Missione belga scopre ad Alessandria d’Egitto complesso monumentale del periodo tolemaico: probabile tempio della famosa regina Cleopatra assimilata a Iside. Ne dà notizia la rivista “Archeologia Viva”

I resti del complesso tolemaico scavato nel quartiere moderno di Smouha ad Alessandria d’Egitto (foto Archeologia Viva)
Gli scavi condotti dal museo belga di Mariemont ad Alessandria d’Egitto stanno portando alla identificazione di un grande complesso monumentale del periodo tolemaico: forse un tempio dedicato a Cleopatra assimilata a Iside che in età greco-romana era la più amata delle divinità nella terra del Nilo. Autori della scoperta, come riferisce il numero di gennaio-febbraio 2017 della rivista Archeologia Viva (Giunti editore), sono tre archeologi belgi dell’università Cattolica di Lovanio: Marie-Cécile Bruwier, direttrice scientifica del Museo reale di Mariemont e professoressa di archeologia egiziana e museologia; Marco Cavalieri, professore di archeologia romana e antichità italiche; Nicolas Amoroso, assistente presso la cattedra di archeologia romana e antichità italiche. “È noto come la conoscenza della più famosa città voluta da Alessandro Magno, l’Alexandrea ad Aegyptum di cui parlano le fonti, fondata sul delta del Nilo, sia ben lungi dall’essere completata”, spiega Bruwier su Archeologia Viva. “L’eccezionale e per certi versi incontrollato boom edilizio moderno e la stessa collocazione della città in un ambiente lagunare e paludoso, certamente sfavorevole alla conservazione del sito antico, hanno profondamente trasformato nei secoli il volto dell’area urbana, facendo sì che anche i monumenti più illustri, come la famosa Biblioteca o il Faro, siano ancora oggetto di continue indagini, peraltro non sempre risolutive per la ricomposizione dell’antica topografia”. La missione del Musée royal de Mariemont ad Alessandria d’Egitto si è conclusa dopo diversi anni di ricerche. Grazie alla collaborazione del Consiglio supremo delle Antichità egizie e del Centre d’Études alexandrines (CEAlex), le indagini si sono concentrate nella zona del quartiere moderno di Smouha, un sobborgo orientale della città. Il sito, conosciuto già dal XVIII secolo, solo a partire dal 2008 è stato oggetto di scavi condotti sulla base di attenti studi topografici. In precedenza, le uniche testimonianze si basavano su alcuni frammenti di statue colossali, oggi divisi tra il museo di Mariemont e il museo greco-romano di Alessandria. Le indagini hanno dato brillanti risultati documentando i resti di un tempio monumentale di età greco-romana che aggiungono un importante tassello alla conoscenza dell’antica Alessandria.

L’egittologa Marie-Cécile Bruwier davanti al frammento di regina tolemaica (Cleopatra?) conservata al Museo reale di Mariemont (foto Stephanie Vandreck)
“La missione belgo-francese-egiziana”, continua Bruwier, “da anni è concentrata nel tentativo di ricostruire la natura e l’aspetto di un ampio settore orientale esterno alle antiche mura, nell’attuale quartiere di Smouha, laddove le descrizioni dei viaggiatori dei secoli scorsi e le più recenti indagini archeologiche documentano le tracce di un tempio la cui natura monumentale è attestata dai resti architettonici e dall’apparato scultoreo, forse risalente alla fine dell’età lagide, ovvero al regno di Cleopatra VII (51-30 a.C.), la più famosa regina d’Egitto”. Fra i reperti degli scavi a Smouha, è stato portato alla luce un frammento di lucerna romana raffigurante Iside in trono adorna del basileion: il disco solare sostenuto da due spighe di grano e sormontato da due piume. La presenza di spighe richiama l’assimilazione della dea con Demetra. Una seconda lucerna mostra Iside in trono che allatta il piccolo Arpocrate, mentre il frammento di una manica è riferibile a un busto di Serapide. Sono reperti che evidenziano la pratica di culti isiaci in questo sobborgo alessandrino. Inoltre, alcuni gettoni da gioco alessandrini di età greco-romana portano l’iscrizione Eleusinion con la rappresentazione di un edificio porticato a più piani che lascia ipotizzare l’organizzazione di giochi nell’Eleusi di Alessandria. Ciò presuppone uno spazio adeguato. Due iscrizione geroglifiche frammentarie, scoperte a Smouha nel 2009 e nel 2010, presentano parte di un titolatura reale e dimostrano la presenza di statue reali nel luogo dove sono stati condotti gli scavi. Le ricerche hanno evidenziato una sessantina di blocchi di forma parallelepipeda (in granito, calcare e marmo) e parecchi frammenti di colonne in granito rosa.
Egitto. Per l’apertura del Nuovo Canale di Suez una mostra al Cairo e i musei di Suez e Ismailia raccontano la storia militare dell’Antico Egitto nell’area di al-Qantara e del Cammino di Horus. Grande progetto di valorizzazione dei siti archeologici del comprensorio di Suez

Il Nuovo Canale di Suez: per l’inaugurazione il Governo ha promosso mostre sugli scavi archeologici in zona
Una mostra al museo Egizio del Cairo e gallerie fotografiche nei musei di Suez e Ismailia, insieme alla valorizzazione della cosiddetta Sorgente di Mosè, nel Sinai, anticipano il faraonico progetto culturale promosso contestualmente all’avvio dell’altrettanto faraonico progetto del Nuovo Canale di Suez: riorganizzare, salvaguardare e promuovere i siti archeologici dell’area di al-Qantara, la porta orientale dell’Antico Egitto verso la Palestina e la Siria, e punto di partenza del cosiddetto Cammino di Horus, “la strada militare più lunga dell’Egitto”, ricorda Mohamed Abdel-Maqsoud, soprintendente dei siti archeologici del Nuovo Canale di Suez, “un collegamento militare e commerciale vitale tra l’Egitto e l’Asia, che ha visto marciare gli eserciti di Thutmosi III e Ramses II, ma anche passare le orde assire, l’esercito persiano di Cambise, i soldati di Alessandro Magno, le legioni romane di Antioco, i conquistatori arabi guidati da Amr Ibn Al-As”. E poi qui sono transitati i pellegrini cristiani diretti ai centri religiosi di Rafah e Pelusium. “Vogliamo valorizzare il Cammino di Horus”, assicura Abdel-Maqsoud, “perché ci permette di illustrare un altro aspetto dell’Antico Egitto: quello militare, attraverso un’area archeologica unica che comprende anche i siti di al-Qantara”. Oggi, grazie agli scavi archeologici, prendono forma le informazioni fornite dai rilievi del tempio di Karnak che descrivono le campagne del faraone Seti I e le mappe del Cammino di Horus dall’Egitto alla Palestina. Si sa che lungo questo tratto di strada sono state costruite undici fortezze, delle quali cinque sono state individuate dagli archeologi: la prima a Qantara Est e l’ultima a Gaza.
La collaborazione del ministero delle Antichità egizie con l’Autorità del Canale di Suez (SCA) è iniziata nel febbraio 2013, quando il piano del nuovo Canale di Suez era nelle sue fasi iniziali”, sottolinea il ministro Mamdouh Eldamaty. Il ministero aveva fornito alla SCA le mappe con i siti archeologici dell’area per evitare che l’imponente infrastruttura potesse danneggiarli. E fu proprio per questo motivo che lo scavo del Nuovo Canale è stato spostato dieci chilometri a sud di al-Qantara, in un’area dove sicuramente non c’erano monumenti noti o siti archeologici. “Per noi archeologi lo scavo del Nuovo Canale a dieci chilometri da uno dei più importanti siti archeologici dell’Egitto rappresenta e ha rappresentato una grande opportunità per sistemare i siti archeologici vicino al Canale di Suez, soprattutto al-Qantara”. Il piano originale prevedeva di aprire i sette siti archeologici di al-Qantara: tre a est (Tel Abu Seifi, Pelusio e la Fortezza Habwa) e quattro nella parte occidentale (Tel Al-Dafna, Tel Al-Maskhouta, Tel Al-Seyeidi e Ain Sukhna). L’inaugurazione al pubblico doveva essere contestuale all’apertura del Nuovo Canale di Suez, con un percorso per i visitatori, pannelli informativi, sistemi di sicurezza e di illuminazione ad alta tecnologia, un centro visitatori, bookshop e caffetteria. Ma, come succede spesso in Egitto, il tempo a disposizione è stato breve (un anno) per completare tutti i progetti entro l’apertura del Nuovo Canale di Suez, così il ministero ha organizzato una serie di eventi che celebrano la storia di questo territorio.
Il più importante è la mostra al museo Egizio del Cairo, che rimarrà aperta fino all’inizio di settembre: “Scoperte archeologiche nella porta orientale dell’Egitto e nell’area del Canale di Suez”, con 40 reperti dell’Antico Egitto scoperti nella regione del Canale di Suez. Si tratta di una collezione di reperti rinvenuti in dieci siti archeologici situati sulle sponde occidentali e orientali del Canale tra Pelusium, Tel Habuwa, Tel Abu Seifi, Tel Kedwa e Tel Al-Erede. “In mostra”, spiega ancora Abdel-Maqsoud, “sono presentate alcune delle più importanti scoperte effettuate dalle missioni di scavo straniere ed egiziane, tra cui un rilievo in calcare dipinto raffigurante il faraone Ramses II, un blocco di pietra col faraone Tutmosi II davanti al dio Montu, il signore di Tebe, e una stele del faraone Ramses I davanti al dio Set della città di Avaris”. In mostra anche una collezione di architravi, così come fotografie che mostrano le fortezze militari del Nuovo Regno scoperte in situ, palazzi reali dei regni di Thutmosi III e Ramses II, i resti di un tempio della XXVI dinastia. E poi una cantina di stoccaggio e quella che doveva essere una specie di zona industriale scoperti a Tel Dafna sulla riva occidentale del Canale di Suez e una struttura romana a Pelusium. Abdel-Maqsoud ha annunciato che è esposto per la prima volta dalla sua scoperta anche un rilievo del faraone Apries (XXVI dinastia) scoperto a Tel Dafna di al-Ismailia, lungo il Cammino di Horus, durante la rivoluzione del 2011. Scolpita nella pietra arenaria, la stele mostra una spedizione militare lanciata dal re.
Nel nuovissimo museo nazionale di Suez si può invece visitare la mostra “Il Canale di Suez, una linea tracciata nella Storia”. Inaugurato ufficialmente nel 2012, in quasi 6mila mq disposti su due piani, il museo presenta la storia della città di Suez dalla preistoria ai tempi moderni (compresa la liberazione del Sinai nel 1973) attraverso l’esposizione di 1500 reperti accuratamente selezionati da musei e depositi archeologici in tutto l’Egitto, la maggior parte provenienti da scavi di siti archeologici nella zona di Suez. La mostra presenta una collezione di manufatti rinvenuti nella zona di tell Al-Qalzam. “L’idea di collegare con un grande canale il Mediterraneo al mar Rosso attraverso il Nilo o uno dei suoi rami”, spiega il Capo della sezione Musei del ministero della Cultura, Elham Salah, “affonda nell’antichità, come dimostra la raccolta di fotografie e documenti relativi alla storia della creazione dell’antico Canale Sesostri, il primo canale a mettere in comunicazione il Mediterraneo con il mar Rosso attraverso il fiume Nilo durante il regno del faraone Sesostri III (XII dinastia)”. In mostra si possono anche vedere le immagini dei canali realizzati da Nechao II e Dario, del Canale tolemaico e di quello scavato durante il periodo islamico chiamato Amir al-Mo’menin. Tra gli oggetti esposti si possono ammirare alcuni di quelli rinvenuti nel 1930 e nel 1932 durante gli scavi nella zona di Tel al-Qalzam per proteggere l’ingresso del Canale di Suez. C’è anche una collezione di rare incisioni raffiguranti le credenze religiose della comunità di Al-Qalzam durante l’epoca tolemaica, così come una collezione di gioielli, mobili per la casa e vasi insieme a lampade di epoca tolemaica di diverse tipologie.
Il museo regionale di Ismailia documenta invece i reperti scoperti durante la costruzione del primo canale di Suez dal 1859 al 1869. La Compagnia del Canale di Suez, responsabile della costruzione del canale originale, aveva infatti organizzato una missione archeologica internazionale prima dello sterro del Canale con indagini archeologiche lungo il corso d’acqua progettato da Suez a Port Said, nonché sui bordi occidentali e orientali del percorso del canale. I reperti rinvenuti, tra cui vasi, stele e rilievi, costituirono il primo nucleo del museo di Ismailia, cui si aggiunsero poi quanto scoperto dall’egittologo francese Jean Clédat nella zona intorno al canale di Suez e nel Sinai del Nord sotto la supervisione dell’egittologo francese Gaston Maspero, all’epoca direttore delle antichità autorità dell’Egitto e con il sostegno della Société artistique de l’Isthme di Suez, istituita nel 1861 dall’ ingegnere francese André Guiter per preservare i reperti rinvenuti durante gli scavi. Le ricerche nella zona del canale sono proseguite nei decenni fino all’occupazione israeliana nel 1967, quando iniziarono a scavare nel Sinai gli archeologi israeliani portando alla luce diversi oggetti, restituiti all’Egitto nel quadro del Trattato di Pace 1977. Solo nel 1983, quando l’esercito egiziano lascia il Sinai, il sito di al-Qantara Est viene consegnato allo SCA. L’ultima missione archeologica è del 2014, quando a al-Qantara Est è stato individuato un quartiere logistico antico, con edifici amministrativi, edifici doganali, strutture utilizzate per conservare il grano, stalle e un dormitorio per i soldati. “È in quell’occasione”, ricorda Abdel-Maqsoud, “che è stato trovato un cartiglio di Ramses II con inciso Kemet, come chiamavano l’Egitto gli antichi egizi. E questa è la prima testimonianza del nome Kemet nel Sinai”. La collezione del museo comprende oggi 4mila oggetti dal predinastico al periodo greco-romano. Tra questi, oggetti scoperti nella zona di Tel al-Maskhouta dove era l’antica città di Pitom; una testa di funzionario libico in arenaria rossa risalente alla XXII dinastia, una testa della dea Bastet, e l’immagine di un sacerdote con una parrucca e sopra un grande scarabeo in altorilievo, raro esempio di scultura del Basso Egitto per questo periodo. Un altro pezzo forte del museo”, continua il soprintendente, “è la sfinge ben conservata posta all’ingresso del museo con il cartiglio del faraone Ramses II. Tuttavia, un esame più attento, dimostra che è molto più antica, e sarebbe da collocare nelle cosiddette sfingi con criniera del periodo del faraone Amenemet III della XII dinastia”.
Infine c’è Ayoun Mousa (la Sorgente di Mosè) tra le destinazioni turistiche da aprire contestualmente all’avvio del Nuovo Canale di Suez. Ayoum Mousa si trova sulla strada che da Suez va a Sharm el-Sheikh, dietro l’omonimo villaggio beduino. Si compone di 12 sorgenti di acqua calda, un po’ dolce e un po’ amara, che formano una piccola oasi fertile. La sua acqua ha la capacità terapeutiche, particolarmente adatta ai pazienti diabetici, rafforza le ossa e contribuisce a regolare la pressione alta. Per facilitare l’arrivo dei turisti, è stato creato un centro visitatori che recupera l’episodio biblico narrato nell’Esodo, quando Mosè, seguendo le indicazioni di Dio, gettò un ramo nell’acqua salmastra, rendendola potabile; e poi un bookshop e una caffetteria.
Iran: Pasargade, la città di Ciro il Grande, sarà curata dagli archeologi e restauratori italiani: firmato un protocollo Italia-Iran

Pasargade, la città di Ciro, prima capitale achemenide: il restauro sarà curato dagli esperti italiani
Pasargade, la città di Ciro il Grande, prima capitale dell’impero persiano, sarà curata dagli italiani. Sono stati inaugurati nei giorni scorsi i laboratori di restauro, asse portante di un progetto a tutela del patrimonio archeologico iraniano avviato nel 2014 e destinato a proseguire almeno fino al 2017. “Una forma di cooperazione di grande valore simbolico per il patrimonio archeologico mediorientale, che in altre parti della regione corre un grande pericolo”, l’ambasciatore italiano in Iran, Mauro Conciatori, ha definito i nuovi laboratori per il restauro della pietra aperti dall’Istituto superiore per la conservazione e il restauro (Iscr), con l’Iranian Cultural Heritage Organization a Pasagarde, l’area archeologica vicina a Persepoli dove si trova la tomba di Ciro il Grande. Con questo protocollo e quello che a breve si realizzerà anche a Bam, ha proseguito il diplomatico, “abbiamo scritto un’altra pagina del grande libro della cooperazione tra l’Italia e l’Iran”.

La ricostruzione del “giardino persiano” di Pasargade, uno dei più antichi restituiti dagli scavi archeologici
Le rovine di Pasargade si trovano circa 87 chilometri a nordest di Persepoli, nella provincia iraniana di Fars; fondata da Ciro il Grande nel 546 a.C., fu la prima capitale dell’impero achemenide fino a quando il centro di comando del regno venne spostato a Persepoli. Sul sito archeologico si possono ancora ammirare la tomba di Ciro, la fortezza di Toll-e Takht (situata sulla cima della collina che domina la piana), e le rovine di due palazzi reali con i loro giardini, uno dei primi esempi di giardino persiano che la storia registri. Recenti ricerche avrebbero mostrato come le fondamenta degli edifici di Pasargade sarebbero state progettate per resistere a un terremoto che oggi classificheremmo di magnitudo sette nella scala Richter. Con il sostegno del Mibac, gli esperti italiani lavoreranno a Pasargade per l’analisi e il recupero della pietra, di recente esposta a nuove minacce dovute anche ai cambiamenti ambientali e all’uso massiccio delle falde acquifere. Secondo il responsabile italiano del progetto, Claudio Prosperi Porta, “la quasi totale scomparsa delle piogge nell’ultima decade insieme al prelievo di acqua a grandi profondità per la coltura intensiva del riso, ha provocato una nuova aridità del terreno, che si somma ad altri pre-esistenti fattori di rischio per la struttura di quanto rimane dei palazzi antichi e per l’integrità delle singole pietre”. Questo fenomeno è molto evidente nei resti del palazzo di Ciro, dove anche i vuoti lasciati dalle grandi pietre prese in passato per la costruzione di altri edifici concorrono ad un progressivo degrado di quelle ancora in sede, collocate 2500 anni fa con le sapienti tecniche costruttive delle maestranze cosmopolite di Ciro. “Al fondatore dell’impero persiano”, spiegano gli archeologi, “va infatti il merito di aver saputo per primo, nella sua dinastia, mettere a frutto le competenze tecniche e artistiche dei popoli conquistati, prima nella vasta area di Pasardade – dove si trovano – come detto – anche la fortezza di Toll-e Takht, la colonna con la scritta ‘Sono Ciro il re, un Achemenide’ in tre lingue, i resti di due palazzi e del primo esempio noto di giardino persiano”. In tutte queste strutture, già interessate in passato da scavi e restauri, è ora necessario un attento lavoro di analisi per mettere a punto gli interventi di tutela successivi.
Il monumento più famoso di Pasargade è la tomba di Ciro il Grande, costruita su sei alti gradini che conducono alla sepoltura vera e propria, la cui camera (3 metri x 2) ha un’entrata bassa e stretta. Alessandro Magno rese omaggio al mausoleo di Ciro dopo il saccheggio e la distruzione di Persepoli. Flavio Arriano riporta nel II secolo d.C. (quindi molto dopo la morte di Alessandro Magno) che il macedone ordinò ad Aristobulo, uno dei suoi luogotenenti, di entrare nell’edificio; qui egli trovò un letto d’oro, una tavola apparecchiata, una bara dorata, alcuni paramenti ornati di pietre preziose ed un’iscrizione, che oggi non è visibile. L’esercito arabo decise di distruggerla, perché considerata in contrasto con i principi dell’Islam. Ma i guardiani persiani riuscirono a convincere il comandante dell’esercito che la tomba non era stata costruita in onore di Ciro il Grande, bensì della madre del re Salomone: e la Tomba fu salva. E ancora oggi il monumento è noto come “Qabr-e Madar-e Sulaiman”, cioè la tomba della madre di Salomone. Il protocollo firmato dal Mibac prevede che i nostri tecnici lavorino anche all’analisi dei rivestimenti interni delle cella del mausoleo di Ciro. “È uno spazio vuoto”, spiegano gli archeologi, “dove in epoca islamica è stato inserito un ‘mihrab’ per la preghiera e dove probabilmente il corpo dell’imperatore non venne mai posto, visto che la sua fede zoroastriana non prevedeva la conservazione delle salme”. Ma il mausoleo mantenne un grande valore simbolico e rimase sede dell’incoronazione dei re anche dopo che Dario spostò la capitale ufficiale dell’impero nella vicina e tuttora grandiosa Persepoli.
“Quello di Pasagarde”, conclude Mohammad Hassan Talebian, vicepresidente dell’ente per i beni archeologici iraniani, “è il primo laboratorio per l’analisi della pietra all’interno di un sito archeologico in Iran . Per noi la presenza italiana ha una grande valenza e una grande importanza”, che si inserisce nel solco di una tradizione decennale. “L’Iran vuole giungere ad avere un piano generale per tutta l’area di Pasagarde e Persepoli, considerata un unico ‘paesaggio’ archeologico e culturale in cui non vanno considerati solo i suoi monumenti, ma anche gli altri elementi che ne caratterizzarono la civiltà: dalla religione all’agricoltura alle opere per l’irrigazione”. Ma nel futuro dell’area vi è anche l’idea, lanciata dalle autorità locali e raccolta dall’ambasciatore Conciatori, di un gemellaggio tra Pasagarde e un comune italiano.
Mostra kolossal a Firenze. “Potere e pathos. Bronzi del mondo ellenistico”: capolavori per la prima volta insieme. Poi andranno a Los Angeles e Washington
Una mostra unica e irripetibile: si potranno vedere affiancati l’Apoxyomenos di Vienna in bronzo e la versione in marmo degli Uffizi utilizzata per il suo restauro; due Erme di Dioniso, una proveniente da Tunisi (firmata dallo scultore del II secolo a.C. Boeto di Calcedonia), l’altra dal J. Paul Getty Museum di Malibu; i due Apollo-Kouroi, arcaistici conservati al Louvre e a Pompei. Ma anche la Minerva di Arezzo o la testa in bronzo di cavallo Medici-Ricciardi, o il Satiro danzante di Mazara del Vallo. Sono più di cinquanta i capolavori in bronzo, che dal 14 marzo al 21 giugno saranno esposti a Palazzo Strozzi di Firenze alla mostra-colossal “Potere e pathos. Bronzi del mondo ellenistico”, che racconta gli straordinari sviluppi artistici dell’età ellenistica (IV-I secolo a.C.), periodo in cui, in tutto il bacino del Mediterraneo e oltre, si affermarono nuove forme espressive che, insieme a un grande sviluppo delle tecniche, rappresentano la prima forma di globalizzazione di linguaggi artistici del mondo allora conosciuto. L’utilizzo del bronzo, grazie alle sue qualità specifiche, permise di raggiungere livelli inediti di dinamismo nelle statue a figura intera e di naturalismo nei ritratti, in cui l’espressione psicologica divenne un marchio stilistico. Così, in un clima di cosmopolitismo, l’arte si internazionalizzava. Questa di Palazzo Strozzi a Firenze sarà la prima sede della grande mostra concepita e realizzata in collaborazione con il J. Paul Getty Museum di Los Angeles, la National Gallery of Art di Washington e la soprintendenza per i Beni archeologici della Toscana. Dopo la tappa fiorentina l’esposizione si sposterà al J. Paul Getty Museum di Los Angeles dal 28 luglio al 1° novembre 2015 per poi concludersi alla National Gallery of Art di Washington, dal 6 dicembre 2015 al 13 marzo 2016.
Curata da Jens Daehner e Kenneth Lapatin, del J. Paul Getty Museum di Los Angeles, la mostra offrirà una panoramica del mondo ellenistico attraverso il contesto storico, geografico e politico. Lo sterminato impero ellenistico fondato da Alessandro Magno si estendeva dalla Grecia e dai confini dell’Etiopia all’Indo e comprendeva la Mesopotamia, la Persia, l’Egitto: la straordinaria produzione artistica, letteraria e filosofica ebbe così un vastissimo bacino di circolazione. Statue monumentali di divinità, atleti ed eroi saranno affiancate a ritratti di personaggi storici e a sculture di marmo e di pietra, in un percorso che condurrà il visitatore alla scoperta delle affascinanti storie dei ritrovamenti di questi capolavori, la maggior parte dei quali avvenuti in mare (Mediterraneo, Mar Nero), oppure attraverso scavi archeologici, che pongono i reperti in relazione ad antichi contesti. Dai Santuari, dove venivano utilizzati come «voti», agli Spazi pubblici, dove commemoravano persone ed eventi, alle Case, dove fungevano da elementi decorativi e ai Cimiteri, dove rappresentavano simboli funerari.
“Queste importanti collaborazioni confermano la reputazione di eccellenza a livello internazionale di Palazzo Strozzi”, sottolinea orgoglioso il soprintendente ai Beni archeologici della Toscana, Andrea Pessina. La rassegna vedrà infatti riuniti, per la prima volta a Firenze, alcuni tra i maggiori capolavori del mondo antico, provenienti dai più importanti musei archeologici italiani e internazionali come il museo Archeologico nazionale di Firenze, il museo nacional del Prado di Madrid, il museo Archeologico nazionale di Napoli, il British Museum di Londra, il Metropolitan Museum of Art di New York, la Galleria degli Uffizi di Firenze, il museo Archeologico nazionale di Atene, il museo Archeologico di Herakleion (Creta), il Kunsthistorisches Museum di Vienna, il museo Archeologico di Salonicco, il Musée du Louvre di Parigi, i Musei Vaticani, i Musei Capitolini di Roma.
Chi è sepolto nel tumulo monumentale di Anfipoli in Grecia settentrionale? Alessandro Magno? La madre Olimpia? La moglie Roxane? Gli indizi portano alla famiglia reale macedone, ma solo lo studio di uno scheletro trovato in fondo alla tomba svelerà il mistero
Chi è sepolto nella monumentale tomba di Kasta? Forse Alessandro Magno? Da quando, nel 2012 vicino ad Anfipoli, nella regione di Salonicco in Grecia settentrionale, è stato portato alla luce un imponente monumento funebre dieci volte più grande della famosa tomba di Vergina attribuita a Filippo II, il re macedone padre di Alessandro, si è gridato alla scoperta del secolo: dalla sepoltura di Olimpia, la madre di Alessandro Magno, a Roxane, la moglie del grande macedone, allo stesso Alessandro Magno. L’indizio che farebbe pensare ad Alessandro il Grande è la presenza di una statua di leone alta cinque metri: il famoso leone di Anfipolis. La scultura, che si erge imponente ai margini della strada, è nota da tempo, ma solo oggi – alla luce delle nuove scoperte – si pensa che potrebbe essere stata collocata sulla sommità del tumulo: un segnacolo monumentale, chiaro simbolo dell’imperatore, a indicare la presenza della tomba reale. Ma in realtà quella tomba monumentale, la cui ricchezza la fa attribuire a un membro della famiglia reale macedone, è ancora un grande mistero che però potrebbe essere vicino a una soluzione: il ritrovamento in agosto dei resti ossei di una sepoltura nel punto più profondo della tomba potrebbe rivelare finalmente a chi appartiene quello straordinario monumento. A dare il grande annuncio potrebbe essere lo stesso Greek Culture Minister Costas Tasoulas will hold a press conference at the Amphipolis Museum on Saturday, November 22, at 1 pm ministro della Cultura greco Costas Tasoulas che terrà una conferenza stampa al museo di Anfipoli sabato 22 novembre alle 13; o una settimana dopo il direttore dello scavo, l’archeologa Archaeologist Katerina Peristeri will present the results of the excavation on Saturday, November 29, at 11 amKaterina Peristeri che presenterà i risultati sabato 29 novembre alle 11.

La collinetta artificiale a Kasta che celava il tumulo macedone individuata dall’archeologo Lazaridis
Il primo ad avere ipotizzato la presenza di una grande tomba a tumulo in corrispondenza della collina di Kasta (a pochi chilometri dalle rovine di Anfipoli, nel nord est della Grecia) fu l’archeologo greco Dimitris Lazaridis (1917-1985). Fu proprio lui, nel 1964, a compiere i primi saggi nella collina di Kasta, dichiarando che lì sotto c’era quasi sicuramente una tomba monumentale di eccezionale importanza, costruita secondo lo stile macedone, cioè circondata da un muro e sormontata da un tumulo di terra. Sulla base dei suoi studi, Lazaridis calcolò anche l’ampiezza del muro di cinta: 485 metri, una cifra solo di pochissimo diversa da quella che è oggi certa (497). Nonostante le sue geniali intuizioni, però, per mancanza di fondi gli scavi a Kasta cominciarono solo nel 2012. La squadra di archeologi guidata da Katerina Peristeri, allieva di Lazaridis, ha lavorato da allora ininterrottamente, fino a quando, questa estate, lo scavo è giunto nella sua fase finale.
Tra gli entusiasmi della comunità scientifica e degli appassionati di tutto il mondo è così saltata fuori una meraviglia dietro l’altra. Oltre al muro di cinta, alto tre metri e costruito in blocchi di marmo di Taso perfettamente conservati, è stato l’ingresso monumentale a lasciare stupefatti. Vi si giunge percorrendo un corridoio di quasi cinque metri e scendendo tredici scalini, che conducono al portale. Ai suoi fianchi, due pilastri di marmo in stile ionico sorreggono un architrave su cui poggiano due sfingi (anch’esse marmoree) di straordinaria fattura, incorniciate da un arco in pietra. Superato il primo portale, ci si immette in un ulteriore corridoio, pavimentato a mosaico. E alla fine di questa anticamera, gli scavi hanno svelato un altro portale, l’ultimo prima dell’ingresso nella camera funeraria vera e propria, in cui si trovavano i resti del defunto e il corredo. Anche il secondo portale è stata una sorpresa, per le due splendide cariatidi che lo sorreggono. Secondo gli esperti, non si tratta infatti di semplici imitazioni di quelle dell’Eretteo di Atene, ma di capolavori d’arte del IV secolo.
Quella di Anfipoli è ritenuta la più grande tomba antica scoperta in Grecia: risale a 2300 anni fa, e – proprio per la sua monumentalità – è naturale che abbia stimolato l’ipotesi che proprio lì sia stato sepolto il grande conquistatore o un membro della sua famiglia, anche per il fatto che se è certo che Alessandro morì in Babilonia – nell’attuale Iraq – il suo luogo di sepoltura è ancora avvolto nel mistero. E perciò la tomba di Kasta rappresenta per gli studiosi un enigma da risolvere: chi è stato sepolto sotto il grande tumulo che sembra un unico grande mausoleo, di ciclopiche proporzioni, quasi 500 metri di circonferenza, 87 di diametro, costruito in marmo di Thassos, circa dieci volte più grande della tomba di Filippo II a Vergina? La tomba di Anfipoli si trova vicino all’antico porto dell’Egeo che Alessandro Magno utilizzò per la sua flotta e probabilmente è stata costruita nel periodo di interregno immediatamente successivo alla sua morte nel 323 a.C.
Gli archeologi, prima dei resti ossei, un indizio importante l’avevano trovato: l’immagine di una giovane divinità dai capelli rossi. La donna, dai capelli rosso fuoco e una veste bianca, raffigurata su un pavimento a mosaico, è stata identificata come Persefone, figlia di Zeus e dea del raccolto. A detta del ministero della Cultura e dello Sport greco, la raffigurazione è molto simile a un dipinto (nella cosiddetta tomba di Persefone) del cimitero reale di Vergina, dove fu sepolto Filippo II, il padre di Alessandro. Ed è simile ad una seconda rappresentazione del ratto di Persefone trovata sullo schienale di un trono di marmo della regina Euridice, madre di Filippo II. Questa scoperta, ha osservato Lena Mendoni, segretario generale del ministero, conferma le speculazioni fatte finora, collegando la tomba di Anfipoli alla stirpe regale di Alessandro Magno: “Il simbolismo politico è molto forte”. E l’archeologa Katerina Peristeri: “Senza dubbio il defunto era una persona estremamente importante”.
Peristeri e i suoi colleghi hanno scoperto il mosaico, che si estende per circa 14 metri quadrati, ripulendo il pavimento di una delle camere interne della tomba. L’opera musiva raffigura il mito greco del rapimento di Persefone: Ade la vide mentre lavorava in un campo e decise di farne la sua regina; la catturò e la portò negli Inferi, dove la prese in moglie. Il mosaico raffigura Ade come un auriga barbuto che sta portando via la dea, i cui ricci si agitano nel vento mentre si volta indietro, guardando con nostalgia la propria casa. A correre davanti al carro è il dio messaggero Ermes, che indossa mantello scarlatto, cappello e sandali alati e li conduce negli Inferi. Peristeri non si sbilancia sull’identità del proprietario della tomba sulla base di questa prova. Più esplicito Ian Worthington, dell’università del Missouri, in Columbia: “L’occupante della tomba potrebbe essere di sesso femminile, perché il mosaico mostra una donna che viene portata verso l’oltretomba. Se così fosse, il tumulo potrebbe contenere i resti di Roxane, la principessa bactriana che fu la prima moglie di Alessandro Magno, o di Olimpia, sua madre”. Entrambe le donne sono state condannate a morte da Cassandro, uno dei generali di Alessandro, quando salì sul trono dell’antica Macedonia. Secondo quanto riportato dalle fonti antiche Cassandro avrebbe ucciso la moglie e il giovane figlio del condottiero nel 310 a.C., e per questo motivo Roxane potrebbe trovarsi nella tomba di Kasta. Altre evidenze fanno però propendere per l’ipotesi che la tomba sia stata destinata a Olimpia. Alessandro voleva fare di sua madre una dea, proprio come la divinità femminile che si trova nel carro di Ade. Inoltre, Olimpia ha continuato ad avere influenza politica anche dopo la morte di Alessandro. Anche se è stata assassinata da Cassandro e dai suoi alleati, secondo Philip Freeman, professore al Luther College nello Iowa, “Olimpia potrebbe essere stata onorata da una tomba di tale imponenza”. Perplessità, dubbi e riserve su tutte queste ipotesi sono state invece avanzate da Nicola Bonacasa docente di Archeologia all’università dii Palermo: “Non si tratta della tomba di Alessandro Magno perché egli è stato sepolto ad Alessandria ed è lì che il mondo intero cerca la sua tomba”. E anche l’ipotesi che si tratti della sepoltura di Roxane è stata presto abbandonata. Del resto Cassandro – che la uccise insieme con suo figlio Alessandro IV per salire sul trono macedone – difficilmente, secondo gli esperti, avrebbe costruito per lei un monumento così grandioso. Per quanto riguarda poi Alessandro IV, di cui si è anche parlato come probabile ospite della tomba, egli venne sepolto a Vergina.

Un particolare di una scultura trovata all’interno della tomba: preziosa arte greca del IV sec. a.C.
E allora sarà quasi certamente uno scheletro a risolvere i tanti enigmi che ancora aleggiano sull’imponente monumento funebre, da quando lo scorso agosto gli archeologi hanno annunciato la scoperta di un vasta tomba sorvegliata da due sfingi e circondata da un muro di marmo 497 metri. I resti umani, come reso noto dal ministero greco della Cultura, sono stati rinvenuti nella terza sala sotterranea da poco scoperta: erano sparpagliati a terra in un ambiente a otto metri di profondità sotto la stanza più interna del monumento. Non è stato ancora accertato il sesso del defunto, cosa che potrebbe portare alla soluzione del principale mistero nella tomba monumentale, ovvero l’identità della persona che vi fu sepolta. A questo penseranno appositi esami antropologici e del carbonio 14 oltre alle analisi del Dna che saranno eseguiti in laboratori specializzati in Grecia e dai quali si attendono risposte importanti.
Gli archeologi ritengono che la tomba probabilmente apparteneva a un macedone di primo piano. “Una persona morta che è diventato un eroe, il che significa un mortale che fu adorato dalla società in quel momento”, spiegano. “Il defunto era una persona di primo piano, poiché solo questo potrebbe spiegare la costruzione di questo complesso sepolcrale unico”. Il sito è stato saccheggiato in antico. La salma era stata deposta in una bara di legno, che si è disintegrata nel corso del tempo. Per questo i resti scheletrici sono stati trovati sia all’interno che all’esterno della tomba interrati nella camera più interna del sito. Come sparsi in tutta la sepoltura c’erano frammenti di oggetti in ferro e bronzo, e decorazioni in osso e vetro.

La disposizione degli spazi nella terza stanza dove son stati rinvenuti i resti ossei ora allo studio
Secondo i responsabili del laboratorio di archeometria a disposizione dei ricercatori, oltre ad accertare il sesso del defunto, sarà possibile determinare con un’approssimazione di 20 anni il periodo in cui è vissuto il personaggio di rango sepolto nella tomba di Kasta, ricavare informazioni circa il luogo dove è vissuto, conoscere la sua alimentazione e se soffriva di qualche malattia. Dagli esami si potranno anche accertare anche le cause della morte. Sarà però più complesso, se non impossibile, determinare grazie al Dna eventuali collegamenti con la famiglia reale di Alessandro Magno. Secondo il quotidiano Etnos, infatti, esisterebbe una banca di dati genetici delle salme ritrovate nelle tombe reali di Vergina, vicino a Salonicco, dove negli anni ’70 venne scoperta la sepoltura di Filippo II, il padre di Alessandro. Da parte sua, invece, il giornale Ta Nea taglia corto scrivendo che il Dna di Filippo II non esiste. Ora non ci resta che attendere l’esito degli esami di laboratorio.
“Didone, per esempio. Nuove storie dal passato”: Mariangela Galatea Vaglio presenta un red carpet grecoromano che diverte, seduce e risplende e ci fa scoprire che “L’impero romano è meglio di Beautiful”
Non è un libro di archeologia. Ma quanto lo trovano interessante gli archeologi! “Didone, per esempio. Nuove storie dal passato” (Edizioni Ultra) di Mariangela Galatea Vaglio è un concentrato di informazioni su alcuni protagonisti – eroi ed eroine – del mito e della storia antica nel mondo classico che l’autrice ha tratteggiato con ritratti-biografie (non autorizzate)-medaglioni vividi e pregni di dettagli che solo chi ha dimestichezza con le fonti antiche (anche quegli autori considerati minori o delle cui opere sono giunti a noi solo frammenti) può permettersi di citare: è un pantheon di personaggi storici e mitologici più vivi (“e talora pure più cialtroni”) dei politici, delle veline e degli opinion maker del nostro tempo; un red carpet grecoromano che diverte, seduce, risplende grazie alla penna di Galatea. Ma attenzione, Vaglio – da rigorosa storica qual è – non scivola mai nella facile interpretazione del mondo antico con gli occhi e i parametri di noi che viviamo nel terzo millennio: il testo riporta fatti e situazioni di altri mondi e di altre culture. Citazioni e riferimenti ai nostri giorni corrono sempre sul filo dell’ironia, mai sono una lettura critica. Anzi in più di un passo l’autrice fa presente che certe situazioni – che cozzano contro il nostro comune sentire – all’epoca erano accettate senza intaccare il comune senso del pudore.

Mariangela Galatea Vaglio, giornalista e insegnante, dottore di ricerca in Storia Antica, blogger (Il nuovo mondo di Galatea)
Tagliente e sintetica, arguta e ironica, ma anche partecipativa e didattica, Mariangela Galatea Vaglio nel suo stile talora dissacrante ma sempre coinvolgente armonizza le sue conoscenze di storica del mondo antico con la sua esperienza didattica di insegnante e quella comunicativa di giornalista, nonché la freschezza e la modernità di blogger (suo il blog Il nuovo mondo di Galatea). “L’impero romano è meglio di Beautiful”, assicura Galatea. Mai affermazione fu più azzeccata. Solo che quanto scrive Mariangela Vaglio non è la sceneggiatura di una soap opera o del gossip per alimentare le chiacchiere estive sotto l’ombrellone. No, qui è tutto vero, tutto documentato, dalla cronaca nera alla cronaca rosa, dagli intrighi di palazzo alle storie di letto. Ecco allora che quando compare la bellissima Elena di Troia, così altera e distaccata, pure antipatica per quanto è amata e agognata, subito si insinua il dubbio che dietro tanta altezzosità si celi una segreta passione per le droghe pesanti. Poi c’è Didone col relativo complesso: Didone bella e intelligente, coraggiosa e impavida, che fine fa? S’innamora del vacuo Enea, che più che un uomo è una iattura, e in quanto tale non può che condurla a una tragica fine. E a seguire tornano in vita Ulisse, il re contadino che stilla fascino e sudore; Calpurnia, la moglie perfetta; Pericle, bello come Obama; Messalina, la Paris Hilton dell’antichità; Temistocle, l’eroe per eccellenza, il vincitore di Salamina che fermò l’incubo persiano, è “il meraviglioso figlio di buona donna”. E se Alessandro Magno fu “Il primo globalizzatore” e Giulio Cesare “l’uomo che si giocò il potere a dadi”, Augusto è ricordato come “l’imperatore in ombra” e la sorella Ottavia “l’ombra di Augusto”; Marco Aurelio “l’imperatore controvoglia”, Aureliano “l’imperatore che venne dal nulla” , Ipazia “la donna che violava le regole”, Onoria “la donna che sussurrava agli Unni”, e tanti altri in un vortice di storie narrate e reinterpretate con humor e leggerezza. Ma perché la storia a scuola non ce l’hanno raccontata così?



































































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