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#iorestoacasa. Il Castello del Buonconsiglio a Trento propone con la storica dell’arte Elisa Colla la visita della Giunta Albertiana e la scoperta delle preziose maioliche seicentesche

La Giunta Albertiana, parte dell’antica residenza vescovile al Castello del Buonconsiglio a Trento (foto Buonconsiglio)

Le formelle originali seicentesche in maiolica azzurra e colorate, di gusto orientalizzante, che un tempo ricoprivano il pavimento nelle stanze della Giunta Albertiana al Castello del Buonconsiglio sono al centro del nuovo appuntamento di #buonconsiglioadomicilio. La storica dell’arte Elisa Colla del museo del Buonconsiglio nel video di Alessandro Ferrini illustra i molteplici motivi mutuati dalla splendida ceramica ottomana di Iznik, innumerevoli figure di uccelli, paesaggi, architetture, che popolano queste formelle, gli stessi motivi che si ritrovano nelle dimore aristocratiche, alludendo ad un dialogo tra Occidente e Istanbul unite da un filo continuo di commerci, ambascerie, rapporti politici e diplomatici.

La Giunta Albertiana è il terzo corpo di fabbrica che va a comporre l’antica residenza vescovile. “A metà del Seicento – ricorda Elisa Colla – l’allora vescovo Francesco Alberti Poia sentì la necessità di ampliare gli spazi andando a inserire un nuovo edificio tra il Castelvecchio e il Magno Palazzo. Sentiva l’esigenza di adattarsi al clima dell’epoca. Trovare quindi un nuovo spazio per sé ma anche un luogo adatto a ricevere gli ospiti virtuosi che viaggiando sulla via del Brennero si fermavano a Trento. Nacque così la Giunta Albertiana tra il 1686 e il 1688, un piccolo edificio costituito da due piani, entrambi con due stanze ciascuno, con destinazioni d’uso però diverse. Regista di questa costruzione sarà Giuseppe Alberti, l’artista di fiducia di Francesco Alberti Poia, pittore viennese che si era formato in Veneto. Entrambi erano stati a Roma, avevano quindi respirato il Barocco nella fase berniniana che portarono così a Trento realizzando questo piccolo scrigno. Lo vediamo nel tripudio degli stucchi del soffitto dove proprio gli affreschi di Giuseppe Alberti andranno a raccontare al primo piano temi politici. Questi ambienti erano destinati ad accogliere udienze. Sul soffitto della prima stanza troviamo il Trionfo della Fede cristiana contro l’impero ottomano, una vera e propria crociata voluta da papa Innocenzo XI, mentre nella seconda stanza rimane questo tema di lotta tra il Bene e il Male con l’iconografia di Minerva che scaccia i Vizi capitali all’Inferno.

Le mattonelle in maiolica policroma alla Turchesca nella Giunta Albertiana del Castello del Buonconsiglio (foto Buonconsiglio)

Al secondo piano della Giunta Albertiana gli ambienti avevano una destinazione d’uso molto diversa. “Lo capiamo attingendo agli inventari che venivano redatti alla morte di ogni presule per riuscire a registrare tutti i beni mobili presenti al castello del Buonconsiglio”, spiega Colla. “E così scopriamo, attingendo al testamento della morte di Francesco Alberti Poia, così come un altro inventario molto prezioso del 1776 registrato alla morte del vescovo Cristoforo Senso, che questi ambienti avevano una pavimentazione molto preziosa fatta di piccole piastrelle di maiolica con una resa coloristica molto varia in linea con il gusto del Barocco. Un materiale quello della maiolica che piacque molto nel Rinascimento tant’è che si diffuse. Questa tipologia di arredo di ispirazione ispanico-moresca o addirittura orientale venne quindi copiata da molti manifatture italiane, prima di tutte Faenza. E poi Venezia, Padova, Lodi, Savona e altre città. Nel caso della Giunta Albertiana troviamo una manifattura di Bassano del Grappa, la manifattura Manardi, che era nel pieno della sua produzione nel 1688 quando vennero posate le mattonelle presenti nella Giunta Albertiana: lo dimostra una formella che reca la data 1688 all’interno di un cartiglio giallo sopra la mitra vescovile”. Le piastrelle rimasero posate per circa 150 anni o poco meno perché quando la residenza vescovile venne trasformata in caserma e secolarizzato il principato di Trento nel 1803 queste piastrelle vennero rimosse. “Negli anni Cinquanta del secolo scorso furono recuperate 1338 mattonelle, un corpus che corrisponde a circa un terzo del totale, ma ci permette comunque di fare alcune osservazioni dal punto di vista artistico e stilistico. C’è una partita policroma detta alla turchesca che seguiva il gusto tipico delle città turche, le turcherie tipiche del Seicento. Il criterio delle piastrelle era quello di essere composte a cellula dipendente perché avevano una figurazione con soggetti tratti dalla fauna, dalla flora, alcuni vasi, frutti. Ma sulle parti angolari una serie di decori vegetali vanno a comporsi solo nel momento in cui vengono accostate quattro formelle”.

Giunta Albertiana: formelle in maiolica con figure umane (foto Buonconsiglio)

Oltre alle mattonelle policrome alla turchesca vi è una seconda partita che riprende il gusto della crack porcelain, la porcellana dura cinese, che era tipicamente in bianco e blu cobalto. “Anche qui la configurazione è molto ricca con diverse immagini non solo di animali ma anche piccoli edifici e città turrite sempre con gli elementi vegetali angolari che danno questo effetto a tappezzeria. Un nucleo di formelle più spesse presenta oltre alla figurazione vegetale delle figure umane che forse erano tratte da incisioni della commedia dell’arte e quindi potevano essere fruite in verticale come decorazioni di un caminetto. Alcune di queste formelle hanno delle figurazioni con dei putti al gioco e possiamo così scoprire quali fossero i giochi più in voga nel Rinascimento e nel Seicento. È grazie alle incisioni che possiamo capire come – ad esempio -un putto stia giocando con la palla insieme ad un bracciale, un gioco tipico del XVI secolo. Purtroppo – conclude Colla – non conosciamo con esattezza come fossero distribuite le piastrelle al pavimento, se fossero divise per tipologia o sapientemente mescolate ma sicuramente possiamo farci un’idea di quale resa cromatica varietà esuberanza dovessero dare questi ambienti. Un ambiente entrato nell’epoca del Barocco e degno della residenza di un principe vescovo”.

#iorestoacasa. Il Castello del Buonconsiglio a Trento propone con Francesca Jurman la seconda parte del video dedicato alla Torre Aquila, alla scoperta delle stanze non accessibili al pubblico: il corpo di guardia al piano inferiore, e le stanze al terzo piano con raffinati affreschi

Torre Aquila del castello del Buonconsiglio, capolavoro del gotico internazionale (foto Buonconsiglio)

Le sale mai viste di Torre Aquila. Nel nuovo appuntamento con #buonconsiglioadomicilio molte sono le sorprese che si possono scoprire a Torre Aquila. Sopra e sotto la famosissima stanza affrescata con il Ciclo dei mesi si trovano infatti alcuni ambienti decorati, non accessibili al pubblico. Sotto la consueta regia di Alessandro Ferrini, Francesca Jurman, responsabile dei Servizi educativi del Museo, percorrerà la ripida scala a chiocciola gotica per raggiungere la stanza del piano inferiore un tempo collegata con le mura cittadine dove vi risiedeva il corpo di guardia e le stanze superiori al terzo piano, anch’esse non visitabili e decorate da raffinati affreschi.

Il primo piano di torre Aquila, che si trovava proprio al di sopra della porta Aquila, ospitava un corpo di guardia per il controllo del passaggio di chi entrava e usciva dalla città. “Per questo motivo – spiega Jurman – troviamo sul pavimento una botola che permette proprio di controllare, di guardare dall’alto attraverso dei dispositivi che consentivano la visuale. Il corpo di guardia non doveva solo sorvegliare e controllare l’andamento attraverso la porta Aquila, ma aveva anche la possibilità di procedere lungo il camminamento di ronda: da una porta si poteva infatti percorrere il camminamento sulle mura della città e quindi controllare interamente le difese della città di Trento. Per rendere confortevole la vita del corpo di guardia di stanza in questa sala c’erano un caminetto, che doveva garantire una temperatura mite all’interno dell’ambiente, e un curioso gabinetto a scomparsa: un ambiente molto piccolo e riservato dotato di un gabinetto a caduta”.

Gruppo di nobili: dettaglio dell’affresco del maestro Venceslao al terzo piano della torre Aquila al castello del Buonconsiglio di Trento (foto Buonconsiglio)

Una scala a chiocciola in legno permette di salire all’ultimo piano di torre Aquila. A differenza del piano inferiore dove è conservato il ciclo dei mesi, questo ambiente è diviso in più camere. “Qui si può ancora vedere un lacerto di affresco – continua Jurman – realizzato dallo stesso magister Venceslao che ha eseguito il ciclo dei mesi di torre Aquila: si riconosce proprio lo stesso stile. Purtroppo la pittura si è solo parzialmente conservata. Riusciamo a individuare un gruppo di nobili dove il cavaliere mette mano alla borsa probabilmente per pagare un contadino che sembra offrirgli delle fragole. Accanto, in un angolo, si è invece conservata l’illustrazione e la descrizione di un’architettura dove – se osservata attentamente – si riesce a riconoscere Castelvecchio. Ancora una volta viene descritto il castello del Buonconsiglio come lo vedeva maestro Venceslao sul finire del ‘300. Riconosciamo proprio la mole di questo castello con le varie successioni delle finestre, il coronamento merlato, l’imponente maschio che svetta sopra l’architettura e i camminamenti di ronda, che consentivano poi di raggiungere torre Aquila, che si sviluppavano lungo le mura cittadine. Su questo affresco si è conservata un’iscrizione molto importante che risale al 1407 quando il principe vescovo di Trento Liechtenstein viene imprigionato e la cittadinanza si riappropria di questa torre come baluardo di difesa della porta orientale della città”.

#iorestoacasa. Il Castello del Buonconsiglio a Trento propone con Francesca Jurman la prima parte del video dedicato alla Torre Aquila, con il celebre ciclo dei mesi del maestro Venceslao, capolavoro del gotico internazionale

Torre Aquila del castello del Buonconsiglio, capolavoro del gotico internazionale (foto Buonconsiglio)

L’appuntamento di oggi con l’iniziativa #buonconsiglioadomicilio è dedicato al gioiello del Castello del Buonconsiglio, Torre Aquila, con il suo celebre e affascinante ciclo dei mesi, affreschi conosciuti come capolavoro del gotico internazionale. Sotto la regia di Alessandro Ferrini, Francesca Jurman responsabile dei Servizi educativi del Museo, ci porterà in questa prima parte dedicata alla Torre, alla scoperta della vita nobiliare e popolare della società di fine Trecento raccontata negli affreschi realizzati dal maestro Venceslao.

Percorrendo il camminamento di ronda sulle mura duecentesche della città di Trento, realizzate in epoca vanghiana, ci consente di raggiungere da Castelvecchio, lasciato alle spalle, Torre Aquila, costruita a difesa della porta orientale della città di Trento. Al secondo piano di Torre Aquila, sulle pareti è conservato il celebre ciclo dei mesi. “Questo affresco – spiega Jurman – venne realizzato sotto il governo del principe vescovo Georg von Liechtenstein che trasformò la torre da torre di difesa della porta orientale della città di Trento in un luogo riservato e intimo, privato, destinato allo studio. Proprio per questo motivo commissionò il ciclo di affreschi a un pittore di probabile origine boema, quel magister Venceslao che le fonti documentano a Trento nel 1397. L’opera risente fortemente dei canoni estetici dello stile proprio del gotico internazionale che si sviluppò in vari centri europei, in particolare a Praga. E Praga è uno dei luoghi della cultura di quest’epoca dove si producono beni di lusso, beni di prestigio, in particolare codici miniati. Venceslao a Trento sembra proprio guardare a queste miniature per realizzare l’affresco del ciclo dei mesi, straordinaria testimonianza del mondo all’autunno del Medioevo. Delle colonnine tortili – fa notare Jurman – ci danno la sensazione di trovarci all’interno di una loggia ma contemporaneamente dividono l’affresco in più scene ognuna delle quali rappresenta un mese dell’anno”.

Festa del calendimaggio: particolare dell’affresco del ciclo dei medi nella Torre Aquila del castello del Buonconsiglio (foto Buonconsiglio)

“Questo paesaggio in costante mutamento nel volgere delle stagioni è animato da aristocratici intenti a giocare, a divertirsi, a svagarsi, e da contadini, da gente del popolo dedicata invece a lavori agricoli e a lavori della quotidianità. Aprile con la semina: quel lavoro nei campi introduce nel mese di maggio che è invece un tripudio di fiori dedicato al calendimaggio, la grande festa aristocratica che celebra l’arrivo della bella stagione; alla mungitura del mese di giugno le donne sono intente a produrre anche il formaggio, burro, con gli strumenti propri di quell’epoca. Segue la fienagione di luglio, dove troviamo anche un cavaliere e una dama che ci introducono al tema della falconeria, uno degli svaghi più amati dalla nobiltà. Lo ritroviamo in agosto con l’addestramento del falco e a settembre con la vera e propria caccia, mentre continuano i lavori agricoli con la mietitura in agosto e con la raccolta delle rape nel mese di settembre. Nobili e contadini sembrano invece quasi unire le loro forze nel mese di ottobre dove sono tutti intenti nella vendemmia e quindi alla produzione del vino. Novembre e dicembre, i mesi invernali, sono uniti tra loro dalla città di Trento: una veduta che ci consente di apprezzare anche il castello del Buonconsiglio nel suo aspetto medievale, quindi con il solo Castelvecchio dominato dall’imponente maschio di forma cilindrica. Attorno alla città si svolgono le attività sia dei nobili sia dei contadini: la caccia all’orso e il lavoro dei boscaioli con il trasferimento in città del legname. Il mese di gennaio è forse la rappresentazione più antica di un paesaggio con la neve nella pittura occidentale. Dinanzi al castello di Stenico, descritto in ogni sua parte. un gruppo di nobili è ripreso in una battagliola a palle di neve. Il ciclo si conclude con il mese di febbraio dove il concitato torneo sembra alludere ai festeggiamenti per il carnevale. Il ciclo termina con febbraio perché il mese di marzo non c’è. Forse è andato distrutto durante un incendio che ha colpito la torre. Probabilmente si trovava sulla scala a chiocciola che porta al piano superiore o scende a quello inferiore, che nascondono altri luoghi segreti del castello”.

#iorestoacasa. Il Castello del Buonconsiglio a Trento propone un nuovo video per far conoscere i segreti del castello, chiuso per emergenza coronavirus: gli antichi codici dei principi vescovi. Dal Sacramentario Gregoriano all’Evangelario purpureo alla Biblia Sacra

Codici miniati e manoscritti costituiscono una Castello del Buonconsiglio (foto Buonconsiglio)

Il nuovo appuntamento con #buonconsiglioadomicilio è dedicato al prezioso fondo di manoscritti e codici miniati custoditi al Castello del Buonconsiglio che testimoniano – purtroppo solo in minima parte – la ricchezza originaria della biblioteca vescovile. Sotto l’attenta regia di Alessandro Ferrini, Giorgia Sossass dei Servi educativi del Castello del Buonconsiglio, illustra alcuni tra gli esemplari più antichi e rari del fondo di manoscritti custoditi al Castello, alcuni dei quali già esposti ai tempi dell’annessione del Trentino al Regno d’Italia per volontà di Giuseppe Gerola come testimonianza del recupero di un fondamentale tassello di storia patria. “Un ringraziamento particolare ad Alessandra Facchinelli, funzionaria della Biblioteca del Castello del Buonconsiglio, per la collaborazione”.

È una collezione che, in qualche modo, potremmo definire “segreta” perché in genere non visibile dal grande pubblico: sono i manoscritti e i codici miniati, oggetti molto delicati e allo stesso tempo molto interessanti perché testimoniano l’evoluzione della biblioteca dei principi vescovi. “I codici che hanno fatto parte della biblioteca vescovile”, spiega Sossass, “sono conservati oggi nella sala codici e purtroppo sono solo una piccola testimonianza della ricchezza originaria della biblioteca che, nel momento del suo massimo splendore, all’epoca di Bernardo Clesio, contava all’incirca mille volumi. La cospicua raccolta libraria dei principi vescovi subì purtroppo nel corso dei secoli diverse dispersioni. La più grave risale sicuramente all’inizio del 1800 quando, con la secolarizzazione del principato vescovile, i codici rimasti in castello furono prelevati e portati a Vienna. Nel 1805 lì reperì l’archivista di corte Gassler, inviato a Trento dall’imperatore Francesco II proprio per recuperare i documenti del Principato appena secolarizzato, nascosti all’interno di una stanza segreta nella Torre di Augusto.

Il prezioso Sacramentario Gregoriano è l’unico manoscritto esposto al pubblico (foto Buonconsiglio)

Solo uno dei manoscritti conservati in castello è attualmente visibile nel percorso espositivo. Si tratta del Sacramentario Gregoriano che è uno dei pezzi anche simbolicamente più importanti delle collezioni vescovili. “Il Sacramentario Gregoriano è uno dei pezzi più antichi posseduti dalla Diocesi di Trento”, continua Sossass. “Sappiamo infatti che faceva parte delle raccolte del Capitolo del Duomo all’epoca di Federico Banga. È stato prodotto nel IX secolo anche se la legatura che vediamo ora non è quella originale, ma è stata sostituita nel XVI secolo riadattando una formella di avorio che probabilmente era un dittico carolingio, smembrato e utilizzato come copertina. Anche per l’attinenza del soggetto che raffigura probabilmente un evangelista nell’atto di scrivere con la penna e il libro. Oltre che documentale l’importanza del manoscritto è però simbolica perché il Sacramentario, insieme ad altri 66 volumi asportati da Trento e portati a Vienna, è diventato il vero e proprio simbolo della riconquista di questi manoscritti. Fu Giuseppe Gerola nel 1919 incaricato di recarsi a Vienna proprio per il recupero di questi preziosi documenti. Dalle trattative ne uscì vittorioso e rientrò a Trento portando questi codici. Un evento fissato da una foto conservata in castello dove Giuseppe Gerola mostra con soddisfazione e con fierezza il Sacramentario Gregoriano tenuto sotto il braccio. E proprio il Sacramentario Gregoriano fu scelto da Gerola, insieme ad altre rarità bibliografiche, per essere esposto all’epoca dell’inaugurazione del museo nel 1924”.

L’Evangelario purpureo, codice prodotto in Africa settentrionale (foto Buonconsiglio)

L’Evangelario purpureo è un rarissimo codice prodotto in Africa settentrionale tra la fine del V secolo e l’inizio del VI, che ha viaggiato molto prima di arrivare a Trento mutilo di alcune carte. La preziosità di questo manoscritto, da cui deriva anche il suo nome, è il fatto che ogni foglio di pergamena prima di essere vergato con lettere d’oro e d’argento veniva immerso in una soluzione di color rosso porpora. I codici raccolti dai principi vescovi nei primi secoli del Principato erano utilizzati soprattutto per uso personale o addirittura donati come doni preziosi. Il primo che iniziò a sistematizzare la biblioteca con un punto di vista da bibliotecario fu il principe vescovo Giovanni Hinderbach che alla fine del 1400 non si limitò a sistemare le raccolte ereditate dai suoi predecessori ma iniziò un’accurata campagna di acquisti di manoscritti. “Nella biblioteca di un colto umanista – ricorda Sossass – non potevano mancare alcuni testi fondamentali tra cui quelli dei giuristi, dei Padri della Chiesa, e dei più grandi pensatori dell’antichità. Il caso del De officiis ministrorum di sant’Ambrogio è uno dei più curiosi perché in una nota sulla prima carta del volume Giovanni Hinderbach testimonia proprio il momento dell’acquisto del volume, comprato nel 1466 da un libraio in Campo dei Fiori a Roma. Il manoscritto è impreziosito da un bellissimo frontespizio a bianchi girali dove rimane vuota la parte per lo stemma che, come era consueto in questo tipo di manoscritti, poteva anche essere completata a posteriori una volta avvenuto l’acquisto. Quella dei bianchi girali è una decorazione tipica del periodo di passaggio tra la tradizione medievale dei manoscritti e quella invece dei codici a stampa, ed era particolarmente apprezzata nei circoli umanistici dell’epoca”.

Una “Biblia sacra” di produzione bolognese del XIII secolo (foto Buonconsiglio)

Il coltissimo principe vescovo Giovanni Hinderbach, che aveva studiato a Padova, intratteneva rapporti anche con le altre università italiane dell’epoca. In particolare proviene da Bologna, che insieme a Padova era il maggiore centro di produzione di manoscritti miniati dell’epoca medievale, la bellissima Biblia Sacra di fine 1200 realizzata nel cosiddetto primo stile bolognese che a sua volta prende ispirazione dalle Bibbie gotiche francesi. “C’è una bellissima lettera incipitaria posta all’inizio della Genesi dove nei tondi vengono raffigurati i diversi momenti della creazione fino ad arrivare alla crocifissione di Cristo. E le scene sacre come capita appunto nelle Bibbie francesi vengono intramezzate da decorazioni vegetali o animali fantastici. I manoscritti miniati più pregevoli da un punto di vista storico-artistico rimangono ancora al castello del Buonconsiglio e sono oggi consultabili solo su richiesta per motivi di studio”.

#iorestoacasa. Il Castello del Buonconsiglio a Trento propone dei video per far conoscere i segreti del castello, chiuso per emergenza coronavirus. Si comincia con la Torre di Augusto, il maschio del castello, il punto più alto della città. Realizzata nel ‘200 a difesa del principe vescovo, divenne nell’Ottocento punto di vedetta degli austriaci

La Torre di Augusto svetta dal castello del Buonconsiglio a Trento (foto Castello del Buonconsiglio)

Si chiama #buonconsiglioadomicilio: è il nuovo format del museo di Trento girato in questi giorni difficili per raccontare con brevi video il Castello del Buonconsiglio e le sue collezioni in questo triste momento dove tutti dobbiamo restare a casa per sconfiggere il virus. Ogni settimana i curatori del museo proporranno contributi per scoprire la bellezza dei manieri trentini. Il primo appuntamento con gli approfondimenti video #buonconsiglioadomicilio è dedicato a uno dei luoghi più affascinanti del maniero che per ragioni di sicurezza non è aperto al pubblico, ovvero la Torre d’Augusto. Sotto la consueta regia di Alessandro Ferrini, con Francesca Jurman, responsabile dei Servizi educativi, potremo salire le ripide scale in legno e conoscere i segreti del mastio, il nucleo più antico del castello, dove le guardie vigilavano sul maniero per proteggere il principe vescovo.

“È il 1237”, ricorda Jurman, “quando viene nominato podestà imperiale della città di Trento Sodegerio di Tito. È un momento delicato della storia dei principi vescovi di Trento. Il principe vescovo, infatti, non riesce più a esercitare i poteri amministrativi sulla città e il territorio. Così Sodegerio di Tito nell’esercizio del governo della città dà avvio alla costruzione di una fortezza sul dosso del Malconsei, in una zona sopraelevata rispetto alla città, addossata alle mura urbiche fatte costruire nel periodo di Federico Banga. Nucleo principale di questa fortificazione, denominata nei documenti come domus imperatori, la casa murata dell’imperatore, è una torre, il maschio del castello, quella che tradizionalmente è stata indicata nell’Ottocento come la torre di Augusto, perché si pensava fosse di epoca romana. In realtà questa torre risale proprio agli inizi del ‘200. È imponente nella sua forma cilindrica, nella sua altezza – svetta oltre 40 metri – e viene costruita in conci squadrati di pietra a vista”. Per accedere alla torre di Augusto bisogna alzarsi di qualche metro: gli ingressi non erano mai alla base del maschio ma più alti e vi si poteva accedere attraverso delle scale in legno o in corda che potevano essere facilmente rimosse. Il maschio infatti costituiva il nucleo principale del castello, ma costituiva anche l’ultimo baluardo di difesa all’interno dell’edificio, ed era circondato da una serie di mura a costruzione concentrica che rendevano appunto il più difficoltoso possibile l’avanzare del nemico. “Salire nel maschio è quasi un’avventura”, continua Jurman. “Il primo tratto viene compiuto all’esterno, salendo attraverso delle scale e dei passaggi che si trovano tra la cinta muraria esterna – quella realizzata ancora in epoca banghiana – e l’esterno del maschio. Ci sono scale e ballatoi, camminamenti di ronda che servivano proprio per la difesa del castello. Poi si entra all’interno della torre passando attraverso lo spessore delle mura della torre, di quasi un metro e mezzo. I collegamenti interni del maschio sono attraverso ampie sale, larghe quanto la torre, messe in comunicazione da scale in legno che salgono al loro centro. Attraverso una botola si raggiunge la sommità della torre, una piattaforma realizzata nell’Ottocento durante gli interventi di fortificazione del governo austroungarico. Il maschio originariamente aveva una copertura conica modificata nel tempo. Ma appunto gli austriaci, avendo bisogno di una piattaforma per avere una veduta sull’intero territorio vanno a demolire queste coperture e a realizzare questo piano. Da qui si gode una veduta sulla città e sulla valle. Qui siamo infatti nel punto più alto della città, oltre 43 metri dal livello del terreno”.