”, dichiara il direttore generale dei Musei, Massimo Osanna, sotto la cui direzione del parco di Pompei nel 2018 si sono avviate tutte le attività e la firma del protocollo d’Intesa con la Procura – Inoltre, le indagini a Civita Giuliana hanno sancito l’ attuazione di una metodologia di scavo di tutto il contesto, ormai ordinaria a Pompei, che ha visto coinvolto un team interdisciplinare di archeologi, architetti, ingegneri, restauratori, vulcanologi, antropologi e archeobotanici. L’attuale restituzione del carro al pubblico racchiude una storia ben più ampia di cura del patrimonio culturale italiano”.

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Una fase della ricostruzione del carro da parata scoperto nella villa suburbana di Civita Giuliana (foto parco archeologico pompei)

“Il carro oltre al suo valore scientifico, costituisce il simbolo di un processo virtuoso di legalità, tutela e valorizzazione non solo dei singoli reperti, ma di tutto il territorio vesuviano”, aggiunge Gabriel Zuchtriegel, attuale direttore del Parco. “Quell’attività ha dato avvio a operazioni di esproprio di strutture illecite, per consentire di proseguire l’indagine e ha visto più enti collaborare per un intento univoco. Oltre alla Procura e ai Carabinieri, anche il Comune di Pompei, ha dato la sua disponibilità nella gestione della viabilità urbana inevitabilmente compromessa dal prosieguo dello scavo. L’esposizione dei preziosi reperti è un punto di partenza verso l’obiettivo più ambizioso di rendere presto fruibile l’intera villa al pubblico”.

Roma. Alle Terme di Diocleziano, con l’apertura delle Grandi Aule chiuse da decenni, al via la grande mostra “L’istante e l’eternità. Tra noi e gli antichi”: 300 pezzi eccezionali tra opere greche, romane, etrusche e italiche, medievali, moderne e contemporanee. Il ministro Sangiuliano la visita in anteprima con il cantiere aperto

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I Corridori dalla villa dei Papiri di Ercolano in una fase dell’allestimento della mostra “L’istante e l’eternità. Tra noi e gli antichi” nelle Grandi Aule delle Terme di Diocleziano (foto mnr)

Alle Terme di Diocleziano del museo nazionale Romano ultime ore febbrili per ultimare l’allestimento della mostra “L’istante e l’eternità. Tra noi e gli antichi” che apre al pubblico giovedì 4 maggio 2023, che per l’occasione, dopo decenni, potrà ammirare alcune delle Grandi Aule delle Terme di Diocleziano, che ospitarono nel 1911 la Mostra Archeologica nell’ambito delle celebrazioni per il primo cinquantenario dell’Unità d’Italia e che conservano, ancora oggi, parte dell’allestimento storico degli anni Cinquanta. Circa 300 pezzi eccezionali tra opere greche, romane, etrusche e italiche, medievali, moderne e contemporanee, che permettono di esplorare in modi inaspettati e spettacolari il rapporto complesso e variegato che noi intratteniamo con gli antichi: opere che

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Il ministro Sangiuliano con il direttore generale Osanna in una visita al museo nazionale Romano accompagnati dal direttore Verger (foto mnr)

domani, 1° maggio 2023, nel pomeriggio, il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, potrà ammirare visitando in anteprima la mostra “L’istante e l’eternità. Tra noi e gli antichi”, nelle ultime fasi dell’allestimento. “Il valore della libertà, il valore dell’Occidente è il filo conduttore di questa mostra”, ha dichiarato Sangiuliano. “L’intento è quello di proporre le origini e il cammino della nostra storia. Ringrazio il Ministero della cultura e dello sport della Grecia per la collaborazione fattiva e amichevole. Nella civiltà greco-romana affondano le nostre radici ed è nostro compito salvaguardare e rendere fruibile a tutti questo patrimonio che ci ricorda la nostra eredità culturale e che ispira la nostra filosofia contemporanea. Tradizione e modernità, due facce della stessa medaglia, fanno parte del percorso della mostra L’istante e l’eternità. Tra noi e gli antichi”.

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Locandina della mostra “L’istante e l’eternità. Tra noi e gli antichi” alle Terme di Diocleziano dal 4 maggio al 30 luglio 2023

La mostra, visitabile dal 4 maggio al 30 luglio 2023, è promossa dal ministero della Cultura italiano e dal ministero della Cultura e dello Sport della Grecia (Eforia delle Antichità delle Cicladi) e testimonia la centralità e l’importanza della collaborazione tra i due Stati. L’evento espositivo, organizzato dalla Direzione generale Musei e dal museo nazionale Romano in collaborazione con Electa, è ideato e curato da Massimo Osanna, Stéphane Verger, Maria Luisa Catoni e Demetrios Athanasoulis, con il sostegno del parco archeologico di Pompei e la partecipazione della Scuola IMT Alti Studi Lucca e della Scuola Superiore Meridionale. Tutte le tematiche della mostra sono ripercorse e approfondite dai numerosi saggi pubblicati nel catalogo edito da Electa.

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Testa di giovane africano (II secolo a.C. ?) conservata al museo nazionale Romano (foto mnr)

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Statua di fanciulla (kore) da Santorini (640 a.C.) conservata al museo Archeologico di Thera (foto mnr)

Il nostro rapporto con gli antichi è sostanzialmente doppio: da una parte, si è costruito attraverso un lungo e discontinuo processo storico di trasmissione intellettuale e artistica che ha plasmato la nostra cultura classica fra continuità, fratture e manipolazioni; dall’altra, ha talvolta preso la forma di un rapporto di immedesimazione, sviluppato con persone che, pur vissute molto tempo fa, hanno affrontato, come noi, tutte le vicende della vita, dalle più gioiose alle più drammatiche, e a queste hanno dato voci e forme che sono giunte fino a noi. Per questo, gli antichi ci sembrano allo stesso tempo lontani e vicini.

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Uno dei medaglioni con scene a sfondo erotico nella decorazione del carro da parata di Civita Giuliana (foto Luigi Spina)

Accompagnano il visitatore in questo percorso di scoperta e confronto, alcune opere straordinariamente rappresentative, provenienti non solo dai principali musei italiani, nell’ambito del Sistema Museale Nazionale coordinato dalla Direzione generale Musei, ma anche da importantissimi istituti della Grecia. Molte delle opere in mostra sono presentate al pubblico per la prima volta: nuove scoperte, come il carro da parata di Civita Giuliana e la statua di Ercole del parco archeologico dell’Appia Antica, nuove acquisizioni, come la Tabula Chigi del museo nazionale Romano, e soprattutto numerosi capolavori solitamente conservati nei depositi dei musei dell’Italia e della Grecia, come la statua di Santorini. La mostra rappresenta così un’ulteriore opportunità per il progetto Depositi (Ri)scoperti, ideato e promosso dal museo nazionale Romano, permettendo non solo di proseguire l’iniziativa, ma anche di incrementarla con la realizzazione di nuove tappe espositive negli istituti della Direzione regionale Musei Lazio a Nemi e a Sperlonga.

Bari. Al Castello Svevo, in presenza e on line, tre giornate di studi collegate alla mostra “Antichi Popoli di Puglia. L’Archeologia racconta” a cura di Massimo Osanna e Luca Mercuri. Sessanta interventi tra archeologi, accademici e studiosi per raccontare ogni aspetto della storia della Puglia antica

bari_castello-svevo_antichi-popoli-di-puglia_giornate-di-studio_locandinaTre giornate di studi a Bari sugli antichi popoli di Puglia. Martedì 18, mercoledì 19 e giovedì 20 aprile 2023 appuntamento al Castello Svevo di Bari in concomitanza con la mostra “Antichi Popoli di Puglia. L’Archeologia racconta”, a cura del direttore generale Musei, Massimo Osanna, e dal direttore regionale Musei Puglia, Luca Mercuri, prodotta interamente dal ministero della Cultura, allestita nel Castello Svevo di Bari e aperta fino al 14 maggio 2023, che permette di ripercorrere un viaggio nel tempo nel territorio pugliese dall’VIII secolo a.C. all’età di Augusto. Durante le tre giornate di studi interverranno 60 fra esponenti del ministero della Cultura, accademici e studiosi per raccontare delle attività di tutela, valorizzazione e ricerca sul territorio e scandagliare ogni aspetto della storia della Puglia antica. Tre le sessioni di lavoro il 18 aprile: 1. I musei della Puglia e della Basilicata e le nuove prospettive di valorizzazione; 2. La Puglia; 3. La Daunia. Due invece le sessioni del 19 aprile: 4. La Messapia 5. La Peucezia. Infine una la sessione del 20 aprile: 6. La Puglia e Roma. Per conoscere tutti i temi affrontati nel ricco programma si veda il link tinyurl.com/ProgrammaConvegnoAntichiPopoli. È possibile partecipare da uditori in presenza nella sala conferenze del Castello di Bari, inviando una email per richiedere l’accredito (indicando nome cognome, ente o istituto e numero partecipanti) all’indirizzo drm-pug.comunicazione@cultura.gov.it  entro e non oltre le 18 di lunedì 17 aprile 2023. È inoltre possibile seguire il convegno da remoto, accedendo ai seguenti link: bit.ly/AntichiPopoli_Giornata1, bit.ly/AntichiPopoli_Giornata2, bit.ly/AntichiPopoli_Giornata3.

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Reperti apuli esposti nella mostra “Antichi Popoli di Puglia. L’Archeologia racconta” al Castello Svevo di Bari (foto drm-puglia)

La mostra “Antichi Popoli di Puglia. L’archeologia racconta”, a cura di Massimo Osanna e Luca Mercuri, presenta oltre seicento reperti, molti dei quali normalmente non esposti al pubblico, distribuiti lungo una linea temporale che dall’ VIII secolo a.C. giunge fino all’epoca dell’imperatore Augusto: una storia di oggetti che raccontano popoli, narrandone incontri, scambi e scontri sullo sfondo di un territorio unico, un affascinante viaggio nel tempo attraverso l’archeologia della Puglia. L’esposizione, prodotta dal ministero della Cultura e ideata dalla direzione generale Musei e dalla direzione regionale Musei Puglia, si avvale di un allestimento scenografico composto di videoinstallazioni e opere provenienti non solo dai musei della stessa direzione regionale, ma anche della direzione regionale Musei Basilicata, dal museo Archeologico nazionale di Taranto, da musei civici e regionali e dai depositi delle Soprintendenze, consentendo anche a reperti solitamente non esposti di vedere la luce.

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Videoinstallazione alla mostra “Antichi Popoli di Puglia. L’Archeologia racconta” al Castello Svevo di Bari (foto drm-puglia)

“La consapevolezza che su questo territorio insista un così ricco patrimonio archeologico è il punto di partenza da cui nasce l’ambizioso progetto espositivo di Antichi Popoli di Puglia, che riunisce in un solo percorso i contesti e le opere più significative dell’archeologia pugliese”, commenta il direttore generale Musei, Massimo Osanna. “L’allestimento diventa altresì occasione per evidenziare, anche con la presenza di opere usualmente non esposte, la pluralità di culture avvicendatesi nel territorio, attraverso una narrazione che ne valorizza i caratteri peculiari”. E il direttore regionale Musei Puglia, Luca Mercuri: “Il ricco e variegato patrimonio archeologico della Puglia ha suggerito le linee tematiche della mostra, che ha trovato terreno fertile in tutti i Musei, le Soprintendenze e le altre istituzioni locali coinvolte in questa operazione ambiziosa. L’esposizione nasce come opportunità per valorizzare le collezioni dei luoghi della cultura del territorio ed è stata allestita nel Castello Svevo di Bari, cuore pulsante della città e monumento tra i più noti e visitati dell’intera Regione, con numeri in straordinaria crescita. Ringrazio il Direttore Generale Musei, prof. Massimo Osanna, che ha ideato questo progetto cui abbiamo collaborato con grande entusiasmo, per una nuova valorizzazione dei beni culturali di questo territorio”.

Paestum. Eccezionali scoperte al tempietto greco lungo le mura: il basamento, le decorazioni del tetto, i gocciolatoi, teste di toro, l’altare dei sacrifici e centinaia di ex-voto. E una suggestione: un piccolo ex-voto con un eros a cavallo di un delfino potrebbe cambiare la storia conosciuta dell’antica Poseidonia

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Ex-voto con eros che cavalca un delfino proveniente dall’area del tempietto greco lungo le mura di Paestum (foto pa-paeve)

È un piccolo ex voto quello che potrebbe cambiare la storia conosciuta dell’antica Poseidonia: si vede un eros a cavallo di un delfino che la fantasia potrebbe rimandare al mitico Poseidon, il dio che ha dato il nome alla città. A Paestum stanno rivelando grandi sorprese i lavori per riportare alla luce il tempietto greco rinvenuto nel 2019 lungo le mura ovest della città antica (vedi Il parco archeologico di Paestum presenta alla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico la scoperta del tempietto dorico e lancia il Manifesto dell’Archeologia Circolare: occasione per riflettere nella prassi archeologica, museologica e gestionale | archeologiavocidalpassato): ecco riemergere il basamento in pietra con i gradini d’accesso e la delimitazione della cella che ospitava la divinità, le decorazioni in terracotta colorata del tetto con i gocciolatoi a forma di leone, una straordinaria gorgone, una commovente Afrodite. Ma anche sette stupefacenti teste di toro, l’altare con la pietra scanalata per raccogliere i liquidi dei sacrifici e centinaia di ex voto. Uno scavo, che promette di “cambiare la storia conosciuta dell’antica Poseidonia”, assicura Tiziana D’Angelo, direttrice del parco archeologico di Paestum e Velia. Quasi insomma come una finestra aperta su un frammento lungo 500 anni della vita della città che i greci di Sibari fondarono nel 600 a.C. e che poi passò sotto i lucani per diventare alla fine una colonia di Roma.

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Veduta complessiva dell’area sacra del tempietto greco lungo le mura di Pasetum_ si vede il basamento e anche l’altare per i sacrifici (foto pa-paeve)

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Tiziana D’Angelo, direttore del parco archeologico di Paestum e Velia, nel Tempio di Nettuno a Paestum (foto pa-paeve)

“Il ritrovamento di centinaia di ex voto, statue e altari nel tempietto di Paestum”, afferma il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, “conferma lo straordinario valore di questo sito e le sue grandi potenzialità sulle quali stiamo lavorando. Poco più di un mese fa mi sono recato a Paestum proprio per verificare lo stato del Parco archeologico e capire tutto quello che si può fare, anche in termini di finanziamenti, per rafforzare le attività di conservazione e di sviluppo dell’area. Ogni scavo che riporta alla luce le testimonianze storiche del passato dimostra l’immensa ricchezza del patrimonio archeologico della nostra nazione di cui c’è ancora molto da scoprire”. Davvero un contesto unico che “accende una luce molto interessante sulla vita religiosa antica”, applaude il dg musei Massimo Osanna ricordando che le ricerche archeologiche fatte a Paestum negli anni ’50 intorno ai templi maggiori non furono scientificamente documentate. Avviati nel 2020 e subito bloccati dalla pandemia, gli scavi al tempietto sono ripresi da qualche mese: “Quello che oggi ci troviamo davanti è il momento in cui il santuario, per motivi ancora tutti da chiarire, viene abbandonato, tra la fine del II e l’inizio del I sec. a C”, premette D’Angelo (vedi Paestum. La direttrice Tiziana D’Angelo riapre lo scavo del tempietto arcaico lungo le mura e decide di raccontarlo in diretta sui canali social | archeologiavocidalpassato).

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Testa di toro proveniente dall’area sacra del tempietto greco lungo le mura di Paestum (foto pa-paeve)

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Gabriel Zuchtriegel, quando era direttore del parco e del museo di Paestum e Velia (foto pa-paeve)

L’analisi delle decorazioni fittili ha permesso di datarne la fondazione nel primo quarto del V secolo a C., quando nella colonia greca erano già stati costruiti alcuni dei più importanti edifici monumentali arrivati fino a noi, il tempio di Hera, edificato tra il 560 e il 520 a.C., e quello di Atena, che si fa risalire al 500 a.C. Il tempio di Nettuno venne completato invece un po’ più tardi, nel 460 a.C., dopo una lunga gestazione. Di dimensioni molto contenute – misura 15,60 metri per 7,50 – con 4 colonne sul fronte e 7 sui fianchi, il tempietto è come gli altri in stile dorico, ma si distingue per la purezza delle forme. “È il più piccolo tempio periptero dorico che conosciamo prima dell’età ellenistica, il primo edificio che a Paestum esprime pienamente il canone dorico”, spiega Gabriel Zuchtriegel, l’ex direttore di Paestum oggi alla guida di Pompei che ha appena dato alle stampe un corposo studio sull’architettura dorica. “Quasi un modello in piccolo del grande tempio di Nettuno”, che allora appunto doveva essere in costruzione, “una sorta di missing link tra il VI e il V secolo a.C.”. Molto importante, quindi, anche perché in qualche modo dimostra l’autonomia artistica e culturale della comunità e sconfessa chi ha sempre creduto che nelle colonie ci si limitasse a copiare le produzioni della madrepatria.

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Veduta da drone del tempietto greco lungo le mura di Paestum con il team di archeologi che segue le ricerche: al centro la direttrice Tiziana D’Angelo (foto pa-paeve)

Straordinaria però è anche la distesa di oggetti ritrovati nello spazio che separa il fronte dell’edificio dall’altare, eretto come di regola all’esterno: statuette in terracotta con i volti degli offerenti o quelli delle divinità, addirittura 15 quelle con il piccolo eros a cavallo del delfino, templi e altari in miniatura. Piccoli capolavori di artigianato che si aggiungono alle sette teste di toro ritrovate intorno all’altare, forse “oggetti di scena” a disposizione di chi amministrava il culto. E che sembrano essere stati poggiati in terra con devozione, “come in un rito di chiusura” ragiona D’Angelo, messo in atto quando il santuario, che pure continuò ad essere frequentato anche in epoca lucana e poi dal 273 a.C. con l’arrivo dei romani, cadde in disuso. “Ogni giorno una sorpresa”, sorride la direttrice attorniata dalla squadra di archeologi coordinata da Francesco Mele. Per capire di più, certo, ci vorrà tempo, serviranno studi, restauri, analisi di laboratorio. Intanto si procede con le ricerche per documentare ogni periodo di vita del tempio fino ad arrivare al momento della sua costruzione, cercando anche di capire la dinamica che ha portato una parte delle mura a collassare sul retro dell’edificio.

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Elemento della trabeazione con gocciolatoio a testa di leone dal tempietto greco lungo le mura di Paestum (foto pa-paeve)

Gli elementi di forte interesse “sono tanti”, si appassiona D’Angelo. Come la firma – proprio su una delle statuette col delfino- degli Avili, “una famiglia di ceramisti di origine laziale, nota anche a Delo, la cui presenza qui a Paestum non era mai stata documentata”. O come l’ubicazione particolarissima di questo santuario, costruito nella città, sì, ma lontano dal centro e dagli altri templi, giusto a ridosso delle mura. Vicinissimo al mare, sul quale praticamente si affacciava: “Le navi che passavano se lo trovavano di fronte”, fa notare. Il pensiero va agli amorini sul delfino e a una moneta romana del III sec. a.C. che su un lato aveva proprio Eros a cavallo del delfino e sull’altro Poseidon. Che sia proprio questo il tempio intitolato al dio che ha dato nome alla città? D’Angelo scuote la testa: “È ancora presto per dirlo, ma l’ipotesi è estremamente interessante”. Solo una suggestione, quindi. In attesa che gli scavi accendano nuove luci sulla storia.

Torre Annunziata (Na). Lo Spolettificio borbonico diventerà museo e deposiro di Oplontis e scuola di formazione del restauro. Firmato il Protocollo d’Intesa tra il ministro della Difesa Crosetto e il ministro della Cultura Sangiuliano

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Il ministro della Difesa Guido Crosetto e il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano firmano il Protocollo d’Intesa per l’utilizzo dell Spolettificio borbonico di Torre Annunziata a centro museale (foto parco archeologico pompei)

Da Fabbrica d’Armi a dimora dell’arte. Lo “Spolettificio” di Torre Annunziata (Na) diventerà un rilevante sito museale dell’antica Oplontis capace di raccogliere le meraviglie archeologiche della zona. Venerdì 14 aprile 2023 a Torre Annunziata, nello Stabilimento Militare Spolette (Unità Produttiva dell’Agenzia Industrie Difesa), alla presenza del ministro della Difesa, Guido Crosetto, e del ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, del direttore dell’Agenzia del Demanio, Alessandra dal Verme, e del commissario straordinario di Torre Annunziata, Enrico Caterino. è stato firmato il Protocollo d’Intesa tra i due Ministeri, l’Agenzia del Demanio e il Comune di Torre Annunziata, per la razionalizzazione e la valorizzazione di immobili militari presenti nel territorio cittadino. Presenti il direttore del parco archeologico di Pompei Gabriel Zuchtriegel e il direttore generale Musei Massimo Osanna. Il protocollo prevede il passaggio in gestione al Parco di alcuni immobili che saranno destinati a museo e deposito dei reperti del territorio, oltre al progetto di una scuola di formazione del restauro e al recupero di un’area parcheggio per il sito di Oplontis. “Questo protocollo”, ha affermato il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, “è un esempio di come i beni dello Stato possono essere valorizzati, reimpiegati, mantenere in parte la funzione che hanno, in questo caso, da centinaia di anni. I beni dello Stato vanno custoditi, da chi li amministra pro tempore, come se fossero i propri. Beni che possono essere riutilizzati sia pensando alla cultura, che di un territorio come questo rappresenta un motore fondamentale, sia pensando alle esigenze di sicurezza e legalità del territorio sia aprendosi, nel contempo, alla voglia di futuro e al bisogno di lavoro della collettività. Ma soprattutto, il protocollo di oggi, è l’esempio di quanto sia importante abbattere le barriere che esistono tra pezzi dello Stato. Uno Stato che si riconosce come organismo unico, in cui ognuno fa la sua parte e che viene prima di qualunque Governo o partito o persona che ne fa parte. Un patrimonio collettivo che riesca a far emergere le potenzialità del nostro Paese superando tutti gli steccati che ci dividono. Anche così possiamo riscoprire quanto la nostra grandezza dipende dalla capacità di operare, lavorare e stare insieme”.

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La delegazione interministeriale alla villa di Poppea a Oplontis: da sinistra, il procuratore Nunzio Fragliasso, il direttore Gabriel Zchtriegel, il direttore generale Massimo Osanna, il generale dei carabinieri Tullio Del Sette, il ministro Gennaro Sangiuliano (foto parco archeologico pompei)

“Questo è un bellissimo esempio di collaborazione istituzionale, perché l’Italia deve essere un sistema della Nazione”, ha sottolineato il ministro Sangiuliano. “Oltre ad ospitare spazi ricettivi e di accoglienza per i visitatori del vicino sito di Oplontis, qui verrà insediata una scuola di restauro per la formazione professionale necessaria alla manutenzione del patrimonio, un deposito per le opere da restaurare e uno spazio espositivo. Lo spolettificio borbonico assume una funzione centrale all’interno di una delle aree archeologiche più importanti al mondo”. E ha continuato: “L’Italia vanta insediamenti militari di grande valore storico che, ove dismessi dalla Difesa, possono avere una validissima fruizione culturale. La Real Fabbrica d’Armi di Torre Annunziata è uno di questi. Il protocollo sottoscritto offre enormi opportunità per il territorio, perché permette di recuperare e riutilizzare degli ambienti storici collocati in un’area densamente ricca di reperti”. E il direttore Zuchtriegel: “Sarà un polo culturale che cambierà il volto del centro urbano di Torre Annunziata. Prevediamo di usarlo come spazio museale ma anche per attività che coinvolgano i giovani. La nostra ambizione è di mostrare che la cultura può cambiare un territorio”. “La firma di oggi”, ha infine dichiarato il direttore dell’Agenzia del Demanio, Alessandra dal Verme, “è il primo passo per il recupero di un importante pezzo della nostra memoria storica e culturale, rivitalizzando un luogo che è stato strategico in passato e che può tornare ad esserlo ancora oggi, non solo per il suo valore testimoniale all’interno del più vasto ambito di valorizzazione del sito archeologico di Oplonti, ma anche come leva per il rilancio socio-economico-culturale di tutto il territorio. Per l’Agenzia del Demanio questo si traduce nell’impegno a trovare soluzioni che coniughino la Storia, la memoria, la bellezza dei luoghi con l’innovazione e la sostenibilità. Si tratta di una operazione win win, che mette d’accordo tutte le parti coinvolte dove il vero beneficiario è la cittadinanza che trarrà i vantaggi della rigenerazione anche in termini di sicurezza”.

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Lo Spolettificio di Torre Annunziata già Real Fabbrica d’Armi (foto parco archeologivco

La cooperazione istituzionale tra i firmatari ha come obiettivo la riqualificazione dello “Stabilimento militare Spolette”, un’ampia struttura industriale di circa 80 mila metri quadri fondata nel 1758 per volontà di Carlo di Borbone, e che ai tempi rappresentava la più importante fabbrica per la fornitura militare di armi bianche e da fuoco di tutto il Regno delle Due Sicilie. Dopo l’unificazione italiana lo Stabilimento è stato adibito progressivamente a Spolettificio, e allo stato attuale è per la gran parte in uso all’Agenzia Industrie Difesa e al suo interno ospita il Museo delle Armi. Grazie alla proficua collaborazione tra gli attori coinvolti nell’intesa e un’articolata attività di razionalizzazione degli spazi interni alla struttura, sarà infatti possibile avviare un percorso virtuoso di riqualificazione dell’intero Stabilimento che ha tra gli obiettivi la realizzazione di un innovativo sistema storico-archeologico-ambientale nel centro storico di Torre Annunziata. L’accordo prevede infatti di annettere al sito archeologico di Oplonti, che include due beni dall’importante valore storico artistico, una villa d’otium chiamata “di Poppea” e una villa rustica detta “B” o “di Lucius Crassius Tertius”, alcune porzioni dello Spolettificio non più utili alle attività amministrative del ministero della Difesa. Sarà così possibile realizzare strutture dedicate all’accoglienza dei visitatori, con nuovi spazi espositivi e aree di parcheggio. Gli edifici settecenteschi attraverso differenti destinazioni d’uso saranno destinati ai servizi culturali, con una scuola di restauro e ampi depositi per i rinvenimenti archeologici, sale espositive e nuove aree per le attività ricettive e di promozione locale.

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Lo Spolettificio di Torre Annunziata diventerà centro culturale e servizi a disposizione del territorio (foto parco archeologico pompei)

Un altro importante obiettivo dell’intesa è quello di avviare interventi di riqualificazione urbana che rigenerino il territorio e incentivino la mobilità sostenibile per garantire una maggior fruizione degli spazi da parte della cittadinanza. Sarà infatti realizzato un nuovo collegamento pedonale fra il Rione Provolera ed il Rione Murattiano mediante il sottopasso che taglia longitudinalmente lo stabilimento militare, agevolando così il raggiungimento dei diversi edifici scolastici collocati sul territorio. Inoltre, per rafforzare il presidio di sicurezza del Comune di Torre Annunziata, attraverso la rifunzionalizzazione di una consistente area dello Spolettificio di circa 10.000 mq più altre superfici scoperte, saranno realizzati dei nuovi spazi da destinare alla Guardia di Finanza e al Comando Compagnia dell’Arma dei Carabinieri.

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Delegazione interministeriale con il ministro Sangiuliano e il direttore Zuchtriegel in visita alla villa di Poppea a Oplontis (foto parco archeologico pompei)

Al termine dell’incontro, la delegazione del Ministero e dell’Agenzia del Demanio si è spostata in visita alla Villa di Poppea a Oplontis, dove da poco è stato realizzato un importante progetto di musealizzazione diffusa, con la ricollocazione in situ di 15 reperti provenienti dalla Villa e precedentemente in mostra presso il Palazzo Criscuolo di Torre Annunziata, e in parte provenienti dai depositi del Parco archeologico di Pompei (vedi Torre Annunziata. Alla Villa di Poppea (villa A di Oplontis) tornano in situ statue e reperti conservate a Palazzo Criscuolo: nasce un museo diffuso per raccontare, conservare e valorizzare il patrimonio statuario di Oplontis | archeologiavocidalpassato).

Taranto. Il gruppo “Orfeo e le Sirene” torna finalmente al museo Archeologico nazionale: presentazione, in presenza e on line, con il ministro Sangiuliano. Poi aperture straordinarie per la Settimana Santa. Tutta la storia dal trafugamento alla restituzione dal Getty Museum con l’operazione del TPC

Era il 17 settembre 2022 quando il gruppo “Orfeo e le Sirene” è rientrato dal Paul Getty Museum di Los Angeles, restituito al patrimonio culturale nazionale, ed esposto nel nuovo museo dell’Arte Salvata nella Sala Ottagona delle Terme di Diocleziano a Roma. E da quel giorno al museo Archeologico nazionale di Taranto hanno iniziato il conto alla rovescia per il ritorno a casa del gruppo scultoreo trafugato clandestinamente in area tarantina nel corso degli anni Settanta del Novecento e in seguito esportato illecitamente negli Stati Uniti. L’attesa è finita (Roma. Dal Getty Museum di Los Angeles arriva al museo dell’Arte Salvata il gruppo di Orfeo e le Sirene: il ministero della Cultura e il Comando carabinieri TPC oggi presentano gli aspetti del rientro in Italia | archeologiavocidalpassatotaranto_archeologico_ritorno-di-orfeo_locandina). Mercoledì 5 aprile 2023, alle 12, sarà presentato il gruppo scultoreo “Orfeo e le Sirene” alla presenza del ministro Gennaro Sangiuliano. È prevista la diretta sul canale YouTube del ministero della Cultura al seguente link: https://www.youtube.com/watch?v=geXEM-SVbzo. Dopo i saluti istituzionali di Rinaldo Melucci, sindaco di Taranto, e l’introduzione di Luca Mercuri, direttore regionale Musei Puglia delegato alla direzione del MArTA, interverranno alla cerimonia di presentazione il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, Eugenia Pontassuglia; il comandante dei Carabinieri TPC, Gen. B. Vincenzo Molinese; e il direttore generale Musei, Massimo Osanna. Concluderà l’evento il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano.

taranto_archeologico_aperture-straordinarie-settimana-santa_locandinataranto_archeologico_ritorno-di-orfeo_special-day_locandinaAperture straordinarie durante la Settimana Santa. Il ritorno a Taranto nel gruppo scultoreo di “Orfeo e le Sirene” coincide con l’importante appuntamento dei Riti della Settimana Santa tarantina. In occasione di questi due importanti eventi e per consentire la migliore fruizione delle opere recentemente tornate in Italia, il museo Archeologico nazionale di Taranto osserverà degli orari di apertura straordinari. Mercoledì 5 aprile 2023, dopo la cerimonia di presentazione e l’inaugurazione della nuova esposizione alla presenza del ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, il MArTA sarà aperto ai visitatori dalle 15 alle 24. Il Giovedì e il Venerdì Santo sarà possibile visitare tutta l’esposizione permanente del museo Archeologico nazionale di Taranto, arricchita dall’esposizione al secondo piano (Sala I) del gruppo scultoreo di Orfeo e le Sirene, dalle 8.30 alle 23. È preferibile prenotare il proprio ingresso collegandosi al servizio di e-ticketing all’indirizzo www.shopmuseomarta.it.

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Il gruppo scultoreo del IV sec. a.C. di Orfeo e le Sirene rientrato in Italia il 17 settembre 2022 (foto mic)

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Dettaglio di Orfeo del gruppo scultoreo Orfeo e le sirene (foto Emanuele Antonio Minerva e Agnese Sbaffi / Mic)

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Una Sirena del gruppo scultoreo del IV sec. a.C. rientrato dal Getty Museum di Los Angeles (foto mic)

 

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Dettaglio di una sirena del gruppo scultoreo Orfeo e le sirene (foto Emanuele Antonio Minerva e Agnese Sbaffi / Mic)

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Il volto di Orfeo del gruppo Orfeo e le sirene (foto Emanuele Antonio Minerva e Agnese Sbaffi / Mic)

Orfeo e le Sirene. Racconta Apollonio Rodio, nelle Argonautiche, che, di ritorno dalla missione del Vello d’Oro, gli Argonauti giungono presso l’isola delle Sirene, che incantano e uccidono chiunque approdi. Qui gli eroi sono tratti in salvo grazie all’intervento del cantore tracio Orfeo, che, tendendo la cetra e intonando un canto vivace, riempie le orecchie dei marinai, salvandoli dalla voce delle fanciulle. Secondo alcuni, le Sirene, attonite per la sconfitta, si gettano dagli scogli. Il gruppo in terracotta, a grandezza quasi naturale, in origine caratterizzato da una vivace policromia e in parte restaurato in epoca moderna, rappresenta questo episodio. Le due Sirene, raffigurate come uccelli rapaci con corpo di donna secondo l’iconografia più antica, ritte sulle lunghe zampe con gli artigli ancorati allo scoglio, indossano una corta veste stretta in vita terminante con una coda a ventaglio. Una Sirena canta, alzando le braccia verso l’alto, l’altra, con i riccioli quasi completamente conservati, si tocca il mento flettendo l’altro braccio in una postura spesso usata per esprimere dolore. Di fronte a loro, Orfeo, seduto su un trono su cui restano tracce dell’originaria decorazione policroma, poggia i piedi su uno sgabello. Indossa solo il mantello, avvolto intorno alle gambe e sulla spalla sinistra a lasciare scoperto il petto. La capigliatura, probabilmente lavorata a parte, è perduta. Dischiude appena le labbra, forse nel canto, nella mano destra impugna il frammento di un plettro, nell’altra doveva reggere uno strumento a corde, oggi perduto. È verosimile che un’opera di tale grandezza e accuratezza, realizzata a Taranto alla fine del IV secolo a.C., adornasse un ricco sepolcro della città, dove sono note tombe monumentali decorate con elementi in terracotta. Il mito è raro e peculiare e può dire qualcosa del defunto che lo scelse. La figura di Orfeo, infatti, nel IV secolo a.C. è simbolo del trionfo dell’armonia sul disordine, un concetto basilare del pensiero politico e filosofico pitagorico, particolarmente diffuso in Magna Grecia, perseguito dal filosofo Aristosseno di Taranto e amato da Archita, che governa Taranto nella seconda metà del IV secolo a.C. Si potrebbe quindi immaginare che il sepolcro adornato con le statue di Orfeo e le Sirene appartenesse ad un iniziato alla religione orfico-pitagorica.

carabinieri-nucleo-tutela-patrimonio-culturale_logoOperazione “Orpheus”. L’indagine, mirata a contrastare il traffico illecito di beni archeologici di provenienza italiana in ambito internazionale, è stata sviluppata dalla Sezione Archeologia del Reparto Operativo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale. Un noto indiziato di reati contro il patrimonio culturale aveva messo in atto una serie di traffici di reperti archeologici, provento di scavo clandestino nella provincia di Taranto, avvalendosi di un’organizzazione con propaggini internazionali. Nel corso delle indagini si appurava che il noto trafficante aveva avuto un ruolo nello scavo clandestino e nell’esportazione illecita del gruppo scultoreo “Orfeo e le Sirene” avvenuti negli anni ‘70. La documentazione individuata svelava che i preziosi reperti erano stati scavati e rinvenuti in frammenti presso un sito tarantino da alcuni tombaroli del posto, ceduti a un noto ricettatore locale con collegamenti con la criminalità organizzata, che, a sua volta, li aveva consegnati a un altro ricettatore, titolare di una galleria d’arte in Svizzera. Le sculture, in frammenti, vennero consegnate a un altro soggetto specializzato nel trasferire beni culturali all’estero, che effettuò il trasporto in territorio elvetico, dove vennero affidati a un restauratore che li ricompose e ridiede forma alle opere. Dopo un periodo di giacenza in Svizzera, in attesa di un compratore, le sculture furono acquistate dal “The Paul Getty Museum” di Malibu (Los Angeles – USA) nel 1976 per la somma di 550mila dollari. Le informazioni condivise con il District Attorney’s Office di Manhattan (New York – USA) e la stretta collaborazione instaurata con quell’ufficio e con l’Homeland Security Investigations hanno consentito il sequestro del gruppo scultoreo dal valore inestimabile e il suo rimpatrio per la restituzione al patrimonio culturale nazionale. Orfeo aveva viaggiato attraverso il mondo antico al seguito del suo migliore amico Giasone. Era andato per terra e per mare, si era spinto attraversando i Balcani e oltre le Alpi fino a solcare tutto il Mediterraneo e l’Egeo, per riportare in patria il toson d’oro. Aveva incontrato le Sirene, le perfide guardiane del mare e, senza dotarsi di armi, le aveva sconfitte, soltanto con la musica in una battaglia armoniosa. Immortalato in una forma plasmata di terracotta, aveva continuato la sua disputa canora con quelle creature, in parte donna e in parte uccello, all’interno di un luogo a lui dedicato e sacro. Si era ritrovato, però, ad affrontare un altro viaggio difficoltoso e pericoloso. Strappato da quella tomba monumentale o da un santuario ellenistico a sud della bella Taras, era tornato a viaggiare, rapito da profanatori della bellezza italiana, da mercanti senza scrupoli che obbediscono solo alle leggi del profitto. Orfeo ha, così, ripercorso quei luoghi perigliosi tornando a viaggiare per giungere nel Nord dell’Europa, nella Augusta Raurica romana fino a spingersi al nuovo Mondo, l’America oltre oceano, per approdare sulle sponde del Pacifico. In quella terra era rimasto, prigioniero di un museo privato che ha voluto tenere per sé tale splendore artistico. Grazie ai Carabinieri dell’Arte, donne e uomini guidati da una grande passione, Orfeo sei riuscito a tornare nella tua amata terra per continuare ad affrontare le incantatrici del mare.

Napoli. Giornata “storica” al museo Archeologico nazionale: riaperte dopo 50 anni di oblio le sale monumentali dell’ala occidentale con la sezione “Campania Romana: sculture e pitture da edifici pubblici”, quasi 250 opere in un allestimento unico. Intervento del ministro Sangiuliano: i progetti futuri. Ovazione per Giulierini

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La sezione Campania romana al museo Archeologico nazionale di Napoli: la quadriga di Ercolano (foto valentina cosentino / mann)


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Inaugurazione della sezione Campania romana al museo Archeologico nazionale di Napoli con il ministro Gennaro Sangiuliano (foto graziano tavan)

Un’ovazione. Tutta per Paolo Giulierini. Il lunghissimo, interminabile, applauso tributato dall’auditorium del museo Archeologico nazionale di Napoli al suo direttore è stato un riconoscimento esplicito non solo di quanto realizzato negli otto anni del suo mandato ma anche di quanto Paolo Giulierini persona, un non napoletano a Napoli, sia entrato nei cuori dei napoletani e della città per la quale il Mann è diventato un punto di riferimento imprescindibile e orgoglio di Napoli nel mondo, e con le cui istituzioni – non solo culturali – ha intessuto una rete di collaborazioni che ne hanno fatto un partner affidabile e concreto. Ma quell’applauso è stato anche un invito, neppure tanto velato, al vicino ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano a ricordarsi, quando il 30 settembre 2023 scadrà il suo mandato, di quanto Giulierini può ancora dare a Napoli. È cominciata così, lunedì 3 aprile 2023, la presentazione ufficiale della sezione “Campania Romana: sculture e pitture da edifici pubblici” del museo Archeologico nazionale di Napoli, con la curatela scientifica di Carmela Capaldi dell”università di Napoli Federico II: 2000 mq di sale monumentali comprese negli spazi dell’ala occidentale, i cui ambienti storici non erano fruibili da oltre cinquant’anni. Duecentoquaranta le opere esposte, una vera e propria summa dell’arte romana che si espresse in regione e nel Sud d’Italia. Ne esce un percorso straordinario attraverso la Campania antica, territorio che aveva confini più estesi rispetto a quelli attuali: si parte dal II secolo a.C.  per giungere almeno al III secolo d.C., spostandosi tra l’area flegrea, le città vesuviane e il territorio interno, con particolare riferimento all’attuale Casertano. E, guardando più lontano, l’itinerario tocca a Nord il basso Lazio e a Su alcuni centri della Calabria.

E al ministro Sangiuliano questo applauso spontaneo non è passato inosservato. “Oggi – ha esordito – sono particolarmente felice, perché quando si è a casa si è felici. Io sono nato qui accanto in via Foria, ho fatto le scuole elementari al Froebelliano in un edificio che si trova qui vicino, le scuole medie alla Federico Croce, quindi ho avuto la fortuna fin da bambino di conoscere il valore e l’importanza di questo museo che avevo visitato decine e decine di volte. E da quando sono ministro è la terza volta che vengo qui. Credo non ci sia nessun museo italiano nel quale mi sia recato tre volte in un lasso di tempo relativamente breve: sono appena cinque mesi. E quando ero direttore del Tg2, d’accordo con il direttore Giulierini, feci fare un documentario, che si può vedere sulla piattaforma della Rai, documentario con Tg2 Dossier interamente dedicato al Mann. Quindi è evidente che c’è un atto di amore da parte della mia persona nei confronti di questo luogo.

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Presentazione in auditorium del Mann della sezione Campania romana: da sinistra, Massimo Osanna, Gennaro Sangiuliano, Paolo Giulierini e Carmela Capaldi (foto graziano tavan

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Sezione Campania romana al museo Archeologico nazionale di Napoli: Afrodite trionfante dall’anfiteatro campano di Capua (foto graziano tavan)

Ringrazio l’applauso per Giulierini. È un applauso più che meritato perché immagino tutto il lavoro che c’è dietro questo risultato, e ringrazio tutto lo staff del ministero che è qui con me: il direttore generale Osanna, la professoressa Capaldi per l’apporto che ha dato, il capo di gabinetto, il direttore generale La Rocca, perché c’è stato un lavoro di entusiasmo, un lavoro corale. Tutti quanti hanno dato un apporto a questo progetto. Questo non è un progetto casuale. Quello che noi facciamo per i musei, a cui daremo sempre maggiore impulso, rappresenta la punta dell’iceberg di un progetto identitario e culturale molto più ampio. Nella Canzone d’Italia Giacomo Leopardi declina questi versi o Patria mia: e che cosa identifica lui nella patria? Identifica gli archi, le colonne, le erme, cioè la patria è fatta di tutti quei simboli che nel sedimento della Storia, in secoli e secoli di storia, si sono creati all’interno di un popolo e del valore identitario di un popolo. Benedetto Croce, che era a Palazzo Filomarino non lontano da qui e che probabilmente avrà visitato questo museo, dice che la storia è sempre un fatto contemporaneo. La storia non è un orpello del passato, la storia è una sorta di cassetta degli attrezzi dove noi rinveniamo gli strumenti che ci aiutano a interpretare il presente e magari anche a prefigurare il futuro. Quando ho frequentato la facoltà di Giurisprudenza e studiai sui testi i grandi maestri romanisti: Vincenzo Arangio Ruiz che fu anche uno dei primi ministri repubblicani e che scrisse quel meraviglioso testo molto chiaro sulla Storia del Diritto romano; oppure il napoletano Antonio Guarino che scrisse un meraviglioso testo sul Diritto romano, tu potevi comprendere le istituzioni repubblicane di Roma e poi quelle imperiali successive attraverso una visualizzazione esperienziale all’interno di questo museo. E infatti ci dice André Malraux, grande scrittore francese che fu ministro della Cultura di De Gaulle, il museo è uno dei luoghi che danno l’idea più elevata dell’uomo. Perché il museo non è una mera esposizione di reperti archeologici – in questo caso – ma è la costruzione di una storia e la storia è un’identità, è quello che Giambattista Vico chiama il sentire comune: una comunità non esiste in maniera astratta ma una comunità esiste quando ha un’identità che si è sedimentata nella storia e che unisce, cementa questa comunità umana. Nel caso nostro la comunità nazionale italiana.

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Il ministro Gennaro Sangiuliano durante la visita alla sezione Campania romana al Mann (foto graziano tavan)

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Sezione Campania romana al Mann: lucerna in oro a due becchi dal tempio di Venere a Pompei (foto graziano tavan)

“Ora – ha continuato il ministro – so che qui ci sono tanti altri progetti: come il collegamento con la metropolitana, e la valorizzazione della Galleria che si trova qui di fronte che è bellissima e che può tornare a vivere, a pulsare. Io ringrazio il direttore Giulierini e il direttore Osanna per quello che hanno fatto. Perché io ricordo anche gli anni in cui questo museo, soprattutto negli anni ’80, era un luogo polveroso e buio, era buio proprio nella visione. Entravi dentro e c’erano pochissime persone, io ero uno dei pochi, ed era un luogo non vivo come lo è diventato adesso. Purtroppo un luogo non conosciuto dagli stessi napoletani. Questo è uno dei più importanti musei archeologici al mondo. Io ho dato una mia interpretazione personale al mosaico della battaglia di Gaugamela – poi gli esperti mi correggeranno -, ma quel mosaico secondo me simboleggia la lotta tra la polis, che è un ambito dove si riconoscono le persone titolari di diritti e di doveri, e la monarchia territoriale, dove invece si è sudditi. Noi dobbiamo sempre affermare la nozione di cittadini in contrapposizione alla nozione di sudditi. Quando io faccio una critica a una certa globalizzazione ricordo sempre che c’è un’alta nozione occidentale di cives destinatari di diritti e di doveri, e poi c’è la nozione dl suddito che purtroppo oggi sta degradando a codice a barre, le persone degradano a codice a barre, e perdono il loro valore di cittadini. E quindi noi tutto questo lo ritroviamo qui dentro. Quindi dopo questo appannamento c’è stato questo rilancio e ci sono tanti altri progetti.

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Il ministro Sangiuliano con la professoressa Capaldi nella visita della sezione Campania romana al Mann (foto graziano tavan)

“E c’è un progetto a cui personalmente tengo tantissimo. E l’altro giorno – ha annunciato – ho firmato un decreto per portare sul progetto di Palazzo Fuga e dell’Albergo dei Poveri altri 33 milioni di risorse aggiuntive. Quindi ai 100 che ci sono. Come il Louvre oggi ha tre sedi, credo che il Mann abbia tutte le risorse e tutto il patrimonio – io ho visitato i depositi del Mann – per poter raddoppiare sulla direttrice di via Foria. Provate a immaginare insieme a me l’attuale sito dove ci troviamo noi adesso e via Foria passando attraverso l’Orto botanico che è un’altra eccellenza di Napoli, e si arriva poi all’Albergo dei Poveri dove il direttore già mi ha fatto individuare alcune collezioni che potranno essere esposte lì. Quindi queste sono le idee che abbiamo e che io perseguirò con costanza. Qualcuno mi dice che a Napoli ci vengo troppo spesso. Ma – ha concluso – io sono un martello pneumatico. Verrò ogni volta saranno dimenticate”.

napoli_mann_sezione-campania-romana_giardino-delle-camelie_foto-graziano-tavanCosa trovano ora i visitatori? I primi, entrati lunedì 3 aprile 2023, alle 17, con ingresso gratuito, hanno già visto queste meraviglie che ci spiega il direttore Paolo Giulierini. “La struttura della statuaria campana all’Archelogico di Napoli ritorna a essere un punto di riferimenti mondiale delle collezioni di sculture e pittura classica. Si tratta di 250 monumenti che provengono dalle aree pubbliche di Pompei ed Ercolano e che fanno vedere il livello raggiunto in età post Augustea dalla Campania Felix, in particolare il recupero di 2000 metri quadri espositivi e anche il recupero della tessitura architettonica e quindi sarà possibile da parte della città e dei futuri visitatori incontrare un crescendo di arti: architettura pittura scultura spalmate dal mondo antico fino all’età neoclassica”.