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Dentro il teatro dello scontro navale. A Vetulonia nella mostra-evento “Alalia, la battaglia che ha cambiato la storia” il visitatore rivive la battaglia tra Greci, Etruschi e Cartaginesi nel mare Sardonio, con reperti preziosi, molti inediti

Il teatro della battaglia di Alalìa, ricreato a Vetulonia nel suggestivo allestimento di Luigi Rafanelli (foto Graziano Tavan)

La battaglia infuria. Lo scontro navale tra Greci, Etruschi e Cartaginesi è cruento. E non sono echi lontani. Siamo proprio in mezzo al teatro della battaglia ricreata nella “sala delle vele” del museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia per la mostra-evento “Alalìa, la battaglia che ha cambiato la storia. Greci, Etruschi e Cartaginesi nel Mediterraneo del VI secolo a.C.” aperta fino al 3 novembre 2019 (catalogo Ara edizioni). Così dopo aver conosciuto motivazioni e obiettivi della mostra-evento 2019 di Vetulonia, ed esserci immersi fisicamente nel Mediterraneo di 2500 anni fa, navigando lungo le sue coste, incrociando sulle frequentate rotte marittime navi commerciali e militari per avere un’idea precisa della situazione geopolitica ed economico-sociale nel VI sec. a.C., prima e dopo la battaglia di Alalìa, con la seconda sala della mostra entriamo nel vivo della battaglia (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/10/17/al-museo-archeologico-di-vetulonia-centocinquanta-reperti-da-corsica-sardegna-toscana-museo-etrusco-di-villa-giulia-e-dal-nucleo-tutela-della-guardia-di-finanza-raccontano-la-storica-battaglia-del/ e https://archeologiavocidalpassato.com/2019/10/29/il-mediterraneo-nel-vi-sec-a-c-traffici-mercantili-ricerca-di-minerali-spostamenti-di-popolazioni-la-mostra-evento-di-vetulonia-illustra-la-situazione-geopolitica-prima-e-dopo-alalia/).

Una panoramica a 360° della sala delle Vele del museo di Vetulonia: è come essere in mezzo al Tirreno con uno sguardo sulle coste della Sardegna, della Corsica e dell’Etruria (foto Graziano Tavan)

Stando al centro della sala, è come fossimo su una delle pentareme impegnate nello scontro. Ci guardiamo attorno, circondati dal mare Tirreno che ribolle sotto i colpi cadenzati dei rematori, e scorgiamo a Nord-Ovest le coste della Corsica con il porto di Alalìa/Aleria; a Nord-Est si profila all’orizzonte la costa etrusca con la città di Populonia, e più giù, a Est, si staglia l’isola dell’Elba, e a Sud-Est l’altura di Vetulonia; e a Sud-Ovest si vede bene l’isola di Tavolara, davanti ad Olbia, in Sardegna. All’altezza delle Bocche di Bonifacio è ambientato lo scontro ricostruito dal genio immaginifico dell’architetto Luigi Rafanelli.

Una nave cartaginese, una greca e una etrusca impegnate nella battaglia di Alalìa, ricostruite per la mostra “Alalìa, la battaglia che ha cambiato la storia. Greci, Etruschi e Cartaginesi nel Mediterraneo del VI secolo a.C.” (foto Graziano Tavan)

“La scena è rappresentata da tre navi in legno (una etrusca, una cartaginese e una greca)”, spiega l’architetto, “ricostruite filologicamente nella dimensione all’incirca di metà del vero, in conflitto armato tra di loro, che fuoriescono improvvisamente da un sipario dove è raffigurato il mare aperto e irrompono sul palcoscenico”. La nave etrusca affonda il rostro nella nave greca, affiancata da una cartaginese. “Alle navi, dalla parte opposta, vengono incontro schierate a flottiglia altre sei imbarcazioni, cui alludono le vetrine alle quali è stata conferita una siffatta parvenza mediante il rivestimento della base in fasciame di legno, per l’assalto finale”. Ora, prima di osservare i preziosi reperti tra le vetrine, un consiglio: andate nella sala video, dietro il “teatro della battaglia”, e soffermatevi a guardare il video sulla battaglia di Alalìa. Se non l’avete fatto quando avete visitato il museo di Vetulonia, o non avete la possibilità di andare all’Archeologico “Isidoro Falchi”, ve lo proponiamo qui di seguito.

Sei vetrine come sei navi immaginarie con la stiva piena dei reperti provenienti dalle sponde del Tirreno prodotte dai popoli, che si sono scontrati nel mare Sardonio, nei secoli precedenti e successivi la battaglia navale del 540 a.C. Nelle prime tre sono esposti testimonianze dei popoli che si affacciavano sul mar Tirreno databili ai secoli precedenti la battaglia di Alalìa, cioè dalla prima Età del Ferro (IX sec. a.C.) alla metà del VI sec. a.C. Nelle altre tre vetrine possiamo conoscere i corredi dalla necropoli di Casabianda di Aleria, indagata negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, che ha restituito sepolture preromane con ricchi corredi posteriori alla battaglia di Alalìa.

Nella prima vetrina la presenza degli Etruschi in Sardegna nella prima Età del Ferro (foto Graziano Tavan)

Nel primo “bastimento” ecco la presenza degli Etruschi in Sardegna nella prima Età del Ferro: vediamo ossuari biconici, ben attestati nei centri protostorici dell’Etruria, recuperati dalla Guardia di Finanza. E poi materiali sardi ed etruschi tra l’età villanoviana e il periodo arcaico (IX-V sec. a.C.) provenienti da Tharros e il suo territorio, e conservati all’antiquarium Arbonense di Oristano: spilloni, brocchette, kantharos, oinochoe, pintadere, aryballoi. Accanto testimonianze etrusche in Corsica prima e dopo Alalìa: pendenti, collane, fibule, coppe (talora etrusche e corse affiancate) alcune delle quali conservate al museo Archeologico nazionale di Firenze.

Nella seconda vetrina la presenza dei Fenici in Sardegna (foto Graziano Tavan)

Nel secondo “naviglio” il carico ci porta a riconoscere la presenza dei Fenici in Sardegna con reperti conservati sempre nell’antiquarium di Oristano: esempi di ceramica fenicia (600-540 a.C.) sono brocche, piatti ombelicati, oil bottle (per contenere profumi e unguenti), vasi a chardon (a forma di fiori di cardo), un askos a forma di cavalluccio con cavaliere da esibire sulla tavola durante il banchetto, e ancora punte e puntali di lance (purtroppo l’asta in legno non si è conservata).

La terza vetrina è dedicata all’Olbia fenicia e all’Olbia greca (foto Graziano Tavan)

A Olbia è dedicata la terza vetrina. “Proprio il territorio di Olbia”, spiega Rubens D’Oriano, del comitato scientifico della mostra, “si è dimostrato particolarmente adatto all’insediamento umano: un porto naturale tra i più riparati dell’intero Mediterraneo, affacciato sulle principali rotte tirreniche e con bassi fondali adatti alla cattura e allevamento del pesce e alla raccolta del sale; un rilievo modesto, ininterrottamente occupato dall’area urbana, con una falda perenne di acqua dolce; una piana circostante ricca di acque e orlata di colline che la proteggono dai venti”. Gli scavi archeologici hanno confermato l’insediamento più antico, fenicio, anche se grazie a ritrovamenti di ceramiche fenicie in contesti più tardi; e poi la Olbia greca tra il 630 e il 510 a.C.: ecco un’hydria, un’oinochoe, una testina fittile, una coppa da vino corinzia, tutte di produzione greca, prestate dalla soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le Province di Sassari e Nuoro.

Nella quarta vetrina alcuni corredi dalle sepolture della necropoli di Casabianda di Aleria e conservati nel musée d’Archéologie d’Aléria (foto Graziano Tavan)

Con la quarta vetrina cominciamo a conoscere alcuni corredi dalle sepolture della necropoli di Casabianda di Aleria e conservati nel musée d’Archéologie d’Aléria. Innanzitutto due oggetti eccezionali dalla Tomba 98 con due deposizioni databili tra il 475 e il 425 a.C.: sono il cratere attico a colonnette a figure rosse attribuito al Pittore di Pan e la kylix attica a figure rosse del Pittore di Pentesilea. Accanto due oggetti, meno appariscenti, dalla Tomba 155A, con deposizione femminile databile al 440 a.C., una brocca etrusca in bronzo a becco, e a un balsamario punico in pasta vitrea dalla Tomba 175 associato a sepolture del 430-405 a.C.

Nelal quinta vetrina reperti databili tra il V e IV sec. a.C. provenienti dal museo di Aleria (foto Graziano Tavan)

Nella quinta vetrina si esamina un’epoca un po’ più recente: reperti databili tra il V e IV sec. a.C. Ancora dalla Tomba 155A un colino in bronzo, coppe in ceramica di età ellenistica, mentre dalla Tomba 155B, con sepoltura maschile databile al 420 a.C., una serie di kyathos (specie di bicchieri-mestolo) rocchetto in bronzo e una lekythos attica a figure rosse. Dalla Tomba 155C, maschile, databile al 325 a.C., ceramica indigena corsa. E da tombe diverse, oggetti per il simposio come bacili, simpolum (mestoli), infundibulum. Dalla Tomba 85 un glaux (coppetta) di tipo attico prodotta in Etruria. E dalla grande Tomba 129B a camera (325 a.C.) il cratere a campana etrusco a figure rosse.

Nella sesta vetrina reperti databili al III sec. a.C. (foto Graziano Tavan)

Con la sesta e ultima vetrina, vediamo affacciarsi in Corsica la presenza romana. Si comincia con un’oinochoe con bocca a cartoccio a figure rosse del gruppo Torcop e Pittore di Populonia, proveniente dalla Tomba 129C (300 a.C.). Quindi dalla Tomba 31 uno skyphos etrusco a vernice nera sovradipinta; in ceramica fine ecco un’olpetta (T 45), un’oinochoe (T 83), un’anfora (T 118B). Nella Tomba 46 troviamo invece ceramica fine da mensa di tipo campano, un boccalino corso in impasto, un’olletta di produzione indigena. Infine dalla Tomba 53, a camera, a inumazioni multiple, oinochoe e piatto in ceramica di Gnathia, skyphoi ceretani, piattelli Genucillia, ceramica di produzione etrusca e protocampana: materiali databili tra il 340 e il 280 a.C. I romani sono ormai alle porte: nel 259, durante la prima guerra punica, conquistano Alalia che viene chiamata Aleria, nome che conserva ancora oggi.

(3 – fine; gli altri post sono usciti il 17 e il 29 ottobre 2019)

Il Mediterraneo nel VI sec. a.C.: traffici mercantili, ricerca di minerali, spostamenti di popolazioni. La mostra-evento di Vetulonia illustra la situazione geopolitica, prima e dopo “Alalìa, la battaglia che ha cambiato la storia”, con reperti da Corsica, Etruria e Sardegna e un capolavoro: il dinos di Exekias

Il grande pannello con la situazione del Mediterraneo all’inizio del VI sec. a.C. nellamostra “Alalìa, la battaglia che ha cambiato la storia” a Vetulonia (foto Graziano Tavan)

Il manifesto della mostra “Alalia, la battaglia che ha cambiato la storia” al museo di Vetulonia dal 9 giugno al 3 novembre 2019

Il Mediterraneo all’inizio del VI sec. a.C. è un mare trafficato, solcato dalle navi commerciali di Fenici, Greci, Cartaginesi, Etruschi alla ricerca di minerali per forgiare il bronzo, favorendo i l contatto e lo scambio tra i diversi popoli. Lo si vede molto bene nel grande pannello che accoglie i visitatori annunciando il tema affrontato nella prima sala della mostra “Alalìa, la battaglia che ha cambiato la storia. Greci, Etruschi e Cartaginesi nel Mediterraneo del VI secolo a.C.” al museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia fino al 3 novembre 2019 (catalogo Ara edizioni), curata da Simona Rafanelli, direttore del museo di Vetulonia: capire quali erano gli attori alla vigilia della battaglia del mare Sardonio, quali erano le condizioni economiche e sociali dei popoli che vivevano all’epoca sulle sponde del Mediterraneo, quali erano le strutture disponibili. Così dopo aver conosciuto motivazioni e obiettivi della mostra-evento 2019 di Vetulonia, avere avuto conto dei reperti esposti e con quale allestimento (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/10/17/al-museo-archeologico-di-vetulonia-centocinquanta-reperti-da-corsica-sardegna-toscana-museo-etrusco-di-villa-giulia-e-dal-nucleo-tutela-della-guardia-di-finanza-raccontano-la-storica-battaglia-del/) ora immergiamoci fisicamente nel Mediterraneo di 2500 anni fa, e navighiamo lungo le sue coste, incrociando sulle frequentate rotte marittime navi commerciali e militari. Basta scorrere i grandi pannelli che si dipanano lungo le pareti intervallati, agli angoli, a vetrine con oggetti significativi sui temi affrontati.

Le correnti marine nel Mediterraneo (foto Graziano Tavan)

La Corsica e le rotte di navigazione. Alalìa era un oppidum sulla costa nord-orientale della Corsica, organizzato come un emporion, cioè un porto aperto agli scambi marittimi su ampia scala. Se poi si studiano le correnti marine, si capisce subito che Alalìa non è nata lì per caso, ma per la sua posizione strategica: correnti specifiche portano facilmente verso Nord dal mar Ligure fino a oltre i Pirenei. La navigazione è anche guidata dai fari posti sui promontori, e Capo Corso – secondo Erodoto – era un “promontorio sacro” (hieron), in particolare Capo Sacru che controlla il canale di Corsica.

La posizione delle miniere e le rotte del commercio dei metalli nel VI sec. a.C. (foto Graziano Tavan)

La ricerca dei minerali. Il rame (dal III millennio a.C.) e poi lo stagno (dal II millennio a.C.), necessario per realizzare il bronzo, sono al centro dei grandi flussi commerciali nel Mediterraneo. Nel Canale di Corsica e nelle Bocche di Bonifacio sono stati trovati molti relitti carichi di lingotti di rame e stagno. Nell’entroterra di Aleria (l’Alalìa romana) erano presenti miniere di rame. La metallurgia del ferro si diffonde nel Mediterraneo occidentale nel I millennio a.C. I ricchi giacimenti dell’isola d’Elba e del territorio di Populonia fanno del Tirreno settentrionale un grande polo industriale. L’intensa produzione di carbone da legna, necessario per la lavorazione del ferro, porta i Greci a chiamare l’isola d’Elba Aethalia (colei che fuma). La miglior qualità del minerale di ferro delle Colline Metallifere in Etruria e dell’isola d’Elba viene privilegiata a quello delle miniere corse, già sfruttate da secoli. Ciò porta a creare dei collegamenti privilegiati tra la Corsica e Populonia. Ma anche dalla Corsica alla Sardegna, ricca di rame.

Nave etrusca: particolare dell’affresco conservato all’intermo della Tomba della Nave a Tarquinia

Alalìa, un emporion in Corsica. Il Mediterraneo arcaico è un’area di grande mobilità. Il commercio si basa su una vera e propria rete di insediamenti, emporia, porti aperti a innumerevoli attori e intermediari. Le varie comunità possono avere un quartiere o una strada, a volte perfino il loro santuario. Alalìa è probabilmente un emporion di questo tipo, dove i Corsi sono in contatto con Etruschi, Greci e Fenici. Il trasporto marittimo avviene con imbarcazioni a forma arrotondata. Hanno una vela quadrata tessuta in lino, fissata su una trave orizzontale saldamente attaccata all’albero maestro. La nave etrusca della Tomba della Nave (Tarquinia) attesta la comparsa, nel VI sec. a.C., di un secondo albero verticale posto nella parte anteriore dell’imbarcazione per facilitare le manovre. L’onomastica della rosa dei venti, che i marinai usano ancora oggi, tradisce la sua origine antica, con il Mediterraneo centrale come punto di riferimento focale. Così il vento da Nord-Est viene dalla Grecia (è il Grecale), quello da Sud-Est dalla Siria (è il Sirocco), il vento da Sud-Ovest dalla Libia, nome antico dell’Africa (è il Libeccio). Ed infine il più forte e potente il Magister (Magistrale) che soffia come vento maestro da Nord-Ovest.

Lo stagno di Diana ad Aleria in Corsica che probabilmente fu il porto principale di Alalìa

I porti naturali della Corsica orientale. A Nord le piccole insenature di Capo Corso possono servire da rifugi sicuri durante la pericolosa traversata del Canale di Corsica. A Sud i golfi profondi di Porto Vecchio e Sant’Amanza, vicino alle Bocche di Bonifacio, sono siti portuali di qualità superiore. Al centro, all’altezza di Cerveteri e Vetulonia sul litorale opposto, la pianura è regolarizzata da un lido sabbioso che protegge molti stagni. Eccetto lo stagno di Diana, probabilmente il porto principale di Alalìa, i cui fondali superano i 30 metri, gli stagni sono generalmente poco profondi, e nei secoli si sono gradualmente prosciugati: come lo stagno del Sale, vicino a Aleria. O sono in fase di riempimento come lo stagno di Chjurlino, il più grande porto naturale dell’isola, dove, nel 1777, durante lo scavo di un canale, fu trovato il relitto del Golo (VII-VI sec. a.C.), che fortunatamente fu studiato prima della sua decomposizione per l’assenza di qualsivoglia forma di protezione. Lo scafo, 14,1 metri di lunghezza per 2,6 di larghezza, combinava la tecnica cucita a quella delle mortase e tenoni: ricorda le navi iberiche di influenza punica e greche di Marsiglia. Il relitto del Golo è il più antico documentato ad oggi e testimonia l’importanza dei siti portuali naturali della Corsica orientale. Questi golfi, insenature e stagni avevano, in epoca arcaica, rapporti diretti con i grandi porti etruschi di Caere, Tarquinia, Vulci, Vetulonia e Populonia, ma anche con quelli ellenici della Magna Grecia e della Sicilia, così come i porti fenici della Sardegna.

Una panoplia dal museo di Aleria in Corsica in mostra a Vetulonia: la machaira (grande spada a lama ricurva) italica all’elmo Negau di tipo etrusco (foto Graziano Tavan)

La ricostruzione di una trireme greca proposta nella mostra di Vetulonia (foto Graziano Tavan)

La guerra navale. La distinzione tra una nave da guerra e una mercantile inizia a metà del II millennio a.C. anche se le attività mercantili e militari rimangono strettamente connesse. Le navi da guerra sono caratterizzate da un rapporto ben superiore tra la lunghezza e la larghezza. Sono azionate da remi ed è la velocità la loro arma in quanto la lotta consiste nello sventrare l’imbarcazione nemica con uno sperone, pesante e robusto pezzo di bronzo affusolato posto nella parte anteriore della nave. Alcuni soldati, principalmente arcieri, sono posizionati su piccole piattaforme a prua e a poppa. L’attrezzatura dei soldati etruschi evolve al VI sec. a.C. con l’introduzione del casco conico del tipo “Negau” e della spada a lama curva (la machaira) insieme allo scudo rotondo, all’armatura che protegge il torace e il cuore (cardiofilax), ai gambali (cnemidi), alla lancia, al pugnale e all’arco. Le navi raffigurate sulle ceramiche permettono di identificare i pentecontori già all’VIII sec. a.C. coi loro 50 vogatori, 25 su ciascun lato. È la nave di Ulisse nell’Odissea oppure la nave di Argo che trasporta gli Argonauti. Intorno al 700 a.C. si evolve il sistema di navigazione ovvero si ha una nuova disposizione dei vogatori che sono posizioni su due livelli da ambo i lati. Quest’imbarcazione viene chiamata bireme. I pentecontori focei sono tra i più potenti. Erodoto descrive la partenza dei Focei dalla loro metropoli sotto la minaccia dei Persiani, nel contesto delle Guerre Persiane: nel 545 a.C. uomini della città, donne, bambini, con le loro statue, offerte e “tutto ciò che gli apparteneva” si imbarcano in direzione di Alalìa. La trireme corrisponde a un’altra evoluzione della navigazione alla fine del VII sec. a.C. È azionata da 170 vogatori che, probabilmente, erano ripartiti su tre livelli. Lunga 35 metri e larga 5,50 metri, era molto maneggevole grazie al suo basso pescaggio. La trireme diventa quindi la grande forza delle flotte elleniche.

Una delle tre pentecontere dipinte sul dinos di Exekìas conservato al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia di Roma

La mappa della battaglia di Alalia, oggetto della mostra di Vetulonia

La battaglia di Alalìa. Molto attivi all’inizio del VI sec. a.C., i Focei fondano diversi emporia: prima Massalia (Marsiglia) nel 600 a.C. , poi dal 565 a.C. si stabiliscono ad Alalìa, un oppidum preesistente. Per approvvigionare i Focei, si stima fossero 15mila, servivano 10mila ettari di terreno a coltura. Con la presa della metropoli focea nel 545 a.C. da parte delle truppe persiane di Ciro, altri 500-1500 focei furono costretti all’esilio. Un piccolo numero, è vero, ma che mandò in crisi l’equilibrio raggiunto nello spazio tirrenico. Secondo Erodoto gli ultimi arrivati si alla pirateria e a incursioni “presso tutti i popoli vicini”. Di conseguenza le città marittime etrusche, preoccupate per la difesa delle loro aree di influenza diretta, organizzano con i loro alleati punici, saldamente stabiliti in Sardegna, una risposta militare che coinvolge rispettivamente 60 navi, i Focei ne oppongono altrettante 60. Così, nel 540 a.C. si svolge in mare, tra le Bocche di Bonifacio, Alalìa e Pyrgi, una delle più grandi battaglie del Mediterraneo nell’Antichità, che coinvolgerà 180 galere e oltre 14mila uomini, tutto ciò per il controllo di Alalìa.

Il sacrificio di prigionieri (in questo caso troiani) dipinto all’interno della tomba François a Vulci (foto museo della Badia Vulci)

Le conseguenze della battaglia di Alalìa. Le conseguenze immediate della battaglia di Alalìa sono catastrofiche per i Focei stabiliti in Corsica. Le tecniche di combattimento navale per immobilizzare le navi nemiche con potenti speroni spiegano il gran numero di prigionieri e i naufraghi recuperati dalle imbarcazioni ancora in grado di navigare. La maggior parte dei prigionieri focei appartiene ai capi di Agyla (nome greco di Caere-Cerveteri), che dimostra chiaramente il ruolo dominante di questa città nella coalizione etrusca. Sarebbero stati lapidati nel santuario di Monte Tosto, vicino alla città dove, da quel momento in poi, fenomeni nefasti avrebbero colpito i passanti. Gli abitanti di Agyla consultano allora la pizia di Delfi che ordina loro ricchi sacrifici e l’organizzazione di giochi rituali. I Focei sopravvissuti alla battaglia ritornano ad Alalìa e abbandonano rapidamente la Corsica. Imbarcano i loro figli, le loro mogli e tutto ciò che possono trasportare di quello che resta dei loro beni, a bordo delle venti navi sopravvissute alla battaglia, per prendere la direzione di Reghion e Hyele (Velia). Si stima che lasciano la Corsica 5mila Focei, cioè 1600 famiglie. Altra conseguenza, a più a lungo termine, è l’egemonia etrusca che si estende nello spazio tirrenico per sessant’anni. Con la battaglia di Imera (480 a.C.) in cui i Corsi partecipano a fianco di Cartaginesi, Iberi, Liguri, Elisichi e Sardi, emerge una nuova potenza, i Greci di Siracusa, introduce un nuovo equilibrio geopolitico. Dopo la vittoria navale di Cuma nel 474 a.C. contro gli Etruschi, i Siracusani si impongono come padroni assoluti del mar Tirreno.

La prima sala della mostra di Vetulonia “Alalia, la battaglia che ha cambiato la storia” con, al centro, il dinos di Exekias (foto Graziano Tavan)

Exekias me poiese (Exekias mi ha fatto). è la firma, rarissima, del grande vasaio e ceramografo sul dinos attico (foto Graziano Tavan)

“A rendere particolarmente preziosa questa prima stanza della mostra è la vetrina centrale in cui campeggia il celeberrimo dinos attico frammentato”, spiega l’architetto Luigi Rafanelli che ha curato l’allestimento, “che presenta sull’orlo interno del collo la raffigurazione di due pentecontere, il tipo di nave protagonista della battaglia di Alalìa, e, all’esterno del collo, la firma rarissima (se ne contano solo 14 in tutta la sua vasta produzione) di Exekias, il grande vasaio e ceramografo ateniese vissuto alla metà del VI sec. a.C., conservato al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma e di ritorno dalla grande mostra in suo onore a Zurigo. Per la straordinaria qualità artistica delle sue opere, per la coincidenza temporale della sua realizzazione con la data della battaglia intorno al 540 a.C. e per l’eccezionale riproduzione delle navi da guerra, il vaso è stato assunto come logo della mostra”.

(2 – continua; il primo post è uscito il 17 ottobre 2019)

Al museo Archeologico di Vetulonia centocinquanta reperti da Corsica, Sardegna, Toscana, museo Etrusco di Villa Giulia e dal nucleo tutela della Guardia di Finanza raccontano la storica battaglia del mare Sardonio nella mostra-evento “Alalia, la battaglia che ha cambiato la storia. Greci, Etruschi e Cartaginesi nel Mediterraneo del VI secolo a.C.”: un percorso emozionale, immersivo nel rigore della ricerca archeologica

L’ingresso del museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” a Vetulonia (foto Graziano Tavan)

Gli echi della battaglia risuonano nell’aria. Sono grida di ordini, ma anche urla, gemiti, lamenti di soldati feriti. E poi il ritmo cadenzato dei colpi dei remi che accarezzano le onde facendo volare le potenti navi da guerra. Ecco il colpo sordo del rostro che affonda nel ventre dei gusci nemici. Ecco l’esultanza dei vincitori, ecco il sangue che colora le spume del mare. Sono passati quasi 2500 anni da quello scontro navale al largo delle acque di Alalia, nello spazio tirrenico compreso fra la Corsica, l’Elba e il litorale toscano, ma quella che è passata alla storia come la battaglia del mare Sardonio (era il 540 a.C.), che ridefinì gli ambiti di influenza delle tre grandi potenze dell’epoca, Greci, Etruschi e Cartaginesi, rivive al museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia nella mostra-evento 2019 “Alalia, la battaglia che ha cambiato la storia. Greci, Etruschi e Cartaginesi nel Mediterraneo del VI secolo a.C.” (fino al 3 novembre 2019, catalogo Ara edizioni), elaborata nel quadro del Programma Collettivo di Ricerca su “Aleria e i suoi territori”. Una mostra non solo storico-archeologica, rigorosa, che fa scientificamente il punto sulle ricerche archeologiche (soprattutto in Corsica, isola che sta vivendo una riscoperta-rinascita culturale), ma anche emozionale, immersiva, che fa del visitatore un protagonista attivo della memorabile battaglia navale. “È la prima mostra internazionale Italia-Francia per valorizzare la Corsica”, sottolinea Simona Rafanelli, direttore del museo di Vetulonia, che non nasconde la propria soddisfazione, perché la tappa italiana del progetto “è rappresentata da Vetulonia”. La mostra poi si trasferirà nel 2020 ad Aleria, in Corsica, per concludersi nel 2021 a Cartagine, Tunisia (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/07/20/alalia-la-battaglia-che-ha-cambiato-la-storia-greci-etruschi-e-cartaginesi-nel-mediterraneo-del-vi-secolo-a-c-mostra-evento-al-museo-isidoro-falchi-di-vetuloni/).

Una panoplia dal museo di Aleria in Corsica in mostra a Vetulonia: la machaira (grande spada a lama ricurva) italica all’elmo Negau di tipo etrusco (foto Graziano Tavan)

Simona Rafanelli, direttore del museo Archeologico di Vetulonia

“La mostra”, spiega Simona Rafanelli, “intende rappresentare una tappa importante nel percorso di studio sulle civiltà affacciate sul bacino del Mediterraneo, gettando le basi per instaurare una riflessione più profonda sull’identità corsa forgiata nell’antichità in un ambiente marittimo aperto e interculturale, ove la partecipazione della Corsica e dei Corsi in seno alla civiltà e allo spazio etrusco rappresenta un fatto fondamentale e, negli ultimi anni, largamente riconosciuto. Un rapporto assai stretto, quello tra Etruschi e Corsi, ancora purtroppo scarsamente documentato nei secoli che precedono la battaglia di Alalia, ma ravvisabile con immediatezza, per l’epoca posteriore all’evento bellico, nella fisionomia dei corredi che, recuperati dai coniugi Jehasse nella necropoli di Casabianda negli anni Sessanta del Novecento, formano oggi il patrimonio esposto nel museo di Aleria. Panoplie di armati, che associano la machaira (grande spada a lama ricurva) italica all’elmo Negau di tipo etrusco, testimoniano la presenza di una forza militare che, reclutata dagli Etruschi primariamente tra indigeni e cartaginesi, risponde all’esigenza di mantenere il controllo etrusco su Alalia e sull’intero versante litoraneo orientale dell’isola e che, permeata, al pari degli Etruschi stessi, di cultura ellenica, arreda i propri sepolcri di straordinari set da simposio e da banchetto, ove prestigiose ed eleganti ceramiche greche figurate affiancano pregiati utensili in bronzo di manifattura etrusca, che trovano identità di confronto con quelli usciti dalle botteghe di Vetulonia e Populonia”.

Il manifesto della mostra “Alalia, la battaglia che ha cambiato la storia. Greci, Etruschi e Cartaginesi nel Mediterraneo del VI secolo a.C.” al museo di Vetulonia dal 9 giugno al 3 novembre 2019

La mappa della battaglia di Alalia, oggetto della mostra di Vetulonia

Centocinquanta reperti di straordinario valore scientifico e artistico, richiesti in prestito primariamente al museo di Aleria (partner del progetto e della mostra), quindi all’Antiquarium Arborense di Oristano e della soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio di Sassari e Nuoro, sul suolo sardo, al museo Archeologico nazionale di Firenze, per quanto concerne la Toscana e, infine, al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, cui si affianca una selezione di reperti sequestrati dal Nucleo Tutela del Patrimonio Archeologico della Guardia di Finanza di Roma (partner esclusivo dal 2013 delle mostre vetuloniesi), sono i protagonisti di un racconto che si snoda dietro le quinte di uno scenario che rappresenta il Mediterraneo in epoca arcaica, nel tempo che precede e segue lo scontro navale che, secondo lo storico greco Erodoto terminerà senza vincitori né vinti, ma che assai concretamente sancirà la spartizione delle isole del Tirreno tra le potenze marittime che dominavano i traffici e le rotte commerciali in questo ben definito angolo di mare, assegnando la Corsica agli Etruschi, la Sardegna ai Fenici di Cartagine e la Sicilia insieme al Sud Italia ai Greci.

Una delle tre pentecontere dipinte sul dinos di Exekìas conservato al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia di Roma

“È proprio il Tirreno o, più latamente, il Mediterraneo nella sua ansa occidentale”, riprende Simona Rafanelli, “a rivestire il ruolo di autentico protagonista dell’intera vicenda che sconvolse e riassestò gli equilibri commerciali e politici delle potenze marinare che si affrontarono al largo delle acque di Alalia. È il Mare ad aver disegnato le quinte dello scenario ove l’intero fatto storico rappresentato ha trovato origine e compimento. Ed è quindi al Mare che i curatori della mostra-evento hanno voluto dedicare la scelta di un oggetto-simbolo, coevo alla battaglia, destinato ad assurgere a logo tangibile della mostra e rappresentato dal celeberrimo deinos (dinos, grande vaso sferoidale) a firma di Exechias, il “padre” della ceramografia attica a figure nere, esposto al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, cui sarebbe affidato il compito di veicolare il significato, e con esso le finalità, dell’intero progetto scientifico ed espositivo. In esso, lungo la fascia interna dell’orlo circolare del vaso, trova infatti piena espressione figurata l’incedere, sulla superficie ondulata del mare, di quelle pentecontère ove sono riposti speranze e destino delle maggiori potenze navali del Mediterraneo”.

La prima sala della mostra “Alalia” nel museo di Vetulonia, nell’allestimento dell’arch. Luigi Rafanelli (foto Graziano Tavan)

“Exechias mi fece”: la firma sul dinos conservato al museo di Villa Giulia ed esposto a Vetulonia (foto Graziano Tavan)

Citando il deinos di Exechias siamo entrati nel vivo della mostra, che occupa due stanze del museo di Vetulonia (la sala G e la sala “delle vele”), più il locale a fianco della sala “delle vele”, che funge nell’occasione da saletta cinematografica, dove viene proiettato un cortometraggio ad hoc su “Aleria e i suoi territori”. “La mostra è intesa non come un semplice contenitore di una antologia di pezzi archeologici”, spiega l’architetto Luigi Rafanelli, che ha curato l’allestimento, “ma come rievocazione del luogo dove l’evento è andato in scena, del theatre de bataille. È un allestimento che coniuga il rigore scientifico con la spettacolarità, in cui la battaglia fa da scenario alle preziose testimonianze archeologiche appartenenti ai tre popoli protagonisti e collocate nelle vetrine, ma ricrea anche il contesto ambientale, naturalistico e culturale, in cui aleggia ancora il pathos dello scontro. Il colore predominante dell’allestimento è l’azzurro del cielo e, soprattutto, del mare. Un secondo livello di lettura della mostra è infatti la storia vista attraverso il mare, il luogo dove si intrecciano i rapporti tra cultura e civiltà, tra scambi commerciali e scontri di guerra, tra terraferma e isole, tra uomo e mare. Un mare, il mare Mediterraneo, che è stato la culla delle più grandi civiltà del mondo antico e che, negli auspici, torni ad essere, anche attraverso queste iniziative culturali transfrontaliere, elemento di unione e non di divisione tra i popoli”.

(1 – continua)

“Alalia, la battaglia che ha cambiato la storia. Greci, Etruschi e Cartaginesi nel Mediterraneo del VI secolo a.C.”: mostra-evento al museo “Isidoro Falchi” di Vetulonia con 150 reperti da Corsica, Sardegna, Toscana e museo di Villa Giulia raccontano lo scontro che portò alla spartizione delle isole tirreniche tra le superpotenze dell’epoca

Carta del Mediterraneo occidentale, con le aree di influenza della cultura etrusca, greca e cartaginese. Eaborazione: Jean Castela, Grafica: Alessandro Bartoletti

“Quando [i Focei] giunsero a Cirno (la Corsica, ndr), per cinque anni abitarono insieme a quelli che erano arrivati prima di loro e costruirono dei templi. Ma poiché depredavano e derubavano tutti i popoli confinanti, Tirreni (Etruschi, ndr) e Cartaginesi di comune accordo mossero contro di loro, entrambi con una flotta di sessanta navi. I Focei armarono anch’essi le loro navi, in numero di sessanta, e affrontarono il nemico nel mare chiamato di Sardegna. Attaccata battaglia, i Focei riportarono una vittoria cadmea: delle loro navi, quaranta furono distrutte e le venti superstiti erano inutilizzabili, avendo i rostri rivolti all’indietro. Approdati ad Alalia, presero a bordo i figli, le donne e tutti gli altri beni che le navi potevano trasportare e, abbandonata Cirno, fecero vela alla volta di Reggio (Calabria, ndr). Quanto agli uomini delle navi distrutte, la maggior parte di essi li presero i Cartaginesi e i Tirreni e, dopo averli condotti fuori dalla città, li lapidarono”. Così Erodoto (Storie, I, 166-167). Ma anche se lo storico greco parla di “vittoria cadmea”, noi diremmo “vittoria di Pirro”, “la Màχe (battaglia) del mare detto Sardonio, tra i Focei di Alalìe in Corsica e forse di Massalìe (Marsiglia), da una parte e i Cartaginesi e gli Etruschi, dall’altra, fu l’evento capitale del Mediterraneo centro occidentale del VI secolo a.C., che decise le sorti delle due isole tirreniche di Kyrnos (Corsica) e Sardò (Sardegna).

Il manifesto della mostra “Alalia, la battaglia che ha cambiato la storia. Greci, Etruschi e Cartaginesi nel Mediterraneo del VI secolo a.C.” al museo di Vetulonia dal 9 giugno al 3 novembre 2019

Alla battaglia del mare Sardonio, che ebbe luogo intorno al 540 a.C. al largo delle acque di Alalia, nello spazio tirrenico compreso fra la Corsica, l’Elba e il litorale toscano, il museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia dedica la mostra-evento 2019 “Alalia, la battaglia che ha cambiato la storia. Greci, Etruschi e Cartaginesi nel Mediterraneo del VI secolo a.C.” (fino al 3 novembre 2019), elaborata nel quadro del Programma Collettivo di Ricerca su “Aleria e i suoi territori”. “È la prima mostra internazionale Italia-Francia per valorizzare la Corsica”, sottolinea Simona Rafanelli, direttore del museo di Vetulonia, che non nasconde la propria soddisfazione, perché la tappa italiana del progetto “è rappresentata da Vetulonia”. La mostra poi si trasferirà nel 2020 ad Aleria, in Corsica, per concludersi nel 2021 a Cartagine, Tunisia.

Il suggestivo allestimento della mostra “Alalia, la battaglia che ha cambiato la storia. Greci, Etruschi e Cartaginesi nel Mediterraneo del VI secolo a.C.” al museo di Vetulonia

Dedicata alla prima grande battaglia navale tramandata dalla Storia, destinata a dettare i nuovi equilibri geo-politici nel Mediterraneo Occidentale, la mostra vuole instaurare una riflessione più profonda sull’identità corsa forgiata nell’antichità in un ambiente mediterraneo aperto e interculturale, ove la partecipazione della Corsica e dei Corsi in seno alla civiltà e allo spazio etrusco rappresenta un fatto fondamentale. Idealmente centrato sulla battaglia d’Alalìa, le sue cause e le sue conseguenze nei secoli che immediatamente precedono e seguono lo scontro navale, il tema dell’esposizione è quello più generale dei contatti fra le Civiltà antiche presenti in questa parte del bacino del Mediterraneo, che hanno determinato la scelta del sottotitolo “Greci, Etruschi e Cartaginesi nel Mediterraneo del VI secolo a.C.”.

La direttrice Simona Rafanelli all’inaugurazione della mostra “Alalia, la battaglia che ha cambiato la storia. Greci, Etruschi e Cartaginesi nel Mediterraneo del VI secolo a.C.”

Centocinquanta reperti di straordinario valore scientifico e artistico, prestati primariamente dal museo di Aleria (Corsica), partner dell’esposizione, quindi dall’antiquarium Arborense di Oristano e dalla soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Sassari e Nuoro, per quanto riguarda la Sardegna; dal museo Archeologico nazionale di Firenze, per quanto concerne la Toscana e, infine, dal museo nazionale Etrusco di Villa Giulia di Roma, cui verrà ad affiancarsi una selezione di reperti sequestrati dal Nucleo Tutela del Patrimonio Archeologico della GdF di Roma: questi reperti sono i protagonisti di un racconto che si snoda dietro le quinte di uno scenario che rappresenta il Mediterraneo in epoca arcaica, nel tempo che precede e segue lo scontro navale che – come abbiamo visto – secondo lo storico greco Erodoto terminerà senza vincitori né vinti, ma che assai concretamente sancirà la spartizione delle isole del Tirreno fra le potenze marittime che dominavano le rotte e i traffici commerciali in questo ben definito angolo di mare, assegnando la Corsica agli Etruschi, la Sardegna ai Fenici di Cartagine e la Sicilia insieme al Sud Italia ai Greci.

Una delle tre pentecontere dipinte sul dinos di Exekìas conservato al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia di Roma

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La firma del pittore Exekìas autore del dinos conservato al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a oma

eperto simbolo della mostra è un pezzo unico, straordinario, rappresentato dal vaso greco (un dinos) decorato a figure nere, che esibisce la firma di Exekìas, il padre della ceramografia attica, del quale si contano poco più di dieci firme ad oggi conosciute in tutto il mondo! A questo vaso, concesso in prestito in via eccezionale dal museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, esposto per la prima volta a Vetulonia completo del suo supporto, viene affidato il compito di veicolare il significato, e con esso le finalità, dell’intero progetto scientifico ed espositivo. Lungo la fascia interna dell’orlo circolare del vaso, trova infatti piena espressione figurata l’incedere, sulla superficie ondulata del mare, di quelle pentecontère (navi da guerra con 50 rematori) ove sono riposti speranze e destino delle maggiori potenze navali del Mediterraneo antico.

Primo maggio con gli Etruschi al museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto e nell’annessa area archeologica dell’antica città di Kainua

Bronzetti votivi esposti nel museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto (foto Iago Corazza)

Primo maggio 2018 con gli etruschi. È la proposta culturale del museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto che sarà aperto, insieme all’area archeologica dell’antica città di Kainua, dalle 11 alle 18.30 (ingresso 3 euro). Inoltre domenica 6 maggio 2018 ingresso gratuito dalle 11 alle 18.30 grazie all’iniziativa del MiBACT #domenicalmuseo che prevede l’ingresso gratuito in tutti i luoghi della cultura statali la prima domenica di ogni mese. Due ragioni in più per visitare il vasto pianoro su cui si snodano i resti dell’abitato e le ampie strade, salire alle costruzioni sacre dell’acropoli e ridiscendere alle aree funerarie situate subito al di fuori della città dei vivi. Ciò che fa di Marzabotto, l’antica Kainua, una testimonianza unica nell’ambito della civiltà etrusca è la straordinaria conservazione dell’impianto originale della città, scandito dalle ampie strade che si incrociano ortogonalmente, suddividendo in modo regolare lo spazio urbano orientato secondo i canoni dell’etrusca disciplina. Nel museo dedicato a Pompeo Aria, organizzatore del primo nucleo della collezione, si possono ammirare le suggestive testimonianze della vita della città che prosperò dalla fine del VI alla metà del IV secolo a.C., con i ricchi corredi delle necropoli, le ricostruzioni di tetti e degli alzati delle case, le statuette votive in bronzo e una preziosa testa di Kouros, insieme a testimonianze dal territorio circostante, tra cui gli splendidi corredi funerari recuperati a Sasso Marconi.

“Kainua-Marzabotto e l’Etruria padana”: otto conferenze per conoscere meglio il popolamento dell’area padana da parte degli Etruschi dalla prima età del Ferro fino all’invasione storica dei Celti. Il ciclo è preparatorio all’apertura il 14 giugno degli scavi nell’area archeologica di Kainua

Il museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” e l’area archeologica di Marzabotto ospita parte del ciclo di incontri su Kainua

Otto incontri per conoscere meglio Kainua, l’odierna Marzabotto (Bo), una delle città-stato più importanti dell’Etruria padana, e importante snodo commerciale tra l’Etruria tirrenica e la Pianura Padana, fino ad oltralpe. Così da essere preparati alla vigilia dell’apertura dello scavo nell’area archeologica di Kainua, prevista per giovedì 14 giugno 2018. Il ciclo di conferenze “Kainua-Marzabotto e l’Etruria padana”, è promosso da Elisabetta Govi del dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’università di Bologna, in collaborazione con il Polo Museale dell’Emilia-Romagna e la soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, e con il patrocinio dell’assessorato alla Cultura del Comune di Marzabotto. Gli incontri affronteranno il tema del popolamento dell’area padana da parte degli Etruschi dalla prima età del Ferro fino all’invasione storica dei Celti. Oltre ad approfondimenti sui porti costieri con particolare riguardo a Spina, e sui culti di questo ambito territoriale, ampio spazio verrà dato alla città Kainua-Marzabotto, della quale si esporranno gli aspetti della vita quotidiana, le più recenti scoperte e il rapporto con il mondo greco. Le conferenze si terranno alla Casa della Cultura e della Memoria di Marzabotto e al museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto. Il ciclo – come detto – si concluderà il 14 giugno con un evento legato allo scavo archeologico dell’università di Bologna nell’area sacra del tempio tuscanico dedicato alla dea Uni (romana Giunone), eccezionale scoperta avvenuta negli scorsi anni.

“Kainua-Marzabotto e l’Etruria padana”: ciclo di conferenze a Marzabotto

Gli incontri iniziano sabato 7 aprile 2018, alle 16, alla Casa della Cultura e della Memoria di Marzabotto; Elisabetta Govi, professore di Etruscologia e Antichità italiche dell’università di Bologna, parla di “Kainua. La nuova città. Le ultime scoperte e la ricostruzione virtuale”. Il sabato successivo, 14 aprile 2018, ci si sposta al museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto. Alle 15.30, Tiziano Trocchi, archeologo della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, responsabile dell’area archeologica di Marzabotto, interviene su “I precedenti della prima Età del ferro tra Bologna e la Valle del Reno”. Sabato 21 aprile 2018, alle 16.30, si torna alla Casa della Cultura, con Giuseppe Sassatelli, presidente dell’Istituto Nazionale di Studi Etruschi e Italici, che offrirà un quadro articolato del sistema urbano sviluppato dagli Etruschi in questo settore strategico dell’Italia: “Le città etrusche dell’Etruria padana: storia, economia, società”. Quarto incontro, sabato 28 aprile 2018, alle 16.30, ancora alla Casa della Cultura, su “L’urbanistica di Marzabotto sullo sfondo delle esperienze greco-coloniali di Italia Meridionale e Sicilia” con Rosario Maria Anzalone,
archeologo del Polo Museale dell’Emilia-Romagna, direttore del museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto.

Ricostruzione del tempio tuscanico dedicato alla dea Uni a Marzabotto

Sabato 5 maggio 2018, alle 15.30, ci si sposta al museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto, con Bojana Gruška, dottoranda dell’università di San Marino, su “La vita quotidiana degli Etruschi di Kainua”. Sabato 12 maggio 2018, alle 16.30, alla Casa della Cultura, è la volta di Federica Timossi, dottoranda dell’università di Ferrara, su “La città etrusca di Spina e l’Adriatico”. Per il settimo incontro, sabato 19 maggio 2018, alle 16.30, di nuovo al museo di Marzabotto, con Riccardo Vanzini, dottorando dell’università di Bologna, su “I Celti a Marzabotto e nei territori etruschi”. Il ciclo di conferenze chiude sabato 26 maggio 2018, alle 15.30, ancora alla Casa della Cultura, con Giacomo Mancuso, dottorando dell’università La Sapienza di Roma, su “I culti religiosi in Etruria padana”. Meno di due settimane di attesa, e finalmente giovedì 14 giugno 2018 alle 16, appuntamento al museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto per “Scavo aperto: visita al museo e all’area archeologica con dimostrazione della realtà virtuale” accompagnati da Elisabetta Govi, Chiara Mattioli, Simone Garagnani e Andrea Gaucci, dell’università di Bologna.

Belmonte Piceno (con i piceni), Vetulonia di Castiglione della Pescaia (con gli etruschi), Verucchio (con i villanoviani), Concordia Sagittaria (con i romani): quattro Comuni con altrettanti musei civici Archeologici e altrettanti popoli antichi uniti idealmente dall’ambra “lacrima degli dei”, e ora legati dal “Patto di amicizia tra musei Archeologici” per la loro promozione. La presentazione al grande pubblico a TourismA 2018

Gli amministratori dei Comuni di Belmonte Piceno, Castiglione della Pescaia, Verucchio e Concordia Sagittaria il giorno della firma del “Patto di amicizia tra musei Archeologici”

Piceni, etruschi, villanoviani e romani legati da un “patto” speciale. Ma non ha nulla a che fare con la loro cronologia e la loro storia. Il patto riguarda le loro “case”, cioè i musei dove le loro testimonianze sono conservate. A Belmonte Piceno, in provincia di Fermo, c’è il museo Archeologico comunale. Vetulonia, nel Comune di Castiglione della Pescaia, in provincia di Grosseto, ospita il museo civico Archeologico “Isidoro Falchi”. A Verucchio, in provincia di Rimini, si può visitare il museo civico Archeologico. Infine Concordia Sagittaria, in provincia di Venezia, ha allestito il museo civico Archeologico. Quattro musei sparsi sul territorio italiano ma accomunati dalla celebre e preziosa “lacrima degli dei”: l’ambra. Le quattro amministrazioni comunali con le rispettive direzioni dei locali musei archeologici hanno siglato il “Patto di amicizia tra musei Archeologici”. La firma il 12 novembre 2017 a Belmonte Piceno, la presentazione al grande pubblico a Tourisna 2018, il salone dell’archeologia e del turismo culturale tenutosi in febbraio a Firenze, dove tutti e quattro i musei insieme hanno avuto un’occasione speciale per la loro promozione, e raccontarsi con stand, laboratori e incontri di approfondimento su temi comuni. A Belmonte Piceno, in occasione della firma del patto, sono intervenuti Simona Rafanelli, direttrice del museo di Vetulonia; Susanna Lorenzini e Walter Massetti, assessori di Castiglione della Pescaia; Elena Rodriguez, direttrice del museo di Verucchio; Stefania Sabba, sindaco di Verucchio; Pierluigi Cellarosi, presidente Civia di San Marino; l’antropologo fermano Giacomo Recchioni, l’archeologo Joachim Weidig e Isabella Capella. “Abbiamo instaurato un importante rapporto di cooperazione con questi musei”, spiega l’assessore alla Cultura di Castiglione della Pescaia, Susanna Lorenzini, “che porterà a una sicura crescita culturale ed economica e ci permetterà di promuovere quanto abbiamo a livello culturale su Vetulonia e nel resto territorio comunale. Le nostre attività e il patrimonio archeologico, saranno ben presentati in importanti spazi espositivi di queste prestigiose strutture”. E l’assessore Walter Massetti, delegato alla valorizzazione delle aree archeologiche: “Come amministrazioni pubbliche con questo accordo ci siamo impegnati a favorire le rispettive iniziative culturali e turistiche. Per quanto ci riguarda stiamo già lavorando assieme alla direttrice Simona Rafanelli per stilare un calendario di proposte comuni. Pensiamo all’organizzazione di conferenze su temi di reciproco interesse, a scambiare e pubblicizzare le nostre pubblicazioni, a dare vita a manifestazioni popolari dove far conoscere le tradizioni storiche e i nostri reperti con degli appositi progetti educativi e formativi”. Questo gemellaggio così esteso, sottolinea il sindaco di Verucchio, Stefania Sabba, forse l’unico in Italia che lega quattro musei di quattro Regioni diverse, ha come filo conduttore l’ambra, e visitandoli se ne esplora la provenienza, la lavorazione e l’uso nel corso dell’epoca antica: “La finalità di questo patto è la valorizzazione e la promozione congiunta dei rispettivi patrimoni storico-archeologici dei musei coinvolti. Si tratta di ricchezze culturali importantissime che raccontano la storia, raccontano le radici delle nostre comunità e rappresentano un motore eccezionale per quel turismo culturale negli ultimi tempi sempre più richiesto e sul quale il nostro territorio vuole crescere”. E allora cerchiamo di conoscere meglio queste quattro realtà museali.

Reperti e logo del museo civico Archeologico di Belmonte Piceno

Sala espositive del museo Archeologico di Belmonte Piceno

La famosa “stele di Belmonte”

I Piceni del museo Archeologico comunale di Belmonte Piceno. La mostra permanente del museo Archeologico comunale, inaugurata il 4 ottobre 2015 – come si legge sul sito del museo -, racconta la tortuosa storia dei reperti della necropoli attraverso documenti storici d’archivio e fotografie d’epoca, accompagnati da un inquadramento scientifico moderno che mette in rilievo le particolarità dei ritrovamenti belmontesi. Vengono presentati per la prima volta dopo il bombardamento del museo Archeologico di Ancona e la successiva dispersione, gli oggetti ritrovati durante le ricerche archeologiche nei depositi della soprintendenza. Sono state effettuate una nuova trascrizione e una rilettura della famosa stele con iscrizione in lingua sabellica o sudpicena da Belmonte, di cui è esposto il calco storico già utilizzato nell’esposizione di Dall’Osso ad Ancona. Sono esposti straordinari e unici reperti come i “torques” con teste umane stilizzate e a pigna, cavalieri su anse d’impasto, elmi piceni e greci, vasi di bronzo greci, etruschi e umbro-piceni, morsi equini, diverse fibule tra cui anche alcune con grandi nuclei d’ambra, un nettaunghie con raffigurazioni di animali fantastici, amuleti, pettorali e pendagli che riflettono la grande fioritura del centro piceno più importante per la fase arcaica delle Marche meridionali (http://comunebelmontepiceno.it/c044008/zf/index.php/servizi-aggiuntivi/index/index/idtesto/22#). “Quello che in ambito storico-archeologico viene denominata civiltà Picena”, interviene Giorgio Postrioti, archeologo della soprintendenza delle Marche, “definisce in realtà un complesso di manifestazioni culturali fiorite tra il IX e il III sec. a.C. sul versante medio-adriatico della penisola. Belmonte Piceno è stato considerato nell’archeologia europea il sito più importante della cultura picena. La sua importanza rimane immensa tanto da rendere plausibile non tanto l’affermazione che non c’è Belmonte senza i Piceni, quanto piuttosto il contrario, che non ci sono Piceni senza Belmonte”.

Un elmo in bronzo esposto al museo Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia

Orecchino d’oro dal museo di Vetulonia

La Domus dei Dolia nell’area archeologica Poggiarello Renzetti

Gli Etruschi del museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia. Vatluna, oggi Vetulonia, fu una delle più potenti città stato dell’antica Etruria. Come ci ricorda il Portale ufficiale del turismo di Castiglione della Pescaia, il suo splendore, che raggiunse l’apice nel VII secolo a.C., è testimoniato dagli splendidi reperti rinvenuti a fine ‘800 nelle tombe principesche della vicina necropoli. Oggetti in oro, ambra, bronzo accompagnavano il defunto nel suo viaggio nell’aldilà assicurandogli la presenza di quegli stessi simboli di potere e raffinatezza, di bellezza e agio che avevano contraddistinto la sua vita. Quei favolosi reperti si presentarono in tutto il loro splendore ad Isidoro Falchi, il medico-archeologo che per primo condusse le campagne di scavo e al quale è intitolato il museo che testimonia la ricca civiltà che in questo territorio ha lasciato il suo segno.
In un percorso agevole il visitatore potrà ricostruire la storia dell’antica Vatluna a partire dalle origini (IX sec.a.C.) all’epoca della conquista romana (III-I sec. a.C.). Particolarmente mirabili sono i corredi funerari della fase Orientalizzante (VII sec. a.C.), il periodo di massima floridezza della storia del sito, tra cui spiccano gioielli in oro lavorati nella raffinatissima tecnica etrusca del pulviscolo, i morsi equini in bronzo, ceramiche di imitazione corinzia, i bronzi sontuosi, un ampio scudo ornato con file di animali a sbalzo, uova di struzzo istoriate: reperti rinvenuti nelle tombe delle vicine necropoli che testimoniano, accanto all’elevato status sociale, l’alto livello di ricchezza e di prestigio raggiunto dai Principes di Vetulonia. I caratteristici cinerari biconici e a capanna risalgono alla prima età del Ferro (IX-VIII sec. a.C.) come anche altri oggetti di uso quotidiano come armi, fibule e rasoi, “ciambelle” per la toeletta e “reggivasi” per il banchetto. Degni di nota anche l’alfabetario ellenistico inciso su lastra di pietra dalla necropoli delle Dupiane; la stele di Auvile Feluske, segnacolo funerario in pietra ornato da figura di guerriero e da lunga iscrizione incisa; le lastre in terracotta ad altorilievo che decoravano gli architravi della domus di Medea nel quartiere ellenistico-romano di Poggiarello Renzetti, il sito visitabile alle porte del paese (http://www.turismocastiglionedellapescaia.it/museo-archeologico-isidoro-falchi/) . “L’eccezionalità dei dati architettonici forniti dallo scavo della domus dei Dolia”, interviene il sindaco di Castiglione della Pescaia, Giancarlo Farnetani, “ha offerto l’opportunità di dare un volto totalmente attendibile alla città negli ultimi secoli della sua storia, in termini planimetria, elementi strutturali e decorativi, di funzionalità e decorazione dei vani di una casa pertinente al ceto medio-alto della società e, non ultimo, nei termini degli alimenti conservati all’interno dei grandi contenitori, i dolia, custoditi all’interno della casa. Ma lo scavo della domus dei Dolia rappresenta solo il primo gradino di un lungo e complesso percorso che mira a riportare alla luce l’intero quartiere urbano di Poggiarello Renzetti, con le sue case, le sue strade, le sue botteghe artigiane, con le sue piazze per gli uomini e i suoi templi per le divinità. Un quartiere crollato e rimasto sepolto, con le sue pietre e i suoi mattoni di argilla, sotto pochi metri di terra da oltre duemila anni; un tesoro imprigionato nel silenzio, che nessuno ha più sfiorato e che chiede, novella Persefone, di tornare in superficie per raccontare la sua lunga e affascinante storia”.

La “tomba del trono” tra le star del museo civico Archeologico di Verucchio

Gioielli conservati al museo di Verucchio

I Villanoviani del museo civico Archeologico di Verucchio.  Il convento di Sant’Agostino ospita il museo Archeologico villanoviano inaugurato nel 1985 ospitando, in un primo allestimento, i reperti provenienti dagli scavi archeologici effettuati da Gino Vinicio Gentili nella necropoli di podere Moroni. Un ulteriore slancio alle iniziative di ricerca ed espositive del Museo è stato operato dalla Soprintendenza Archeologica dell’Emilia Romagna in collaborazione con il Comune di Verucchio e del Gruppo SCM di Rimini. Dal 15 luglio 1995 il museo ospita un nuovo allestimento che si articola fra il piano terra e parte del piano seminterrato, secondo un percorso cronologico-tematico. Come si legge sul sito della soprintendenza, i rinvenimenti archeologici dell’entroterra riminese documentano una delle realtà archeologiche più significative della protostoria italiana: uno dei “poli” della cultura villanoviana, nota dal IX secolo a.C. oltre che nell’Etruria propria, anche in Campania, a Fermo nelle Marche e a Bologna. I due grandi centri di Bologna e Verucchio, che come Fermo, ebbero intensi rapporti con diverse zone dell’Italia centrale tirrenica, svolsero certamente una importante funzione nel collegamento dell’Etruria con l’Europa Centrale, attraverso la Pianura Padana e l’Adriatico. Il sistema economico da cui Verucchio trae i motivi della sua fioritura sembra rispondere ad equilibri diversi da quelli bolognesi; si può pensare al ruolo particolare svolto nella distribuzione e certamente anche nella lavorazione di oggetti d’ambra, all’importanza che sembra avere la produzione di tessuti e al probabile ruolo di controllo del territorio e delle vie di transito. Il museo illustra, in un percorso cronologico, la comunità villanoviana locale tra il IX e il VII sec a. C., partendo dai dati restituiti dalle ricchissime necropoli rinvenute. La disposizione dei corredi funebri e la loro interpretazione permette una ricostruzione della società e dei contesti economici legati in maniera molto stretta al commercio e al mercato dell’ambra del Baltico, a quei tempi materia prima di valore molto elevato. Il corredo funebre comprendeva l’urna cineraria, elementi dell’abbigliamento, vasellame da banchetto, arredi, elementi di carri e bardature nelle tombe maschili e femminili; armi offensive e difensive per caratterizzare i defunti come guerrieri; strumenti da filatura e tessitura e gioielli nelle sepolture femminili. Alcuni di questi oggetti sono realizzati in materiali che difficilmente si conservano: mantelli e tessuti in lana, resti dei cibi, e mobili in legno come tavolini e troni (http://www.archeobo.arti.beniculturali.it/rn_verucchio/index.htm).

Una sala espositiva del nuovo museo civico Archeologico di Concordia Sagittaria

La cattedrale e l’area archeologica di Concordia Sagittaria

I Romani del museo civico Archeologico di Concordia Sagittaria. L’attuale nome del Comune risale all’Ottocento per la presenza – ricordata dalle fonti antiche – di una fabbrica d’armi, in particolare punte di freccia (sagittae). La città romana di Julia Concordia, fondata probabilmente su un insediamento preesistente, acquistò dignità di municipium intorno alla metà del I sec. a.C., con un porto fluviale raggiungibile via mare anche attraverso le paludi. Come si legge sul sito del Mibact, nel 1987, l’amministrazione comunale in accordo con la soprintendenza aveva istituito un museo civico, una sorta di piccolo Antiquario, allestito al piano terra dell’edificio che ospitava la biblioteca; il percorso espositivo aveva lo scopo di creare un “museo transitorio”, in attesa della realizzazione di un grande museo, per valorizzare le testimonianze archeologiche di cui è ancora ricca Concordia. Il materiale esposto, proveniente dagli scavi più recenti, era stato articolato in sezioni tematiche: elementi pertinenti alle necropoli, la “città dei morti”, si giustapponevano a quelli della “città dei vivi”, manufatti che fungevano da richiamo alla vita dell’abitato. Il restauro dello storico palazzo del XVI secolo dove ha sede il municipio di Concordia ha consentito nel 2007 una nuova esposizione di materiali che illustrano la storia della colonia romana e le vicende che portarono alla sua riscoperta. La realtà espositiva del museo civico Archeologico costituisce il capolinea dei percorsi archeologici che si snodano nella città. La destinazione di edifici storici come sedi di musei è assai frequente nel nostro Paese; tuttavia, nel Municipio di Concordia l’allestimento dei reperti si somma a funzioni istituzionali, oltreché logistiche. Tale commistione di vita quotidiana e memoria trova ragione nella pratica del reimpiego di spolia del passato che in molte occasioni ha segnato la storia più recente di Concordia (e ora si spinge fino a prevedere che delle iscrizioni di epoca imperiale siano ospitate nella grande sala consiliare cinquecentesca) ed è espressione della volontà di rafforzare l’identità locale e di valorizzare il territorio condivisa da amministrazione pubblica e soprintendenza archeologica. Tra le opere di epoca romana, già nel Museo Civico, sono tornate nell’area della Basilica paleocristiana quelle che vi erano state trovate reimpiegate come materiale da costruzione, mentre al Municipio sono state destinate le altre, principalmente testimonianze dalle necropoli concordiesi con testi iscritti, evidenze della comunità organizzata che abitava la colonia. Infatti, tranne sotto la loggia e nella prima sala del Municipio, dove sono esposti materiali collegati simbolicamente alle aree toccate dai percorsi, è attraverso la parola incisa su iscrizioni, bolli d’anfora, fistole plumbee che si è recuperata la dimensione della società antica, di cui quei materiali sono espressione oltreché resti, confortati in ciò dalla storia degli studi che proprio con l’epigrafia visse a Concordia una fertile stagione nella seconda metà dell’Ottocento (http://www.allestimentimuseali.beniculturali.it/index.php?it/117/allestimenti-elenco-schede/27/concordia-sagittaria-ve-percorsi-archeologici-a-iulia-concordia-allestimento-del-municipio).