A Napoli incontro tra il direttore del Mann e il direttore dell’Ermitage su “Il patrimonio della storia e i grandi musei: esperienze e idee a confronto” che consolida la collaborazione tra le due istituzioni. E nel 2019 a Napoli mostra sul Canova e a San Pietroburgo su Pompei

La presentazione della mostra sui Longobardi all’Ermitage: al centro, Michail Piotrovsky. Alla sua destra, Maurizio Cecconi; alla sua sinistra, Pasquale Terracciano e Massimo Depaoli (foto Graziano Tavan)
Due mesi fa, era l’inizio di maggio 2018, l’inaugurazione della mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” al museo statale dell’Ermitage di San Pietroburgo è stato il sigillo – se ancora ce ne fosse stato bisogno – su una collaborazione scientifica e operativa tra il museo Archeologico nazionale di Napoli e la prestigiosa istituzione culturale russa che sta dando ottimi frutti. E che venerdì 13 luglio 2018, alle 17, al museo Archeologico nazionale di Napoli, vedrà una nuova tappa significativa: nella Sala del Toro Farnese si svolgerà infatti l’incontro tra Michail Piotrovsky, direttore del museo statale Ermitage di San Pietroburgo e Paolo Giulierini, direttore del Mann, che si confronteranno in una conferenza aperta al pubblico su “Il patrimonio della storia e i grandi musei: esperienze e idee a confronto”, intervistati da Vincenzo Esposito (Il Corriere del Mezzogiorno), Davide Cerbone (Il Mattino di Napoli) ed Antonio Ferrara (La Repubblica di Napoli).

I firmatari del protocollo di San Pietroburgo: da sinistra, Massimo Osanna (Pompei), Paolo Giulierini (Mann), Michail Piotrovskij (Ermitage)
Era il 10 novembre 2016 quando, a San Pietroburgo, il direttore del museo statale Ermitage, Michail Piotrovskij, il direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, Paolo Giulierini e il direttore generale di Pompei, Massimo Osanna, con il supporto di Villaggio Globale International, siglarono un accordo quadriennale di collaborazione. Fu lo stesso ministro per i Beni culturali dell’epoca, Dario Franceschini, a darne notizia: “L’accordo prevede una condivisione di esperienze e competenze nel campo dello scavo archeologico, lo scambio di mostre e la realizzazione congiunta di progetti espositivi e, inoltre, stage di studio tra i collaboratori scientifici e gli specialisti nel campo della storia dell’arte, dell’archeologia, dell’eredità culturale, della museologia, della conservazione e del restauro; l’attuazione di conferenze scientifiche, convegni, seminari, tavole rotonde, sulle problematiche della storia dell’arte, dell’eredità culturale, della museologia, della conservazione, del restauro e della gestione dei Beni Culturali; il confronto in merito all’utilizzo di sistemi e tecnologie innovative applicate ai beni culturali con particolare riferimento alla digitalizzazione, all’archiviazione, all’applicazione di realtà aumentate e multimedialità finalizzati alla valorizzazione del patrimonio, alla sua conservazione e fruizione pubblica e specialistica; lo studio e confronto sulle nuove forme di approccio e di diffusione della conoscenza, anche attraverso l’interdisciplinarità delle arti, dei patrimoni archeologici e delle eredità storico-artistiche; l’attivazione di borse di studio e la partecipazione reciproca ad attività di indagine e campagne di scavo sulla base di ricerche e progetti condivisi” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/11/16/mostre-convegni-restauri-scavi-archeologici-scambi-culturali-siglato-protocollo-di-collaborazione-tra-il-museo-archeologico-nazionale-di-napoli-gli-scavi-di-pompei-e-il-museo-ermitage-di-san-pie/).
Quindi è stata sancita la volontà di sviluppare progetti culturali, studi e ricerche, scambi e relazioni tra i Musei, in collegamento con Ermitage Italia, con l’intento di valorizzare i patrimoni comuni e la conoscenza della storia ricchissima che unisce l’Italia, e la Campania nello specifico, alla Russia e a San Pietroburgo. E i risultati sono tangibili. Si sono succeduti quindi eventi e iniziative importanti: il prestito eccellente da parte dell’Ermitage di un nucleo di capolavori per la mostra “Amori Divini”, sopraggiunti a dare ulteriore prestigio all’evento espositivo: il cratere a calice attico a figure rosse, attribuito al Pittore di Triptolemos (490-480 a.C. circa), scoperto a Cerveteri, con il mito di Zeus che, attratto dalla bellezza di Danae rinchiusa dal padre in una camera sotterranea, si unisce a lei trasformandosi in una pioggia d’oro filtrata dal tetto. È una delle più antiche rappresentazioni dell’unione divina giunte fino a noi. E ancora l’anfora nolana attica a figure rosse, attribuita al Pittore della Phiale (440 a.C.) con Europa seduta in groppa a un toro: il Pittore della Phiale riesce a dare una visione concisa e rinnovata della figura di Europa, ponendola in parallelo con quella di un uomo anziano, identificabile con il padre Agenore, re di Tiro, che ordinò ai suoi figli maschi di partire alla ricerca della principessa rapita (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/07/21/sei-eccezionali-pezzi-dal-louvre-e-dallermitage-giunti-ad-arricchire-e-completare-al-museo-archeologico-nazionale-di-napoli-la-mostra-amori-divini-percorso-nel-mito-greco-e/). Il 7 dicembre 2017 poi il Mann è stato l’ospite d’onore al compleanno dell’Ermitage, con l’esposizione del gruppo scultoreo del “Piccolo Donario Pergameno”, quale capolavoro unico scelto dal museo di San Pietroburgo per i festeggiamenti internazionali (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/12/06/san-pietroburgo-il-museo-archeologico-nazionale-di-napoli-ospite-donore-per-i-festeggiamenti-del-compleanno-dellermitage-con-il-galata-morente-e-altre-tre-statue-r/). E infine, come si diceva all’inizio, la collaborazione e la straordinaria promozione congiunta per la mostra dedicata ai Longobardi, che dalle sale del museo napoletano è partita alla volta di San Pietroburgo dove sarà visitabile fino al 15 luglio 2018 (https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/05/14/i-longobardi-conquistano-la-russia-aperta-allermitage-di-san-pietroburgo-la-mostra-italiana-longobardi-un-popolo-che-cambia-la-storia-terza-tappa-del-progetto-dopo-pavia/).
E ora l’importante e attesa visita ufficiale al Mann di Napoli e al suo direttore Paolo Giulierini, da parte di Michail Piotrovsky, direttore generale del museo Statale Ermitage – che sarà a Napoli venerdì 13 luglio 2018, accompagnato da Irina Artemieva conservatrice del dipartimento di Pittura veneta del museo russo e direttrice di Ermitage Italia –, con la conferenza-confronto pubblico tra i due direttori: “ERMITAGE/MANN – MANN/ERMITAGE. Il patrimonio della storia e i grandi musei: esperienze e idee a confronto”. Un’occasione tra due protagonisti della cultura russa e italiana per parlare di patrimoni d’arte e storia e di grandi musei, di ruolo delle istituzioni museali nella società attuale e strategie future, ma anche di collaborazioni internazionali e grandi eventi. Una conferma dell’importante relazione che lega da oltre un anno i due Musei e un riconoscimento del valore del Mann e delle sue collezioni a livello internazionale, grazie al lavoro di apertura e valorizzazione attuato dalla direzione dell’Istituzione napoletana. Straordinari sono del resto i progetti ai quali stanno lavorando congiuntamente i musei russo e italiano e che porteranno, come prossima tappa, a due grandi esposizioni nel marzo del 2019: la prima grande mostra mai dedicata al sommo Canova e ai suoi rapporti con l’antico, in quello che è un vero e proprio tempio dell’arte classica – un’antologica emozionante per prestiti e studi -, e una grande mostra all’Ermitage dedicata a Pompei, insieme alla Soprintendenza Pompei.
“Sono davvero felice e assolutamente onorato della collaborazione con il museo Ermitage”, ha dichiarato Paolo Giulierini da Los Angeles, dove si trova in missione al momento, “e la visita del direttore Piotrovsky è un momento speciale per il nostro museo che si appresta a ospitare capolavori assoluti dall’Ermitage, ma che vuole anche dialogare e lavorare a fianco di questo grande museo e ai loro esperti nel campo degli scavi, del restauro, della valorizzazione museale, come del resto stabilito nel nostro accordo. Nel contempo la volontà di dare il giusto risalto in Russia, e con l’Ermitage a livello internazionale, alle collezioni del Mann che sono comunque d’importanza mondiale. Sarà importante e credo molto stimolante il confronto d’idee pubblico che avremo il 13 sera. Noi abbiamo appena presentato il rapporto annuale relativo al 2017 con grande soddisfazione e stiamo attuando il nostro piano di ampliamento: con la riapertura e il riallestimento delle sezioni museali e con la nuova ala, che ci consentirà di avere spazi e servizi, adeguati ai massimi standard europei. Ma l’Ermitage è un gigante mondiale ed è straordinario l’impulso che il prof. Piotrovsky continua a dare a questo luogo unico della cultura”.
Cosa contiene l’olla dell’anguria, un’olla-ossuario romana in vetro, ancora sigillata, conservata al museo Archeologico nazionale di Adria? La direttrice riassume gli indizi raccolti. E venerdì si svelerà il mistero

Cosa contiene la cosiddetta “olla dell’anguria”? è il gioco archeologico dell’estate 2018 lanciato dal museo Archeologico nazionale di Adria
Vi siete fatti un’idea su cosa possa contenere la cosiddetta “olla dell’anguria”, un’olla ossuario in vetro di età romana, conservata al museo Archeologico nazionale di Adria? A pochi giorni dallo svelamento del mistero, l’appuntamento è per venerdì 13 luglio 2018, dalle 19.30 alle 22.30, al museo Archeologico nazionale di Adria, è la stessa direttrice del museo, Alberta Facchi, a fare il punto sugli indizi emersi, solleticando così la curiosità e… la fantasia degli appassionati chiamati a risolvere il “mistero dell’olla dell’anguria” in questo gioco archeologico dell’estate. “Finora”, riassume Facchi, “sono quattro gli indizi emersi. Innanzitutto, la conferma che si tratta di un’olla-ossuario in vetro di età romana. Splendida, perfettamente conservata con il suo coperchietto di copertura, la quale, dal tempo del ritrovamento – più di 100 anni fa – non è mai stata pulita, tanto che reca ancora una patina di terra sulla superficie. Poi sarà utile sapere – continua – che alcuni dei protagonisti di questa storia sono: una giovane archeologa, il restauratore del museo, una troupe della RAI. Il terzo indizio è che gli archeologi hanno trovato un vecchio documento manoscritto dal contenuto un po’ sibillino, documento che potrebbe avere a che fare con la nostra storia. Infine, grande importanza potrebbero avere un globo, due cornucopie, un imperatore romano. Chi lo sa?”. Avete capito qualcosa? Comunque venerdì sarà raccontato a tutti quello che gli archeologi hanno recentemente scoperto su questo manufatto e ciò che esso racchiude. “I partecipanti”, assicura Facchi, “potranno esaminare da vicino (molto da vicino: al miscroscopio) il reperto e il suo “segreto”, che fin dai tempi di Francesco Antonio Bocchi era stato totalmente ignorato”. L’appuntamento è dunque venerdì 13 luglio 2018 in occasione dell’apertura straordinaria serale, possibile grazie alla disponibilità del personale e della direzione del museo. Tre i turni previsti di visita con un massimo di 20 posti per turno per motivi di sicurezza: il primo alle 19:30; il secondo alle 20:30; il terzo alle 21:30. Consigliata la prenotazione. Dopo la dimostrazione, a cura della direttrice Alberta Facchi, seguirà breve visita al percorso museale, a cura del personale del museo.
“La sirena: soltanto un mito? Nuovi spunti per una storia della medicina fra mito, religione e scienza”: una singolare mostra al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma affronta il tema delle creature fantastiche rappresentazione di rare patologie, come la sirenomelia

Il famoso episodio dall’Odissea con Ulisse che resiste alle sirene (donne-uccello) rappresentato su uno stamnos da Vulci oggi al British Museum
Il loro canto ammaliava i marinai che rischiavano di morire se si avvicinavano loro incautamente. Sono le sirene, con l’aspetto di donna nella parte superiore del corpo e di uccello in quella inferiore, che gli antichi ritenevano abitassero un’isola tra Scilla e Cariddi, un’isola mortifera disseminata di cadaveri in putrefazione. Lo sapeva bene Ulisse, come ci racconta Omero nell’Odissea, che – su consiglio della maga Circe – riuscì a superare indenne il canto delle sirene, intonato per causare la morte sua e del suo equipaggio: “Vieni, celebre Odisseo, grande gloria degli Achei,/ e ferma la nave, perché di noi due possa udire la voce./ Nessuno è mai passato di qui con la nera nave/ senza ascoltare con la nostra bocca il suono di miele,/ ma egli va dopo averne goduto e sapendo più cose” (Odissea XII, 184-8: traduzione di Giuseppe Aurelio Privitera, Milano 2007). Ma l’immagine della sirena che noi oggi abbiamo è ben diversa: sono creature fantastiche che popolavano il mare, con il busto umano e con la coda di pesce, un’immagine che prende forma solo dall’VIII-IX secolo d.C. con il Liber Monstrorum, un bestiario e trattato di mirabilia, che parla chiaramente della figura della sirena come oggi noi la intendiamo, codificata e resa immortale dal 1913 con la realizzazione della statua della Sirenetta che attende malinconica il suo principe, monumento simbolo di Copenaghen. In realtà queste creature acquatiche erano note anche nell’antichità, ma i greci non le chiamavano sirene. Per loro erano nereidi e tritoni. Il tema affascinante delle sirene è affrontato in una singolare mostra “La sirena: soltanto un mito? Nuovi spunti per una storia della medicina fra mito, religione e scienza” aperta fino al 30 settembre 2018 nella sala Venere del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma.

La mostra “La sirena: soltanto un mito?” allestita nella sala Venere del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma
Come si intuisce già dal titolo, l’approccio alla mostra è più scientifico che letterario. Non è un caso infatti che la ricerca che ha portato alla mostra sia stata curata dal museo di Villa Giulia e dalla Fondazione San Camillo Forlanini, con il coinvolgimento del museo di Storia della Medicina del Dipartimento di Medicina Molecolare e del Polo museale dell’Università “Sapienza” di Roma, e promossa in occasione del decennale della Fondazione San Camillo Forlanini di Roma e dell’evento “Premio 2018 – Eccellenze in Sanità”, attribuito il 13 giugno 2018 nel prestigioso contesto del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, contestualmente all’inaugurazione della mostra “La sirena: soltanto un mito? Nuovi spunti per una storia della medicina fra mito, religione e scienza”.

Il singolare ex-voto proveniente da scavi ottocenteschi a Veio sembra evocare un corpo affetto da una rarissima malformazione congenita, la sirenomelia
Focus della mostra è un raro e singolare tipo di ex-voto, frutto di scavi ottocenteschi condotti a Veio ed esposto dal 2012 nella sala 39 del museo di Villa Giulia. Generalmente interpretato come una rappresentazione schematica della parte inferiore del corpo umano, in coerenza con quella semplificazione dei processi produttivi a cui si assiste nel corso dei secoli III-II a.C., questo particolarissimo votivo anatomico sembra invece evocare suggestivamente un corpo affetto da una rarissima malformazione congenita, la sirenomelia. Questa gravissima patologia determina lo sviluppo di un singolo arto, simile a una coda di pesce, mentre il feto è nel grembo della madre e dunque è immediatamente evidente alla nascita. Intorno a questa singolare storia di religione e di scienza ruotano racconti e immagini che fanno comprendere come nel mondo antico fossero ritenute “straordinarie” patologie rare, quali il nanismo e l’epilessia, solo per citarne alcune. “Nel mondo etrusco”, spiegano gli archeologi, “si hanno varie manifestazioni del sacro collegate all’evidenza di anomalie o di comportamenti divergenti dalla norma in bambini ritenuti prodigiosi. Nella letteratura latina ricorrono frequentemente termini quali monstrum, prodigium, confrontabili con il greco teras, che esprimono concetti legati a eventi “soprannaturali”, considerati come segni divini e a volte presagi funesti”.

Tavola anatomica del 1829 sulla sindrome sirenomelica, eccezionale reperto del museo di Anatomia patologica dell’università La Sapienza di Roma
Accanto alle “storie” di malattie “prodigiose” che ci giungono dal mondo antico, la mostra getta uno sguardo sull’attualità e sull’evoluzione degli strumenti chirurgici. Dal museo di Anatomia patologica dell’università La Sapienza di Roma viene eccezionalmente prestato il reperto anatomico di una neonata affetta da sirenomelia, patologia di cui la Fondazione San Camillo Forlanini ha delineato le problematiche cliniche e gli strumenti diagnostici. Dal museo di Storia della Medicina dell’università La Sapienza di Roma giungono in mostra interessanti manufatti che illustrano l’evoluzione dello strumentario chirurgico fin dall’età romana, chiaramente connessa con il progredire delle teorie e delle conoscenze anatomiche e mediche. Infine tre video dell’archivio storico video “Adalberto Pazzini” del medesimo museo, installati nella saletta adiacente alla Sala Venere che ospita la mostra, consentono al visitatore di approfondire aspetti della ritualità e delle pratiche magiche popolari (Magia dell’assurdo), di conoscere i dettami della Scuola Medica Salernitana (Chirurgia medievale) e di ripercorrere le raffigurazioni artistiche di patologie e interventi terapeutici (Arte e medicina).
Cosa contiene la cosiddetta “olla romana dell’anguria” acquistata da Bocchi nell’Ottocento e conservata al museo Archeologico nazionale di Adria? Gli archeologi sveleranno il segreto in uno speciale evento serale ad Adria (Ro)

Cosa contiene la cosiddetta “olla dell’anguria”? è il gioco archeologico dell’estate 2018 lanciato dal museo Archeologico nazionale di Adria
È il gioco (archeologico) dell’estate. Lo staff del museo Archeologico nazionale di Adria (Ro) lo ha etichettato il #MisterodellaOlla. Quale sarà la storia che ci racconta questo reperto, un’olla ossuario in vetro di età romana? Siamo vicini alla soluzione. Venerdì 13 luglio 2018, dalle 19.30 alle 22.30, al museo Archeologico nazionale di Adria si saprà che cosa racchiude la “olla dell’anguria”, svelando il mistero. Il reperto, infatti, sembra essere stato acquistato da Francesco Antonio Bocchi (1821-1888), il padre dell’archeologia adriese, da alcuni contadini che l’avevano adibita ad un uso piuttosto singolare! Di seguito riportiamo ciò che si legge nel catalogo, compilato dall’illustre adriese, presente nel nostro Museo: “Olla detta dell’anguria perché i contadini ve ne aveano fatta nascere una dentro che io levai fresca”. Nelle scorse settimane sulla pagina Facebook del museo (@Museoarcheologicoadria) l’interesse dei followers è stato solleticato da alcuni indizi, aderendo con entusiasmo al gioco del “Mistero dell’Olla dell’anguria”. “Non si capisce se il frutto stesse crescendo dentro il contenitore (come le nostre pere in bottiglia per intenderci) o se la piantina d’anguria fosse germogliata tra i resti ossei”, è stato sottolineato. E altri: “Sta di fatto che questa olla sembra essere più particolare di quanto sembri…”. Fino a fantasticare: “Dietro una semplice olla forse si cela la leggendaria?”.
È arrivata adesso l’occasione di raccontare a tutti gli appassionati quello che gli archeologi hanno recentemente scoperto su questo manufatto e ciò che esso racchiude. Come tutti i misteri che si rispettano, anche questo verrà svelato di sera, grazie alla disponibilità del personale del museo adriese per un’apertura straordinaria serale venerdì 13 luglio 2018. L’evento sarà articolato in tre turni: 1° turno, ore 19:30; 2° turno, ore 20:30; 3° turno, ore 21:30. Per questioni di sicurezza vi sarà un limite di 20 posti per turno. Per non fare attendere, è consigliata la prenotazione (0426 21612). I partecipanti potranno esaminare da vicino (…molto da vicino…) il reperto e il suo “segreto”, che fin dai tempi di Francesco Antonio Bocchi era stato ignorato. Seguirà breve visita al percorso museale, a cura del personale del museo.
Meryt e Baby in tournee in Cina: le due mummie e altri reperti della collezione egizia dell’Accademia dei Concordi di Rovigo protagonisti in una grande esposizione a Wuhan. È il risultato del successo della mostra “Egitto ritrovato” prorogata di un mese

La prof.ssa Paola Zanovello, curatrice della mostra, illustra i reperti della collezione egizia dell’Accademia dei Concordi di Rovigo (foto Graziano Tavan)
Più di 8500 chilometri, da Rovigo a Wuhan, in Cina, per una grande mostra itinerante: un viaggio impensabile solo poche settimane fa per Meryt e Baby, le due mummie che finora lo spostamento più lungo lo avevano fatto tra il 1878 e il 1879 nei cassoni, pieni di preziosi reperti egizi, inviati all’Accademia dei Concordi dal rodigino Giuseppe Valsè Pantellini (Rovigo 1826 – Fiesole 1890), in esilio al Cairo per aver partecipato ai moti d’insurrezione del Polesine nel 1848, dove aveva preso in gestione, e poi in possesso, il Grand Hotel (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/02/27/le-mummie-a-rovigo-per-la-prima-volta-in-mostra-a-palazzo-roncale-la-collezione-egizia-di-giuseppe-valse-pantellini-che-140-anni-fa-porto-allaccademia-dei-concordi-oltre-50/).
Anche questo invito in Cina dà la misura del successo della mostra “Egitto ritrovato. La collezione Valsè Pantellini” a Palazzo Roncale di Rovigo, visitata da 11mila spettatori nel periodo di apertura programmato, cioè tra il 14 aprile e il 1° luglio 2018, apertura che di fronte a questi numeri è stata prorogata al 29 luglio 2018. “Una esposizione scientificamente”, ha sottolineato Gilberto Muraro, presidente della Fondazione Cariparo, in occasione del bilancio delle iniziative culturali proposte dall’ente a Rovigo, “creata intorno al restauro delle due mummie, seguito con passione – sentimento che va oltre l’attenzione – da un pubblico di famiglie e di scuole di Padova e Rovigo. La durata media della visita è stata di un’ora circa, tempo sufficiente per ammirare la selezione di reperti della collezione egizia dell’Accademia dei Concordi. Meryt e Baby e la loro storia sono diventate popolari e il loro restauro ha incuriosito un pubblico veramente vasto e partecipe”.
Indagini e restauri delle due mummie. Meryt e Baby a metà giugno 2018 sono andate in “trasferta” al Polo ospedaliero di Rovigo, dove sono state sottoposte alla Tac e ad altri esami. Rientrate al Roncale le due mummie sono state studiate dagli esperti della Polizia scientifica per realizzare, lavorando su documentazione fotografica dettagliata, la loro ricostruzione tridimensionale con la tecnica della fotogrammetria attraverso l’ispezione e l’analisi dei dettagli della mummia, sia a luce ambiente che con l’ausilio di luci forensi. Queste indagini sono state operate dall’Area Fotografica BPA e Ricostruzioni 3D del Gabinetto interregionale di Polizia scientifica per il Triveneto di Padova, diretto dal primo dirigente Nicola Gallo. Parallelamente alle indagini, sono stati portati avanti anche gli interventi di restauro curati da Cinzia Oliva, tra i massimi esperti in Italia del settore. “Le due mummie”, spiega Oliva, “sono state liberate della pellicola di polvere e agenti inquinanti che ricopriva la superficie, accelerandone il degrado e compromettendone la conservazione. Si è poi proceduto con le operazioni di riposizionamento e consolidamento delle bende sollevate e lacerate, e al contempo allo studio e schedatura del materiale tessile rinvenuto. Infine, sono stati realizzati dei supporti tridimensionali in materiale inerte per consentire l’esposizione e il trasferimento dei reperti in assoluta sicurezza”.

L’articolato complesso dell’Hubei provincial museum di Wuhan in Cina che ospiterà la mostra con le mummie Meryt e Baby

Emanuele Ciampini (Università Ca’ Foscari) e Paola Zanovello (Università di Padova) davanti alla teca con le due mummie all’Accademia dei Concordi di Rovigo
In autunno in Cina. Con agosto, una volta chiusa la mostra “Egitto Ritrovato”, Meryt e Baby cominceranno a prepararsi, insieme con altri pezzi della collezione egizia rodigina, per l’impegnativo e prestigioso viaggio in Cina. “Le due mummie”, confermano all’Accademia dei Concordi, pur esprimendo una certa prudenza, “potrebbero diventare le protagoniste della colossale mostra che le autorità cinesi stanno organizzando con tappe in cinque grandi musei, il primo dei quali dovrebbe essere l’Hubei Provincial Museum di Wuhan, nel distretto di Wuchang, non lontano dalla riva occidentale del Lago Orientale”. L’Hubei Provincial Museum di Wuhan è uno dei musei più famosi della Cina, con oltre 200mila reperti di interesse nazionale, tra cui la Spada di Goujian, un’antica serie di campane di bronzo e i numerosi manufatti della Tomba del Marchese YI di Zeng e delle tombe di Baoshan. La partecipazione delle mummie rodigine agli eventi cinesi rientra nel progetto “Egitto in Cina”, curato dal gruppo di lavoro Egitto Veneto, coordinato dal prof. Emanuele Ciampini dell’università Ca’ Foscari di Venezia e dalla prof.ssa Paola Zanovello dell’università di Padova, progetto che ha tra i propri obiettivi la valorizzazione delle numerose collezioni egizie presenti in Veneto e scarsamente conosciute dal pubblico, cui fa parte la collezione dell’Accademia dei Concordi di Rovigo.
Il parco archeologico dei Campi Flegrei con le terme romane e il castello aragonese di Baia e gli scavi di Cuma ospita la IX edizione del Festival Jazz dei Campi Flegrei
Note jazz che esaltano la bellezza delle aree archeologiche e naturalistiche. Spettacoli itineranti per appassionati musica, ma non solo, per scoprire i Campi Flegrei, la Terra del Mito, tra i territori più ricchi d’Italia per bellezze archeologiche, paesaggistiche e culturali. Per la IX edizione del Pozzuoli Faber Jazz Festival l’associazione Jazz and Conversation si potrà avvalere della straordinaria collaborazione del Parco Archeologico dei Campi Flegrei, che mette a disposizione le sue suggestive location per ospitare i concerti. Inoltre quest’anno affianca i promotori la Faber Italia srl, un’azienda campana che produce macchine da caffè leader del settore per meccanica e design, particolarmente attenta ai fermenti culturali e agli eventi che li caratterizzano. Dal 5 al 22 luglio 2018 i concerti del Festival Jazz dei Campi Flegrei saranno infatti ospitati in sedi prestigiose come le Terme Romane di Baia, novità assoluta, il Castello aragonese di Baia e gli Scavi di Cuma – città bassa. A far da cornice agli appuntamenti in programma anche il panorama mozzafiato di Miseno dalla location panoramica del Cala Moresca e il lago Lucrino, immerso nel verde della natura. Napoli sarà più volte al centro del repertorio proposto dagli artisti, con tributi a Pino Daniele e versioni jazz di musica classica napoletana.

Antimo Civero e Paolo Giulierini alla presentazione della IX edizione del Festival Jazz dei Campi Flegrei
Si scivolerà dallo swing di tradizione americana, ai tanghi e alle milonghe brasiliane, fino ad assistere all’ incontro tra la musica spirituale africana e il canto gregoriano europeo, e fino al jazz africano di impegno politico. “Un festival dei Campi Flegrei non poteva che essere ospitato dal Parco archeologico. Partiamo da Cuma per ripercorre, attraverso la musica, il filo sottile della storia”, dichiara il direttore Paolo Giulierini. “Viviamo i nostri monumenti, i luoghi della cultura aperti di sera, coniugandoli a performance importanti e valorizzando, oltre al patrimonio, le tante energie e risorse impegnate per la valorizzazione di questa terra”. “Non è soltanto un evento di musica”, secondo il sindaco di Pozzuoli, Vincenzo Figliolia, “ma è anche l’occasione per mettere in vetrina e promozione alcune tra le zone più suggestive dei Campi Flegrei. È un’iniziativa che unisce il territorio flegreo all’insegna della musica e della cultura. Un percorso che negli anni abbiamo sempre sostenuto, convinti dell’impegno di chi dona il proprio tempo per la crescita del territorio”. “Sin dalla sua prima edizione”, spiega Antimo Civero, “l’associazione con la sua decennale attività, ha avuto come quinta naturale le straordinarie vestigia del territorio flegreo. Il territorio che vive e racconta il suo passato per proiettarlo nel futuro sono momenti che appaiono fondamentali e insostituibili di ogni cultura”.
Un grande palco in movimento con la partecipazione di tanti artisti. Uno spettacolo multiforme e dinamico, una festa per coinvolgere tutti. Un viaggio emozionante di cultura e sapere, di radici e tradizioni, leggendo la storia del territorio fino ai giorni nostri. Apre il festival l’Emilia Zamuner Quartet, il 5 luglio 2018 al Cala Moresca a Miseno (Bacoli) con un omaggio a Pino Daniele; atmosfere intime e poetiche con improvvisazioni in perfetto stile jazzistico che regalano preziose sonorità. Alla voce, Emilia Zamuner, Paolo Zamuner al piano, Michele Sperandio alla batteria, Lorenzo Scipioni. Il 7 luglio 2018 la città bassa di Cuma sarà la location d’eccezione di una grande band, la New Talent Jazz Orchestra diretta da Mario Corvini – Special guest Stefano di Battista con il progetto musicale “Our Monk”, ispirato a Thelonious Monk, scelto come modello e riferimento per il suo approccio esecutivo fuori dagli schemi. Un omaggio al singolare pianista e compositore statunitense, artista eclettico e originale che ha rappresentato la sfera be bop a New York. La partecipazione di solisti di eccezione e l’utilizzo delle nuove tecnologie di video-mapping completano e arricchiscono la proposta. Il progetto, promosso dalla Fondazione Musica per Roma, ha il sostegno del MiBACT e della SIAE, nell’ambito dell’iniziativa “S’illumina – Copia privata per i giovani, per la cultura”. Note swing, che collegano le due meravigliose e creative città di Napoli e New Orleans, da Toledo a storyville, da Carosone ad Armstrong, dal mandolino al banjo, in una fusione tra tradizione europea e musica afro–americana, risuoneranno nel concerto di Dr. Jazz & Dirty Bucks Swing Band che il 13 luglio 2018 si esibirà alla Maison Toledo a Pozzuoli: Alfredo “Dr. Jazz” Verga, chitarra e voce; Alessandro “Mr. Groove” Panella, contrabasso; Luciano “Mr.Chugga” De Ioanni, batteria; Ettore “Mr.Dirty” Patrevita, sax.
Il 14 e 15 luglio lo splendido scenario delle Terme romane di Baia farà da cornice a due concerti dalla forte caratterizzazione. Sonorità brasiliane nella musica di Yamandu Costa (il 14 luglio), chitarrista e compositore brasiliano, applaudito da Paco De Lucia. Le sue interpretazioni con la chitarra a 7 corde spaziano dalle milonghe ai tanghi alla zambas, allo chamanè. Yamandu, con il suo tocco unico e l’accurata ricerca delle dinamiche, rappresenta oggi uno dei maggiori interpreti della musica brasiliana di tutti i tempi. Il 15 luglio è la volta del sound aspro e sensuale dalle coloritura africane di Abbey Lincoln, nell’omaggio dell’ Ada Montellanico Quintet, con il progetto Abbey’s Road feat. Giovanni Falzone. Abbey Lincoln, cantante e autrice di grande originalità, fu figura leggendaria non solo in ambito musicale ma per l’intero movimento Black Power. Impegnata politicamente negli anni ’60 in seno alla comunità nera, fece della sua musica una cassa di risonanza nella denuncia delle discriminazioni razziali vissute dalla popolazione afroamericana. Ada Montellanico ripercorre la strada di Abbey, ricalcando la forza narratrice delle sue composizioni, il carattere africano del suo universo sonoro e la sua profonda aggressività. (Ada Montellanico – voce; Giovanni Falzone – tromba; Massimo Pirone – trombone; Jacopo Ferrazza – contrabasso; Valerio Vantaggio – batteria).
Il 19 luglio 2018 al lago Lucrino, presso l’AKademia Cucina & More, la voce e il piano di Lorenzo Helleger si esibirà assieme a Giovanni Campagnoli alla tromba e flicorno, raccontando Napoli nel bello e nel brutto, tra note classiche e swing. Chiude il Festival il 21 luglio 2018 il grande pianista, compositore e direttore d’orchestra, Enrico Intra che con la cantante afroamericana Joyce Yuille, porta una proposta originale che mescola il cattolico ed europeo canto gregoriano con il protestante e afroamericano spiritual, un mix che conferisce una dimensione straniante e piena di suggestione all’antico canto liturgico. L’Enrico Intra – Joyce Yuille Ensemble si esibirà al Castello di Baia in blues, gregoriani e spirituals, accompagnati da Matteo Bortone (già nuovo miglior talento per la critica italiana del top jazz) al contrabasso e Stefano Tamborrino alla batteria.
Pompei. Gli scavi nella Regio V restituiscono la testa del fuggiasco e nuovi dati: il pompeiano non morì schiacciato da un blocco di pietra, ma asfissiato dai gas del Vesuvio

Il cantiere di scavo nella Regio V a Pompei ha restituito la testa del fuggiasco di cui si erano trovati il torace e gli arti
Aveva cercato di mettersi in salvo dalla furia eruttiva del Vesuvio con un piccolo tesoretto di monete che gli avrebbero permesso di rifarsi una vita lontano da Pompei. Non ci riuscì. Ma non trovò la morte schiacciato da un grosso blocco di pietra, bensì asfissiato dai gas venefici del flusso piroclastico. A distanza di poche settimane dalla scoperta dei resti di uno scheletro all’incrocio tra il vicolo delle Nozze d’Argento e il vicolo dei Balconi, il prosieguo delle ricerche hanno riportato alla luce la testa del fuggiasco, la prima delle vittime emerse nel cantiere dei nuovi scavi della Regio V a Pompei, facendo capire meglio le cause della morte dello sfortunato pompeiano. In una prima fase dello scavo sembrava che la porzione superiore del torace e il cranio, non ancora identificati, fossero stati tranciati e trascinati verso il basso da un blocco di pietra che aveva travolto la vittima: tale ipotesi preliminare nasceva dall’osservazione della posizione del masso rispetto al vuoto del corpo impresso nella cinerite (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/06/07/pompei-gli-affreschi-dai-vividi-colori-della-domus-dei-delfini-il-vicolo-dei-balconi-il-giardino-con-i-calchi-delle-radici-degli-alberi-del-79-d-c-fino-alle-iscrizioni-elettorali-e-al-pompeiano-i/). I resti scheletrici individuati consistono nella parte superiore del torace, arti superiori , cranio e mandibola. Attualmente in corso di analisi, presentano alcune fratture la cui natura sarà verificata, in modo da poter ricostruire con maggiore accuratezza gli ultimi attimi di vita dell’uomo.
“Il prosieguo delle indagini”, spiegano gli archeologi, “laddove erano emersi i primi resti scheletrici, ha portato alla luce la parte superiore del corpo, ubicata a quote decisamente più basse rispetto agli arti inferiori. La ragione di tale anomalia stratigrafica va ricercata nella presenza, al di sotto del piano di giacitura del corpo, di un cunicolo, presumibilmente di epoca borbonica, il cui cedimento ha portato al collasso e allo scivolamento di parte della stratigrafia superiore, ma non del blocco litico, ancora inserito nella stratigrafia originaria. La morte non è stata quindi presumibilmente dovuta all’impatto del blocco litico, come ipotizzato in un primo momento, ma da probabile asfissia dovuta al flusso piroclastico”.










































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