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Egitto. I frammenti trovati alla periferia del Cairo appartenevano al faraone Psammetico I (XXVI Dinastia) e non a Ramses II: ora esposti nel giardino del museo Egizio del Cairo. Ne parla Zulian del museo di Rovereto al ritorno da una missione in Egitto, e spiega l’equivoco iniziale

Bambini di el-Matariya, un sobborgo del Cairo, si fotografo accanto al frammento della statua colossale appena scoperta

La copertina del libro “Egitto, terra del Nilo”

“Non è Ramses II”. A poco più di due settimane dall’eccezionale ritrovamento da parte di una missione tedesco-egiziana (“Una delle più importanti scoperte dell’Egitto”, aveva esultato il ministro egiziano delle Antichità, Khaled al-Anani) nel quartiere di el-Matariya, alla periferia del Cairo, dei frammenti della statua colossale di un faraone, subito associata al faraone più famoso, Ramses II, notizia che aveva fatto rapidamente il giro del mondo (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/03/13/egitto-scoperti-alla-periferia-del-cairo-dove-tremila-anni-fa-sorgeva-la-grande-citta-di-eliopoli-i-frammenti-di-una-statua-colossale-di-ramses-ii-probabilmente-veniva-dal-tempio-che-il-grande-far/), gli archeologi egiziani correggono il tiro e danno un nome preciso al faraone ritrovato: “Psammetico I”. Il ché comunque lascia aperto ancora qualche interrogativo, essendo la più grande statua monumentale del Periodo Tardo mai trovata finora. A darne notizia, Maurizio Zulian, conservatore onorario per l’Egitto della Fondazione Museo civico di Rovereto, al rientro in Italia dal Cairo dove, con la delegazione roveretana composta dall’assessore alla Cultura Maurizio Tomazzoni e dall’archeologa del museo civico Barbara Maurina, ha partecipato alla presentazione alla Fiera del Libro di Alessandria d’Egitto, della pubblicazione bilingue italiano-arabo “Egitto, terra del Nilo”, curata dall’Istituto italiano di Cultura al Cairo con la Fondazione Museo civico di Rovereto.

I frammenti del torso e della testa coronata di Psammetico I nei giardini del museo Egizio del Cairo (foto Maurizio Zulian)

Maurizio Zulian in “missione” in Egitto

“Dopo la scoperta e il recupero a el-Matariya, i due frammenti del torso e della testa coronata, appartenuti alla statua di quello che si riteneva Ramses II, sono stati ripuliti e portati nel giardino esterno del museo Egizio del Cairo, visibili al pubblico, dove è posto anche il sarcofago di Auguste Mariette, il famoso egittologo che fondò il primo nucleo dell’Egizio nel 1858”, racconta Zulian. È proprio lì che l’esperto roveretano ha avuto modo di osservare da vicino i due frammenti ospite delle massime autorità egiziane, tra cui il segretario generale del Supremo consiglio delle Antichità egizie, Moustafa Amin: “A chiarire ogni dubbio è stato il ritrovamento sul pilastro posteriore della statua scoperta il 7 marzo 2017 del cartiglio con uno dei cinque nomi del faraone: si tratta di Psammetico I (664-610 a.C.), il primo faraone della XXVI Dinastia con cui si apre il cosiddetto Periodo Tardo. Ma non c’è dubbio che questa datazione mostra dettagli arcaicizzanti dove le caratteristiche del re seguono stili di epoche diverse”. La statua, alta nove metri, è stata realizzata con la quarzite proveniente dalla cava di Gebel Ahmar nei pressi del Cairo. Proprio questa pietra molto resistente, costituita da arenaria con grani di sabbia cementati da quarzo, non solo ha permesso di resistere per due millenni e mezzo, superando il degrado e l’erosione delle acque del vicino Nilo, ma fa escludere che al momento del recupero da parte degli archeologi lo scorso marzo 2017 sia stata danneggiata dall’escavatore.

Frammento della testa coronata del faraone Psammetico I della XXVI Dinastia (foto Maurizio Zulian)

Ma come mai si era subito parlato di Ramses II? “Non dobbiamo mai dimenticare”, spiega Zulian, “che lì dove oggi c’è il quartiere di el-Matariya duemilasettecento anni fa sorgeva la città di Eliopolis, sacra al dio Sole, dove si sa sorgeva anche un imponente tempio di Ramses II, ricco di statue, che col declino dei faraoni caddero in rovina e divennero cava di materiale pregiato da riutilizzare all’occorrenza. Niente di più probabile quindi che questa in origine sia stata effettivamente una statua monumentale di Ramses II, che più di mezzo millennio dopo è stata riutilizzata e personalizzata da Psammetico I”.

Uno dei due frammenti trovati nel 2016 a el-Matariya con il dettaglio del rilievo di Ramses II (foto Maurizio Zulian)

Con l’occasione del trasferimento dei due frammenti della statua di Psammetico I nel giardino del museo Egizio del Cairo, il Supremo consiglio delle Antichità egizie ha deciso di portare anche i due blocchi scoperti nella stessa zona nel settembre 2016 sempre dalla missione tedesco-egiziana, blocchi che provenivano dal tempio di Ramses II costruito per il dio Amon e sua moglie, la dea Mut. Il rilievo rappresenta la cerimonia dell’unzione con il faraone Ramses II e la dea Mut seduta.

 

Rovereto porta nella capitale serba tre film per la rassegna internazionale del Cinema archeologico di Belgrado

Manifesto della 18ma rassegna internazionale del cinema archeologico di Belgrado

Sono stati ben tre i film “messi a disposizione dell’Istituto Italiano di Cultura di Belgrado dai loro autori grazie a Dario Di Blasi e alla preziosa collaborazione della Fondazione Museo Civico di Rovereto” per la 18ma edizione della rassegna internazionale del Cinema archeologico di Belgrado, organizzata dal 23 al 30 marzo 2017 alla cineteca Jugoslava di Belgrado, organizzata dal museo nazionale di Belgrado in collaborazione proprio con l’Istituto Italiano di Cultura di Belgrado, uno dei suoi principali promotori fin dalla prima edizione. La Rassegna serba offre agli esperti del settore e al vasto pubblico di appassionati la possibilità di conoscere le produzioni più recenti nel settore dell’archeologia e delle discipline affini. L’Istituto Italiano di Cultura di Belgrado ha partecipato alla 18ma edizione della Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico sostenendo e promuovendo la presentazione di tre documentari, in lingua italiana con sottotitoli in serbo, dedicati a luoghi e momenti diversi del ricco patrimonio archeologico italiano. I film presentati sono stati, venerdì 24 marzo 2017, “Selinunte, città tra due fiumi” (Italia, 2015), regia di Alessandra Ragusa e Antonino Pirrotta; lunedì 27 marzo 2017, “Cirene Atene d’Africa” (Italia, 2016), regia di Giuseppe Dromedari; martedì 28 marzo 2017, “I confini del mare Tirreno e Adriatico diviso tra Etruschi, Fenici e Focesi” (Italia, 2016), regia di Maurizia Giusti.

A Rovereto la mostra “Il mondo che non c’era. L’arte precolombiana nella collezione Ligabue”: percorso più ricco e articolato rispetto a Firenze. A corollario proiezione di film a tema e degustazione della C-Sana, tisana elaborata dai botanici del museo Civico di Rovereto

Inti Ligabue nel video-promo sulla mostra "Il mondo che non c'era" a Rovereto

Inti Ligabue nel video-promo sulla mostra “Il mondo che non c’era” a Rovereto

per vedere il video clicca qui: http://www.ilmondochenoncera.it/rovereto/video/

L'imprenditore e collezionista veneziano Inti Ligabue, presidente della Fondazione Giancarlo Ligabue

L’imprenditore e collezionista veneziano Inti Ligabue, presidente della Fondazione Giancarlo Ligabue

I vasi antropomorfi, le maschere, i pendagli vengono rimossi dalle vetrine, poggiati con cura sui tavoli di lavoro, impacchettati e riposti con grande attenzione nelle casse per la spedizione. Lui, Inti Ligabue, li segue con lo sguardo, quasi li accarezza amorevolmente, e li accompagna con un sospiro – come un genitore quando si stacca dai suoi figli -, mentre vengono caricati sui barconi per lasciare Palazzo Ligabue, sul Canal Grande a Venezia, con destinazione Rovereto, Palazzo Alberti Poja. È lì che poi li vediamo “rinascere” in un nuovo allestimento per la mostra “Il mondo che non c’era. L’arte precolombiana nella collezione Ligabue”, aperta fino al 6 gennaio 2017. Il video-promo, ritmato da una musica andina particolarmente coinvolgente, proiettato senza soluzione di continuità per tutta la durata della XXVII rassegna internazionale del documentario archeologico di Rovereto, accoglie ora i visitatori della mostra “Il mondo che non c’era”: vita, costumi e cosmogonie delle culture Meso e Sudamericane prima di Colombo, raccontati da circa 200 opere d’arte della Collezione Ligabue. E bastano queste poche immagini per capire come la mostra non sia solo uno straordinario viaggio nelle civiltà precolombiane, ma anche un modo per conoscere “da dentro”, a due anni dalla sua scomparsa (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/01/26/e-morto-giancarlo-ligabue-imprenditore-archeologo-paleontologo-mecenate-sostenne-130-spedizioni-nei-cinque-continenti-fondo-il-centro-studi-ricerche-e-stato-lo-scienziato-veneziano-piu-famoso-a/), la figura di Giancarlo Ligabue (1931- 2015), paleontologo, studioso di archeologia e antropologia, esploratore, imprenditore illuminato, appassionato collezionista. E tutto questo grazie alla sensibilità del figlio Inti Ligabue che ha aperto le porte di casa mostrando i tesori di famiglia. Proprio la fondazione Giancarlo Ligabue creata da Inti continua l’impegno di famiglia nell’attività culturale, nella ricerca scientifica e nella divulgazione, dopo l’esperienza del Centro Studi e Ricerche fondato oltre 40 anni fa dal padre Giancarlo. Oltre infatti ad aver organizzato più di 130 spedizioni in tutti i continenti, partecipando personalmente agli scavi e alle esplorazioni (con ritrovamenti memorabili conservati ora nelle collezioni museali di diversi Paesi) Giancarlo Ligabue ha dato vita negli anni a un’importante collezione d’oggetti d’arte, provenienti da moltissime culture.

Il suggestivo allestimento della mostra "Il mondo che non c'era" a Palazzo Alberti Poja a Rovereto

Il suggestivo allestimento della mostra “Il mondo che non c’era” a Palazzo Alberti Poja a Rovereto

Dopo il grande successo ottenuto a Firenze al museo Archeologico nazionale giunge dunque alla Fondazione Museo Civico di Rovereto nelle eleganti sale di Palazzo Alberti Poja, la mostra “Il mondo che non c’era” straordinaria esposizione dedicata alle tante e diverse civiltà precolombiane che avevano prosperato per migliaia di anni in quella terra. Un corpus di capolavori – esposti al pubblico in gran parte per la prima volta grazie a questo progetto – espressione delle grandi civiltà della cosiddetta Mesoamerica (gran parte del Messico, Guatemala, Belize, una parte dell’Honduras e del Salvador) e il territorio di Panama. Dagli Olmechi ai Maya, dagli Aztechi ai Coclé. La mostra racconta poi le Ande (Colombia, Ecuador, Perù e Bolivia, fino a Cile e Argentina), dalla cultura Chavin, a Tiahuanaco e Moche, fino agli Inca  (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/09/30/il-mondo-che-non-cera-dopo-firenze-arriva-a-rovereto-la-grande-mostra-sulle-culture-precolombiane-con-i-preziosi-reperti-della-collezione-ligabue-un-meraviglioso-viaggio-t/). E se un appassionato di civiltà precolombiane avesse già visto la mostra a Firenze, non rinunci a una gita a Rovereto, perché questa seconda tappa si presenta più ricca di informazioni  e meglio articolata negli spazi, col risultato che non solo è più accattivante e coinvolgente, ma addirittura sembra “un’altra” mostra. Il percorso dell’esposizione a Rovereto si snoda nelle varie stanze di Palazzo Alberti Poja per aree geografiche: dal Messico al Perù. Ciò permette di apprezzare non solo l’evoluzione delle espressioni artistiche nel medesimo territorio, ma anche il susseguirsi o il sovrapporsi delle diverse civiltà. E per facilitare la “lettura” dei tesori esposti in vetrina ecco ampi pannelli-poster in corrispondenza degli oggetti fissati sulle pareti movimentate con gigantografie delle architetture di quel periodo, di quella civiltà, di quel luogo. Il visitatore può così decidere se approfondire la conoscenza dei singoli oggetti senza disturbare chi si approccia alle vetrine.

Vaso antropomorfo della cultura Moche (Perù)

Vaso antropomorfo della cultura Moche (Perù)

La fondazione Museo Civico di Rovereto, in concomitanza con la mostra “Il mondo che non c’era”, ha organizzato proiezioni a tema il sabato e visite guidate la domenica. Ecco gli appuntamenti di dicembre. Alle 16, proiezione di un film della cineteca della Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto, compresa nel biglietto di ingresso alla mostra. Sabato 3 dicembre, “Una fanciulla sacerdotessa a Cahuachi” di Minoru Nakamura, Giappone, 53′; sabato 10 dicembre, “Naachtun, la citta maya dimenticata” di Stéphane Bégoin, Francia, 90′; sabato 17 dicembre, “Chavìn de Huantar. Il teatro dell’Aldilà” di Jose Manuel Novoa, Spagna, 52′. Visite guidate per il pubblico: tutte le domeniche di dicembre (escluso Natale) alle 16. Laboratorio creativo a tema per bambini: nel mese di dicembre tutte le domeniche (escluso Natale) alle 16, su prenotazione. Attività comprese nel costo del biglietto di ingresso. Visite guidate per i gruppi: su prenotazione, con degustazione guidata ‘Sulle rotte del cioccolato’ a cura della Enocioccoteca Exquisita di Rovereto. Costo: 5 euro a persona. E poi c’è un “Un sorso di conoscenza”: ai mercatini del Natale dei Popoli in piazza Battisti a Rovereto c’è uno stand dove si può degustare la C-Sana, la tisana del museo Civico, avere promozioni per l’ingresso alla mostra “Il mondo che non c’era”. Con una formulazione studiata dai botanici della fondazione Museo Civico di Rovereto in team con Aboca e le farmacie comunali di Rovereto, la tisana del Civico nasce per far conoscere la ricerca botanica del museo che da sempre studia, archivia e diffonde i dati sulla Flora del Trentino.

“Il mondo che non c’era”: dopo Firenze arriva a Rovereto la grande mostra sulle culture precolombiane con i preziosi reperti della Collezione Ligabue. Un meraviglioso viaggio tra vita, costumi e cosmogonie del Centro e Sud America prima di Colombo

L'arte precolombiana protagonista nella mostra "Il mondo che non c'era" promossa dalla Fondazione Giancarlo Ligabue

L’arte precolombiana protagonista nella mostra “Il mondo che non c’era” promossa dalla Fondazione Giancarlo Ligabue

Sedici culture per scoprire “Il mondo che non c’era”: un meraviglioso viaggio tra vita, costumi e cosmogonie del Centro e Sud America prima di Colombo, raccontato attraverso duecento opere d’arte. Dopo il successo al museo Archeologico nazionale di Firenze (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/09/11/in-mostra-a-firenze-il-mondo-che-non-cera-viaggio-alla-scoperta-delle-civilta-precolombiane-del-centro-e-sud-america-con-i-tesori-mai-visti-della-collezione-ligabue-in-dia/) giunge a Palazzo Alberti Poja di Rovereto sede della Fondazione Museo Civico di Rovereto, la grande mostra che ci fa conoscere appunto “Il mondo che non c’era” (1° ottobre 2016 – 6 gennaio 2017) con gli straordinari reperti della Collezione Ligabue che accompagnano il visitatore nel cuore delle civiltà precolombiane: un corpus di opere – esposte al pubblico in gran parte per la prima volta proprio grazie a questo progetto – espressione delle grandi civiltà della cosiddetta Mesoamerica (gran parte del Messico, Guatemala, Belize, una parte dell’Honduras e del Salvador), del territorio di Panama, e delle Ande (Colombia, Ecuador, Perù e Bolivia, fino a Cile e Argentina). Quegli oggetti precolombiani parlano di Olmechi e Maya, Aztechi e Tairona, Chavin e Tiahuanaco, Moche e Inca.

La "Venere" della cultura Chupicuaro (Messico)

La “Venere” della cultura Chupicuaro (Messico)

Un viaggio tutto da vivere. Proviamo a percorrerne insieme qualche tratto attraverso 16 oggetti emblematici esposti in mostra a Rovereto. Tra il III e il I sec. a.C., nello Stato di Guerrero, in Messico, si sviluppa la cultura di Mezcala ben rappresentata in mostra da un’enigmatica statuetta antropomorfa in diorite. La Venere in ceramica cava policroma a ingobbio beige chiaro e rosso mattone, nuda, il sesso sottolineato tramite incisione, piccole braccia staccate dal tronco con le mani congiunte sul ventre, rappresenta invece la cultura Chupícuaro (IV-I sec. a.C.), ancora in Messico ma nello Stato di Guanajuato. Più recente la cultura jalisco, espressione della statuetta antropomorfa in ceramica a ingobbio rosso mattone e ocra gialla: siamo sempre in Messico tra il I sec. a.C. e il III d.C. Con l’urna funeraria con l’effigie del dio Cocijo si entra nella successiva cultura zapoteca, che in Messico inizia con la fase Monte Albán (II sec. a.C. – II d.C.) e continua fino a circa l’800 d.C. Cocijo era il dio zapoteco della pioggia, del fulmine e del tuono.

"Maschera" della cultura Teotihuacan (Messico)

“Maschera” della cultura Teotihuacan (Messico)

Bellissima la maschera in serpentino verde scuro a superficie levigata, volto a forma di un triangolo rovesciato, fronte e naso larghi, labbra spesse e sopracciglia marcate: il reperto ci porta dritto nella cultura Teotihuacán (450-650 d.C), sempre in Messico. Invece tra Messico e Guatemala si localizza la cultura Maya (600-800 d.C.) del vaso cilindrico con divinità dell’inframondo: questo grande bicchiere è tipico di una forma della ceramica di stile codex che si utilizzava per bere la cioccolata durante le feste date dai membri dell’élite dirigente. Questi ultimi se li regalavano volentieri tra loro e poi ne rendevano imperitura la funzione destinandoli al proprio corredo funebre: è ciò che ha permesso ad un buon numero di queste ceramiche di giungere così ben conservate fino ai nostri giorni.  Spostandoci in Costarica, e tornando indietro di qualche secolo, troviamo la cultura Guanacaste (100-500 d.C.) con il pendente antropomorfo in pietra verde (giadeite) levigata e lucidata. Il pendente raffigura probabilmente il cosiddetto “dio ascia”, forse una divinità o un operatore rituale, la cui ricorrenza come soggetto iconografico risale al periodo olmeco. A Panama invece con l’olla in terracotta policroma sulla quale sono raffigurati una divinità e un alligatore, ci imbattiamo nella cultura Coclé (850-1000 d.C.).

Pendente in oro a forma di rana della cultura tairona

Pendente in oro a forma di rana della cultura tairona (Colombia)

Il viaggio continua lungo la cordigliera delle Ande in Ecuador dove si sviluppò l’antica cultura Valdivia – Chorrera (2000-1000 a.C.) cui appartiene il mortaio zoomorfo di serpentino verde in forma di giaguaro stilizzato. Prime “tracce” dell’El Dorado si riscontrano nella cultura tairona della Colombia (700-1000 d.C.) con pendenti in oro a forma di rana scolpita a sbalzo con foro sul collo. Nelle Ande del Nord, il lavoro dei metalli preziosi appare molto presto, circa verso la metà del primo millennio a.C. Proprio l’arte andina dell’oreficeria spingerà alla ricerca dell’El Dorado, uno dei grandi miti motori dei Conquistatori spagnoli. La bottiglia in ceramica a forma di sciamano della cultura Chavin-Cupisnique (1000 a.C) ci porta in Perù. Il personaggio seduto, con le braccia poste sopra le cosce e un volto dai tratti realistici, vestito con un perizoma, i lobi forati per due orecchini circolari, e una grande gobba, non era certo una persona comune, né un personaggio qualsiasi, bensì un essere con abilità sciamanica, abile per esempio nelle profezie dotato di capacità magiche speciali. Sempre in Perù troviamo la più famosa cultura Nazca (400-600 d.C.) a Rovereto ricordata da una bella coppa cerimoniale in terracotta ingobbiata, decorata su due registri sovrapposti: in alto una serie di teste trofeo stilizzate viste di profilo e ornate da corone plumarie; in basso corre un motivo formato da volti femminili giustapposti, conosciuto col nome di “facce di bambina”: le figure esprimono concetti e simboli appartenenti alla sfera della religione e non alle mode dell’arte decorativa, cioè simboli ritenuti dotati di un’efficacia che li rendeva attivi non solo nell’aldilà ma nella vita quotidiana.

Vaso antropomorfo della cultura Moche (Perù)

Vaso antropomorfo della cultura Moche (Perù)

Particolarmente interessante il vaso antropomorfo in ceramica della cultura Moche del Perù (100 a.C. – 200 d.C.): rappresenta il volto di un personaggio che porta al naso un anello d’oro. Le caratteristiche del volto, la fattura e l’anatomia che raggiunge livelli eccellenti di naturalismo – come in moltissimi vasi della cultura moche, che rappresentano governanti, malattie, mutilazioni e appunto volti – fanno pensare che una persona reale abbia posato per il ceramista. La più recente delle culture che si sono sviluppate in Perù è la cultura Inca (1300-1450 d.C.) che ritroviamo nel vaso urpu, terracotta dipinta con rilievo a forma di felino e manici per il trasporto.  Questa anfora, conosciuta col nome di urpu o ariballo con termine greco, era destinata al trasporto d’acqua e, più spesso, della chicha, o aqha, il vino ottenuto dalla fermentazione del mais.  Il nostro viaggio, prima della tappa conclusiva in Perù, si concede una deviazione in Argentina alla scoperta dell’antichissima cultura Las Bajas dei Tehuelche (2000-1000 a.C.), che ritroviamo nell’ascia cerimoniale intagliata in pietra e decorata a forma di otto con motivi geometrici. Questo tipo di ascia doppia di solito veniva utilizzata durante le cerimonie sacre e ha sempre mantenuto un grande significato simbolico.

Maschera funebre in rame coperto da lamina d'oro della cultura chimu-lambayeque (Perù)

Maschera funebre in rame coperto da lamina d’oro della cultura chimu-lambayeque (Perù)

Il nostro speciale viaggio si chiude in Perù con la straordinaria maschera funebre in rame ricoperto da lamina d’oro della cultura chimú-lambayeque (1300 d.C.). Nel Cinquecento, il cronista spagnolo Miguel Cabello de Valboa raccolse il mito che narrava l’arrivo dal mare dell’eroe fondatore Ñaymlap e del suo seguito regale. Approdato in quel tratto della costa pacifica che da lui avrebbe preso il nome, Ñaymlap era preceduto da un suonatore di buccina marina e da un servitore che precedeva i suoi passi spargendo polvere di conchiglie. Il capostipite delle genti di Lambayeque deriva il nome da un uccello acquatico (namla). Tra gli attributi, le ali e gli “occhi alati”, riproducenti le macchie oculari di alcuni uccelli o combinazione dell’occhio umano con ali. Il mito narra che in punto di morte sul dorso del sovrano crebbero ali ed egli volò al cielo lasciando la sua immagine intagliata nello smeraldo: l’idolo Yampallec, “icona di Ñaymlap”, che avrebbe assicurato al suo popolo prosperità e potere. Sedotto da un dèmone-femmina, l’ultimo sovrano, Fempellec, volle trasferire altrove la sacra immagine. Trenta giorni di piogge e un anno di siccità mutarono la fertile valle in terra desolata. Le maschere funerarie in oro, o rame dorato come questo esemplare, riproducono fattezze e attributi dell’antenato mitico: gli “occhi alati” e i dischi auricolari (orejeras) – gli stessi dei sovrani dei moche – contornati da una serie di globuli sbalzati, probabile simbolo della Luna, madre dell’umidità notturna, o del Sole padre della luce e della pioggia. Applicata al fardo funerario – l’involto di tessuti che copriva il corpo in posizione fetale – la maschera manifestava la partecipazione del defunto alla regalità divina dell’Antenato-Uccello. Dagli occhi cadono lacrime raffigurate da globuli di quarzo (in altri esemplari di resina di algarrobo).

L'imprenditore e collezionista veneziano Inti Ligabue, presidente della Fondazione Giancarlo Ligabue

L’imprenditore e collezionista veneziano Inti Ligabue, presidente della Fondazione Giancarlo Ligabue

Promossa dalla Fondazione Giancarlo Ligabue di Venezia con il sostegno della Provincia Autonoma di Trento, del Comune di Rovereto, dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto e di Mezcala Expertises, main sponsor Ligabue Group, la mostra “Il mondo che non c’era” presenta dunque un nucleo scelto di opere delle antiche culture Americane della vasta Collezione Ligabue. A quasi due anni dalla sua scomparsa (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/01/26/e-morto-giancarlo-ligabue-imprenditore-archeologo-paleontologo-mecenate-sostenne-130-spedizioni-nei-cinque-continenti-fondo-il-centro-studi-ricerche-e-stato-lo-scienziato-veneziano-piu-famoso-a/), questa esposizione vuole essere infatti anche un omaggio alla figura di Giancarlo Ligabue (1931- 2015) – paleontologo, studioso di archeologia e antropologia, esploratore, imprenditore illuminato, appassionato collezionista – da parte del figlio Inti che, con la “Fondazione Giancarlo Ligabue” da lui creata, continua l’impegno nell’attività culturale, nella ricerca scientifica e nella divulgazione e dopo l’esperienza del Centro Studi e Ricerche fondato oltre 40 anni fa dal padre Giancarlo. Oltre infatti ad aver organizzato più di 130 spedizioni in tutti i continenti, partecipando personalmente agli scavi e alle esplorazioni – con ritrovamenti memorabili conservati ora nelle collezioni museali dei diversi paesi – Giancarlo Ligabue ha dato vita negli anni a un’importante collezione d’oggetti d’arte, provenienti da moltissime culture. Una parte di questa collezione è il cuore della mostra aperta a Rovereto e che ha già affascinato il pubblico toscano e la stampa nazionale, curata da Jacques Blazy (tra i membri del comitato scientifico, André Delpuech capo conservatore al Musée du Quai Branly di Parigi e l’archeologo peruviano Federico Kauffmann Doig), specialista delle arti pre- ispaniche della Mesoamerica e dell’America del Sud. “Ringrazio per questa occasione Rovereto, città che da moltissimo tempo è un esempio significativo del nostro Paese per le scelte e le iniziative culturali, e con la quale – attraverso il sindaco Francesco Valduga e la Fondazione Museo Civico di Rovereto e Giovanni Laezza che la presiede – abbiamo avviato una cooperazione che ci rende orgogliosi e che ci procura nuovi e vitalissimi stimoli per future iniziative”, ricorda Inti Ligabue. “Ringrazio anche il direttore del Museo Civico di Rovereto, Franco Finotti e lo staff; e infine, in modo particolare, anche per la solida amicizia che viene da una lunga collaborazione dico un grazie a Dario Di Blasi, persona che è stata al centro di molte iniziative comuni con il Centro Studi e Ricerche prima e adesso con la Fondazione Giancarlo Ligabue”.

A Rovereto la XXVII rassegna internazionale del cinema archeologico: in cinque giorni più di 50 film da 14 Paesi, conversazioni e incontri con i protagonisti della ricerca archeologica. Le anticipazioni del direttore Dario Di Blasi

Il manifesto della 27.ma rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto

Il manifesto della 27.ma rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto

Dario Diblasi direttore della Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto

Dario Diblasi direttore della Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto

Più di cinquanta film in cinque giorni nella sezione principale all’auditorium Melotti, con tre conversazioni, una tavola rotonda e un laboratorio didattico; e altri tre film con altrettante conversazioni nella sezione “Arte, culto e spiritualità” nella sala conferenze del Mart: ecco in cifre la 27. Rassegna internazionale del cinema archeologico in programma a Rovereto (Trento) promossa dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto, diretta, ideata e curata da Dadio Di Blasi. “Per molti anni”, scrive Di Blasi nella presentazione della Rassegna, “ho cercato filmati, preparato programmi cinematografici e coinvolto archeologi e uomini di cultura con l’intenzione di far conoscere e interagire tra loro culture e civiltà diverse, anche discordi tra loro, di luoghi ed epoche differenti, convinto di portare un sia pur piccolo contributo alla conoscenza e quindi alla tolleranza. In ventisette anni e altrettante edizioni della Rassegna ho visto con orrore ogni sorta di guerre, crudeltà e sopraffazioni, la guerra nei Balcani, la strage delle torri gemelle, un Medio oriente sempre in fiamme, eccidi di ogni tipo in Africa, migrazioni epocali a causa d’infiniti conflitti, non ultima l’anno scorso l’uccisione di Khaled al-Asaad a Palmira. Anche se malferma la speranza di contribuire alla conoscenza, alla tolleranza e alla pace non è mai morta comunque”. E continua: “Nella proposta di questa XXVII edizione lo spirito e le intenzioni sono e rimangono quelle originali. Il palinsesto cinematografico spazia nelle culture e civiltà di tutti i continenti, così come gli approfondimenti che coinvolgono l’America precolombiana, Pompei, l’Africa dei primi uomini, l’Egitto, l’arte parietale con le prime forme di spiritualità, il mito del mondo classico, ma soprattutto la domanda se i musei al giorno d’oggi abbiano ancora un ruolo e una funzione nella formazione e nella cultura, pur senza indulgere nella significativa ironia di chi disse, a proposito di musei, che Il sonno della ragione genera mostre”.

Un fotogramma del film "Impronta amerinda", una produzione francese

Un fotogramma del film “Impronta amerinda”, una produzione francese

La proposta di questa edizione – riassume Di Blasi – è, come sempre e soprattutto, una proposta cinematografica con film provenienti da 14 paesi ma che documentano epoche e territori diversissimi, la preistoria: Quand homo sapiens faisait son cinema (Francia), venerdì 7, al mattino; Dawn of humanity (Usa), sabato 8, al mattino; la Francia del Re sole: Marly, le Chateau disparu du Roi Soleil (Francia), mercoledì 5, al pomeriggio; mille anni di cultura islamica in Iran: Die Freitagsmoschee von Isfahan (Iran), venerdì 7, al pomeriggio; l’impero Khmer in Cambogia: Aux sources d’Angkor (Francia), mercoledì 5, alla sera; l’epopea vichinga con la scoperta dell’Islanda: Wiking Women-Sigrun’s wrath and discovery of Iceland (Germania), venerdì 7, alla sera; il popolamento delle Antille: Empreinte amerindienne (Francia), giovedì 6, al pomeriggio; il favoloso Perù: Chavin de Huantar. El teatro del Màs Allà (Spagna), giovedì 6, al pomeriggio; la sempre misteriosa Etruria: I confini del mar Tirreno e Adriatico diviso tra etruschi, fenici e focesi (Italia), venerdì 7, al pomeriggio; Sulle note del mistero. La musica perduta degli Etruschi (Italia), venerdì 7, alla sera; e il racconto “del mio eroe dell’infanzia”, Annibale: Tras la huella de Anibal (Spagna), venerdì 7, al pomeriggio.

Il soprintendente di Pompei, Ercolano e Stabia: Massimo Osanna

Il soprintendente di Pompei, Ercolano e Stabia: Massimo Osanna

Anche nella XXVII Rassegna ci sono alcuni approfondimenti con protagonisti della ricerca: in tre mattine nella sala conferenze del Mart -Museo d’arte moderna e contemporanea per la sezione “Arte, Culto e Spiritualità”: Fabio Martini, archeologo preistorico dell’università di Firenze, il 5 ottobre propone “L’origine dell’arte. Documenti e problemi d’interpretazione “; Silvia Romani, docente di Mitologia classica e lingua greca all’università di Torino, il 6 ottobre “La terra di mezzo. Raccontare storie per comprendere il mondo“, e quindi Francesco Tiradritti, egittologo, docente all’università di Enna, il 7 ottobre “Ricerche nel cenotafio di Harwa: iniziazione e resurrezione nell’Egitto del VII sec a.C.“. In alcuni pomeriggi e mattine, al contrario nell’auditorium Melotti del polo museale, Giuseppe Orefici, archeologo, responsabile della missione a Nazca, giovedì 6, al pomeriggio, racconta “Centri cerimoniali e geoglifi a Cahuachi- Nazca”; Massimo Osanna, soprintendente di Pompei, venerdì 7, al pomeriggio, “Nuove scoperte nei santuari pompeiani”; e Damiano Marchi, antropologo, docente all’università di Pisa, sabato 8, al mattino, “Homo naledi. Nuovi fossili scoperti in Sudafrica: è questa la zona d’origine del genere Homo?“. “A conclusione di queste giornate”, annuncia Di Blasi, “sabato 8, al pomeriggio, abbiamo voluto inserire anche una sorta di tavola rotonda dibattito per capire se il ruolo dei musei nella formazione di cultura sia ancora attuale. La proposta di dibattito con Cinzia Dal Maso, giornalista e blogger, e Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva, quali moderatori è “Agitare prima dell’uso. Nuovi orizzonti del Museo”. Partecipano Daniele Jallà, presidente Icom Italia; Anna Maria Visser, università di Ferrara; Carmelo Malacrino, direttore museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria; Valentino Nizzo, direzione generale musei del MIBACT; Franco Marzatico, soprintendente ai Beni Culturali di Trento”. La rassegna chiude sabato 8 alla sera al teatro Zandonai di Rovereto con la cerimonia di premiazione e la proiezione del film più gradito dal pubblico con il premio “Città di Rovereto – Archeologia Viva”.

Al via la 7.ma edizione di Aquileia Film Festival: tre serate ad Aquileia nella prestigiosa piazza Capitolo con film della rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto e le conversazioni di Piero Pruneti con Cardini, Cereti e Manfredi

Dal 27 al 29 luglio 2016 la 7.m edizione di Aquileia Film Festival in piazza Capitolo

Dal 27 al 29 luglio 2016 la 7.m edizione di Aquileia Film Festival in piazza Capitolo

Tre sere speciali per un tuffo nel passato: dal 27 al 29 luglio 2016 piazza Capitolo di Aquileia, davanti alla famosa basilica patriarcale dell’XI secolo, ospita alle 21  la settima edizione di Aquileia Film Festival, la rassegna di cinema di archeologia a ingresso libero organizzata da Fondazione Aquileia insieme ad Archeologia Viva e rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto/Fondazione Museo Civico Rovereto. Ancora una volta è l’archivio della Rassegna del cinema archeologico di Rovereto a fornire i titoli de palinsesto del festival dove spiccano due film del regista americano Gary Glassman, particolarmente interessanti e pluripremiati: uno su Santa Sofia, l’altro su Petra. Le proiezioni ogni sera sono intervallate da “conversazioni” a cura di Piero Pruneti, direttore della rivista Archeologia Viva, secondo la formula ben collaudata di Rovereto. Ad Aquileia tre ospiti di eccezione: Franco Cardini, Carlo Cereti e Massimo Manfredi.

I protagonisti del film “Cercando Djehuty” di Javier Trueba e José Latova che apre il festival

I protagonisti del film “Cercando Djehuty” di Javier Trueba e José Latova che apre il festival di Aquileia

Ecco il programma. Si inizia mercoledì 27, alle 21, con il film “Cercando Djehuty” di Javier Trueba e José Latova (Spagna). Tra mummie, tombe e geroglifici, la storia di tredici scavi archeologici in Egitto sulle tracce di Djehuty, il supervisore del Tesoro di Hat-shep-sut, il primo faraone donna. I loro nomi sono stati sistematicamente cancellati 3500 anni fa per eliminarne il ricordo. Oggi un team scientifico internazionale ne ricostruisce la memoria indagando la necropoli di Ora Abu el-Naga a Luxor. Segue la conversazione con Franco Cardini, storico, saggista e grande esperto di Islam e Medio Oriente, che presenterà i suoi ultimi libri editi da Laterza “L’Islam è una minaccia (Falso!) e “L’ipocrisia dell’Occidente. Il Califfo, il terrore e la storia”. Quindi il film “Santa Sofia – Antichi misteri di Istanbul” di Gary Glassman (Usa). La basilica di Santa Sofia a Istanbul (oggi museo), poggia dal 537 su una faglia sismica che non cessa di destare preoccupazioni. Gli studi condotti da architetti, ingegneri e sismologi cercano soprattutto di comprendere i segreti della resistenza ai sismi della sua gigantesca cupola e sperano di scoprirne le debolezze nascoste.

Il cosiddetto Tesoro, uno dei simboli di Petra, che per primo si svela alla vista dei turisti

Il cosiddetto Tesoro, uno dei simboli di Petra, che per primo si svela alla vista dei turisti

La mostra "Leoni e tori dall'antica Persia ad Aquileia": ne parla Carlo Cereti

La mostra “Leoni e tori dall’antica Persia ad Aquileia”: ne parla Carlo Cereti

La seconda giornata giovedì 28 luglio inizia (sempre alle 21) con il film “Petra – la città perduta di pietra” di Gary Glassman (Usa). Perduta al confine di tre grandi deserti e ricca di monumenti tra i più spettacolari e più misteriosi del mondo antico, Petra rappresenta un formidabile enigma. Oggi gli studi internazionali avviati da oltre venti anni cominciano a dare frutti sorprendenti: dalle sabbie e dalle leggende che l’avvolgono emerge un’autentica capitale del deserto. Quindi in programma c’è la seconda conversazione del Festival. Ospite Carlo Cereti, addetto culturale dell’Ambasciata d’Italia a Teheran, che in occasione della mostra sull’Iran “Leoni e tori dall’antica Persia ad Aquileia”, allestita al museo Archeologico nazionale di Aquileia, traccerà un quadro dell’Iran di oggi e di una cultura che ha avuto molti contatti col mondo occidentale. Chiude la serata “Il mistero del relitto del Baltico e la battaglia navale del 1712” di Florian Dedio (Germania). Il punto dove ebbe luogo una battaglia navale tra Svezia e Danimarca e il numero delle navi affondate sono rimasti ignoti per 300 anni. Nel 2011, un team di archeologi e storici ha battuto le acque del Baltico e scavato negli archivi navali di Svezia e Danimarca, scoprendo così diversi relitti della battaglia e documenti che descrivono l’accaduto. Con le riprese dei lavori e le ricostruzioni digitali dei relitti, il film rivela i segreti di una delle più grandi battaglie navali del Baltico.

L'archeologo Valerio Massimo Manfredi

L’archeologo Valerio Massimo Manfredi

Terza e ultima giornata venerdì 29 luglio. Alle 21 si apre con il film “Guerrieri rubati” di Wolfgang Luck (Germania). Come può una statua del tempio più famoso della Cambogia finire in un catalogo d’asta di Sotheby? Il documentario narra la storia di un caso spettacolare di trafugamento d’arte. Seguiamo la rotta della scultura di un guerriero sottratta da un tempio Khmer fino ad arrivare a un’elegante casa d’aste a New York. Un viaggio investigativo nel torbido mondo del commercio di antichità. Quindi incontro con lo scrittore e archeologo Valerio Massimo Manfredi, per la terza conversazione a cura di Piero Pruneti. Chiude la 7. Edizione di Aquileia Film Festival l’assegnazione al film più votato dal pubblico nel corso delle tre serate del Premio Aquileia, un pregiato mosaico realizzato dalla Scuola Mosaicisti del Friuli.

Rovereto. Al via i “Venerdì dell’archeologia” con tre archeologi Daniele Morandi Bonacossi, Franco Marzatico e Pierfrancesco Callieri sull’archeologia a rischio. Si inizia con il Kurdistan iracheno

La locandina dei "Venerdì dell'archeologia" a Rovereto

La locandina dei “Venerdì dell’archeologia” a Rovereto

Al via a Rovereto “I venerdì dell’archeologia 2016” promossi dalla Fondazione museo civico di Rovereto, Società museo civico Rovereto, Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto. Tre appuntamenti con tre protagonisti dell’archeologia: Daniele Morandi Bonacossi, Franco Marzatico, Pierfrancesco Callieri. “Un modo per allargare lo spazio della rassegna di ottobre durante tutto l’anno”, spiega il direttore Dario Diblasi che, insieme a Barbara Maurina, conservatore archeologo del museo civico roveretano, ha organizzato questi incontri. “Non dimentichiamo che ottobre è uno dei mesi più gettonati per le missioni archeologiche, specie in Vicino Oriente, e quindi non è sempre possibile avere presente i protagonisti di queste ricerche. Ciò che invece si può fare a maggio con meno problemi logistici”. Il filone seguito anche quest’anno è quello dell’archeologia a rischio, con particolare attenzione agli scavi in zone di guerra o in Paesi dove non è sempre facile muoversi o avere informazioni. “Il nostro obiettivo è fare conoscere al grande pubblico eccellenze nella ricerca archeologica, di cui da noi non si parla molto”. Tutti gli incontri si tengono nella sede della fondazione Museo Civico di Rovereto, in borgo Santa Caterina, sala convegni “Fortunato Zeni”, con inizio alle 20.30. Ingresso libero.

L'archeologo Daniele Morandi Bonacossi in missione in Kurdistan

L’archeologo Daniele Morandi Bonacossi in missione in Kurdistan

Si inizia mercoledì 13 maggio 2016 con Daniele Morandi Bonacossi, docente dell’università di Udine, direttore negli anni della missione archeologica italiana in Assiria e del progetto archeologico regionale Terra di Ninive (Iraq settentrionale), la missione archeologica dell’università di Udine a Mishrifeh/Qatna (Siria) ed è co-direttore della missione italo-siriana di ricognizione archeologica di superficie nel deserto della Palmirena Occidentale (Siria). Oggi è operativo in Kurdistan con la “Terre di Ninive” dove mette a frutto la sua attività di ricerca che s’incentra prevalentemente sullo studio dell’interazione fra uomo, ambiente, risorse e strategie di sussistenza (Archeologia dei Paesaggi) e della cultura materiale e dell’organizzazione delle società complesse fra il Tardo Calcolitico e l’età del Ferro soprattutto in Siria e nel Levante settentrionale, in Anatolia sud-orientale e Iraq settentrionale. A Rovereto porterà tutta la sua esperienza di archeologo e di testimone del dramma che sta vivendo il Vicino Oriente, tra Siria e Iraq, devastati da guerre civili e terrorismo. Emblematico il titolo scelto per la serata “Archeologia in frantumi? ricerche nel Kurdistan”. L’obiettivo della missione e del progetto è “ricostruire la formazione ed evoluzione del paesaggio culturale e naturale di una regione strategica della Mewsopotamia settentrionale, a cavallo tra le province di Ninive (la moderna Mosul) e Dohuk dal Paleolitico all’età islamica, e a garantirne valorizazzioen e tutela in forme innovative”. Ma di questi tempi non è facile operare. “Ci troviamo a operare in una zona molto ampia”, ha spiegato l’archeologo in un’intervista rilasciata nei giorni scorsi al Corriere del Trentino, “i cui confini meridionali si trovano a una decina di chilometri dal fronte in cui combattono Peshmerga e Isis. Noi ci troviamo ovviamente in una zona controllata dai primi”. Morandi Bonacossi mette in guardia però dal giungere a facili conclusioni vedendo le immagini drammatiche che ogni giorno si riversano sull’Occidente: “Le devastazioni dell’Isis possono apparire dissennate ai nostri occhi, ma hanno cause e ragioni profonde” che saranno ben illustrate nell’incontro di Rovereto.

Franco Marzatico

Franco Marzatico

Pierfrancesco Callieri

Pierfrancesco Callieri

Secondo appuntamento con “I venerdì dell’archeologia” sarà il 20 maggio con Franco Marzatico, soprintendente dei Beni culturali della Provincia di Trento, già direttore del castello del Buon Consiglio, e un passato sul campo nelle ricerche archeologiche. Marzatico parlerà di “Agitare prima dell’uso? Nuovi orizzonti del museo”. Si torna in Vicino Oriente con il terzo appuntamento, venerdì 27 maggio, quando interverrà il prof. Pierfrancesco Callieri, docente dell’università di Bologna, grande esperienza in missioni archeologiche tra Pakistan e Iran, e dal 2005 co-direttore della missione archeologica dell’università di Bologna in Iran (Iranian-Italian Joint Archaeological Mission in Fars). Proprio da questa ricerca e dalla sua recente scoperta a Tol-e Ajori, a un passo da Persepoli, prenderà le mosse la serata su “Mostri mesopotamici e iconoclastia: la porta di Ishtar a Persepoli”.

Aperta la XXVI Rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto nel nome di Khaled Asaad, l’archeologo di Palmira decapitato dall’Isis. E sabato “instant movie” di Alberto Castellani con il ricordo personale di Asaad in un’intervista del 2004

All'archeologo Khaled Asaad, decapitato dall'Isis, è dedicata la XXVI rassegna internazionale del cinema archeologico

All’archeologo Khaled Asaad, decapitato dall’Isis, è dedicata la XXVI rassegna internazionale del cinema archeologico

La XXVI rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto, dal 6 al 10 ottobre 2015, nel nome di Khaled Asaad, l’archeologo di Palmira “la cui morte e sacrificio – ricorda Dario Di Blasi, direttore della rassegna – hanno dimostrato che la cultura non può coesistere con la guerra e che al tempo stesso è la premessa necessaria per la pace”. Ma non è tutto. Sabato 10 ottobre, durante la serata delle premiazioni dei film in concorso, ci sarà un omaggio ad Asaad con un “instant movie” del regista veneziano Alberto Castellani, che dieci anni fa aveva avuto l’onore di intervistarlo. Era il 18 agosto 2015 quando Khaled al-Asaad è stato ucciso a Palmira dopo aver difeso fino all’ultimo dalla furia dell’Is il sito archeologico, patrimonio dell’Unesco, decapitato dai jihadisti per non aver rivelato il nascondiglio di alcuni inestimabili reperti romani. E ora una petizione tutta italiana sulla piattaforma Change.org chiede la candidatura postuma al Nobel per la Pace di Khaled Asaad. A lanciare l’appello, sottoscritto finora da oltre 12500 utenti in soli 4 giorni, è Anna Murmura, che nella lettera indirizzata al Comitato per i Nobel e alle Accademie di Archeologia e Cultura classica ha chiesto che “l’anno prossimo in febbraio venga proposta la candidatura al Nobel per la pace alla memoria per Khaled Asaad, l’archeologo di Palmira morto per difendere i nostri beni culturali dalle onde barbariche e la cultura classica a cui dobbiamo molto. Difendere la cultura – conclude – vuol dire difendere la pace, la guerra e l’odio nascono dall’ignoranza. Khaled Asaad è un eroe di cui il mondo ha parlato e parla poco. Onore al grande archeologo e al grande uomo”. La petizione è stata sottoscritta anche da Di Blasi. “Ho firmato l’appello che mi è arrivato dal Perù tramite facebook da Giuseppe Orefici, archeologo italiano in sud-america,  per assegnare il premio Nobel per la pace a Khaled Asaad. I social network possono essere utili”.

Il poster ufficiale della XXVI Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto dal 6 al 10 ottobre 2015

Il poster ufficiale della XXVI Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto dal 6 al 10 ottobre 2015

Brilla sulla XXVI Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto la medaglia assegnata dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, recapitata alla Fondazione Museo Civico di Rovereto alla vigilia della rassegna consacrata quest’anno al dibattito, quanto mai attuale, sul passato e sul presente della culla della civiltà. Il programma cinematografico e di conversazioni della XXVI edizione della Rassegna non si discosta da questo intento e offre un menu ricchissimo di quasi cento film e una decina d’incontri con protagonisti della ricerca archeologica, con la collaborazione preziosa del Centro Studi Ligabue e del Documentary & Experimental Film Center di Tehran che organizza annualmente una delle più importanti manifestazioni di documentari internazionali, ovvero Cinema Veritè. Novità di quest’anno, l’introduzione di una menzione speciale assegnata da un gruppo di Archeoblogger e l’assegnazione del premio speciale Cinem.A.Mo.Re (la Rassegna che promuove Religion Today Filmfestival, Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico e Trento Film Festival). Tra gli appuntamenti in cartellone, Di Blasi ricorda quelli del paesaggio preistorico delle nostre Dolomiti, l’Avventura dei primi uomini in Australia, i misteriosi obelischi in territorio curdo in Turchia, l’eccitante ricerca di un importante personaggio della corte di Hat-shep-sut, primo faraone donna, la ricostruzione della storia della Nike di Samotracia, la principale icona del Louvre parigino, la riscoperta della Verona romana nel suo impianto urbano e la ricostruzione grafica della sua complessa stratificazione archeologica, la storia e anche l’etnografia di tanti siti e luoghi dell’Iran attuale e dell’antica Persia, le splendide immagini di un vero e proprio museo all’aria aperta come quello del territorio del Mustang tibetano, robot sottomarini per scoprire antichi naufragi là dove l’uomo non potrà arrivare, la meravigliosa arte dei tappeti di Bijar e Tabriz, la scoperta dei popoli che abitarono Angkor e che forse ne furono gli artefici, un intrigo nella Bibbia che ci fa sospettare un Gesù sposato, un viaggio nelle varie forme di scrittura nell’antico Egitto, e ancora la provocazione: l’Iliade e l’Odissea possono aver avuto origine nei miti baltici e non in quelli mediterranei? Quanti misteri, quante scoperte e purtroppo quanta barbarie contro l’uomo e le tante sue realizzazioni e culture come in Iraq e in Siria. Quanta leggerezza, dimenticanza e disattenzione verso popoli che stanno per scomparire come i pigmei Babinga o i cavernicoli Tau’t Bato delle Filippine documentati da Giancarlo Ligabue. Partecipiamo quindi per combattere l’ignoranza, l’intolleranza e la barbarie, per la cultura e per la pace in ricordo di Khaled Asaad trucidato a Palmira per difendere l’uomo e la civiltà”.

Il tempio romano di Baalshimin a Palmira prima della distruzione

Il tempio romano di Baalshimin a Palmira prima della distruzione

E così arriviamo alla serata finale con il ricordo di Khaled Asaad nelle immagini che Alberto Castellani ha recuperato nei suoi archivi, tra ricordi ed emozioni di quell’incontro e di quella visita speciale di Palmira. “Il mio film – spiega Castellani – è un saluto di addio a un uomo di 82 anni che, presago dello scempio del Califfato Islamico, era riuscito a nascondere negli ultimi mesi in un luogo sicuro centinaia di statue. Prima che gli uomini della morte conquistassero la “sposa del deserto” e ne trucidassero il suo più fedele custode”. L’incontro con Asaad risale al 2004. “Si stavano levando i primi raggi del sole – ricorda il regista veneziano – quando Palmira ci apparve all’improvviso giù a valle in tutta la sua estensione. L’incontro con il professor Asaad era fissato per il primo pomeriggio: quindi avevamo tutto il tempo per ammirarla in quella magica versione di luce”. La visita alle rovine non era vincolata da orari . Il tempio di Baal invece era aperto dalle 8 alle 13 e dalle 16 alle 19 con qualche riduzione in certi periodi dell’anno, in particolare durante il Ramadan. All’interno del museo era vietato fumare e toccare gli oggetti. “Ed è qui che il prof Khaled Asaad è stato ucciso dopo il tramonto con un coltello, davanti alla folla, dopo un mese di prigionia nelle mani degli estremisti dell’Isis”.

Il direttore di Palmira, Khaled Asaad, e il tempio di Baal

Il direttore di Palmira, Khaled Asaad, e il tempio di Baal

La distruzione del tempio di Baal a Palmira da parte dei miliziani dell'Isis

La distruzione del tempio di Baal a Palmira da parte dei miliziani dell’Isis

“Il destino di Palmira – ci raccontò il coraggioso direttore del sito Unesco – è quello di proporci testimonianze lungo un periodo di civiltà lungo più di 300 anni. Un autentico faro di civiltà nel contesto del mondo di allora. La sua arte non è però un miscuglio tra occidente ed oriente, una imitazione, per quanto raffinata. L’arte palmirena propone una rielaborazione che introduce ad uno stile assolutamente originale, personale. Un’arte in grado di affermare una identità locale, nel più vasto contesto del mondo orientale. Nell’accommiatarci gli proponemmo alcune immagini da noi girate a Maloula il piccolo villaggio cristiano della Siria che insieme ad altri due paesi vicini, è il luogo in cui viene ancora parlata la lingua aramaica, quella di Gesù. Asaad non ebbe alcuna esitazione. Ci mostrò una lapide e cominciò a leggere ad alta voce. Quel suono antico non lo ho mai dimenticato”. Poi, accomiatandosi, il professore invitò il regista e tutta la troupe a visitare il tempio di Baal, abbastanza vicino. “Ricordo allora di aver goduto, assieme ai miei compagni, di un privilegio inatteso: quello di essere gli unici visitatori. E di provare quasi una ebbrezza nel non condividere con nessuno i propilei, il recinto sacro, il portico, l’ampio cortile interno del tempio. Impossibile allora immaginare – conclude Castellani – che dieci anni più tardi una vampata di fuoco, fumo e polvere avrebbe distrutto quel tempio”.

Cento film, una retrospettiva della produzione cinematografica di Giancarlo Ligabue, una sezione sull’archeologia in Iran, il premio Paolo Orsi sulle Grandi civiltà con un occhio attento all’archeologia in guerra: ecco la XXVI Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto

Il poster ufficiale della XXVI Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto dal 6 al 10 ottobre 2015

Il poster ufficiale della XXVI Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto dal 6 al 10 ottobre 2015

Un mese. Ancora un mese e poi si accenderanno i riflettori sulla XXVI rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto, promossa dal 6 al 10 ottobre 2015 dalla fondazione Museo Civico di Rovereto, sotto l’Alto patronato del Presidente della Repubblica, con il patrocinio del ministero degli Affari esteri e del ministero per i Beni e le Attività culturali, il contributo di Comune di Rovereto, Provincia autonoma di Trento, Regione autonoma Trentino-Alto Adige, e la partecipazione della rivista Archeologia Viva e il Centro studi ricerche Ligabue. La rassegna quest’anno è impreziosita dal 12° premio “Paolo Orsi”, riconoscimento biennale, che sarà assegnato da una qualificata giuria internazionale che valuterà i film in concorso sul tema “Le grandi civiltà del passato”. Della giuria fanno parte Il regista iraniano Mahvash Sheikholeslami (Teheran), la francese Christine Chapon del Cnrs Images Festivals (Parigi), il produttore cinematografico tedesco Rüdiger Lorenz (Monaco di Baviera), l’archeologa e archivista italiana Daniela Cavallo (Roma). Tra gli ospiti come interscambio tra festival Shirin Naderi, responsabile internazionale di Documentary and Experimental Film Center (DEFC) di Tehran che organizza Cinema Veritè (http://www.defc.ir/en/).

L'antropologo Giancarlo Ligabue tra i pigmei della Nuova Guinea

L’antropologo Giancarlo Ligabue tra i pigmei della Nuova Guinea

In cartellone un centinaio di film, tra la sezione principale all’auditorium del polo culturale e museale “F. Melotti” di Rovereto, la sezione “Percorso archeologia & etnografia” nell’’aula magna del Palazzo dell’Istruzione in corso Bettini a Rovereto, e la sezione “Storia & archeologia in Iran” nella sala conferenze del Mart in corso Bettini a Rovereto. Senza dimenticare lo speciale di domenica 11 ottobre nella sala convegni “Fortunato Zeni” della fondazione Museo Civico in borgo S. Caterina di Rovereto, con quattro eccezionali film promossi dal Centro studi e ricerche Ligabue e in parte prodotti dalla Gedeon Programmes di Parigi, film oggi conservati negli Archivi della Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto. Si tratta di “Popolo delle asce di pietra” (1992), un documento eccezionale di Giancarlo Ligabue tra i pigmei cannibali della Nuova Guinea produttori di asce litiche come 20mila anni fa; “L’empreinte des dinosaures. L’impronta dei dinosauri” (2002), che documenta la scoperta di una mascella di uno dei più antichi sauropodi da parte di una missione paleontologica nell’Alto Atlante marocchino; “La tombe du prince kazakh (Scythe). La tomba del principe kazako (Scita)” (2002), storia di una spedizione alla ricerca dei cavalieri delle steppe asiatiche di più di duemila anni fa; “Karakoum, la civilisation des oasis. Karakoum, la civiltà delle oasi” (2002), con la campagna di scavo di una cultura di 4mila anni fa a Gonour Depè nel deserto del Karakoum in Turkmenistan.

Il Partenone di Atene: fu gravemente danneggiato nel 1687 da un bombardamento dei veneziani

Il Partenone di Atene: fu gravemente danneggiato nel 1687 da un bombardamento dei veneziani

Le Grandi civiltà del passato, e l’urgenza di farle conoscere e salvaguardarle: un tema di grande attualità e impegno, come spiega il direttore della Rassegna, Dario Di Blasi. “Le sconvolgenti immagini che ci arrivano dalla Siria e dall’Iraq, con la distruzione sistematica delle antichità assire di Nimrud e con le esplosioni che minacciano pericolosamente il meraviglioso sito della Palmira della regina Zenobia”, scrive Di Blasi nellla prefazione al programma della XXVI Rassegna, “ci angosciano per la mancanza assoluta di rispetto per le vite umane e per la storia millenaria dell’umanità. A noi questo sembra del tutto inedito, ma, se ci riflettiamo un attimo, scopriamo che anche nel nostro medioevo migliaia di monumenti come palazzi, mura difensive, basiliche e chiese vennero costruiti demolendo le vestigia greco-romane precedenti, che anche parte della  favolosa Biblioteca di Alessandria venne incendiata in seguito all’editto di Teodosio I nel 391 d.C, ostile alla “saggezza pagana” e che lo stesso Partenone di Atene venne distrutto con un esplosione paragonabile a un’eruzione per effetto di cannonate dell’esercito veneziano di Morosini dirette alla polveriera collocata dai turchi in quel monumento, arrivato quasi intatto fino al 1687 dal tempo di Pericle. Gli esempi potrebbero essere infiniti”.

La storia cancellata con l'esplosivo: così è stata distrutta dall'Is la città assira di Nimrud in Iraq

La storia cancellata con l’esplosivo: così è stata distrutta dall’Is la città assira di Nimrud in Iraq

“Con le nostre rassegne di cinema archeologico – continua – cerchiamo al contrario di enfatizzare l’esistenza o quantomeno la memoria di culture e civiltà che potrebbero scomparire, quando non lo siano già. In questa XXVI edizione dedicata alle Grandi Civiltà, ovvero alle nostre origini abbiamo chiesto la collaborazione del Centro Studi Ligabue, con i suoi preziosi archivi cinematografici, un Centro nato e cresciuto per la passione di Giancarlo Ligabue che ha dedicato la vita a decine di missioni archeologiche e paleontologiche in tutto il mondo, del Centro di produzione  Rai di Napoli di Luigi Necco, che negli anni della guerra del Golfo contro Saddam ha documentato il patrimonio dell’Iraq, e abbiamo l’impegno di una nazione come l’Iran che, sia pure in un contesto di sanzioni economiche e di ostilità internazionale, vuole tenacemente difendere e valorizzare la propria eredità culturale”.

Savino Di Lernia direttore della missione archeologica dell'università La Sapienza in Sahara

Savino Di Lernia direttore della missione archeologica dell’università La Sapienza in Sahara

Anche quest’anno la Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto offre l’opportunità di approfondire alcuni temi con i diretti protagonisti nelle conversazioni all’auditorium Melotti curate dal direttore di Archeologia Viva, Piero Pruneti. Si inizia mercoledì 7 ottobre, alle 17.45, con Pietro Laureano, direttore generale di IPOGEA e presidente dell’International Traditional Knowledge Institute, che parlerà di “Oasi, acqua e antiche civiltà”. Giovedì 8 ottobre, sempre alle 17.45, sarà la volta di Savino di Lernia, direttore della missione archeologica dell’università la “Sapienza” di Roma nel Sahara (Libia, Tunisia, Algeria), che ci porterà alla drammaticità della cronaca: “Guerra o pace? Archeologia nel Sahara oggi”. Da non perdere anche l’incontro di venerdì 9 ottobre (ore 17.45), che affronta lo stesso tema ma in un quadrante diverso, il Vicino Oriente: Franco D’Agostino, direttore della missione archeologica dell’università la “Sapienza” di Roma ad Abu Tbeirah, in Iraq, interverrà infatti su “Iraq, l’archeologia come arma della speranza”. Ricco, come da tradizione, l’ultimo giorno della Rassegna. Sabato 10 ottobre si inizia alle 11 con Davide Domenici, direttore della missione archeologica italiana a Cahokia, in Illinois (USA), su “Fare ricerca archeologica negli Usa. Piramidi nel luogo sbagliato?” e si chiude alle 18 con due giornalisti, Viviano Domenici e Adriano Favaro, rispettivamente scrittore-giornalista ex responsabile pagine scientifiche del Corriere della Sera e giornalista-direttore di Ligabue Magazine, i quali ripercorreranno “L’avventura di Giancarlo Ligabue. Una grande passione per la scienza”.

Rovereto. “Archeologia e paesaggi archeologici al tempo della guerra”: tre giorni con i film dall’archivio della Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico

Il museo di Baghdad saccheggiato: immagine emblematica degli effetti della guerra sul patrimonio archeologico

Il museo di Baghdad saccheggiato: immagine emblematica degli effetti della guerra sul patrimonio archeologico

Dario Diblasi direttore della Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto

Dario Diblasi direttore della Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto

Tre giorni di proiezioni non-stop per documentare siti e reperti purtroppo compromessi, distrutti o a rischio distruzione. È la nuova iniziativa della Rassegna internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto e della Fondazione Museo Civico Rovereto che ha messo a disposizione la propria sede per la manifestazione collaterale alla mostra “Confini e conflitti. Visioni del potere nel tappeto figurato orientale” aperta a Palazzo Alberti Poja fino all’11 ottobre. Il patrimonio archeologico porta ferite e cicatrici provocate dalle guerre. Salvarne la memoria è uno degli obiettivi che da oltre venticinque anni ormai persegue la Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico organizzata, sotto la direzione di Dario Di Blasi, dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto in collaborazione con la rivista Archeologia Viva. Attingendo a uno dei più vasti archivi del film archeologico (ad oggi più di 4000 titoli dalle più importanti case di produzione specializzate al mondo), sono state selezionate le opere che interessano i territori colpiti da eventi bellici. “La guerra”, commenta Di Blasi, “è atto estremo di violenza contro le popolazioni e contro la persona. Ogni guerra produce tragedie umanitarie dagli effetti irreversibili. La guerra è anche la prima minaccia per il patrimonio monumentale e archeologico. Soprattutto i siti del Vicino Oriente, già per lungo tempo manomessi e saccheggiati dagli scavi clandestini destinati al mercato antiquario, a causa degli accadimenti bellici subiscono danni incommensurabili sia per i bombardamenti che per i furti e le spoliazioni i cui proventi finiscono spesso per finanziare la guerra, quali che siano le forze in campo”.

La valle di Bamiyan in Afghanistan: le monumentali nicchie nella parete di roccia sono vuote. I Buddha sono già stati distrutti dai talebani

La valle di Bamiyan in Afghanistan: le monumentali nicchie nella parete di roccia sono vuote. I Buddha sono già stati distrutti dai talebani

Ricco il programma della tre giorni cinematografica nella sala Fortunato Zeni della sede della Fondazione Museo Civico di Rovereto (Borgo Santa Caterina 41). Si inizia venerdì 17, alle 18, con la presentazione della mini-rassegna. A seguire la proiezione del film tedesco di Ulrike Becker “Patrimonio Afghanistan. Speranza nella valle dei Budda”. La provincia di Bamiyan – importante centro di preghiera lungo la Via della Seta a 2500 metri di altitudine tra le montagne incantate dell’Hazarajat – dal V secolo dopo Cristo ha ospitato i due grandi Buddha scolpiti nella roccia (il primo di 50 metri di altezza era il più grande al mondo, l’altro di 35 metri). Già sfregiati nell’antichità e mitragliati durante l’occupazione talebana di Bamiyan nel 1998, per loro è arrivata la definitiva condanna a morte: nella terra dove vigeva l’intransigenza della sharia non potevano ammettersi monumenti pre-islamici, icone dell’idolatria. Nella falesia di Bamiyan sono scavate oltre 750 cappelle che sino al 2001 custodivano statue e dipinti: anche di questi oggi non ve ne è più traccia. Il film documenta il tentativo di restauro delle statue e segue l’archeologo di origine afgana Zemaryalai Tarzi, dell’Università di Strasburgo, nella sua spettacolare ricerca di un terzo Budda “dormiente”, secondo una fonte cinese, lungo circa 300 metri.

2003: a Baghdad è il caos. I saccheggi non risparmiano neppure il museo archeologico nazionale dell'Iraq

2003: a Baghdad è il caos. I saccheggi non risparmiano neppure il museo archeologico nazionale dell’Iraq

Sabato 18 Aprile si inizia alle 10.30 con il film francese di Milka Assaf “La memoria rubata. Ritorno al museo di Bagdad”. Il film racconta i fatti successivi all’8 aprile 2003, diciannove giorni dopo la dichiarazione di guerra all’Iraq, quando le forze anglo-americane entrano nella città di Bagdad, scatenando una guerriglia urbana. Caos: i saccheggiatori non risparmiano nemmeno quel tempio della memoria che è il museo archeologico di Bagdad. Un anno dopo il museo rinasce dalle sue ceneri. Bombe, spari, boati e fuoco, è questa l’atmosfera che si respira a Bagdad il 20 marzo 2003. Nidal El Amine, dipendente del museo, è una delle prime ad entrare nel museo dopo i saccheggi, la sua reazione e il suo dolore faranno il giro del mondo. La scena che i dipendenti del museo e gli iracheni si trovano davanti è terribile, migliaia di opere trafugate barbaramente e, le poche rimaste, distrutte dai vandali. Il museo, culla della civiltà, invece di essere stato protetto dalle truppe americane è divenuto teatro del conflitto, il disastro è totale e molti dipendenti, ritenuti in parte responsabili della disgrazia, vengono licenziati. Il nuovo direttore del museo è Donny Georges, archeologo iracheno che giurò di far riemergere il museo dalle ceneri della tragedia. I reperti scomparsi furono circa 14400, una terribile sciagura agli occhi della popolazione irachena. Tutti i media, in seguito alla disgrazia, hanno messo in luce l’impotenza delle truppe americane, ed è per questo che si è cercato di rimediare alla tragedia creando un fondo per il museo. Grazie ad iniziative come queste, e anche a singoli cittadini, il museo sta risorgendo e molti reperti rubati sono stati oggi recuperati. Segue il film “Bagdad nell’anno Mille” del francese Alain Moreau.L’agenzia Reuters – ricorda Di Blasi – ha recentemente riportato i risultati di un’indagine del 2014 secondo la quale in questo Paese ben 4.500 siti di interesse archeologico, alcuni dei quali sotto l’egida dell’Unesco per la loro importanza, sono nelle mani delle truppe dell’Isis, come già lo erano stati in quelle di Al Qaeda: luoghi da saccheggiare per rivendere gli oggetti sul mercato nero e finanziare le operazioni. Un rapporto dell’intelligence irachena dell’estate 2014 rivela che l’Isis ha guadagnato 36 milioni di dollari contrabbandando arte antica. In Iraq, la guerra anglo-americana tra il 2003 e il 2011 ha provocato i saccheggi di alcuni siti storici fondamentali, come alcune delle capitali del Sumer e della Babilonia quali Umma e Isin”. Ma non è sempre stato così. Più di 1000 anni fa, infatti, Baghdad era chiamata Madinat al Salam, la “Città della Pace”. Come custode della conoscenza antica, Baghdad aveva tradotto Aristotele, Platone, Euclide. La cosiddetta città delle “Mille e una Notte” era un crogiolo di culture dove artigiani, poeti e mercanti erano in grado di trovare un punto di incontro attraverso la loro lingua comune, l’Arabo. Nel XIII secolo, 12.000 mongoli a cavallo sotto il comando di Hulagu-Khan, nipote di Gengis Khan assediarono la città per 17 giorni. Baghdad non riconquistò più il suo splendore intellettuale, né la sua magnificenza.

Il tempio di Naga in Nubia, la terra dei faraoni neri

Il tempio di Naga in Nubia, la terra dei faraoni neri

Sempre sabato 18 Aprile, ma nel pomeriggio, alle 17.30, proiezione del film “Sulle tracce dei faraoni neri”, produzione svizzera del regista Stéphane Goël con la consulenza scientifica di Charles Bonnet, uno dei più eminenti archeologi europei, che ha trascorso 40 anni della sua vita passando al setaccio le sabbie del Sudan settentrionale. Qui, la guerra civile pluridecennale che ha mietuto centinaia di migliaia di vittime, l’instabilità politica, la siccità e la povertà hanno favorito gli scavi clandestini nel deserto e quindi il commercio illegale di reperti, una vera e propria “corsa all’oro” per la sopravvivenza. Il lavoro di Charles Bonnet ha conferito una nuova importanza alla civiltà nubiana, quella dei famosi “faraoni neri”, e a Kerma, la prima capitale del grande impero nubiano. Segue il film francese di Karel Prokop “Allarme per il saccheggio del regno di Saba”. Nel nord dello Yemen, non lontano dalla città di Mareb, che nel 1000 avanti Cristo era la capitale del mitico regno di Saba, si trova una regione desertica chiamata Jawf. Questo territorio, ritenuto pericoloso e solo parzialmente controllato dal potere centrale, è attualmente teatro di saccheggi in grande scala di resti pre-islamici perpetrati dalle tribù locali con la complicità di trafficanti internazionali di antichità.

Tur Abdin è il nome della patria dei cristiani aramei della Turchia sud-orientale, vicino al confine siriano

Tur Abdin è il nome della patria dei cristiani aramei della Turchia sud-orientale, vicino al confine siriano

Si arriva così al terzo e ultimo giorno della rassegna. Alle 15.30 il pomeriggio inizia con il film “Il ritorno del popolo arameo” di Ania Reiss, una produzione turco-tedesca. “Tur Abdin” è il nome della patria dei cristiani aramei della Turchia sud-orientale, nei pressi del confine siriano. Un tempo importante centro cristiano, è oggi occupato da un’esigua minoranza di cristiani aramei. Molti sono fuggiti da guerra, violenza e repressioni verso la Germania. Alcuni Aramei esiliati decidono adesso di tornare per salvare il loro patrimonio culturale e ricostruire i villaggi. Li seguiamo nel loro rientro in patria, documentando la lotta per la salvezza della loro cultura millenaria. Chiude la rassegna il film palestinese “Saccheggiando la Terra Santa” di Mariam Shahin. Dal 1967 moltissimi reperti sono stati rimossi dalle terre palestinesi occupate ed esposti nei musei israeliani e in collezioni private, o venduti ai turisti. L’archeologia è stato un elemento chiave usato da Israele per affermare le proprie pretese territoriali sulla Palestina. D’altra parte i palestinesi considerano il patrimonio culturale della West Bank, di Gerusalemme e di Gaza fondamentale per la loro storia e per la costruzione di un’economia pacifica basata sul turismo e il pellegrinaggio. Il fatto che Israele rimuova questi reperti è un caso di salvaguardia culturale, come essa sostiene, o il furto di un’eredità? E qual è il ruolo dell’archeologia nella disputa arabo-israeliana?