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“Lapilli di Ercolano”: con la 15.ma clip il direttore Sirano ci porta sulla seconda grande terrazza sopra l’antica spiaggia, area sacra col santuario di Venere, e ci fa scoprire gli ambienti di servizio e la presenza di due templi dedicati alla stessa divinità, ma con due aspetti diversi

Con la 15.ma clip dei “Lapilli del parco archeologico di Ercolano” siamo ancora sulle due terrazze artificiali che aggettavano sull’antica spiaggia di Ercolano. Così dopo aver conosciuto la terrazza dedicata a Marco Nonio Balbo, stavolta il direttore Francesco Sirano ci porta sull’altra, un’area sacra, dove c’è il santuario di Venere. All’epoca dell’imperatore Augusto il culto di Venere era un culto estremamente importante perché Venere era la divinità da cui si riteneva discendesse la famiglia Giulio-Claudia cui apparteneva lo stesso Augusto. “Non a caso – spiega Sirano – troviamo proprio affrontati l’ingresso del recinto in onore di Marco Nonio Balbo, che faceva parte della cerchia di persone della sfera più stretta di Augusto, e l’ingresso al santuario di Venere. Il santuario di Venere di Ercolano è un esempio eccezionale non solo per la presenza dei templi dedicati a questa divinità, ma soprattutto di grande interesse perché ci permette di cogliere l’intera articolazione di un piccolo santuario di età romana. E questa è una rarità”. Il culto di Venere era ben attestato ad Ercolano già nel II sec. a.C. come dimostra un’iscrizione in osco dedicata a Erempas, che è il termine osco della divinità che noi conosciamo come Venere. Quello che ora vediamo è la sistemazione del santuario nell’età degli imperatori Flavi, poco prima dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Dopo l’ingresso ci si trova di fronte a un portico di cui restano le basi degli archi che creavano un corridoio coperto con alcune zone di attesa dove i fedeli potevano sostare prima di poter procedere al loro culto, e poi alcuni ambienti che erano utilizzati dai sacerdoti e dagli addetti al culto. “Molto interessante è l’ultima cameretta perché lì vediamo la presenza di una banchina che serviva per cucinare. Sappiamo infatti che durante i culti in onore delle divinità romane e in particolare anche di Venere avvenivano alcuni banchetti sacri a cui partecipavano ma vi partecipavano in particolare i membri della confraternita dei Venerei, cioè coloro che si consacravano al culto di Venere. Infatti proprio sul vertice opposto, in diagonale, dell’area sacra c’è l’ingresso dell’edificio che era dedicato alla sala di riunione dei Venerei”.

Il bancone della cucina del santuario di Venere a Ercolano (foto Paerco)

Con Sirano entriamo eccezionalmente nella cucina che di solito è visibile dall’esterno. “Questa cucina – continua il direttore – presenta il bancone rivestito di lastre di terracotta, la pietra ollare sulla quale si cucinava, si appoggiavano le pentole, e poi, sotto, c’è il posto dove si mettevano le fascine per poter riscaldare. Si vede bene la trave di legno, ancora conservata carbonizzata e in parte anche in legno vivo nella parte finale, che sorreggeva il banco dove si cucinava. Come detto, i banchetti sacri erano fondamentali all’interno del culto perché le cerimonie prevedevano dei momenti di aggregazione in cui la comunità di culto si riuniva e intorno alla quale si sentiva unificata e fortificata nella sua fede”.

Veduta panoramica della terrazza sull’antica spiaggia con l’area sacra del santuario di Venere (foto Graziano Tavan)

Il centro del santuario era costituito dai templi. Questo santuario di Venere ne aveva due, collocati entrambi su un podio: di quello a destra c’è ancora la cella, di quello a sinistra è andata perduta la copertura per il terremoto e il cataclisma del Vesuvio. Gli studiosi ritengono che entrambi questi templi fossero dedicati a Venere sotto due diverse accezione di questa divinità. “Questi edifici – ricorda Sirano – hanno anche una storia un po’ diversa. Il tempio a sinistra è più antico dell’altro: presenta infatti una fase di età tardi ellenistica; fu poi rinnovato nell’età di Augusto e di nuovo subito dopo il terremoto del 62 d.C. quando una ricca liberta del luogo, Vibidia Saturnina, ha completamente riedificato a nome suo e di suo figlio l’intero pronao, cioè tutta la facciata del tempio che era stata danneggiata dal terremoto. Le membrature architettoniche, colonne e capitelli, sono esposti ora proprio all’interno dell’area sacra e chiunque li può vedere. Sull’asse dei due templi ci sono gli altari: uno era di tipo proprio basso, e l’altro era un altare di cui ora manca la parte superiore. Qui avvenivano i sacrifici cruenti in onore della divinità. Gli addetti al culto erano gli unici che potevano salire sul podio e andare nella cella, noi ora immaginando di essere degli antichi sacerdoti, saliamo all’interno del pronao da dove si vedono bene le quattro basi delle colonne della facciata con una colonna anche su ogni lato”.

I quattro rilievi con altrettante divinità ricollocati in copia sulla facciata del bancone della cella del tempio più antico di Venere a Ercolano (foto Paerco)

Attraverso una porta, di cui si può ancora vedere la grande soglia di marmo, si entra nella cella che era il luogo riservato alla statua di culto della divinità. Sul fondo della cella, che aveva le pareti dipinte, di cui rimangono ampie tracce, c’è un bancone sul quale i sacerdoti potevano salire durante delle cerimonie per poter fare qualcosa con due statue di legno di cui restano le basi. “Evidentemente – ipotizza Sirano – durante alcune cerimonie si procedeva a vestire oppure a prelevare le statue e a portarle in processione”. Sulla facciata di questo bancone ci sono quattro rilievi nel cosiddetto stile neo-attico. Raffigurano il dio greco Efesto, che a Roma è Vulcano; Poseidone che a Roma è Nettuno; Ermes che a Roma è Mercurio; e la dea Atena nota qui come Minerva. “Questi quattro rilievi furono trovati non in questa cella”, ricorda il direttore, “ma sull’antica spiaggia. In un primo momento si era pensato che fossero stati portati via dal flusso piroclastico sulla spiaggia. Si ricollocarono qui le copie ma le misure, come si vede, non coincidono perfettamente con questo basamento ed inoltre ci si pone il problema di come mai, se abbiamo quattro rilievi di divinità, sono solo due basi le statue di culto. Quindi è molto probabile che questa collocazione non sia da accettare, cioè che questo tempio non fosse dedicato alle quattro divinità ma ancora una volta a Venere sotto due aspetti di cui ora parleremo. Piuttosto questi rilievi potrebbero essere stati utilizzati per decorare le facciate, i quattro lati dell’altare. In questa maniera sarebbero state delle divinità che condividevano con la divinità principale il culto di questo santuario”.

Il direttore Francesco Sirano con alle spalle una delel due immagini di timone in legno nella cella del tempio di Venere Euploia a Ercolano (foto Paerco)

Siamo al secondo tempio e qui eccezionalmente entriamo nella cella che normalmente si vede solo da fuori. “Appena entrati troviamo la mensa di marmo sulla quale erano esposti i vasi rituali che si utilizzavano durante le cerimonie religiose. Le pareti della cella erano decorate a tutta altezza con delle grandi pitture che raffiguravano dei giardini esotici, ricchi di piante di ogni genere e alcune di queste le vediamo ancora qui conservate come questa palma. Molto importanti sono due immagini che troviamo ai lati della porta: su entrambi si distingue un timone di legno. La raffigurazione di timoni ha fatto formulare l’ipotesi sulla titolarità di questo santuario che sarebbe dedicato a Venere sotto due aspetti. Uno è quello della dea della fertilità, della rinascita della vegetazione, quindi più tradizionalmente legato alla dea dell’amore. L’altro, molto importante, è quello di Venere protettrice della navigazione. Una divinità Euploia, cioè che favorisce la navigazione, così come succedeva nel culto di Afrodite che protegge la navigazione, che noi sappiamo ben conosciuto proprio nella vicina Neapolis”.

“Lapilli di Ercolano”: con la 14.ma clip il direttore Sirano ci porta sulla grande terrazza sopra l’antica spiaggia, e ci fa conoscere Marco Nonio Balbo, patrono e benefattore di Ercolano, cui la città per gratitudine dedicò diverse statue

Nella 14.ma clip dei “Lapilli del parco archeologico di Ercolano” il direttore Francesco Sirano ci racconta la storia e le origini del progetto architettonico della terrazza dedicata a Marco Nonio Balbo, un personaggio a cui l’antica Herculaneum manifestò la propria gratitudine proprio attraverso la costruzione di numerosi edifici pubblici e la collocazione di diverse statue. Subito fuori dalla porta che dà sulla marina ci si affaccia sulle due terrazze artificiali, quella di Marco Nonio Balbo e il santuario di Venere, poste sui ripari delle barche che si trovavano sull’antica spiaggia. Le due terrazze si aprono alla vista dei visitatori appena entrano negli scavi seguendo l’itinerario principale. Per raggiungerle si scende una rampa da poco completamente liberata dopo la messa in sicurezza del muro che sostiene la Casa dei Cervi: così ora per la prima volta si possono apprezzare due strade che convergevano per andare poi verso l’antica spiaggia.

Le due terrazze artificiali, quella di Marco Nonio Balbo e quella del santuario di Venere, che si presentano alla vista dei visitatori che entrano nell’area archeologica di Ercolano (foto Graziano Tavan)

La rampa porta all’interno di questo spazio recintato che corrisponde a una sorta di zona sacra, una sorta di Heroon dove viene eroizzato uno dei personaggi di Ercolano nell’età dell’imperatore Augusto. “Si tratta di Marco Nonio Balbo, di cui qui vediamo il monumento funerario con la statua, ora qui esposta in copia, e l’altare funerario”, spiega Sirano. “All’interno di questo altare, al momento degli scavi archeologici, sono stati ritrovati anche i resti delle sue ceneri: all’interno di una olla e una pentola c’erano le ceneri e anche un pezzettino del dito della mano che riporta al cosiddetto “os resectum”, un tipico rito che avviene prima dell’incinerazione di un defunto. Marco Nonio Balbo apparteneva a una famiglia di Nocera di rango dei cavalieri che erano entrati in Senato. Faceva parte di quelle élite locali sulle quali l’imperatore Augusto contava per poter portare avanti il suo programma di rinnovamento di tutta l’Italia attraverso la soppressione di fatto dell’ordinamento repubblicano e l’inizio della monarchia”.

La statua di Marco Nonio Balbo sulla terrazza artificiale di Ercolano (foto Graziano Tavan)

Marco Nonio Balbo fu un personaggio chiave all’interno della politica augustea. “Nel 32 a.C., quando a Roma era tribuno della plebe”, ricorda Sirano, “Marco Nonio Balbo espresse il veto per fermare alcune leggi che avrebbero contrastato la politica dell’imperatore Augusto, che gli fu eternamente grato. Augusto lo fece diventare governatore di Creta e Cirene, due province chiave nell’impero mediterraneo di Roma. E a Ercolano Marco Nonio Balbo è vestito con il paludamento di un generale vittorioso”.

Il monumento funerario e la statua di Marco Nonio Balbo visibili a chi arrivava dal mare a Ercolano (foto Graziano Tavan)

“Marco Nonio Balbo, ormai estremamente ricco, diventa patrono di Ercolano ed elegge la città a sua sede di residenza, e restaura molti monumenti all’interno della città. Il popolo di Ercolano gli sarà per sempre grato: gli dedica non solo questo monumento subito al di fuori della città ma, come recita l’iscrizione che ricorda le sue benemerenze, gli vengono concessi una serie di onori – tra i quali ben 10 statue all’interno della città di Ercolano, nei luoghi più importanti ovviamente -, e inoltre gli vengono dedicati alcuni giochi ginnici da parte dei giovani in occasione di solennità importanti per tutto il mondo romano come i Parentalia. Il monumento a Balbo si trova nel luogo che chiunque vedeva arrivando dal mare, quando si avvicinava a Ercolano e andava al piccolo approdo dei pescatori qui sotto, oppure”, conclude Sirano, “alla nostra sinistra dove riteniamo si collocasse il porto della città antica”.

#iorestoacasa. Nel Foro Triangolare di Pompei la base di una statua di Marco Claudio Marcello dà l’occasione al direttore Osanna di raccontare la storia del nipote prediletto di Augusto

Il Parco archeologico di Pompei è chiuso, si sa. Ma nel rispetto dell’impegno #iorestoacasa ecco una nuova “pillola” per gli appassionati. Nel Foro Triangolare di Pompei si possono ripercorrere delle tracce significative della storia romana. In questo nuovo video il Direttore Generale Massimo Osanna, partendo dalla base della statua sulla quale poggiava la sua statua, ci racconta la storia di Marco Claudio Marcello, un personaggio di grande rilievo per la storia di Roma del I secolo a.C. Marco Claudio Marcello, figlio di Gaio Claudio Marcello, console nel 50 a.C., e di Ottavia minore, sorella dell’imperatore Augusto, di cui era il nipote prediletto. La sua importanza crebbe quando fu chiaro che era uno dei primi candidati alla successione di Augusto. E per scavalcare Tiberio nella linea di successione il suo cursus honorum fu “accelerato” di 10 anni per decreto del Senato del 24 a.C. Ma fu inutile. L’anno dopo, il 23 a.C., Marcello morì a Baia a soli 19 anni. Virgilio lo ricorda nel VI libro dell’Eneide: “Ohi, ragazzo degno di pianto: se mai rompessi i tuoi fati, tu resterai Marcello”. Si racconta che quando Virgilio lesse ad Augusto in anteprima i versi dell’Eneide che parlavano del defunto Marcello, Ottavia svenne per l’emozione.

La statua di Augusto “velato” del museo Archeologico nazionale di Aquileia troneggia a Roma nella mostra “Ovidio. Amori, miti e altre storie”: è la prima volta che la monumentale opera lascia il Friuli per un prestito. Alle Scuderie del Quirinale presenti molti reperti dal museo aquileiese

La statua monumentale di Augusto del museo Archeologico nazionale di Aquileia troneggia nella seconda sezione della mostra “Ovidio. Amori, miti e altre storie” alle Scuderie del Quirinale (foto Graziano Tavan)

Manifesto della mostra “Ovidio. Amori miti e altre storie” alle Scuderie del Quirinale

La grande statua in marmo di Augusto, in vesti sacerdotali, capolavoro del museo Archeologico nazionale di Aquileia, troneggia nella seconda sezione della grande mostra “Ovidio. Amori, miti e altre storie”, curata da Francesca Ghedini, aperta alle Scuderie del Quirinale di Roma fino al 20 gennaio 2019: oltre 200 opere tra reperti archeologici, sculture antiche, affreschi, manoscritti medievali e dipinti di età moderna, provenienti da numerosi musei e biblioteche, un viaggio alla scoperta del mondo poetico di Ovidio attraverso l’amore, la seduzione, il rapporto con il potere e il mito. Perché proprio “questo” Augusto in mostra? L’imperatore, simbolo della sua epoca, fu una figura determinante nella vicenda personale di Ovidio, dai fasti dorati della Roma imperiale fino esilio nella lontana Tomi sul mar Nero. E proprio nella seconda sezione della mostra, come spiega la curatrice, si affronta “il grande scontro tra l’imperatore Ottaviano Augusto e il poeta, costretto alla fine all’esilio. Sappiamo che i motivi alla base dell’ira di Augusto sono legati ai versi “licenziosi” di Ovidio sull’amore, e al suo modo dissacrante di rapportarsi e trattare le divinità, proprio quelle divinità che sono le fondamenta della politica e della morale di Augusto” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/10/16/ovidio-il-poeta-alle-radici-delleuropa-alle-scuderie-del-quirinale-la-grande-mostra-ovidio-amori-miti-e-altre-storie-nel-bimillenario-della-morte-del-poeta-nostra-interv/).

L’Augusto in vesti sacerdotali conservato al museo Archeologico nazionale di Aquileia, in mostra alle Scuderie del Quirinale (foto Graziano Tavan)

La statua in marmo di Augusto, in vesti sacerdotali, della I metà del I sec. d.C., proveniente dalla zona delle Marignane presso l’area del circo di Aquileia, fa parte di un ciclo imperiale raffigurante la famiglia giulio-claudia, in cui dovevano comparire anche i ritratti di Claudio e Antonia Minore. Augusto indossa la toga, veste tipica del cittadino romano con la quale si fa riconoscere durante le cerimonie e i riti sacri. Il capo è velato, prescritto nei riti, a sottolineare così la sua massima devozione. Non dimentichiamo che dal 12 a.C. assume il titolo di Pontefice Massimo. “Non è una scelta casuale”, spiegano i curatori della mostra: “Anche nell’arte ufficiale Augusto fa sottolineare sempre il proprio carattere di uomo pio, in forte adesione al suo programma politico di moralizzazione e riforma dei costumi”. La monumentale statua di Augusto, particolarmente importante nel percorso espositivo della mostra di Roma, è la prima volta che lascia per un prestito il museo Archeologico nazionale di Aquileia, per il cui nuovo allestimento – inaugurato il 3 agosto 2018 – è stata anche restaurata.

Reperti in ambra di squisita lavorazione che ritraggono Amore e Psiche dal museo Archeologico nazionale di Aquileia in mostra a Roma (foto Graziano Tavan)

Le minutissime mosche in lamina d’oro, parte del corredo funebre di una ricca domina aquileiese

Il museo Archeologico nazionale di Aquileia – assicura la direzione – ha colto con entusiasmo l’opportunità di collaborare all’importante progetto espositivo su Ovidio attraverso il prestito di numerose opere della collezione permanente, che si inseriscono felicemente nella narrazione ideata dai curatori della mostra e contribuiscono a restituire al grande pubblico le atmosfere del raffinato ambiente che all’opera di Ovidio fece da sfondo e intorno al quale egli esercitò la sua arte poetica. Manufatti in ambra di squisita lavorazione che ritraggono Amore e Psiche, anelli intagliati con ritratti di raffinate matrone romane dalle acconciature elaborate, ma anche piccole sculture e oggetti da toeletta, come le pissidi e le scatoline lavorate a intaglio, o il grande specchio in bronzo e la rarissima trousse per cosmesi, rinvenuta a sud di Aquileia agli inizi degli anni Novanta e oggetto di un accurato restauro proprio in occasione di questa esposizione, amuleti, collane e gemme vitree, ci raccontano di un mondo elegante dai gusti ricercati che molto doveva ai consigli del cantore dell’Ars Amatoria. In mostra spiccano anche le minutissime mosche in lamina d’oro destinate a essere cucite su di una veste e provenienti dal corredo funerario di una ricca domina aquileiese, che ben testimoniano il fasto e la ricercatezza dei costumi nel I secolo d.C.

Ovidio, il poeta alle radici dell’Europa. Alle Scuderie del Quirinale la grande mostra “Ovidio. Amori miti e altre storie” nel bimillenario della morte del poeta. Nostra intervista alla curatrice Francesca Ghedini: temi, ricerche, miti raccontati attraverso 200 opere, molte inedite

Alle Scuderie del Quirinale a Roma la mostra “Ovidio. Amori miti e altre storie” dal 17 ottobre 2018 al 20 gennaio 2019

Francesca Ghedini, professore emerito dell’università di Padova

Ancora poche ore e le Metamorfosi di Ovidio si materializzeranno alle Scuderie del Quirinale a Roma nella mostra “Ovidio. Amori miti e altre storie” dal 17 ottobre 2018 al 20 gennaio 2019, declinate in oltre duecento opere, alcune esposte per la prima volta al grande pubblico, che vanno dall’antichità (sculture, rilievi, affreschi, gemme, monete…), al medioevo (codici miniati con le illustrazioni dei diversi miti), fino alla grande stagione pittorica del Rinascimento e del Barocco, con quadri dei più grandi pittori del tempo. La mostra, che rientra nelle celebrazioni per il bimillenario della morte del poeta Publio Ovidio Nasone, morto in esilio a Tomi, sul mar Nero, appunto fra il 17 e il 18 d.C., nasce da un progetto di Francesca Ghedini, con Giulia Salvo e Isabella Colpo, ed è stata curata dalla stessa Francesca Ghedini unitamente a Vincenzo Farinella, Giulia Salvo, Federica Toniolo, Federica Zalabra. La mostra presenta la cultura e la società della Roma della prima età imperiale, ricostruita attraverso il filtro dei testi ovidiani: dall’Ars Amatoria alle Metamorfosi alle disperate lettere dal mar Nero. Archeologiavocidalpassato ha incontrato la curatrice della mostra, l’archeologa Francesca Ghedini, professore emerito dell’università di Padova.

Il “ritratto” del poeta Publio Ovidio Nasone

Professoressa Ghedini, come nasce questa mostra “archeologico-artistica” con un soggetto che è più letterario-filologico?
“Dietro questa mostra, frutto di molte professionalità dell’università di Padova, ci sono 10 anni di ricerche, convegni e mostre. Basti ricordare i contributi ovidiani pubblicati sulla rivista “Eidola. International journal of classical art history” nel 2011; e poi l’anno successivo la pubblicazione degli atti del convegno “Il gran poema delle passioni e delle meraviglie. Ovidio e il repertorio letterario e figurativo fra antico e riscoperta dell’antico” tenutosi qualche anno prima all’università di Padova; e sempre nel 2012 la mostra “Metamorfosi. Miti d’amore e di vendetta nel mondo romano” tenutasi a Padova che ho curato insieme a Isabella Colpo”. Per la mostra odierna fondamentale è stato l’apporto della Direzione Generale del MiBAC e delle Scuderie del Quirinale che hanno accettato con entusiasmo l’ambizioso progetto.

A Mantova nel 2011 la mostra “Virgilio, volti e immagini del poeta”

Ovidio è il più immaginifico degli scrittori antichi. Attraverso le sue parole/versi è il più tradotto … dal mondo antico ai giorni nostri. Ma da qui a farne una mostra…
“Abbiamo pensato e voluto realizzare una mostra che sia accattivante per il grande pubblico, nonostante sia dedicata a un poeta. Il nostro intento è stato quello di raccontare il poeta attraverso le immagini. Non siamo comunque i primi che si sono cimentati nell’impresa di raccontare un poeta in una mostra. Ci sono dei precedenti illustri in questo senso: ad esempio, la grande mostra a Mantova su Virgilio nel 2011 (“Virgilio, volti e immagini del poeta”), curata da Vincenzo Farinella; e la stupenda mostra sull’Ariosto a Ferrara nel 2016 (“Orlando furioso 500 anni. Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi”), curata da Guido Beltramini.

Manifesto della mostra “Ovidio. Amori miti e altre storie” alle Scuderie del Quirinale

Ma le nostre conoscenze su Ovidio, rispetto ai citati Virgilio e Ariosto, sono ben poca cosa.
“È vero. Noi ci siamo trovati a narrare, a raccontare di un grande poeta di cui sappiamo ben poco: il suo volto è a noi sconosciuto, e neppure la sua data di morte in esilio è certa: oscilla tra il 17 e il 18 d.C. Noi ci agganciamo a questa data che va per la maggiore (per il bimillenario). Però, diversamente dal caso di Virgilio, per esempio, di Ovidio sappiamo molte cose grazie a una specie di autobiografia contenuta in una delle più toccanti elegie scritte in esilio sul mar Nero (la decima del quarto libro dei Tristia). Comunque sono molte le opere straordinarie esposte alle Scuderie del Quirinale, alcune presentate per la prima volta al pubblico. E l’impatto sui visitatori credo proprio sarà di grande effetto, grazie anche alla sensibilità dell’architetto Francesca Ercole che ha realizzato un allestimento eccezionale, adottando spesso soluzioni ancora più efficaci di quelle che avevamo pensato noi. Inoltre la mostra è accompagnata da un ricco catalogo, curato molto bene da Artem”.

Gli spazi alle Scuderie del Quirinale si articolano in dieci sale, cinque per piano. Come ha sfruttato questi grandi spazi?
“La mostra è organizzata per grandi temi. Al piano terra, la prima sala è dedicata alle opere del poeta, a quelle opere che lo hanno fatto grande e ne hanno preservato la memoria; poi proseguiamo illustrando la sua concezione dell’amore e lo scontro con Augusto, personaggio chiave nella vita di Ovidio, basato anche sulla diversa concezione di divinità come Apollo, Diana e Giove. Invece le cinque sale del secondo piano sono tutte dedicate alle Metamorfosi”.

L’Ermafrodito conservato al museo nazionale Romano

Allora vediamo un po’ più da vicino l’articolazione di questa mostra. Ci accompagni in una piccola visita guidata virtuale?
“Tema fondamentale nella produzione ovidiana è l’Amore. Sappiamo come nelle opere giovanili il poeta abbia evocato corteggiamenti e amplessi. I suoi versi danno vita a un vero e proprio vademecum del perfetto seduttore. Così per illustrare i suoi versi immortali abbiamo proposto in mostra immagini di scene amorose, arredi e oggetti di uso femminile. E poi ci sono i baci appassionati, le scene erotiche: protagonisti negli elementi decorativi all’interno della casa romana. Anche Augusto non disdegnò di averne alcune, nonostante la sua politica di moralizzazione. Quindi vediamo in mostra – come in uno specchio – le immagini che si ritrovano nei versi di baci appassionati e di amplessi. C’è quindi un gioco di rimandi tra versi e immagini”.

L’Augusto velato, capolavoro proveniente dal museo Archeologico nazionale di Aquileia (foto Graziano Tavan)

Nella seconda sala propone la storicizzazione della figura di Ovidio. Cosa intende?
“La seconda sezione affronta il grande scontro tra l’imperatore Ottaviano Augusto e il poeta, costretto alla fine all’esilio. Sappiamo che i motivi alla base dell’ira di Augusto sono legati ai versi “licenziosi” di Ovidio sull’amore, e al suo modo dissacrante di rapportarsi e trattare le divinità, proprio quelle divinità che sono le fondamenta della politica e della morale di Augusto. In particolar modo Ovidio se la prende con Apollo, Diana e Giove. Non è un caso che abbiamo dedicato le tre sale successive a descrivere i miti più famosi legati a queste tre divinità. È proprio in questa sezione che chiude il piano terra delle Scuderie del Quirinale, e in qualche modo anche il rapporto di Ovidio con il mondo antico, che compaiono i primi codici, che è possibile esporre grazie al contributo di Federica Toniolo, collega di Storia dell’arte all’università di Padova. Sono proprio i codici medievali e i primi libri a stampa illustrati con soggetti ovidiani che fanno da trait d’union tra il mondo antico e il Medioevo e l’età Moderna, mondi che sono ben rappresentati nell’altra metà della mostra, al secondo piano”.

L’incipit delle “Metamorfosi” di Ovidio

I miti raccontati nelle Metamorfosi superano dunque il mondo antico per arrivare fino a noi. Come li avete resi per il grande pubblico?
“Come si diceva, tutto il secondo piano è dedicato alle Metamorfosi, con l’illustrazione di una decina di miti: quelli più importanti e famosi. In questa sezione abbiamo la possibilità di esporre anche quadri di grandi artisti del Rinascimento, dal Tintoretto al Poussin, la cui scelta è stata affidata a Federica Zalabra del MIBAC e Vincenzo Farinella dell’università di Pisa. Ogni mito è raccontato in poche righe. E poi immagini e versi di Ovidio si rincorrono in un mix antico-moderno”.

Il gruppo scultoreo “Venere ed Eros” proveniente dal museo di Eretria in Grecia

Come si presenta in mostra questo mix antico-moderno?
“L’illustrazione del mito la affidiamo a una grande varietà di oggetti: dall’affresco romano ai sarcofagi, dai codici antichi ai quadri rinascimentali, e alle parole di Ovidio stesso. Così il visitatore potrà cogliere che c’è un filo rosso che corre attraverso i secoli dall’età augustea ai giorni nostri. Ovidio fissa la cultura occidentale. Ancora oggi nel nostro modo di dire e di fare c’è tanto di Ovidio, anche se non ce ne rendiamo conto. In poche parole possiamo dire che Ovidio è alle radici dell’Europa”.

Come si chiude la mostra alla decima sala?
“La mostra si conclude con l’apoteosi di Ovidio che raccontiamo attraverso l’apoteosi di Ganimede, metafora dell’apoteosi del poeta che supera l’esilio e il tempo. È lui stesso che scrive: “Io sopravviverò alla morte”. E non si è sbagliato”.

Ha parlato di grandi pezzi in mostra. Ce ne anticipa qualcuno?
“Innanzitutto il mio pezzo preferito. Viene dal museo di Eretria, in Grecia, e fa bella mostra nella sala 6: si tratta del gruppo scultoreo “Venere ed Eros” che racconta il mito di Adone. E ancora il cosiddetto “Ritratto di Ovidio”, cosiddetto perché in realtà non abbiamo alcun ritratto attribuibile al poeta. È stato realizzato dal pittore ferrarese Ortolano. Lo abbiamo posto nella prima sala”.

“Venere callipigia”, capolavoro conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Graziano Tavan)

Qualche altro…
“Mi piace ricordare tre pezzi eccezionali che vengono da altrettanti grandi musei italiani: la Venere Callipigia, scultura romana del I-II sec. d.C., conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli; l’Ermafrodito del museo nazionale Romano; e la statua dell’Augusto velato dal museo Archeologico nazionale di Aquileia”.

Tra tanti capolavori anche dei pezzi inediti.

La testa di Giulia Minore ritrovata a Fiumicino

“Ci sono pezzi frutto di nuove e recenti scoperte archeologiche: come è il caso della testa di Giulia Minore (nipote di Augusto) trovata a Fiumicino, o il ritratto di Tiberio proveniente da Sessa Aurunca. (https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/01/24/il-carro-del-principe-sabino-di-eretum-in-lamine-dorate-vii-vi-sec-a-c-protagonista-della-mostra-testimoni-di-civilta-lart-9-della-costituzione-la-tutela-del-patrimonio-cu/)”.

Come si può intuire, chiude la prof. Francesca Ghedini, “non è una mostra di cassetta, ma una mostra che appassionerà sicuramente il grande pubblico proponendo un messaggio culturale di qualità frutto di un lungo lavoro di preparazione”.

1937-2017: ottant’anni fa veniva aperta al pubblico la visita delle rovine di villa Jovis, il primo palazzo imperiale romano, il “nido di falco” voluto da Tiberio su un promontorio dell’isola di Capri davanti alla penisola sorrentina. Fu scavata dall’archeologo Amedeo Maiuri che si ha lasciato una romantica descrizione

Veduta aerea delle rovine di villa Jovis, abbarbicata sul monte Tiberio a Capri

L’archeologo Andrea Maiuri che ha scavato villa Jovis a Capri

Ottant’anni: tanti ne sono passati dall’apertura al pubblico di villa Jovis, la residenza ufficiale dell’imperatore Tiberio, sul promontorio del versante orientale di Capri, isola particolarmente cara al successore di Augusto, tanto che qui fece costruire altre undici ville. Ma fu villa Jovis quella più amata, per il clima mite e gli ampi panorami. Quando il sito archeologico di villa Jovis fu aperto al pubblico era il 1937, anno speciale perché scadeva il bimillenario della nascita dell’imperatore Augusto, celebrato con grande enfasi e solennità dal regime fascista. Il recupero e la riscoperta della residenza imperiale fu affidata a un maestro dell’archeologia, quell’Amedeo Maiuri che, dopo aver scavato con successo nell’Egeo, assumendo anche la direzione del museo Archeologico di Rodi, dal 1924 era stato nominato soprintendente alle Antichità di Napoli e del Mezzogiorno, nonché direttore del museo Archeologico di Napoli. Quando all’inizio degli anni Trenta del Novecento Maiuri venne a Capri il sito di villa Jovis, come lui stesso avrebbe scritto nel 1938 sul Corriere della Sera, “era un cumulo informe di macerie da cui erompevano, quasi paurosamente, le occhiaie vuote delle volte delle cisterne: fulmini, nembi e terremoti, abbattendosi su quel picco di roccia, avevano scrollato le mura della gran fabbrica e sulle malte sgretolate i venti avevano seminato una prodigiosa macchia di ginestre e allevato qualche querciuolo contornato; la grande rampa che saliva all’umile chiesetta aveva sepolto la parte migliore del palazzo; corridoi, logge, terrazze erano coperti da magri filari di vigna; all’ingresso un torracchione sgretolato, la Torre del Faro, quella che aveva dato con il suo crollo un sinistro presagio di morte, pencolante sull’abisso, e di quell’abisso la leggenda aveva fatto la rupe del sangue, della carneficina. Il mito di Tiberio riviveva in quella selvaggia e deserta solitudine, e uomini e natura sembravano congiurare a rendere il suo nome più esecrabile”.

Un modello 3D delle strutture architettoniche di villa Jovis riportate alla luce da Amedeo Maiuri

Planimetria di villa Jovis, il palazzo imperiale di Tiberio a Capri

Villa Jovis costruita sul monte Tiberio a strapiombo sul mare

La prima campagna di scavo iniziò nell’inverno 1932-1933. In pochi anni, è ancora Maiuri a scrivere, “le ricerche al gran sole di Capri, o al soffio rabbioso dello scirocco, hanno fatto di questa tragica e muta rovina uno dei più grandiosi complessi che la romanità ci abbia dato. E l’imperatore che non ha lasciato fama di gran costruttore e al quale si faceva anzi colpa di estrema parsimonia di opere pubbliche, ci ha dato invece un superbo esempio di organicità struttiva e architettonica che non è possibile non attribuire a suo personale gusto e a una deliberata volontà preordinatrice. Era facile quassù fare opera di grandiosa scenografia architettonica, di superflua magnificenza, e invece ci troviamo dinanzi alla rude e austera saldezza di una rocca, di una cittadella attanagliata alla rupe, di un palazzo abbarbicato al nudo sasso come un eremo di solitudine o un castello di difesa. E tutto appare subordinato ad una rigorosa, razionale funzionalità delle strutture, con una serrata logica di ideazione e di esecuzione: le immense cisterne affondate nel vivo della roccia, che occupano tutto il cuore del palazzo come il mastio di un castello; il quartiere del bagno degno di un ospite imperiale collegato direttamente a quelle cisterne; il quartiere degli alloggi del seguito disposti lungo i corridoi di servizio dei quattro piani del palazzo, come altrettante celle monastiche d’una badia di frati; la grande sala di ricevimento in forma di esedra-ninfeo; la sua stanza, la più remota e appartata, al di sotto della più alta terrazza del belvedere, proprio ai piedi della chiesetta; e il quartiere della loggia, dell’ambulatio imperiale, aerea, sospesa sulle rupi, tutt’aperta sull’immenso scenario del golfo di Napoli. Segno e suggello infine del soggiorno imperiale – conclude Maiuri la sua descrizione – la torre massiccia del Faro, piantata sul crinale delle rupi, in modo da non servire solo di faro ai naviganti. Ma da lanciare segnalazioni e messaggi al vicino Capo di Sorrento e al più lontano porto di Miseno dove ormeggiavano al sicuro, pronte ai comandi, le navi della flotta tirrena”.

Ricostruzione di villa Jovis, il “nido di falco” voluta dall’imperatore Tiberio a Capri

La planimetria di villa Jovis con evidenziati i diversi settori toccati dal percorso dei visitatori

Il panorama mozzafiato da villa Jovis sulla penisola sorrentina (foto Graziano Tavan)

Per raggiungere il promontorio di monte Tiberio e ammirare le rovine della splendida villa Jovis e conoscere le tecniche geniali di costruzione dei romani bisogna affrontare una salita di 45 minuti a piedi dalla famosa Piazzetta tra giardini di ville e viste su Marina Grande. Vicino all’ingresso della villa si trova il cosiddetto “salto di Tiberio”, una scogliera di 297 metri, che, secondo la leggenda, era da dove Tiberio faceva gettare sotto i suoi nemici. Villa Jovis, considerata il primo palazzo imperiale romano e un importante testimone dell’architettura romana del primo secolo, copre una superficie di 7mila metri quadrati. Dall’alto del promontorio il panorama è mozzafiato: a nord, il blu del Golfo di Napoli e l’isola di Ischia fino a Punta Campanella; a sud, il centro di Capri. “Già la scelta del luogo era d’eccezione”, scriveva Maiuri. “I romani amavano disporre le loro ville a mezza costa o lungo il litorale, in vista di una valle o a specchio della marina, innanzi ad aspetti sereni e dolci di colli e di piano o entro seni anfrattuosi di mare; e Capri pur aspra e petrosa aveva dovizia di questi luoghi, e Augusto aveva scelto per sé il più agevole, il più comodo, la bella spianata tutta verde di selva e di vigneti di Palazzo a mare, presso la marina; Tiberio volle invece per sé il picco più solitario, le rupi più abissali, il luogo più remoto da ogni altro abitato, e vi costruì il suo nido di falco. Fu una villa fortezza, più castello che palazzo, più eremo che magione imperiale; a guardarla oggi con la sua gran mole che copre il cocuzzolo del monte, si direbbe il vecchio castello di un signore feudale che imponesse chissà quale odioso diritto di preda ai naviganti: e fu invece la casa di un imperatore che consolidò saldamente sul mare e sulla terra l’impero di Augusto”.

Il Mausoleo dell’imperatore Augusto a Roma aperto eccezionalmente al pubblico nei sabati di giugno. Poi finalmente inizierà il restauro nell’ottantesimo anno della sua chiusura

Il Mausoleo dell'imperatore Augusto aperto eccezionalmente al pubblico nei sabati di giugno

Il Mausoleo dell’imperatore Augusto aperto eccezionalmente al pubblico nei sabati di giugno

L’annuncio della soprintendenza Capitolina non può che far piacere: il mausoleo di Augusto a Roma nel mese di giugno 2016 sarà aperto eccezionalmente al pubblico per un ciclo di visite guidate. “L’iniziativa”, spiegano, “che si inserisce nell’ambito delle attività didattiche promosse dalla soprintendenza Capitolina nei monumenti e nelle aree archeologiche di Roma Capitale, costituisce una opportunità unica offerta ai cittadini per vedere il Mausoleo prima che l’imminente restauro ne rinnovi l’antico splendore per riportarlo a nuova vita”. L’ingresso al monumento e le visite guidate saranno gratuite e verranno effettuate, tutti i sabati di giugno alle 11, da funzionari archeologi della soprintendenza Capitolina ai Beni Culturali. Le date previste per le visite sono: 4, 11, 18 e 25 giugno sempre alle 11. La prenotazione è obbligatoria allo 060608 (max 30 persone per ciascun gruppo), a partire dalla settimana precedente la data prevista per la visita. Il sito presenta barriere architettoniche.

Il Mausoleo con il suo diametro di 300 piedi romani (circa m 87) è il più grande sepolcro circolare che si conosca

Il Mausoleo con il suo diametro di 300 piedi romani (circa m 87) è il più grande sepolcro circolare che si conosca

Dunque sembra proprio che stavolta il restauro del più grande mausoleo circolare giuntoci dall’antichità parta davvero. Sembrava infatti già fatta a ottobre 2015 quando, dopo anni di annunci, si era aperta la gara per la prima tranche di lavori al Mausoleo di Augusto. Forte dei 6 milioni di euro messi a disposizione dalla Fondazione Telecom – in aggiunta ai 4,2 milioni di fondi comunali e statali già stanziati -, il Campidoglio aveva annunciato l’inizio del cantiere per “gennaio 2016” e l’apertura al pubblico “nel marzo 2017”. Ma un nuovo “ostacolo” aveva fatto slittare ora a data da destinarsi dell’avvio dei lavori, per un restauro che aveva già mancato clamorosamente – nonostante le promesse – l’appuntamento con le celebrazioni del bimillenario della morte di Augusto, nell’agosto del 2014 (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2014/08/17/bimillenario-di-augusto-il-19-agosto-ara-pacis-a-colori-aperta-fino-a-mezzanotte-insieme-alla-mostra-larte-del-comando/). Per il sepolcro del primo imperatore gli anni del degrado e dell’abbandono, insomma, continuano, nell’ottantesimo anniversario della sua chiusura al pubblico. In una “maledizione” già evocata il 19 agosto 2014 quando, proprio nel giorno del bimillenario e delle visite guidate straordinarie al Mausoleo che ne avrebbero dovuto ricordare i fasti, una conduttura dell’acqua si ruppe e allagò il fossato intorno al monumento, portando tristemente a galla, davanti agli occhi del mondo, erbacce e rifiuti.

Una delle tante ricostruzioni del mausoleo di Augusto: questa è di Luigi Canina del 1851

Una delle tante ricostruzioni del mausoleo di Augusto: questa è di Luigi Canina del 1851

La costruzione del Mausoleo nell’area settentrionale del Campo Marzio (all’epoca non ancora urbanizzato, ma già in precedenza occupato dai sepolcri di alcuni uomini illustri) fu iniziata da Ottaviano Augusto nel 28 a.C., al ritorno dalla campagna militare in Egitto, conclusasi con la vittoria di Azio del 31 a.C. e la sottomissione di Cleopatra e Marco Antonio. Lo storico greco Strabone descrisse il monumento come “un grande tumulo presso il fiume su alta base di pietra bianca, coperto sino alla sommità di alberi sempreverdi; sul vertice è il simulacro bronzeo di Augusto e sotto il tumulo sono le sepolture di lui, dei parenti, dietro vi è un grande bosco con mirabili passeggi”. Il Mausoleo con il suo diametro di 300 piedi romani (circa m 87) – spiegano gli archeologi della soprintendenza capitolina -, è il più grande sepolcro circolare che si conosca. Il monumento si componeva di un corpo cilindrico rivestito in blocchi di travertino, al centro del quale si apriva a sud una porta preceduta da una breve scalinata; in prossimità dell’ingresso, forse su pilastri, erano collocate le tavole bronzee con incise le Res Gestae, ovvero l’autobiografia dell’imperatore, il cui testo è trascritto sul muro del vicino Museo dell’Ara Pacis. Nell’area antistante erano collocati due obelischi di granito, poi riutilizzati uno in piazza dell’Esquilino, alle spalle di S. Maria Maggiore (1587), l’altro nella fontana dei Dioscuri in piazza del Quirinale (1783). “All’interno del sepolcro”, conclude la nota della soprintendenza, “vennero deposte le ceneri dei membri della famiglia imperiale: il generale Marco Agrippa, secondo marito di Giulia figlia di Augusto, Druso Maggiore, i due bimbi Lucio e Gaio Cesare figli di Giulia, Druso Minore, Germanico, Livia, seconda moglie di Augusto, Tiberio, Agrippina, Caligola, Britannico, Claudio, e Poppea, moglie di Nerone; quest’ultimo fu invece escluso dal Mausoleo per indegnità, come già Giulia, la figlia di Augusto. Per breve tempo il Mausoleo ospitò le ceneri di Vespasiano e infine di Nerva e dopo oltre un secolo dall’ultima deposizione si riaprì per ospitare le ceneri di Giulia Domna, moglie dell’imperatore Settimio Severo”.

“…comunicare l’archeologia…”: dallo Sri Lanka all’antica Persia, attraverso i personaggi famosi del mondo antico. Al via il ciclo di conferenze del Gruppo archeologico bolognese

Il sito archeologico di Yapahuwa, capitale dello Sri Lanka nel XIII secolo

Il sito archeologico di Yapahuwa, capitale dello Sri Lanka nel XIII secolo

Il Gruppo archeologico bolognese iscritto ai Gruppi archeologici d'Italia

Il Gruppo archeologico bolognese iscritto ai Gruppi archeologici d’Italia

Saranno i tesori archeologici dello Sri Lanka ad aprire il nuovo anno sociale del Gruppo archeologico bolognese, che aderisce ai Gruppi Archeologici d’Italia. Il ciclo di conferenze “…comunicare l’archeologia…”, fiore all’occhiello del Gabo, si terrà sempre a ingresso libero al martedì sera alle 21 al Centro Sociale G.Costa, in via Azzo Gardino 48, a Bologna. Il primo incontro martedì 13 ottobre 2015: dopo la presentazione dell’attività sociale del Gruppo archeologico bolognese, con incontri, iniziative e viaggi, l’archeologa Silvia Romagnoli presenta “Un itinerario archeologico in Estremo Oriente: Sri Lanka, la lacrima dell’India”. In chiusura un brindisi di buon augurio per l’anno sociale.

Il ritratto di Alessandro Magno conservato al museo del Louvre di Parigi

Il ritratto di Alessandro Magno conservato al museo del Louvre di Parigi

Quindi apre un ciclo di quattro martedì dedicati ai “Personaggi famosi del mondo antico”. Martedì 20 ottobre 2015, la prof.ssa Lucia Criscuolo, ordinario di Storia e Epigrafia Greca all’università di Bologna focalizza la figura di Alessandro Magno. Una settimana dopo, martedì 27 ottobre, il prof. Giovanni Brizzi, ordinario di Storia Romana all’università di Bologna, farà rivivere Annibale. Alla prof.ssa Francesca Cenerini, associato di Epigrafia e Istituzioni Romane all’università di Bologna, martedì 3 novembre toccherà approfondire l’imperatore Augusto. Infine martedì 10 novembre il prof. Giuseppe Zecchini, ordinario di Storia Romana all’università Cattolica di Milano, chiuderà la serie con Attila.

Howard Carter davanti al sarcofago con la mummia del faraone Tutankhamon

Howard Carter davanti al sarcofago con la mummia del faraone Tutankhamon

Martedì 17 novembre 2015, per le “Interviste impossibili”, Giuseppe Mantovani intervista “Howard Carter”. Testo di Giuseppe Mantovani: Giulio Tamburini impersona Howard Carter, e Davide Giovannini è l’intervistatore. Introduce l’intervista l’archeologa Barbara Faenza. Dopo la sosta per “Imagines: obiettivo sul passato”, tredicesima edizione della rassegna del documentario archeologico, in programma il 20, 21 e 22 novembre 2015 alla mediateca del Comune di San Lazzaro di Savena (Bo), in via Caselle 22, il ciclo “… comunicare l’archeologia …” riprende martedì 1° dicembre 2015 l’archeologa Silvia Romagnoli parla de “Gli Etruschi in Appennino”. Ultimo incontro martedi 15 dicembre 2015 quando l’archeologa Maria Longhena presenta “Viaggio nell’antica Persia”.

“Nutrire l’impero”: nella mostra all’Ara Pacis di Roma si racconta la prima “globalizzazione dei consumi”, cosa e come mangiavano gli antichi romani e come si approvvigionavano

Le operazioni di carico e scarico di una nave romana di derrate alimentari

Le operazioni di carico e scarico di una nave romana di derrate alimentari

Il museo dell'Ara Pacis di Roma che ospita la mostra "Nutrire l'impero"

Il museo dell’Ara Pacis di Roma che ospita la mostra “Nutrire l’impero”

Cosa e come mangiavano gli antichi romani? Come trasportavano migliaia di tonnellate di provviste dai più remoti angoli della terra? Come facevano a farle risalire lungo il Tevere fin nel cuore della città? E come le conservavano durante tutto l’anno? A queste e a tante altre curiosità risponde la mostra “Nutrire l’Impero. Storie di alimentazione da Roma e Pompei”, al museo dell’Ara Pacis di Roma fino al 15 novembre 2015, che traccia un affresco complessivo sull’alimentazione nel mondo romano grazie a rari e prestigiosi reperti archeologici, plastici, apparati multimediali e ricostruzioni. L’esposizione, ideata in occasione di Expo 2015, è promossa dall’assessorato alla Cultura e al Turismo di Roma – soprintendenza Capitolina ai Beni Culturali, dall’assessorato a Roma produttiva e Città Metropolitana e da Expo con la cura scientifica della soprintendenza Capitolina ai Beni Culturali e della soprintendenza speciale per Pompei, Ercolano e Stabia, di nuovo insieme a 25 anni di distanza dalla fortunata esperienza della mostra “Riscoprire Pompei” (1993). L’ideazione e il coordinamento scientifico sono di Claudio Parisi Presicce e Orietta Rossini. Ricostruzioni multimediali e catalogo (con testi di C. Parisi Presicce, M. Osanna, E. Lo Cascio, F. Coarelli, P.Arnaud, C. Virlouvet, S. Keay, P. Braconi, C. Cerchiai, G. Stefani, M. Borgongino, M.P. Guidobaldi, A. Lagi) sono a cura di l’Erma di Bretschneider.

Pagnotte "carbonizzate" recuperate dagli scavi dell'area vesuviana, e in mostra all'Ara Pacis

Pagnotte “carbonizzate” recuperate dagli scavi dell’area vesuviana, e in mostra all’Ara Pacis

La mostra "Nutrire l'impero" illustra le origini della dieta mediterranea

La mostra “Nutrire l’impero” illustra le origini della dieta mediterranea

A seguito della pax romana, intorno al bacino del Mediterraneo si determinò quella che oggi chiameremmo la prima “globalizzazione dei consumi” con relativa “delocalizzazione della produzione” dei beni primari. In età imperiale i romani bevevano in grandi quantità vini prodotti in Gallia, a Creta e a Cipro, oppure, se ricchi, i costosi vini campani; consumavano olio che giungeva per mare dall’odierna Andalusia; amavano il miele greco e soprattutto il garum, il condimento che facevano venire dall’Africa, dall’Oriente mediterraneo, dal lontano Portogallo, ma anche dalla vicina Pompei. Ma, soprattutto, il pane che mangiavano ogni giorno era un prodotto d’importazione, fatto con grano trasportato via mare su grandi navi dall’Africa e dall’Egitto. “Nell’arco di tempo che va da Augusto a Costantino (27 a.C. – 337 d.C. )”, spiegano i curatori Claudio Parisi Presicce e Orietta Rossini, “Roma è stata una metropoli di circa 1 milione di abitanti, alla testa di un impero che, secondo le stime correnti, ne contava 50/60 milioni. Nessuna città raggiunse più questa grandezza fino alle soglie della rivoluzione industriale. Nutrire Roma, alimentare una tale concentrazione umana, soprattutto di grano, costituì un’ impresa di cui furono diretti responsabili gli imperatori. Facendosi carico dell’annona di Roma, ovvero del suo fabbisogno alimentare, il principe stabiliva un rapporto diretto e personale con il suo popolo. Soprattutto con i cittadini romani, maschi, adulti e residenti – la plebs urbana et romana, detta anche “plebe frumentaria” – che ogni mese ricevevano dallo stato, a titolo gratuito, 5 moggi di grano a testa, circa 35 Kg di frumento, una quantità che, trasformata in pane, risultava più che sufficiente per il sostentamento individuale. Si trattava – continuano – di un diritto/privilegio, a seconda dei punti di vista, del “popolo dominante”, riconosciuto ad un massimo di 200mila beneficiari, limite fissato da Augusto. Traducendo in cifre, vediamo che le sole distribuzioni gratuite di grano, le frumentationes, comportavano l’importazione di quantità di frumento oscillanti tra i 9 e i 12 milioni di moggi l’anno, vale a dire fino a 84mila tonnellate. Se poi si considera il rifornimento alimentare necessario all’intera città, la quantità di grano importata sale a cifre che gli storici, non concordi per carenza di fonti, stimano tra i 50 milioni di moggi, ovvero 350mila tonnellate, e i 60 milioni di moggi, ovvero 420mila tonnellate ogni anno. Alla fine della Repubblica il grano consumato a Roma veniva dall’Africa, dalla Sicilia e dalla Sardegna, come ricorda Cicerone. Le cose mutarono con la conquista dell’Egitto e la politica di espansione agricola che Roma attuò in Africa: durante l’alto impero, il tributo granario venne prodotto e pagato per 1/3 dall’Egitto e per i restanti 2/3 dall’Africa, soprattutto le province corrispondenti alle odierne Tunisia, Algeria e Libia. Il risultato – concludono – fu una produzione “delocalizzata” e monoculture estensive specializzate. Nonché forme di consumo che, forse per la prima volta nella storia, possiamo considerare “globalizzate”. Tutto ciò fu realizzato grazie all’efficienza della macchina amministrativa statale, che da una parte favoriva il libero commercio e dall’altra riscuoteva il grano quale imposta in natura (ma anche il vino, l’olio e altri alimenti), garantiva il suo trasporto su grandi navi mercantili che attraversavano il Mediterraneo, e ne seguiva il percorso fino ai monumentali magazzini (gli horrea) del grande Emporium romano, nell’odierno quartiere di Testaccio”.

La gran parte delle derrate alimentari viaggiava per nave all'interno delle anfore la cui forma variava a seconda del contenuto

La gran parte delle derrate alimentari viaggiava per nave all’interno delle anfore la cui forma variava a seconda del contenuto

Una nave oneraria romana (Scala 1/11) dal museo dell'Olivo e dell'Olio di Torgiano

Una nave oneraria romana (Scala 1/11) dal museo dell’Olivo e dell’Olio di Torgiano

La mostra "Nutrire l'impero" chiuderà il 15 novembre

La mostra “Nutrire l’impero” chiuderà il 15 novembre

Il percorso espositivo ripercorre le soluzioni adottate dai romani per il rifornimento e la distribuzione del cibo, con i mezzi di trasporto via terra e soprattutto lungo le rotte marine. Si affrontano, inoltre, i temi della distribuzione “di massa” e del consumo alimentare nei diversi ceti sociali in due luoghi per molti versi emblematici: Roma, la più vasta e popolosa metropoli dell’antichità, e l’area vesuviana, con particolare riguardo a Pompei, Ercolano e Oplontis, fiorenti centri campani. Il visitatore è introdotto al tema del movimento delle merci da una grande carta del Mediterraneo realizzata con tecnica cinematografica. Qui si animeranno i principali flussi alimentari dei beni a lunga conservazione – grano, olio, vino e garum – e si visualizzano le rotte marine dai porti più grandi del Mediterraneo, Alessandria e Cartagine. In questa prima sezione è anche affrontato il problema della lavorazione degli alimenti primari, della loro confezione in anfore caratteristiche per ogni prodotto, dell’immagazzinamento e della distribuzione del cibo. “Diversamente dagli alimenti solidi, come il grano, il trasporto delle derrate liquide o semiliquide come il vino, l’olio e le salse di pesce, è affidato a contenitori in terracotta, spiegano ancora Parisi Presicce e Rossini, “in particolare alle anfore (dal termine greco amphìphèro, porto da entrambe le parti, riferito alle due anse dei contenitori). Questo genere di recipienti rappresenta il mezzo più efficace per garantire la conservazione e la spedizione di grandi quantitativi di merci per via marittima o fluviale. Nelle navi lo stivaggio delle anfore avveniva impilandole le une sulle altre con un sistema “a scacchiera”, in modo che quelle dello strato superiore si inserissero fra tre colli delle anfore sottostanti. I contenitori si adeguavano alla forma della carena e venivano fissati e protetti dagli urti con ramaglie di ginepro, di erica, giunchi, paglia ed altro. Le anfore venivano fabbricate nelle regioni di produzione delle merci, con forme diverse a seconda della provenienza, della cronologia e del contenuto. In età romana circolavano in tutto il Mediterraneo, spingendosi fino alla Britannia e al Bosforo, testimoniando l’unificazione commerciale, oltre che politica, dell’impero”.

Il porto di Traiano nella ricostruzione della soprintendenza di Ostia e dell'Università di Southampton

Il porto di Traiano nella ricostruzione della soprintendenza di Ostia e dell’Università di Southampton

Un set di piatti e stoviglie usato dagli antichi romani in mostra all'Ara Pacis

Un set di piatti e stoviglie usato dagli antichi romani in mostra all’Ara Pacis

Nella seconda sezione le merci arrivano a Roma e a Pompei attraverso i porti di Pozzuoli e di Ostia. Qui è presentata la ricostruzione in grafica digitale del porto di Traiano, con i risultati inediti degli scavi recentissimi condotti dalla soprintendenza di Ostia e dall’Università di Southampton per la ricostruzione del complesso portuale romano. Chiude questa parte della mostra il tema della grande distribuzione gratuita dei beni principali di sostentamento ai cittadini romani adulti, la plebe urbana e romana alla quale era riconosciuto un privilegio unico: quello di condividere i beni della conquista, dapprima solo grano, ma dal III secolo d.C. anche olio, vino e carne. “Nell’anno 42 l’imperatore Claudio – ricordano i curatori – volle dare a Roma un porto alla sua altezza, che ovviasse alla complicata logistica dei trasporti da Pozzuoli. Diede perciò il via alla realizzazione di un’imponente “opera pubblica”, forse la più grande del tempo. Il Porto di Claudio fu scavato 3 km a nord di Ostia, in parte nella terra ferma, in parte chiudendo un bacino di 200 ettari con due moli convergenti. L’ingresso era segnalato da un faro paragonabile per dimensioni a quello di Alessandria d’Egitto. Ma si vide che la stessa vastità del bacino ne minacciava la sicurezza e le correnti che portavano il limo dalla foce del Tevere al nuovo porto ne provocavano l’insabbiamento. Fu Traiano a ridisegnare, tra il 100 e il 113 d.C., l’assetto definitivo del porto di Claudio, inaugurato appena quarant’anni prima, aggiungendo un bacino esagonale interno. Traiano faceva anche scavare un nuovo canale largo 40 metri, il Canale Romano, che univa il suo bacino esagonale al canale di Fiumicino e quindi al Tevere”.

Cibo di strada: in un rilievo l'attività di un Thermopolium, la tavola calda degli antichi romani

Cibo di strada: in un rilievo l’attività di un Thermopolium, la tavola calda degli antichi romani

Un braciere proveniente da Pompei esposto alla mostra "Nutrire l'impero"

Un braciere proveniente da Pompei esposto alla mostra “Nutrire l’impero”

La terza sezione illustra il consumo delle merci e dei prodotti alimentari che poteva avvenire sia in luoghi pubblici, come le popinae e i thermopolia, gli antichi “bar” o “tavole calde” in cui romani e pompeiani consumavano il “cibo di strada”, sia nei raffinati triclinia (sale da pranzo in cui i commensali mangiavano stando semidistesi su tipici lettini da banchetto) del ceto abbiente. Esposizioni di resti di cibo da Ercolano aiuterano a comprendere la qualità dei consumi in un ricco centro campano. Grazie al contributo scientifico e ai prestiti provenienti da Pompei, Ercolano e Oplontis, è possibile ammirare corredi da tavola provenienti sia da contesti di estrema ricchezza – come il cosiddetto “tesoro di Moregine”, un completo da tavola in argento di ritorno da cinque anni di esposizione al Metropolitan Museum di New York – sia raffinate suppellettili in ceramica, in vetro e in bronzo, sia infine il vasellame utilizzato in contesti quotidiani più popolari. Sono proprio i curatori a ricostruire l’eccezionale ritrovamento.

In mostra all'Ara Pacis gli argenti dell'eccezionale tesoro di Moregine, nel comune di Pompei

In mostra all’Ara Pacis gli argenti dell’eccezionale tesoro di Moregine, nel comune di Pompei

“Nell’ottobre del 2000, durante la realizzazione della terza corsia dell’autostrada A3, in località Moregine, nel comune di Pompei, è stata rinvenuta una gerla di vimini. Si trovava in una latrina posta nell’area di passaggio tra il nucleo neroniano di un edificio e le sue terme. La gerla appariva riposta da qualche fuggitivo, nelle ore convulse che precedettero l’eruzione, sotto altri oggetti di uso comune. Era ben conservata, chiusa da un coperchio e ricolma di terra e cenere compattata. Portata in laboratorio fu oggetto di analisi radiografiche quindi svuotata con un’operazione di microscavo. Al suo interno, stipato con accuratezza, un piccolo ma completo servizio di argenti da tavola di 20 pezzi: è infatti rappresentato sia l’argento da portata (escarium) che quello per i liquidi (potorium). I pezzi erano riposti impilati, in modo da sfruttare al massimo lo spazio disponibile e forse avvolti in un panno, così da rivelarsi in ottimo stato di conservazione, fatta eccezione per la lanx usata come contro chiusura della gerla. Con un peso complessivo di 3850 grammi, il servizio rappresenta l’ultimo del genere rinvenuto in area vesuviana. I grafiti sul fondo degli argenti ci restituiscono, tra altre informazioni, il nome del proprietario: Erastus (Erasti sum). La maggior parte dei pezzi sembra databile all’età augustea, mentre i due canthari e la lanx paiono attribuibili ad un periodo antecedente: essi potrebbero rappresentare l’argentum vetus di famiglia”.

Coppe e brocchetta in vetro blu provenienti da Ercolano

Coppe e brocchetta in vetro blu provenienti da Ercolano

Due approfondimenti concludono la mostra: uno dedicato ai diversi alimenti consumati in epoca romana con la loro diffusione e il relativo prezzo (esemplificato dalla preziosa testimonianza dell’Edictum de pretiis rerum venalium dell’imperatore Diocleziano, il più famoso dei “calmieri” dell’antichità) e uno dedicato alla “filosofia del banchetto”, laddove l’amore profondo per la vita e la festa alimentare che la celebra si mescola con la malinconica consapevolezza della fugacità di ogni piacere.

Gli archeologi dell’università di Bologna dopo oltre 80 anni tornano a scavare in Albania nell’antica Butrinto, centro ellenistico e colonia romana dell’Epiro che sorge a pochi chilometri dal confine con la Grecia

Il teatro romano di Butrinto, antica città dell'Epiro, oggi in Albania davanti a Corfù

Il teatro romano di Butrinto, antica città dell’Epiro, oggi in Albania davanti a Corfù

Secondo Virgilio venne fondata dal profeta troiano Eleno, figlio del re Priamo, che dopo la caduta di Troia sposò Andromaca e si spostò a occidente. Lo storico Dionigi di Alicarnasso ricorda invece che lo stesso Enea visitò la città dopo che anche lui era fuggito dalla distruzione di Troia. Parliamo dell’antica città di Butrinto, centro ellenistico e romano a pochi chilometri dal confine con la Grecia in quella regione che in antico si chiamava Epiro e oggi appartiene all’Albania.  È qui che da settembre scaveranno gli archeologi italiani dell’università di Bologna: il Consiglio Nazionale di Archeologia del Ministero della Cultura della Repubblica di Albania ha infatti approvato il progetto dell’ateneo felsineo per lo studio e lo scavo di un importante edificio sacro della città ellenistica e romana di Butrinto. Qui aveva condotto ricerche importanti e molto fruttuose, fra gli anni Venti e Trenta del secolo scorso, un altro “bolognese”: Luigi Ugolini, laureato in Archeologia proprio a Bologna nel 1921. Poi la seconda guerra mondiale pose fine a quei lavori, ripresi successivamente da archeologi albanesi, inglesi e americani.

Il sito archeologico di Butrinto posto in posizione strategica nel braccio di mare dell'isola di Corfù

Il sito archeologico di Butrinto posto in posizione strategica nel braccio di mare dell’isola di Corfù

Il battistero paleocristiano di Butrinto, uno dei più grandi dell'epoca: risale al VI secolo

Il battistero paleocristiano di Butrinto, uno dei più grandi dell’epoca: risale al VI secolo

Butrinto in origine era una città dell’Epiro, con contatti con la colonia greca di Corfù e le tribù dell’Illiria a nord. I resti archeologici più antichi datano ad un periodo compreso fra il X e l’VIII secolo a.C. Dal IV secolo a.C. crebbe in importanza: di questo periodo sono un teatro, un tempio ad Asclepio ed un’agorà. Nel 228 a.C. Butrinto divenne protettorato romano insieme a Corfù, e successivamente divenne parte della provincia dell’Illyricum. Nel 44 a.C. Cesare designò Butrinto come colonia per ricompensare i soldati che avevano combattuto per lui contro Pompeo, tuttavia il proprietario terriero locale Tito Pomponio Attico si oppose al suo corrispondente Cicerone, che stava agendo nel Senato romano, contro il piano. Come risultato, pochi coloni si spostarono a Butrinto. Nel 31 a.C. L’imperatore Augusto, fresco vincitore della Battaglia di Azio contro Marco Antonio e Cleopatra, rimise in vigore il piano per fare di Butrinto una colonia di veterani. I nuovi residenti espansero la città e, fra l’altro, costruirono un acquedotto, le terme, un foro e un ninfeo. Nel III secolo d.C. gran parte della città venne distrutta da un terremoto, che rase al suolo parecchi edifici del foro e dei dintorni. Gli scavi archeologici hanno rivelato che la città era già in declino e stava diventando un centro manifatturiero, anche se la città sopravvisse comunque e divenne un porto molto importante. All’inizio del VI secolo Butrinto divenne un vescovato e vennero costruiti nuovi edifici come il battistero (uno dei più grandi dell’epoca paleocristiana) e la basilica. L’imperatore Giustiniano rafforzò le mura della città, che però venne saccheggiata nel 550 dagli Ostrogoti guidati dal re Totila. Gli scavi evidenziano che le importazioni di beni dal Vicino Oriente continuarono fino agli inizi del VII secolo, quando i Bizantini persero il controllo della zona. Butrinto segue così la stessa sorte di gran parte delle città balcaniche dell’epoca, dove la fine del VI e l’inizio del VII secolo sono uno spartiacque fra l’età romana e il medioevo.

Le cosiddette "porte scee" di Butrinto scavate da Luigi Ugolini tra il 1928 e il 1936

Le cosiddette “porte scee” di Butrinto scavate da Luigi Ugolini tra il 1928 e il 1936

La basilica romana della colonia di Butrinto

La basilica romana della colonia di Butrinto

I primi scavi archeologici cominciarono nel 1928 quando il governo fascista di Mussolini mandò una spedizione verso Butrinto. Gli scopi oltre che scientifici avevano anche ragioni geopolitiche, puntando ad estendere l’egemonia italiana nella zona. La spedizione era condotta da un archeologo italiano, Luigi Maria Ugolini, che fece un ottimo lavoro. Ugolini morì nel 1936, ma gli scavi continuarono fino al 1943, quando furono fermati dalla seconda guerra mondiale. Vennero riportate alla luce la città romana e la città ellenistica, comprese la porta dei leoni e le porte scee, chiamate così da Ugolini in ricordo delle famose porte di Troia nominate nell’Iliade di Omero. Dopo che il governo comunista di Enver Hoxha prese il potere nel 1944, le missioni archeologiche straniere vennero bandite. Il lavoro venne proseguito da archeologi albanesi, fra i quali Hasan Ceka. Negli anni Settanta l’Istituto Albanese di Archeologia intraprese una campagna di scavi su larga scala. A partire dal 1993 un’equipe di archeologi inglesi, guidati dal prof. Richard Hodges (University of East Anglia, Penn Museum) ha ripreso le ricerche archeologiche all’interno della città di Butrinto e nel vicino suburbio di Vrina. Gli scavi hanno riportato alla luce i resti del Triconch Palace, l’area capitolina e forense, una torre tardoantica riusata nel periodo altomedievale come residenza, numerosi cimiteri urbani tra cui si segnala quello presso il pozzo di Junia Rufina, assieme a numerose altre strutture. Le indagini presso la pianura di Vrina hanno dimostrato l’esistenza di una colonia romana databile ad età augustea, attraversata da un imponente acquedotto che riforniva la città.

La mappa del sito archeologico di Butrinto dove da settembre torna l'università di Bologna

La mappa del sito archeologico di Butrinto dove da settembre torna l’università di Bologna

La necropoli di Phoinike in Albania

La necropoli di Phoinike in Albania

Gli archeologi della Sezione di Archeologia del Dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’Alma Mater, in continuità ideale con quelle passate ricerche, tornano dunque in questo sito importante e bellissimo, visitato da decine di migliaia di turisti ogni anno, soprattutto meta delle visite dei passeggeri delle molte crociere in navigazione nel mar Ionio che approdano all’isola di Corfù. La missione dell’Alma Mater è diretta da Sandro De Maria, ordinario di Archeologia Classica al Dipartimento di Storia Culture Civiltà, che da quindici anni lavora con i suoi collaboratori in un altro importante sito archeologico albanese: Phoinike (Fenice), città sorta nel IV secolo a.C. e abbandonata al tempo della conquista turca dell’Albania, nella prima metà del XVI secolo. I risultati ottenuti con le ricerche di Phoinike sono stati numerosi e importanti: scavi all’agorà della città ellenistica, al teatro antico, in quartieri di case ellenistiche e romane, nella basilica paleocristiana, nelle necropoli, nei siti minori del territorio. Grazie a questi lunghi anni di intenso lavoro il progetto dell’Alma Mater, che ha come partner l’Istituto Archeologico Albanese di Tirana, si estende ora alla vicina Butrinto, centro santuariale importantissimo in età ellenistica (destinato al culto di Asklepios/Esculapio) e colonia romana dell’età di Augusto.

L'area a ridosso del teatro sarà oggetto degli scavi degli archeologi italiani

L’area a ridosso del teatro sarà oggetto degli scavi degli archeologi italiani

La nuova zona archeologica a Butrinto sarà oggetto di un progetto di studio e recupero di un’area sacra che sorge al di sopra del teatro, fino ad oggi mai indagata a fondo. Le attività si estenderanno poi a progetti di ricerca, scavo e valorizzazione di più ampio respiro. Gli scavi a Butrinto partiranno il prossimo settembre, in contemporanea con quelli di Phoinike, dove nel corso degli anni sono già passati diverse centinaia di studenti dell’Alma Mater, assieme a loro colleghi albanesi e di altre nazionalità europee, in un progetto di ricerca e formazione specialistica che fin dall’inizio ha goduto del sostegno del Ministero degli Affari Esteri Italiano, nell’ambito delle Missioni Archeologiche Italiane all’estero. Proprio il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione, con la Direzione Generale per la Promozione del Sistema Paese, assicura il sostegno finanziario alla campagna di scavo, a cui si aggiunge il contributo dell’Università di Bologna e del suo Campus di Ravenna, che agevola la partecipazione degli studenti iscritti ai corsi legati alla conservazione dei beni culturali.