#buonconsiglioadomicilio. Claudio Strocchi descrive alcune magnifiche sculture lignee tardogotiche: sacri legni scolpiti, intagliati, dipinti del XV secolo

Nuovo appuntamento con i video #buonconsiglioadomicilio per la regia di Alessandro Ferrini: Claudio Strocchi del settore Storico-artistico del museo del Buonconsiglio con “Sacri legni scolpiti, intagliati, dipinti del XV secolo” ci svela la storia di alcune magnifiche sculture lignee tardogotiche, tra queste una Schöne Madonna e un altare a portelle del maestro brissinese Hans Klocker.
Il Castello del Buonconsiglio è l’erede del museo civico di Trento, del museo nazionale e del museo provinciale d’arte. Le collezioni sono costituite da capolavori. Claudio Strocchi ci porta nella sezione dedicata all’arte del Rinascimento, sia italiano sia di stampo germanico, dove si possono notare medaglie risalenti al ‘400, in particolare le medaglie del Pisanello, ma anche opere della produzione vetraria di Murano, come il piatto da parata e il calice di vetro. Tra i capolavori che si possono ammirare nella sala vi sono anche esempi di Schöne Madonne, la Bella Madonna, una tipologia di scultura con la raffigurazione della Madonna in piedi che tiene il bambino. In particolare al centro della bacheca c’è una Madonna eretta sulla falce di luna con un Bambino estremamente grazioso in una posa decisamente dinoccolata, un Bambino completamente ignudo – come da tradizione – che viene mostrato ai fedeli. Esempi di questo genere, che derivano dalla tradizione germanica, vengono utilizzati anche per gli altari a portelle”.

“Uno dei capolavori dell’arte dell’intaglio che si possono ammirare – continua Strocchi – è costituito dai quattro rilievi di tema mariano e dal gruppo scultoreo con l’incoronazione della Vergine. Le opere sono state recentemente restaurate e ricomposte, e permettono di capire quello che era la disposizione dei manufatti all’interno di un altare a portelle appositamente realizzato verso la fine del ‘400 per l’altar maggiore della chiesa conventuale di San Marco a Trento. Le opere vennero realizzate dall’artista brissinese Hans Klocker, un artista attivo tra il 1478 e il 1500. I soggetti raffigurati dedicati alla vita della Vergine sono ispirati a incisioni presumibilmente eseguite in area tedesca dal cosiddetto maestro E.S. Sappiamo che l’altare di Hans Klocker venne smontato all’inizio dell’Ottocento nel momento in cui il convento di San Marco venne soppresso. I quattro pannelli con le storie della Vergine arrivarono al municipio di Trento perché la loro appartenenza alle collezioni comunali è documentata dal 1843. Il gruppo dell’Incoronazione, dopo varie peregrinazioni, arriva invece alla chiesa di Gardolo da cui è stato prelevato alcuni anni fa per essere restaurato e conseguentemente esposto al Castello del Buonconsiglio. La composizione allestitiva attuale, con i quattro rilievi che presentano quattro episodi della vita della Vergine e il gruppo dell’Incoronazione al centro, allude alla disposizione originaria, così come si trovava nella chiesa di San Marco a Trento”.

L’altare a portelle o flügel altar era una struttura molto complessa. “Era costituito da una cassa o scrigno, che conteneva sculture”, ricorda Strocchi, “aveva due sportelli mobili, ed era appoggiata a un basamento o predella all’interno del quale vi erano ancora sculture. In questo caso vediamo nello scrigno la Madonna con Bambino affiancata da due santi mentre nella predella vediamo il Cristo con i dodici apostoli. Ma c’è un altro esempio di scrigno d’altare con sculture lignee. Si tratta di un manufatto la cui provenienza è ignota, che risulta appartenere alle collezioni del castello sin dal 1934. In particolare poniamo l’attenzione alla figura centrale della Madonna con Bambino, una figura femminile eretta sulla falce di luna che dal punto di vista tipologico si ricollega alla Bella Madonna che abbiamo visto in precedenza, una tipologia di origine nordica tedesca”.
Trento. Al Castello del Buonconsiglio la mostra di Natale “Gli apostoli ritrovati. Capolavori dall’antica residenza dei Principi vescovi”: in attesa della riapertura del museo, la mostra si visita virtualmente con la rassegna “a tu per tu” in 12 brevi video: ecco il primo sul “dietro le quinte”

Doveva essere la mostra di Natale del Castello del Buonconsiglio per raccontare il ritrovamento di due magnifiche sculture seicentesche appartenute al principe vescovo, disperse sul mercato antiquario agli inizi del Novecento, e ora ritornate nelle collezioni museali del Castello del Buonconsiglio. Ma la mostra di Natale “Gli apostoli ritrovati. Capolavori dall’antica residenza dei Principi vescovi”, curata da Giuseppe Sava, inaugurata il 22 dicembre 2020 (ma purtroppo a museo chiuso per emergenza sanitaria), programmata fino al 5 aprile 2021 nella sala del Torrion da Basso al Castello del Buonconsiglio a Trento, non rimarrà chiusa a chiave: in attesa di riaprire quanto prima, la mostra sarà virtualmente visibile grazie alla rassegna “a tu per tu” con 12 brevi appuntamenti video sotto la regia di Alessandro Ferrini dove i curatori del museo parlano della rassegna, delle opere, degli artisti coinvolti, di collezionismo, iconografia, tecniche artistiche e fotografie storiche. La mostra, organizzata dal museo con l’aiuto della soprintendenza per i Beni culturali, racconta infatti l’affascinante storia di un fortunato ritrovamento di due magnifiche sculture seicentesche in bronzo dorato molto probabilmente commissionate dal principe vescovo e fino al 1803 conservate nella dimora del principe vescovo al Castello del Buonconsiglio.

Uno degli “apostoli ritrovati” (foto Buonconsiglio)
Nel 1875, in occasione di un’importante mostra tenutasi a Trento, “Catalogo degli oggetti presentati all’Esposizione regionale d’Agricoltura e delle Industrie”, furono esposte otto statuette in bronzo dorato provenienti dalla collezione di Villa Consolati, una delle più significative raccolte d’arte della provincia dove erano confluiti, dopo le spoliazioni ottocentesche, alcuni dei pezzi più importanti della storia dell’arte in Trentino un tempo custoditi nella residenza del principe vescovo. Grazie alla disponibilità della famiglia, il soprintendente Giuseppe Gerola nei primi anni del Novecento riuscì a recuperarne una buona parte e permetterne la ricollocazione presso il Castello del Buonconsiglio. Tra le opere recuperate figura un notevolissimo stipo in commesso di pietre dure immortalato in un dipinto degli inizi del Novecento da Annunziata Consolati dove figurano alcune statuette in bronzo dorato. Una coeva testimonianza fotografica proprietà dell’Archivio fotografico del museo mostra le stesse statuette poste su basi a rocchetto presumibilmente in legno ebanizzato. Dopo questo periodo di esse si perse però ogni loro traccia.

Recentemente sul mercato antiquario milanese sono apparse due di queste statuette, riconosciute in occasione di un fortunato sopralluogo da Giuseppe Sava, affermato storico dell’arte trentino. L’identificazione è incontrovertibile – si tratta degli apostoli Paolo e Filippo riconoscibili alle due estremità da una foto storica che si trova nell’archivio fotografico del museo – e ci permette quindi di recuperare due elementi di una prestigiosa serie sino ad oggi data per dispersa. Il catalogo della fortunata serie “Cammei” vedrà tra gli altri anche l’intervento di carattere prettamente storico artistico di Giuseppe Sava volto a individuare e confermare nel nome di Nicolò Roccatagliata il valente artista autore dei bronzi, che operò per il principe vescovo Madruzzo nei primi anni del Seicento. Il confronto in mostra con alcune opere dell’artista, a partire da una bella croce processionale pressoché inedita conservata in Trentino e commissionata all’artista dalla comunità di Nago, valorizzerà nel modo migliore l’acquisizione dei bronzetti al patrimonio museale.
Nel primo video Alessandro Casagrande racconta il “dietro le quinte” della mostra “Gli Apostoli ritrovati. Capolavori dall’antica residenza dei Principi vescovi”. “Il lavoro del curatore museale, dello storico dell’arte a volte può davvero offrire grandi soddisfazioni, emozioni che possono ripagare anni di ricerche e di studi”, spiega Casagrande. “Per esempio, quando viene ritrovato in archivio un documento che attesta il pagamento di un’opera di un artista, e quindi ne verifica la paternità. Oppure quando vengono ritrovate opere d’arte che si ritenevano ormai perdute. È questo il caso che vi vegliamo raccontare in questi nuovi brevi video. Vi racconteremo la storia di due bronzetti seicenteschi dorati che nel Seicento vennero realizzati per il principato vescovile di Trento e che qui al castello del Buonconsiglio rimasero fino al 1803, anno in cui il conte Simone Consolati li acquisì e li portò nella sua villa a Fontana Santa. Nel Novecento poi furono venduti sul mercato antiquario, e solo oggi finalmente li abbiamo ritrovati. E vi racconteremo questa straordinaria riscoperta”.
#buonconsiglioadomicilio. Annapaola Mosca dei Servizi Educativi del museo del Buonconsiglio ci racconta l’antico sarcofago di piazza Mostra a Trento, con monete, balsamari e ampulla vitrea

Nuovo appuntamento con i video buonconsiglioadomicilio per la regia di Alessandro Ferrini: Annapaola Mosca dei Servizi educativi ci racconta la storia di alcuni balsamari romani in vetro trovati sul finire dell’Ottocento in un antico sarcofago che oggi si trova in piazza della Mostra di fronte al castello del Buonconsiglio.
In una sala di Castelvecchio, nucleo medievale del castello del Buonconsiglio, è conservato un balsamario di vetro verde-azzurro. “Il balsamario realizzato in vetro soffiato con il corpo tronco-conico arrotondato e l’alto collo cilindrico”, spiega Mosca, “è stato ritrovato, come ci informano i dati di archivio, in piazza della Mostra il 12 maggio 1860. Lo storico Michelangelo Mariani ci informa che piazza della Mostra, sottostante il Castello, nel XVII secolo era uno spazio multifunzionale adibito a giostre o tornei. Ma in età romana, l’area ora occupata da piazza della Mostra vicina all’anfiteatro, a giudicare dai dati archeologici, poteva essere un luogo destinato a necropoli. Due manufatti di età romana si trovano attualmente di fronte alla porta detta di San Vigilio del Castello del Buonconsiglio. Sono un’ara in pietra rossa e un sarcofago. Mentre dell’ara non abbiamo al momento delle notizie precise circa la sua provenienza, dai dati di archivio e da uno scritto del 1861 sappiamo che il sarcofago era stato scoperto in piazza della Mostra e scoperchiato il 12 maggio 1860. Un disegno del sarcofago in piazza della Mostra è riportato nel testo dello storico Lodovico Oberziner sui resti del 1883. Il nostro esemplare ha il coperchio conformato a tetto a doppio spiovente con quattro tegole piane ricoperte da coppi e con quattro acroteri agli angoli. Il sarcofago rientra in una classe di manufatti diffusi tra il II e il III sec. d.C. La decorazione è infatti caratterizzata da una tabella centrale affiancata da due arcate laterali delimitate da una semplice modanatura. Il sarcofago ricordava vagamente un tempio o un’abitazione in quanto veniva a essere la casa del defunto. Considerati i costi del materiale, il sarcofago era un oggetto destinato a personaggi che avevano ricoperto un ruolo importante quando erano in vita”.

Da questo sarcofago sono state estratte delle monete molto corrose e quattro recipienti vitrei che sono stati inseriti nelle raccolte municipali. “Questi recipienti”, continua Mosca, “venivano a costituire il corredo funerario e avevano valore rituale in quanto probabilmente erano stati impiegati nel rito della deposizione. Sono recipienti molto delicati e preziosi in vetro soffiato e sono giunti intatti perché protetti dalla cassa del sarcofago. Tre di questi, qualificati come balsamari o lacrimatoi, sono sostanzialmente simili e trovano una particolare diffusione in età imperiale romana. Erano destinati a contenere balsami o unguenti potenziati spesso con essenze naturali e olii. Potevano essere aggiunti sale, resina, gomma per limitare l’evaporazione, come ci racconta Plinio nella Naturalis Historia. Il quarto recipiente vitreo estratto dal sarcofago è l’ampulla in vetro verde-azzurro dal lungo collo cilindrico realizzata appositamente per limitare l’evaporazione del contenuto. Generalmente sarcofagi di queta tipologia erano corredati da un’epigrafe: un’eventuale iscrizione potrebbe essere stata abrasa intenzionalmente per poter riservare il sarcofago alla deposizione di ulteriori defunti”.
#buonconsiglioadomicilio. Chiara Facchin dei Servizi Educativi del museo del Buonconsiglio ci racconta il mito di Fetonte nella Loggia del Romanino al Castello del Buonconsiglio: un monito ai governanti

Nuovo appuntamento con i video #buonconsiglioadomicilio per la regia di Alessandro Ferrini: Chiara Facchin dei Servizi Educativi del museo del Buonconsiglio ci racconta la storia mitologica di Fetonte immortalata dal pittore bresciano Girolamo Romanino nei bellissimi affreschi che realizzò tra il 1531 e il 1532 nella Loggia del Castello del Buonconsiglio su commissione del principe vescovo Bernardo Cles.
“Il cortile dei Leoni è il cuore della residenza del principe vescovo Bernardo Cles, il centro del Magno Palazzo”, spiega Chiara Facchin, “e da qui si può andare a scoprire la famosa Loggia del Romanino, uno spazio importante perché organizzava in modo razionale gli spostamenti all’interno della dimora. La corte del principe vescovo, il principe vescovo stesso e i suoi ospiti passavano da lì. Ma non solo: anche i dignitari di corte e coloro che dovevano incontrare il principe vescovo e i suoi funzionari rimanevano proprio nella loggia ad attendere ed è questo che svela il motivo di una scelta decorativa molto particolare. La decorazione della Loggia del Romanino richiama quelli che erano i princìpi fondamentali del Rinascimento dove architettura e decorazione ad affresco scultoreo erano strettamente legati tra loro. In particolare Bernardo Cles ha richiesto a Girolamo Romanino di decorare il centro della volta con un antico mito che richiamava il suo interesse per la cultura dell’antica Roma e dell’antica Grecia”.

“Il mito narra di Fetonte che si recò nella reggia del sole, del dio Apollo suo padre, e gli chiese conferma di essere proprio suo figlio”, riprende Facchin. “Apollo, per rispondere a questa domanda, si tolse la corona di raggi del sole, che circondavano il suo capo, perché erano talmente dorate e abbaglianti che impedivano a tutti di vederlo. Quando Fetonte si avvicinò, Apollo gli chiese di esprimere un desiderio affinché lui potesse dimostrargli di essere veramente suo padre e Fetonte fece una richiesta molto importante che rinunciasse al comando del carro e dei cavalli alati con il quale Apollo trasportava il sole durante il giorno sulla terra. Apollo disse a Fetonte di fare richieste adatte alla sua giovane età e al suo essere mortale. Ma Fetonte fu irremovibile, al ché il padre disse al figlio di stare molto attento. La difficoltà nel comandare il carro del sole era quella di trattenere i cavalli impetuosi. E Fetonte si preparò all’impresa. Una volta salito sul carro, però, i cavalli si resero subito conto che il cocchiere non era Apollo e si imbizzarrirono. All’interno della volta della Loggia è rappresentato proprio il momento in cui uno dei quattro cavalli che trainava il carro si era già staccato dalla quadriglia. Il carro e i cavalli si imbizzarrirono e Fetonte arrivò fino a sfiorare la volta celeste tant’è che la ruppe e ne discese una lucente scia di stelle. Nacque così la Via Lattea. Fetonte tirò violentemente le redini. I cavalli si abbassarono e andarono a sfiorare il terreno, la Terra, e crearono i deserti. A questo punto il carro sfrecciò davanti alla Luna che impallidì e lo guardò stupita. E Zeus tuonò, lanciò una saetta e colpì Fetonte che cadde ancora fumante nel fiume Eridano, il fiume Po. Le ninfe piansero la morte di Fetonte e ne raccolsero il corpo morente. La decorazione della Loggia presenta altri quattro personaggi: le Quattro Stagioni – continua Facchin -, che sedevano a destra e a sinistra del trono di Apollo. La Primavera è riconoscibile dai fiori che tiene in mano, mentre l’Estate è circondata di spighe e di frutti. L’Autunno ha dei pampini e dei grappoli d’uva, mentre l’Inverno ormai vecchio e con la barba lunga presenta una serie di foglie secche. Questa rappresentazione doveva rendere ancora più completa la descrizione del mito. E infatti troviamo proprio Apollo rappresentato sul lato Est della Loggia, dove sorge il sole. Mentre di fronte a lui, sul lato Ovest, abbiamo Diana, la dea della luna, dove il sole ovviamente tramonta. La scelta decorativa della Loggia non è stata fatta tanto per dare spiegazione scientifica di fenomeni naturali quali la Via Lattea oppure i deserti, quanto piuttosto per ammonire gli ospiti che si trovavano all’interno della Loggia in attesa. Infatti Fetonte richiama la possibilità di chi è al governo di fare il passo troppo lungo rispetto alla propria gamba, di esagerare, di utilizzare in maniera anche inconsapevole ma negativa il proprio potere. L’invito di Bernardo Cles era quello di pensare sempre al benessere della comunità e quindi di governare al meglio delle proprie possibilità. Ecco cosa voleva raccontarci attraverso il mito di Fetonte”.
#buonconsiglioadomicilio. La storica dell’arte Elisa Colla ci fa scoprire lo straordinario ciclo di affreschi del ‘200 nella cappella di San Martino al castello di Stenico (Tn)

Nuovo appuntamento con i video #buonconsiglioadomicilio per la regia di Alessandro Ferrini: Elisa Colla del settore storico-artistico del museo del Buonconsiglio ci conduce a Castel Stenico (Tn) alla scoperta della Cappella di San Martino e dello straordinario ciclo pittorico (XIII secolo) conservato al suo interno.
“Il castello di Stenico è un edificio fortificato di origine medievale costruito su uno sperone roccioso e guarda la conca delle Giudicarie esteriori”, spiega Colla. “Il castello è una testimonianza del potere dei principi vescovi in questa regione, un potere che iniziò nel 1163 quando il vescovo Adelpreto consegna a Bozone di Stenico il feudo di queste terre. Da allora qui ci fu sempre un capitano che doveva amministrare la zona e i vescovi nel castello di Stenico trovarono la loro residenza estiva, andando secolo dopo secolo a modificarne la struttura fino alla condizione attuale: dall’esterno rocca medievale fortificata, all’interno una residenza”.

La cappella di San Martino si trova oggi inserita nella struttura del castello e, in assenza di documenti che testimoniassero quale fosse stato lo sviluppo di questo edificio, i restauratori sono intervenuto negli anni Ottanta del Novecento con un restauro stratigrafico andando a indagare le diverse superfici di intonaco. “Intervenendo sulla parete settentrionale dell’edificio”, continua Colla, “si può immaginare lo stupore dei restauratori quando, dietro la parete, ne trovarono un’altra che conservava da ormai 800 anni un affresco del 1200, uno straordinario testimone della pittura romanica trentina. Realizzato presumibilmente tra il 1221 e il 1238 questo ciclo di affreschi fu occultato dopo pochissimi anni. La famiglia dei Bozoni da Stenico controllò questo castello per circa 70 anni, ma negli anni Venti del Duecento mancò un erede maschio e in quel momento i vescovi di Trento cercarono di proporre un’altra famiglia come feudataria della zona. Fu allora che Nicolò di Stenico rivendicò il suo potere, la sua legittima possibilità di controllare il castello. E probabilmente fu proprio lui il committente di queste figurazioni che rivelano una specifica volontà di lanciare di messaggi politici”.

Facendo un’analisi iconografica si osserva come il ciclo sia diviso in due registri. “Nel primo registro”, illustra la storica dell’arte, “troviamo un ciclo cristologico con gli episodi più significativi della vita di Cristo, dall’Annunciazione – dove riconosciamo l’Arcangelo Gabriele e la Vergine mentre sta filando -, alla Natività – dove troviamo una matrice di sicura origine orientale bizantina che vede la Vergine distesa e un Bambino che è già un po’ adulto di fianco alle immagini di San Giuseppe e di un angelo -, per seguire poi con l’immagine più emblematica del Cristianesimo la Crocifissione: un Cristo che si sta già un po’ allontanando dalle tipologie orientali del Christus triumphans, del Cristo trionfante in croce, e somiglia già a quelle tipologie che iniziano a circolare dall’XI secolo di un Christus patiens, di un Cristo che soffre in croce, accanto alla Vergine dolente e a San Giovanni evangelista. E proprio alla fine di questo primo ciclo troviamo una figura che è estranea alle figurazioni più comuni nel territorio trentino, la figura di Sant’Osvaldo re. Come mai questa immagine in un ruolo e in una posizione così importante? Lo scopriamo andando a vedere quale fosse la posizione politica della famiglia dei Bozoni, in particolare di quell’erede che negli anni Venti del Duecento volle rivendicare il suo potere in quest’area, Nicolò da Stenico. Chiedendo alla bottega di pittori locali di realizzare qui nel ciclo il santo protettore dei conti di Appiano, Sant’Osvaldo re, il committente Nicolò da Stenico voleva ricordare sicuramente al principe vescovo di Trento che non solo i Bozoni erano al servizio dei principi vescovi ma erano anche vassalli dei conti d’Appiano, quindi una duplice posizione politica che viene ribadita poi nel secondo registro del ciclo di affreschi”.

Nel secondo registro dell’affresco la scelta iconografica rivela una precisa volontà del committente. “Le figurazioni sono anche descritte da iscrizioni ben chiare”, continua Colla, “e al centro di questa fascia di affreschi compare, pur essendo all’interno di una cappella, un personaggio laico, probabilmente Bozone da Stenico, che, vicino a San Biagio che lo sta investendo di questo ruolo del feudatario, mostra delle chiavi legate alla cinta. Alla sua destra altre figure di santi: San Martino, santo cui è dedicata la cappella, in abiti vescovili con la mitra e il pastorale, accanto al suo suddiacono San Brizio, e con lo stesso livello di importanza San Nicola, probabilmente con un chiaro riferimento a Nicola da Stenico. Conclude il ciclo la figura di San Gallo, normalmente associata all’immagine dell’orso, che qui lo vediamo con una piccola lepre e un cane, un chiaro segno che la bottega che lavorò nella cappella di Stenico era una bottega effettivamente itinerante che mescolava le fonti iconografiche e talvolta si prendeva qualche libertà anche nella realizzazione dei paramenti sacri. Le figure dei santi hanno uno stile monumentale frontale. Invece sul lato sinistro della scena del personaggio laico abbiamo delle figure più legate al mondo bizantino: una scena tratta dal dodicesimo capitolo dell’Apocalisse di San Giovanni rappresenta la lotta tra il bene e il male, male rappresentato da un dragone rosso a sette teste che minaccia una figura femminile che sta mettendo al mondo il Salvatore, l’immagine di una Madonna col Bambino nella tipica iconografia della Madonna della tenerezza, tratta dalle 12 icone bizantine che sta in piedi sopra un globo a rappresentare il mondo caduco redento dalla venuta del Cristo; una salvezza ribadita poi dall’immagine della Sibilla immediatamente a destra che indica – come di consueto si faceva nel Medioevo – col segno delle corna il potere malefico del dragone. Chiude l’immagine di Santa Margherita martire. Nel 1238 la famiglia dei Bozoni perde il controllo di questo feudo. E i successori occultano il ciclo di affreschi che tanti riferimenti politici conteneva. Lo vediamo ancora sulla parete meridionale che rimane coperta per motivi statici e che rivela solo una piccola parte che ci fa immaginare come dovesse essere il ciclo per intero. Anche questa parte divisa in due registri con un ciclo legato ai miracoli di Cristo e un registro inferiore probabilmente ispirato alla vita di Sant’Osvaldo re”.
#buonconsiglioadomicilio. Claudio Strocchi, curatore del museo, svela la storia della Bella Greca, “femme fatale”, ritratta dal trentino Giovan Battista Lampi

Nuovo appuntamento con i video #buonconsiglioadomicilio per la regia di Alessandro Ferrini: Claudio Strocchi, curatore del museo settore storico-artistico, ci svela attraverso un magnifico ritratto realizzato dal pittore trentino Giovan Battista Lampi, la storia di una bellissima cortigiana, una “femme fatale” che visse a cavallo tra Settecento e Ottocento facendo innamorare i nobiluomini di molte corti europee: l’affascinante contessa Sophia de Witt, conosciuta come la Bella Greca, può tranquillamente essere considerata la Marilyn Monroe del suo tempo.
“Rientro al museo” è stata l’iniziativa culturale che il Castello del Buonconsiglio ha promosso nel mese di giugno 2020. L’immagine più accattivante proposta per l’iniziativa era il ritratto di una donna con la mascherina di colore azzurro. Ma chi è questa donna misteriosa? Ce la fa scoprire Claudio Strocchi. “È Sophia de Witt, una donna di origine turca che all’età di 12 anni era stata venduta a Costantinopoli come schiava. Il suo compratore era un nobile polacco. Sophia venne accompagnata alla corte del re di Polonia. I contemporanei la descrivevano “bellissima come un sogno, una bambina dei Paesi del Sud”. Tutti quelli che l’hanno vista ammirano la sua bellezza accendendo un fuoco nel cuore degli uomini e l’invidia negli occhi delle donne. A quell’epoca, alla corte del re di Polonia Stanislao Poniatowski, viveva un pittore di origine trentina Giovan Battista Lampi che conobbe la giovane fanciulla e la ritrasse nel dipinto ora esposto al Castello del Buonconsiglio. Venne iniziato nel 1789 in Polonia ma venne terminato nel 1791 quando il pittore si era già trasferito in Austria. Infatti nel dipinto si legge la firma Lampi e la data 1791. Sophia è rappresentata come una giovane donna con un abbigliamento alla moda, uno splendido vestito di seta bianca, la chioma corvina, e un’alta fascia con perle e rubini. Mostra una coppa per omaggiare la dea Vesta. Alle spalle, entro la nicchia, si intravede infatti la scultura della divinità greca a cui Sophia rende omaggio. Il pittore Giovan Battista Lampi sceglie una posa decisamente teatrale che esalta il fascino di questa donna che all’epoca era nota come la Bella Greca. Nel 1798, dopo essere stata per diverso tempo una delle damigelle della zarina di Russia Caterina II, Sophia diventa la moglie di un altro nobile polacco, il conte di origine polacca Stanislao Potocki. Per le sue caratteristiche stilistiche è uno dei capolavori della produzione pittorica di Giovan Battista Lampi. Per lungo tempo è appartenuto agli eredi della famiglia Potocki, e alla fine dell’Ottocento era custodito nella galleria di famiglia a Parigi. È stato acquistato per il Castello del Buonconsiglio nel 1998 e da allora è esposto nella sezione dedicata al pittore trentino Giovan Battista Lampi”.
#buonconsiglioadomicilio. Con Chiara Facchin alla scoperta del Torrione da Basso, camera da letto estiva del principe vescovo Bernardo Cles, dove l’esaltazione dell’impero romano diventa legittimazione del potere imperiale dei contemporanei

Nuovo appuntamento con i video #buonconsiglioadomicilio per la regia di Alessandro Ferrini: Chiara Facchin, dei Servizi educativi del museo del Buonconsiglio, ci accompagna alla scoperta del Torrione da Basso: sala circolare decorata fra il 1532 e il 1533 da Marcello Fogolino che qui realizzò il suo capolavoro. Il programma iconografico dell’ambiente, che si ispira a personaggi ed avvenimenti di storia romana, ha come tema l’esaltazione dell’impero antico, dal quale i regnanti moderni dovevano trarre stimolo ed esempio per la creazione del loro “imperio”.
Il Torrione da Basso è una struttura fortificata costruita sulla fondazione della torre angolare del giardino di Giovanni Hinderbach. “Bernardo Cles – ricorda Chiara Facchin – ha inglobato questa struttura all’interno del Magno Palazzo rendendolo un ambiente privato su un piano sul quale si trovano invece ambienti di rappresentanza. L’architettura fortificata di questa struttura rende l’ambiente adatto a essere una camera da letto, la camera da letto estiva del principe vescovo. Infatti, come era consuetudine nelle corti europee, anche Bernardo Cles ha scelto un ambiente che potesse essere adibito a camera privata durante il periodo estivo. L’ambiente è rivolto con due grandi finestre sul lato Ovest e sul lato Sud verso il giardino del Magno Palazzo da cui salivano dolci profumi e piacevoli suoni che svegliavano la mattina il principe vescovo. La stanza era arricchita da una serie di cuoi decorati che rivestivano tutte le pareti mentre il soffitto della volta è stato affrescato da Marcello Fogolino che ha rappresentato una serie di scene racchiuse ed esaltate da bellissime cornici in stucco bianco. Il centro della volta è decorato con lo stemma familiare di Bernardo Cles sovrastato dal galero, il copricapo cardinalizio: in mezzo si vedono le sette verghe e il ramo d’alloro intrecciato al ramo di palma, ovvero le imprese personali del principe vescovo”.

Una delle quattro scene dipinte da Marcello Fogolino con Giulio Cesare (qui nel triunvirato) nel Torrione da Basso (foto buonconsiglio)
Tutto attorno quattro scene tratte dalla vita di Giulio Cesare: “La prima, quella in cui è raffigurato all’interno del triunvirato”, continua Facchin. “Si vedono i tre personaggi seduti in una piccola edicola e al fianco dei cavalli trattenuti a stento dai loro servitori. Nella seconda si vede un’immagine in cui Giulio Cesare riceve dei doni, delle offerte, probabilmente in seguito alla promulgazione delle leggi suntuarie, quando parte delle proprietà in eccesso rispetto a quanto determinato dalle leggi doveva essere consegnata proprio a Giulio Cesare. Marcello Fogolino nella terza scena descrive il momento in cui Giulio Cesare riceve la testa mozzata di Pompeo dalle mani di Tolomeo e lo punta con l‘indice sottolineando la crudeltà del gesto di Tolomeo stesso. Nella quarta scena viene descritto un corteo notturno. Fogolino per questa immagine si è ispirato alla rappresentazione realizzata da Mantegna alla corte di Mantova. In questo caso Fogolino è stato molto abile perché all’interno della scena ha dovuto inserire una serie di fonti luminose artificiali, delle torce delle fiaccole, che permettessero attraverso le luci e le ombre di delineare i personaggi protagonisti del corteo. Allargando lo sguardo possiamo cogliere la rappresentazione che Fogolino fa della figura umana. Le cornici ovali racchiudono figure maschili e femminili che si alternano con pose molto plastiche diversificate tra loro. Tra una figura umana e l’altra Fogolino ha rappresentato una serie di creature fantastiche e di mostri mitologici rendendoli con estrema bizzarria e una grande analiticità. Ha rappresentato in maniera molto fresca e vivace degli elementi che richiamano l’antichità classica rendendoli estremamente contemporanei”.

Proprio questo è lo spirito che anima anche le rappresentazioni dei 14 imperatori romani che finiscono la parte laterale della volta. “Ogni imperatore romano – fa notare Facchin – è presentato a cavallo ma ognuno in una posa differente, ritratto da una prospettiva diversa, e qui vediamo davvero l’abilità pittorica di Fogolino. L’altra particolarità di questi ritratti è che ogni imperatore è inserito in un paesaggio molto moderno con strutture architettoniche e figure umane che richiamano l’epoca rinascimentale. Il gioco tra antico e moderno, tematiche antiche in paesaggi contemporanei che si respira all’interno dei ritratti degli imperatori sottolinea ed evidenza anche quella che era la scelta tematica voluta da Bernardo Cles. Il principe vescovo infatti faceva parte della corte imperiale di Carlo V ed era consigliere personale del fratello Ferdinando. Attraverso la decorazione di questa sala troviamo una legittimazione del potere imperiale che affonda le sue radici nella cultura classica, quella dell’antica Roma, con un filo conduttore che passa da antico a moderno, rendendo ancora più forte e riconoscibile il potere imperiale contemporaneo”.
#buonconsiglioadomicilio. Alessandro Casagrande ci porta a scoprire le tabacchiere, dono imperiale nel secolo dei lumi, realizzate in materiali preziosi o in porcellana
Per il nuovo appuntamento con i video #buonconsiglioadomicilio per la regia di Alessandro Ferrini, il responsabile Ufficio promozione e comunicazione del museo del Buonconsiglio Alessandro Casagrande ci fa conoscere alcuni esemplari di tabacchiere, dono imperiale nel secolo dei lumi, parte delle collezioni del Castello del Buonconsiglio, conservate nella sala degli Specchi, che rispecchia il gusto del Settecento quando viene rifatta secondo in stile barocco rococò. “Le tabacchiere”, spiega Casagrande, “ebbero grandissima fortuna nel Settecento tanto da essere anche definito il secolo delle tabacchiere. Questo perché sovrani imperatori e nobili erano soliti regalare a personaggi importanti queste tabacchiere realizzate da grandi artisti in materiali molto preziosi, come oro e argento, e decorate con pietre preziose, diamanti, zaffiri o smeraldi. Se scorriamo la Gazzetta Universale di quegli anni, del Settecento, sono molti i resoconti che ci raccontano appunto di questi regali fatti dai imperatori e regine, da Caterina II di Russia a Maria Teresa d’Austria, da Giuseppe II al pasha di Costantinopoli, soliti omaggiare vari artisti e musicisti di corte o letterati con questi oggetti preziosissimi, spesso accompagnati da sostanziose monete all’interno. La moda del tabacco conquistò tutta la popolazione, non solo i ricchi. Molte tabacchiere vengono realizzate in porcellana, un materiale meno nobile ma che permetteva a tutti di poter coltivare questo vizio. Per questo nacquero le tabacchiere realizzate dalle manifatture di Meissen, Sevres, Capodimonte, e molte furono anche le manifatture inglesi che si dedicarono a questi oggetti”.

Una tipica tabacchiera in porcellana del Settecento conservata nel museo del Castello del Buonconsiglio a Trento (foto Buonconsiglio)
Alcune di queste tabacchiere sono conservate nelle collezioni del museo del Buonconsiglio. “La maggior parte viene dalla manifattura inglese di Burslem. Tra le tabacchiere conservate in museo ce ne sono di particolari. Come la tabacchiera a forma di testa di carlino della manifattura inglese di Burslem realizzata tra il 1760 e il 1770. Il manufatto riprende appunto la fisionomia della testa del carlino, una razza canina che tra Sei e Settecento divenne assai ricercata dalla nobiltà europea tanto che fu spesso immortalata in diversi dipinti del grande pittore inglese William Hogarth. Un’altra tabacchiera decorata con fili d’erba è sagomata a forma di carlino mentre sulla base è raffigurato un cane in una piazza delimitata da un’architettura neoclassica. Anche questa tipologia si deve alla manifattura di Burslem un noto centro di produzione della ceramica nella regione del South Staffordshire. Una pregevole raffinata tabacchiera di gusto neoclassico è l’esemplare a forma circolare che ci fa capire come nascessero questi capolavori di galanteria grazie a un lavoro d’equipe di artigiani e artisti: per questo oggetto devono essere intervenuti abili decoratori per i ricercati motivi d’ornato, orafi per il fondo d’argento dorato, gli intarsi in stagno dorato, i dischetti in ferro applicati sui bordi della tabacchiera, mentre una stupenda miniatura con la figura di Vesta realizzata in cera bianca su ardesia ne fa davvero un capolavoro. C’è poi una tabacchiera settecentesca a forma ovale modanata a Scozia che ha la particolarità di avere un doppio scomparto, per consentire l’utilizzo di due tipi diversi di tabacco. Le composizioni dipinte sui coperchi e sulla base della tabacchiera riprendono il gusto tipico delle scene galanti del pittore francese Antoine Watteau. Strettamente collegate all’uso del tabacco vi erano anche le raspe chiamate grattugie che nel corso del Settecento diventarono un corredo essenziale e di gran moda negli ambienti aristocratici. Una raspa del castello del Buonconsiglio che proviene dalla collezione del maggiore Taddeo Tonelli presenta alcune eleganti figure femminili con scene di pellegrini. È completamente realizzata in avorio”.
#buonconsiglioadomicilio. Francesca de Gramatica ci racconta la mostra dedicata all’arte grafica di Rembrandt ospitata a Castel Caldes, parte della collezione di stampe Lazzari-Turco-Menz conservata al castello del Buonconsiglio (Tn)
Il consueto appuntamento con i video #buonconsiglioadomicilio ci introduce alla mostra “REMBRANDT Le stampe del grande artista olandese a Castel Caldes” allestita a Castel Caldes (Tn) fino al 1° novembre 2020 e dedicata all’opera incisoria di Rembrandt. La curatrice Francesca de Gramatica, responsabile storico-artistica del castello, ci svela il genio grafico del grande artista olandese. Immagini, montaggio e regia a cura di Alessandro Ferrini.
“Questa mostra dedicata a Rembrandt”, spiega Francesca de Gramatica, “nasce come valorizzazione di una importante collezione di stampe conservata al castello del Buonconsiglio dal 1924, donata da Raffaello Lazzari musicista e marito di Giulia Turco Turcati. La collezione è composta da circa un migliaio di stampe e tra queste stampe un nucleo molto importante è formato da incisioni di Rembrandt. Il collezionista originario che ha radunato questa importante collezione era Karl Paul Menz che fu un importante funzionario prima della legazione austriaca a Napoli nel primo Ottocento, successivamente a Milano dal 1833 e fino alla morte nel 1847. Una collezione, quindi, nata in anni molto particolari, molto densi di avvenimenti. E lo possiamo proprio anche capire dalla scelta che è stata fatta da Menz perché oltre alle stampe di Rembrandt vi sono bellissimi esemplari di incisori fiamminghi, olandesi ancora, tedeschi, tra i quali Dürer e Luca da Leida”. Tra i pezzi più importanti della mostra sicuramente gli autoritratti di Rembrandt. “Qui abbiamo tre esemplari: il suo con la testa girata in penombra, l’autoritratto mentre disegna con una finestra sullo sfondo, e questo bellissimo con la moglie Saskia, figlia di un famoso ricco mercante d’arte che Rembrandt sposa nel 1634 ad Amsterdam”.
Rembrandt fu un grande pittore e, in questa mostra, lo scopriamo anche come incisore talentuoso. Quali tecniche utilizzava? “Rembrandt – continua de Gramatica – è stato conosciuto proprio soprattutto come grande incisore. Adottò in particolare l’acquaforte e la punta secca, e quindi qui possiamo veramente ammirare e capire la modalità del suo lavoro. Utilizzava la lastra di rame quasi fosse un block notes sul quale lui segnava i suoi disegni che poi ripassava e rinforzava con la tecnica della punta secca. Ecco quindi che abbiamo questi segni morbidi ma anche questi forti chiaroscuri: quindi adotta veramente delle tecniche straordinarie che saranno studiate e acquisite da generazioni di artisti italiani ma anche olandesi”.
#buonconsiglioadomicilio. Con Annamaria Azzolina, conservatrice archeologa del museo, scopriamo l’Antico Egitto a Trento, anteprima di quella che sarà la nuova esposizione permanente della collezione egizia

Maschera funeraria, tra i preziosi reperti della collezione egizia del museo del Buonconsiglio (foto Buonconsiglio)
Riprendono i video #buonconsiglioadomicilio con il racconto della ricca collezione egizia che si conserva al Castello del Buonconsiglio. Annamaria Azzolini ce ne svela segreti e curiosità. Dopo il grande apprezzamento ricevuto durante il lockdown riprendono i video realizzati dallo staff del museo lanciati sui social con l’hasthag #buonconsiglioadomicilio che raccontano lo straordinario patrimonio artistico-architettonico e collezionistico conservato nel castello e nelle sedi periferiche. In questo video girato e montato come sempre da Alessandro Ferrini l’archeologa Annamaria Azzolini, presenta la curiosa sezione egizia del Castello del Buonconsiglio, costituita da oggetti acquisiti nella prima metà dell’Ottocento dal trentino Taddeo Tonelli, ufficiale dell’Impero Austro Ungarico. Questa collezione rispecchia l’egittomania imperante in quell’epoca in tutta Europa e il gusto collezionistico che spinse molti nomi eccellenti dell’aristocrazia, rapiti dal fascino delle civiltà del Nilo, ad assoldare scienziati, esploratori e avventurieri “predatori” di antichità per arricchire i loro musei privati. Fra gli oggetti donati al Municipio di Trento da Tonelli figurano centinaia di amuleti, fra i quali soprattutto scarabei del cuore – simbolo di vita eterna – eleganti monili in paste vitree colorate, due stele iscritte, una splendida maschera funeraria in foglia d’oro, centinaia di modelli di servitori – detti ushabti – deposti nelle tombe perché sostituissero il defunto nelle attività nell’Oltretomba. Tra i pezzi intriganti spicca, per l’ottimo stato di conservazione, una mummia di gatto del I secolo a.C.- I secolo d.C., animale sacro alla divinità Bastet che simboleggia il calore benefico del sole ed è venerata in qualità di protettrice della casa e della famiglia.
“È il 1858 quando da Vienna arrivano in ben 36 casse moltissimi oggetti provenienti da posti diversi del mondo”, ricorda Azzolini. “Sono oggetti che restituiscono il gusto di un collezionista attento, sensibile e ben inserito negli ambienti più colti della Vienna del tempo. E proprio a Vienna come in molte altre città dell’impero stanno arrivando dalle terre bagnate dal Nilo molti oggetti. Sono di piccole dimensioni, facilmente trasportabili, ma per questo non meno preziosi. E rispondono a un bisogno crescente, che è presente in questo momento a Vienna, in un’epoca che viene definita l’età dei consoli, proprio perché è molto alta la presenza consolare in Egitto. È un momento in cui c’è richiesta, molta richiesta di reperti egiziani. Si sta rispondendo a quello che è il bisogno della cosiddetta egittomania, una moda che sembra interessare molto anche il maggiore Tonelli, il quale però non è un archeologo e non è un egittologo. Un fitto carteggio intercorso tra lui e uno studioso romano egittologo ed etruscologo, Arcangelo Michele Migliorini, rivela in realtà che era proprio quest’ultimo a consigliare il maggiore sugli acquisti. Ecco quindi che la collezione del museo del Buonconsiglio ospita circa un migliaio di pezzi. Sono oggetti che sono riferibili alla cultura materiale della civiltà antica egizia ma anche al corredo e al contesto funerario. Quindi abbiamo amuleti, parti di mummie, stele funerarie, maschere funerarie e molti altri oggetti in parte noti perché sono stati esposti in una grande mostra curata dal museo nel 2009 “L’Egitto mai visto”, e in parte ancora inediti”. L’archeologa Azzolini mostra un’anteprima di quella che sarà la nuova esposizione permanente della collezione egizia. “È un progetto importante, impegnativo fortemente voluto dalla direzione del museo”, spiega. “un progetto che risponda a nuovi criteri espositivi ma anche di conservazione di questi reperti molto delicati. Ed è un progetto che vedrà coinvolte anche altre figure professionali e istituzionali dove si conservano collezioni analoghe a questa”.
“Nella cultura egizia – continua Azzolini – le statue non sono ritratti ma reali sostituti del soggetto raffigurato, dei supporti nei quali il raffigurato si incarna. Queste statuette sono destinate ai templi e costituiscono un riflesso della devozione popolare testimoniato anche dall’elevato numero in cui vengono realizzati questi esemplari”. Nella collezione trentina c’è una statuetta che rappresenta la dea Sekhmet realizzata in faience, che risale all’epoca tarda, ovvero un periodo tra il 700 e il 300 a.C.: è raffigurata con un corpo di donna sopra il quale è collocata una testa leonina. Sulla sua testa a sua volta si doveva trovare il disco solare e la testa del cobra reale. È una dea particolare. Ha un significato ambivalente. È una dea che può essere apportatrice di pestilenze e calamità, ma può anche essere una dea guaritrice ed è per questo che è stata assunta quale protettrice dei medici”.
“Un altro tipo di statuette ben rappresentato all’interno della collezione è costituito dagli ushabti che hanno un valore completamente diverso. Poiché rappresentano l’incarnazione di quelli che sono dei servitori che attendono il defunto nell’aldilà. Sono oggetti che venivano realizzati in gran numero di copie proprio perché sono molti che vengono collocati all’interno delle sepolture. In realtà un personaggio per ogni giorno dell’anno più i custodi. Vengono inseriti all’interno della sepoltura collocate in cassette di legno. Possono essere realizzati con materiali diversi, dalla faience al legno oppure alla terracotta. Generalmente hanno una forma antropomorfa che ricorda la forma del sarcofago. Sono stati prodotti in un arco cronologico che va dal 1500 al 300 a.C.”.
Tra gli oggetti simbolo della civiltà egizia un posto di rilievo spetta allo scarabeo. “Ritenuto sacro è chiamato keper considerato un potente amuleto con funzione apotropaica, simbolo di rinascita e cambiamento. È associato al dio dell’alba, connesso al sole che scaccia le tenebre. Era usato in diversi contesti. Poteva apparire come anello sigillare per validare i documenti, usato dalle alte gerarchie, poteva comparire sulle porte sacre di grandi dimensioni con valori di protezione e, a partire dalla XVIII dinastia, è collocato nell’ambito funerario. Veniva posto al di sopra del cuore, sul petto della mummia, proprio perché lo scarabeo diveniva una sorta di cuore divino capace con i suoi poteri di percepire anche l’invisibile, ed era determinante nel passaggio dalla vita terrena a quella eterna perché donava alla mummia il potere di scacciare il terribile serpente Apopi e i pericoli disseminati nel cammino del viaggio notturno verso il mondo dei morti”. Un esemplare delle collezioni museali è di grandi dimensioni e fu realizzato durante il Nuovo Regno tra il 1500 e il 1070 a.C. “È un esemplare molto importante. Reca inciso un capitolo tratto dal Libro dei Morti, dove si esorta il cuore a non testimoniare contro il defunto durante la cerimonia della pesatura del cuore ovvero nel momento in cui gli dei, Osiride e altre 42 divinità, valuteranno l’operato in vita del defunto”.
Nelle collezioni del Buonconsiglio c’è una mummia di gatto. “Il gatto nell’antico Egitto era adorato quale manifestazione terrena del divino e la sua mummificazione è volta a trasformarlo in Osiride, dio dell’Oltretomba, concedendogli così la vita eterna. Per questo veniva spesso soppresso in tenera età trasformato in un dono votivo. Nella vita quotidiana l’animale riceveva molte cure. Questo spiega perché molte mummie di gatto sono accompagnate da un corredo con offerte funerarie. La cura nella preparazione di questa mummia delle collezioni rivela che poteva trattarsi di un animale domestico al quale fu riservato un trattamento particolare proprio perché considerato come un membro della famiglia”.

Particolare della maschera funeraria tardoantica nella collezione del museo del Buonconsiglio (foto Buonconsiglio)
L’ultimo degli oggetti della collezione museale presentato in anteprima è una straordinaria maschera funeraria realizzata in cartonnage. “Fu costruita sovrapponendo bende di lino a foglie di papiro a cui a sua volta fu sormontato uno strato di gesso per modularla. Una volta asciutto il gesso fu dipinto con colori vivacissimi. La maschera funeraria è uno degli ornamenti esterni della mummia, con una funzione soprattutto pratica ovvero deve restituire al volto del defunto le sembianze umane celate dalla bende. È costruita rendendo la capigliatura con l’azzurro lapislazzulo, l’incarnato invece è reso stendendo una velatura in oro e sul petto sono restituite delle piccole perle e degli ornamenti a costituire la collana. Gli occhi sono resi con la sovradipintura in kohl ovvero con il nero che è il colore sacro e simbolo di fertilità secondo la cultura egizia. Questo sguardo, che ha attraversato 2300 anni, poiché la maschera risale all’epoca tolemaica romana, al 330 a.C. ancora oggi ci appare straordinario, uno sguardo che cattura, uno sguardo che ancora adesso ci incuriosisce”.






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