Festa-incontro al museo Pigorini di Roma per l’uscita del libro “Racconti da museo. Storytelling d’autore per il museo 4.0” a cura di Cinzia Dal Maso: “Nei musei, le storie danno vita agli oggetti, e ci fanno sentire il contatto diretto con la vita vera di altri mondi”

Il museo Preistorico etnografico “Luigi Pigorini” all’Eur di Roma

La locandina dell’incontro “L’arte di raccontare l’arte” al museo Pigorini di Roma

Sarà una festa-incontro. L’appuntamento “L’arte di raccontare” è giovedì 17 maggio 2018 alle 17 al museo preistorico etnografico “Luigi Pigorini” all’Eur di Roma. L’occasione è di quelle ghiotte: l’uscita del libro “Racconti da museo. Storytelling d’autore per il museo 4.0”, a cura di Cinzia Dal Maso, pubblicato da Edipuglia, che raccoglie riflessioni di professionisti che hanno voluto mettere la loro arte di narratori al servizio dei musei, e in generale della comunicazione dei beni culturali. Gente che ha restituito la vita del passato con la penna, i pennelli, la cinepresa, la grafica, la realtà virtuale, i social media. Che svela i segreti del proprio mestiere e ragiona sul senso profondo di quel che fa. Ognuno a modo suo ma con fili che s’intrecciano e si rincorrono, e un punto fermo per tutti noi: il racconto è il modo migliore per creare attorno al museo una vera comunità. Ne parleranno: Filippo Maria Gambari, Antonio Lampis, Daniele Manacorda con la partecipazione di: Vincenza Ferrara, Marianna Marcucci, Rita Petruccioli, Luca Peyronel, Andrea Pugliese, Alessandro Rubinetti e degli autori Chiara Boracchi, Cinzia Dal Maso, Giuliano De Felice, Aldo Di Russo, Adele Magnelli.

La copertina del libro “Racconti da museo. Storytelling d’autore per il museo 4.0”, a cura di Cinzia Dal Maso, pubblicato da Edipuglia

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La giornalista e scrittrice Cinzia Dal Maso

“Bisogna raccontare, sempre di più e meglio. Il passato ha continuo bisogno delle nostre storie per conservarsi nel presente”, interviene la curatrice Cinzia Dal Maso, giornalista e scrittrice, che si occupa di archeologia da una vita. Ha curato con Francesco Ripanti “Archeostorie. Manuale non convenzionale di archeologia vissuta” (Cisalpino 2015) e ora dirige “Archeostorie. Journal of Public Archaeology” (www.archeostoriejpa.eu) che, assieme all’omonimo “Magazine” (www.archeostorie. it), promuove lo storytelling come strumento privilegiato di dialogo tra passato e presente. Questo libro delinea le caratteristiche del “narratore da museo” e le tecniche che deve mettere in campo. Realizzato dal team del Centro studi per l’archeologia pubblica Archeostorie®, si propone come prima guida per chiunque voglia cimentarsi nell’arte del racconto da museo. Chiunque voglia, grazie al racconto, creare attorno al museo una vera comunità. “Racconti da museo”, che delinea le caratteristiche del “narratore da museo” e le tecniche che deve mettere in campo, è stato realizzato proprio dal team del Centro studi per l’archeologia pubblica Archeostorie®, e si propone come prima guida per chiunque voglia cimentarsi nell’arte del racconto da museo. Chiunque voglia, grazie al racconto, creare attorno al museo una vera comunità. “Perché – assicura Cinzia Dal Maso – sono le storie a tenere in vita il mondo, a creare le comunità: si dice che una civiltà che non racconta più storie, è destinata a frantumarsi e morire. Nei musei, le storie danno vita agli oggetti, e ci fanno sentire il contatto diretto con la vita vera di altri mondi. Ma raccontare è un’arte: in realtà un misto di conoscenze, tecnica e arte. E quando il racconto entra in museo, le ultime due devono piegarsi alla conoscenza, essere al servizio del messaggio del museo. La fantasia deve seguire binari precisi. Per fare questo, servono persone capaci di narrare e al contempo dialogare con la ricerca scientifica. Professionisti che sappiano restituire la vita con la penna, i pennelli, la macchina fotografica, la cinepresa, la grafica, la realtà virtuale, i social media. Ogni strumento possibile, anche quello che ancora non c’è: perché l’importante non è lo strumento ma la storia”.

I Longobardi conquistano la Russia: aperta all’Ermitage di San Pietroburgo la mostra italiana “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” terza tappa del progetto, dopo Pavia e Napoli. Nuovo allestimento che privilegia l’aspetto archeologico nell’ex maneggio di Caterina II

Nella veduta aerea è evidenziato il Piccolo Ermitage tra l’imponenza del Palazzo d’Inverno e la massiccia possanza del cosiddetto Nuovo Ermitage

Il totem che all’Ermitage accoglie i visitatori della mostra “Longobardi- Un popolo che cambia la storia” (foto Graziano Tavan)

Michail Piotrovsky, direttore generale del museo dell’Ermitage (foto Graziano Tavan)

Dall’esterno passa quasi inosservato, schiacciato com’è tra l’imponenza del Palazzo d’Inverno, la sede più famosa del complesso degli edifici del museo statale dell’Ermitage di San Pietroburgo, e la massiccia possanza del cosiddetto Nuovo Ermitage: in mezzo è appunto il Piccolo Ermitage, un edificio a due piani commissionato dall’imperatrice Caterina II all’architetto Yuri Velten che lo realizzò tra il 1764 e il 1766; ampliato tra il 1767 e il 1769 dall’architetto Jean-Baptiste Vallin de la Mothe che costruì un padiglione sul terrapieno del fiume Neva con una grande sala, diversi salotti e un aranceto per il riposo dell’Imperatrice. I padiglioni Sud e Nord sono stati poi collegati dal Giardino pensile (rialzato al livello del primo piano) con gallerie su entrambi i lati che oggi ospitano le collezioni pittoriche del centro Europa e il famoso Pavone-orologio.  Per raggiungere il Piccolo Ermitage si percorrono dei passaggi aerei coperti: dal Palazzo d’Inverno si giunge attraverso l’Antico Egitto, dalla parte del Nuovo Ermitage bisogna superare le antichità greco-romane. Nella sala-corridoio di raccordo del Piccolo Ermitage i rilievi greco-romani risaltano sul rosso delle pareti. È qui che si apre una porta: un cartello indica che da lì, attraverso una scala, si raggiunge il piano terra, dove, fino al 15 luglio 2018, è allestita la mostra temporanea “Longobardi. Un popolo che cambia la storia”, terza tappa che, “dopo Pavia e Napoli, chiude a San Pietroburgo il grande progetto espositivo preparato da specialisti italiani”, come ha ricordato all’inaugurazione il direttore dell’Ermitage, Michail Piotrovsky. “Per gli specialisti russi di alto medioevo questa mostra segna una pietra miliare nella scoperta della prima Europa medievale. Proprio grazie alla consolidata collaborazione tra l’Ermitage e i musei italiani, ora è possibile a un vasto pubblico russo colmare sulla cultura d’Italia quel significativo intervallo storico noto come “secoli bui”, tra la tarda antichità e il medioevo”.

La presentazione della mostra sui Longobardi all’Ermitage: al centro, Michail Piotrovsky. Alla sua destra, Maurizio Cecconi; alla sua sinistra, Pasquale Terracciano e Massimo Depaoli (foto Graziano Tavan)

Pubblico russo alla mostra sui Longobardi all’Ermitage (foto Graziano Tavan)

È infatti la prima volta che in Russia si parla di Longobardi. E che a farlo sia una mostra pensata e prodotta tutta in Italia, da archeologi, storici, storici dell’arte e linguisti italiani, è una soddisfazione e un onore ben sottolineati dall’ambasciatore italiano a Mosca, Pasquale Terracciano (“L’amicizia tra Italia e Russia è confermata anche da questa proficua collaborazione scientifica”), e dal sindaco di Pavia, Massimo Depaoli (“Oggi Pavia è una piccola città, ma per due secoli è stata la capitale del Regno dei Longobardi: poter far conoscere questo importante periodo della nostra storia anche agli amici russi in uno straordinario museo quale è l’Ermitage è veramente gratificante”. Ma attenzione. Se avete visto la mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” nelle precedenti tappe italiane di Pavia e Napoli, scordatevi quell’allestimento e il percorso storico-geografico che veniva individuato negli spazi del castello visconteo e del Mann. A San Pietroburgo la mostra è tutta un’altra cosa. Una scelta “obbligata” dalla location e in sintonia con la tradizione delle grandi mostre dell’Ermitage. Non è un caso che ai due principali curatori, Gian Pietro Brogiolo (università di Padova) e Federico Marazzi (università di Napoli), si sia aggiunto un curatore operativo della mostra nell’Ermitage: Alexei Gennadyevich Furasyev, ricercatore principale del Dipartimento di Archeologia dell’Europa Orientale e della Siberia.

L’allestimento essenziale della mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” nella grande sala dell’ex maneggio del Piccolo Ermitage (foto Graziano Tavan)

Il progetto di restauro e recupero degli spazi dell’ex maneggio e delle ex scuderie del Piccolo Ermitage

Il primo motivo del cambio di allestimento – si diceva – è dovuto allo spazio scelto: l’antico maneggio, una grande sala di quasi duemila metri quadri che su tre lati presenta delle balconate da cui probabilmente si poteva assistere agli esercizi della scuola di equitazione. Il Maneggio è stato “scoperto” solo nei primi anni 2000: “Durante l’esplorazione dell’Ermitage”, spiegano gli architetti che hanno curato il restauro completo nel 2016, “ci siamo imbattuti, nascosti sotto la densa massa del museo, nelle ex scuderie e nel maneggio del complesso del palazzo. Sebbene siano situati al piano terra del Piccolo Ermitage, questi spazi sono rimasti preclusi al pubblico, utilizzati principalmente per riporre mobili, carrozze e altri oggetti di grandi dimensioni dagli anni ’50 del secolo scorso. Prive di decorazioni, le due grandi sale recuperate del Piccolo Ermitage, il Maneggio e le ex Scuderie, si trasformano in una Kunsthalle, un nuovo spazio per mostre temporanee, eventi e sperimentazioni, una condizione radicalmente diversa rispetto al resto del museo”. È evidente, come sottolinea Marazzi, “che in questo salone diventa difficile se non impossibile creare un percorso lineare, e tanto meno proporre su una superficie così estesa anche in alzato il colorato e coinvolgente allestimento proposto dall’architetto Angelo Figus”. Ma il nuovo allestimento rispetta e si inserisce nell’alveo della grande tradizione espositiva dell’Ermitage. “Qui è il trionfo dell’archeologia, nel senso più tradizionale del termine”, interviene Maurizio Cecconi di Villaggio Globale International che ha prodotto la mostra. “In Italia c’era una visione d’insieme della civiltà longobarda. Qui non c’è la storia, c’è l’archeologia. A parlare sono i reperti”.

Frontale del trono d’altare (VIII sec.) in pietra bianca cristallina proveniente da Aquileia (foto Graziano Tavan)

Coppia di fibule in oro da una tomba femminile del VII secolo (foto Graziano Tavan)

E di oggetti in mostra ce ne sono circa 600, la maggior parte dei quali sono reperti archeologici, che permettono di ricostruire tutti i possibili aspetti della vita politica, economica e quotidiana nei ducati longobardi, ma anche il complesso rapporto del Regno Longobardo nel VI-VII secolo con Bisanzio, che mantenne il potere nelle grandi città di Roma e Ravenna, e nell’VIII-IX secolo con lo stato dei Franchi sotto la dinastia carolingia. “La mostra”, sottolineano gli archeologi dell’Ermitage, “è dedicata a un’epoca storica nella storia d’Italia: il periodo del Regno longobardo (568-774 d.C.). L’invasione dei Longobardi, una bellicosa tribù germanica, dall’Europa centrale portò al collasso finale della civiltà del Tardo antico nelle terre delle fiorenti regioni centrali dell’impero romano dove il feudalesimo medievale era ancora in nuce. I numerosi reperti archeologici lasciati da questo popolo illustrano vividamente il corso dell’insediamento dei nuovi conquistatori di quasi tutto il territorio italiano e lo scontro tra due culture. L’inevitabile scomparsa dell’eredità politica della Roma imperiale e il declino di una grande cultura artistica non si rivelarono tuttavia assolutamente fatali. Sulle loro rovine è nato gradualmente un nuovo fenomeno storico: quell’esile ripresa che avrebbe portato a produrre il Rinascimento italiano ha le sue radici nel Regno Longobardo”.

Molta curiosità tra il pubblico per la mostra sui Longobardi, per la prima volta in Russia (foto Graziano Tavan)

Il codice Parchment “Legum Langobardorum” da Cava dei Tirreni (Salerno) (foto Graziano Tavan)

“Negli ultimi quarant’anni”, ricorda Marazzi, “i Longobardi sono stati costantemente al centro dell’attenzione della comunità accademica e del pubblico in generale. Lo studio multidisciplinare di dozzine di manufatti archeologici ha arricchito in modo significativo la nostra conoscenza della cultura materiale, dei legami sociali e dei processi con cui questo popolo si è integrato nel contesto generale dell’evoluzione dei popoli europei tra il periodo di migrazione e l’Alto Medioevo. Assegnando un posto nella Lista del Patrimonio Mondiale ai siti associati ai Longobardi (Italia Langobardorum), l’UNESCO ha affermato l’importanza dell’eredità dei Longobardi come una delle componenti distintive all’interno dell’identità storica italiana”.

Molto apprezzato l’audiovisivo che arricchisce la mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” all’Ermitage (foto Graziano Tavan)

Il catalogo curato dall’Ermitage (foto Graziano Tavan)

A disposizione degli studiosi e degli appassionati russi c’è il catalogo (State Hermitage Publishing House, 2018) che gli esperti dell’Ermitage hanno curato scegliendo e traducendo i saggi presenti sul catalogo italiano con l’aggiunta della prefazione di Mikhail Piotrovsky. Gli autori dei testi – importanti specialisti europei, archeologi, storici e medievali – introducono i lettori agli ultimi risultati delle loro ricerche estremamente durature e profonde. Il catalogo è stato originariamente preparato in italiano per le mostre tenute a Pavia e Napoli. Un piccolo numero di reperti che appaiono nella versione in lingua russa del libro non può essere reso disponibile per la visualizzazione a San Pietroburgo, tuttavia è stato deciso di lasciarli nella pubblicazione in modo da non privare il pubblico russo delle informazioni importanti e contributo estetico fornito da tali articoli.

“Dagli antichi Aztechi fino ad oggi. Un gioco da perderci la testa!”: un affascinante racconto sul gioco della palla nell’America precolombiana con archeologo Davide Domenici, in occasione della mostra “Il Mondo che non c’era. L’arte precolombiana nella Collezione Ligabue” in corso a Venezia

Aztechi impegnati nel gioco della palla dall’opera “Trachtenbuch” di Christoph Weiditz

Una strana sfera elastica realizzata con la linfa dell’albero della gomma e abili giocatori aztechi, provenienti dalle colonie Messicane, incantano nel 1528 la corte di Carlo V. Per la prima volta gli Europei scoprono il gioco della palla, diffuso da millenni in Mesoamerica tra rituali religiosi e incontri diplomatici. Una palla di gomma che rimbalzava con un’elasticità mai vista prima, giocatori che saltavano come acrobati per colpirla con i fianchi riparati da protezioni di cuoio… Questa fu la scena che gli attoniti spettatori della corte di Carlo V si trovarono davanti agli occhi quando, nel 1528, ebbero modo di osservare lo spettacolo dato dal gruppo di giocatori aztechi che il conquistatore Hernán Cortés aveva inviato in Europa dalle lontane colonie messicane. L’artista tedesco Christoph Weiditz immortalò la scena in un dipinto che, come un’istantanea d’altri tempi, ci ha trasmesso la memoria di quella prima esibizione di atleti aztechi in terra europea. Sembra quasi impossibile che quella sfera di gomma diventata uno dei giochi più popolari e diffusi in Italia e in Europa – per non dire nel mondo – fosse del tutto sconosciuta nel Vecchio Continente prima della scoperta dell’America.  Eppure…

La fondazione Giancarlo Ligabue ha dedicato una giornata al gioco della palla nell’America precolombiana

Dopo Firenze, Rovereto, Napoli, la mostra “Il mondo che non c’era” approda a Palazzo Loredan a Venezia

In Mesoamerica, invece quel gioco lo giocavano da millenni. Come ha ben spiegato domenica 13 maggio 2018, a Venezia in Palazzo Franchetti, Davide Domenici in “Dagli antichi Aztechi fino ad oggi. Un gioco da perderci la testa!”, un affascinante racconto sul gioco della palla nell’America precolombiana, in occasione  della mostra “Il Mondo che non c’era. L’arte precolombiana nella Collezione Ligabue”, in corso a Venezia, a Palazzo Loredan, sede dell’istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti , fino al 30 giugno 2018. La Fondazione Giancarlo Ligabue ha infatti dedicato un’intera giornata di eventi alla sfera di caucciù diffusa in Mesoamerica da millenni – tra rituali religiosi e incontri diplomatici – e conosciuta in Europa solo a metà del Cinquecento. Un tuffo tra i riti, i costumi, le credenze e l’affascinante arte delle culture precolombiane, in una giornata piena di sorprese, di proposte di conoscenza e degustazione, ma anche di  giochi per adulti e bambini, in cui ancora una volta abbiamo scoperto come il Vecchio Continente sia debitore nei confronti del Nuovo Mondo e in particolare, in questo caso, nei confronti  di Maya e Aztechi. Tra i giochi ideati appositamente per i bambini c’è l’antico gioco dell’Ulama, di origine antichissime ma ancor oggi tramandato dai lontani popoli precolombiani. La Fondazione Giancarlo Ligabue punta moltissimo nelle sue mostre a offrire ai visitatori sistemi didattici e di comunicazione innovativi e ricchi di approfondimenti,  per letture a diversi  livelli – app, tablet di supporto, ologrammi, video  – ma anche tante attività per i bambini e le scuole, e visite guidate per adulti, al fine di far comprendere i contesti e offrire spunti e connessioni culturali. Anche in questa prospettiva è quanto mai interessante la collaborazione decisa, proprio in questi giorni, in materia di promozione, didattica e di comunicazione, tra la Fondazione Giancarlo Ligabue e la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia, una delle Istituzioni culturali internazionali più prestigiose, tra quelle attive in laguna. La Collezione Guggenheim tra pochi giorni (il 19 maggio 2018) inaugurerà infatti la mostra “Josef Albers  in Messico” che intende far luce sui rapporti tra la creatività dell’artista tedesco (nato a Bottrop nel 1888 e morto a New Haven nel 1976) e le forme e il design dei monumenti precolombiani che Albers ebbe modo di studiare nel corso dei suoi numerosi viaggi in Messico.  Quale migliore occasione, allora, di una connessione tra le due mostre, per quanti vorranno conoscere quella che l’artista definì  la “terra promessa dell’arte astratta” e la cultura che tanto lo affascinò?!

Statuetta di un giocatore di palla esposta a Venezia nella mostra “Il mondo che non c’era. L’arte precolombiana nella collezione Ligabue”

Anche in questa occasione a introdurci e a farci da Virgilio in un universo ancora misterioso, è stato un profondo conoscitore – e appassionato divulgatore – delle culture indigene del Meso e Sud America come  Davide Domenici : archeologo, ricercatore, professore all’Università di Bologna e membro del comitato scientifico della mostra, promossa dalla Fondazione istituita due anni or sono da Inti Ligabue. “Le più antiche palle di gomma, realizzate aggomitolando una lunga striscia di caucciù”, ricorda Domenici, “sono state rinvenute in una laguna nel sito olmeco di El Manatí (Veracruz), dove tra il 1700 e il 1600 a.C. vennero depositate delle offerte dedicate alle divinità sotterranee delle acque e della fertilità. Di un paio di secoli più tardi è invece il più antico campo da gioco oggi noto, scoperto nel sito di Paso de la Amada (Chiapas) e costituito da due monticoli in terra disposti parallelamente a delimitare uno spazio rettangolare, lungo 78 metri e largo 7. Significativamente, questo campo da gioco fu eretto su un lato di una piazza sulla quale si affacciava anche quella che è oggi considerata la più antica abitazione signorile della Mesoamerica”.

L’archeologo Davide Domenici

“Nel corso dei secoli”, continua l’archeologo dell’università di Bologna, “la semplice architettura in terra si trasformò in qualcosa di molto più complesso, come testimonia il campo da gioco olmeco, di Teopantecuanitlan (Guerrero), al centro di un cortile semisotterraneo circondato da un muro in pietra sul quale si ergono, come i quattro denti dell’enorme bocca spalancata del Mostro della Terra, quattro sculture decorate con bassorilievi raffiguranti volti di divinità della fertilità sotterranea. Queste antiche evidenze mostrano come sin dal periodo Preclassico (ca. 2500 a.C. – 300 d.C.) il gioco della palla fosse un’attività carica di valenze politiche e religiose: gli studiosi ipotizzano che i leader delle comunità mesoamericane sponsorizzassero e prendessero parte a partite cerimoniali, probabilmente anche di carattere sacrificale, che dovevano servire a mettere in scena rivalità e alleanze politiche. Non è da escludere, inoltre, che il gioco avesse anche una notevole dimensione economica che si manifestava in scommesse, premi e scambi di doni”.

Un atleta abbigliato per il gioco della palla su un vaso in mostra a Venezia

Sono numerose le testimonianze – ritrovamenti sepolcrali, immagini dipinte o grafite ma anche un importante testo mitologico che racconta la morte e la resurrezione del Dio del Mais – dalle quali emerge il legame tra il gioco del pallone e il rito sacrificale della decapitazione.  Una simbologia religiosa associata al gioco è inoltre suggerita, in epoca classica, anche dai copricapi e dai costumi indossati dai giocatori, raffiguranti cervi e un gran numero di entità extraumane che fungevano da patroni mitologici degli atleti; come pure il valore politico e sociale degli incontri con la palla – una sfera di gomma piena, pesantissima, che imponeva agli atleti l’uso di imponenti cinturoni protettivi e di ginocchiere – è provato dall’altro numero di campi da gioco presenti in diverse città antiche del centro e sud America come El Tajìn (Veracruz) o Cantona (Puebla) e documentato in molte opere d’arte maya, che mostrano giovani principi e sovrani competere in occasione di incontri diplomatici.

I laboratori per i bambini promossi dalla fondazione Giancarlo Ligabue

“Nonostante la dimensione fortemente simbolica del gioco”, conclude Domenici, “i cronisti spagnoli che ebbero modo di conoscere il mondo nahua ci narrano anche di partite di carattere essenzialmente ludico, nelle quali imprudenti scommettitori arrivavano a giocarsi la propria libertà o quella dei loro figli. Gli atleti più capaci acquisivano grande fama e ricchezza e furono forse proprio alcuni di questi a essere inviati da Cortés alla corte di Carlo V, dove gli osservatori europei rimasero sì stupiti dalla loro abilità ma ancor di più da quello strano materiale mai visto, ricavato dalla linfa dell’albero della gomma (Castilla elastica), che nei secoli avrebbe cambiato le abitudini – sportive e non solo – del mondo intero”.

Pompei. Osanna contro le fake news: “Ecco la descrizione scientifica delle eccezionali scoperte nella villa suburbana di Civita Giuliana, nel settore per fortuna non danneggiato irrimediabilmente dai tombaroli: trovate una stalla con cavalli di razza e una mangiatoia, e una sepoltura di età imperiale posteriore all’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.”

Massimo Osanna, direttore generale del Parco archeologico di Pompei, mostra la planimetria degli ambienti scavati a Civita Giuliana

La stalla con mangiatoia scoperta nella villa suburbana di Civita Giuliana

Una stalla con cavalli di razza e ancora una mangiatoia “sigillata” dall’eruzione del Vesuvio e al di sopra dello strato di lapilli una tomba di età imperiale, quindi posteriore al 79 d.C., probabilmente di qualcuno, forse il proprietario, che ha continuato a coltivare l’agro pompeiano dopo la tragedia provocata dal vulcano: siamo a Civita Giuliana, a circa 700 m a nord-ovest delle mura dell’antica Pompei. Qui sono state fatte queste straordinarie scoperte, presentate ufficialmente dal direttore generale del Parco archeologico di Pompei, Massimo Osanna, al termine di una campagna di scavo di emergenza in una villa suburbana violentata dagli scavi clandestini.  “Lo scavo di tipo stratigrafico”, spiega Osanna, “ha rilevato la presenza di una struttura a pianta rettangolare, realizzata con muri in opus reticulatum di ottima fattura che si conservano per un’altezza pari a 5 metri, con  alcuni ambienti disposti su due piani. Questa struttura comprende almeno 5 ambienti di forma quadrangolare (4 x 3,50 m), tutti interessati dal crollo delle tegole del tetto e del pavimento del piano superiore, di cui è rimasta la traccia solo delle orditure delle travi. La parte superiore del muro terminale occidentale dell’edificio è crollato durante le fasi eruttive del 79 d.C.  e questa porzione è ricoperta dai depositi di lapilli. Il crollo è stato certamente determinato da scosse di terremoto avvenute durante l’eruzione”.

Reperti riportati alla luce dagli scavi archeologici della soprintendenza nella villa suburbana di Civita Giuliana

La planimetria con ortofoto degli ambienti della villa suburbana di Civita Giuliana interessati dallo scavo della soprintendenza

Il larario trovato nell’ambiente “d”

Al momento, sono stati esplorati due ambienti, denominati “d” e “e”. L’ambiente “d” è caratterizzato sul lato ovest dalla presenza di una porta e di una piccola finestra strombata di cui si conserva ancora la piattabanda in legno; sul  lato Est è una sola finestra quadrangolare, apertura attraverso la quale sono entrati i depositi di flusso piroclastico (surge, cioè cenere consolidata, il cd. “tuono”) riferibile alle fasi conclusive dell’eruzione pliniana. Le pareti, ad eccezioni di quella occidentale, erano decorate da un sottile strato di intonaco bianco, con tracce di fasce rosse. Il muro meridionale ospita un’edicola quadrangolare, un piccolo lararium, delimitato da una cornice d’intonaco,  all’interno del quale si è rinvenuta una basetta quadrangolare in marmo e sotto cui erano posti una coppa-incensiere, due pentole e una lucerna, poggiati su una mensola lignea di cui è stato possibile eseguire il calco in gesso. “La particolarità delle modalità di seppellimento dell’ambiente, occupato per quasi la totalità dal  flusso piroclastico (surge)”, continua Osanna, “ha permesso di realizzare i calchi in gesso anche di due arredi, uno sicuramente un letto e l’altro forse un altro esemplare simile, e di recuperare le tracce di una stuoia o tessuto posta la di sopra della rete in corda del letto. Sul pavimento costituito da un semplice piano in terra compattata si sono recuperati: tre anfore (una danneggiata dagli scavatori clandestini) destinate a contenere vino ed olio; una pentola; una lunga sega in ferro; frammenti ossei di animali”.

La mangiatoia trovata nell’ambiente “e”

L’ambiente “e”, in corso di scavo, è risultato essere una stalla. Anche in questo ambiente la presenza del flusso piroclastico ha permesso di effettuare dei calchi in gesso. Si tratta di una lunga mangiatoia in legno, posta lungo la parete meridionale e di due equidi, rinvenuti davanti la mangiatoia, stramazzati al suolo durante l’eruzione. Uno degli animali, non toccato dalle attività degli scavatori clandestini, è stato ritrovato integro, con l’apparato scheletrico completo in connessione, bardato con morso e briglie in ferro e sull’osso occipitale, tra le orecchie, elementi decorativi in bronzo applicati probabilmente su elementi di cuoio non rinvenuti. Il secondo animale, di taglia inferiore, è lacunoso per la presenza di una frana, e sono state  individuate solo parte delle zampe. La scoperta nella porzione orientale dell’area di un setto murario costeggiato da una stradina in terra battuta ha definito, su questo lato, il confine della proprietà della villa. L’attuale indagine ha posto agli archeologi nuovi quesiti sulle peculiarità di tale complesso e ha aperto, o meglio riaperto, la questione sul suo sviluppo planimetrico suggerendo l’ipotesi di un complesso molto più ampio rispetto a quanto finora noto e che si estende verso sud-ovest.

I cunicoli dei tombaroli individuai dal laser scanner dei carabinieri

Che nella villa di Civita Giuliana ci potessero essere dei tesori i tombaroli lo sapevano benissimo: lì, infatti, tra il 1907 e il 1908, erano stati condotti scavi dal marchese Giovanni Imperiali, su concessione dell’allora ministero della Pubblica Istruzione, portando alla luce 15 ambienti riferibili a due settori di una villa, uno residenziale e l’altro produttivo, i cui resoconti sono stati pubblicati nel 1994 con una monografia della soprintendenza. Dunque a Civita Giuliana era stata intercettata una delle ville che popolavano il suburbio dell’antica città di Pompei, complessi insediativi sparsi sul territorio che rispondevano a esigenze sia di carattere produttivo (fattorie destinate alla produzione di vino ed olio) che residenziale o stagionale per il soggiorno temporaneo del proprietario. Di fronte alla prospettiva di trovare tesori i tombaroli hanno aperto per decenni cunicoli lungo i muri perimetrali, provocando danni irreparabili al patrimonio: brecce nei muri antichi,  hanno danneggiato gli intonaci, distrutto parte dei muri, trafugato e rovinato oggetti. Solo per fare un esempio, gli archeologi intervenuti in emergenza hanno trovato un vuoto con dei resti che inequivocabilmente confermano che lì doveva esserci stato un letto, cioè uno degli arredi più rari da trovare. Perduto per sempre.

I carabinieri esplorano i cunicoli clandestini nel sito archeologico di Civita Giuliana

Ma i tombaroli stavolta non erano soli. Quegli stessi cunicoli sotterranei che hanno permesso gli scavi clandestini, sono stati esplorati dai carabinieri con il supporto logistico dei vigili del fuoco. “Per interrompere in modo definitivo tali azioni delittuose di depauperamento del patrimonio archeologico nazionale si è deciso di realizzare una nuova campagna di scavo attraverso un’operazione sinergica tra Parco archeologico di Pompei e Procura della Repubblica di Torre Annunziata”. Ne è valsa la pena. Non solo si è fermata l’attività clandestina, ma sono state fatte delle scoperte straordinarie. E, come promesso, il direttore generale del Parco archeologico di Pompei ha presentato ufficialmente i risultati, ribadendo che l’archeologia non ha bisogno di sensazionalismi né tanto meno di fake news, ma di una divulgazione scientifica corretta che raggiunga il grande pubblico.  “Chiarisco subito, per evitare equivoci e notizie false”, esordisce: “non è stato trovato un cavallo con il suo padrone. Ma una stalla con i resti di due cavalli, morti durante l’eruzione del Vesuvio, e la sepoltura di un uomo successiva al 79 d.C. Entrambe sono scoperte estremamente importanti, anche se slegate tra loro”.

Il calco integro dell’equino dalla stalla della villa suburbana di Civita Giuliana

Il calco integro di un equino.  “Un ritrovamento eccezionale per Pompei”, Osanna ne è convinto. “Per la prima volta è possibile restituire, attraverso la tecnica dei calchi, la sagoma integra di un cavallo rinvenuto in uno degli ambienti dello scavo di Civita Giuliana. Tra gli ambienti individuati è emersa una stalla con resti equini. La tecnica dei calchi ha permesso di identificare una mangiatoia la cui struttura, probabilmente costruita in materiale deperibile, è ancora visibile unicamente grazie al calco in gesso”. Allo stesso modo l’individuazione, nella zona centrale della stalla, di un vuoto causato dal deperimento di materiale organico all’interno dello strato denominato “tuono”, ha consentito la realizzazione di un calco in gesso di un equide. “L’animale poggia sul suolo con il fianco sinistro”, raccontano gli archeologi, “e mostra allo sguardo quello destro. Gli arti posteriori sembrano sconvolti dalle attività dei tombaroli che hanno interessato l’area in tempi recenti. I resti scheletrici visibili dell’animale mostrano una buona ossificazione riconducibile ad un individuo adulto. L’esame radiologico dello scheletro potrà restituire dati più precisi al riguardo ed anche fornire informazioni sullo stato di salute osteologica dell’animale (es. patologie scheletriche)”. E precisano: “L’attribuzione alla specie non é al momento del tutto certa. Da un’analisi preliminare basata su morfologia della sagoma, proporzioni e altezza al garrese (la misura dalla spalla -scapola- a terra) sembra probabile che l’equide ritrovato sia un cavallo (Equus caballus). L’esame autoptico dell’impronta dell’orecchio sinistro, perfettamente visibile nel tuono, ha evidenziato caratteristiche dimensionali e morfologiche riconducibili al cavallo piuttosto che a mulo o bardotto. L’animale mostra un’altezza al garrese di ca. 150 cm. Sebbene, bisogna tener presente che i cavalli antichi erano probabilmente di taglia ridotta rispetto a quelli attuali, il cavallo di Civita Giuliana ha dimensioni considerevoli, per l’epoca, che potrebbero suggerire l’esistenza di individui altamente selezionati nell’area di Pompei nel 79 d.C. Il cavallo mostra, inoltre, nella zona del cranio finimenti in ferro con piccole borchie in bronzo. Tale presenza potrebbe essere ricondotta al valore e ruolo di questo animale”.

Resti di zampe do cavallo

Altri resti di equidi sono stati individuati nella zona del crollo del “tuono”, il cui crollo stesso potrebbe essere stato causato dalla presenza di un numero consistente di vuoti nel sedimento, corrispondenti a carcasse di animali. Columella (De Re Rustica, VI, 27) riporta che il bestiame equino si divideva in tre categorie. Vi era una razza più nobile, che offriva cavalli per i giochi del circo e per le gare; poi vi erano i muli, che per i guadagni dati dalla loro prole potevano essere paragonati alla razza nobile; ed infine, come meno pregiata di tutte, viene menzionata la razza volgare, che produceva mediocri maschi e femmine. “Il cavallo di Civita Giuliana”, ipotizza Osanna, “doveva far parte della razza più nobile. Esso era un indicatore della ricchezza del padrone per la sua imponenza dimensionale, probabilmente frutto di accurate selezioni, e i sui finimenti di pregio, in ferro e bronzo. Questo cavallo deve essere stato un animale di rappresentanza che, purtroppo, nonostante l’alto valore simbolico, ha subito lo stesso destino di molti altri equidi presenti nelle numerose stalle (es: equidi dei Casti Amanti) diffuse a Pompei e nelle ville extraurbane al tempo dell’eruzione del 79 d.C.”.

La sepoltura di età imperiale, post 79 d.C., a cassa di tegole con tumulo e tubo fittile per le libagioni

La tomba  di  Civita Giuliana. La zona della villa fu rioccupata dopo l’eruzione del 79 d.C. come testimonia la scoperta di una sepoltura a cassa di tegole con tumulo e tubo fittile per le libagioni, posta sulla cresta del muro meridionale dell’edificio. La cronologia della tomba non è ben precisabile. Si tratta senz’altro di una sepoltura post 79 d.C., probabilmente di epoca imperiale. L’individuo, deposto supino aveva come corredo un chiodo in ferro, individuato sulla spalla destra. “Da una prima analisi”, spiegano gli esperti del Parco archeologico di Pompei, “sembrerebbe che l’area del cranio sia stata fortemente danneggiato dalle offerte di libagioni che venivano scaricate dall’imponente tubulo proprio in corrispondenza del cranio facciale dell’individuo, mentre il cinto pelvico risulta quasi assente in quanto frammentato quasi fino alla polverizzazione. L’età dell’ individuo, di sesso maschile (ben delineabile dai caratteri morfologici presenti relativi a cranio e bacino) è provvisoriamente stimata intorno ai 40-55 anni (adulto maturo). È chiaramente percepibile come la statura in vita dovesse essere superiore alla media (circa 175 cm, calcolata in modalità provvisoria sulla base dell’omero da restaurare), e come l’individuo dovesse avere un aspetto vigoroso. Le prime analisi hanno, tra l’altro messo, in evidenza un’anomala usura dentaria con utilizzo extramasticatorio degli incisivi anteriori; probabile presenza di patologie e anomalie genetiche che andranno indagate con analisi specialistiche”.

Due progetti sul patrimonio ebraico e sui luoghi della storia della comunità ebraica bolognese presentati a Bologna nella tavola rotonda “Bologna Ebraica. Storia e Patrimonio della Città”

Gli scavi archeologici al cimitero ebraico medievale di Bologna hanno rinvenuto 408 sepolture (foto Cooperativa Archeologia)

Anello d’oro recuperato dagli scavi del cimitero ebraico medievale di Bologna (foto Roberto Macrì)

Da una parte la pubblicazione “Il Cimitero ebraico medievale di Bologna: un percorso tra memoria e valorizzazione”, finanziata dalla Fondazione Del Monte, dall’altra il progetto “Sui passi della Bologna ebraica”, finanziato dalla Fondazione Carisbo: sono i due progetti sul patrimonio ebraico e sui luoghi della storia della comunità ebraica bolognese che saranno presentati da soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara e dalla Comunità Ebraica di Bologna nella tavola rotonda “Bologna Ebraica. Storia e Patrimonio della Città” in programma giovedì 10 Maggio 2018, alle 17, nella sala della Cultura di Palazzo Pepoli – Museo della Storia di Bologna, in via Castiglione a Bologna. Alla tavola rotonda, condotta dal direttore del Corriere di Bologna, Enrico Franco, partecipano Fabio Roversi Monaco, presidente Genus Bononiae; Marco Lombardo, assessore Relazioni europee e internazionali, Cooperazione internazionale, ONG, Lavoro, Attività produttive, Politiche per il Terzo Settore, Progetto “Insieme per il Lavoro”, Comune di Bologna; Daniele De Paz, presidente Comunità Ebraica di Bologna; Leone Sibani, presidente Fondazione Carisbo; Sabina Magrini, segretariato regionale del MiBACT per l’Emilia Romagna; Guido Ottolenghi, presidente Fondazione Museo Ebraico di Bologna. Nel corso della tavola rotonda i progetti saranno presentati dalle archeologhe del MiBACT, Renata Curina e Valentina Di Stefano, dall’antropologa Maria Giovanna Belcastro, Alma Mater Studiorum Università di Bologna, e da Giacomo Sanzani, consulente di comunicazione multimediale. L’iniziativa si avvale del patrocinio del Comune di Bologna e dell’Ordine degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori di Bologna (per la scoperta del cimitero ebraico vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/01/02/archeologia-medievale-scoperto-in-via-orfeo-a-bologna-il-cimitero-ebraico-soppresso-450-anni-fa-con-le-sue-408-sepolture-e-il-piu-grande-ditalia-e-il-secondo-in-europa-sara-il-fulcro-di-un/).

Ravenna. A sette anni dalla scoperta del Genio delle Acque e a quattro dalla musealizzazione dei pavimenti musivi, presentazione degli studi con il volume “Il Genio delle Acque. Scavi nelle Piazze di Ravenna”

Lo scavo in piazza Anita Garibaldi a Ravenna dove è stata trovata la domus del Genio delle Acque

Il Genio delle Acque sul pavimento musivo della domus in piazza Anita Garibaldi

Nel 2011 il ritrovamento casuale. Il gruppo Hera, la multiutility di Ravenna, doveva realizzare un’isola ecologica interrata in piazza Anita Garibaldi a Ravenna. Il piccone intercettò dei pavimenti musivi particolarmente ricchi di una domus edificata nel I sec. d.C. (e frequentata fino al III secolo d.C.) in un’area periferica rispetto al centro della città romana, a poche centinaia di metri dalla linea di costiera antica. Agli archeologi intervenuti sul posti colpì una figura barbuta che impreziosiva un angolo del pavimento musivo: per tutti, da quel momento, quel volto umano barbuto rappresentava il “genio delle acque”. E la domus scoperta è oggi nota come la domus del Genio delle Acque. Nel 2014, a soli tre anni dal ritrovamento, le pavimentazioni musive sono già state restaurate, studiate e possono essere esposte permanentemente nel museo Tamo Tutta l’Avventura del Mosaico), il museo di Ravenna dedicato al museo antico e contemporaneo. “Questo scavo”, ricordava l’allora soprintendente ai Beni archeologici dell’Emilia-Romagna, Marco Edoardo Minoja, “ha consentito di aprire un nuovo capitolo sulla storia dell’espansione urbana di Ravenna, rappresentando nel contempo un complesso spaccato della storia urbana di questa zona della città dalla prima età imperiale all’alto medioevo. L’importanza della scoperta ha imposto delle scelte volte in prima istanza alla tutela di quanto rinvenuto e in seguito attuando quello che si può definire un vero e proprio percorso virtuoso che ha visto dopo la scoperta della domus e il conseguente intervento archeologico, il restauro delle strutture, il loro studio e la loro valorizzazione con la restituzione delle stesse alla città all’interno del museo Tamo”.

Gli scavi archeologici alla domus del Genio delle Acque a Ravenna

E siamo al 2018. Con la pubblicazione del volume “Il Genio delle Acque. Scavi nelle Piazze di Ravenna” (Longo Editore Ravenna) si chiude un percorso sinergico che ha permesso a soprintendenza, Fondazione RavennAntica, Comune di Ravenna e Gruppo Hera di riconsegnare alla città importanti reperti archeologici. L’appuntamento è giovedì 10 maggio 2018, alle 17, in sala Muratori della Biblioteca Classense, in via Baccarini a Ravenna. Il volume “Il Genio delle acque, scavi nelle piazze di Ravenna”, a cura di Chiara Guarnieri e Giovanna Montevecchi, illustra i rinvenimenti provenienti da due scavi realizzati in piazza Anita Garibaldi e in piazza Andrea Costa, accomunati da un tema: la presenza delle acque all’interno della città. Nella prima piazza è stata individuata un’abitazione utilizzata per un tempo lunghissimo (mezzo millennio, dal II al VII secolo) mentre nella seconda sono stati trovati edifici con ambiti diversi e testimonianze del passaggio dei fiumi Padenna e del Flumisellum. Il libro, che fa parte della collana DEA – Documenti ed Evidenze di Archeologia della già soprintendenza Archeologia dell’Emilia-Romagna (oggi soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara) dell’Emilia Romagna, viene presentato alla Biblioteca Classense alla presenza delle curatrici, degli autori e di molte autorità; seguirà una visita alla sala de Il Genio delle Acque, presso il museo Tamo che ospita i mosaici. Giovedì 10 maggio presenta l’opera Isabella Baldini dell’università di Bologna. Intervengono Filippo Brandolini, presidente Herambiente; Elsa Signorino, assessore alla Cultura del Comune di Ravenna; Giorgio Cozzolino,  soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini; Giuseppe Sassatelli, presidente RavennAntica; Chiara Guarnieri e Giovanna Montevecchi, curatrici del volume. Segue la visita alla sala de “Il Genio delle acque” al museo Tamo a cura di Paola Perpignani, responsabile Laboratorio di Restauro di RavennAntica.

Il mosaico pavimentale con la figura umana barbuta “Il Genio delle Acque”

La pubblicazione è l’importante traguardo di un percorso iniziato tra il 2009 e il 2011 quando i lavori eseguiti dal Gruppo Hera nel centro storico di Ravenna per realizzare alcune isole ecologiche interrate hanno portato in luce numerosi reperti archeologici. In seguito, soprattutto per gli scavi in piazza Anita Garibaldi, si è proceduto al recupero dei reperti e dei mosaici, al loro restauro e alla definitiva musealizzazione al museo Tamo. Nella parte del volume dedicata al Genio delle Acque, le autrici narrano la storia della domus, il cui rinvenimento rappresenta una fonte importante per comprendere lo sviluppo di Ravenna e l’espansione della città oltre le mura urbane. Ai reperti rinvenuti è affidato il racconto della vita quotidiana e delle abitudini nelle varie epoche attraversate dalla domus. Grazie al ricco corredo fotografico del volume, si possono ammirare suppellettili da cucina e da dispensa; lucerne che offrono indicazioni sulle scelte di gusto dei proprietari orientati verso prodotti locali di buona qualità; anfore da trasporto che consentono di delineare consumi e importazioni come quelle che contenevano vino provenienti da Kos o da Rodi, per rispondere agli esigenti e raffinati gusti degli strati più elevati della popolazione; oggetti in vetro che, seppur frammentati, riconducono a calici, bottiglie e lampade in colore naturale; oggetti per la persona, come gemme in agata, spilloni in osso per acconciature, specchi e spatole per unguenti; oggetti da lavoro come l’ipposandalo, un rampone che si metteva ai cavalli per affrontare terreni ghiacciati; monete di età romana e bizantina destinate agli scambi quotidiani.

La musealizzazione al Tamo della domus del Genio delle Acque

La pubblicazione, che rappresenta un punto di riferimento rilevante per i futuri studi su Ravenna, contiene anche approfondimenti di archeobotanica (lo studio dei resti vegetali) che hanno permesso di ricostruire il paesaggio vegetale e l’ambiente delle epoche passate, oltre ad approfondimenti sulla fauna, utilizzata ad esempio per la forza lavoro o il trasporto del cibo. Fino ad oggi non erano mai stati fatti, su Ravenna, approfondimenti di questo tipo. Le indagini archeologiche illustrate nel volume evidenziano la forte vocazione portuale e commerciale della città ma soprattutto confermano la natura “acquatica” di Ravenna che, tra i tanti reperti, emerge in particolare attraverso un graffito che fa riferimento al trasporto di anfore su acqua e un mosaico che raffigura il Genio delle acque (rinvenuti in piazza Garibaldi) e un’epigrafe che cita una fonte d’acqua, rinvenuta in piazza Costa.

Artigiani nel mondo romano: a Montebelluna (Tv) vengono presentate le novità dagli scavi dell’opificio della prima età imperiale curati dall’università di Padova e dalla soprintendenza all’interno del giardino archeologico di Posmon

L’opificio della prima età imperiale nel giardino archeologico di Posmon di Montebelluna (Tv)

L’archeologo Leonardo Bernardi

L’archeologa Maria Stella Busana

È passato un anno, era il 13 maggio 2017, da quando è stato inaugurato il giardino archeologico di Posmon di Montebelluna, in provincia di Treviso: area destinata a parco pubblico dove sono conservati, interrati, i resti di un edificio romano della prima età imperiale (I-II secolo d.C.). E proprio sull’importante edificio artigianale di età romana di via Cima Mandria l’interesse è sempre più vivo. Per questo mercoledì 9 maggio 2018, alle 20.30, all’auditorium della Biblioteca comunale di Montebelluna, in largo Dieci martiri a Montebelluna (TV), è stata organizzata la conferenza di archeologia  “Artigiani nel mondo romano. Novità dagli scavi del sito archeologico di Posmon (Montebelluna-TV)”, a cura di Maria Stella Busana e Leonardo Bernardi (dipartimento dei Beni Culturali dell’università di Padova), in cui verranno presentati i risultati delle analisi sulle strutture e sui materiali attualmente in corso da parte dell’équipe dell’ateneo patavino che ha condotto gli scavi archeologici sotto la co-direzione scientifica dell’allora soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto.

Gli scavi archeologici dell’opificio del I-II sec. d.C. a Posmon di Montebelluna

Gli scavi sono stati condotti, tra il 2007 e il 2010, dall’università di Padova sotto la co-direzione scientifica dell’allora soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto, nell’ambito del Progetto Archeogeo Montebelluna, nato su impulso del Comune di Montebelluna, e sostenuto economicamente da Fondazione Cassamarca, per la realizzazione della carta geomorfologica e archeologica del territorio comunale. Il giardino archeologico si inserisce nella ricchissima realtà archeologica di Posmon, sito da tempo noto per numerose scoperte occasionali di corredi funerari. Diverse campagne di scavo, svolte a più riprese dagli anni ’60 fino al 2014, hanno messo in luce straordinarie testimonianze archeologiche di età preromana e romana, al momento conservate, e in parte esposte, nel museo di Storia naturale e Archeologia di Montebelluna.

La locandina della conferenza “Artigiani nel mondo romano. Novità dagli scavi del sito archeologico di Posmon”

Logo del museo di Storia naturale e Archeologia di Montebelluna

Nella conferenza “Artigiani nel mondo romano. Novità dagli scavi del sito archeologico di Posmon (Montebelluna-TV)” saranno illustrate le indagini interdisciplinari volte a ricostruire le caratteristiche architettoniche del complesso e a definire la funzione degli ambienti e delle installazioni, inserendoli in un più ampio panorama di studi sull’artigianato di età romana. La conferenza, organizzata dal Comune di Montebelluna-Museo Civico nell’ambito dell’Anno europeo del patrimonio 2018, in collaborazione con l’università di Padova, è rivolta a tutti i cittadini e alla comunità scientifica per divulgare l’importante patrimonio di conoscenza che questo sito archeologico continua a fornire. “Quest’iniziativa”, interviene Emanuela Gilli, conservatore del museo di Storia naturale e Archeologia di Montebelluna, “si collega a un più ampio progetto di valorizzazione del sito archeologico di Posmon che, oltre a comprendere nel giardino archeologico specifiche attività educative rivolte alle scuole e altre attività per la cittadinanza, prevede anche un nuovo allestimento nella sezione archeologica del museo civico”. E il sindaco Marzio Favero: “Questo ulteriore contributo di approfondimento scientifico sull’opificio di Posmon in relazione agli studi che si stanno compiendo sull’artigianato romano dell’epoca è un altro frutto della collaborazione fortemente voluta dalla direttrice del museo, Monica Celi, con la soprintendenza Archeologica e l’università, ed è reso possibile dalla nostra conservatrice, Emanuela Gilli, che si propone come interlocutore qualificato nei confronti delle più importanti istituzioni che si occupano di archeologia in Veneto e in Italia”.

Straordinaria scoperta tra i cunicoli di scavi clandestini a Civita Giuliana, appena fuori le mura nord di Pompei: trovata una villa suburbana in ottimo stato di conservazione. Per evitare fake news e notizie sensazionalistiche prive di fondamento il direttore generale Osanna svelerà giovedì 10 maggio tutti i dettagli della scoperta

Massimo Osanna, direttore generale del parco archeologico di Pompei, presenterà la scoperta archeologica a Civita Giuliana

Il logo del parco archeologico di Pompei

Nucleo tutela patrimonio culturale dei Carabinieri

Scoperta straordinaria tra i cunicoli di scavi clandestini intercettati nella zona Nord fuori le mura del sito archeologico di Pompei: trovata una grande villa suburbana conservata in maniera eccezionale. Tutto è cominciato con l’indagine dei carabinieri del nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Napoli promossa dalla Procura partenopea sulle tracce di attività illecite nella zona di Civita Giuliana a Pompei. Grazie a un’operazione congiunta tra Procura, carabinieri e parco archeologico di Pompei dallo scorso agosto è stato avviato un intervento di scavo per proseguire nelle indagini e salvare il patrimonio archeologico in pericolo. Dalle prime indiscrezioni i ritrovamenti sono eccezionali. “L’intervento”, anticipano gli archeologi del parco di Pompei, “ha portato alla luce una serie di ambienti di servizio di una grande villa suburbana in ottimo stato di conservazione, dalla quale sono emersi anche diversi reperti (anfore, utensili da cucina, parte di un letto in legno di cui è stato possibile realizzare il calco) e una tomba del periodo post 79 d.C. che custodiva lo scheletro del defunto”. Purtroppo negli ultimi tempi, denuncia la direzione del parco archeologico di Pompei, “c’è stato un utilizzo sommario di notizie non verificate allo scopo di fare servizi sensazionalistici. L’informazione scientifica deve sottostare a fonti ufficiali e non può affidarsi a una raccolta frammentaria di dati al solo scopo di fare anticipazioni”. E continua: “Non è la prima volta che notizie non verificate contribuiscono a creare clamore e casi mediatici creando disinformazione. È già capitato con i calchi di due uomini etichettati come coppia di amanti,  relazione affettiva ovviamente impossibile da constatare scientificamente, oggi succede ancora con riferimenti a recenti scoperte divulgate dalla stampa,  ma con una serie di dati non pertinenti. Informazioni scorrette sul ritrovamento di un uomo con il suo cavallo e un calesse, accenni a decorazioni e reperti mai rinvenuti, e soprattutto utilizzo improprio dell’immagine dello ossa del bambino di recente apparso sulle prime pagine dei quotidiani, al posto di quelle equine”. E conclude: “Una falsa e strumentale divulgazione di notizie a danno della scientificità. Le notizie archeologiche oltre a regalare informazioni gradite al pubblico per la futura fruizione, devono essere precise ed aiutare a ricostruire la storia”. Attenti dunque alle fake news. Per questo il Parco archeologico di Pompei fornirà i dettagli delle recenti scoperte giovedì 10 maggio 2018, alle 11, presso lo scavo di Civita Giuliana: sarà proprio il direttore generale Massimo Osanna a presentare l’eccezionale ritrovamento e l’operazione messa in campo con l’attività di scavo in corso.

Reggio Emilia, per i 90 anni di Anas, la mostra fotografica “Mi ricordo la strada” con immagini storiche della Via Emilia, amarcord tra gli anni ’50 e ’60 del Novecento, arricchisce la mostra archeologica “On the road. Via Emilia 187 a.C. – 2017”

Il tracciato della Via Emilia ancora ben visibile in centro a Reggio Emilia (foto Carlo Vannini)

La locandina della mostra “On the road – Via Emilia 187 a.C. – 2017” a Reggio Emilia

Per due giorni Roadshow #Congiunzioni, promosso in occasione dei 90 anni di Anas e realizzato dalla stessa Azienda, ha fatto tappa a Reggio Emilia, il 27 e 28 aprile 2018, proponendo la mostra fotografica “Mi ricordo la strada”, a cura di Emilia Giorgi e Antonio Ottomanelli, con una sezione dedicata alla Via Emilia dell’Italia del Boom economico del secondo dopoguerra. La proposta di Anas si associa perciò alla grande mostra archeologica “On the road. Via Emilia 187 a.C. – 2017”, dedicata alla strada consolare e al suo fondatore Marco Emilio Lepido, a cura di Luigi Malnati, Roberto Macellari e Italo Rota, in corso al Palazzo dei Musei Reggio Emilia fino al 1° luglio 2018, di cui l’Anas ha reso possibile anche la Guida alla visita, quale arricchimento attraverso una dimensione definibile – in maniera non più di tanto paradossale – di “archeologia del contemporaneo”. La mostra “On the road, Via Emilia 187 a.C. – 2017”, articolata in 400 reperti, diversi dei quali di assoluta importanza storico-archeologica, offre al pubblico un racconto su due livelli: il “sotto”, ovvero la storia antica di questa colossale opera viaria, e il “sopra”, ovvero l’attualità della Via Emilia. Le immagini “storiche” che Anas propone a corredo della grande esposizione giungono a completare quel progetto culturale e allestitivo, contribuendo in maniera significativa alla sua declinazione nel Contemporaneo.

1933: l’ingresso della SS9 via Emilia in Sant’Arcangelo di Romagna

1933: la SS9 via Emilia tra Ponte Taro e Parma

In realtà le immagini fotografiche che Anas propone appartengono anch’esse al registro del ricordo, ma ad un ricordo che permane ancora nella memoria di molti. Offrono un intenso amarcord sulla Via Emilia nel secondo dopoguerra, tra gli anni ’50 e ’60 del Novecento. Ci riportano ad una Via Emilia calcata da biciclette e cavalli, rade auto e motociclette per arrivare fino alla Fiat 600 del boom economico che solca un’Emilia fiancheggiata da cartelloni pubblicitari che fotografano consumo e benessere. Nel racconto è tutto il territorio che si specchia in una strada operosa che diviene essa stessa paesaggio e sfondo, luogo di passaggio e costruzione, che ritrae operai al lavoro, uomini in completo affacciati sull’uscio delle porte, chiese che sorgono ai bordi della strada, case cantoniere come benevole vedette di un’Italia in perenne corsa e trasformazione. Quell’Italia che arriva fino a noi, con le varianti alla statale pensate per alleggerire il traffico dai centri abitati e il nuovo ponte sul fiume Po. Immagini in bianco e nero di un “altro ieri” che ha creato l’oggi.

Modello di carro romano da trasporto merci e derrate (carrus) in mostra a Reggio Emilia (foto Graziano Tavan)

Indicazione della Statale 9 Emilia alla mostra “On the road”

La lunga linea da Est a Ovest, che sembra segnare la rotta del Sole sulla Terra, la Via Emilia, percorsa dal 187 avanti Cristo dai legionari del console Marco Emilio Lepido, da mercanti in viaggio dal Mediterraneo o dal resto d’Europa, da coloni stanziali con i loro attrezzi e raccolti, da viandanti in cerca di fortuna e cavalieri coperti di gloria, ancora oggi – inossidabile al tempo – è luogo di identità, di lavoro e di vita per chi la percorre e per chi la abita, è cerniera fisica e simbolica tra i due mondi che l’Italia unisce e a cui l’Italia appartiene: il Mare Nostrum e il Vecchio Continente, con i loro popoli, le loro culture, i loro scambi. È così importante e funziona così bene, la Via Emilia, che è stata affiancata, quasi “clonata”, in una serie di altri landmark delle comunicazioni nazionali: la ferrovia storica, l’autostrada, la ferrovia Alta velocità. E oggi, inanellando le città che sono nate con lei 2200 anni fa e ancor prima, la Via consolare ospita un fiume di mezzi, pubblici, privati, commerciali, a motore, elettrici, a “propulsione umana” come la bicicletta. I rilevamenti dell’Anas, per dare un’idea precisa dell’importanza della Via Emilia per la mobilità, evidenziano numeri impressionanti: 136mila auto e 9200 camion, in media, ogni giorno dell’anno. Un traffico paragonabile a quello del Grande Raccordo Anulare di Roma. Una strada, assai nota anche con la sigla SS9, su cui si muovono la vita e lo sviluppo di un sistema-regione, l’Emilia-Romagna, e di un sistema di portata nazionale e internazionale, quale l’Italia settentrionale. Quell’intuizione di Marco Emilio Lepido, in altre parole, è oggi un asse strategico della mobilità e della logistica italiana.

1947: la SS9 via Emilia a San Lazzaro di Savena attraversa il fiume Idice

Elisabetta Farioli, direttrice dei musei civici di Reggio Emilia

“Un’occasione preziosa per celebrare”, affermano Ennio Cascetta e Gianni Vittorio Armani, presidente e amministratore delegato di Anas, “il ruolo fondamentale che Anas ha avuto nella modernizzazione del Paese, influenzandone lo sviluppo economico e culturale, dalla data di fondazione dell’Aass nel maggio del 1928 fino all’ingresso nel Gruppo FS Italiane a gennaio del 2018, solo l’ultimo dei passi compiuti nel processo di continua trasformazione di un’azienda che non si è fermata mai”. Ed Elisabetta Farioli, direttore dei Musei Civici di Reggio Emilia: “Con questa importante nuova sezione “On the road. Via Emilia 187 a.C. – 2017” approfondisce ulteriormente la storia ma anche l’attualità della strada consolare voluta da Marco Emilio Lepido e che da lui assume il nome. Allora rappresentava la strada utilizzata dall’esercito per difendere ed espandere i confini dell’Impero ma anche uno dei primi esperimenti urbanistici dell’antichità. I nuclei urbani che si trovavano sull’itinerario erano edificati a una distanza media l’uno dall’altro di circa 25 chilometri, corrispondenti a una giornata di marcia dell’esercito”.

Morsi, speroni, staffe, e poi dipinti, incisioni e libri antichi della collezione Giannelli raccontano “Il Cavallo: 4000 anni di storia” nella mostra alla pinacoteca cantonale Giovanni Züst di Rancate (Mendrisio) in Canton Ticino (Svizzera): rarissimi reperti di epoca mesopotamica, greca, romana, medievale e rinascimentale

L’eccezionale parata di morsi antichi della collezione Giannelli

Il manifesto della mostra “Il Cavallo: 4000 anni di storia. Collezione Giannelli“

Quella della collezione Giannelli è una straordinaria parata di morsi di cavallo, una delle più importanti al mondo, con esemplari unici o comunque rarissimi di epoca mesopotamica, greca, romana, medievale e rinascimentale, con alcuni pezzi che risalgono addirittura al 1400 a.C.  Le serie che riuniscono i morsi italici e quelli dell’antico Luristan (regione montagnosa degli Zagros, in Iran), presenti nella collezione, sono considerate ineguagliabili per la loro rarità e loro bellezza. Dal 6 maggio al 19 agosto 2018 si possono ammirare alla pinacoteca cantonale Giovanni Züst di Rancate (Mendrisio) in Canton Ticino (Svizzera) nella mostra “Il Cavallo: 4000 anni di storia. Collezione Giannelli“ a cura da Alessandra Brambilla e Claudio Giannelli. Non solo morsi, speroni e staffe, in mostra. La millenaria frequentazione uomo-cavallo è documentata anche attraverso dipinti, incisioni e libri antichi. Non manca nemmeno un raro cavallo a dondolo di epoca settecentesca, appartenuto a un rampollo di nobilissimo lignaggio. Il sottotitolo dell’esposizione sottolinea come siano “appena” 4000 gli anni che hanno visto il fiero quadrupede diventare “Equus frenatus” (“cavallo imbrigliato”), ovvero un cavallo regolato nei suoi movimenti e nella sua andatura attraverso il morso. Quattromila anni possono sembrare molti ma sono un battito di ciglia se rapportati ai 4 milioni e più di anni di storia del genere Equus, che ha dato origine a tutti i cavalli contemporanei, agli asini e alle zebre. Risale a circa 700mila anni fa il genoma del più antico cavallo che sia stato finora sequenziato. Si tratta di un Equus lambei, le cui ossa sono state rinvenute nel terreno perennemente ghiacciato del territorio canadese dello Yukon. Tra i 40 e i 50mila anni fa, si colloca la comparsa del cavallo domestico (Equus caballus) di oggi si contano circa 400 razze diverse, con specialità di ogni tipo, dal traino alla corsa. Ancora più recentemente, appunto all’incirca 6000 anni fa, i nomadi delle steppe asiatiche addomesticarono probabilmente i primi cavalli. E da quel momento, il rapporto tra l’uomo e l’animale si è fatto intenso, persino simbiotico.

Morso in bronzo a forma di cavalli proveniente dal Luristan (Iran), del I millennio a.C., pezzo eccezionale della collezione Giannelli

Il percorso della mostra inizia proprio con i manufatti degli Sciti, una di quelle popolazioni che si muoveva nelle steppe asiatiche, per proseguire con gli eccezionali morsi provenienti dal Luristan, regione montuosa dell’attuale nord-ovest iraniano. Quindi il viaggio continua attraverso i secoli e le civiltà: etruschi, greci, romani, per arrivare al Rinascimento e ai giorni nostri. Sino a decenni recenti, ma ancora oggi in alcune parti del pianeta, il cavallo è stato ed è il “motore” vivente delle attività agricole, dei trasporti, delle guerre. Da 4000 anni è l’ammirato compagno dell’uomo nello sport e nelle parate. Simbolo del prestigio che in tutte le civiltà e società ha ammantato il cavaliere e, per riflesso, la sua cavalcatura.

Frontale a lamelle in bronzo di età romana: prometopidion (maschera per muso di cavallo) con psalion solidale, una sorta di cavezza metallica che impediva al cavallo di sfuggire all’azione del morso aprendo la bocca

Il morso, oltre che simbolo di potere, è stato spesso un mezzo estetico di ostentazione della ricchezza, una chiave di identificazione e riconoscimento sociale ed anche oggetto rituale. Ogni civiltà, ogni epoca, ogni terra ha contribuito all’elaborazione del morso. Nel corso dei secoli i fabbri hanno prodotto degli oggetti a volte simili, ma in numerosi casi i manufatti così creati hanno assunto fogge anche molto diverse. Artigiani-artisti, i fabbri hanno accompagnato la storia dell’equitazione producendo oggetti che vanno ben al di là della semplice funzione di strumento di comunicazione tra il cavaliere ed il suo cavallo. Ponendosi come veri e propri capolavori d’arte.

Parure da parata in bronzo dorato a mercurio (Francia, XVIII sec.)

In mostra, accanto ai morsi, sono esposte altre “eccellenze” della collezione Giannelli, naturalmente tutte incentrate intorno al cavallo. Dai primi testi rinascimentali dei grandi maestri (Grisone, Pignatelli, Fiaschi, Ferraro, ecc.) all’Encyclopédie, con le illustrazioni riservate all’equitazione. Insieme a dipinti, incisioni, disegni, sculture. Ma anche particolari e rari accessori quali ipposandali e falere d’epoca romana, staffe in legno scolpito sud-americane, campanelline da cavallo in bronzo mesopotamiche e molto altro ancora.
Tutto a testimonianza di una forte passione e di uno sconfinato amore per il cavallo e di un artigianato che sa farsi grande arte.