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#iorestoacasa. Cinque nuovi “bollettini” di Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Paestum e Velia: dalle metope del santuario di Hera alla foce del Sele al santuario meridionale, da Eracle a Chirone, da Apollo ad Asclepio, in un viaggio di miti, di pratiche rituali e di guarigione, dall’Arcadia e dall’Acaia fino alle coste campane, nel lontano Occidente

Il tempio di Nettuno a Paestum (foto parco archeologico Paestum)

La comunicazione dal parco archeologico di Paestum e Velia non si ferma. Ecco altri cinque “bollettini” del direttore del parco, Gabriel Zuchtriegel, comunicazioni video realizzati fin dai primi giorni della chiusura per decreto e che in questi giorni sono stati messi in linea sul canale YouTube, con l’obiettivo – nell’impegno #iorestoacasa – di far conoscere Paestum da una prospettiva interna, quella di chi quotidianamente vive il museo e l’area archeologica. Ecco, dunque, il racconto di approfondimenti, aneddoti, anticipazioni e curiosità con riprese dagli scavi, dal museo, dagli uffici e dai depositi.

Nel bollettino numero 11 del Parco Archeologico di Paestum e Velia parla Claudio Ragosta, responsabile dell’Ufficio Bilancio: “In questi giorni stiamo liquidando tutti i fornitori, sia per quanto riguarda i servizi, sia i lavori, per contribuire in qualche modo al non decadimento dell’economia locale”. In questo momento così delicato, l’economia italiana va sostenuta e la direzione del parco spiega come “nel nostro piccolo siamo dalla parte di tutti i lavoratori”.

Nel bollettino numero 12 del Parco Archeologico di Paestum e Velia il direttore Gabriel Zuchtriegel parla di Eracle, il semidio figlio di Zeus, ammirato dagli antichi per la sua forza. Rappresentato sul fregio del tempio di Hera nel Santuario alla Foce del Sele. In una metopa, ad esempio, si vedono i due fratelli Cercopi catturati da Eracle, legati a una pertica a testa in giù. “È emblematico – spiega Zuchtriegel – che in uno dei primi templi, quello di Hera, che i Greci, appena arrivano intorno al 600 a.C. alle foci del Sele per fondare la città di Poseidonia-Paestum, costruiscono, Eracle abbia un ruolo centrale: ci sono le sue avventure, le vicende legate alla sua lunga vita che si conclude con il suo accoglimento nell’Olimpo”. Perché la centralità di Eracle? Per i Greci era un po’ il garante dell’ordine, della giustizia, della difesa contro ogni tipo di oltraggio. E soprattutto in queste terre lontane dalla madre patria, circondati da un mondo sconosciuto con altre culture, altre lingue, altri popoli, era rassicurante vedere l’eroe greco per eccellenza punire chi non rispettava l’ordine divino di Zeus”.

Nel bollettino numero 13 del Parco Archeologico di Paestum e Velia il direttore Gabriel Zuchtriegel ci guida alla scoperta di alcune metope provenienti dal tempio di Hera alla foce del fiume Sele, conservate nel museo Archeologico nazionale di Paestum. “Alcune metope provenienti dal tempio di Hera alla foce del fiume Sele sembrano non finite”, spiega Zuchtriegel. “In realtà esse erano completate con il colore”. In una metopa vediamo due figure con arco e frecce: sono Apollo e la sorella Artemide, due divinità. Apollo è raffigurato come sempre con i capelli lunghi, che erano aggiunti con la pittura. Stanno inseguendo Tizio, il gigante raffigurato nella metopa successiva, che tiene col braccio la loro madre Latona. Quindi stanno tentando di liberare la madre dal gigante. “Cosa ci fa Apollo sul fregio del tempio più antico di Hera?”, si chiede il direttore. “Apollo è l’unica divinità, insieme ad Artemide, presente sul tempio di Hera dove ci sono soprattutto episodi del mito, con Eracle, Achille, e altri. In realtà Apollo era un dio molto importante per i coloni: per l’oracolo di Delfi che era ospitato nel tempio a lui dedicato, ma anche per la medicina: il suo figlio, Asclepio, era il dio dei santuari Asclepiei, specie di ospedali dove la gente si recava, dove c’erano medici che curavano i malati. Questi Asclepiei esistevano probabilmente a Poseidonia, ma anche a Velia e in molti altri siti del Mediterraneo sono state scoperte strutture interpretate come Asclepiei. Apollo, il padre di Asclepio, è un po’ più ambivalente: è sì il dio della medicina e della guarigione, ma è anche quello che manda le piaghe quando qualcosa non va e comunica proprio attraverso la piaga. È quindi anche il dio della riflessione, una riflessione per certi versi etica di quello che sta succedendo. E anche per questo ha una grande importanza per tutto il mondo greco”.

Nel bollettino numero 14 del Parco Archeologico di Paestum e Velia il direttore Gabriel Zuchtriegel ci guida alla scoperta del centauro Chirone. Siamo sempre all’interno del museo Archeologico nazionale di Paestum, ma non più nella sala dedicata la tempio di Hera alla foce del Sele, ma a quella del santuario meridionale della città, nel centro urbano, santuario di Hera e forse anche di Apollo. Anche qui c’è l’elemento della salute, della medicina, solo che è presente in una forma totalmente diversa. C’è un cippo che porta un’iscrizione greca: “Cheironos”, cioè di Chirone, un centauro, il più saggio e benevolo dei centauri, metà uomo e metà cavallo, medico saggio ed esperto che utilizzava i poteri curativi di erbe e radici. “Questo cippo è particolare”, spiega Zuchtriegel: “è aniconico, quindi senza immagine, ben lontana da quel modello che ci viene dal mondo classico ricco di statue, esempi di bellezza e di arte realistica attenta ai dettagli e alla rappresentazione veristica del corpo. Qui invece abbiamo un monumento che sembra di un altro mondo, primitivo, aniconico, con cippi come conosciamo in altre culture. Eppure è più o meno dello stesso periodo delle metope e di altre opere. Quindi dobbiamo immaginare un mondo classico dove coesistevano varie forme di religiosità, di arte, di ritualità. Accanto a templi, a statue, a quello che nell’immaginario è il classico, c’era anche questa parte “sommersa” o meno presente per noi, così come lo era la medicina rappresentata da Chirone. I centauri sono esseri molto ambigui: da un lato sono selvaggi, vivono nei boschi, e non rispettano le regole della polis, della città, e perciò vengono cacciati, o uccisi da Eracle e da altri eroi. Alcuni sono anche dei rifugiati: secondo la tradizione, anche qui in Italia. Il capostipite degli Ausoni, la prima popolazione italica, quella che i greci avrebbero incontrato approdando sulle nostre coste, sarebbe stato il centauro Mares. Rappresentano quindi un po’ quella parte repressa della storia, che viene poi spazzata via dall’urbanizzazione, dalla colonizzazione. Ma c’è anche un centauro come Chirone: quindi i centauri rappresentano anche un antico sapere su come trattare uomini e animali (loro stessi sono un mix di uomini e animali), e perciò rappresentano un altro legame con la natura, con i boschi dove vivono, le montagne, gli animali. Loro sfruttano le risorse della natura, come radici ed erbe, per curare gli esseri viventi, siano essi animali o uomini”.

Nel bollettino numero 15 del Parco Archeologico di Paestum e Velia il direttore Gabriel Zuchtriegel ci porta a passeggiare nel santuario Meridionale della città antica alla scoperta di miti, leggende e pratiche rituali legate alla guarigione. Siamo sul luogo dove è stato trovato il cippo di Chirone che abbiamo visto esposto nel museo Archeologico nazionale di Paestum. Di fronte al tempio di Hera, la cosiddetta Basilica, c’è un edificio ancora moto discusso, costruito sopra un grande spazio sotterraneo vuoto, probabilmente per la raccolta dell’acqua, importante per tutte le attività di guarigione e medicinali. “Da qui – spiega Zuchtriegel – viene il cippo di Chirone, e qui c’è ancora in situ un’altra stele in arenaria che faceva parte di un gruppo di cippi aniconici, quindi pietre lasciate più o meno grezze che popolavano lo spazio del santuario. Questo è riscontrato anche nel santuario di Hera alla foce del Sele, e a Metaponto, la colonia sorella di Poseidonia, dove davanti al tempio di Apollo c’erano questi pietre non lavorate. Dobbiamo immaginare questi cippi soprattutto davanti al tempio di Nettuno. Purtroppo spesso non sono stati documentati nella prima metà del Novecento quando furono effettuati degli scavi a Paestum. Comunque proprio da questa presenza scaturisce l’ipotesi che il tempio cosiddetto di Nettuno potesse essere in realtà un Apollonion, un tempio cioè di Apollo. In quel caso avremmo esattamente come a Metaponto Hera accostata a due divinità estremamente importanti”. Oggi davanti al tempio di Nettuno vediamo un edificio e, accostato, una piccola vasca, dove le analisi hanno dimostrato che qui l’acqua è stata presente per tempi prolungati. La vasca è strutturata in tre parti: una parte abbastanza larga, poi una – quasi un pozzetto – più profonda con degli scalini per immergervisi, e quindi una parte per i bagni rituali. Le donne si sedevano sul pilastrino centrale e poi su di loro veniva versata l’acqua: rito spesso illustrato con protagonista la stessa dea Afrodite. L’archeologo Mario Torelli ha ipotizzato che il tempio di Nettuno fosse dedicato ad Apollo, e che l’edificio più piccolo davanti ad esso fosse dedicato alla sorella Artemide. Quindi questo santuario riprenderebbe le forme del santuario di Artemide Hemera a Lusi, al confine tra Acaia e Arcadia, nella patria dei coloni di Sibari che poi hanno fondato Poseidonia. Siamo quindi in presenza di un lungo viaggio di riti, di miti, di pratiche rituali e di guarigione, dall’Arcadia – che era anche la terra nativa dei Centauri – e dall’Acaia fino alle coste campane, nel lontano Occidente”.

#iorestoacasa. Il parco archeologico di Paestum è chiuso al pubblico, ma la cultura non si ferma. Per gli appassionati il direttore Zuchtriegel posta dei “Bollettini”, comunicazioni video per far conoscere Paestum da una prospettiva interna, quella di chi quotidianamente vive il museo e l’area archeologica. Ecco i primi cinque

Il tempio di Nettuno a Paestum (foto parco archeologico Paestum)

Gabriel Zuchtriegel li chiama “Bollettini”, termine particolarmente in sintonia con questi tempi di emergenza sanitaria che si combatte contro un nemico invisibile: sono comunicazioni video dal parco archeologico di Paestum e Velia, realizzati fin dai primi giorni della chiusura per decreto e che in questi giorni sono stati messi in linea sul canale YouTube, con l’obiettivo – nell’impegno #iorestoacasa – di far conoscere Paestum da una prospettiva interna, quella di chi quotidianamente vive il museo e l’area archeologica. Ecco, dunque, il racconto di approfondimenti, aneddoti, anticipazioni e curiosità con riprese dagli scavi, dal museo, dagli uffici e dai depositi. Intanto cosa fa un Parco archeologico senza visitatori, chiuso per via dell’emergenza sanitaria? A Paestum e Velia, la risposta è: si prepara alla riapertura con corsi di formazione offerti al personale. “L’obiettivo”, spiega il direttore del parco Zuchtriegel, “è che anche i colleghi che non hanno mansioni tali da poterle svolgere da casa non siano penalizzati in questa situazione, dovendo consumare ferie e recuperi; anzi, vogliamo usare il tempo per prepararci al meglio per la riapertura, ovviamente da casa. Quando si riapriranno le porte del parco, e speriamo che sarà presto, troverete una squadra ancora meglio preparata grazie a un programma che valorizza conoscenze e competenze presenti all’interno della struttura che saranno condivise attraverso la rete”. Intanto per noi che restiamo a casa ci godiamo questo filo diretto con il Parco. Ecco i primi cinque “bollettini”.

La bellezza di Paestum abbatte ogni confine fisico e arriva fin nelle nostre case. Ecco il bollettino numero 1 del Parco Archeologico di Paestum e Velia in cui il direttore Gabriel Zuchtriegel ci racconta alcune pillole di archeologia. Comincia presentando il santuario meridionale meglio noto come il Tempio di Nettuno e la cosiddetta Basilica, perché in realtà non si sa a quali divinità fossero dedicato questi edifici sacri. Questi due templi sono tra i meglio conservati del periodo (V sec. a.C.) in tutto il Mediterraneo. “Forse c’era un tempio di Hera, forse uno di Apollo: ma non sappiamo quale”, spiega il direttore. “Un culto di Apollo, che era anche un dio medico, era molto importante a Paestum, la Poseidonia dei greci. Nella Magna Grecia e in Sicilia Apollo e Poseidone erano le divinità molto seguite perché proteggevano i coloni che venivano qua dalla Grecia per fondare nuove città. E tra gli aspetti molto importanti in tutti questi santuari c’è l’acqua: e qui, davanti ai due templi, c’è una struttura sulla quale ancora si discute. È il cosiddetto orologio d’acqua. Sicuramente non era un orologio d’acqua, ma è altrettanto certo che aveva a che fare con l’acqua: ci sono i canali, c’è la cisterna sotto il pavimento. Proprio qui è stata trovata una stele con iscritto il nome di Chirone, il centauro anche lui legato alla medicina, alla guarigione, alla saggezza antica”.

A Paestum continuano i lavori PON Cultura e Sviluppo lungo le mura dell’antica città. Nel bollettino numero 2 del Parco Archeologico di Paestum e Velia il direttore Gabriel Zuchtriegel racconta i lavori in corso: restauri, manutenzioni e anche qualche saggio di scavo. “Uno di questi cantieri”, spiega il direttore, “si trova proprio sul tempietto dorico di inizio V sec. a.C. che abbiamo trovato nel giugno 2019 (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/09/27/paestum-lancia-una-raccolta-fondi-con-lartbonus-per-riportare-alla-luce-il-tempio-dorico-individuato-allinizio-dellestate-lungo-le-mura-emersi-alcuni-frammenti-di-un-edificio-sacr/). E continuano a uscire nuovi elementi, come un frammento di sima (grondaia) del tetto, con ancora tracce del colore originario sulla decorazione a palmette”. E anche in questo tempietto, come già visto davanti al tempio di Nettuno, era presente l’acqua. “È stato trovato un frammento di louterion, grande bacile che era posizionato all’ingresso dei luoghi sacri per l’abluzione rituale”. Lo scavo del tempietto è lungo la cinta muraria che sta tornando alla luce insieme agli elementi del crollo dell’edificio sacro: parte di un fregio a triglifo, blocchi di colonne. “È emerso anche, proprio in questi primi giorni di marzo 2020, una parte dello stilobate (la base dove poggiavano le colonne) ancora in situ”.

Il Parco Archeologico di Paestum è chiuso al pubblico, ma l’attività degli uffici, seppur in forma molto ridotta, continua. Nel bollettino numero 3 del Parco Archeologico di Paestum e Velia si racconta cosa succede “dietro le porte” di un museo chiuso.

Dallo scavo PON Cultura e Sviluppo continua il racconto del direttore Gabriel Zuchtriegel. Il bollettino numero 4 ci aggiorna sul tempietto dorico e sui riti che si svolgevano in questa zona vicino le mura dell’antica città di Poseidonia. Lo scavo ha restituito più di duecento pezzi del tempietto dorico (colonne, fregio, architrave,) e poi la base dell’edificio con gli incavi dove veniva posto il perno che fissava la posizione delle colonne. “Si comincia già ad avere un’idea dell’impianto complessivo”, spiega Zuchtriegel. “Doveva essere un piccolo tempio periptero, cioè circondato di colonne su tutti i quattro i lati, fatto molto strano per un edificio piccolo: questo doveva essere di 4 colonne sui lati corti e 7 su quelli lunghi”. E continuano a venire alla luce anche nuovi elementi sulla ritualità. È stata trovata una piccola statuina in terracotta di età ellenistica. Rappresenta la testa di una donna con una ricca capigliatura e una specie di cappuccio sulla testa. “Questa statuetta ci racconta di una ritualità quotidiana in cui uomini e donne, giovani e adulti venivano qua. Questo era un luogo vissuto con processioni, musica, feste, rituali, sacrifici. Questo tempietto, vicino alle mura, faceva parte di una serie di santuari che circondava la città a creare una specie di protezione sacra dello spazio urbano”.

Ecco il bollettino numero 5 dal museo di Paestum: ci si prepara alla riapertura sfruttando questo tempo per fare un po’ di manutenzione ai reperti.

“Cantami, o Diva, del Pelide Achille l’ira funesta…”: a Comacchio la mostra “Troia. La fine della città. La nascita del mito” in collaborazione con il Mann. Prima parte: dai versi di Omero alla scoperta di Troia, passando per il giudizio di Paride, la bella Elena, l’inascoltata Cassandra e il mito di Telefo

Locandina della mostra “Troia. La fine della città. La nascita del mito” a Comacchio fino al 27 ottobre 2019

Μῆνιν ἄειδε θεὰ Πηληϊάδεω Ἀχιλῆως οὐλομένην, ἥ μυρί Ἀχαιοῖς ἄλγε’ ἔθηκε… “Cantami, o Diva, del Pelide Achille l’ira funesta, che (infiniti) lutti addusse agli Achei…”. Chi non ricorda dai tempi della scuola la traduzione di Vincenzo Monti del proemio dell’Iliade del poeta Omero? Anzi, del “primo poeta” come lui stesso scrive: “Il mio nome è Omero, il primo poeta. Canto la madre di tutte le guerre”. E la madre di tutte le guerre è la guerra di Troia, alla quale è dedicata un’interessante mostra aperta fino al 27 ottobre 2019 a Palazzo Bellini di Comacchio. Curata da Carla Buoite e Lorenzo Zamboni, da un’idea di Paolo Giulierini, Alice Carli e Roberto Cantagalli, la mostra “Troia. La fine della città. La nascita del mito” conferma la collaborazione tra il Comune di Comacchio e il museo Archeologico nazionale di Napoli, offrendo la possibilità di ammirare alcuni capolavori del patrimonio archeologico mondiale. Dopo la mostra “Lettere da Pompei. Archeologia della scrittura”, Palazzo Bellini ospita una nuova esposizione temporanea, ispirata alla più antica opera scritta dell’Occidente: l’Iliade. Sulla scia delle parole di Omero, la mostra “Troia. La fine della città, la nascita del mito” presenta, in una cornice evocativa, sculture, affreschi e vasi figurati originali che raccontano i miti e i personaggi dell’epico scontro. L’esposizione è ulteriormente arricchita da un prezioso reperto della raccolta cumana del museo Archeologico nazionale di Napoli, ora custodito nel suggestivo museo Archeologico dei Campi Flegrei nel Castello di Baia.

Skyphos calcidese a figure nere, provenienza sconosciuta, 540 a.C. circa. Duello tra Achille (a sinistra) e Memnone (a destra), re degli Etiopi, alla presenza delle rispettive madri, la dea Teti e la dea Aurora. Conservato al Mann (foto Giorgio Albano, Mann)

E allora riprendiamo le parole di Omero prima di addentrarci nel percorso della mostra. “Seguitemi – scrive Omero – tra gli dei e gli eroi di un’epoca remota: vi canterò degli Achei armati di lancia: di Agamennone, crudele signore di popoli, e di suo fratello Menelao, dal grido possente; vi canterò di Achille piè veloce, simile a un dio, splendente nelle sue armi infallibili, e dell’amato Patroclo, guidatore di carri; ecco l’ingegnoso Ulisse, dalla mente fina, tessitore di inganni, e l’aitante Diomede, domatore di cavalli, dalla forza sovrumana; ed ecco i due Aiaci, il gigante Telamonio, e l’empio Oileo. Vi canterò l’eterno scontro con i Troiani, domatori di cavalli: ecco il vecchio re Priamo, nobile cuore, e accanto a lui Ettore, campione di Troia, sterminatore di uomini, dall’elmo lucente; ed ecco Paride, bello come un dio, abile con l’arco, ma dal cuore pavido, e al suo fianco Elena, la più bella delle donne, che ammalia al solo sguardo. Per lei le case bruciano, e le città cadono… Vi canterò di Enea, il figlio di Afrodite, la dea capricciosa le cui promesse d’amore portano gli uomini alla rovina; vi canterò di Cassandra, inascoltata profetessa di sventure, che con occhi dolenti già vede le fiamme lambire le mura di Troia. E nella mischia furibonda ecco scendere dall’Olimpo persino gli dei, schierati a fianco degli eroi: insieme ai Troiani combattono la celeste Afrodite, il saettante Apollo e il sanguinario Ares, mentre Era e Atena, potenti e vendicative, sono favorevoli ai Greci, e per loro Efesto, dio del fuoco, forgia armi invincibili… E al di sopra di tutti il Destino possente, che inesorabile decide le sorti degli uomini…”. I corpi degli eroi sono fredda cenere ormai – intervengono i curatori -, svanita è la memoria degli dei, ma il mito di Troia continua. Ecco la mostra.

Busto in marmo di Omero, Collezione Farnese del Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Replica antonina (150-174 d.C.) da originale greco del I secolo a.C. (foto Giorgio Albano, Mann)

Omero, chi era veramente? Omero non è il nome di un poeta. È il nome di un collettivo di artisti, di una lunga schiera di aedi e cantori che per secoli hanno tramandato per via orale, arricchendola, un’antica materia epica. Omero, personaggio di cui non sappiamo nulla di certo, fu forse colui che per primo, verso l’VIII secolo a.C., fissò una parte di quel poema, componendo l’Iliade così come è arrivata fino a noi. L’Iliade è un’opera poetica che si ispira a vicende e personaggi risalenti a molti secoli indietro, ai periodi della civiltà micenea e della prima età del Ferro, tra la metà del II e gli inizi del I millennio a.C. Non racconta l’intera guerra di Troia, dalle premesse alla convulsa fine, ma, con una scelta narrativa sorprendente, solo una manciata di eventi che si svolgono nell’ultimo anno di conflitto: si concentra su alcuni episodi cruciali, legati ai principali eroi dei due schieramenti, Achille ed Ettore, e al loro rapporto con l’onore e la vergogna. Da un lato assistiamo al momentaneo ritiro di Achille dallo scacchiere bellico, offeso per un’ingiustizia subita che rischia di costare ai Greci la sconfitta definitiva. Dall’altro seguiamo la sorte tragica di Ettore, baluardo di Troia, ucciso e umiliato da Achille, quando finalmente costui tornerà in battaglia per vendicare la morte dell’amato Patroclo. Oltre all’Iliade, il ciclo troiano è composto da molti altri poemi, in parte oggi perduti, che narrano quello che accadde dopo l’uccisione di Ettore: la morte dello stesso Achille, la caduta di Troia, i viaggi di ritorno degli eroi. Da tremila anni i personaggi omerici continuano a popolare tragedie, poesie, romanzi, fumetti e film, rinnovando, nei secoli, la loro immortalità.

Cratere a figure rosse di produzione campana, da Frignano (Caserta), IV secolo a.C. La nascita di Elena dall’uovo, tra la madre Leda e un perplesso Tindaro, re di Sparta. Conservato al Mann (foto Patrizio Lamagna, Mann)

Tutta colpa della bella Elena… Il giudizio di Paride è a tutti gli effetti il primo concorso di bellezza della storia. Durante la festa di nozze di Peleo e Teti, futuri genitori di Achille, tra i divini convitati scoppia una grande contesa: una mela d’oro con la frase alla più bella rotola tra i piedi di tre invitate d’eccezione, Atena, Era e Afrodite. Subito tutte e tre si sentono chiamate in causa, pretendendo ognuna di essere la più bella. Il giudizio viene demandato ad un mortale, il bel Paride, ancora lontano dagli onori di corte e dal futuro di perdizione che lo attende. Il giovane non è però del tutto imparziale: pesa sulla sua scelta la promessa da parte di Afrodite dell’amore di Elena di Sparta, la cui bellezza era famosa in tutto il mondo. Elena ha tutto quello che rende una donna irresistibile secondo i canoni dell’epoca: bianche braccia, bella chioma, lungo peplo, ed è brava a tessere. La sua nascita ha del divino e prodigioso: dall’unione di Zeus con l’affascinante regina di Sparta, Leda (o secondo altre versioni del mito, con la dea Nemesi), emerse da un uovo, forma perfetta e simbolo di fecondità e rinascita. Icona dell’eterno femminino della cultura occidentale, Elena è in realtà una figura tragica, dotata di un fascino irresistibile, oggetto dei desideri e delle gelosie degli uomini, pedina nelle mani degli dei. La più bella tra le donne viene offerta come premio di un futile gioco tra dee capricciose, e scatenerà, suo malgrado, la crudele guerra, che infiniti lutti addusse agli Achei.

Affresco della Profezia di Cassandra, prima metà del I secolo d.C., da Pompei, Casa della Grata Metallica, Grande Triclinio. Al centro Cassandra, a sinistra, seduto, Priamo, con Paride col pomo della discordia, a destra Ettore, con la lancia. Conservato al Mann (foto Patrizio Lamagna, Mann)

La profetessa inascoltata. “Giungerà qui un’armata di guerra, e navi con le vele al vento riempiranno i lidi…”, scrive Quinto Ennio nel II sec. a.C. nella tragedia “Alexander”. Alle porte di Troia Cassandra, la più bella delle figlie del re Priamo, già vede le fiamme che avvolgeranno le mura della città. Il pomo della discordia, la promessa di Afrodite, l’incontro tra Paride ed Elena, la fuga dei due amanti a Troia, la guerra, la morte di Ettore, lo stratagemma del cavallo, la caduta della città: la triste fanciulla conosce già la sorte di ognuno, ma nessuno le darà credito. A Cassandra Apollo concesse in dono la capacità di vedere il futuro. La giovane non volle però cedere al suo amore, e il dio, offeso, si vendicò, privando di credibilità le sue profezie. Fiera e superba, Cassandra andrà incontro al proprio destino, lontano da Troia, da principessa ridotta a schiava, condannata, fino alla fine, a non essere creduta.

Rilievo neoattico in marmo pentelico, fine del I secolo a.C – inizi del I d.C., da Pompei, Casa del rilievo di Telefo. A sinistra, Achille consulta l’oracolo; a destra, Achille cura la ferita di Telefo. Conservato al Mann (foto Giorgio Albano, Mann)

Telépheion tráuma / La ferita di Telefo. “…così od’io che solea far la lancia / d’Achille e del suo padre esser cagione / prima di trista e poi di buona mancia…” scrive Dante nel Canto XXXI (4-6) dell’Inferno. Telefo, figlio di Eracle, è il sovrano di Misia, regione confinante con il territorio di Troia, e sposo di una delle innumerevoli figlie del re Priamo. I Greci, salpati alla volta di Troia, approdano per sbaglio in Misia, e subito infuria lo scontro. Telefo guida i suoi con successo, ma viene ferito dalla micidiale lancia di Achille, un’arma creata dal centauro Chirone. La ferita è terribile e sembra non guarire mai, lasciando Telefo in preda al tormento. Ancora una volta è una profezia, un oracolo a svelare la soluzione: “Solo chi ha inferto la ferita la potrà curare”. Achille acconsentirà così a guarire Telefo che, grato, indicherà finalmente agli Achei la strada per Troia. Quello di Telefo è un mito secondario nelle vicende della guerra di Troia, ma ne rappresenta una fondamentale premessa. Telefo divenne oggetto di culto eroico nella città di Pergamo, in Misia, e le sue gesta sono raffigurate sul fregio del celebre, omonimo Altare conservato a Berlino.

Heinrich Schliemann con gli scavatori che stanno riportando alla luce l’antica Troia sulla collina di Hisarlik in Turchia

Heinrich Schliemann

Veduta d’insieme delle sale espositive del nuovo museo di Troia (foto dunyabizim.com)

La scoperta di Troia. Secondo la tradizione, il sito archeologico di Troia fu scoperto nel 1868 da Heinrich Schliemann, uno dei padri dell’archeologia, guidato solo dal suo intuito e con l’Iliade di Omero in mano, che lo aveva folgorato fin dall’età di 8 anni… In realtà la collina di Hisarlik (“il luogo della fortezza”), nell’attuale Turchia nordoccidentale, fu identificata come una possibile sede dell’antica Troia prima da Charles Maclaren e poi da Frank Calvert, viceconsole britannico e antiquario, che acquistò metà della collina e iniziò gli scavi nel 1865. Successivamente Schliemann venne a sapere degli scavi di Calvert, e decise di contribuire personalmente con le sue ingenti ricchezze. Schliemann era infatti un ricco mercante e uno spregiudicato uomo d’affari, oltre ad essere un grande appassionato di antichità greche. La sua “naturale inclinazione verso tutte le cose misteriose e meravigliose” delinea però più un romantico visionario che uno scienziato, cui va riconosciuta al più un’incrollabile determinazione. I suoi scavi a Hisarlik, dal 1870 al 1890, furono piuttosto dei brutali sterri, condotti con schiere di operai armati di pala, e delle rocambolesche ‘cacce al tesoro’, come quella del famoso “tesoro di Priamo”. Solo grazie all’opera dell’architetto Wilhelm Dörpfeld (1853-1940) si riuscì a trarre un primo spaccato sintetico del sito identificato con la Troia di Omero. Ma è soprattutto con l’avvento dell’archeologia moderna, prima con Carl Blegen (1887-1971) e poi con Manfred Korfmann (1942-2005) e gli scavi delle rispettive università di Cincinnati e Tubinga, che l’archeologia troiana ha compiuto enormi passi in avanti. Oggi gli scavi a Hisarlik sono ripresi sotto la direzione di Rüstem Aslan. Nel 1998 Troia è stata inserita nei siti del Patrimonio dell’Umanità UNESCO, e nel 2018 è stato inaugurato a Çanakkale un grandioso nuovo museo (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2018/11/20/a-troia-aperto-il-nuovo-museo-dellantica-ilio-il-2018-e-stato-dichiarato-dalla-turchia-lanno-di-troia-nel-ventennale-delliscrizione-nella-lista-del-patrimonio-dell/). Dopo 3000 anni di storia, e 150 anni di scavi, Troia non smette di attrarre la nostra attenzione.

Vicenza, alla mostra “Mito. Dei ed eroi”: in questa 2^ parte scopriamo Alessandro Magno, Atena ed Ercole, altro nume tutelare della famiglia Leoni Montanari: ancora una volta gli affreschi allegorici del nobile palazzo dialogano con statue e affreschi antichi, e dipinti moderni

La locandina della mostra “Mito, dei ed eroi” a Palazzo Leoni Montanari di Vicenza

Fernando Mazzocca, Federica Giacobello, Agata Keran, curatori della mostra “Mito, dei ed eroi” (foto Graziano Tavan)

Mostra “Mito, dei ed eroi”: l’Antico dialoga con il Moderno nella Galleria di Ercole a Palazzo Leoni Montanari di Vicenza (foto Graziano Tavan)

Una mostra – “Mito. Dei ed eroi”, alle Gallerie d’Italia di Vicenza fino al 14 luglio 2019 – per ricordare i vent’anni dall’apertura al pubblico di Palazzo Leoni Montanari e delle sue raccolte d’arte, ma anche occasione per invitare i visitatori alla riscoperta dell’identità di questo contenitore, splendida testimonianza della civiltà dell’abitare e della cultura figurativa italiane tra Sei e Ottocento. “La configurazione dell’edificio”, spiegano i curatori Fernando Mazzocca, Federica Giacobello, Agata Keran, “e il notevole percorso iconografico delle sue magnifiche decorazioni pittoriche e a stucco, ma anche l’eccezionale collezione di vasi greci e magnogreci che vi è conservata, hanno costituito le basi di un originale progetto espositivo che indaghi la fortuna della mitologia classica, partendo dalla sua rappresentazione nell’antichità, per poi ripercorrere il suo reimpiego nei secoli sino all’esito esemplare tra il Classicismo seicentesco e le diverse stagioni, tra Sette e Ottocento, del Neoclassicismo. Le sezioni della mostra, che segue un criterio tematico legato ai miti e ai personaggi privilegiati nelle decorazioni del palazzo, si articolano, creando ogni volta straordinarie suggestioni, nelle sale affrescate e decorate a stucco di Palazzo Leoni Montanari. Si ha dunque la possibilità – continuano i curatori – di proporre continui confronti tra gli dei, gli eroi e i miti lì rappresentati e quelli raffigurati nelle opere, antiche e moderne, selezionate tra quelle delle raccolte di Intesa Sanpaolo e in prestigiosi musei e collezioni private italiane e straniere. Non si tratta di paragoni solo sul piano figurativo, per mostrare come lo stesso personaggio o episodio siano stati resi diversamente in pittura e in scultura, ma anche e soprattutto sul versante iconologico, per spiegare al pubblico i diversi significati – religiosi, morali, culturali, allegorici – assunti dal mito in tempi e contesti tanto diversi. L’antichità greca e romana rivive nell’esposizione acquistando propria identità attraverso le narrazioni delle raffigurazioni vascolari attiche e magnogreche e delle pitture parietali dall’area vesuviana; le sculture in terracotta, marmo e in materiale prezioso ci restituiranno aspetti cultuali e rituali della religione greca, oggetti preziosi dell’arte suntuaria e un raro marmo dipinto documentano come il mito con le sue molteplici declinazioni sia strettamente compenetrato nella società antica, costituendone il fondamento. Non si tratta quindi solo di raffinate creazioni ma di testimonianze delle comunità che si svilupparono in Grecia e in Italia tra il VI a.C. e il II secolo d.C.”.

La sala di Palazzo Leoni Montanari a Vicenza dedicata al mito di Alessandro Magno (foto Graziano Tavan)

Medaglioni in marmo di Filippo Collino con i ritratti di Alessandro e Olimpia dai musei Reali di Torino (foto Graziano Tavan)

Le divinità che emergono nel percorso iconografico di Palazzo Leoni Montanari sono Apollo e Ercole (come abbiamo visto nel precedente post: ), assumendo un ruolo che li fa apparire come i numi tutelari del luogo e della famiglia che lo ha abitato. Ma non sono gli unici a far parte del pantheon “privato” dei Leoni Montanari. C’è – ad esempio – anche Alessandro Magno. Il condottiero macedone è una delle figure più frequenti nell’antica “casa Montanara”, presente in origine anche come soggetto di alcuni quadri della perduta raccolta d’arte di Giovanni I. Nel ciclo di affreschi della sala si raccontano tre episodi relativi al re macedone (Lezione di Aristotele, Alessandro taglia il nodo di Gordio, Alessandro davanti al cadavere di Dario). Straordinaria personalità storica che segnò la fine dell’età classica e diede inizio al periodo ellenistico, entrò a far parte della tradizione mitica antica alla stregua degli dei e degli eroi e, come essi, fu raffigurato e celebrato in opere d’arte già dai suoi contemporanei. Personaggio di grande carisma, Alessandro è rappresentato in una veste del tutto idealizzata, tanto da incarnare, assieme al troiano Enea presente nella sala dell’Eneide, il più alto modello di virtù, al contempo eroica e umana, esprimibile con un concetto assai complesso: la pietas, ossia la responsabilità civica e personale dell’individuo verso il mondo terreno e divino. La gloria e la leggenda di Alessandro hanno resistito nei secoli. In età neoclassica il suo fascino è particolarmente sentito e, come dimostrano i due magnifici medaglioni in marmo di Filippo Collino ispirati a due celebri busti dei musei Capitolini ammirati anche da Winckelmann, è legato alla sua leggendaria bellezza abbinata a quella della madre Olimpiade.

La sala di Palazzo Leoni Montanari a Vicenza dedicata al mito di Ercole (foto Graziano Tavan)

“Ercole al bivio tra la Virtù e il Vizio” di Pompeo Batoni dai musei Reali di Torino (foto Graziano Tavan)

Ercole e Nesso su un affresco dalla Casa di Giasone di Pompei, oggi al Mann (foto Graziano Tavan)

Ercole e le sue imprese allegoria di un’ascesa. Ercole è la figura mitologica di principale riferimento identitario, sia familiare che di appartenenza culturale e spirituale. La sua caratteristica leontide si associa al leone presente nello stemma familiare, mentre lo spirito combattente dell’eroe evoca allegoricamente il faticoso impegno sostenuto dai Leoni Montanari durante il lungo percorso dell’affermazione sociale. Alla dimensione autocelebrativa della casata, si accosta invece una lettura più profonda del mito, da mettere in relazione alla Philosophia Christi di Erasmo da Rotterdam. Soggetti affrescati nella sala: Il bambino Ercole lotta contro il serpente inviato da Giunone, Ercole sul bivio tra la Virtù e il Vizio, Ercole libera Prometeo, Ercole combatte contro il toro di Maratona, Ercole e Deianira con il centauro Nesso, Ercole e Atlante. Il ciclo pittorico trova corrispondenza nelle opere archeologiche che mostrano la raffigurazione greca e romana dell’eroe e delle sue imprese riportate all’originale contesto. Eracle è infatti eroe panellenico (il suo culto è diffuso in tutta la Grecia) e civilizzatore, distruttore di mostri, espressione del mondo selvaggio e delle barbarie a cui si contrapponeva la cultura greca. Le molte prove e tentazioni (come ricorda la sua storia d’amore e di schiavitù con la regina dei Lidi Onfale) a cui fu sottoposto furono già in antico interpretate come espressione della fatica della vita umana. Eracle condivideva con l’uomo infatti la mortalità e la sofferenza, e con atroci sofferenze morirà gettandosi su una pira a causa della veste avvelenata con il sangue del centauro Nesso, donatagli dalla gelosa moglie Deianira. Ma la sua morte segnò la sua vittoria finale, l’apoteosi dell’eroe che fu accolto nel pantheon olimpico.

La sala dei Fauni di Palazzo Leoni Montanari di Vicenza dedicata al mito di Atena (foto Graziano Tavan)

La grandiosa statua in marmo dell’Atena Albani conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Graziano Tavan)

Atena la dea combattente e delle arti. La sezione è dedicata ad Atena una delle principali divinità del pantheon greco, vergine guerriera, divinità tutelare della città di Atene, nume delle arti prerogativa che condivide con Apollo. La Sala dei Fauni accoglie quest’ultimo tema introdotto dalla grandiosa statua in marmo dell’Atena Albani dal museo Archeologico di Napoli e suggellato dalla celeberrima tela del Tiepolo che vede la statua della dea e quella di Apollo poste ai lati di Ottaviano Augusto. Esemplari statuari e vascolari antichi mostreranno le caratteristiche iconografiche della divinità. Nella stessa sala trovano spazio tre eccezionali esemplari ceramici magnogreci provenienti da Ruvo di Puglia con la raffigurazione del culto di Apollo a Delfi, il più importante centro oracolare del dio dove sono ambientati celebri episodi del mito e della tragedia greca.

Apoteosi di Eracle: dettaglio di un famoso vaso del IV sec. a.C. del Pittore di Licurgo, proveniente da Ruvo di Puglia, oggi nelle collezioni di Banca Intesa San Paolo (foto Graziano Tavan)

Apoteosi di Eracle, glorificazione della famiglia Leoni Montanari. Il percorso si conclude nella suggestiva e barocca Loggia di Ercole, visibile anche entrando dal palazzo in uno scenografico ingresso. Qui si celebra, specularmente ad Apollo, l’altro protagonista del palazzo, Eracle. Il trionfo dell’eroe è espresso dalla sua immagine statuaria che lo vede immortalato mentre uccide l’idra di Lerna, uno delle sue celebri fatiche. La decorazione della loggia ne costituisce scenario ideale, un nuovo Olimpo. In prossimità dell’ingresso alla loggia sarà possibile ammirare il cratere magnogreco, capolavoro della collezione archeologica Intesa Sanpaolo, con la raffigurazione della apoteosi di Eracle e della sua ascesa tra gli dei.

Vicenza, alla mostra “Mito. Dei ed eroi”: in questa 1^ parte scopriamo Apollo, nume tutelare della famiglia Leoni Montanari: gli affreschi allegorici del nobile palazzo dialogano con statue e affreschi antichi, e dipinti moderni

La statua romana di Apollo accoglie i visitatori della mostra “Mito. Dei ed eroi” a Palazzo Leoni Montanari di Vicenza. Alle sue spalle si intravede il Salone di Apollo (foto Graziano Tavan)

Fernando Mazzocca, Federica Giacobello, Agata Keran, curatori della mostra “Mito, dei ed eroi” (foto Graziano Tavan)

Ercole vigila dall’alto della suggestiva loggia barocca l’ingresso del palazzo e quanti fanno visita alla nobile famiglia vicentina dei Leoni Montanari di cui è nume tutelare. Ma ai più sfugge il suo sguardo. I visitatori che varcano la soglia della storica dimora di contra’ Santa Corona, a Vicenza, oggi sede delle collezioni delle Gallerie d’Italia di Banca Intesa San Paolo, attraversano distratti l’antico passo carraio e salgono al piano nobile. E qui invece non può sfuggire l’altro protagonista del palazzo e della famiglia che questo palazzo ha voluto con tutte le sue decorazioni celebrative, Apollo. Fino al 14 luglio 2019 un bellissimo Apollo del I sec. d.C. dal museo romano di Palazzo Massimo accoglie i visitatori nel “suo” palazzo. Alle sue spalle si apre il grande Salone, non a caso dedicato proprio ad Apollo, dove inizia il percorso della mostra “Mito. Dei ed eroi”, a cura di Fernando Mazzocca, Federica Giacobello, Agata Keran, allestita per celebrare il ventennale dell’apertura della sede vicentina delle Gallerie d’Italia (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2019/05/05/a-vicenza-la-mostra-mito-dei-ed-eroi-per-il-ventennale-delle-gallerie-ditalia-fa-riscoprire-arte-e-architettura-di-palazzo-leoni-montanari-in-cui-preziosi-reperti-antichi-d/). Il percorso si snoda lungo il piano nobile di Palazzo Leoni Montanari che rappresenta uno straordinario palcoscenico d’arte, popolato di miti e di allegorie profondamente legati al destino umano e storico della casata Leoni Montanari. Il filo conduttore della mostra è costituito dalle raffigurazioni pittoriche che ornano il palazzo di origine seicentesca: miti e iconografie greche risemantizzati per esaltare i valori ideali della committenza alla luce dell’ideologia e del sentimento del tempo. Partendo dunque dalla rilettura moderna, il visitatore è poi condotto a riscoprire divinità e racconti mitici nella loro autenticità antica, a comprenderne il valore religioso e artistico per cui furono concepiti.

“La strage dei Niobidi”: uno dei due “arazzi” dipinti nel Salone di Apollo di Palazzo Leoni Montanari a Vicenza da Giuseppe Alberti (foto Graziano Tavan)

Il dio tutelare del palazzo e protagonista delle sue raffigurazioni è – come si diceva – Apollo, divinità oracolare, delle arti e della musica. Con lui si apre la mostra in una sezione dedicata a due episodi del mito greco che lo vedono coinvolto in feroci punizioni esemplari ma che nel programma iconografico seicentesco servono a sottolineare la visione del palazzo come palcoscenico teatrale e musicale: la strage dei Niobidi e la gara musicale tra Apollo e Marsia. Siamo nel cosiddetto Salone di Apollo, luogo deputato sin dalle origini a eventi conviviali, come feste, concerti e momento teatrali. Questi due miti sono rappresentati nel Salone di Apollo dai dipinti realizzati come finti arazzi dal trentino Giuseppe Alberti, chiamato dai Leoni Montanari tra il 1687 e il 1688 a realizzare un ampio apparato ornamentale all’insegna della glorificazione della casata, in occasione dell’acquisizione della cittadinanza nobiliare di Vicenza. Apollo è infallibile arciere, venerato in antico come Parnopios (sterminatore di cavallette): e proprio un esempio di Apollo arciere è quello che abbiamo appena incontrato all’ingresso del salone, che si rifà a un celebre tipo statuario dello scultore ateniese Fidia, dedicato sull’Acropoli a protezione dei flagelli naturali. Ed è con l’arco che Apollo vendicherà, insieme alla sorella gemella Artemide, la madre Latona compiendo la strage dei figli di Niobe, la mortale che aveva osato vantarsi con la dea della sua numerosa progenie, compiendo un atto di hybris, all’origine della tragedia che ha colpito profondamente l’immaginario letterario e artistico. L’altro episodio che, come il precedente, ebbe grande fortuna e diffusione, è presentato più avanti – nel percorso della mostra – nella cosiddetta Sala dell’Antica Roma: Apollo è celebrato come dio della musica ed esperto suonatore della lira: tra i suoi molti trionfi sconfigge il satiro Marsia, abile suonatore di aulòs, flauto a doppia canna, che aveva osato sfidarlo in una gara musicale. Marsia fu punito con una tortura atroce ed esemplare: fu scorticato vivo.

La strage dei Niobidi su un affresco staccato dalla Casa del Marinaio di Pompei e oggi al Mann (foto Graziano Tavan)

Dettaglio del fronte di sarcofago del II sec. d.C. dal museo Archeologico nazionale di Venezia con la strage dei Niobidi (foto Graziano Tavan)

Usciti dal Salone di Apollo incontriamo due preziosi vasi per la conservazione dell’acqua lustrale (loutrophoros) a figure rosse (IV sec. a.C.) conservate al museo Archeologico nazionale di Napoli sui quali è rappresentata la pietrificazione di Niobe, mentre nell’affresco staccato dalla Casa del Marinaio di Pompei, a essere descritta è la strage dei Niobidi, cioè l’uccisione dei figli maschi di Niobe da parte di Apollo. Le figlie, invece, saranno eliminate da Artemide: a questa strage assiste impotente Niobe. La vediamo in una scena ricca di pathos in un marmo dipinto con pigmenti ocra proveniente dalla stessa domus pompeiana. Niobe guarda in alto, terrorizzata, in direzione delle frecce saettate da Artemide e col mantello cerca di proteggere una delle sue bimbe, colta mentre urla di dolore trafitta alla coscia da una freccia. Lo sguardo di Apollo nella testa in marmo del II sec. d.C. ci porta invece ad ammirare il coevo fronte di sarcofago dal museo Archeologico nazionale di Venezia, dove in un contorcersi di corpi si consuma la strage dei Niobidi, invano protetti dai loro genitori. Il mito dei figli di Niobe uccisi da Apollo e Artemide ha una ricca tradizione iconografica come conferma l’olio su tela del bresciano Luigi Basiletti che, oltre a essere stato un apprezzato pittore di paesaggio è stato anche un grande archeologo cui si devono gli scavi e il recuperi della Brescia romana. Basiletti recupera la drammaticità del mito e rievoca il mondo classico inserendo sullo sfondo la cupola del Pantheon e i Dioscuri del Quirinale.

Il bellissimo “Sigillo di Nerone” con il mito di Apollo e Marsia dal museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Graziano Tavan)

L’opera di Pompeo Batoni con “Apollo, la Musica e la Geometria” (foto Graziano Tavan)

Con il mito di Apollo e Marsia celebrato, come abbiamo visto, nel Salone di Apollo, si esalta l’arte della musica e del bel canto al suono della lira. Con la vittoria di Apollo sul satiro Marsia esperto suonatore di flauto, le Muse decretano la superiorità degli strumenti a corda su quelli a fiato. Il mito attestato in Grecia dalla metà del V sec. a.C. e documentato vivacemente nel vaso apulo del IV sec. a.C. conservato al Mann esposto in mostra a Vicenza, ebbe grande popolarità nell’arte romana di ambito privato come testimoniano l’affresco da Pompei e il celebre “sigillo di Nerone”, gemma della fine del I sec. a.C. entrata a far parte della collezione di Lorenzo de’ Medici alla fine del XV secolo e oggi al Mann: Apollo è a sinistra, in piedi. Con la sinistra tiene la cetra e con la destra il plettro. A destra, seduto su una roccia è Marsia, legato con le braccia dietro la schiena a un albero disseccato. È il momento prima della fine del mito quando Marsia viene punito per la sua tracotanza (hybris). Chiudono questa sezione due opere. Una antica: la statuetta di Apollo citaredo del II sec. d.C., proveniente dall’Archeologico di Venezia, ritratto mentre nudo pizzica il suo strumento preferito: la cetra. L’altra moderna, a conferma del mito che continua: è una tela di Pompeo Batoni del 1741 con Apollo, la Musica e la Geometria, dove il pittore realizza l’allegoria delle arti, in cui Apollo rappresenta la Poesia.

TourismA 2018. Il cavallo di Troia? Una clamorosa fake news dell’antichità. L’archeologo navale Tiboni: “Omero non ha mai scritto di un cavallo. Ilio fu vinta con l’inganno: ma entro le sue mura fu fatta penetrare una nave di tipo fenicio nota come hippos”

L’archeologo navale Francesco Tiboni e il direttore Piero Pruneti sul palco di Tourisma 2018. Alle loro spalle la copertina del libro “La guerra di Troia. Un inganno venuto dal mare” (foto Graziano Tavan)

Il cavallo di Troia? Una clamorosa fake news dell’antichità. Una bugia con le gambe lunghe come quelle di un… cavallo. Francesco Tiboni, archeologo navale di NavLab Laboratorio di Storia navale dell’università di Genova, ne è convinto perché – ribadisce – “Omero non ha mai scritto di un cavallo”. E a due anni dalle prime comunicazioni (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/06/24/miti-sfatati-il-cavallo-di-troia-era-una-nave-lhippos-fenicio-larcheologo-navale-rilegge-omero-e-i-relitti-antichi-e-smaschera-lequivoco-millenario-dovuto-al-traduttore-antico-alloscuro-de/), seguite da contributi più articolati e da un libro, “La guerra di Troia. Un inganno venuto dal mare” (Edizioni Storia e Studi sociali, 2017), il mondo accademico comincia a recepire la “novità” che smantella un episodio entrato nell’immaginario collettivo da più di due millenni. “E questo per me è un grande risultato”, commenta soddisfatto Tiboni dal palco di TourismA 2018, salone di archeologia e turismo culturale, a Firenze dal 16 al 18 febbraio 2018. Proprio a TourismA l’archeologo navale ha ripercorso le tappe filologiche della sua ricerca partendo proprio dal suo recente saggio dove ha esaminato uno degli episodi più noti della guerra di Troia, l’inganno del cavallo di legno, analizzandolo da un punto di vista archeologico, storico e filologico, allo scopo di chiarire come una vicenda che per i contemporanei di Omero era estremamente chiara nella propria evidenza, nel tempo possa essere stata fraintesa e decontestualizzata. Avvalendosi degli strumenti dell’archeologia navale, attraverso l’analisi delle parole, delle immagini e dei relitti, l’autore giunge a proporre una precisa collocazione dell’episodio che pose fine alla guerra di Troia all’interno di un quadro tematico ben definito, quello appunto della dimensione navale del mondo mediterraneo prearcaico.

Disegno con la ricostruzione di un hippos, imbarcazione fenicia

“Sono un archeologo navale”, ha puntualizzato subito, “e quindi ho voluto approfondire gli aspetti della navigazione nel Mediterraneo tra la tarda età del Bronzo, cioè quello corrispondente alla guerra di Troia, e la prima età del Ferro, periodo in cui sono stati scritti i poemi omerici. È proprio in questi secoli che tra le navi che solcavano le acque del Mediterraneo c’era un’imbarcazione fenicia molto diffusa e nota col nome di hippos, così chiamata perché aveva la polena a testa di cavallo, imbarcazioni con le quali sarebbe stata circumnavigata addirittura l’Africa”. Le fonti antiche citano la nave hippos in più occasioni. Strabone la ricorda come una nave mercantile fenicia. Sofocle (Andromeda, fr. 2, Apud Athenaeum, XI, 64): “su hippoi o su piccole navi navighi verso terra?”. Trifiodoro (184-5): “dopo aver pregato la glaucopide figlia di Zeus (Atena, ndr), si precipitano al mercantile hippos”. Ma forse la citazione più interessante, spiega Tiboni, è quella contenuta in Plinio il Vecchio (Naturalis Historiae, VII, 57) che afferma: “Hippo di Tiro inventò l’oneraria”. “Quando Plinio scrive – siamo nel I sec. d.C. – la tradizione di queste navi  si è ormai persa nel corso dei secoli. Sappiamo che nel Levante non è riscontrato il nome Hippo. Quindi il nome della nave oneraria, hippos, si fonde con le sue origini fenice, la città di Tiro, e in Plinio diventa un nome proprio: Hippo di Tiro. Ma, al di là della “sovrapposizione-contrazione” delle notizie, abbiamo la conferma che l’hippos era una nave fenicia”.

L’archeologo navale Francesco Tiboni

Ma quello che per Tiboni è fondamentale è che Omero, nel descrivere l’inganno del cavallo, usa sempre una terminologia navale. Odissea (IV, 708-9): “Dimmi araldo, perché mio figlio solca il mare a bordo delle navi che sono gli hippoi del mare?”; (XI, 523): “Quando ci imbarcammo sull’hippos, che Epeo costruì, noi fiore degli Argivi, e tutto da me dipendeva, aprire il solido inganno e richiuderlo”. E ancora (VIII, 487-520): “Dicci del dourateous hippos che Epeo costruì con Atena”. Per Tiboni questo è un passo importante perché si associa hippos all’aggettivo dourateous, che rimanda al termine dourata, cioè alle tavole del fasciame che compongono una imbarcazione. “Quindi non stiamo parlando di un cavallo di legno, come per secoli è stato tradotto (per legno Omero avrebbe usato un’altra parola), ma di una nave. E a ribadire il concetto più che Epeo, del quale si sa essere stato un pugile e un discobolo, è l’intervento divino di Atena che in epoca omerica era la protettrice dei maestri d’ascia”.

Esempi di pittura vascolare con il “cavallo di Troia” mostrati da Tiboni a TourismA 2018 (foto Graziano Tavan)

Ma allora come è nata la bufala del “cavallo” di Troia? “Già i greci parlano del cavallo perché avevano perso la nozione della nave fenicia”, spiega Tiboni. “Comunque le rappresentazioni dell’inganno di Troia sono abbastanza scarne. Ne conosciamo solo 37, e non sembrano riferirsi a una tipologia precisa.  Esemplare in questo senso le scene vascolari: i vasai riproducevano l’episodio su informazioni che avevano letto o tramandate oralmente, e quindi ognuno lo interpretava alla sua maniera. L’idea del cavallo di legno si rafforza in periodo romano dopo aver letto – superficialmente e frettolosamente – Virgilio che in realtà nell’Eneide (II, 16, 112, 186, 234-237) nel narrare dell’inganno, descrive non un cavallo ma un’imbarcazione e le diverse fasi della sua costruzione che in antico partiva dal fasciame e poi passava allo scheletro”. Scrive Virgilio: “Ne intessono le murate con tavole di abete… già sorgeva il cavallo fatto di travi d’acero”, che è la prima sequenza: la realizzazione del fasciame in legno di abete o di acero. Segue la costruzione dello scheletro in legno di quercia (“Così intessuto di travi di quercia”). Ma anche la descrizione dell’introduzione del cavallo in Troia è illuminante. Sempre Virgilio: “Separiamo le mura e apriamo le fortificazione della città. Ognuno dà una mano a sottoporre rulli scorrevoli al cavallo a legare al suo collo lunghe funi”. Chiarisce Tiboni: “Quindi non si abbattono le mura: si aprono le porte. E l’uso dei rulli è quello tipico per la messa in secca delle navi, ben decritto da Tacito”. Ma ormai la fake news era stata confezionata. Il “cavallo di legno” di Virgilio viene ripreso e reso immortale da Giambattista Tiepolo nel Settecento per giungere senza colpo ferire ai nostri giorni nel film “Troy”, colossal epico del 2004 diretto da Wolfgang Petersen.

Tiboni mostra i rilievi assiri con la rappresentazione di un hippos trascinato dentro la città facendolo scorrere su grandi rulli (foto Graziano Tavan)

Cosa successe veramente davanti alle mura di Troia? “Per capire la valenza dell’inganno”, fa sapere l’archeologo navale, “dobbiamo aver ben presente cosa succedeva tremila anni fa quando si giungeva alla fine di un conflitto: la parte perdente doveva pagare il tributo alle divinità vincitrici. Spesso lo si faceva offrendo alla città vincente una nave carica di merci preziose”. I greci in dieci lunghi anni lontano dai loro regni non erano riusciti ad avere la meglio sulla città tra lo Scamandro e il Simoenta. Le grandi mura, che la tradizione vuole realizzate da Poseidone e Apollo, avevano retto a ogni assalto. Non rimaneva che la resa. E il pagamento del tributo. “Ma quale nave era più adatta?”, si chiede Tiboni. “Considerando le rivalità interne tra i greci, è facile pensare che nessuno voleva che una propria nave diventasse il simbolo disonorevole della resa. E così si scelse una nave non greca, un hippo fenicio, che fu avvicinato alle mura facendolo scivolare su grandi rulli”. Un rilievo dal palazzo del re assiro Assurbanipal a Ninive del VII sec. a.C. ci fa capire bene come avveniva il tributo ai vincitori con il trascinamento sui rulli di un hippo, agganciato alla testa di cavallo, dentro la città. “Come possiamo immaginare”, riprende Tiboni, “l’operazione era piuttosto laboriosa e richiedeva molto tempo, durante il quale le monumentali porte della città rimanevano spalancate. Quindi non ci fu l’abbattimento delle mura, con l’ingresso di un manipolo di greci nella pancia del cavallo: avrebbero fatto ben poco”. Ma con le porte spalancate e, si può supporre, le guardie distratte dai festeggiamenti di ringraziamento agli dei per la fine della guerra e il pagamento del tributo, l’irruzione dei greci dentro le mura di Ilio fu un gioco da ragazzi. “L’inganno del cavallo di legno aveva raggiunto lo scopo: la presa di Troia. Un inganno venuto dal mare, a bordo di una nave fenicia”.

TourismA 2018, Sgarbi lancia la sfida-progetto: “Ricostruirò per anastilosi il tempio G di Selinunte, il più grande dell’occidente greco. Sarà un valore aggiunto di bellezza per la Sicilia”. Costo dell’operazione: 15 milioni, da coprire con sponsor

L’ammasso di rocchi di colonne effetto del crollo del tempio G di Selinunte

Sulla collina orientale di Selinunte si vede solo un informe ammasso di rocchi di colonne, più vicino a una ruina dantesca che a una vestigia antica. È quello che rimane di quello che oggi è noto come Tempio G, tempio greco di ordine dorico (VI-V sec. a.C.) dedicato agli dei olimpici e alle principali divinità della città di Selinunte (Zeus, Phebo, Apollo, Pasikrateia, Malophoros), che con i suoi quasi 45 metri di larghezza e 109 di lunghezza era uno dei più grandi dell’occidente greco. “Basterebbero sette mesi per vedere in piedi le prime colonne”, ha affermato Vittorio Sgarbi, neo assessore ai Beni culturali della Regione Sicilia, ospite sabato 7 febbraio di TourismA 2018, a Firenze. Poi, rivolgendosi all’auditorium gremito del centro congressi, mostra un’immagine sul grande schermo: “Guardate. Qui in primo piano le rovine del tempio G, sullo sfondo il tempio E maestoso. Ma non è sempre stato così. Anche quel tempio era a terra ed è stato riassemblato. Perché allora non fare altrettanto con il più grande tempio greco dell’occidente?”.

Vittorio Sgaarbi sul palco di TourismA 2018 mostra la grande “ruina” del tempio G a Selinunte (foto Graziano Tavan)

L’idea-progetto del suo assessorato Sgarbi l’aveva manifestata la prima volta un mese fa proprio a Selinunte, intervenendo al convegno “Valorizzazione e tutela dai rischi geologici della polis di Selinunte” al baglio Florio del parco archeologico selinuntino, dove sono stati presentati i risultati del primo di tre anni di una ricerca che i geomorfologi dell’università di Camerino stanno svolgendo nel sito. E a Firenze l’ha ribadito con forza: “Mi sto impegnando per raggiungere l’obiettivo: la ricostruzione per anastilosi del tempio G, che rappresenterà un valore aggiunto di bellezza per il parco archeologico selinuntino. Una bellezza in più per il patrimonio siciliano”.

La mapppa del crollo del tempio G di Selinunte con gli elementi delle singole colonne colorati con colori diversi (foto Graziano Tavan)

Un plastico che mostra come doveva essere il tempio G di Selinunte

Il tempio G presentava 8 colonne sul fronte e 17 sui fianchi. Il peristilio circondava un naos suddiviso in 3 navate. Sgarbi ha già un’idea dei costi dell’operazione: circa 15 milioni di euro da coprire con sponsorizzazioni, senza gravare sul bilancio pubblico. Da una prima stima il prezzo della ricostruzione per ogni colonna sarebbe di 600mila euro. “Ho chiesto preventivi a quattro diverse fonti”, ha chiarito, “e ritengo che quello più autorevole sia il progetto da 12 milioni elaborato dalla soprintendenza del Mare, ente capofila, con la soprintendenza del sito”. Un altro progetto, che prevede la ricostruzione anche della cella e di altre componenti del tempio, si avvicinerebbe ai 35 milioni di euro. “Ho detto alle due soprintendenze di mettersi d’accordo e di darmi un preventivo certo, che pare potrebbe essere intorno ai 15 milioni con la ricostruzione del solo peristilio”. Sgarbi, una volta che avrà in mano il progetto definitivo (“Questione di settimane”), cercherà dei mecenati che lo possano sostenere. “La volontà politica della ricostruzione esiste”, ha concluso, “gli studi sono stati in gran parte esperiti con un convegno del 2013, altri studi sono stati fatti e quelli dell’università di Camerino sono utili sul piano della geologia”.

Sei eccezionali pezzi dal Louvre e dall’Ermitage giunti ad arricchire e completare al museo Archeologico nazionale di Napoli la mostra “Amori divini”, percorso nel mito greco e nella sua fortuna con due ingredienti narrativi comuni: seduzione e trasformazione. L’allestimento nell’ala del Mann pavimentata nell’800 con opus sectile da ville dell’area vesuviana

Specchio in argento con il mito con Leda e il cigno, parte del “Tesoro di Boscoreale” scoperto nel 1895, oggi conservato a Parigi (foto Musee du Louvre)

Anna Anguissola, una delle curatrici della mostra “Amori divini”

Lo specchio con Leda e il cigno (fine I a.C. – inizio I d.C.) viene direttamente dal Louvre. Fa parte dei 111 pezzi del “Tesoro di Boscoreale” confluito al museo parigino subito dopo la sua scoperta, nel 1895, nella villa romana della Pisanella. Arriva invece dal museo dell’Ermitage di San Pietroburgo il cratere a calice attico a figure rosse, attribuito al Pittore di Triptolemos (490-480 a.C. circa), scoperto a Cerveteri, con il mito di Zeus che, attratto dalla bellezza di Danae rinchiusa dal padre in una camera sotterranea, si unisce a lei trasformandosi in una pioggia d’oro filtrata dal tetto. È una delle più antiche rappresentazioni dell’unione divina giunte fino a noi. E ancora da San Pietroburgo giunge l’anfora nolana attica a figure rosse, attribuita al Pittore della Phiale (440 a.C.) con Europa seduta in groppa a un toro: il Pittore della Phiale riesce a dare una visione concisa e rinnovata della figura di Europa, ponendola in parallelo con quella di un uomo anziano, identificabile con il padre Agenore, re di Tiro, che ordinò ai suoi figli maschi di partire alla ricerca della principessa rapita. Sono questi tre dei sei pezzi eccezionali che, a un mese dalla sua inaugurazione, sono andati ad arricchire la mostra “Amori divini”, aperta fino al 16 ottobre 2017, al museo Archeologico nazionale di Napoli (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/06/04/apre-al-museo-archeologico-nazionale-di-napoli-la-mostra-amori-divini-focus-sul-mito-greco-secondo-capitolo-della-collaborazione-tra-il-mann-e-gli-scavi-di-pompei-dove-e-in-corso-l/). La mostra, a cura di Anna Anguissola e Carmela Capaldi, con Luigi Gallo e Valeria Sampaolo, promossa dal ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo e dal Mann con l’organizzazione di Electa, propone un percorso nel mito greco e nella sua fortuna attraverso storie che hanno due ingredienti narrativi comuni: seduzione e trasformazione.

“Il bagno di Diana” di Francesco De Rosa conservato al Museo e Real Bosco di Capodimonte di Napoli

Accanto ai vari manufatti antichi di soggetto mitologico – pitture parietali e vascolari, sculture in marmo e in bronzo, gemme e preziose suppellettili: circa 80 opere, provenienti dai siti vesuviani e, più in generale, dalla Magna Grecia, e da alcuni tra i più prestigiosi musei italiani e stranieri  – per ciascun mito viene proposto un confronto con una selezione di opere di periodi più recenti. Infatti oltre 20 opere tra dipinti e sculture, con particolare attenzione all’arte del XVI e XVII secolo, illustrano i momenti fondamentali della ricezione moderna del mito e ne mettono in luce evoluzioni, modifiche e ampliamenti. Artisti quali Baccio Bandinelli, Bartolomeo Ammannati, Nicolas Poussin, Giambattista Tiepolo e molti altri ancora permettono non solo di seguire la fortuna del mito greco fino ad epoche a noi più vicine, ma anche di comprendere il ruolo che, in questa tradizione, giocano le fonti letterarie e iconografiche antiche.

L’originale allestimento della mostra “Amori divini” al Mann di Napoli (foto Gabriele Lungarella)

Pelike attica conservata al Mann con il mito di Zeus e Io

L’arricchimento del percorso espositivo con l’arrivo dei preziosi pezzi dal Louvre e dall’Ermitage ha permesso alle due curatrici, Anguissola e Capaldi, di offrire una visita guidata più completa alla mostra “Amori divini”. La prima sezione della mostra presenta i casi più noti di “amori rubati”, quello di Danae, Leda, Io, Ganimede, in cui la metamorfosi è l’espediente per la conquista della persona amata. Sono i miti greci illustrati da straordinari esempi di pittura vascolare greca e da piccola coroplastica. Si introducono così le storie narrate nelle sale successive ed i loro protagonisti. Quali aspetti di questi racconti verranno recepiti nel mondo romano – e in particolare a Pompei? Quali elementi della tradizione greca adotteranno nuove forme e assumeranno nuovi significati e quali, invece, saranno dimenticati? In che misura sarà possibile ampliare il repertorio, costruendo nuove storie basate su elementi comuni e introducendo nuovi personaggi nel già popolatissimo mondo del mito greco? A queste domande tentano di dar risposta le tappe successive del percorso. E quando sono gli esseri umani a mutare forma – a esempio le giovani Io e Callisto – la loro è una trasformazione subìta, imposta da divinità vendicative e capricciose. Vi sono poi i casi di “amori negati”. Sono i miti di Dafne ed Apollo, Narciso ed Eco, Ermafrodito e Salmacide, pressoché sconosciuti nel mondo greco arcaico e classico ma cari ad Ovidio e, soprattutto grazie ai versi di questo immaginifico poeta, straordinariamente amati dai romani. La fortuna di questi racconti, in letteratura e in arte, è legata alla materia che offrono per l’esplorazione dell’animo adolescente e del passaggio verso la maturità. La metamorfosi non è che l’esito di un contrasto altrimenti insolubile tra il corpo in fiore, desiderabile e desiderato, e l’animo fanciullesco, riluttante alle lusinghe dell’amore.

Il pavimento staccato dal belvedere della Villa dei Papiri di Ercolano e posato in un’ala del Mann di Napoli (foto Graziano Tavan)

Il percorso espositivo occupa le sale del museo attigue al salone della Meridiana, caratterizzate da pregiati “sectilia” (intarsi marmorei) a motivi geometrici messi in opera nella prima metà dell’800, adattando alla dimensione degli spazi pavimenti rinvenuti in scavi eseguiti nel XVIII secolo sia nell’area vesuviana, sia a Capri sia in altri territori del regno. È certa la provenienza dal “belvedere” della Villa dei Papiri di Ercolano, di quello della sala circolare costituito da lastrine triangolari di dimensione crescente, dal centro alla periferia. In vista del futuro allestimento stabile di questo settore del museo, è stato eseguito un intervento di manutenzione e di pulizia che ha restituito alle superfici la vivacità dei colori delle diverse qualità di marmo nascoste, negli ultimi venti anni, da tavolati e moquette collocativi per proteggerli e ora rimossi. Poiché si intende valorizzare questo patrimonio quasi sconosciuto, mostrandolo al pubblico ma, allo stesso tempo è necessario assicurarne la conservazione, si è stabilito che è possibile accedere alle sale solo calzando appositi copriscarpe messi a disposizione dei visitatori.

Calabria. La musica antica rinasce a Vibo Valentia con la mostra “ReSÒNAnT Ritmi e Suoni: l’Arte ritrovata”: dallo scavo archeologico alle fonti letterarie e iconografiche fino agli strumenti e ai riti dell’antica Grecia

Una rara rappresentazione di una siringa sul rovescio di un hemilitron di bronzo di Siracusa (344-317 a.C.)

Una rara rappresentazione di una siringa sul rovescio di un hemilitron di bronzo di Siracusa (344-317 a.C.)

La sede del museo Archeologico nazionale di Vibo Valentia "Vito Capialbi"

La sede del museo Archeologico nazionale di Vibo Valentia “Vito Capialbi”

Testimonianze dal passato con suoni e parole che evocano il mondo antico: ecco “ReSÒNAnT Ritmi e Suoni: l’Arte ritrovata”, la mostra archeologica aperta fino al 17 settembre al museo Archeologico nazionale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia, in Calabria, con reperti provenienti da scavi archeologici e da musei e con ricostruzioni desunte da fonti letterarie o iconografiche, ritmi, suoni, declamazioni di testi classici, rappresentazioni scenografiche. “La mostra è dedicata alla cultura musicale; arte molto importante e assai praticata nel mondo classico, della quale si trovano solo pochi frammenti, spesso anche di difficile interpretazione e con tentativi di riproduzione sonora”, spiega il direttore Adele Bonofiglio. “Questa esposizione è frutto di una fattiva collaborazione fra enti e istituzioni che operano nel nostro territorio. Solo lavorando nella stessa direzione e in piena armonia è possibile, infatti, realizzare eventi capaci di porre all’attenzione generale il nostro ingente patrimonio culturale”.

Una cetra a sette corde sul rovescio di una tetradracma della zecca di Olinto (Macedonia) del 410-400 a.C.

Una cetra a sette corde sul rovescio di una tetradracma della zecca di Olinto (Macedonia) del 410-400 a.C.

L'hydraulis sul medaglione di Valentiniano

L’hydraulis sul medaglione di Valentiniano

Si comincia con la musica nella numismatica: gli strumenti a fiato nelle monete antiche. Nonostante l’ampia diffusione e l’uso dell’aulos nel canto lirico, rarissime ne sono le rappresentazioni nell’iconografia monetale. “Più diffusa”, spiega Giorgia Gargano, “è invece la rappresentazione del doppio flauto e della syrinx, lo strumento musicale costituito da sei o più canne, il cui nome si deve a Siringa, la ninfa dell’Arcadia amata dal dio Pan. Un tardo medaglione dell’epoca di Valentiniano (IV sec. d.C.) ci mostra in un’immagine rara quanto preziosa l’evoluzione del flauto di Pan: l’hydraulis, un organo ad acqua inventato nel III secolo a.C. dall’ingegnere Ctesibio di Alessandria”. Per quanto riguarda invece gli strumenti musicali a corda, l’iconografia monetale permette di seguire le varianti e l’evoluzione della foggia degli strumenti musicali spesso attributi di divinità. “Vengono rese con precisione le differenze tra lira e cetra”, continua Gargano, “la prima con cassa rettangolare o arrotondata, con cinque o sette corde; la seconda a forma di carapace di tartaruga: entrambi attributi di Apollo, ma suonati anche da Pan ed Eracle”.

Statuette di Bes, di un satiro e di una suonatrice: tutti con il doppio aulos

Statuette di Bes, di un satiro e di una suonatrice: tutti con il doppio aulos

La presenza della musica e il suo legame con la sfera rituale e cultuale emerge con chiarezza dalla documentazione archeologica proveniente dalle aree sacre e dalle necropoli di età greca ed ellenistica, in Italia meridionale e in Calabria. Il ritrovamento di strumenti a fiato, a corda e a percussione, come ben illustra Paola Vivacqua, le raffigurazioni iconografiche su vasi, le statuette fittili e i pinakes evocano pratiche, relative sia a determinati culti effettuati nei santuari, che ai riti funebri che accompagnavano il passaggio del defunto nell’aldilà, sottolineando un forte rapporto con la divinità a cui rivolgere preghiere di ringraziamento e di supplica. “I corredi tombali a cui sono associati gli strumenti musicali”, sottolinea Vivacqua, “molto spesso rimandano alla sfera del simposio, dove la musica e il canto erano i mezzi di comunicazione privilegiati per potervi accedere e godere dei piaceri dell’incontro conviviale, dell’esibizione e dello spettacolo. In questo senso la presenza degli strumenti musicali era finalizzata all’educazione e alla formazione in cui l’attività musicale e poetica era considerata fondamentale per l’acquisizione di prestigio”.

Vasi e terrecotte con raffigurazioni di strumenti musicali o di cerimonie in cui la musica è protagonista

Vasi e terrecotte con raffigurazioni di strumenti musicali o di cerimonie in cui la musica è protagonista

Dal punto di vista archeologico la profonda permeazione che la musica ebbe nella vita quotidiana è difficilmente connotabile a causa della natura immateriale della documentazione. “Per questo motivo”, interviene Anna Maria Rotella, “è oltremodo indispensabile l’apporto documentario costituito dal repertorio figurativo sia vascolare che coroplastico”. Il museo Archeologico nazionale di Vibo Valentia, dedicato a Vito Capialbi, è stato istituito nel 1969 proprio per offrire un’idonea collocazione alla collezione di Viro Capialbi, il più illustre dei collezionisti calabresi dell’Ottocento, collezione che comprende anche un piccolo nucleo di oggetti che presenta chiari rimandi alla musica in età greca.

Lekytos attica conservata nel museo di Vibo Valentia con fanciulla che suona il doppio aulos

Lekytos attica conservata nel museo di Vibo Valentia con fanciulla che suona il doppio aulos

La forte componente religiosa che caratterizzava la Calabria greca trova riscontro nelle offerte votive alla divinità. E tra le terrecotte votive meritano particolare attenzione quelle con raffigurazioni musicali. “Esse documentano l’importanza della musica nei luoghi sacri”, spiega Mariangela Preta, “e aiutano non solo a comprendere la funzione della musica nel suo contesto di produzione e fruizione ma anche a ricostruire cosa la musica e il far musica significassero per le società antiche. I rinvenimenti attestano la presenza di figure femminili suonatrici singole o in gruppo. Il contesto di ritrovamento di questi particolari ex voto, datati tra il V e l’inizio del III sec. a.C., forniscono informazioni sia su quali strumenti fossero più adatti alle diverse occasioni rituali, sia alla relazione tra le performance con le divinità destinatarie dell’offerta musicale”.

L'eccezionale lyra trovata da Paolo Orsi nella necropoli di località Lucifero a Locri

L’eccezionale lyra trovata da Paolo Orsi nella necropoli di località Lucifero a Locri

Chiude il percorso della mostra l’eccezionale lyra ritrovata da Paolo Orsi negli scavi condotti a Locri tra il 1913 e il 1915 nella necropoli di località Lucifero: il carapace faceva parte di un corredo funerario che comprendeva anche un alabastron in alabastro e uno strigile. “Diversi gli esemplari di lyra tra i corredi”, ricorda Rossella Agostino, “attestazione che sembra documentare il grado di livello culturale del defunto e la sua appartenenza a un ceto sociale elevato. In alcune sepolture alla lyra, strumento rappresentato anche su alcuni pinakes, si accompagnava l’aulos. Va ricordato che la colonia locrese fu musicalmente molto attiva e sembra che sia stato Senocrito, originario di Locri e autore di ditirambi e peani, ad inaugurare tale attività poetico-musicale in città. E fu ancora lui a inventare l’armonia Lokristi, caduta in disuso alla fine del V secolo a.C.”.

Etruria meridionale. Apre il santuario del Portonaccio di Veio (VII-V sec. a.C.), tra i più antichi e venerati d’Italia: pronto a ospitare anche i pellegrini della via Francigena diretto al Giubileo della Misericordia a Roma

L'area archeologica di Veio con il santuario del Portonaccio in una veduta dall'alto

L’area archeologica di Veio con il santuario del Portonaccio in una veduta dall’alto

Modellino del santuario del Portonaccio a Veio

Modellino del santuario del Portonaccio a Veio

Era tra i santuari più antichi e venerati d’Italia. L’area sacra dedicata a Menerva/Minerva, oggi nota come santuario del Portonaccio, sorgeva immediatamente fuori la città di Veio, in Etruria meridionale, su un ripiano tufaceo non vasto, a picco sul fosso della Mola. Era attraversato in tutta la sua lunghezza dalla via che conduceva dalla città di Veio al litorale tirrenico e alle famose saline veienti, il cui tracciato fu ricalcato in epoca romana dalla strada basolata ancora in parte conservata. E nel Medioevo il sito, dove nel frattempo era sorto il borgo di Isola Farnese, fu interessato dal passaggio della via Francigena, percorsa dai pellegrini che da Canterbury, in Inghilterra, attraverso la Francia e le Alpi raggiungevano la città eterna, Roma. E proprio per consentire una visita del santuario del Portonaccio ai numerosi pellegrini dei nostri giorni – che lungo la via Francigena raggiungeranno Roma per il Giubileo straordinario della Misericordia -, riapre l’area archeologica di Veio secondo i nuovi orari: martedì, mercoledì, venerdì, domenica e festivi dalle 8 alle 14; giovedì e sabato dalle 8 alle 16. Il biglietto intero avrà il costo di 2 euro, quello ridotto di 1 euro.

Particolare dell'Apollo di Veio proveniente dal santuario del Portonaccio

Particolare dell’Apollo di Veio proveniente dal santuario del Portonaccio

Pianta dell'area archeologica di Veio in Etruria Meridionale

Pianta dell’area archeologica di Veio in Etruria Meridionale

Il santuario è il risultato di una complessa vicenda, sia edilizia che cultuale, risalente ai primi decenni del VII secolo a.C., che raggiunge l’assetto finale intorno alla metà del V secolo a.C. La costruzione del tempio, voluta certamente dal re tiranno della città, sostituì precedenti strutture risalenti alla seconda metà del VII secolo a.C.: una sorta di casa-torre con vano di base seminterrato, adibita ad abitazione degli addetti al santuario, e successivamente (verso il 530 a.C.) una residenza riccamente ornata da fregi fittili raffiguranti, tra l’altro, l’apoteosi di Ercole. Il nucleo più antico, situato all’estremità orientale del ripiano, era legato al culto della dea Menerva, la latina Minerva, venerata sia nel suo aspetto oracolare che in quello di protettrice dei giovani e del loro ingresso nella comunità. In onore della dea, ricordata da iscrizioni votive accanto ad altre divinità (Rath=Apollo; Aritimi=Diana; Turan=Venere). Verso il 540-530 a.C., al posto di più antiche strutture murarie, furono eretti un tempietto a semplice cella con relativo grande muro di sostruzione del ripiano tufaceo costruito per regolarizzare la sommità del dirupo, un altare quadrato con bothros (fossa dei sacrifici), un portico e una gradinata di accesso dalla strada. Numerosi e pregiati gli ex voto in avorio, in bronzo, oltre a particolari ceramiche in bucchero, tra i quali spiccano quelli con dediche di personaggi importanti come Tolumnius, Vibenna, venuti da città lontane (Vulci, Castro, Orvieto) attirati dalla fama dell’oracolo di Menerva. Eccezionale lo splendido donario in terracotta policroma raffigurante l’apoteosi di Ercole, introdotto tra gli dei dell’Olimpo dalla sua protettrice Minerva, eseguito verso il 500 a.C. Nella parte occidentale del santuario fu eretto verso il 510 a.C. il tempio a tre celle di tipo tuscanico ornato dall’eccezionale apparato decorativo in terracotta policroma di cui facevano parte nel gruppo delle statue acroteriali, quelle di Apollo ed Ercole. Il tempio fu affiancato da una grande piscina, alimentata da un apposito cunicolo e da un vasto recinto retrostante che racchiudeva un bosco sacro. Il culto era quello di Apollo/Rath nel suo aspetto oracolare profetico ispirato al modello delfico, al quale si collegavano i riti di purificazione. Associato ad Apollo era Ercole, l’eroe divinizzato caro ai tiranni, e forse Giove/Tina, la cui immagine dovremmo supporre sul fastigio dell’edificio templare.

Il santuario di Minerva con il restauro che ne restituisce i volumi

Il santuario di Minerva con il restauro che ne restituisce i volumi

Apollo ed Eracle: statue in terracotta policroma

Apollo ed Eracle: statue in terracotta policroma

Oggi il tempio è visibile nella sua ricostruzione dalla sagoma dell’edificio sino al tetto, compresi altri particolari tra cui le decorazioni architettoniche e una statua di Apollo di 12 metri di altezza. Dall’ingresso degli scavi si giunge al santuario percorrendo un breve ma suggestivo tratto di basolato romano immerso nel verde. “Dalle iscrizioni”, spiegano gli archeologi, “sappiamo che il complesso templare era dedicato alla dea Minerva, ma è generalmente noto come santuario “di Apollo” per la bellissima statua fittile acroteriale (destinata a decorare il vertice del frontone del tempio) rappresentante il dio, attualmente conservata al museo nazionale di Villa Giulia”. Il santuario si componeva del tempio vero e proprio, di una piscina annessa, servita da una serie di cunicoli sotterranei, alcuni dei quali ancora ben visibili, e di una piazza, che a Est terminava in una larga piattaforma quadrangolare. In età post-classica nella collina furono aperte cave per ottenere materiale da costruzione le quali hanno provocato il collasso dell’area centrale del complesso; le strutture sono state quindi raccolte blocco per blocco dal fondo della cava e restaurate nella forma attuale.

Nuovi orari di apertura per l'area archeologica del santuario del Portonaccio a Veio

Nuovi orari di apertura per l’area archeologica del santuario del Portonaccio a Veio

“Il restauro del tempio”, continuano gli archeologi, “ha ricreato con una struttura leggerissima e affatto invasiva quelle che dovevano essere le dimensioni del tempio, consentendo una chiara comprensione della struttura ed anche della localizzazione delle decorazioni. Il ricchissimo corredo fittile, datato alle fine del VI sec. a.C. era composto di lastre di rivestimento, di affreschi su terracotta per le pareti della cella, di antefisse (ornamento in terracotta dei tetti degli edifici antichi, posto alle estremità delle tegole convesse) a testa gorgonica e a testa di menade, e soprattutto di bellissimi gruppi acroteriali, tra i quali il più famoso è sicuramente l’Apollo. Gli acroteri che decoravano il columen (trave centrale) del tetto a doppio spiovente del tempio, come anche le antefisse, sono tutte opere attribuibili ad un’unica bottega, probabilmente quella del famoso artista Vulca, noto dalle fonti latine come artista attivo a Roma nella decorazione del grande tempio di Giove Capitolino, voluto dal re etrusco Tarquinio il Superbo ed inaugurato nel 509 a.C.”. Soddisfatto Daniele Torquati, presidente del XV Municipio di Roma: “Ringrazio a nome dei cittadini del Municipio tutti gli attori che hanno voluto, portato avanti e ottenuto la valorizzazione dell’area archeologica di Veio, traguardo importante per residenti, visitatori e pellegrini in vista del Giubileo della Misericordia”.