Venezia. Mostra “Tutankhamon. 100 anni di misteri”: visita guidata col curatore prof. Damiano. 2. parte: il “fiume del tempo”, la storia della civiltà egizia, dalla preistoria alle prime dinastie, dal Nuovo Regno al Cristianesimo

Seconda parte della visita guidata live della mostra “Tutankhamon. 100 anni di misteri” a Palazzo Zaguri a Venezia con il curatore prof. Maurizio Damiano. Dopo aver visto come è nato il progetto espositivo e perché sono esposte repliche del tesoro di Tutankhamon, e del messaggio che queste portano nel mondo (vedi Venezia. Mostra “Tutankhamon. 100 anni di misteri”: visita guidata col curatore prof. Damiano. 1. parte: il progetto espositivo e il ruolo delle repliche | archeologiavocidalpassato), in questa puntata il prof. Damiano ci porta per mano a scoprire la storia della civiltà egizia, dalla preistoria alle prime dinastie, dal Nuovo Regno al Cristianesimo: è “il fiume del tempo”, come è stata chiamata questa sezione. Giocando sul ruolo del Nilo e sullo scorrere dei secoli. La sezione si trova all’ultimo piano di Palazzo Zaguri, la soffitta, ed è da lì che inizia la visita della mostra articolata su cinque piani, dall’alto in basso.

In questa prima sezione si vedono tanti modellini di navi per ricordare che l’Egitto vive per il fiume che era poi la via di trasporto maggiore. “L’Egitto non esisterebbe senza il Nilo, naturalmente”, esordisce Damiano. “È vero – come dice Erodoto – che l’Egitto è un dono del Nilo. Ma è certo che gli egiziani se lo sono guadagnato perché il Nilo nella preistoria era un fiume violento. Quindi questa grande conoscenza che loro hanno sviluppato nell’idraulica era dovuta alla difesa prima di tutto. Loro dovevano difendersi da questo fiume ben diverso da quello controllato di oggi. Quindi io ho voluto tenere sempre a mente il fiume con questi modelli di navi”. Siamo ndel “fiume del tempo”: “In questa sezione ho voluto sviluppare la storia dell’Egitto ma partendo da lontano. Nella prima vetrina si vedono i nostri antenati: australopithecus, homo habilis, homo erectus, neanderthal. E si vedono i loro manufatti, dai più antichi – chopper, chopping tool realizzati dall’homo habilis 2 milioni e mezzo di anni fa – fino a quelli sbozzati nell’Abbevilliano che poi si vanno perfezionando nell’Acheuleano. L’amigdala per me è la prima opera d’arte dell’umanità. Non c’è solo il lato utilitaristico con la punta e il taglio, che però erano già presenti negli strumenti più antichi. Qui nasce qualcosa che mancava totalmente prima. Questo ominide non è più un animale come gli altri, comincia a volere un qualcosa di particolare che non ha nessun uso specifico. È un’esigenza interiore: la simmetria. Questo ominide perde ore e giorni per creare strumenti che siano esattamente simmetrici, belli. Ecco lì nasce l’arte. Una delle scoperte fatte tra i 400 siti esplorati nel gran mare di sabbia nella zona della mia concessione sono le scuole delle amigdale”, spiega Damiano. “Ma nel gran mare di sabbia si trova anche un materiale più raro dei diamanti: si chiama silica glass, noto anche come vetro del deserto, creato dall’impatto di una cometa contro l’atmosfera terrestre in un punto sopra il gran mare di sabbia. L’impatto, che ha portato la temperatura a più di 4700 gradi, ha fuso la sabbia e ha creato il vetro naturale più puro sul pianeta Terra: 98% di biossido di silicio. Il Cristallo di Boemia, per fare un esempio, è al 65%. E questo è successo 29 milioni di anni fa. Poi, quando è arrivato, l’uomo ha scoperto che questa cosa strana tagliava meglio della stessa selce – è ovvio, è vetro -, e quindi ha iniziato a fabbricare i suoi manufatti: siamo nel Neolitico, nel gran mare di sabbia”. Il “fiume del tempo” prosegue con dei modelli ricostruiti in base alle pitture vascolari protostoriche-predinastiche e alle incisioni rupestri. Sono esposti due tipi di imbarcazioni. Quindi è presentata la tavolozza dove vediamo la vacca Hathor e le stelle. Questa è finora la più antica rappresentazione di costellazione dell’umanità. “Diciamo Hathor ma in realtà all’epoca la dea vacca era chiamata Bat, la sua antenata. Nel Neolitico – continua Damiano – si sviluppa la tecnica fino alla perfezione delle punte di freccia straordinarie e delle lame”. Si vede poi esposto il grande faraone Cheope, Kufu in antico egizio. “Il faraone Cheope, il costruttore della Grande piramide, ci ha lasciato delle opere. E forse alcune sono statue sue, ma non c’è certezza perché è andata persa l’iscrizione. L’unica statua di cui c’è certezza è questa statuetta trovata dal grande archeologo Petrie in una fossa. Era un po’ sporca e incrostata. L’ha fatta analizzare: era sterco umano. Quindi l’hanno letteralmente buttato lì. Peraltro lui è passato alla storia come un pessimo faraone mentre suo padre Snefru che è il più grande costruttore di piramidi (perché ne ha costruite diverse) è passato alla storia come il faraone ideale, quello buono illuminato. E si arriva alla tavolozza di Narmer che è l’atto di fondazione dell’Antico Egitto, esposta di fianco per permettere di vere entrambi i lati della stele, su una faccia il faraone con la corona rossa e con la corona bianca sull’altra. Con Narmer il re diventa faraone, cioè il signore di tutto l’Egitto. E con questo atto nasce la storia, inizia la prima dinastia, inizia la storia dinastica dell’Egitto”.

“Del Nuovo Regno prendiamo due esempi: Hatsheptut, il faraone donna, e Tutmosis III”, riprende il curatore della mostra veneziana. “Qui spiego il rapporto che c’era tra di loro perché vi hanno romanzato. È stato detto che era un’usurpatrice: no, lei era per più motivi legittima”. Quindi si passa al nonno di Tutankhamon, Amenhotep III (Amenofi III), che i francesi chiamano il Re Sole d’Egitto perché era il re esteta. Lui ha vissuto in un regno di pace, ricchezza, prosperità e l’arte egizia, che è sempre volta a uno scopo creatore, con Amenhotep III ha anche un lato edonistico che si sviluppa. Amenhotep III è il padre di Akhenaten che è il padre di Tutankhamon. La moglie di Amenhotep III era Tye, un personaggio che probabilmente era quella che decideva in casa: donna molto forte, aspetto reso bene anche dai suoi ritratti. Uno è anche in mostra. Si arriva quindi al regno di Akhenaten che, come detto è il padre di Tutankhamon: fatto appurato dalle analisi genetiche sulla mummia della tomba KV 55. La madre non è Nefertiti, ma un’altra donna che il DNA ci ha detto essere la cosiddetta Younger Lady. È la mamma di Tutankhamon, ma non ne conosciamo il nome. Si sa che era una cugina o una sorella di Akhenaten, ma il DNA non dice di più”. In mostra due dei molti ritratti di Nefertiti: uno è la riproduzione di quello del Cairo. E poi c’è quello di una principessa amarniana. “Il cranio allungato – precisa Damiano – non è una deformazione praticata dagli egizi, per il quale il corpo è sacro. Il documento più antico che abbiamo sull’argomento riguarda un greco di età ellenistica che chiede a un medico di praticare questa barbarie a sua moglie. In Egitto questa è una convenzione artistico-religiosa lanciata da Akhenaten per sottolineare la divinità della famiglia reale. Ma attenzione: si dice che il faraone era divino. È sbagliato. La funzione di faraone era divina, ma il faraone restava uomo. Lo si capisce bene non in Egitto, dove non se o sarebbe mai permesso, ma nei templi della Nubia: qui si vede Ramses che fa offerte agli dei tra i quali c’è Ramses II: quindi da un lato c’è Ramses II uomo e re che offre al dio Ramses II in funzione faraonica”. E si arriva all’Epoca Tarda. Esposti amuleti autentici in argento e in faience. E un modello di nave punica per ricordare un episodio particolare: quando il faraone Nechao II (XXVI dinastia) chiese ai Fenici di esplorare le coste dell’Africa. Questi, al loro ritorno dopo tre anni, nel loro rapporto raccontarono che il sole, dopo un certo punto di navigazione, si levava a destra. “Dettaglio che per i Greci, secoli dopo, ritennero un falso. E invece era la dimostrazione che avevano superato il Capo di Buona Speranza: quella fu la prima circumnavigazione dell’Africa e l’avevano fatta i Fenici”.

Il percorso del “fiume del tempo” ci porta ai famosi ritratti del Fayyum, bellissimi. Per l’epoca romana ci sono una trireme, un po’ di vetri romani. E si giunge all’epoca cristiana. “Con il Cristianesimo – sottolinea Damiano – inizia la fine dell’Antico Egitto. Il vescovo di Alessandria, appena fu fatta la legge che diceva che i templi o diventavano chiese o dovevano essere rasi al suolo, con un gruppo di seguaci armati andò a distruggere il Serapeum, e con esso distrusse l’ultima parte della Biblioteca di Alessandria. È stata la fine dell’Antico Egitto, e da allora si sviluppa il Cristianesimo, del quale c’è un aspetto ancora molto popolare in Egitto: il culto della Sacra Famiglia (legato alla fuga in Egitto). Si creano monasteri, seguendone il percorso. Un altro dettaglio interessante è che viene venerato l’albero della Vergine a Eliopolis, oggi quartiere del Cairo che insiste sulle fondamenta di una delle più antiche città del mondo. Questo albero avrebbe nascosto la Vergine quando si sono avvicinati i soldati di Erode. Ed è ancora oggetto di pellegrinaggio. Ma in quel posto, quello stesso tipo di albero, un sicomoro, era l’albero sacro di Eliopolis che veniva venerato da millenni a Eliopolis”.

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2 risposte a “Venezia. Mostra “Tutankhamon. 100 anni di misteri”: visita guidata col curatore prof. Damiano. 2. parte: il “fiume del tempo”, la storia della civiltà egizia, dalla preistoria alle prime dinastie, dal Nuovo Regno al Cristianesimo”

  1. Italina Bacciga dice :

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