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Roma. Il museo nazionale Etrusco pubblica on line “Rasna. Una serie etrusca”, un video-racconto in 19 puntate, di e con Valentino Nizzo, a corollario della mostra “Spina etrusca a Villa Giulia. Un grande porto nel Mediterraneo”. Ecco altri tre episodi: il 7. Dedalo e l’ingegno etrusco, l’8. Fetonte e l’ambra, il 9. i Pelasgi e le origini di Spina e degli Etruschi

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Locandina della mostra “Spina etrusca a Villa Giulia. Un grande porto nel Mediterraneo” al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia dal 10 novembre 2023 al 7 aprile 2024

Si sa che i Greci amavano metamorfosi e metafore e, probabilmente, gli Etruschi non erano da meno. Il mito offriva una materia quasi infinita da plasmare e una delle metafore miti-storiche più interessanti e seducenti riguarda l’archetipo stesso dell’uomo ingegnoso, Dedalo, l’inventore del labirinto, il primo uomo a volare, il costruttore di automi, in grado di competere per abilità e tecnica con il dio Efesto. Diverse fonti collocavano alcune sue imprese alla foce del Po, dove poi sarebbe nata Spina e, probabilmente, tali leggende hanno avuto origine proprio per via della presenza e dell’importanza acquisita nel tempo da Spina che seppe evidentemente manipolare e veicolare a proprio vantaggio l’immaginario di quei Greci che non potevano fare a meno di frequentarla per coltivare le proprie necessità e interessi commerciali. Di questo parla il settimo episodio del video-racconto in 19 puntate “Rasna. Una serie etrusca”, a cura e con Valentino Nizzo, fino a dicembre 2023 direttore del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, prodotto dal museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, approfondimento della mostra “Spina etrusca a Villa Giulia. Un grande porto nel Mediterraneo”. Dopo aver conosciuto i primi sei episodi – 1. la Grande Etruria, 2. Ulisse ed Eracle, 3. Caere/Pyrgi e Delfi, il 4. sui Giganti, il 5. sul cratere dei Sette contro Tebe, e il 6. sulla scoperta di Spina (per episodi 4, 5, 6 vedi Roma. Il museo nazionale Etrusco pubblica on line “Rasna. Una serie etrusca”, un video-racconto in 19 puntate, di e con Valentino Nizzo, a corollario della mostra “Spina etrusca a Villa Giulia. Un grande porto nel Mediterraneo”. Ecco altri tre episodi: il 4. sui Giganti, il 5. sul cratere dei Sette contro Tebe, e il 6. sulla scoperta di Spina | archeologiavocidalpassato) – ecco altri tre video: il 7, l’8 e il 9.

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Valle Fattibello, tipico paesaggio delle Valli di Comacchio (foto wikipedia)

Un paesaggio inospitale e paludoso, questo ci raccontano le fonti e così si presentava la foce del Po agli occhi degli Etruschi. Non possiamo certo dire che si persero d’animo. Viene loro riconosciuta una grande capacità organizzativa nel plasmare il paesaggio, domare il territorio, renderlo fertile e abitabile, ponendo le basi per espandere produzione e commerci. Da questa sistematica opera di bonifica e di riassetto idraulico vide la nascita Spina, fra il 530 e il 520 a.C. Il racconto di RASNA. UNA SERIE ETRUSCA riparte da qui, dalle Valli di Comacchio, unendo sapientemente mito e storia.

“7. DEDALO O DELL’INGEGNO”. “Gli Etruschi abitano una regione che produce di tutto e ingegnandosi nel lavoro hanno frutti con cui non solo possono nutrirsi a sufficienza ma anche concedersi una vita di piaceri e di lusso. Così Diodoro Siculo nel I sec. a.C. ricordava quella che è stata una delle prerogative degli Etruschi: la fertilità e la ricchezza dei luoghi nei quali scelsero di insediarsi. Questa ricchezza – spiega Valentino Nizzo – è diventata un motivo per criticarli da un certo momento in poi della loro storia. Agli occhi dei Greci e poi anche dei Romani, gli Etruschi erano proverbiali per la loro mollezza, per la loro oziosità. Orazio ha reso celeberrimo l’obesus etruscus, quello che noi vediamo e immaginiamo attraverso quei sarcofagi del III e II secolo a.C., in particolare da Tarquinia, dove si vedono uomini di grande stazza adagiati su un letto per l’eternità, così come facevano durante la vita quotidiana bevendo del buon vino o banchettando. Questa mollezza e questo lusso, però, sono frutto del lavoro, come diceva Diodoro, della loro capacità di plasmare il paesaggio e di renderlo adatto alla vita. Alle mie spalle si vede uno dei paesaggi più inospitali che gli Etruschi sono stati in grado di domare, quello delle valli di Comacchio.

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Le Valli di Comacchio che conservano le tracce dell’antica città etrusca di Spina (foto http://www.rivadelpo.it)

“Abbiamo dovuto aspettare il 1922 – continua Nizzo -, l’anno della scoperta di Spina e della bonifica di Valle Trebba, per raggiungere un’organizzazione, un livello tecnologico in grado di rendere nuovamente popolose terre che erano state per secoli malariche. Gli Etruschi hanno fatto lo stesso, lo hanno fatto oltre due millenni prima. E hanno dovuto raggiungere però quel livello organizzativo che nel VI secolo ha consentito a una federazione di città dell’Etruria padana con l’aiuto delle città tirreniche dell’Etruria interna di realizzare qualcosa di grandioso: un’opera sistematica di bonifica che ha consentito di fondare intorno al 530-520 a.C. la città di Spina, in un periodo di generale riassetto del territorio. Nei secoli precedenti queste zone non erano disabitate. Lo dimostra il transito di merci che ha sempre caratterizzato il Po con i suoi affluenti e la sua foce. Adria è stata una precorritrice di quelle che sono state poi le intenzioni concretizzatesi con la fondazione di Spina. Tuttavia ci vuole un impegno, una strategia, una capacità sociale per arrivare a risultati come questi.

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Un tratto della cloaca maxima a Roma ancora funzionante (foto sovrintendenza capitolina)

“Negli stessi anni in cui nasce Spina, a Roma gli Etruschi dell’ultimo dei Tarquini, il Superbo, realizzano opere grandiose come la Cloaca massima, una fognatura che ha consentito anche la bonifica della valle del Foro boario, dove gli Etruschi avevano il loro quartiere abitativo, il Vicus Tuscus. Negli stessi anni viene bonificata anche la valle Murcia, quella dove sarà realizzato il Circo massimo, una delle glorie della grande Roma dei Tarquini. Queste capacità organizzative, questa loro proverbiale capacità nell’ingegneria idraulica e nell’architettura sono delle prerogative che agli Etruschi sono state riconosciute dai Romani e dai Greci, che di solito non davano soddisfazione ai popoli considerati barbari. Siamo quindi in un contesto che rappresenta magnificamente quella che è stata una capacità concreta di domare la natura e renderla virtuosa, renderla ben soddisfacente alle esigenze di uomini che miravano a divenire grandi, al lusso, e a quel benessere che poi raggiunsero.

Nelle isole Elettridi, che si trovano nel golfo dell’Adriatico, dicono che ci siano due statue: una di stagno, una di bronzo, lavorate in stile arcaico. Si dice che sono opera di Dedalo, ricordo del passato, di quando egli fuggendo Minosse, dalla Sicilia e da Creta si spinse in questi luoghi. Dicono che il fiume Eridano abbia formato davanti alla sua foce queste isole. C’è anche una palude, secondo quanto si racconta, presso il fiume, la cui acqua è calda. Esala da essa un odore pesante e aspro. Gli animali non vi si abbeverano e gli uccelli non possono sorvolarlo perché cadono e muoiono. Le genti del luogo raccontano di Fetonte che cadde in questo lago, colpito dal fulmine, e che ci sono intorno molti pioppi dai quali cade il cosiddetto electron. Orbene, dicono che Dedalo sia giunto a queste isole, che se ne sia impadronito e che abbia dedicato in una di esse un’immagine sua e una di suo figlio Icaro. Poi essendo giunti per mare fino a loro i Pelasgi, profughi da Argo, Dedalo fuggì e raggiunse l’isola di Icaro. In questo passo, attribuito ad Aristotele, ma in realtà non è opera sua, un componimento nel quale vengono descritte le meraviglie del mondo, non solo quelle appartenenti all’orizzonte del mito, ma tutte le meraviglie naturali, abbiamo uno straordinario affresco di come doveva apparire ancora intorno al III secolo a.C. questa zona: la foce di un fiume mitico, l’Eridano, che noi identifichiamo con il Po, e che è documentato fin dall’epoca di Esiodo dalla fine dell’VIII secolo a.C., come luogo inospitale, paludoso, connesso – come dice Aristotele – al mito di Fetonte e alle lacrime delle Eliadi.

“Ma questa connessione di questi luoghi a Dedalo è rivelatrice di quanto ho detto poco fa – riprende Nizzo -. È una metafora che collega la capacità di vivere in questi luoghi alla foce del Po, dove erano le isole Elettridi, al più grande inventore del mito dell’antichità, Dedalo. Colui che aveva realizzato il labirinto, che aveva dotato se stesso e suo figlio Icaro di ali con le quali volare, che aveva realizzato automi e sculture straordinarie come quelle che li raffiguravano alla foce del Po, secondo questo passo.

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Olpe in bucchero (640 a.C.) dalla tomba 2 del tumulo in località San Paolo di Cerveteri, con Medea che ringiovanisce Giasone, gli argonauti che trasportano un drappo, due lottatori e Dedalo alato, conservata al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto etru)

“C’è un vaso al museo di Villa Giulia straordinario – ricorda Nizzo -: un’olpe in bucchero risalente al 640 a.C. che raffigura Medea, il mito degli Argonauti e raffigura anche, a una delle estremità, Dedalo con le ali, Taitale in etrusco. Non conosciamo nessi tra il mito degli Argonauti e quello di Dedalo, ma sappiamo che anche gli Argonauti si fermarono alla foce del Po, lungo l’Eridano. Quindi, chissà, forse quel vaso, che precede di oltre un secolo la nascita di Spina racconta una leggenda che si è persa, che non si è conservata, una leggenda che doveva unire gli Argonauti a Dedalo. Certamente quello che sappiamo attraverso oggetti come la bulla d’oro, emigrata purtroppo a Baltimora, che doveva comporre una collana probabilmente con ulteriori inserti d’ambra, e da altre raffigurazioni rinvenute a Felsina e in altre aree delle città etrusche della pianura Padana, Dedalo qui era particolarmente venerato. Questa venerazione non faceva altro che richiamare quanto gli Etruschi di sé sapevano: essere maestri dell’idraulica e l’orgoglio per essere riusciti a rendere non solo abitabili e fertili questi luoghi, ma a trasformare la pianura Padana in un motore economico per l’intera Etruria. Quelle pianure Padana e Campana che fecero grande l’Etruria, come ricordava Polibio ancora nel II secolo a.C. e che resero gli Etruschi in grado di dominare su quasi tutta l’Italia, come ricordavano Tito Livio e Catone. “Paene omnis Italia in Tuscorum iure fuerat (Quasi tutta l’Italia era stata sotto il dominio degli Etruschi)”, dicevano. E questa è la grandezza degli Etruschi e un’eredità che ci hanno lasciato”.

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Collana in ambra, vetro e oro da Spina conservata nel museo Archeologico nazionale di Ferrara (foto drm-er)

“Lacrime che diventano pietre”, spiega Nizzo. “Così i Greci spiegavano le origini dell’elektron, come chiamavano l’ambra e, in questo modo, davano un senso a quanto empiricamente potevano constatare semplicemente sfregandola. Le cariche elettriche che rilasciava non sembravano infatti lasciare dubbi in merito all’origine divina di quella sostanza, scaturita dalle lacrime delle Elettridi, le figlie del Sole disperate per la morte del fratello Fetonte, fulminato da Zeus, per la sua pericolosa incapacità di guidare il carro paterno. Il mito, non a caso, era ambientato dove i Greci da secoli erano soliti procurarsi quella preziosa resina fossile: la foce del Po, sull’Adriatico. Il terminale ideale per tutti quei beni e quelle merci che vi giungevano tramite la sua fitta rete di affluenti dall’area appenninica, da quella alpina e dalle più estreme propaggini dell’Europa centrale e settentrionale. Gli Etruschi avevano saputo a lungo nascondere la provenienza baltica dell’ambra, facendo credere che i pioppi in cui le Elettridi erano state pietosamente tramutate fossero proprio lì, dove Spina sarebbe sorta, intorno al 520 a.C., accentrando presso il suo porto anche quel redditizio traffico commerciale. Ne parliamo nell’ottavo episodio di “Rasna. Una serie etrusca”.

“8. FETONTE E L’AMBRA O DELLA CAPACITÀ ECONOMICA”. “La nave era corsa lontano a vela. Entrarono profondamente nel corso del fiume Eridano, laddove un tempo Fetonte, colpito al cuore dal fulmine ardente e bruciato a metà, cadde dal carro del Sole nelle acque di questa profonda palude. Ed essa ancora oggi esala dalla ferita bruciante un tremendo vapore. Nessun uccello può sorvolare quelle acque spiegando le ali leggere, ma spezza il suo volo e piomba in mezzo alle fiamme. In questo brano Apollonio Rodio, nel III secolo a.C., descrive il viaggio degli Argonauti verso Occidente. Ed è una tappa che non era prevista in tutte le versioni del mito. Una tappa che toccava il fiume Eridano che, al tempo, il mito e la fantasia geografica dei Greci univa al Danubio in un percorso continuo. Gli Argonauti si muovono in terre ancora non civilizzate, dominate da paesaggi selvaggi e spiegate dai Greci alla luce di miti come quello di Fetonte. Un mito straordinario che è perdurato a lungo nel corso dell’antichità. E il mito con il quale i Greci spiegavano l’origine dell’ambra. Il figlio del Sole, di Helios Apollo, Fetonte lo splendente, un giorno riesce a convincere il padre a prestargli il carro del sole. Si vuole cimentare in qualcosa più grande di lui, una corsa attraverso il cielo. Tuttavia non riesce a domare i cavalli alati. Arriva a sfiorare il cielo. Secondo una versione del mito producendo quella Via Lattea che ancora oggi vediamo e che sarebbe stata realizzata dall’avvicinamento del sole alle stelle. Poi avvicinandosi alla Terra la desertificò, e rese gli Etiopi del colore scuro della pelle. Desertificò l’Africa. Insomma, alla fine, indusse il padre degli dei, Zeus, a fulminarlo. E tutto questo avvenne, secondo il mito, alla foce del Po, dove dovevano aver constatato i Greci la presenza di sorgenti sulfuree termali, quelle che ancora oggi alimentano la zona dei colli Euganei, Montegrotto, Abano Terme, legate al culto di Aponos-Apollo. Tutto questo quindi aveva un collegamento con la realtà geografica. Il mito prosegue dicendo che appunto nel luogo in cui Fetonte cade, la sua ferita prodotta dal fulmine continua ad emanare sostanze che avvelenano tutti gli animali che passano nei dintorni. E tutto questo avviene in presenza delle sorelle di Fetonte, le Eliadi, cui erano consacrate alcune isole alla foce del fiume Po.

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Pendente di ambra a testa femminile con tutulus (prima metà del V secolo a.C.) proveniente da Spina, Valle Pega, Tomba 740 Dosso A, e conservato al museo Archeologico nazionale di Ferrara (foto drm-er)

“Le Eliadi, vedendo il fratello morente, colpito al corpo da Zeus – continua Nizzo -, cominciano a piangere. Ed è un pianto incessante, che non smette mai. E Zeus, impietosito per il loro dolore, le trasforma in pioppi e le loro lacrime si trasformano in quell’ambra, che vediamo magnificamente rappresentata in questa vetrina. Il termine greco per ambra era electron, un termine che significa anch’esso splendente come Phaeton, così come le Eliadi derivano il loro nome da Helios, il dio del sole. Il motivo è che già gli antichi conoscevano una delle caratteristiche, delle peculiarità dell’ambra che, se sfregata su un tessuto come la lana, produce delle cariche elettrostatiche che sono quelle che alla fine del Settecento hanno indotto a usare la parola greca per l’ambra per definire l’elettricità. Un fenomeno che poi sarebbe stato approfondito nel corso dell’Ottocento. Quindi idealmente questa materia, che non è altro che una resina fossile, quindi era giusto una parte del mito, si pensava che imprigionasse la potenza e i raggi del sole, che poi liberava in quelle cariche elettrostatiche che la rendevano così particolare. Si pensava che avesse delle facoltà curative, che non fosse quindi soltanto un ornamento ma qualcosa di più, anche un amuleto. E qui vediamo una rassegna della straordinaria quantità di ambre che a Spina sono state ritrovate nella necropoli, ma che da Spina venivano distribuite in tutto il Mediterraneo. Perché nessuno poteva fare a meno dell’ambra. Anzi, questa materia era commerciata fin dall’età del Bronzo, era molto ricercata in ambito miceneo. E veniva da molto lontano. Veniva dal Baltico, dal Nord Europa, e poi veniva smistata tra il Veneto e l’Emilia a quanti arrivavano alla foce del Po per procurarsi beni come queste. Prima ancora di Spina, Verucchio era stato uno dei centri di smistamento dell’ambra, poi la stessa Felsina. E poi naturalmente Spina diventa l’epicentro. E gli Etruschi di Spina molto probabilmente sono quelli che hanno fatto credere ai Greci la leggenda che l’ambra traesse origine dalle lacrime delle Eliadi e dalla morte di Fetonte, avvenuta in quest’area. Dobbiamo immaginare le Eliadi forse non diverse da queste donne, volti di donne, raffigurate in questa vetrina. O dobbiamo immaginare la passione degli Etruschi per questa materia prima, che li indusse a realizzare anche un dado in ambra, una pedina da gioco di quelle che gli Etruschi amavano, al punto che Erodoto attribuiva loro l’invenzione dei dadi.

“Ma la verità sull’ambra è un’altra – sottolinea Nizzo -, e la scoprirono ben presto i Greci. Ce lo racconta molto bene un passo di Luciano. Siamo nel II secolo d.C. Sono passati quasi 500 anni dall’epoca di Apollonio Rodio e quasi un millennio da quando Esiodo, per la prima volta, cita il fiume Eridano e la leggenda di Fetonte. Luciano ne parla in uno dei suoi Dialoghi ironici dal titolo l’Ambra o i cigni, che svela finalmente la verità sulle origini dell’ambra. Veramente anch’io, udendo queste cose dai poeti, speravo se mai capitasse sull’Eridano di andare sotto uno dei pioppi e, aprendo il seno della veste, raccogliere poche lacrime e così avere l’ambra. Finalmente, non è molto, capitai in quella contrada e risalendo in barca l’Eridano non ci vedevo pioppi, per guardare ch’io ci facessi d’intorno, né ambra. Anzi, neppure il nome di Fetonte sapevano quei paesani. Infatti io mi volli informare e domandai: quando verremo a quei pioppi che danno l’ambra? Mi risero in faccia. I barcaioli risposero dicessi più chiaro ciò che volevo. Ed io raccontai loro la favola, come Fetonte era un figliolo dl sole che, fattosi grandicello, chiese al padre di guidare il carro per una sola giornata. Il padre glielo diede, ma egli si ribaltò e morì. E le sorelle sue piangenti in qualche luogo di questi – dicevo io – perché egli cadde sull’Eridano, diventarono pioppi e piangono l’ambra sopra di lui. Qual bugiardo e falso ti ha raccontato questo? Risposero. Noi non vedemmo mai alcun cocchiere ribaltato. Né abbiamo i pioppi che tu dici. Se fosse una cosa simile, credi tu che noi per due oboli vorremo remare o tirare le barche contr’acqua potendo arricchirci raccogliendo le lacrime dei pioppi? Queste parole mi colpirono forte e tacqui, scornato. Che proprio come un fanciullo c’ero caduto a credere ai poeti che dicono le più sperticate bugie e non mai una verità. Probabilmente Luciano sta finalmente apprendendo una verità che forse già conosceva. Ha voluto fare dell’ironia sulla capacità degli Etruschi di nascondere la vera origine di una materia preziosissima, che ha fatto per secoli la loro fortuna”.

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Il tempietto di Alatri realizzato nel 1891 nel giardino del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma (foto etru)

Dove non arriva la storia, si ricorre alla fantasia, costruendo tradizioni e leggende che attraversano il tempo e lo spazio. È il destino dei Pelasgi, il popolo che affonda le origini nel mito e ritenuto, secondo i Greci, artefice delle possenti, titaniche mura poligonali, diffuse nell’Italia centro- meridionale, in Grecia e in Anatolia. Ma cosa lega la città di Spina ai Pelasgi? “Parliamo dell’arrivo dei Pelasgi a Spina, ovvero il mito fondante dell’origine stessa degli Etruschi agli occhi dei Greci. Un complesso coagulo di racconti che hanno contribuito nei millenni ad alimentare il cosiddetto mistero degli Etruschi”, comincia così Valentino Nizzo nell’introdurre il nuovo tema che, spiega, “incredibilmente ancora oggi tocca corde identitarie tutt’altro che sopite nelle quali il mito si intreccia e si confonde con la storia o, sarebbe meglio dire, con la sua manipolazione ideologica. Ho dedicato molti articoli e una monografia a queste tematiche; ne ho parlato in molti video e conferenze, quasi sempre accompagnate da strascichi di sterili polemiche, non prive di interesse per quanti si occupano di storia della mentalità e di persistenza contemporanea della questione pelasgica. Nel video provo a riassumere il tutto in circa 10 minuti, girati volutamente davanti al tempio etrusco-italico di Alatri, un luogo quest’ultimo ancora oggi legato al falso mito delle città pelasgiche”.

“9. IL MITO DEI PELASGI E LE ORIGINI DI SPINA E DEGLI ETRUSCHI”. “È una sensazione unica – ammette Nizzo – quella di trovarsi all’interno di un tempio etrusco-italico del III sec. a.C. È probabilmente il risultato che ambivano ad ottenere Felice Barnabei, il fondatore del museo di Villa Giulia, e l’architetto Adolfo Cozza, quando realizzarono questa ricostruzione in scala 1:1 di un tempio scavato pochi anni prima, tra il 1888 e il 1889, ad Alatri, nel Lazio meridionale, non lontano da Frosinone. Alatri è famosa non tanto per questo tempio ricostruito, di cui gli archeologi portarono alla luce solo le fondamenta, quanto per la poderosa cinta in opera poligonale che ancora oggi desta ammirazione ed è all’origine di miti moderni su chi l’ha realizzata. Sono gli stessi miti che hanno posto al centro di tante città con mura possenti i Ciclopi, i Pelasgi, gli alieni… insomma quanti non hanno il nome di un popolo reale, ma sono considerati in grado di realizzare opere titaniche. I Pelasgi in realtà sono un popolo del mito – spiega Nizzo -. Omero li definiva i divini Pelasgi. Hanno preceduto i Greci nella Grecia stessa, prima dell’arrivo di quelle stirpi elleniche che hanno poi sviluppato la loro identità nella chiave greca che oggi conosciamo. I Pelasgi sono quindi il popolo del mito che precede l’acquisizione di una consapevolezza da parte dei Greci.

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Un tratto delle mura poligonali di Micene, nel Peloponneso, in Grecia (foto graziano tavan)

È il popolo dell’epoca micenea, minoica, quella delle grandi città costruite con possenti mura poligonali: Micene, Tirinto, Gla, Orcomeno, la Grecia ne è circondata e costellata. I Greci nell’interrogarsi sul loro passato più antico, dove la memoria non arrivava, arrivavano con la fantasia. Per questo i Pelasgi sono diventati un popolo migrante e dove si riscontravano città con possenti mura poligonali, spesso nascevano leggende che amplificavano l’irradiazione dei Pelasgi. E questa è una costruzione della tradizione che è durata fino all’impero romano. Si è alimentata laddove non c’era un uso filologico delle fonti e la fantasia costituiva il punto di riferimento principale per colmare quello che la storia non era in grado di recuperare. E quindi attraverso gli occhi e l’osservazione di queste possenti mura di cui non si conservava più il ricordo di quando erano state costruite, anche città più recenti che con i Pelasgi nulla avevano a che fare, sono state considerate costruite dai Pelasgi.

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Un tratto delle mura poligonali / pelasgiche di Alatri (Fr) (foto graziano tavan)

“Questo è il caso di Alatri – puntualizza Nizzo -. Oggi si discute se quelle mura poderose siano state opera dei romani, come quelle di Norba, un’altra città del Lazio cosiddetto pelasgico. E questo deve essere avvenuto anche riguardo Spina e le sue origini. Anche se a Spina non c’è nessuna traccia di mura poligonali, né potrebbe esserci, perché le mura poligonali caratterizzano prevalentemente paesaggi con connotazione calcarea. Sono mura che si prestano a essere realizzate dove vi è una pietra un po’ più difficile da squadrare, che richiede anche una complessa maestria nel gestirla. Il primo che ci parla di Pelasgi a Spina è un contemporaneo di Erodoto, Ellanico di Lesbo, e lo fa indirettamente attraverso un passo di Dionigi di Alicarnasso. Dice: Durante il regno di Anas, i Pelasgi furono scacciati dal loro paese dai Greci e, lasciate le loro navi presso il fiume Spines nel golfo Ionio, presero Crotone, una città dell’interno, e partiti di lì occuparono quella che noi ora chiamiamo Tirrenia. Poche frasi che Dionigi di Alicarnasso pone al principio di una lunga trattazione nella quale si interroga sulle origini degli Etruschi, sulle origini di Roma. Il suo scopo è dimostrare a tutti i costi che Rona è una città greca, una polis ellenis e non una polis tyrrenis, cioè una città etrusca. Per fare questo deve dimostrare che gli Etruschi non hanno a che fare nulla con i Greci. Sono autoctoni, sono indigeni. E quindi non possono avere nulla a che fare con i Pelasgi. Nel farlo però cita anche le fonti che collegano i Tirreni, cioè gli Etruschi, ai Pelasgi o ad altre popolazioni della Grecia. E Ellanico è una delle prime fonti che Dionigi di Alicarnasso pone alla base di quella che poi diverrà nei secoli la questione dell’origine degli Etruschi. Perché i Pelasgi venivano collegati a Spina che non ha testimonianza di mura pelasgiche? Perché Spina nel momento in cui Ellanico scrive, siamo nella metà del V secolo a.C., era senza ombra di dubbio la città etrusca più importante. Le città dell’Etruria tirrenica avevano cominciato a decadere per effetto delle sconfitte avute a Cuma nel 524 a.C. sulla terraferma, e poi sul mare di fronte a Cuma nel 474 a.C. L’asse politico, economico e commerciale degli Etruschi si era cominciato a spostare verso quell’Adriatico, dove intorno al 530-520 a.C. gli Etruschi, insieme, in coalizione, avevano dato vita a questa città portuale alla foce del Po e in posizione strategica sull’Adriatico.

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Mappa della diaspora – secondo Ellanico – della diaspora dei Pelasgi dalla Grecia a Spina e di qui a Cortona e in Etruria (foto etru)

“Gli Ateniesi guardavano a Spina come l’elemento di raffronto e di dialogo più importante in ambito etrusco. Non potevano farne a meno – annota Nizzo -, non potevano fare a meno del grano e delle risorse della pianura Padana che Spina consentiva di far arrivare in Grecia lungo l’Adriatico, un mare che gli Etruschi controllavano e si contendevano con i Greci. Per questo quindi Ellanico e, probabilmente ancora prima di lui, Ecateo, già alla fine del VI sec. a.C., collocarono la diaspora del popolo pre-ellenico per eccellenza dei Pelasgi, a metà strada tra il mito e la storia, subito dopo il diluvio universale, quello greco di Deucalione, proprio a Spina da cui poi si sarebbero irradiati verso il centro della penisola in quella città che chiamano erroneamente Crotone, ma che dobbiamo identificare con la città etrusca di Cortona. Per poi spingersi oltre, verso l’Etruria propria, verso le città di Caere, di Tarquinia, e la stessa Roma lungo le valli del Tevere, dunque verso l’Etruria che noi conosciamo con questo nome. In questo modo, tramite questa irradiazione, continuava Ellanico, dai Pelasgi avrebbero avuto origine gli Etruschi, i Tirreni. Dionigi nel commentare Ellanico, però, approfondisce la questione, e dice che in realtà questi Pelasgi, non avendo nulla a che fare con i Tirreni, sarebbero stati conquistati dai Tirreni stessi, ma prima ancora si sarebbero uniti con gli aborigeni, dando vita a quel seme dei Latini che, unitosi poi con i Troiani, avrebbero fatto scaturire Roma, secondo quella versione resa celeberrima dall’Eneide. Tutto questo per affermare che Roma è città greca, aborigena, troiana, pelasgica e nulla ha a che fare con i Tirreni.

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Mappa della diaspora dei Tirreni – secondo Erodoto – da Smirne (Lidia, in Anatolia) a Spina (foto etru)

“Ma a complicare le cose sulle origini di Spina e su questi racconti-miti storici – riprende Nizzo – si aggiunge lo storico per eccellenza, Erodoto, con un brano che è celebre per il problema dell’origine orientale degli Etruschi. Un brano nel quale ci dice che gli Etruschi, i Tirreni, sarebbero profughi dalla Lidia e si sarebbero diretti in Occidente dopo una lunga carestia durata circa 18 anni, durante i quali avevano anche provato a ingannare il tempo digiunando un giorno e inventandosi giochi come la palla o i dadi, e gli altri giorni mangiando. Alla fine, stressati, Tirreno, il loro comandante, guida una metà della popolazione verso Occidente. Dice Erodoto: questi scesero a Smirne dove costruirono navi e, dopo averle caricate delle vettovaglie necessarie al viaggio, partirono in cerca di nuove terre finché, oltrepassati molti popoli, giunsero presso gli Umbri e là fondarono città e tuttora vi abitano, e dal loro condottiero si chiamano Tirreni. Erodoto localizza la diaspora dei Tirreni della Lidia nel paese degli Umbri, esattamente dove le fonti collocano Spina, in una terra che è ancora umbra prima di diventare tirrenica. Quindi Erodoto sta immaginando una diaspora non pelasgica, ma dei Tirreni della Lidia verso lo stesso orizzonte, verso quella Spina che nel V sec. a.C. era un punto di riferimento imprescindibile.

“Su questi due filoni mitici – conclude Nizzo – si fonda una riflessione miti-storica che segna anche l’evoluzione dei rapporti tra mondo greco e mondo tirrenico. Rapporti positivi laddove gli Etruschi sono assimilati ai Greci e grazie a questa assimilazione avevano potuto avere, Cerveteri e Spina, un thesauros a Delfi, e le altre fonti di matrice dorica in virtù delle quali gli Etruschi sono dei barbari, vanno sconfitti e vanno eliminati per consentire ai Greci di essere liberi in quel mar Tirreno e Adriatico verso il quale da tempo avevano mostrato i loro interessi, in particolare quelli dei Siracusani”.

Venezia. Mostra “Tutankhamon. 100 anni di misteri”: visita guidata col curatore prof. Damiano. 2. parte: il “fiume del tempo”, la storia della civiltà egizia, dalla preistoria alle prime dinastie, dal Nuovo Regno al Cristianesimo

Seconda parte della visita guidata live della mostra “Tutankhamon. 100 anni di misteri” a Palazzo Zaguri a Venezia con il curatore prof. Maurizio Damiano. Dopo aver visto come è nato il progetto espositivo e perché sono esposte repliche del tesoro di Tutankhamon, e del messaggio che queste portano nel mondo (vedi Venezia. Mostra “Tutankhamon. 100 anni di misteri”: visita guidata col curatore prof. Damiano. 1. parte: il progetto espositivo e il ruolo delle repliche | archeologiavocidalpassato), in questa puntata il prof. Damiano ci porta per mano a scoprire la storia della civiltà egizia, dalla preistoria alle prime dinastie, dal Nuovo Regno al Cristianesimo: è “il fiume del tempo”, come è stata chiamata questa sezione. Giocando sul ruolo del Nilo e sullo scorrere dei secoli. La sezione si trova all’ultimo piano di Palazzo Zaguri, la soffitta, ed è da lì che inizia la visita della mostra articolata su cinque piani, dall’alto in basso.

In questa prima sezione si vedono tanti modellini di navi per ricordare che l’Egitto vive per il fiume che era poi la via di trasporto maggiore. “L’Egitto non esisterebbe senza il Nilo, naturalmente”, esordisce Damiano. “È vero – come dice Erodoto – che l’Egitto è un dono del Nilo. Ma è certo che gli egiziani se lo sono guadagnato perché il Nilo nella preistoria era un fiume violento. Quindi questa grande conoscenza che loro hanno sviluppato nell’idraulica era dovuta alla difesa prima di tutto. Loro dovevano difendersi da questo fiume ben diverso da quello controllato di oggi. Quindi io ho voluto tenere sempre a mente il fiume con questi modelli di navi”. Siamo ndel “fiume del tempo”: “In questa sezione ho voluto sviluppare la storia dell’Egitto ma partendo da lontano. Nella prima vetrina si vedono i nostri antenati: australopithecus, homo habilis, homo erectus, neanderthal. E si vedono i loro manufatti, dai più antichi – chopper, chopping tool realizzati dall’homo habilis 2 milioni e mezzo di anni fa – fino a quelli sbozzati nell’Abbevilliano che poi si vanno perfezionando nell’Acheuleano. L’amigdala per me è la prima opera d’arte dell’umanità. Non c’è solo il lato utilitaristico con la punta e il taglio, che però erano già presenti negli strumenti più antichi. Qui nasce qualcosa che mancava totalmente prima. Questo ominide non è più un animale come gli altri, comincia a volere un qualcosa di particolare che non ha nessun uso specifico. È un’esigenza interiore: la simmetria. Questo ominide perde ore e giorni per creare strumenti che siano esattamente simmetrici, belli. Ecco lì nasce l’arte. Una delle scoperte fatte tra i 400 siti esplorati nel gran mare di sabbia nella zona della mia concessione sono le scuole delle amigdale”, spiega Damiano. “Ma nel gran mare di sabbia si trova anche un materiale più raro dei diamanti: si chiama silica glass, noto anche come vetro del deserto, creato dall’impatto di una cometa contro l’atmosfera terrestre in un punto sopra il gran mare di sabbia. L’impatto, che ha portato la temperatura a più di 4700 gradi, ha fuso la sabbia e ha creato il vetro naturale più puro sul pianeta Terra: 98% di biossido di silicio. Il Cristallo di Boemia, per fare un esempio, è al 65%. E questo è successo 29 milioni di anni fa. Poi, quando è arrivato, l’uomo ha scoperto che questa cosa strana tagliava meglio della stessa selce – è ovvio, è vetro -, e quindi ha iniziato a fabbricare i suoi manufatti: siamo nel Neolitico, nel gran mare di sabbia”. Il “fiume del tempo” prosegue con dei modelli ricostruiti in base alle pitture vascolari protostoriche-predinastiche e alle incisioni rupestri. Sono esposti due tipi di imbarcazioni. Quindi è presentata la tavolozza dove vediamo la vacca Hathor e le stelle. Questa è finora la più antica rappresentazione di costellazione dell’umanità. “Diciamo Hathor ma in realtà all’epoca la dea vacca era chiamata Bat, la sua antenata. Nel Neolitico – continua Damiano – si sviluppa la tecnica fino alla perfezione delle punte di freccia straordinarie e delle lame”. Si vede poi esposto il grande faraone Cheope, Kufu in antico egizio. “Il faraone Cheope, il costruttore della Grande piramide, ci ha lasciato delle opere. E forse alcune sono statue sue, ma non c’è certezza perché è andata persa l’iscrizione. L’unica statua di cui c’è certezza è questa statuetta trovata dal grande archeologo Petrie in una fossa. Era un po’ sporca e incrostata. L’ha fatta analizzare: era sterco umano. Quindi l’hanno letteralmente buttato lì. Peraltro lui è passato alla storia come un pessimo faraone mentre suo padre Snefru che è il più grande costruttore di piramidi (perché ne ha costruite diverse) è passato alla storia come il faraone ideale, quello buono illuminato. E si arriva alla tavolozza di Narmer che è l’atto di fondazione dell’Antico Egitto, esposta di fianco per permettere di vere entrambi i lati della stele, su una faccia il faraone con la corona rossa e con la corona bianca sull’altra. Con Narmer il re diventa faraone, cioè il signore di tutto l’Egitto. E con questo atto nasce la storia, inizia la prima dinastia, inizia la storia dinastica dell’Egitto”.

“Del Nuovo Regno prendiamo due esempi: Hatsheptut, il faraone donna, e Tutmosis III”, riprende il curatore della mostra veneziana. “Qui spiego il rapporto che c’era tra di loro perché vi hanno romanzato. È stato detto che era un’usurpatrice: no, lei era per più motivi legittima”. Quindi si passa al nonno di Tutankhamon, Amenhotep III (Amenofi III), che i francesi chiamano il Re Sole d’Egitto perché era il re esteta. Lui ha vissuto in un regno di pace, ricchezza, prosperità e l’arte egizia, che è sempre volta a uno scopo creatore, con Amenhotep III ha anche un lato edonistico che si sviluppa. Amenhotep III è il padre di Akhenaten che è il padre di Tutankhamon. La moglie di Amenhotep III era Tye, un personaggio che probabilmente era quella che decideva in casa: donna molto forte, aspetto reso bene anche dai suoi ritratti. Uno è anche in mostra. Si arriva quindi al regno di Akhenaten che, come detto è il padre di Tutankhamon: fatto appurato dalle analisi genetiche sulla mummia della tomba KV 55. La madre non è Nefertiti, ma un’altra donna che il DNA ci ha detto essere la cosiddetta Younger Lady. È la mamma di Tutankhamon, ma non ne conosciamo il nome. Si sa che era una cugina o una sorella di Akhenaten, ma il DNA non dice di più”. In mostra due dei molti ritratti di Nefertiti: uno è la riproduzione di quello del Cairo. E poi c’è quello di una principessa amarniana. “Il cranio allungato – precisa Damiano – non è una deformazione praticata dagli egizi, per il quale il corpo è sacro. Il documento più antico che abbiamo sull’argomento riguarda un greco di età ellenistica che chiede a un medico di praticare questa barbarie a sua moglie. In Egitto questa è una convenzione artistico-religiosa lanciata da Akhenaten per sottolineare la divinità della famiglia reale. Ma attenzione: si dice che il faraone era divino. È sbagliato. La funzione di faraone era divina, ma il faraone restava uomo. Lo si capisce bene non in Egitto, dove non se o sarebbe mai permesso, ma nei templi della Nubia: qui si vede Ramses che fa offerte agli dei tra i quali c’è Ramses II: quindi da un lato c’è Ramses II uomo e re che offre al dio Ramses II in funzione faraonica”. E si arriva all’Epoca Tarda. Esposti amuleti autentici in argento e in faience. E un modello di nave punica per ricordare un episodio particolare: quando il faraone Nechao II (XXVI dinastia) chiese ai Fenici di esplorare le coste dell’Africa. Questi, al loro ritorno dopo tre anni, nel loro rapporto raccontarono che il sole, dopo un certo punto di navigazione, si levava a destra. “Dettaglio che per i Greci, secoli dopo, ritennero un falso. E invece era la dimostrazione che avevano superato il Capo di Buona Speranza: quella fu la prima circumnavigazione dell’Africa e l’avevano fatta i Fenici”.

Il percorso del “fiume del tempo” ci porta ai famosi ritratti del Fayyum, bellissimi. Per l’epoca romana ci sono una trireme, un po’ di vetri romani. E si giunge all’epoca cristiana. “Con il Cristianesimo – sottolinea Damiano – inizia la fine dell’Antico Egitto. Il vescovo di Alessandria, appena fu fatta la legge che diceva che i templi o diventavano chiese o dovevano essere rasi al suolo, con un gruppo di seguaci armati andò a distruggere il Serapeum, e con esso distrusse l’ultima parte della Biblioteca di Alessandria. È stata la fine dell’Antico Egitto, e da allora si sviluppa il Cristianesimo, del quale c’è un aspetto ancora molto popolare in Egitto: il culto della Sacra Famiglia (legato alla fuga in Egitto). Si creano monasteri, seguendone il percorso. Un altro dettaglio interessante è che viene venerato l’albero della Vergine a Eliopolis, oggi quartiere del Cairo che insiste sulle fondamenta di una delle più antiche città del mondo. Questo albero avrebbe nascosto la Vergine quando si sono avvicinati i soldati di Erode. Ed è ancora oggetto di pellegrinaggio. Ma in quel posto, quello stesso tipo di albero, un sicomoro, era l’albero sacro di Eliopolis che veniva venerato da millenni a Eliopolis”.

Il Mediterraneo nel VI sec. a.C.: traffici mercantili, ricerca di minerali, spostamenti di popolazioni. La mostra-evento di Vetulonia illustra la situazione geopolitica, prima e dopo “Alalìa, la battaglia che ha cambiato la storia”, con reperti da Corsica, Etruria e Sardegna e un capolavoro: il dinos di Exekias

Il grande pannello con la situazione del Mediterraneo all’inizio del VI sec. a.C. nellamostra “Alalìa, la battaglia che ha cambiato la storia” a Vetulonia (foto Graziano Tavan)

Il manifesto della mostra “Alalia, la battaglia che ha cambiato la storia” al museo di Vetulonia dal 9 giugno al 3 novembre 2019

Il Mediterraneo all’inizio del VI sec. a.C. è un mare trafficato, solcato dalle navi commerciali di Fenici, Greci, Cartaginesi, Etruschi alla ricerca di minerali per forgiare il bronzo, favorendo i l contatto e lo scambio tra i diversi popoli. Lo si vede molto bene nel grande pannello che accoglie i visitatori annunciando il tema affrontato nella prima sala della mostra “Alalìa, la battaglia che ha cambiato la storia. Greci, Etruschi e Cartaginesi nel Mediterraneo del VI secolo a.C.” al museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia fino al 3 novembre 2019 (catalogo Ara edizioni), curata da Simona Rafanelli, direttore del museo di Vetulonia: capire quali erano gli attori alla vigilia della battaglia del mare Sardonio, quali erano le condizioni economiche e sociali dei popoli che vivevano all’epoca sulle sponde del Mediterraneo, quali erano le strutture disponibili. Così dopo aver conosciuto motivazioni e obiettivi della mostra-evento 2019 di Vetulonia, avere avuto conto dei reperti esposti e con quale allestimento (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/10/17/al-museo-archeologico-di-vetulonia-centocinquanta-reperti-da-corsica-sardegna-toscana-museo-etrusco-di-villa-giulia-e-dal-nucleo-tutela-della-guardia-di-finanza-raccontano-la-storica-battaglia-del/) ora immergiamoci fisicamente nel Mediterraneo di 2500 anni fa, e navighiamo lungo le sue coste, incrociando sulle frequentate rotte marittime navi commerciali e militari. Basta scorrere i grandi pannelli che si dipanano lungo le pareti intervallati, agli angoli, a vetrine con oggetti significativi sui temi affrontati.

Le correnti marine nel Mediterraneo (foto Graziano Tavan)

La Corsica e le rotte di navigazione. Alalìa era un oppidum sulla costa nord-orientale della Corsica, organizzato come un emporion, cioè un porto aperto agli scambi marittimi su ampia scala. Se poi si studiano le correnti marine, si capisce subito che Alalìa non è nata lì per caso, ma per la sua posizione strategica: correnti specifiche portano facilmente verso Nord dal mar Ligure fino a oltre i Pirenei. La navigazione è anche guidata dai fari posti sui promontori, e Capo Corso – secondo Erodoto – era un “promontorio sacro” (hieron), in particolare Capo Sacru che controlla il canale di Corsica.

La posizione delle miniere e le rotte del commercio dei metalli nel VI sec. a.C. (foto Graziano Tavan)

La ricerca dei minerali. Il rame (dal III millennio a.C.) e poi lo stagno (dal II millennio a.C.), necessario per realizzare il bronzo, sono al centro dei grandi flussi commerciali nel Mediterraneo. Nel Canale di Corsica e nelle Bocche di Bonifacio sono stati trovati molti relitti carichi di lingotti di rame e stagno. Nell’entroterra di Aleria (l’Alalìa romana) erano presenti miniere di rame. La metallurgia del ferro si diffonde nel Mediterraneo occidentale nel I millennio a.C. I ricchi giacimenti dell’isola d’Elba e del territorio di Populonia fanno del Tirreno settentrionale un grande polo industriale. L’intensa produzione di carbone da legna, necessario per la lavorazione del ferro, porta i Greci a chiamare l’isola d’Elba Aethalia (colei che fuma). La miglior qualità del minerale di ferro delle Colline Metallifere in Etruria e dell’isola d’Elba viene privilegiata a quello delle miniere corse, già sfruttate da secoli. Ciò porta a creare dei collegamenti privilegiati tra la Corsica e Populonia. Ma anche dalla Corsica alla Sardegna, ricca di rame.

Nave etrusca: particolare dell’affresco conservato all’intermo della Tomba della Nave a Tarquinia

Alalìa, un emporion in Corsica. Il Mediterraneo arcaico è un’area di grande mobilità. Il commercio si basa su una vera e propria rete di insediamenti, emporia, porti aperti a innumerevoli attori e intermediari. Le varie comunità possono avere un quartiere o una strada, a volte perfino il loro santuario. Alalìa è probabilmente un emporion di questo tipo, dove i Corsi sono in contatto con Etruschi, Greci e Fenici. Il trasporto marittimo avviene con imbarcazioni a forma arrotondata. Hanno una vela quadrata tessuta in lino, fissata su una trave orizzontale saldamente attaccata all’albero maestro. La nave etrusca della Tomba della Nave (Tarquinia) attesta la comparsa, nel VI sec. a.C., di un secondo albero verticale posto nella parte anteriore dell’imbarcazione per facilitare le manovre. L’onomastica della rosa dei venti, che i marinai usano ancora oggi, tradisce la sua origine antica, con il Mediterraneo centrale come punto di riferimento focale. Così il vento da Nord-Est viene dalla Grecia (è il Grecale), quello da Sud-Est dalla Siria (è il Sirocco), il vento da Sud-Ovest dalla Libia, nome antico dell’Africa (è il Libeccio). Ed infine il più forte e potente il Magister (Magistrale) che soffia come vento maestro da Nord-Ovest.

Lo stagno di Diana ad Aleria in Corsica che probabilmente fu il porto principale di Alalìa

I porti naturali della Corsica orientale. A Nord le piccole insenature di Capo Corso possono servire da rifugi sicuri durante la pericolosa traversata del Canale di Corsica. A Sud i golfi profondi di Porto Vecchio e Sant’Amanza, vicino alle Bocche di Bonifacio, sono siti portuali di qualità superiore. Al centro, all’altezza di Cerveteri e Vetulonia sul litorale opposto, la pianura è regolarizzata da un lido sabbioso che protegge molti stagni. Eccetto lo stagno di Diana, probabilmente il porto principale di Alalìa, i cui fondali superano i 30 metri, gli stagni sono generalmente poco profondi, e nei secoli si sono gradualmente prosciugati: come lo stagno del Sale, vicino a Aleria. O sono in fase di riempimento come lo stagno di Chjurlino, il più grande porto naturale dell’isola, dove, nel 1777, durante lo scavo di un canale, fu trovato il relitto del Golo (VII-VI sec. a.C.), che fortunatamente fu studiato prima della sua decomposizione per l’assenza di qualsivoglia forma di protezione. Lo scafo, 14,1 metri di lunghezza per 2,6 di larghezza, combinava la tecnica cucita a quella delle mortase e tenoni: ricorda le navi iberiche di influenza punica e greche di Marsiglia. Il relitto del Golo è il più antico documentato ad oggi e testimonia l’importanza dei siti portuali naturali della Corsica orientale. Questi golfi, insenature e stagni avevano, in epoca arcaica, rapporti diretti con i grandi porti etruschi di Caere, Tarquinia, Vulci, Vetulonia e Populonia, ma anche con quelli ellenici della Magna Grecia e della Sicilia, così come i porti fenici della Sardegna.

Una panoplia dal museo di Aleria in Corsica in mostra a Vetulonia: la machaira (grande spada a lama ricurva) italica all’elmo Negau di tipo etrusco (foto Graziano Tavan)

La ricostruzione di una trireme greca proposta nella mostra di Vetulonia (foto Graziano Tavan)

La guerra navale. La distinzione tra una nave da guerra e una mercantile inizia a metà del II millennio a.C. anche se le attività mercantili e militari rimangono strettamente connesse. Le navi da guerra sono caratterizzate da un rapporto ben superiore tra la lunghezza e la larghezza. Sono azionate da remi ed è la velocità la loro arma in quanto la lotta consiste nello sventrare l’imbarcazione nemica con uno sperone, pesante e robusto pezzo di bronzo affusolato posto nella parte anteriore della nave. Alcuni soldati, principalmente arcieri, sono posizionati su piccole piattaforme a prua e a poppa. L’attrezzatura dei soldati etruschi evolve al VI sec. a.C. con l’introduzione del casco conico del tipo “Negau” e della spada a lama curva (la machaira) insieme allo scudo rotondo, all’armatura che protegge il torace e il cuore (cardiofilax), ai gambali (cnemidi), alla lancia, al pugnale e all’arco. Le navi raffigurate sulle ceramiche permettono di identificare i pentecontori già all’VIII sec. a.C. coi loro 50 vogatori, 25 su ciascun lato. È la nave di Ulisse nell’Odissea oppure la nave di Argo che trasporta gli Argonauti. Intorno al 700 a.C. si evolve il sistema di navigazione ovvero si ha una nuova disposizione dei vogatori che sono posizioni su due livelli da ambo i lati. Quest’imbarcazione viene chiamata bireme. I pentecontori focei sono tra i più potenti. Erodoto descrive la partenza dei Focei dalla loro metropoli sotto la minaccia dei Persiani, nel contesto delle Guerre Persiane: nel 545 a.C. uomini della città, donne, bambini, con le loro statue, offerte e “tutto ciò che gli apparteneva” si imbarcano in direzione di Alalìa. La trireme corrisponde a un’altra evoluzione della navigazione alla fine del VII sec. a.C. È azionata da 170 vogatori che, probabilmente, erano ripartiti su tre livelli. Lunga 35 metri e larga 5,50 metri, era molto maneggevole grazie al suo basso pescaggio. La trireme diventa quindi la grande forza delle flotte elleniche.

Una delle tre pentecontere dipinte sul dinos di Exekìas conservato al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia di Roma

La mappa della battaglia di Alalia, oggetto della mostra di Vetulonia

La battaglia di Alalìa. Molto attivi all’inizio del VI sec. a.C., i Focei fondano diversi emporia: prima Massalia (Marsiglia) nel 600 a.C. , poi dal 565 a.C. si stabiliscono ad Alalìa, un oppidum preesistente. Per approvvigionare i Focei, si stima fossero 15mila, servivano 10mila ettari di terreno a coltura. Con la presa della metropoli focea nel 545 a.C. da parte delle truppe persiane di Ciro, altri 500-1500 focei furono costretti all’esilio. Un piccolo numero, è vero, ma che mandò in crisi l’equilibrio raggiunto nello spazio tirrenico. Secondo Erodoto gli ultimi arrivati si alla pirateria e a incursioni “presso tutti i popoli vicini”. Di conseguenza le città marittime etrusche, preoccupate per la difesa delle loro aree di influenza diretta, organizzano con i loro alleati punici, saldamente stabiliti in Sardegna, una risposta militare che coinvolge rispettivamente 60 navi, i Focei ne oppongono altrettante 60. Così, nel 540 a.C. si svolge in mare, tra le Bocche di Bonifacio, Alalìa e Pyrgi, una delle più grandi battaglie del Mediterraneo nell’Antichità, che coinvolgerà 180 galere e oltre 14mila uomini, tutto ciò per il controllo di Alalìa.

Il sacrificio di prigionieri (in questo caso troiani) dipinto all’interno della tomba François a Vulci (foto museo della Badia Vulci)

Le conseguenze della battaglia di Alalìa. Le conseguenze immediate della battaglia di Alalìa sono catastrofiche per i Focei stabiliti in Corsica. Le tecniche di combattimento navale per immobilizzare le navi nemiche con potenti speroni spiegano il gran numero di prigionieri e i naufraghi recuperati dalle imbarcazioni ancora in grado di navigare. La maggior parte dei prigionieri focei appartiene ai capi di Agyla (nome greco di Caere-Cerveteri), che dimostra chiaramente il ruolo dominante di questa città nella coalizione etrusca. Sarebbero stati lapidati nel santuario di Monte Tosto, vicino alla città dove, da quel momento in poi, fenomeni nefasti avrebbero colpito i passanti. Gli abitanti di Agyla consultano allora la pizia di Delfi che ordina loro ricchi sacrifici e l’organizzazione di giochi rituali. I Focei sopravvissuti alla battaglia ritornano ad Alalìa e abbandonano rapidamente la Corsica. Imbarcano i loro figli, le loro mogli e tutto ciò che possono trasportare di quello che resta dei loro beni, a bordo delle venti navi sopravvissute alla battaglia, per prendere la direzione di Reghion e Hyele (Velia). Si stima che lasciano la Corsica 5mila Focei, cioè 1600 famiglie. Altra conseguenza, a più a lungo termine, è l’egemonia etrusca che si estende nello spazio tirrenico per sessant’anni. Con la battaglia di Imera (480 a.C.) in cui i Corsi partecipano a fianco di Cartaginesi, Iberi, Liguri, Elisichi e Sardi, emerge una nuova potenza, i Greci di Siracusa, introduce un nuovo equilibrio geopolitico. Dopo la vittoria navale di Cuma nel 474 a.C. contro gli Etruschi, i Siracusani si impongono come padroni assoluti del mar Tirreno.

La prima sala della mostra di Vetulonia “Alalia, la battaglia che ha cambiato la storia” con, al centro, il dinos di Exekias (foto Graziano Tavan)

Exekias me poiese (Exekias mi ha fatto). è la firma, rarissima, del grande vasaio e ceramografo sul dinos attico (foto Graziano Tavan)

“A rendere particolarmente preziosa questa prima stanza della mostra è la vetrina centrale in cui campeggia il celeberrimo dinos attico frammentato”, spiega l’architetto Luigi Rafanelli che ha curato l’allestimento, “che presenta sull’orlo interno del collo la raffigurazione di due pentecontere, il tipo di nave protagonista della battaglia di Alalìa, e, all’esterno del collo, la firma rarissima (se ne contano solo 14 in tutta la sua vasta produzione) di Exekias, il grande vasaio e ceramografo ateniese vissuto alla metà del VI sec. a.C., conservato al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma e di ritorno dalla grande mostra in suo onore a Zurigo. Per la straordinaria qualità artistica delle sue opere, per la coincidenza temporale della sua realizzazione con la data della battaglia intorno al 540 a.C. e per l’eccezionale riproduzione delle navi da guerra, il vaso è stato assunto come logo della mostra”.

(2 – continua; il primo post è uscito il 17 ottobre 2019)

“Alalia, la battaglia che ha cambiato la storia. Greci, Etruschi e Cartaginesi nel Mediterraneo del VI secolo a.C.”: mostra-evento al museo “Isidoro Falchi” di Vetulonia con 150 reperti da Corsica, Sardegna, Toscana e museo di Villa Giulia raccontano lo scontro che portò alla spartizione delle isole tirreniche tra le superpotenze dell’epoca

Carta del Mediterraneo occidentale, con le aree di influenza della cultura etrusca, greca e cartaginese. Eaborazione: Jean Castela, Grafica: Alessandro Bartoletti

“Quando [i Focei] giunsero a Cirno (la Corsica, ndr), per cinque anni abitarono insieme a quelli che erano arrivati prima di loro e costruirono dei templi. Ma poiché depredavano e derubavano tutti i popoli confinanti, Tirreni (Etruschi, ndr) e Cartaginesi di comune accordo mossero contro di loro, entrambi con una flotta di sessanta navi. I Focei armarono anch’essi le loro navi, in numero di sessanta, e affrontarono il nemico nel mare chiamato di Sardegna. Attaccata battaglia, i Focei riportarono una vittoria cadmea: delle loro navi, quaranta furono distrutte e le venti superstiti erano inutilizzabili, avendo i rostri rivolti all’indietro. Approdati ad Alalia, presero a bordo i figli, le donne e tutti gli altri beni che le navi potevano trasportare e, abbandonata Cirno, fecero vela alla volta di Reggio (Calabria, ndr). Quanto agli uomini delle navi distrutte, la maggior parte di essi li presero i Cartaginesi e i Tirreni e, dopo averli condotti fuori dalla città, li lapidarono”. Così Erodoto (Storie, I, 166-167). Ma anche se lo storico greco parla di “vittoria cadmea”, noi diremmo “vittoria di Pirro”, “la Màχe (battaglia) del mare detto Sardonio, tra i Focei di Alalìe in Corsica e forse di Massalìe (Marsiglia), da una parte e i Cartaginesi e gli Etruschi, dall’altra, fu l’evento capitale del Mediterraneo centro occidentale del VI secolo a.C., che decise le sorti delle due isole tirreniche di Kyrnos (Corsica) e Sardò (Sardegna).

Il manifesto della mostra “Alalia, la battaglia che ha cambiato la storia. Greci, Etruschi e Cartaginesi nel Mediterraneo del VI secolo a.C.” al museo di Vetulonia dal 9 giugno al 3 novembre 2019

Alla battaglia del mare Sardonio, che ebbe luogo intorno al 540 a.C. al largo delle acque di Alalia, nello spazio tirrenico compreso fra la Corsica, l’Elba e il litorale toscano, il museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia dedica la mostra-evento 2019 “Alalia, la battaglia che ha cambiato la storia. Greci, Etruschi e Cartaginesi nel Mediterraneo del VI secolo a.C.” (fino al 3 novembre 2019), elaborata nel quadro del Programma Collettivo di Ricerca su “Aleria e i suoi territori”. “È la prima mostra internazionale Italia-Francia per valorizzare la Corsica”, sottolinea Simona Rafanelli, direttore del museo di Vetulonia, che non nasconde la propria soddisfazione, perché la tappa italiana del progetto “è rappresentata da Vetulonia”. La mostra poi si trasferirà nel 2020 ad Aleria, in Corsica, per concludersi nel 2021 a Cartagine, Tunisia.

Il suggestivo allestimento della mostra “Alalia, la battaglia che ha cambiato la storia. Greci, Etruschi e Cartaginesi nel Mediterraneo del VI secolo a.C.” al museo di Vetulonia

Dedicata alla prima grande battaglia navale tramandata dalla Storia, destinata a dettare i nuovi equilibri geo-politici nel Mediterraneo Occidentale, la mostra vuole instaurare una riflessione più profonda sull’identità corsa forgiata nell’antichità in un ambiente mediterraneo aperto e interculturale, ove la partecipazione della Corsica e dei Corsi in seno alla civiltà e allo spazio etrusco rappresenta un fatto fondamentale. Idealmente centrato sulla battaglia d’Alalìa, le sue cause e le sue conseguenze nei secoli che immediatamente precedono e seguono lo scontro navale, il tema dell’esposizione è quello più generale dei contatti fra le Civiltà antiche presenti in questa parte del bacino del Mediterraneo, che hanno determinato la scelta del sottotitolo “Greci, Etruschi e Cartaginesi nel Mediterraneo del VI secolo a.C.”.

La direttrice Simona Rafanelli all’inaugurazione della mostra “Alalia, la battaglia che ha cambiato la storia. Greci, Etruschi e Cartaginesi nel Mediterraneo del VI secolo a.C.”

Centocinquanta reperti di straordinario valore scientifico e artistico, prestati primariamente dal museo di Aleria (Corsica), partner dell’esposizione, quindi dall’antiquarium Arborense di Oristano e dalla soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Sassari e Nuoro, per quanto riguarda la Sardegna; dal museo Archeologico nazionale di Firenze, per quanto concerne la Toscana e, infine, dal museo nazionale Etrusco di Villa Giulia di Roma, cui verrà ad affiancarsi una selezione di reperti sequestrati dal Nucleo Tutela del Patrimonio Archeologico della GdF di Roma: questi reperti sono i protagonisti di un racconto che si snoda dietro le quinte di uno scenario che rappresenta il Mediterraneo in epoca arcaica, nel tempo che precede e segue lo scontro navale che – come abbiamo visto – secondo lo storico greco Erodoto terminerà senza vincitori né vinti, ma che assai concretamente sancirà la spartizione delle isole del Tirreno fra le potenze marittime che dominavano le rotte e i traffici commerciali in questo ben definito angolo di mare, assegnando la Corsica agli Etruschi, la Sardegna ai Fenici di Cartagine e la Sicilia insieme al Sud Italia ai Greci.

Una delle tre pentecontere dipinte sul dinos di Exekìas conservato al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia di Roma

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La firma del pittore Exekìas autore del dinos conservato al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a oma

eperto simbolo della mostra è un pezzo unico, straordinario, rappresentato dal vaso greco (un dinos) decorato a figure nere, che esibisce la firma di Exekìas, il padre della ceramografia attica, del quale si contano poco più di dieci firme ad oggi conosciute in tutto il mondo! A questo vaso, concesso in prestito in via eccezionale dal museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, esposto per la prima volta a Vetulonia completo del suo supporto, viene affidato il compito di veicolare il significato, e con esso le finalità, dell’intero progetto scientifico ed espositivo. Lungo la fascia interna dell’orlo circolare del vaso, trova infatti piena espressione figurata l’incedere, sulla superficie ondulata del mare, di quelle pentecontère (navi da guerra con 50 rematori) ove sono riposti speranze e destino delle maggiori potenze navali del Mediterraneo antico.

Iri-en-Akhti è il più antico medico veterinario finora conosciuto: 4500 anni fa lavorava alla corte del faraone. Lo ha scovato Maurizio Zulian che lo presenta a Roma all’assemblea del 60.mo dell’ente nazionale previdenza e assistenza veterinari

La grande necropoli di Saqqara vista da Nord (foto Maurizio Zulian)

Maurizio Zulian, conservatore onorario per l’Egitto del museo civico di Rovereto (foto Giorgio Ceriani)

Lui è Iri-en-Akhti di professione medico veterinario alla corte del faraone. Quando, 4500 anni fa, è stato ricordato per la sua alta professionalità nella cappella della mastaba di Ptah-hotep e Ankh-hotep a Saqqara, a un passo dalla piana di Giza, famosa per le grandi piramidi, di certo non avrà pensato sarebbe diventato particolarmente famoso molti millenni dopo la sua morte per una peculiarità che lo rende speciale: è il più antico medico veterinario finora conosciuto. A scovarlo nella necropoli di Saqqara, tra l’altro in una cappella chiusa ai turisti, è stato Maurizio Zulian, esperto dell’Antico Egitto, conservatore onorario per l’Egitto del museo civico di Rovereto che custodisce – e mette a disposizione di tutti gli interessati – l’imponente Archivio fotografico Zulian con i siti del Medio Egitto, frutto della sua trentennale attività di ricerca e sopralluoghi nella terra dei faraoni. Domenica 25 novembre 2018, all’hotel Radisson Blu di Roma, sarà proprio Maurizio Zulian, intervistato dal giornalista Graziano Tavan dell’archeoblog archeologiavocidalpassato, ad aprire i lavori dell’assemblea dell’Enpav, l’ente nazionale di previdenza e assistenza veterinari, presieduta da Gianni Mancuso, nel 60.mo della fondazione, con la relazione “La figura del medico veterinario nell’Antico Egitto. Una rara scena di macellazione e ispezione nell’Antico Regno (2700 – 2195 a.C.)”.

L’ingresso della mastaba di Ptah-hotep e Ankh-hotep a Saqqara (foto Maurizio Zulian)

Il geroglifico per il sostantivo “medico”: si legge “swnw”

“La cappella della mastaba di Ptah-hotep e Ankh-hotep a Saqqara”, esordisce Zulian, “conserva uno dei gioielli dell’arte dell’Antico Regno: superbi bassorilievi dipinti di una rara e squisita raffinatezza. È qui che si può ammirare la raffigurazione della macellazione di un toro. Non dimentichiamo che grande era la fama dei medici egizi anche al di fuori dei confini del loro Paese. Già Omero così declamava l’Egitto: “Terra fertile che produce droghe in abbondanza; alcune sono medicine, altre veleni; è il Paese dei medici più sapienti della terra”. E negli archivi reali di Amarna, in epoca ramesside e nell’Epoca Tarda, sono documentate molte richieste di prestazioni da parte di sovrani stranieri. Nell’Antico Egitto, come ricordava Erodoto nel V sec. a.C., i medici erano distinti in generici e specialisti: “In Egitto – scrive lo storico greco – hanno diviso la medicina come segue: ciascun medico è medico di una sola malattia, non di più. Dappertutto dunque è pieno di medici: ci sono i medici degli occhi, della testa, dei denti, delle malattie del ventre, delle malattie di identificazione incerta”. Vi era poi una distinzione fra medico vero e proprio e chirurgo – continua Zulian – e tra medico dell’uomo e dell’animale: i documenti di alcuni swnw (così si legge il geroglifico che indica il medico) appaiono infatti più esattamente riferiti a medici veterinari. La figura del medico veterinario compare sia in alcune rare scene di ispezione e macellazione del bestiame, sia in un contesto non specialistico”.

Gli affreschi della parete di ingresso della cappella della mastaba di Ptah-hotep e Ankh-hotep a Saqqara (foto Maurizio Zulian)

Nella parete di ingresso della cappella della mastaba di Ptah-hotep e Ankh-hotep a Saqqara possiamo dunque ammirare la rappresentazione del sacrificio di un toro. “Gli Egizi – ci viene in soccorso Zulian – solevano rappresentarla fin dall’inizio in tutte le sue fasi: come si afferrava il toro per le corna per piegargli la testa all’indietro e farlo così cadere, come veniva legato, iugulato, sezionato con una pietra affilata da macellai esperti sino a raffigurare come venivano trasportati i pezzi dai portatori nel corteo funebre per l’alimentazione del defunto”. In questa cappella la scena raffigura il toro già abbattuto e immolato a terra e i macellai al lavoro a sezionare le parti destinate al banchetto funebre. “Abbiamo qui una scena di sacrificio rituale unica nell’iconografia dell’Antico Egitto e il personaggio che dà l’assenso è un swnw di nome Iri-en-Akhti”. Secondo il professore Pierre Montet, egittologo francese della prima metà del Novecento, Iri-en-Akhti va considerato un veterinario. Di certo Iri-en-Akhti è certamente un medico particolare in quanto il suo titolo di swnw è preceduto da “per-aa” (cioè “Grande casa”). E Zulian precisa: “Per-aa significa che è legato amministrativamente alla corte reale dove esercita la funzione di “imy-r wcb swnw”, letteralmente “capo medico purificatore”. Siccome il termine “wcb” designa anche il sacerdote è possibile che “wcb swnw” indichi un medico con funzione rituale”.

Il dettaglio con il medico veterinario Iri-en-Akhti che annusa il sangue (foto Maurizio Zulian)

Il grafico della scena di Iri-en-Akhti nella cappella di Ptah-hotep e Ankh-hotep a Saqqara

Nell’ultima scena del registro superiore della cappella della mastaba di Ptah-hotep e Ankh-hotep un macellaio, senza allentare la presa dell’animale abbattuto, mette la sua mano sinistra, bagnata dal sangue dell’animale sacrificato, sotto il naso di un alto funzionario che assiste, accompagnando questo gesto con le parole: “Guarda questo sangue”. “L’esame che Iri-en-Akhti fa del sangue del toro – riprende Zulian – ha lo scopo di stabilire se questo sangue è puro e non presenta tracce di malattie, che presso gli Egizi potevano essere riconosciute attraverso l’odore, il colore, l’aspetto in genere e anche il sapore. Si tratta di un esame post-mortem condotto sulle parti interne dell’animale ma molto probabilmente anche un’ispezione sulle modalità di macellazione. Gli antichi Egizi controllavano con attenzione nei minimi dettagli tutte le operazioni di macellazione e non solo consideravano alcuni indicatori esterni per riconoscere lo stato di purezza degli animali, ma essi li esaminavano nuovamente e scrupolosamente dopo la morte, per assicurarsi che non presentassero traccia di alcuna malattia organica, di alcuna lesione insospettabile in vita, di una di quelle infermità descritte nei Libri Sacri che rendevano la carne impura. Lo scopo finale era comunque stabilire se l’animale era commestibile da un punto di vista igienico. Si può quindi concludere che nella cappella di Ptah-hotep viene descritto un comportamento puramente igienico (usanza questa che comunque non sembra essere stata molto diffusa, perché non si registra che poche volte) e che Iri-en Akhti sia stato uno dei primi medici veterinari nella storia dell’Uomo, sicuramente il primo del quale ci sia pervenuta l’identità e la raffigurazione”.

Jesolo (Ve). Alla mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” viaggio nello spazio e nel tempo dalla laguna veneta alla scoperta della grande civiltà del Nilo. Attraversando il Mediterraneo si incrociano le rotte dei popoli che per millenni tennero rapporti non solo commerciali con l’Egitto

Il profilo di una piramide accoglie i visitatori all’ingresso della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” a Jesolo

Il logo della mostra aperta a Jesolo

La nave antica pronta a “salpare” dalla laguna veneta verso il Nilo (foto Graziano Tavan)

C’è una nave pronta a salpare alla scoperta dell’antico Egitto. È ormeggiata allo Spazio Aquileia di Jesolo, alla mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini”: un viaggio nello spazio e nel tempo che ti porta a tu per tu con la grande civiltà del Nilo. Aperta fino al 15 settembre 2018, la mostra è curata da Emanuele Ciampini e Alessandro Roccati, con Donatella Avanzo curatrice esecutiva, prodotta da Cultour Active e Venice Exhibition e promossa dalla Città di Jesolo con Culture Active e Venice Exhibition. La prua è sempre pronta a sollevare i primi flutti sotto i colpi cadenzati dei remi: partendo dal mare Adriatico il visitatore-navigante arriva nel Mediterraneo, entrando in contatto con le civiltà che fiorirono sulle sue sponde, per risalire infine il fiume Nilo, e arriva a far conoscenza con le dinastie dei faraoni, le divinità egizie, le pratiche legate al mondo dell’oltretomba, ma anche l’arte, la scrittura, i riti e le usanze. Faremo questo viaggio spazio-temporale accompagnati dagli egittologi curatori della mostra jesolana alla scoperta dell’antico Egitto, “un dono del Nilo”, come scrisse Erodoto nel V sec. a.C. Per tutto l’anno – lo sappiamo – gli antichi egizi si abbeveravano al fiume, e vivevano nell’attesa dell’inondazione periodica: durante ogni estate la portata d’acqua del Nilo aumentava gradualmente, al punto che i villaggi emergevano appena come tanti isolotti di un immenso arcipelago non tanto diverso dalla laguna veneta. “Per gli egizi il mondo era essenzialmente avvolto nell’acqua”, esordisce Alessandro Roccati.  “Sbagliato poi pensare che gli egizi fossero incapaci di uscire dal deserto e solcare i mari. In realtà i primi contatti con Biblo, sulla costa libanese, risalgono al IV millennio a.C. – assicura – , e le fonti egizie attestano contatti con molti popoli, inoltre l’Egitto non fu popolato solo dagli egizi! La sua posizione centrale tra Europa, Asia e Africa, ne fece addirittura un luogo di incontro tra popoli. È certo che lì si sviluppò uno dei momenti fondamentali della civiltà umana e che da lì tale civiltà si irradiò in buona parte del mar Mediterraneo”.

Anfora a staffa di produzione micenea databile tra il 1200 e il 1180 a.C. (foto Graziano Tavan)

Il Delta padano e il Mediterraneo Il viaggio di avvicinamento all’Egitto, illustrato nella prima sala della mostra, ci permette di incontrare, e quindi conoscere, i molti popoli che abitavano le diverse sponde del Mediterraneo, che possiamo considerare quasi un bacino, visto la relativa facilità e frequenza con cui fu solcato fin dai tempi più antichi. Il viaggio ha inizio. I riflessi del mare in un cielo scuro accolgono i visitatori appena saliti a bordo. La nave è salpata da poco dalla laguna veneta e già incrociamo molte altre imbarcazioni. “Le relazioni tra Mediterraneo miceneo e area padana raggiungono la massima intensità tra il 1200 e il 1050 a.C., subito dopo cioè il collasso delle strutture dei palazzi della Grecia continentale”. Le sponde alto-adriatriche sono un approdo facile per quei popoli che, a ondate successive, sono migrati dall’Egeo e dal Mediterraneo orientale in cerca di terre dove vivere. Già per tutta l’età del Bronzo (XIII-X sec. a.C.) i contatti sono frequenti tra i villaggi terramaricoli padani e il mondo egeo-miceneo. E si arriva all’VIII-VI sec. a.C. con la fondazione di empori e colonie greche, la più famosa è di certo Adria. La presenza dei micenei ci è ricordata da una bella anfora a staffa micenea (1200-1180 a.C.) proveniente dal museo civico di Storia e arte di Trieste.

Nella prima sala della mostra si attraversa il Mediterraneo per raggiungere l’Egitto (foto Graziano Tavan)

Il mondo egeo e l’Egitto L’orizzonte si allarga: siamo finalmente nel Mediterraneo dove incrociamo le rotte tra l’Egeo e le terre del Nilo. Se è vero che fin dalla scoperta della civiltà minoica a Creta ad opera di sir Arthur Evans i legami del mondo egeo con l’Egitto erano apparsi subito significativi, oggi si è certi si sia trattato di un rapporto di lungo periodo. “Per le civiltà egee”, spiegano gli archeologi, “la spinta verso contatti e scambi esterni nasce dalla necessità di materie prime, in particolare i metalli di cui tutta l’area non è particolarmente ricca. Alla ricerca di mercati di materie prime si aggiunge una circolazione di beni di lusso legata alla domanda di oggetti di prestigio, spesso esotici, fatta dalle nuove élite emergenti, che iniziano a distinguersi all’interno delle comunità cercando elementi che diventassero uno status symbol”. Significativo il boccaletto egizio imitato dagli artisti ciprioti del XIII sec. a.C. in terracotta rivestita di faience turchese: produzione rara e pregiata che dimostra la fitta rete di scambi commerciali e culturali da parte dei mercanti ciprioti.

Figurine femminili in alabastro (una in piedi e l’altra distesa) provenienti dall’area mesopotamica (foto Graziano Tavan)

Ebla, il Vicino Oriente e l’Egitto I due grandi poli culturali nella storia del Vicino Oriente sono stati per lungo tempo la Mesopotamia e l’Egitto. Soprattutto in Siria, dove fino alla prima metà del Novecento, gli scavi si erano concentrati sulle città costiere (Biblo, Ugarit, Tiro e Sidone), dagli anni ’70 si sono incrementate le ricerche grazie a numerose missioni straniere, tra cui l’Italia cui è legata la scoperta di Ebla a Tell Mardikh. E proprio gli eccezionali ritrovamenti degli archivi delle città di Ebla, Tell Beydar e Mari hanno illuminato sui contatti esistenti tra la Siria e gli altri Paesi nel III millennio a.C. Soprattutto Ebla aveva molti contatti con l’Egitto cui inviava beni preziosi quali argento, lapislazzuli e stagno, in cambio di tessuti di lino, zanne di elefante, denti di coccodrillo e vasi di alabastro. E la città di Biblo, sulla costa mediterranea, fu spesso usata per il collegamento marittimo con l’Egitto. Alabastro dunque come preziosa merce di scambio. Lo confermano le due statuine in alabastro del museo di Scultura antica “Giovanni Barracco” di Roma esposte in questa prima sala: provenienti dall’area mesopotamica, raffigurano immagini femminili stanti e distese, che rappresenterebbero l’associazione cultuale tra la dea greca Afrodite e la dea persiana Anahita. Ma se le popolazioni che si affacciavano sul Mediterraneo orientale intessero intensi rapporti con quanti abitavano lungo le sponde del Nilo, quell’interesse non fu univoco. Le prime relazioni tra Egitto e Vicino Oriente è attestato in età predinastica, ma è nel Medio Regno che si intensificano e sono meglio documentate, soprattutto con Siria e Palestina, principali fornitori di legname e testa di ponte strategiche per la penetrazione nel Levante. La presenza egizia fu particolarmente forte in Palestina con il Nuovo Regno, soprattutto in età ramesside, con la costruzione di diverse fortezze, abitazioni e sepolture di chiara influenza egizia.

Il chiodo di fondazione da Adab (sud della Mesopotamia) della collezione Sinopoli

Il cono della collezione Sinopoli Prima di lasciare il Mediterraneo (sala I) e raggiungere finalmente il Nilo, vale la pena soffermarsi su un pezzo eccezionale della collezione privata della famiglia Sinopoli. Si tratta di un chiodo di fondazione, perfettamente conservato, databile all’epoca accadica (2350 -2200 ca a.C.), che proviene dalla città di Adab, nel sud dell’Iraq, centro molto importante – come ricordano gli archivi di Ebla – già in età presargonica, e poi, sotto l’impero di Accad, la città più importante dopo Kis e Accad. Il chiodo di fondazione, con il nome del sovrano e del dio, erano posti nelle fondazioni dei templi costruiti o restaurati. “Il chiodo di fondazione della collezione vicino-orientale della famiglia Sinopoli”, sottolineano gli assiriologi, “è un pezzo di eccezionale valore storico perché cita il nome di un sovrano di Adab che finora ci era sconosciuto”.

(1 – continua)

Antico Egitto: nella cappella della mastaba di Ptah-hotep e Ankh-hotep a Saqqara la rappresentazione del sacrificio rituale di un toro certificato da Iri-en-Akhti, il più antico medico veterinario che si conosca. Lo ha scovato Maurizio Zulian che lo ha presentato in anteprima all’ordine dei veterinari di Trento

Particolare della scena di sacrificio rituale di un toro conservato nella cappella della mastaba di Ptah-hotep e Ankh-hotep a Saqqara

Maurizio Zulian nell’incontro con i veterinari trentini al Muse di Trento (foto Graziano Tavan)

Maurizio Zulian e Alberto Aloisi al Muse di Trento (foto Graziano Tavan)

È il più antico medico veterinario che si conosca della storia dell’uomo. Si chiamava Iri-en-Akhti e operava alla corte del faraone quasi 5mila anni fa. A scovarlo è stato Maurizio Zulian, conservatore onorario per l’Egitto del museo civico di Rovereto (Trento), che ha osservato con attenzione la raffigurazione della macellazione di un toro rappresentata sulla parete della cappella della mastaba di Ptah-hotep e Ankh-hotep a Saqqara, una delle aree archeologiche più importanti per l’Antico Egitto. La cappella è chiusa ai turisti, ma Zulian da anni, operando in stretta sintonia con il Supremo consiglio delle Antichità della Repubblica araba di Egitto, raccoglie immagini proprio nei siti di quell’Egitto precluso per motivi diversi ai viaggiatori, quasi “segreto”, immagini in gran parte confluite nell’archivio fotografico del museo civico di Rovereto, regolamentato dal primo protocollo di intesa firmato dall’Egitto con un ente culturale al di fuori dei suoi confini. La mastaba di Ptah-hotep e Ankh-hotep a Saqqara conserva uno dei gioielli dell’arte dell’Antico Regno (ca 2654-2190 a.C.): “Sono superbi bassorilievi dipinti di una rara e squisita raffinatezza”, sottolinea Zulian. La “figura del medico veterinario nell’Antico Egitto” attraverso una rara scena di macellazione e ispezione nell’Antico Regno (2700 – 2195 a.C.) è stata presentata in anteprima da Maurizio Zulian in una speciale serata con un uditorio speciale, i medici veterinari della provincia di Trento, e in un luogo speciale, il Muse, il museo delle Scienze di Trento. “Sono orgoglioso di aver potuto offrire agli iscritti, in occasione dell’assemblea annuale, l’incontro con Maurizio Zulian”, interviene Alberto Aloisi, presidente dell’ordine dei medici veterinari della provincia di Trento: “scopriamo così come la nostra professione abbia origini molto lontane”.

Scena di macellazione su un bassorilievo conservato al museo Egizio del Cairo

Il geroglifico composto da freccia. vaso globulare e uomo seduto, che si legge “swnw” e significa “medico”

L’Egitto, già in antico, era famoso per l’alta professionalità dei suoi medici. Già il poeta Omero declamava l’Egitto “terra fertile che produce droghe in abbondanza; alcune sono medicine, altre veleni”, ma soprattutto lo ricordava come “il Paese dei medici più sapienti della terra”. E Zulian ricorda che la fama dei medici egizi era così grande anche al di fuori dei confini del loro Paese, che sono molti i sovrani stranieri a richiedere le loro prestazioni, come è ben documentato negli archivi reali di Amarna, in epoca ramesside e nell’Epoca Tarda. E nell’Antico Egitto i medici sono già distinti in generici e specialisti. “In Egitto hanno diviso la medicina come segue: ciascun medico è medico di una sola malattia, non di più”, scrive Erodoto nel V sec. a.C. “Dappertutto dunque è pieno di medici: ci sono i medici degli occhi, della testa, dei denti, delle malattie del ventre, delle malattie di identificazione incerta”. Ma quello che è sorprendente, sottolinea ancora Zulian, è che “non solo era chiara la distinzione tra medico vero e proprio e chirurgo, ma anche quella tra medico dell’uomo e dell’animale: i documenti relativi ad alcuni medici appaiono infatti più esattamente riferiti a medici veterinari che a medici tradizionali, anche se il geroglifico che li rappresenta è il medesimo: swnw”. Come è rappresentato il termine swnw? “Il termine egizio per indicare il personaggio che assolveva le funzioni di medico”, spiega Zulian, “era costituito da segni grafici rappresentanti una freccia per il fonema swn e un vaso globulare per il fonema nw: a questi è aggiunto il segno di un personaggio seduto, determinativo che non si legge, ma espressione fonetica per indicare che si parla di  un uomo: freccia, vaso globulare e personaggio seduto danno origine al termine: swnw, la cui etimologia non è ben chiara ma che significherebbe Colui che solleva quelli che hanno male, o ancora Colui che si interessa a chi soffre”.

Il disegno grafico della rappresentazione della macellazione di un toro con un sacrificio rituale nella cappella di Ptah-hotep e Ankh-hotep

L’ingresso della mastaba di Ptah-hotep e Ankh-hotep a Saqqara

La figura del medico veterinario in Antico Egitto compare sia in alcune rare scene di ispezione e macellazione del bestiame, sia in un contesto non specialistico. L’esempio più antico conosciuto, come dicevamo, è quello del medico veterinario Iri-en-Akhti, rappresentato nella cappella della mastaba di Ptah-hotep e Ankh-hotep a Saqqara. “Nella parete di ingresso della cappella possiamo ammirare la rappresentazione del sacrificio rituale di un toro, sotto la supervisione di un swnw di nome Iri-en-Akhti, una scena unica nell’iconografia dell’Egitto Antico”, inizia la descrizione Zulian. “Gli egizi solevano rappresentarla fin dall’inizio in tutte le sue fasi: come si afferrava il toro per le corna per piegargli la testa all’indietro e farlo così cadere, come veniva legato, iugulato, sezionato con una pietra affilata da macellai esperti sino a raffigurare come venivano trasportati i pezzi da portatori nel corteo funebre per l’alimentazione del defunto”.

L’ultima scena del registro superiore con il medico veterinario Iri-en-Akhti che certifica che l’animale sacrificato era sano

Nella cappella di questa tomba la scena raffigura il toro già abbattuto e immolato a terra e i macellai al lavoro a sezionare le parti destinate al banchetto funebre. Ma l’eccezionalità della raffigurazione è nell’ultima scena del registro superiore. “Qui”, indica Zulian, “vediamo un macellaio che, senza allentare la presa dell’animale abbattuto, mette la sua mano sinistra, bagnata dal sangue dell’animale sacrificato, sotto il naso di un alto funzionario – il nostro Iri-en-Akhti – che assiste, accompagnando questo gesto con le parole: Guarda questo sangue. Il funzionario, per niente turbato, piega leggermente  il capo ed annusa dicendo: è puro. Sembra di leggere un fumetto, tanto la scena è viva”.

La cappella della mastaba di Ptah-hotep e Ankh-hotep a Sakkara con la scena della macellazione rituale alla sinistra della porta

Il grafico con il dettaglio dell’ispezione del veterinario Iri-en-Akhti

L’esame che Iri-en-Akhti fa del sangue del toro – riassume Zulian – ha lo scopo di stabilire se questo sangue è puro e non presenta tracce di malattie, che presso gli Egizi potevano essere riconosciute attraverso l’odore, il colore, l’aspetto in genere e anche il sapore. Si tratta di un esame post-mortem condotto sulle parti interne dell’animale ma molto probabilmente anche un’ispezione sulle modalità di macellazione. Gli antichi Egizi controllavano con attenzione nei minimi dettagli tutte le operazioni di macellazione e non solo consideravano alcuni indicatori esterni per riconoscere lo stato di purezza degli animali, ma essi li esaminavano nuovamente e scrupolosamente dopo la morte, per assicurarsi che non presentassero traccia di alcuna malattia organica, di alcuna lesione insospettabile in vita, di una di quelle infermità descritte nei Libri Sacri che rendevano la carne impura. Lo scopo finale era comunque stabilire se l’animale era commestibile da un punto di vista igienico. “Si può quindi concludere che nella cappella di Ptah-hotep viene descritto un comportamento puramente igienico, usanza questa che comunque non sembra essere stata molto diffusa, perché non si registra che poche volte e che Iri-en Akhti sia stato uno dei primi veterinari nella storia dell’Uomo, sicuramente il primo del quale ci sia pervenuta l’identità e la raffigurazione”.

Ligabue e Ca’ Foscari sulle tracce degli “uomini d’oro” nelle steppe centro-asiatiche degli Sciti-Saka. In Kazakhstan la terza missione archeologica congiunta

Nelle steppe del Kazakhstan gli archeologi del Centro studi e ricerche Ligabue e dell'università Ca' Foscari sulle tracce degli "uomini d'oro"

Nelle steppe del Kazakhstan gli archeologi del Centro studi e ricerche Ligabue e dell’università Ca’ Foscari sulle tracce degli “uomini d’oro”

 

Ligabue e Ca’ Foscari in Kazakhstan sulle tracce degli “uomini d’oro”. È partita in questi giorni la terza campagna archeologica del Centro studi ricerche Ligabue e dell’università Ca’ Foscari di Venezia lungo la Valle dei Sette Fiumi nella parte meridionale del Kazakhstan, condotta appunto dal Centro Studi e Ricerche Ligabue e dall’università Ca’ Foscari di Venezia con la collaborazione del Centro Studi e Ricerche della storia e archeologia Begazy-Tasmola di Almaty. Prendono parte alla spedizione, per il Centro Studi Ligabue, l’archeologa Elena Barinova, che guida la missione assieme al professore kazako Armand Beisenov; e, per l’università di Ca’ Foscari, Lorenzo Crescioli (con borsa di studio cofinanziata) e il laureando in archeologia Nicola Fior.

La missione congiunta Ligabue-ca' Fiscari interessa la Valle dei Sette Fiumi nella parte meridionale del Kazakhstan

La missione Ligabue-Ca’ Foscari interessa la Valle dei Sette Fiumi nella parte meridionale del Kazakhstan

La Valle dei Sette Fiumi fu abitata nell’età del Ferro da popolazioni di origine indoeuropea chiamate Sciti (dallo storico greco Erodoto del V sec. a.C.) o Saka: queste popolazioni nomadi – da molti definite degli “uomini d’oro” o dei “cavalieri del silenzio” –  non hanno lasciato tracce delle loro abitazioni, ma sono diventate famose per i loro tumuli reali (“kurgan”) che dominano le valli tra le catene di alta montagna.

 

Il mausoleo ghiacciato del principe Saka scoperto in Kazakhstan (Ligabue Magazine)

Il mausoleo ghiacciato del principe Saka scoperto in Kazakhstan (Ligabue Magazine)

Il Centro Studi e Ricerche Ligabue ha avviato ricerche archeologiche in Kazakhstan fin dal 1997 in collaborazione con l’istituto “Margulan” di Archeologia dell’Accademia di Scienze del Kazakhstan. I primi anni di attività hanno prodotto alcune scoperte straordinarie come quella della sepoltura del principe dei Saka (cultura centroasiatica del IV-III sec. a.C). Nel 2000, infatti, nella regione dell’Altai (estremo oriente del Paese), il Csrl ha partecipato a un’importante scoperta: una tomba ghiacciata risalente a 25 secoli fa dove sono stati rinvenuti, perfettamente conservati, 12 cavalli, selle ricamate, stoffe preziose ed il legno finemente inciso che facevano parte del corredo funebre con oggetti d’oro e di ferro. Il ritrovamento è stato importante per l’eccezionale stato di conservazione dei corredi dovuto al terreno ghiacciato, il cosiddetto “permafrost”, che ha mantenuto intatti i resti organici del corredo funebre, normalmente decomposti nelle condizioni ordinarie. Questo ha permesso di rinvenire nello scavo della tomba, per esempio, la sella rigida, più antica al mondo. Oggi gran parte di questi ritrovamenti sono esposti nei musei di Almaty ed Astana.

Nel 2012 prime prospezioni nella Valle dei Sette fiumi alla ricerca di tombe inviolate

Nel 2012 prime prospezioni nella Valle dei Sette fiumi alla ricerca di tombe inviolate

Nel 2012 l’indagine archeologica si è spostata nella Valle dei Sette Fiumi (area sud orientale del paese) con una prima prospezione geofisica – in collaborazione con l’Istituto di Geofisica dell’Università di Trieste.  Sulla base del protocollo d’intesa tra il CSRL, l’università di Ca’ Foscari e quella di Almaty nell’agosto del 2012 è stato realizzato una survey con prospezione di alcuni kurgan (tumuli sepolcrali). Il gruppo di geofisici dell’Università di Trieste ha inviato due esperti che – utilizzando tre differenti strumentazioni di avanzata concezione tecnologica – hanno effettuato importanti rilevamenti su alcuni tumuli della cultura Saka: l’obiettivo era di individuare segnali che avrebbero permesso, nelle auspicabili successive missioni di scavo, di scoprire tombe laterali, di dignitari, non saccheggiate. L’esplorazione in Kazakhstan – nonostante problemi organizzativi dovuti a burocrazia doganale e lunghe distanze – ha permesso di rilevare quattro importanti siti.

Il tumulo a forma di yurta (la casa mobile degli Sciti-Saka) scoperto nella missione congiunta 2013

Il tumulo a forma di yurta (la casa mobile degli Sciti-Saka) scoperto nella missione congiunta 2013

Finalmente, l’anno scorso, 2013, a 16 anni dalle prime missioni di scavo, c’è stato il ritorno in Kazakhstan degli archeologi del Centro Studi e Ricerche Ligabue con l’Università Ca’ Foscari per la seconda spedizione sulle tracce degli “uomini d’oro”, lungo la Valle dei 7 fiumi nella parte meridionale del Kazakhstan. Gli scavi condotti nell’estate del 2013 dal Centro Studi e Ricerche Ligabue con l’ateneo veneziano hanno portato alla luce una tipologia sconosciuta di sepolcro. Il ritrovamento, databile fra il II e il V secolo a.C., restituisce nuove informazioni sulla storia delle civiltà nomadi sciite del Kazakhstan. In questo scavo si è riusciti per la prima volta a documentare un tumulo a forma di yurta (la casa mobile degli Sciti-Saka), una forma funebre mai conosciuta prima con questo aspetto. Sono state scoperte anche tracce di palificazioni lignee a costruire una sorta di mausoleo fatto di pali disposti in maniera concentrica e ripetute colate di argilla. La scoperta ha così permesso di individuare una variante della cultura saka. Contemporaneamente, in siti limitrofi, sono stati rinvenuti altri oggetti in oro e bronzo provenienti da corredi funebri di particolare valore. La storia dei nomadi sciti, dunque, continua.

Sciti è nome che evoca immagini di cavalieri, di raffinati oggetti d’oro sbalzato, di decorazioni della cosiddetta cultura animalistica

Sciti è nome che evoca immagini di cavalieri, di raffinati oggetti d’oro sbalzato, di decorazioni della cosiddetta cultura animalistica

E ora siamo alla terza campagna di scavo del Csrl con l’università di Venezia. Proprio Ca’ Foscari – che a supporto dell’archeologia ha creato uno specifico fondo di finanziamento (100mila euro per il 2014) – ha avviato numerose spedizioni in siti che vanno dalla Siria alla Georgia al Montenegro fino alla Grecia e all’Egitto. Rilevanti anche le scoperte effettuate nelle campagne di archeologia subacquea. Il Kazakhstan è considerato una delle più interessanti aree archeologiche centro asiatiche; un territorio che – dal Paleolitico al Neolitico fino al Medioevo – è stato disseminato di sepolture e tombe, le più famose delle quali stanno svelando pagini importanti dei nomadi Sciti-Saka, cultura seminomade che ha avuto il suo apice attorno alla metà del I secolo a.C. Sciti è nome che evoca immagini di cavalieri, di raffinati oggetti d’oro sbalzato, di decorazioni della cosiddetta cultura animalistica; alcune delle quali si ri-trovano anche nei muri di Venezia.