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Storia dell’archeologia italiana da Pompei ai nostri giorni” di Luigi Malnati, per 40 anni in prima linea come archeologo e soprintendente: è il racconto di un mondo tanto affascinante quanto ancora poco conosciuto, con le parole di un testimone diretto

La copertina del libro “La passione e la polvere” di Luigi Malnati (edizioni La Nave di Teseo)

L’archeologia è fango, polvere, cemento, baracche prefabbricate in lamiera, bagni mobili, panini consumati in fretta. E l’emozione della scoperta. In una parola: l’archeologia. Declinata attraverso il suo sviluppo e la sua evoluzione in 250 anni di scavi in Italia, e l’esperienza personale di 40 anni di attività in prima linea dell’archeologo Luigi Malnati, autore di “La passione e la polvere. Storia dell’archeologia italiana da Pompei ai nostri giorni”, edito da La Nave di Teseo, con l’introduzione di Vittorio Sgarbi. Il libro sarà in libreria giovedì 27 maggio 2021.

Il soprintendente Luigi Malnati illustra la stele etrusca trovata in via Saffi a Bologna (foto Graziano Tavan)

Avventurosa e carica di mistero: da sempre, è così che immaginiamo l’archeologia. Spesso legata a paesi lontani, esotici e favolosi, o a scoperte di tesori e reperti straordinari come le tombe etrusche, gli affreschi di Pompei, le sculture classiche. Non è più così da molto tempo, da quando nell’Ottocento l’archeologia ha iniziato a distinguersi dalla storia dell’arte antica ed è diventata una scienza intimamente connessa alla storia dell’uomo, contribuendo, insieme alle fonti scritte, a scoprire e raccontare la vita nelle diverse civiltà. Da allora si sono moltiplicati gli scavi, condotti con metodi rigorosi, specie nelle città che conservano sotto l’aspetto attuale le tracce delle epoche e delle culture precedenti. In Italia la professione di archeologo è nata formalmente negli anni Ottanta del Novecento e richiama giovani spinti da una grande passione, che lavorano duramente, a fianco delle soprintendenze, il più delle volte lontani dalla ribalta. Perché non esistono solo Pompei e il Colosseo: il patrimonio archeologico è diffuso e la battaglia per salvaguardarlo non è ancora perduta. Arricchito da un inserto di immagini che ripercorrono momenti e figure decisive e illustrano le tecniche dell’archeologia, La passione e la polvere racconta un mondo tanto affascinante quanto ancora poco conosciuto, nelle parole di un testimone diretto. “La ricostruzione di Luigi Malnati è molto precisa: l’archeologia è una trincea in una guerra difficile”, scrive Vittorio Sgarbi nell’Introduzione.

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Luigi Malnati, soprintendente archeologo (foto Mibact)

Nato a Bergamo nel 1953, Luigi Malnati si è specializzato in archeologia all’università di Milano. A 27 anni vince il concorso da ispettore archeologo al ministero dei Beni culturali, dove ha lavorato per quasi quarant’anni. A 39 anni diventa soprintendente archeologo, incaricato prima della soprintendenza delle Marche, poi di quella del Veneto, dell’Emilia Romagna e della Lombardia. Dal 2010 al 2014 ricopre l’alto grado di direttore generale alle Antichità, emanando la prima circolare che regolamenta le procedure di archeologia preventiva in Italia. Ha al suo attivo più di 150 pubblicazioni scientifiche, fra le quali, con Valerio Massimo Manfredi, il manuale Gli Etruschi in val Padana (1991 e 2002), prevalentemente dedicate all’archeologia italica e a quella urbana, ma anche alle problematiche relative alle normative per la tutela. Ha organizzato decine di esposizioni archeologiche in Emilia e in Veneto, nonché la grande esposizione di Brescia del 2015 sulla romanizzazione dell’Italia settentrionale.

Il ritrovamento dei dieci rilievi rupestri di Faida nel Kurdistan iracheno da parte dell’università di Udine premiato come la scoperta archeologica più importante del 2019 con l’assegnazione della sesta edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” promossa dalla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e da Archeo

La scoperta dei “dieci rilievi rupestri assiri nel Kurdistan Iracheno” ha vinto la sesta edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”, il Premio promosso dalla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e da Archeo, e assegnato in collaborazione con le testate internazionali, tradizionali media partner della Borsa: Antike Welt (Germania),  Archéologia (Francia),  as. Archäologie der Schweiz (Svizzera), Current Archaeology (Regno Unito), Dossiers d’Archéologie (Francia) e da quest’anno anche con British Archaeology (Regno Unito) la testata del prestigioso Council for British Archaeology. E queste testate hanno segnalato la scoperta in Kurdistan, rispetto alle altre finaliste candidate alla vittoria per il 2020: Cambogia: la città perduta di Mahendraparvata capitale dell’impero Khmer nella foresta sulle colline di Phnom Kulen a nord-est di Angkor; Israele: a Motza a 5 km a nord-ovest di Gerusalemme una metropoli neolitica di 9.000 anni fa; Italia: a Roma la Domus Aurea svela un nuovo tesoro, la Sala della Sfinge; Italia: nell’antica città di Vulci una statua di origine etrusca raffigurante un leone alato del VI secolo a.C. Il Premio sarà consegnato a Daniele Morandi Bonacossi, direttore della Missione Archeologica Italiana nel Kurdistan Iracheno e ordinario di Archeologia e Storia dell’Arte del Vicino Oriente Antico dell’università di Udine, venerdì 9 aprile 2021 (non più venerdì 20 novembre 2020, dopo i provvedimenti restrittivi dovuto all’emergenza sanitaria da Covid-19)  alla presenza di Fayrouz, archeologa e figlia di Khaled al-Asaad, in occasione della XXIII Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum. I rilievi rupestri del Kurdistan Iracheno si aggiudicano anche lo “Special Award”, il Premio alla scoperta con il maggior consenso sulla pagina Facebook della BMTA. L’importanza della scoperta archeologica compiuta dall’università di Udine è stata riconosciuta anche da Aliph, l’unico fondo globale dedicato esclusivamente alla protezione e riabilitazione del patrimonio culturale in aree di conflitto e post-conflitto, che ha finanziato la documentazione dei rilievi assiri di Faida e l’elaborazione di un progetto di restauro e protezione di questo monumentale complesso di arte rupestre gravemente minacciato da vandalismo e dall’espansione delle attività produttive del vicino villaggio (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/12/10/grandi-dei-e-sovrani-scolpiti-nella-roccia-lungo-un-imponente-canale-dirrigazione-la-grande-scoperta-delluniversita-di-udine-nel-kurdistan-iracheno-illustrata-a-roma-il-team-di-dan/).

La locandina della sesta edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”

L’International Archaeological Discovery Award, il Premio intitolato a Khaled al-Asaad, direttore dell’area archeologica e del Museo di Palmira dal 1963 al 2003, che ha pagato con la vita la difesa del patrimonio culturale, è l’unico riconoscimento a livello mondiale dedicato al mondo dell’archeologia e in particolare ai suoi protagonisti, gli archeologi, che con sacrificio, dedizione, competenza e ricerca scientifica affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti a servizio del territorio. Nella 1ª edizione (2015) il Premio è stato assegnato a Katerina Peristeri per la Tomba di Amphipolis (Grecia); la 2ª edizione (2016) all’INRAP Institut National de Recherches Archéologiques Préventives (Francia), nella persona del Presidente Dominique Garcia, per la scoperta della Tomba celtica di Lavau; nel 2017 a Peter Pfälzner Direttore della missione archeologica che ha scoperto la città dell’Età del Bronzo presso il villaggio di Bassetki nel nord dell’Iraq; nel 2018 a Benjamin Clément, Responsabile degli scavi, per la scoperta della “piccola Pompei francese” di Vienne; nel 2019 a Jonathan Adams, Responsabile del Black Sea Maritime Archaeology Project (MAP), per la scoperta nel Mar Nero del più antico relitto intatto del mondo.

Daniele Morandi Bonacossi, direttore della missione dell’università di Udine, davanti al rilievo 4 scoperto a Faida, nel Kurdistan iracheno (foto Alberto Savioli / LoNAP)

“Da oltre 25 anni il nostro ateneo opera nel Vicino Oriente, prima in Siria e ora nel Kurdistan iracheno, con un gruppo di lavoro di archeologi, studenti e specialisti di varie discipline guidato dal prof. Morandi Bonacossi”, dice il rettore, Roberto Pinton. Gli importanti riconoscimenti di oggi sono frutto del pieno e convinto sostegno dell’intero Dipartimento, dell’Università, di tutti i rettori che si sono succeduti e, aspetto assolutamente non irrilevante, di un intero sistema regionale e nazionale. Il premio per l’eccezionale scoperta dei rilievi assiri di Faida e l’importante finanziamento ricevuto da parte di ALIPH per garantire protezione e conservazione di questo patrimonio culturale dell’umanità sono per l’università di Udine motivo di grande orgoglio e soddisfazione”. E Daniele Morandi Bonacossi sottolinea: “L’attribuzione dell’autorevole premio della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico intitolato a Khaled al-Asaad alla scoperta dei rilievi assiri di Faida e la nuova collaborazione con ALIPH, che ha come obiettivo proprio la tutela di questi straordinari monumenti di arte rupestre sono traguardi molto importanti per il nostro progetto, frutto di una stretta collaborazione con i colleghi e le autorità del Kurdistan e di una sinergia sistemica fra il nostro Ateneo, il Ministero degli Affari Esteri, la Regione Friuli Venezia Giulia, la Fondazione Friuli e ArcheoCrowd, cui si aggiunge ora anche ALIPH. Questi due riconoscimenti rafforzano la convinzione che l’università di Udine, sede del primo dipartimento in Italia dedicato alla storia e tutela dei beni culturali, possa e debba dare un importante contributo internazionale allo studio, documentazione, protezione e valorizzazione del patrimonio culturale dell’umanità minacciato da conflitti e degrado. Il sostegno di ALIPH, infatti, consentirà di elaborare un progetto di tutela e restauro dei rilievi assiri di Faida”.

Operazione di rilievo fotogrammetrico da drone dei rilievi 6-7 VIII-VII sec. a.C. nell’area archeologica di Faida nel Kurdistan iracheno (foto Alberto Savioli / LoNAP)

Il progetto Kurdish-Italian Faida Archaeological Project (KIFAP) è diretto da Daniele Morandi Bonacossi e da Hasan Ahmed Qasim, rispettivamente per l’università di Udine e la direzione delle Antichità di Duhok. Lo scavo dei rilievi assiri di Faida si svolge in una terra, la Mesopotamia del nord, cruciale per la storia e rimasta inesplorata per decenni a causa della complessa situazione politica e d’instabilità che l’ha caratterizzata fino ad anni recenti. Ricerca, tutela, restauri, valorizzazione, formazione e cooperazione internazionale sono i cardini del progetto, che è sostenuto anche da Repubblica dell’Iraq, Governo Regionale del Kurdistan – Iraq, Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Consolato d’Italia a Erbil e Ambasciata d’Italia a Baghdad, Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Fondazione Friuli, ArcheoCrowd srl e Agenzia italiana per la Cooperazione allo Sviluppo. “Il Faida Salvage Project incarna molti dei valori di ALIPH, ovvero la realizzazione di azioni concrete per proteggere un sito culturale unico che è stato minacciato da conflitto. Il successo di questo progetto, coordinato dal team dell’Università di Udine diretto dal Prof. Daniele Morandi Bonacossi, è il risultato di vari anni di impegno e collaborazione con le comunità, le autorità e gli esperti locali”, afferma il direttore generale Valéry Freland. “Il riconoscimento assegnato ai rilievi di Faida dallo International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” è la conferma del loro valore e importanza e ALIPH si congratula calorosamente con l’intero team per questo eccezionale riconoscimento. Quando il lavoro di valutazione e contenimento dei danni al sito sarà completato, auspichiamo che si possa procedere rapidamente alla progettazione e realizzazione delle misure di protezione del complesso archeologico. ALIPH sostiene questo importante progetto che non solo migliora la nostra comprensione di uno dei momenti chiave del passato dell’umanità, ma contribuisce anche a porre le basi per una ripresa culturale, sociale ed economica sostenibile in Iraq”.

Fase di scavi del rilievo 6 a Faida, nel Kurdistan iracheno (foto Alberto Savioli / LoNAP)
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Il logo del progetto archeologico regionale “Terre di Ninive” (“Land of Nineveh Archaeological Project”)

“L’assegnazione dello International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” 2020 al prof. Daniele Morandi Bonacossi per la scoperta dei rilievi assiri di Faida”, dichiara l’assessore regionale al Lavoro, formazione, istruzione, ricerca, università Alessia Rosolen, “è motivo di orgoglio e successo per tutta la Regione Friuli Venezia Giulia. Abbiamo sostenuto sin dall’inizio l’importanza del Progetto Archeologico Regionale Terre di Ninive in un’ottica di valutazione non solo squisitamente scientifica, ma anche in rapporto ad una crescita del livello reputazionale del nostro Paese e, nello specifico, del nostro Sistema Regione, ricordandoci che la cura e la ricerca del settore archeologico riportano in essere le radici e le origini della nostra Storia Moderna. La costante sinergia messa in atto fra l’Università di Udine e la Regione FVG ha fortemente contribuito a fortificare il legame a favore della cooperazione culturale ed umanitaria nella complessa realtà dell’Iraq settentrionale e del Kurdistan iracheno”. “La Fondazione Friuli, che dal 2005 è a fianco dell’ateneo udinese a sostegno dei suoi progetti di ricerca archeologica prima in Siria e poi in Iraq”, afferma il presidente Giuseppe Morandini, “è orgogliosa del premio internazionale assegnato al prof. Morandi Bonacossi per la scoperta dei rilievi assiri di Faida e del sostegno garantito dalla Fondazione Aliph alla protezione di questo complesso di arte rupestre unico al mondo. Questo successo testimonia come l’Università di Udine, voluta dalla popolazione e dalle istituzioni del Friuli nel 1978, con il sostegno dell’intero sistema regionale abbia saputo proiettarsi ai vertici della ricerca scientifica, della cooperazione internazionale e della tutela del patrimonio culturale minacciato da conflitti”. E il presidente di ArcheoCrowd, Francesco Zorgno, conclude: “ArcheoCrowd è orgogliosa di far parte della squadra che ha reso possibile questo progetto. L’elevatissimo valore di questo riconoscimento sarà uno stimolo importante a quegli imprenditori privati che, come noi, intendono affiancare il pubblico nel sostegno della ricerca archeologica”.

I rilievi rupestri di Faida. Nell’estate e autunno del 2019, la missione congiunta italo-curda “IAMKRI Italian Archaeological Mission to the Kurdistan Region of Iraq”, coordinata da Daniele Morandi Bonacossi dell’università di Udine con la direzione delle Antichità di Duhok guidata da Hasan Ahmed Qasim, ha individuato presso il sito archeologico di Faida, a 50 km da Mosul,  dieci imponenti rilievi rupestri di epoca assira (VIII-VII secolo a.C.) scolpiti nella roccia lungo un antico canale d’irrigazione di 8,5 km di lunghezza. Il canale di Faida, alimentato da un sistema di risorgenti carsiche, fu fatto probabilmente scavare dal sovrano assiro Sargon II (721-705 a.C.) alla base di una collina. Oggi, il canale, che ha una larghezza media di 4 metri, è quasi completamente sepolto sotto spessi strati di terra depositati dall’erosione del fianco della collina. Dal canale principale si diramavano canali più piccoli, che consentivano di irrigare i campi circostanti e di aumentare la produzione agricola della campagna ubicata nell’entroterra di Khorsabad e Ninive, le ultime due capitali dell’impero assiro.

Rilievo 7 a Faida (Kurdistan iracheno) dell’VIII-VII sec. a.C. (foto di Alberto Savioli / LoNAP)

I pannelli rinvenuti sono imponenti, lunghi quasi 5 metri e alti 2. Sulla roccia è raffigurato un campionario straordinario di divinità e animali sacri. Le figure divine rappresentano il dio Assur, la principale divinità del pantheon assiro, su un dragone e un leone con corna, sua moglie Mullissu, seduta su un elaborato trono sorretto da un leone, il dio della Luna, Sin, anch’egli su un leone con corna, il dio della Sapienza, Nabu, su un dragone, il dio del Sole, Shamash, su un cavallo, il dio della Tempesta, Adad, su un leone con corna e un toro, e Ishtar, la dea dell’Amore e della Guerra su un leone. I rilievi, ripetuti in dieci esemplari (e altri sono verosimilmente ancora sepolti sotto ai detriti che colmano il canale), furono fatti eseguire dal sovrano assiro per celebrare la costruzione del canale d’irrigazione. I pannelli scolpiti a bassorilievo rappresentano una scena di profondo significato religioso e ideologico incentrata sull’adorazione delle divinità da parte del re e sulla celebrazione della creazione di questa importante infrastruttura idraulica destinata a garantire fertilità al territorio circostante potenziandone la produttività agricola.

Paestum, XXIII Borsa mediterranea del Turismo archeologico: ecco le 5 scoperte archeologiche (in Cambogia, Iraq, Israele e due in Italia) candidate alla vittoria della sesta edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”. Anche il pubblico può votarle su Facebook per lo “Special Award”

La locandina della sesta edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”

Le cinque scoperte archeologiche del 2019, candidate alla vittoria della sesta edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”, sono: Cambogia, la città perduta di Mahendraparvata capitale dell’impero Khmer nella foresta sulle colline di Phnom Kulen a nord-est di Angkor; Iraq, nel Kurdistan presso il sito di Faida, a 50 km da Mosul, dieci rilievi rupestri assiri, gli dei dell’Antica Mesopotamia; Israele, a Motza a 5 km a nord-ovest di Gerusalemme una metropoli neolitica di 9.000 anni fa; Italia, a Roma la Domus Aurea svela un nuovo tesoro, la Sala della Sfinge; Italia, nell’antica città di Vulci una statua di origine etrusca raffigurante un leone alato del VI secolo a.C. Lo hanno annunciato la Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e Archeo che hanno inteso dare il giusto tributo alle scoperte archeologiche attraverso un Premio annuale assegnato in collaborazione con le testate internazionali, tradizionali media partner della Borsa: Antike Welt (Germania), Archéologia (Francia), as. Archäologie der Schweiz (Svizzera), Current Archaeology (Regno Unito), Dossiers d’Archéologie (Francia), da quest’anno anche con British Archaeology (Regno Unito) la testata del prestigioso Council for British Archaeology. Il direttore della Borsa Ugo Picarelli e il direttore di Archeo Andreas Steiner hanno condiviso questo cammino in comune, consapevoli che “le civiltà e le culture del passato e le loro relazioni con l’ambiente circostante assumono oggi sempre più un’importanza legata alla riscoperta delle identità, in una società globale che disperde sempre più i suoi valori”. Il Premio, dunque, si caratterizza per divulgare uno scambio di esperienze, rappresentato dalle scoperte internazionali, anche come buona prassi di dialogo interculturale. Il Premio sarà assegnato alla scoperta archeologica prima classificata, secondo le segnalazioni ricevute da ciascuna testata. La cerimonia di consegna si svolgerà venerdì 20 novembre 2020 in occasione della XXIII BMTA, a Paestum dal 19 al 22 novembre 2020. Inoltre, sarà attribuito uno “Special Award” alla scoperta, tra le cinque candidate, che avrà ricevuto il maggior consenso dal grande pubblico nel periodo 1° giugno – 30 settembre 2020 sulla pagina Facebook della Borsa (www.facebook.com/borsamediterraneaturismoarcheologico).

Il più antico relitto intatto del mondo (risale a 2400 anni fa) scoperto nelle acque del mar Nero (Bulgaria) (foto-rodrigo-pacheco-ruiz)

Edizioni precedenti. Nel 2015 il Premio è stato assegnato a Katerina Peristeri, responsabile degli scavi, per la scoperta della Tomba di Amphipolis (Grecia); nel 2016 all’INRAP Institut National de Recherches Archéologiques Préventives (Francia), nella persona del presidente Dominique Garcia, per la scoperta della Tomba celtica di Lavau; nel 2017 a Peter Pfälzner, direttore della missione archeologica, per la scoperta della città dell’Età del Bronzo presso il villaggio di Bassetki nel nord dell’Iraq; nel 2018 a Benjamin Clément, responsabile degli scavi, per la scoperta della “piccola Pompei francese” di Vienne; nel 2019 a Jonathan Adams, responsabile del Black Sea Maritime Archaeology Project (MAP), per la scoperta nel mar Nero del più antico relitto intatto del mondo, alla presenza di Fayrouz, la figlia archeologa di Khaled al-Asaad.

Il direttore di Palmira, Khaled Asaad, e il tempio di Baal prima della sua distruzione

L’archeologo Paolo Matthiae, scopritore di Ebla in Siria

L’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” – giunto alla sesta edizione e intitolato all’archeologo di Palmira, che ha pagato con la vita la difesa del patrimonio culturale – è l’unico riconoscimento a livello mondiale dedicato al mondo dell’archeologia e in particolare ai suoi protagonisti, gli archeologi, che con sacrificio, dedizione, competenza e ricerca scientifica affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti a servizio del territorio. Così lo ricorda l’archeologo Paolo Matthiae: “Khaled al-Asaad è stato per quarant’anni il direttore degli scavi archeologici di Palmira. Era l’archeologo della città, ha collaborato con missioni di ogni Paese: dalla Francia alla Germania, dalla Svizzera all’Olanda, dagli Stati Uniti alla Polonia e da ultimo anche con l’Italia, con la missione statale di Milano. Era uno studioso completo, ma soprattutto era una persona tipica delle famiglie delle città del deserto. Questo tipo di uomini, come i beduini di un tempo, sono caratterizzati da una amabilità, da una cortesia e da un’ospitalità straordinaria che per loro è del tutto naturale. Non eccessiva, ma misurata e discreta, Khaled al-Asaad era una persona di grandissima amabilità, misura e gentilezza d’animo. Anche archeologi che non si occupano di quel periodo, cioè di antichità romane, andavano di frequente a Palmira in visita e la disponibilità di Khaled era totale. Era una personalità fortemente radicata nella città, ma per il carattere internazionale del sito che gestiva era una sorta di cittadino del mondo. In varie occasioni il suo nome era stato proposto per il ruolo di direttore generale delle antichità a Damasco, ma credo che lui preferisse rimanere a Palmira, una città con la quale si identificava”. E conclude: “Khaled era talmente sicuro di fare soltanto il suo mestiere che non riteneva di avere motivo di fuggire. E per come lo ricordo non era persona che temesse per la propria vita. Pur essendo in pensione, aveva quasi 82 anni, ha preferito rimanere nella sua città proprio perché ha capito che le antichità correvano dei rischi. E probabilmente ha immaginato che la sua indiscussa autorevolezza morale potesse proteggere maggiormente quello che c’era e c’è tuttora a Palmira: le rovine di un sito archeologico assolutamente straordinari per tutto il Mediterraneo e per tutto il mondo”.

Scoperta in cambogia la città perduta di Mahendraparvata, capitale dell’impero Khmer (foto Bmta)

Cambogia: la città perduta di Mahendraparvata capitale dell’impero Khmer nella foresta sulle colline di Phnom Kulen a nord-est di Angkor. Grazie alla tecnica di telerilevamento laser aviotrasportata (LIDAR) e spedizioni sul campo, un team di ricerca internazionale guidato da scienziati della ADF Archaeology & Development Foundation di Londra è riuscito a far emergere nella sua interezza la spettacolare città perduta di Mahendraparvata, che nel IX secolo d.C. si estendeva per ben 50 kmq, tratteggiandone una mappa dettagliata e scoprendo numerosi altri siti nascosti. La Fondazione sin dal 2008 è impegnata nel “Phnom Kulen Program” a stretto contatto con la National Authority for the Protection and Management of Angkor and the Region of Siem Reap (APSARA National Authority) e i colleghi dell’Ecole Française d’Extreme-Orient di Parigi. Jean-Baptiste Chevance assieme a Damian Evans dell’University of Sydney’s Overseas Research Centre a Siem Reap-Angkor, fu il primo a scoprirla sepolta sotto la foresta della Cambogia per secoli, incastonata sul massiccio collinare di Phnom Kulen, a nord-est del sito archeologico di Angkor. L’antica città perduta fu una delle prime capitali del potente Impero Khmer, che dominò tra IX e il XV sec. nel Sud-Est asiatico. La sua influenza si estese oltre l’attuale Cambogia, abbracciando anche una porzione estesa del Vietnam, del Laos e della Thailandia. Benché fiorente, Mahendraparvata non durò a lungo come capitale dell’Impero Khmer. I regnanti decisero, infatti, di spostare rapidamente la capitale ad Angkor, che si trovava in un luogo più pianeggiante e dunque decisamente più favorevole per la coltivazione dei prodotti alimentari e l’allevamento del bestiame.

Scoperti in Kurdistan dieci rilievi rupestri assiri con gli antichi dei delal Mesopotamia (foto Bmta)

Iraq: nel Kurdistan dieci rilievi rupestri assiri, gli dei dell’Antica Mesopotamia. Presso il sito archeologico di Faida, 20 km a sud della città di Duhok e 50 km da Mosul 10 rilievi rupestri assiri dell’VIII-VII secolo a.C. portati alla luce, dal team di archeologi “Land of Nineveh Archaeological Project”, coordinato da Daniele Morandi Bonacossi dell’università di Udine con la direzione delle Antichità di Duhok guidata da Hasan Ahmed (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/12/10/grandi-dei-e-sovrani-scolpiti-nella-roccia-lungo-un-imponente-canale-dirrigazione-la-grande-scoperta-delluniversita-di-udine-nel-kurdistan-iracheno-illustrata-a-roma-il-team-di-dan/). Si tratta di pannelli imponenti, grandi 5 mt e larghi 2 mt, scolpiti lungo un antico canale d’irrigazione lungo quasi 7 km, alimentato da un sistema di risorgenti carsiche, oggi sepolto sotto spessi strati di terra depositati dall’erosione del fianco della collina. Ma nell’antichità dal canale si diramava una rete di canali più piccoli, che consentivano di irrigare i campi circostanti, rendendo ancora più fertile le campagne coltivate nell’entroterra di Ninive, capitale dell’impero. La mitologia assira raffigurata sulla roccia è un campionario significativo di divinità e animali sacri. Le figure divine rappresentano il dio Assur, la principale divinità del pantheon assiro, su un dragone e un leone con corna, sua moglie Mullissu, seduta su un elaborato trono sorretto da un leone, il dio della Luna, Sin, anch’egli su un leone con corna, il dio della Sapienza, Nabu, su un dragone, il dio del Sole, Shamash, su un cavallo, il dio della Tempesta, Adad, su un leone con corna e un toro e Ishtar, la dea dell’Amore e della Guerra su un leone.

A Motza in Israele è stata scoperta una metropoli neolitica di 9mila anni fa (foto Bmta)

Israele: a Motza a 5 km a nord-ovest di Gerusalemme una metropoli neolitica di 9mila anni fa. È la prima volta che in Israele si scopre un sito di questa portata, circa 4.000 mq, risalente al periodo neolitico, dove vivevano 2/3.000 residenti e per gli standard dell’epoca possiamo parlare di una vera e propria metropoli. Grandi edifici residenziali con pavimenti in gesso, strutture pubbliche, spazi dedicati al culto e sepolture, con la presenza di vialetti, testimonianza di un livello di pianificazione architettonica e urbanistica avanzata e ariosa. Le case erano costruite con mattoni di terra, disintegrati da molto tempo, ma le fondamenta degli edifici in grandi mattoni di pietra sono ancora visibili. Dai reperti si evince che gli abitanti avevano relazioni commerciali e culturali con popolazioni dell’Anatolia, dell’Egitto e della Siria. Alla luce luoghi di sepoltura, che si trovavano dentro e tra le case, nei quali erano collocate varie offerte funerarie, strumenti utili o preziosi: oggetti di ossidiana (vetro vulcanico nero) proveniente dall’Anatolia e di conchiglie dal Mediterraneo e dal Mar Rosso, braccialetti in pietra calcarea e in madreperla, medaglioni e monili d’alabastro lunghi 2,5 cm provenienti, probabilmente, dal vicino antico Egitto. I resti del villaggio indicano anche la presenza di magazzini contenenti una grande quantità di semi di legumi, soprattutto lenticchie in buono stato di conservazione, che prova il ricorso a pratiche di agricoltura intensiva. Le ossa di animali domestici, essenzialmente capre, evidenziano che la popolazione locale si era sempre più specializzata nell’allevamento, a scapito della caccia. La scoperta del sito è avvenuta in occasione di importanti lavori stradali, per cui il progetto è stato finanziato dalla Società Israeliana delle Infrastrutture e dei Trasporti “Netivei Israel” con la direzione di Hamoudi Khalaily e Jacob Vardi dell’IAA Israel Antiquities Authority.

La Sala delal Sfinge scoperta nella Domus Aurea a Roma (foto Bmta)

Italia: a Roma la Domus Aurea svela un nuovo tesoro, la Sala della Sfinge. Sontuosa e interamente decorata torna alla luce dopo 2000 anni, durante il restauro della volta della sala 72 della Domus Aurea, una delle 150 dell’immensa dimora diffusa che l’imperatore Nerone si fece costruire nel 64 d.C. dopo il grande incendio che aveva devastato Roma, con superbi padiglioni che si susseguivano senza soluzione di continuità, sul modello delle regge tolemaiche, da un colle all’altro della capitale dell’Impero Romano (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2020/04/22/iorestoacasa-gli-artisti-del-rinascimento-tra-cui-raffaello-scoprirono-le-pitture-della-domus-aurea-attraverso-unapertura-lo-stesso-e-capitato-anche-agli-archeologi-moderni/). La scoperta è il frutto della strategia dedicata alla tutela e alla ricerca scientifica, e messa a punto dal Direttore del Parco Archeologico del Colosseo, Alfonsina Russo. Larga parte della nuova sala, che ha la pianta rettangolare ed è chiusa da una volta a botte anch’essa fittamente decorata, sia ancora interrata, sepolta sotto quintali di terra su ordine degli architetti di Traiano (che proprio qui, sopra la reggia dell’odiato Nerone, fece costruire un complesso termale) e in qualche modo destinata a rimanere tale, in quanto per ragioni di stabilità non è prevista per il momento la rimozione della terra. Quello che emerge racconta già molto di questa grande stanza, che anche ai tempi di Nerone doveva essere non molto illuminata e che per questo si decise di decorare con un fondo bianco, sul quale risaltano eleganti figurine suddivise in riquadri bordati di rosso o di giallo oro. In un quadrato il dio Pan, in un altro un personaggio armato di spada, faretra e scudo che combatte con una pantera, in un altro la piccola sfinge, che svetta su un piedistallo. E poi creature acquatiche stilizzate, reali o fantastiche, accenni di architetture come andava all’epoca, ghirlande vegetali e rami con delicate foglioline verdi, gialle, rosse, festoni di fiori e frutta, uccellini in posa. Proprio questo tipo di decorazione, che si ritrova anche nella Domus di Colle Oppio e in altre sale e ambienti della Reggia neroniana come il Criptoportico 92, porta gli esperti ad attribuire la Sala della Sfinge alla cosiddetta Bottega A, operante tra il 65 ed il 68 d.C.

Scoperta a Vulci una statua di un leone alato del VI sec. a.C. di produzione etrusca (foto Bmta)

Italia: nell’antica città di Vulci una statua di origine etrusca raffigurante un leone alato del VI secolo a.C. Vulci, una delle più grandi città-stato dell’Etruria con un forte sviluppo marinaro e commerciale nel territorio di Canino e di Montalto di Castro, in provincia di Viterbo, nella Maremma laziale, regala una nuova scultura durante l’ultima campagna di scavo alla necropoli dell’Osteria. Gli archeologi hanno rinvenuto una statua raffigurante un leone alato risalente al VI secolo a.C. La scoperta è avvenuta durante la fase di evidenziazione della stratigrafia orizzontale del terreno, in prossimità di alcune strutture funerarie sepolte nella necropoli. Il leone per il popolo etrusco era considerato fiero, possente e apotropaico, ossia aveva la funzione di allontanare dalle tombe profanatori, gli dei avversi e il fato. La scultura è una raffinata testimonianza di quella che fu una tradizione propria della produzione artistica vulcente del VI secolo a.C. In questo periodo botteghe vulcenti scolpirono sfingi, leoni, pantere, arieti, centauri e mostri marini, vigili guardiani della quiete eterna dei morti. Ma già intorno al 520 a.C. la produzione di queste statue venne a cessare, forse nel tentativo di porre un limite alle ostentazioni di lusso ormai ritenute inopportune. I lavori di scavo diretti da Simona Carosi della soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Roma, la provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale si sono svolti presso l’area della necropoli dell’Osteria, dove a fine 2011 fu trovata la Sfinge di Vulci.

“Archeostorie. Manuale non convenzionale di archeologia vissuta”: Cinzia Dal Maso e Francesco Ripanti con le esperienze di 34 archeologi italiani spiegano com’è l’archeologia oggi e come può diventare un lavoro. Grande festa e incontro al museo Pigorini di Roma

La copertina del libro di Cinzia Dal Maso e Francesco Ripanti "Archeostorie. Manuale non convenzionale di archeologia vissuta"

La copertina del libro di Cinzia Dal Maso e Francesco Ripanti “Archeostorie. Manuale non convenzionale di archeologia vissuta”

Chi è l’archeologo? Cosa fa l’archeologo? Bella domanda. Nell’immaginario collettivo la prima risposta che viene è il professore che scava tesori, decifra testi misteriosi, evita trappole mortali, duella con mummie: in una parola, Indiana Jones. Oppure lo vede chiuso nelle aule polverose di una biblioteca a studiare fonti lontane nei secoli e poi in giro per il mondo a scavare o imbalsamato tra le vetrine di un noioso museo. Niente di tutto questo. La realtà è ben diversa e certo meno avventurosa e poetica: da una parte i (pochi) che sono riusciti a trovare un posto nella pubblica amministrazione (università, soprintendenze, musei), dall’altra una schiera di volontari-freelance-collaboratori, in una parola: disoccupati o, al massimo, inoccupati. Ma si può cambiare una situazione che ai “giovani-che-amano-l’archeologia” non sembra dare un futuro? Cinzia Dal Maso e Francesco Ripanti ne sono convinti. E lo hanno scritto. Anzi hanno scritto un libro che è un vero manuale del giovane archeologo, ricco di esperienze e consigli, idee e progetti, difficoltà ed errori da evitare. Ecco dunque “Archeostorie. Manuale non convenzionale di archeologia vissuta” (Cisalpino Edizioni), da consigliare – prima ancora che ai giovani che sognano di fare l’archeologo – alle università perché inseriscano nei corsi di laurea anche degli insegnamenti che allarghino gli orizzonti e le applicazioni lavorative dell’archeologia.

La giornalista Cinzia Dal Maso, co-autrice di "Archeostorie"

La giornalista Cinzia Dal Maso, co-autrice di “Archeostorie”

“L’archeologo del XXI secolo non vive più di solo studio e scavo”, spiegano gli autori. “Oggi la moderna ricerca impone di affiancare al lavoro in cantiere e ai libri in biblioteca modi sempre nuovi di indagare, comunicare e gestire l’antico. Bastano un po’ di fantasia, versatilità e intraprendenza per dar vita oggi, da archeologo, alle attività più disparate”. Come hanno fatto i professionisti che si raccontano in Archeostorie: sono 34 professionisti che – sotto l’attenta regia della giornalista Cinzia Dal Maso e dell’archeologo Francesco Ripanti – narrano ciascuno la propria esperienza “di frontiera” e riflettono sul significato del proprio lavoro nel mondo d’oggi. Sono persone che hanno dato vita a un’archeologia forse un po’ “indie e underground” – come l’ha definita Giuliano De Felice nella conclusione – ma sicuramente viva, pragmatica e ricca di energia. Ancorata nel presente e per nulla immersa solo nel passato. Esperienze di archeologia vissuta, di un’archeologia che con molto impegno e un po’ di fantasia può diventare veramente un lavoro. Così nel manuale di Cinzia e Francesco troviamo chi cura un museo e chi gestisce un’area archeologica, chi narra il passato ai bambini e chi lo “fa vedere” ai ciechi, chi usa nel racconto le tecnologie e i linguaggi più diversi e persino i videogame; c’è poi chi ricostruisce l’antico in 3D e chi lo sperimenta dal vivo, chi organizza i dati di scavo e chi li rende disponibili per tutti; c’è chi scrive sui giornali e chi parla di archeologia alla radio o in tivù, chi realizza documentari e chi racconta l’archeologia sui social network; c’è ancora chi punta sul marketing e chi sul crowdfunding, chi fa dell’archeologia un’esperienza per tutti e chi difende le bellezze da furti e scempi. C’è anche chi studia e scava, e nel libro racconta la vita vera di studio e scavo al di là dei miti e dei sogni.

Comunicare l'archeologia attraverso i disegni come fa Francesca Giannetti

Comunicare l’archeologia attraverso i disegni come fa Francesca Giannetti

C’è entusiasmo ed energia nelle esperienze degli autori, tutti archeologi che hanno voluto ostinatamente fare della loro passione una professione, pur vivendo in un mondo che vanifica le aspirazioni dei più. Ma questa loro “ostinazione” è così contagiosa che sta già diventando un movimento. Pronti a trovarsi con quanti condividono passione e convinzioni al punto da organizzare una festa: la festa di Archeostorie. “Abbiamo deciso di farci conoscere raccontando in modo concreto le nostre storie ed esperienze. Per spiegare a tutti cosa fanno ogni giorno gli archeologi veri, al di là dei miti e dei sogni, e quanto il loro lavoro serva alla società tutta. Per far capire agli studenti di archeologia che non sono per forza destinati alla disoccupazione. E stimolare i loro professori a indirizzare gli studenti verso questi mestieri, così da formare professionisti e non disoccupati”.

La locandina-invito della grande festa di Archeostorie al museo Pigorini di Roma

La locandina-invito della grande festa di Archeostorie al museo Pigorini di Roma

L’appuntamento della grande festa è venerdì 10 aprile alle 17 al museo preistorico etnografico Pigorini di Roma, in sala conferenze: sono invitati tutti gli archeologi a unirsi e raccontare anche loro la propria storia. A mostrare che i possibili mestieri degli archeologi sono molti, e non sono affatto immersi nel passato ma concretamente radicati nel nostro mondo. Alla festa, insieme a Cinzia Dal Maso e Francesco Ripanti che presenteranno il loro libro “Archeostorie. Manuale non convenzionale di archeologia vissuta”, parteciperanno Salvo Barrano, Luca Bondioli, Stefano De Caro, Adele Lagi, Massimo Vidale, Enrico Zanini, e gli autori Marta Coccoluto, Cinzia Dal Maso, Giuliano De Felice, Astrid D’Eredità, Antonia Falcone, Alessandro Fichera, Francesco Ghizzani Marcia, Marina Lo Blundo, Carolina Megale, Valentino Nizzo, Anna Paterlini, Luca Peyronel, Francesco Ripanti, Paola Romi, Lidia Vignola. Sarà proiettato in prima assoluta un video di animazione di Giuliano De Felice.

Comunicare l'archeologia attraverso il cinema come fa il laboratorio dello Iulm di Milano

Comunicare l’archeologia attraverso il cinema come fa il laboratorio dello Iulm di Milano

C’è un filo rosso che lega le diverse e variegate esperienze: la voglia, la necessità, la convinzione che studiare archeologia, lavorare in archeologia, significa comunicare, narrare, raccontare storie, che alla fine vuol dire raccontare l’uomo che c’è dietro ogni oggetto, reperto, traccia, segno che la ricerca, lo scavo, la conservazione, la tutela, la valorizzazione riporta alla nostra attenzione. Se facciamo un passo indietro qualcosa del genere l’aveva indicato già quarant’anni fa Sabatino Moscati col suo “Le pietre parlano”. Forse era troppo avanti. Ma oggi? I protagonisti di Archeostorie, scrive Giuliano De Felice, “dimostrano con il proprio lavoro quotidiano che il destino dell’archeologo non è necessariamente una scelta drammatica tra l’illusione della ricerca e l’umiliazione della ruspa. Le loro archeostorie riescono a farci ritrovare fiducia nel futuro di questa disciplina, più di ogni pur auspicabile riforma della formazione, della ricerca o della tutela. Cinzia e Francesco hanno infatti avuto la straordinaria intuizione – e la altrettanto straordinaria caparbietà – di trasformare qualcosa di tangibile e di concreto quel moto spontaneo e disordinato che già esiste nei social network, nei blog, nei canali YouTube, ma che risulta invisibile, se non addirittura inviso, all’accademia, all’amministrazione pubblica, alla politica. Non possiamo certo sapere oggi – conclude – quale sarà l’archeologia di domani, ma di una cosa siamo sicuri: indipendentemente da quanto sarà in grado di maturare, crescere e cambiare, dovrà prima di tutto riuscire a trasformare le proprie competenze e i propri sogni in esperienze di tutti. Come? Adesso lo abbiamo capito: imparando a raccontarsi”.

Cura riparum, Archeologia e memoria del fiume Bacchiglione: giornate di studi, attività e avventure al museo archeologico del fiume Bacchiglione a Cervarese S.Croce nel Padovano

"Cura riparum": tre giornate di studio sull'archeologia e non solo del fiume Bacchiglione a Cervarese S. Croce

“Cura riparum”: tre giornate di studio sull’archeologia e non solo del fiume Bacchiglione a Cervarese S. Croce

Gli antichi la chiamavano “cura riparum”: era la cura in senso lato del fiume, inteso come bene e risorsa da mantenere nelle migliori condizioni perché non si risolvesse in forza distruttiva dell’ambiente e causa di dolori per la popolazione. Ancora oggi, dopo ogni alluvione, queste scene negative e queste considerazioni si ripetono e si rincorrono. Di qui il progetto “Cura riparum. Archeologia e memoria del fiume Bacchiglione”, destinato a costituire la prima fase di un più ampio percorso pluriennale di ricerca, scandito da indagini archeologiche di superficie e subacquee, tutela del paesaggio, sicurezza ambientale e valorizzazione culturale, all’interno del dibattito sulla rivitalizzazione del rapporto Uomo-Acqua. “I recenti episodi alluvionali, che hanno profondamente colpito l’opinione pubblica locale e nazionale”, ricordano in soprintendenza, “costituiscono il naturale effetto di una malattia di lunga durata, contro la quale al momento non si intravvedono soluzioni definitive. L’abbandono dei fiumi e delle acque interne, legato ai profondi cambiamenti avvenuti nella società e nell’economia sporadicamente già a partire dal primo trentennio del Novecento ma esplosi in forma endemica dopo gli anni ’50, assomiglia in modo impressionante a uno dei tanti processi di scarto indotti dal consumismo. Nel caso dei fiumi, però, insieme all’oggetto liquido viene scartata un’intera civiltà, vanificando secoli di saperi costruiti proprio sul rapporto vitale tra Uomo e Acqua”.

Il castello a Cervarese S. Croce che ospita il museo archeologico del fiume Bacchiglione

Il castello a Cervarese S. Croce che ospita il museo archeologico del fiume Bacchiglione

La soprintendenza per i Beni archeologici del Veneto, in collaborazione con l’università degli Studi di Padova, Studio D, Ecofficina e Terra di Mezzo, e con il patrocinio della Provincia di Padova e del Comune di Cervarese S. Croce, dirige e coordina un gruppo di lavoro finalizzato alla realizzazione di una serie di giornate di studio e didattica focalizzate sul recupero della memoria del paesaggio fluviale del Bacchiglione. E c’è già un primo risultato. Dal 27 al 29 giugno, al museo Archeologico del fiume Bacchiglione (Castello di S. Martino, Cervarese S. Croce), si terrà “Cura riparum, Archeologia e memoria del fiume Bacchiglione – Giornate di studi, attività e avventure in ricordo di Nicola Galiazzo”, dedicato alla vita dell’uomo lungo il fiume, dai dati archeologici agli aspetti ambientali e storico-antropologici (info e prenotazioni: curariparum@gmail.com – evento facebook “Cura riparum”).

Una sala del museo archeologico del Fiume Bacchiglione  a Cervarese S. Croce

Una sala del museo archeologico del Fiume Bacchiglione a Cervarese S. Croce

Le Giornate di studio e didattica sono progettate in modo da costituire l’occasione di presentare lo status quo nell’ambito dei “cantieri” di studio e ricerca legati al fiume Bacchiglione. “Il luogo altamente simbolico scelto per lo svolgimento dei lavori, l museo archeologico de fiume Bacchiglione, una sorta di roccaforte della memoria quasi in alveo, sarà la sede di sessioni multidisciplinari, fortemente incentrate sul ruolo dell’archeologia nel processo di recupero della memoria. Tuttavia, l’archeologia -intesa come ricostruzione del passato (non solo remoto) e custode della stessa memoria- è un metodo di lavoro che, con spirito e sensibilità moderni, ha necessità di essere sostenuta da una forte componente sensoriale, senza la quale trova scarso appeal all’interno della società. Si è posto dunque come valore aggiunto l’inserimento di iniziative legate alla vista (mostre), al tatto (laboratori didattici), al gusto (degustazione prodotti locali), all’olfatto e all’udito (percorsi naturalistici)”.

La sede del museo archeologico del fiume Bacchiglione dove si tengono le tre giornate del progetto  "Cura riparum"

La sede del museo archeologico del fiume Bacchiglione dove si tengono le tre giornate del progetto “Cura riparum”

Lo “scheletro” delle giornate è infatti costituito da 4 sessioni di studio, articolate per argomenti e scansioni cronologiche. La prima sessione è dedicata alla trattazione di problematiche di interesse generale, incentrate sul ruolo propulsore dell’archeologia (subacquea e terrestre), sulla tutela del paesaggio e sicurezza ambientale, sulle prospettive politico-amministrative per una efficace gestione territoriale. Gli interventi, coordinati dalla soprintendenza, vedranno la partecipazione dei principali enti di riferimento (Regione del Veneto – Genio Civile di Padova, Consorzio di Bonifica Bacchiglione, Provincia di Padova, Comune di Cervarese S. Croce). La seconda, terza e quarta sezione sono dedicate rispettivamente all’archeologia pre-protostorica, all’archeologia romana, all’archeologia medievale e post-medievale (con appendice dedicata al tema dell’Uomo moderno e del suo rapporto con il fiume, ivi compreso il tema della promozione dei musei locali tematici). Nel programma generale sarà incastonata una mostra fotografica dedicata alle imbarcazioni tradizionali delle acque interne padovane. La domenica è dedicata alle attività sul fiume e attorno ad esso; le visite guidate al Museo saranno accompagnate da laboratori di archeologia per ragazzi, escursioni in bicicletta e/o a piedi, immersioni a scopo dimostrativo/ricreativo, percorsi in canoa. Le giornate sono scandite da pause-pranzo con rinfreschi forniti da aziende e operatori gastronomici locali e costituiscono occasione di promozione anche per il panorama degli agriturismi locali.

 

Aperta a Taranto una nuova ala del museo archeologico. Tra ambiziosi progetti e molte polemiche

Il museo archeologico nazionale di Taranto (Marta)

La sede del museo archeologico nazionale di Taranto (Marta)

L’obiettivo – molto ambizioso – del ministro per i Beni culturali Massimo Bray è il rilancio del Mezzogiorno attraverso alcune eccellenze che diventino volano per il turismo e l’economia del Sud d’Italia, un triangolo con ai vertici tre grandi musei archeologici nazionali: quello di Palazzo Reale a Napoli (il più noto e già attivo); quello della Magna Grecia con i Bronzi di Riace a Palazzo Piacentini a Reggio Calabria (appena riaperto, e che sarà completamente operativo dalla prossima primavera); e infine c’è il MarTa di Taranto (del quale nei giorni scorsi è stata inaugurata la nuova ala, non senza polemiche). Proprio quest’ultimo tassello della grandiosa visione di Bray sembra essere l’anello più debole del progetto di rilancio di una città prima ancora di un territorio: Taranto sta vivendo con comprensibile preoccupazione il “caso Ilva”, un dramma (disastro?) ambientale che lega a filo doppio la salute dei cittadini e la sopravvivenza del loro posto di lavoro; ma è anche una città dove degrado ed emarginazione sembrano farla da padrone.

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Un orecchino d’oro a navicella: gli Ori di Taranto sono il simbolo del Marta

Così l’apertura della nuova ala del museo archeologico nazionale di Taranto (MarTa) era stata vissuta come un segnale positivo, una luce nel grigiore dei fumi dell’Ilva. Il lavori di ristrutturazione del museo – non dimentichiamolo – erano iniziati ancora nel 1998, con una parziale riapertura solo nel 2007. Ma proprio l’assenza del ministro alla cerimonia di inaugurazione (cioè proprio del principale attore di questo annunciato e sperato rilancio), la cui presenza era stata più volte annunciata ed era molto attesa, ha fatto precipitare ogni speranza nell’animo dei tarantini, convinti di aver assistito all’ennesimo spot del politico di turno. Nonostante le scuse ufficiali del ministro Bray, che ha assicurato quanto prima una sua visita al museo e alla città, i tarantini hanno creduto di rivivere un film già visto: “Passata la festa, sulla città e il museo tornerà l’oblio”. Era già successo negli anni ’80, dopo l’esposizione degli straordinari Ori di Taranto, a un primo boom era seguito un progressivo calo di interesse e visitatori che, come nel caso dei Bronzi di Riace a Reggio Calabria, sembravano aver perso la strada, attratti da altre mete.

La città vecchia di Taranto: i comitati dei cittadini ne denunciano il degrado

La città vecchia di Taranto: i comitati dei cittadini ne denunciano il degrado

“Non c’è niente da festeggiare se la città vecchia continua a crollare”: è uno degli striscioni esposti a Taranto dal comitato Cittadini liberi e pensanti davanti al Museo nazionale archeologico riaperto con l’inaugurazione di nuove sezioni. Su un altro striscione campeggiava la scritta “Presenti per un nastro da tagliare, assenti per una città da salvare”. Il gruppo di cittadini, che ha atteso invano l’arrivo del ministro Bray hanno chiesto attenzione non solo nei confronti del Museo ma anche del borgo antico dopo i recenti crolli di diversi edifici. “In stato di abbandono – sottolineano in una nota – non è solo la nostra isola, ma anche il borgo umbertino che vede i suoi stabili storici dimenticati e svuotati come il Palazzo degli Uffizi, sede del Liceo Archita, il museo Talassografico, il liceo Ferraris e le aree dismesse recentemente dalla Marina Militare. Luoghi che invece dovrebbero essere considerati nuovi spazi utili per farne centri per l’aggregazione, la promozione dello sviluppo di nuove creatività giovanili”. Quei pochi giovani, aggiungono, che “non sono costretti a scappare da qui e che rappresentano linfa vitale per ogni città ma che a Taranto non hanno prospettiva alcuna se non quella dell’emigrazione, dell’invio del curriculum alle fabbriche che inquinano, del lavoro nero e sottopagato, della carriera in Marina: lo stesso destino dei loro padri o dei loro nonni e che ci hanno portato agli insostenibili risultati attuali”. La cultura, concludono, “può e deve rappresentare per Taranto una alternativa d’eccellenza. Ma le istituzioni, sia a livello locale che nazionale, sembrano spesso ignorare la possibilità di puntare realmente su una nuova Taranto”.

Una delle sale aperte con il nuovo allestimento del Marta

Una delle sale aperte con il nuovo allestimento del Marta (foto Mibac)

Ma con l’apertura delle nuove sezioni espositive il Museo nazionale archeologico di Taranto è una realtà su cui contare. Ora si possono visitare i padiglioni del primo piano con le sale dedicate alla necropoli ellenistica, alla città romana e alla città tra il tardoantico e l’età bizantina. Quando i lavori saranno completati l’esposizione del MarTa risulterà quasi triplicata. Intanto si possono ammirare numerosi gioielli (corone, orecchini, collane, anelli) in pasta vitrea e pietre colorate, terrecotte figurate policrome prodotte da artigiani locali nel solco della tradizione artigianale greca. Ma sono documentati anche manufatti in osso,  avori e vetri colorati di importazione che caratterizzano i corredi delle sepolture ad incinerazione di età imperiale.

Una veduta dall'alto della città vecchia di Taranto

Una veduta dall’alto della città vecchia di Taranto

E ora si aspetta la visita del ministro. “Sono molto dispiaciuto di non aver partecipato all’inaugurazione dei nuovi spazi del museo archeologico nazionale MarTa di Taranto”, si è scusato il ministro Bray. “Sono stato bloccato da un problema tecnico al volo che avrei dovuto prendere, ma ci tengo ad assicurare la mia presenza a Taranto, che sto già riorganizzando. Vorrei avere il tempo di visitare anche la città vecchia, come molti amici mi hanno chiesto, per vedere con i miei occhi quello che c’è da fare per restituire vita ai beni culturali e per una comunità che si è appellata al mio ministero con così tanta speranza”.

Angela Di Stefano, l’archeologa che amava la Sicilia e le testimonianze fenicio-puniche: oggi la ricorda il Pigorini di Roma

Il museo archeologico nazionale "Antonino Salinas" già diretto da Angela Di Stefano

Il museo archeologico nazionale “Antonino Salinas” già diretto da Angela Di Stefano

La sua scomparsa nel 2012 aveva sorpreso tutti, giunta inaspettata ancora nel pieno della sua attività – anche da pensionata – di ricerca e tutela del patrimonio archeologico della Sicilia. Carmela Angela Di Stefano, ricorda Maurizio Vento, tra i suoi più stretti collaboratori, “ha lasciato una traccia indelebile nelle ricerche, negli scavi e negli studi archeologici (specialmente di archeologia fenicio-punica) per la vastissima preparazione che ne caratterizzava la nobile figura professionale, distintasi fin dagli inizi della carriera per l’amore e la passione manifestata con coerente dedizione e responsabile rigore”.

Carmela Angela Di Stefano

Carmela Angela Di Stefano

A un anno e mezzo dalla scomparsa, all’età di 74 anni, oggi sabato 14 dicembre alle 10.30 il museo nazionale preistorico etnografico Luigi Pigorini di Roma le dedica una giornata in ricordo di Angela di Stefano con introduzione di Maria Antonietta Rizzo (Università di Macerata), e interventi: “Dalla Scuola Archeologica Italiana di Atene alla Soprintendenza Archeologica di Palermo” di Elena Lattanzi (già Soprintendente Archeologo della Calabria), “Palermo: ricerche archeologiche in territorio urbano” di Francesca Spatafora (Direttore del Museo Archeologico Regionale di Palermo), “Ricordi di una studiosa amica” di Dieter Mertens (Istituto Archeologico Germanico), “Lina Di Stefano, studiosa e amica” di Michel Gras (Direttore di ricerca al CNRS), “Il volto sereno dell’archeologia” di Piero Pruneti (Direttore della rivista Archeologia Viva). Nell’occasione verrà presentato il volume “Il castello a mare di Palermo” a cura di Lina di  Stefano e Giuseppe Lo Iacono da parte di Giuseppe Lo Iacono (già Soprintendente per i Beni Culturali e ambienti di Enna e Caltanissetta). Chiuderà la giornata un “ricordo della sorella” con Gianna Di Stefano Pucci.

Il volume Lilibeo Punica scritto da Angela Di Stefano

Il volume Lilibeo Punica scritto da Carmela Angela Di Stefano

Laureata a Palermo in Lettere classiche e successivamente formata alla scuola di Achille Adriani e di Ranuccio Bianchi Bandinelli con un ciclo di studi orientato verso il mondo della Grecia classica ed ellenistica, Angela Di Stefano modificò presto l’originario percorso occupandosi degli insediamenti della Sicilia punica, avviando la sua attività di ricerca a Marsala accanto ad Anna Maria Bisi. Quando quest’ultima, alla fine degli anni Settanta, si trasferì in altra sede per dedicarsi all’insegnamento universitario, Carmela Angela Di Stefano entrò per concorso come ispettore della soprintendenza alle Antichità della Sicilia Occidentale e quindi come soprintendente aggiunto accanto a Vincenzo Tusa, che ne deteneva la titolarità. Dopo la nuova articolazione provinciale delle soprintendenze in Sicilia, divenne soprintendente a Palermo reggendo simultaneamente in qualità di direttore il museo archeologico regionale “Antonino Salinas”, quindi venne assegnata quale soprintendente a Trapani, dove rimase fino al collocamento in pensione.

La nave punica di Marsala nel museo archeologico nazionale Baglio Anselmi

La nave punica di Marsala nel museo archeologico nazionale Baglio Anselmi

Carmela Angela Di Stefano è stata un’indiscussa protagonista della ricerca archeologica a Marsala, Mozia, Palermo e Solunto e tuttora rimane la maggiore autorità scientifica nel campo degli studi archeologici sull’antica Lilibeo (Marsala). Ma a lei si devono anche le più importanti attività finalizzate alla demanializzazione dell’area archeologica di Capo Boeo e di altri siti ricadenti nel centro urbano di Marsala; a lei dobbiamo, inoltre e non ultimo, la creazione del Museo archeologico di Marsala, realizzato nel 1986, dove è conservata la nave punica scoperta nello Stagnone di Marsala al largo dell’Isola Grande e recuperata tra il 1971 e il 1974 sotto la direzione dell’archeologa inglese Honor Frost.

Cerveteri: una delle principali città del Mediterraneo antico. Mostra al Louvre Lens

Il manifesto della mostra "Les Etrusques et la Mediterranee" al Louvre Lens

Il manifesto della mostra “Les Etrusques et la Mediterranee” al Louvre Lens

Sarà il pezzo forte della mostra “Les Etrusques et la Mediterranée: la cité de Cerveteri” che apre oggi, 5 dicembre, al Louvre di Lens , in un padiglione in acciaio e vetro adibito progettato a questo scopo dall’agenzia di architettura giapponese Sanaa: è il Sarcofago degli Sposi conservato al Louvre di Parigi. Non è bello e raffinato come quello di Roma, spiegano gli esperti: meno enigmatici gli sguardi, meno elegante la realizzazione. Ma il suo fascino è innegabile, ora che è stato restaurato – come è successo in tempi recenti, per il più famoso sarcofago degli Sposi di Villa Giulia a Roma.Dal 30 settembre l’urna funeraria etrusca in terracotta dipinta, proveniente dalla necropoli della Banditaccia a Cerveteri, è stata infatti interessata da lavori di pulitura e restauro. E ora il Sarcofago fa bella mostra nell’esposizione di Lens  la prima a tema archeologico e in partneriato della nuova succursale, inaugurata nel 2012, che vede la partecipazione di Louvre, Palazzo delle Esposizioni di Roma e ministero per i Beni e le attività culturali.  “Les Etrusques et la Mediterranée: la cité de Cerveteri” permetterà così al pubblico francese di conoscere e apprezzare una della città etrusche più potenti del Mediterraneo: Cerveteri, l’antica Caere.

La necropoli della Banditaccia a Cerveteri

La necropoli della Banditaccia a Cerveteri

Cerveteri era la Kaisra degli Etruschi, l’Agylla Caere di Greci e Romani, uno dei centri più importanti in Italia e nel Mediterraneo per tutto il primo millennio a.C.  La storia di Cerveteri e dei suoi abitanti, i ceretani, è conosciuta non solo dai testi antichi, ma è emersa poco a poco dal terreno negli ultimi due secoli. Grandi scavi in ​​particolare nel XIX secolo hanno rivelato monumenti e oggetti che hanno stupito i contemporanei e che oggi possiamo ammirare nei più grandi musei, da Villa Giulia ai Vaticani al Louvre. La mostra – assicurano gli organizzatori – propone un raffronto tra i ritrovamenti più antichi e i risultati degli scavi sistematici più recenti condotti nel cuore della città antica ma anche nelle necropoli e nell’intero territorio della città. Il risultato è un confronto senza precedenti in grado di sviluppare per la prima volta il ritratto di Cerveteri, una città che, come Atene Cartagine e Roma, fu una delle grandi città del Mediterraneo antico.

Il sarcofago degli Sposi da Cerveteri oggi al Louvre

Il sarcofago degli Sposi da Cerveteri oggi al Louvre

Non c’è solo il sarcofago fittile “degli sposi” ma anche le lastre dipinte di Parigi, Villa Giulia e Cerveteri, le terrecotte votive del Vaticano e quelle decorative di Berlino e Copenhagen tra le 400 opere selezionate per la mostra, con ceramiche, oggetti in metallo, vetro, sculture in pietra e terracotta, elementi architettonici in pietra, oreficerie, terrecotte dipinte, monete e utensili da lavoro, che provengono dai musei di tutto il mondo. Il progetto espositivo, che per la prima volta consente di tracciare un profilo generale della grande città etrusca, è frutto della condivisione di interessi e risorse con varie istituzioni. “Il Louvre vanta una delle più ricche collezioni di antichità etrusche provenienti da Cerveteri, in origine appartenute al marchese Campana”, ricorda Paola Santoro, direttore dell’Istituto di studi sul Mediterraneo antico del Consiglio nazionale delle ricerche che ha collaborato alla realizzazione dell’evento. L’Isma-Cnr conduce infatti scavi regolari nell’area urbana di Cerveteri sin dai primi anni ’80 del secolo scorso. “La parte centrale del percorso espositivo è dedicata proprio all’età dell’oro dell’antica città etrusca, l’epoca arcaica, dove spiccano le scoperte effettuate dal Cnr, che ha indagato tutti i siti collegati a santuari illustrati in mostra e contribuito, con le sue ricerche, alla ricostruzione dei vari aspetti della vita urbana: artigianato, urbanistica, culti, viabilità. All’Isma si deve anche la ricostruzione del quadro topografico generale del territorio ceretano”.

“Attraverso il ‘racconto’ della mostra – conclude Santoro –  il visitatore potrà ricostruire un intero capitolo della storia del Mediterraneo, dall’angolo di osservazione di una delle sue metropoli”. La mostra rimarrà aperta fino al 10 marzo 2014. Dopo la tappa francese, la mostra approderà in aprile a Roma, al Palazzo delle Esposizioni, dove è in calendario fino al 20 luglio 2014.

La scoperta del tempio di Ciro vicino a Persepoli: un giallo dell’archeologia

Il prof. Pierfrancesco Callieri in azione a Tol-e Ajiori vcino a Persepoli, in Iran

Il prof. Pierfrancesco Callieri in azione a Tol-e Ajiori vcino a Persepoli, in Iran

Che si tratti proprio di un monumento achemenide (tempio?), innalzato da Ciro il Grande ispirandosi alla porta di Ishtar di Babilonia prima che Dario realizzasse la grande terrazza di Persepoli, monumentale palazzo-capitale, quello portato alla luce a un tiro di schioppo proprio da Persepoli? È molto probabile. Ma sono ancora molti i dubbi da chiarire su quell’imponente edificio achemenide scoperto nel 2011 a Tol-e Ajori, nel Fars, regione nel meridione dell’Iran, e che da allora costringe gli archeologi a modificare le ipotesi avanzate fino a quel momento, stupiti ogni volta da nuove rivelazioni dello scavo.

Rilievi achemenidi a Persepoli in Iran

Rilievi achemenidi a Persepoli in Iran

“Non ci resta che attendere le nuove, prossime campagne di scavo”. Ne è convinto Pierfrancesco Callieri, ordinario all’università di Bologna, co-direttore con Alireza Askari Chaverdi dell’università di Shiraz della missione archeologica a Persepoli, appena tornato in Italia dall’ultima campagna di scavo. Dopo il primo eclatante annuncio fatto dal collega co-direttore iraniano (vedi post del 3 novembre) Callieri svela in questa nostra intervista tutti i dettagli di una scoperta entusiasmante. Il diario di scavo della missionr diventa così un vero e proprio racconto giallo dell’archeologia con suspence, colpi di scena e finale ancora tutto da scrivere.

Qui cercheremo di raccontare la storia e lo sviluppo di questa avventurosa scoperta archeologica seguendo in qualche modo proprio il diario di scavo attraverso le parole di Callieri, che della ricerca restituiscono non solo i dati oggettivi ma anche emozioni, delusioni, certezze, dubbi.

(1 – continua. Nuovo post nei prossimi giorni)   

 

Scoperto a Cipro villaggio di artigiani di 4500 anni fa: è il più antico dell’isola

Un particolare dello scavo del villaggio dell'Età del bronzo a Erimi

Un particolare dello scavo del villaggio dell’Età del bronzo a Erimi

Erimi è forse il villaggio di artigiani più antico che si conosca sull’isola di Cipro. È stato riportato alla luce da una missione italiana a Cipro coordinata dall’università di Firenze, che da cinque anni sta studiando l’area nel sud-ovest dell’isola dei cedri, coinvolgendo studenti, dottorandi e vari specialisti tra cui topografi, restauratori, paleobotanici, fisici, architetti a costituire un team di una trentina di persone. Erimi si sviluppò per un millennio tra il III e il II millennio a.C., cioè tra il Bronzo antico (2500 a.C.) e il Bronzo medio (1600 a.C.) presentando in nuce importanti elementi che nella Tarda età del Bronzo (II metà del II millennio a.C.) avrebbero portato a Cipro alla nascita delle città. E i risultati  raggiunti dalla missione italiana sono stati ritenuti di una tale importanza che il Dipartimento delle Antichità della Repubblica di Cipro ha dichiarato l’insediamento dell’Età del Bronzo di Erimi-Laonin tou Porakou (Limassol)  area protetta di interesse nazionale.

Il ritrovamento di fusaiole e strumenti per la tessitura, ma anche di vasche e di canalette, di oggetti propri della vita quotidiana familiare, e ancora spilloni e contenitori per le libagioni e sepolture multiple, ha permesso di ricostruire la vita e l’organizzazione di questo villaggio di artigiani dell’Età del Bronzo che già dalla sua articolazione urbanistica (sulla collina i laboratori, lungo le pendici le abitazioni, in piano le sepolture) denota già una notevole organizzazione sociale.

Il golfo di Kourion su cui si affaccia il villaggio di Erimi

Il golfo di Kourion su cui si affaccia il villaggio di Erimi

Quindi non solo al rame deve la sua antica ricchezza di Cipro il cui nome, proprio per l’abbondanza del metallo sull’isola, ha finito per dare il nome al metallo stesso. Il villaggio scoperto dalla missione italiana guidata da  Anna Margherita Jasink, professore associato di civiltà egee dell’Università di Firenze, è direttore scientifico del Kouris River Project, e Luca Bombardieri, è il direttore scientifico della missione archeologica italiana a Erimi, ha rivelato una feconda attività di tipo artigianale, come la tessitura e la tintura dei tessuti, non legata quindi alla metallurgia. “Il gruppo di ricerca italiano ha il merito di avere sviluppato per primo un progetto di ricerca organicamente dedicato all’indagine estensiva del popolamento antico nell’area di Erimi”, spiegano Jasink e Bombardieri. “Questo insediamento, localizzato a sudovest dell’isola, in un’area finora poco considerata dagli archeologi, si estende su una alta terrazza calcarea che domina il corso del fiume Kouris ed un’ampia porzione della costa a meridione, in corrispondenza del golfo di Kourion”. Il progetto di ricerca di Erimi si svolge dal 2006 grazie alla collaborazione di varie istituzioni. In primo luogo, l’Università di Firenze con il Sagas (Dipartimento di Storia, Archeologia, Geografia, Arte, Spettacolo) e l’Università di Torino (Dipartimento StudiUm); ci sono poi il Department of Antiquities di Cipro, il Ministero Affari Esteri, l’Institute of AegeanPrehistory (Stati Uniti) ed il Mediterranean Archaeological Trust (Regno Unito), oltre ovviamente  alle autorità locali, come la Municipalità di Erimi che ha messo a disposizione anche la scuola diventata “quartier generale” durante la
missione.

Il logo della missione archeologica dell'università di Firenza

Il logo della missione archeologica dell’università di Firenza

“I risultati più significativi degli scavi, iniziati  cinque anni fa”, sottolineano gli archeologi italiani, “sono maturati quest’estate con il ritrovamento di reperti che contribuiscono a chiarire importanti aspetti legati alla sensibile fase di transizione fra l’organizzazione delle comunità di villaggio dell’Antico e Medio Bronzo e lo sviluppo della società pienamente “urbana” del Tardo Bronzo. Più in generale da questa missione sono emersi nuovi elementi sulle relazioni di Cipro con le altre civiltà del Mediterraneo”.  E precisano: “Il villaggio di Erimi comprende tre aree principali databili fra l’Età dell’Antico e del Medio Bronzo. Nella parte più alta della collina era collocato il complesso artigianale. I ritrovamenti attestano un concetto piuttosto avanzato di organizzazione del lavoro con due aree separate in base a distinte funzioni. Al chiuso si concentrava la produzione della tessitura, all’esterno della tintura. Il primo tipo di attività è testimoniato da alcuni oggetti, tra cui numerose fusaiole, in ottimo stato a seguito del crollo del tetto di un deposito. Il secondo dalla presenza di vasche, bacini, canalette dove avveniva il processo di coloritura delle stoppe. Infine dagli scavi nel quartiere residenziale, sulle pendici della collina, è emerso uno spaccato della vita domestica di questa  comunità. Ogni unità familiare è organizzata intorno a una corte aperta rettangolare. La presenza di molti oggetti attesta una condivisione di vari momenti della giornata a partire da quelli conviviali”.

Corredo ceramico rinvenuto a Erimi

Corredo ceramico rinvenuto al villaggio di Erimi

Nella necropoli, dislocata a valle, sono state ritrovate due tombe a camere. Una, in particolare, di grandi dimensioni è stata aperta e richiusa nel tempo a più riprese per consentire la sepoltura di cinque individui, ognuno dei quali ha il proprio corredo, appartenente probabilmente a uno stesso clan. “Nel complesso la nostra campagna è stata fortunata. Abbiamo rinvenuto molti oggetti integri o facilmente integrabili. Tra questi alcuni anche particolari come uno spillone in bronzo e un contenitore ceramico configurato a corpo di montone, adoperato per libagioni”, continuano gli archeologi Jasink e Bombardieri. Le ceramiche e altri oggetti ritrovati testimoniano inoltre che i contatti commerciali e culturali con tutta l’isola erano frequenti. Questi scambi avevano sicuramente favorito anche la ricchezza di Erimi, confermata anche dai corredi funerari, che ha toccato la sua massima espressione intorno al 1500 a.C.

Ma a un certo punto, verso la metà del II millennio a.C., il villaggio di Erimi viene abbandonato dai sui abitanti che sembrano aver maturato nuovi bisogni che li spingono ad aggregarsi con altre comunità e a darsi un’organizzazione più complessa. “È il cosiddetto processo di sinecismo”, concludono, “ che è alla base della nascita e sviluppo delle città sull’isola di Cipro”.