24 agosto: nell’anniversario della devastante eruzione del Vesuvio (79 d.C.) i social network del parco archeologico di Pompei hanno fatto rivivere quei terribili momenti con immagini evocative e le parole di Plinio il Giovane
24 agosto del 79 d.C. è la data in cui, dall’esito dell’analisi filologica di un passo della lettera di Plinio il Giovane a Tacito, si colloca convenzionalmente l’eruzione del Vesuvio, evento che portò alla devastazione di tutta l’area circumvesuviana. Oggi, 24 agosto 2018, 1939 anni dopo il tragico evento, per ricordare quel fatidico giorno, i social network del parco archeologico di Pompei hanno fatto rivivere ai propri utenti i terribili istanti dell’eruzione, attraverso una sequenza di immagini fortemente evocative ed il racconto di Plinio il Giovane contenuto nelle sue famose epistole. Il nostro cronista, Plinio il Giovane appunto, che, in quel momento, si trova a Miseno dallo zio, Plinio Il Vecchio, uomo di scienza e comandante della flotta romana, descrive nel dettaglio, nelle sue epistole, quella terribile esperienza e le ultime ore di vita del fratello della madre, così come gli vengono riportate dal racconto dei sopravvissuti.

Nell’incisione di Thomas Burke ispirata a un dipinto di Angelika Kauffmann rappresenta Plinio il Giovane rimproverato mentre era in atto l’eruzione del Vesuvio

L’eruzione del Vesuvio nell’olio su tela di Pierre Henri de Valenciennes oggi al Musee des Augustins a Tolosa
Ore 13, a Miseno… Ecco il racconto di Plinio il Giovane (Ep. VI). “[…] Il 24 Agosto, verso l’una del pomeriggio, mia madre attirò l’attenzione di mio zio su una nube di straordinaria forma e grandezza. […] Si elevava in alto, ma chi guardava da lontano non riusciva a precisare da quale montagna [si seppe poi che era il Vesuvio]: nessun’altra pianta meglio del pino ne potrebbe riprodurre la forma. […] Nella sua profonda passione per la scienza, mio zio stimò che si trattasse di un fenomeno molto importante e meritevole di essere studiato più da vicino. Pertanto, ordinò che si preparasse una liburnica, offrendomi, se volevo, la possibilità di andare con lui. Risposi che preferivo studiare: era stato egli stesso, infatti, ad assegnarmi qualcosa da scrivere. […] In gran fretta si diresse là, da dove gli altri fuggivano, navigando diritto tenendo il timone verso il luogo del pericolo con animo così impavido da dettare o annotare egli stesso ogni nuova fase e ogni aspetto di quel terribile flagello, come gli si veniva presentando allo sguardo. Oramai, quanto più si avvicinavano, la cenere cadeva sulle navi sempre più calda e più densa, vi cadevano ormai anche pomici e pietre nere, corrose e frantumate dal fuoco; poi, improvvisamente, si trovarono in acque basse e una frana della montagna impediva di accostarsi al litorale. Dopo una breve esitazione, indeciso se tornare indietro, al pilota che lo esortava a farlo, disse: “La fortuna aiuta gli audaci; drizza la prora verso la villa di Pomponiano a Stabiae!”. Questi si trovava a Stabia, dalla parte opposta del golfo […]. Pomponiano aveva trasportato sulle navi le sue masserizie, determinato a fuggire non appena si fosse calmato il vento contrario. Per mio zio invece questo era allora pienamente favorevole, cosi che vi giunge, lo abbraccia tutto spaventato com’era, lo conforta, gli fa animo, per smorzare la sua paura con la propria serenità, si fa calare nel bagno: terminata la pulizia prende posto a tavola e consuma la sua cena con un fare gioviale o, cosa che presuppone una grandezza non inferiore, recitando la parte dell’uomo gioviale”.
Il paesaggio intorno era da sempre pacifico, rigoglioso e nulla faceva sospettare la natura vulcanica di quella “montagna” e presagire quello che di terribile stava per accadere. Interessante, al proposito, l’affresco, in IV stile pompeiano, proveniente dal larario della Casa del Centenario, raffigurante “Bacco e il Vesuvio” (68-79 d.C.), oggi conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli: il vulcano domina quel mondo che non sembra conoscere paure. Improvvisamente, invece, il vulcano si sveglia da un sonno durato oltre 1500 anni: il magma sale in superficie attraverso una serie di forti esplosioni. Una colonna eruttiva di gas, vapori e frammenti litici, in veloce ascesa, cresce progressivamente. Gli abitanti di Pompei e degli altri centri vicini assistono a questo spettacolo increduli, con un misto di curiosità e panico, mentre una pioggia di pietre e pomici bianche, sempre più fitta, si riversa sulle città. Ma riprendiamo il racconto di Plinio il Giovane: “Nel frattempo dal Vesuvio risplendevano in parecchi luoghi delle larghissime strisce di fuoco e degli incendi che emettevano alte vampate, i cui bagliori e la cui luce erano messi in risalto dal buio della notte. Egli, per sedare lo sgomento, insisteva nel dire che si trattava di fuochi lasciati accesi dai contadini nell’affanno di mettersi in salvo e di ville abbandonate che bruciavano nella campagna. Poi si abbandonò al riposo […]. Senonché il cortile da cui si accedeva alla sua stanza, riempiendosi di ceneri miste a pomice, aveva ormai innalzato tanto il livello che, se mio zio avesse ulteriormente indugiato nella sua camera, non avrebbe più avuto la possibilità di uscirne. Svegliato, viene fuori e si ricongiunge al gruppo di Pomponiano e di tutti gli altri […]. Infatti, sotto l’azione di frequenti ed enormi scosse, i caseggiati traballavano e, come se fossero stati sbarbicati dalle loro fondamenta, lasciavano l’impressione di sbandare ora da una parte ora dall’altra e poi di ritornare in sesto. D’altronde all’aperto cielo c’era da temere la caduta di pomici, anche se erano leggere e corrose; tuttavia il confronto tra questi due pericoli indusse a scegliere quest’ultimo. In mio zio una ragione predominò sull’altra, nei suoi compagni una paura s’impose sull’altra. Si pongono sul capo dei cuscini e li fissano con dei capi di biancheria; questa era la loro difesa contro tutto ciò che cadeva dall’alto. Altrove era già giorno, là invece era una notte più nera e più fitta di qualsiasi notte, quantunque fosse mitigata da numerose fiaccole e da luci di varia provenienza. Si trovò conveniente di recarsi sulla spiaggia ed osservare da vicino se fosse già possibile tentare il viaggio per mare; ma esso perdurava ancora sconvolto ed intransitabile”.

L’ultimo giorno di Pompei nell’olio su tela di Karl Brjullov conservato all’Ermitage di San Pietroburgo
Plinio il Giovane, nella sua ricostruzione drammatica di quei momenti, giunge alla descrizione della morte dello zio. “Colà, sdraiato su di un panno steso a terra, chiese a due riprese dell’acqua fresca e ne bevve. Poi delle fiamme ed un odore di zolfo che preannunciava le fiamme spingono gli altri in fuga e lo ridestano. Sorreggendosi su due semplici schiavi riuscì a rimettersi in piedi, ma subito stramazzò, da quanto io posso arguire, l’atmosfera troppo pregna di cenere gli soffocò la respirazione e gli otturò la gola, che era per costituzione malaticcia, gonfia e spesso infiammata. Quando riapparve la luce del sole (era il terzo giorno da quello che aveva visto per ultimo) il suo cadavere fu ritrovato intatto, illeso e rivestito degli stessi abiti che aveva indossati: la maniera con cui si presentava il corpo faceva più pensare ad uno che dormisse che non ad un morto”.
I canali social del Parco, in continua crescita di numeri ed interazione, rappresentano la piattaforma principale per la promozione e la quotidiana comunicazione di notizie e curiosità che riguardano Pompei e i siti vesuviani di Oplontis, Stabiae e Boscoreale, luoghi che oggi, a centinaia di anni dalla loro scoperta, ancora riservano importantissime novità grazie ai recenti e sensazionali rinvenimenti che continuano ad affiorare dai lapilli di quella tragica eruzione.
Pompei. Restaurate le tombe della necropoli di Porta Stabia che presto sarà aperta al pubblico. Nella Tomba B trovati resti del rogo funebre e l’obolo di Caronte. Nella Tomba A la porta in bronzo è ancora funzionante dopo duemila anni
Ve lo ricordate l’annuncio l’anno scorso? Il direttore generale di Pompei, Massimo Osanna, l’aveva definita la più importante scoperta archeologica a Pompei negli ultimi decenni: “Trovata a Pompei la tomba del “princeps”, Gnaeus Alleius Nigidius Maius, il più famoso impresario di spettacoli gladiatori dell’area vesuviana, con la più lunga iscrizione mai trovata nella colonia romana, che svela i retroscena della più grave rissa mai registrata nell’anfiteatro pompeiano (episodio che costrinse l’imperatore Nerone a sospendere gli spettacoli a Pompei)” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/07/27/eccezionale-scoperta-fuori-porta-stabia-a-pompei-trovata-la-tomba-monumentale-in-marmo-del-princeps-il-piu-famoso-impresario-di-spettacoli-gladiatori-con-la-piu-lunga-iscrizione-m/). Ebbene, lungo la via Stabiana, immediatamente fuori l’omonima porta di accesso alla città antica, in un’area adiacente alla tomba monumentale di Gnaeus Alleius Nigidius Maius, alla fine del 2017 sono stati avviati interventi di restauro e valorizzazione di altre due monumenti funebri. Si tratta di due tombe a camera denominate “Tomba A” e “Tomba B” già scavate nel 2001 e ubicate in uno spazio delimitato da un marciapiede e da muretto in opera reticolata parzialmente rivestito di intonaco. “Le indagini archeologiche presso la necropoli di Porta Stabia”, spiegano in soprintendenza, “forniscono nuovi elementi utili a comprendere la complessa articolazione spaziale di quest’ area di Pompei, che presto sarà restituita alla pubblica fruizione”.

L’anello d’oro con teste di serpente scoperto dalla pulizia del basolato della via Stabiana a Pompei
L’obiettivo degli scavi puntava a rimettere in luce e a documentare il percorso stradale della via Stabiana. Il basolato stradale infatti era interamente ricoperto da uno spesso strato di accumulo alluvionale che ha restituito una grande quantità di reperti ceramici, in vetro come unguentari e pedine ma anche un anello d’oro con teste di serpente affrontate e con occhi in pasta vitrea. La rimozione di questo strato di accumulo ha rivelato a Sud della tomba A una struttura muraria non finita, di forma sub-quadrata. Queste evidenze sono verosimilmente pertinenti ad una terza tomba rimasta incompleta a seguito dell’abbandono del cantiere, come indicherebbero i blocchi di tufo e lava rinvenuti nelle immediate vicinanze e pronti per essere impiegati nella costruzione, ed anche un cumulo di schegge di lava e blocchetti. Ma vediamo meglio quanto emerso dal restauro delle tombe note della necropoli di Porta Stabia.
La tomba B, di forma rettangolare, costituita da due filari di blocchi parallelepipedi di calcare bianco, aveva probabilmente un coronamento a forma di ara. L’interno, intonacato, presenta su tre lati nicchie di forma rettangolare, mentre sul quarto si accede alla camera. Al momento degli interventi di restauro all’interno della camera sepolcrale, che si presentava in condizioni di elevato degrado, si scoprì che solo quattro delle nove urne fittili murate nelle due banchine lungo i lati della camera erano state precedentemente svuotate, probabilmente durante le esplorazioni ottocentesche che portarono alla spoliazione del rivestimento calcareo della parte superiore della tomba e all’asportazione delle urne di vetro nelle nicchie. Delle 5 urne non precedentemente svuotate, due hanno restituito le ceneri dei defunti, mentre altre due contenevano i resti dell’ustrinum (rogo funebre) quali balsamari in vetro deformati dal calore, e in un caso una moneta posta come obolo carontis. “I resti antropologici – fanno sapere in soprintendenza – sono attualmente in corso di studio da parte di Henri Duday. Alcune urne conservavano il coperchio posto a chiusura ma in posizione capovolta. Sul pavimento in cocciopesto è stato ritrovato anche un condotto fittile per le libagioni in onore dei defunti che avevano luogo durante le varie festività; il condotto era chiuso da un elemento in marmo”.

Il titulus pictus (graffito) posto sopra la porta della Tomba A della necropoli di Porta Stabia a Pompei
La tomba A è una struttura di forma quasi quadrata costituita da un alto basamento di blocchi parallelepipedi in tufo grigio uniti tra loro da grappe metalliche (almeno sul lato settentrionale), su cui poggiava la copertura, costituita da una serie di piccoli gradini di terra, pietre laviche, schegge di calcare e malta, di cui almeno quello inferiore era ricoperto da lastrine rettangolari di marmo bianco, alcune delle quali ancora conservate in situ. All’interno della camera sepolcrale vi sono delle nicchie ricavate sui tre lati del muro in laterizio. Al momento dello scavo condotto nel 2001 furino rinvenute due urne cinerarie in vetro con coperchio; la tomba conteneva inoltre due colombe in vetro soffiato e una brocca di piccole dimensioni. L’accesso alla tomba è situato sul lato meridionale ed è chiuso da una porta in calcare sulla quale sono leggibili due tituli picti. “La porta, che presenta all’esterno un anello in ferro e un sistema di chiusura sulla parte interna in bronzo, e cardini in bronzo, era chiusa al momento dello scavo ed è stata aperta per i lavori di restauro, mostrando il perfetto funzionamento, a duemila anni di distanza, del sistema di chiusura romano. Sulla parte superiore della porta è presente un’iscrizione, un titulus pictus, che riporta “Iarinus Expectato / ambaliter unique sal(utem) / Habito sal(utem)” “Iarinus saluta Expectato, amico per sempre; saluti a Habito”. Sopra il nome di Habito qualcuno disegnò un fallo”.
A tu per tu con gli artisti delle tombe della Valle dei Re e delle Regine nel villaggio di Deir el-Medina. Nella mostra a Jesolo “Egitto. Dei, faraoni, uomini” l’eccezionale ricostruzione della tomba di Pashed, caposquadra degli artigiani all’epoca di Ramses II

Il logo della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” che Jesolo ospita dal 26 dicembre 2017 al 15 settembre 2018: prorogata al 30 settembre 2018
Il nostro viaggio alla scoperta dell’Antico Egitto sta per concludersi. Abbiamo attraversato il Mediterraneo incrociando le navi di quei popoli che trafficavano con la terra dei faraoni. Abbiamo solcato il Nilo ammirando le grandi città che erano sorte lungo le sue sponde. Abbiamo fatto la conoscenza con i signori di queste terre, i faraoni, e con le divinità che sovrintendevano a questo mondo. Infine, con gli imbalsamatori, ci siamo inoltrati nel mondo dell’aldilà, il regno di Osiride. È tempo di conoscere chi ha permesso agli antichi egizi di raggiungere nel modo migliore l’Oltretomba, con la realizzazione di tombe che nella maggioranza dei casi sono anche dei capolavori artistici: stiamo parlando degli artigiani specializzati in grado di esaudire i desiderata dei loro committenti. Siamo nella sesta sala della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” aperta non più fino al 15 ma fino al 30 settembre 2018, nello Spazio Aquileia di Jesolo: un viaggio nello spazio e nel tempo che ti porta a tu per tu con la grande civiltà del Nilo.
Le tombe dei sovrani del Nuovo Regno furono costruite da manodopera specializzata che risiedeva nel villaggio circondato da mura di Deir el-Medina, sulla riva occidentale del Nilo, di fronte alla città di Luxor, in una piccola valle del deserto roccioso. L’attuale nome arabo significa “il monastero della città”, retaggio dell’occupazione copta che trasformò il tempio della dea Hator in un luogo sacro al cristianesimo. Ma il villaggio, come suggerito dai dati archeologici, risale al tempo del faraone Thutmosi I (1504 – 1492 a.C.), e si sviluppò notevolmente 150 anni più tardi con Horemheb (1323 – 1245 a.C.), quando aumentò vistosamente il numero degli artigiani richiesti dalle nuove tecniche decorative applicate alle tombe reali. Il sito fu poi abbandonato sotto il regno di Ramses XI (1099 – 1069 a.C.), ma non venne meno il suo valore sacro, come dimostrano i riusi di tombe e l’occupazione copta.
Il villaggio di Deir el-Medina in età ramesside era fiancheggiato ad Ovest, sul crinale roccioso, dalla necropoli principale, e a Est, sul pendio della collina di Gurnat Murrai, da un altro cimitero, probabilmente secondario. Qui vissero gli artigiani impiegati nella costruzione delle tombe reali nelle vicine valli dei Re e delle Regine. Il villaggio era chiamato dai suoi abitanti in diversi modi: pa-demi (“il villaggio”), set-maat (“il luogo della Verità”), o ancora pa-kher (“la necropoli”), espressioni che indicavano le necropoli reali, includendo il villaggio come unità amministrativa.

Un dettaglio delle pareti affrescate della tomba di Pashed ricostruita a Jesolo (foto Graziano Tavan)
“Gli artigiani chiamati a realizzare le monumentali sepolture della XVIII, XIX e XX dinastia, facevano parte della cosiddetta Squadra della Tomba”, spiega l’egittologa Elisa Fiore Marochetti. “La squadra era divisa in due equipaggi, chiamati di destra e di sinistra, secondo delle modalità mutuate dalla nautica. Ogni equipaggio era comandato da un capo, designato dal visir o dal re stesso su sua proposta. Il caposquadra rappresentava la squadra dinanzi alle autorità, doveva sorvegliare il lavoro degli operai ed era incaricato di distribuire loro le razioni di cibo, che costituivano la paga. Si occupava dell’attrezzatura e dei materiali necessari ai lavori. Presiedeva inoltre le questioni legali nella corte, dirimeva le dispute. Conosciamo il nome di almeno 31 capisquadra dalla XIX alla XXI dinastia, cioè in un arco di tempo di 270 anni. Tra questi capisquadra a noi noti c’è Pashed, il cui nome significa il Salvatore, il quale visse nel XIII secolo a.C. Pashed – continua Marochetti – fu caposquadra dell’equipaggio di sinistra durante la prima parte del regno di Ramses II (XIX dinastia). La carica di caposquadra in realtà l’assunse in età avanzata, dopo essere stato Servitore della sede della Verità dell’Ovest, un lungo titolo per dire che aveva iniziato come artigiano a Deir el-Medina; e prima ancora, Servitore nel recinto di Amon nella città meridionale, cioè Tebe”.
Pashed possedeva una tomba al limite del villaggio (quella che oggi conosciamo come la Tomba 3), e una seconda cappella (la numero 326). La tomba affrescata di Pashed fu individuata nel 1834 da un gruppo di soldati di leva dell’esercito egiziano: quindi ben settant’anni prima che il grande egittologo italiano Ernesto Schiaparelli portasse alla luce – era il 1905 – il villaggio di Deir el-Medina. La ricostruzione di quella tomba, che l’artista scozzese Robert Hay visitò subito dopo la scoperta nel 1834 e ne riportò su tavole di disegno le ricche pareti affrescate, è ora possibile vederla nella mostra di Jesolo.

L’archeologa Francesca Benvegnù dentro la tomba di Pashed, ricostruita a Jesolo (foto Graziano Tavan)
“La ricostruzione della tomba di Pashed, presentata da Cultour Active”, spiega l’archeologa Francesca Benvegnù, “è un vero e proprio capolavoro, progettato e realizzato dalle mani sapienti di Gianni Moro, artigiano di Motta di Livenza (Tv) che ha lavorato accanto a egittologi del Cairo e del museo Egizio di Torino. Essa riproduce fedelmente, con una struttura di 5 metri per 2,50 metri, la camera sepolcrale, il relativo corridoio di accesso e i minuziosi dipinti nelle pareti, rinvenuti nella necropoli di Deir el-Medina. Dal corredo funerario rinvenuto nella sua sepoltura si conservano un papiro-libro dei morti oggi al British Museum di Londra, una stele al museo del Cairo e un rilievo al museo Egizio di Firenze“.

La volta della tomba di Pashed con le formule in geroglifico del LIbro dei Morti (foto Graziano Tavan)
Nella mostra di Jesolo una gigantografia riproduce l’ambiente e l’ingresso della tomba di Pashed a Deir el-Medina, cosicché il visitatore ha l’impressione/emozione di trovarsi proprio nel villaggio degli artisti dei faraoni e di varcare la soglia che porta alla tomba. A questo punto – come fanno notare gli archeologi che curano le visite guidate – bisogna immaginare di scendere una ripida scala (che ovviamente non poteva essere riprodotta nel contenitore jesolano) la quale porta all’appartamento sotterraneo. “Dopo un’anticamera non decorata”, chiarisce Benvegnù, “si accede alla camera sepolcrale con le pareti in mattoni crudi rivestiti di stucco e dipinti a tempera”. È questa piccola meraviglia che abbiamo la possibilità di ammirare a Jesolo. La tomba è famosa non solo per i suoi colori vivaci e brillanti, ma anche per il contenuto spirituale e religioso delle formule del Libro dei Morti, illustrate nella volta della tomba, dove “si allude alla unione di Osiride e Ra – spiega Marochetti – secondo una concezione religiosa funeraria che si afferma tra la fine della XVIII e l’inizio della XIX dinastia”.

Pashed rappresentato nella sua tomba inginocchiato sotto una palma dum beve l’acqua del Nilo (foto Graziano Tavan)
La tomba è decorata con magnifiche pitture parietali che raffigurano il viaggio dell’artigiano verso l’Aldilà e Osiride, ma anche scene domestiche dove il defunto è rappresentato con sua moglie, i figli, i nipoti, suoceri e perfino gli amici più cari. “Nella tomba sono ben rappresentati i genitori di Pashed, Menna e Huy”, fa notare Benvegnù. “Con loro c’è un altro artigiano, Nefersekheru, forse amico di Menna. Sulla parete Nord possiamo vedere la figlia di Pashed. È ritratta nuda, ha la treccia tipica delle bambine. È raffigurata ai piedi del padre in atto di adorazione. Il titolare della tomba lo troviamo inginocchiato sotto una palma dum, mentre beve l’acqua del Nilo: un gesto simbolico, come fa capire il capitolo 62 del Libro dei Morti, contenuto nel testo in geroglifico che vediamo alle sue spalle, dove è spiegata la formula per bere l’acqua nell’Aldilà”.
(6 – continua; precedenti post 12 e 17 aprile, 23 maggio, 22 giugno, 5 luglio 2018)
A Venezia la mostra “Idoli. Il potere dell’immagine”, terzo grande evento della Fondazione Giancarlo Ligabue: una finestra sulla “rivoluzione neolitica” e la raffigurazione umana, un viaggio nel tempo e nello spazio con oltre 100 opere tra Occidente e Oriente, dalle porte dell’Atlantico fino ai remoti confini dell’Estremo Oriente, tra il 4000 e il 2000 a.C.

La locandina della mostra “Idoli. Il potere dell’immagine” a Venezia dal 15 settembre 2018 al 20 gennaio 2019
Un mese. Manca solo un mese alla grande mostra “Idoli. Il potere dell’immagine”, la terza in tre anni della Fondazione Giancarlo Ligabue, che dal 15 settembre 2018 al 20 gennaio 2019 aprirà a Venezia, a Palazzo Loredan, una finestra sulla “rivoluzione neolitica” e la raffigurazione umana, un viaggio nel tempo e nello spazio con oltre 100 opere tra Occidente e Oriente, dalla penisola Iberica alla Valle dell’Indo, dalle porte dell’Atlantico fino ai remoti confini dell’Estremo Oriente, dal 4000 al 2000 a.C. L’alba della civiltà. Fin dalla preistoria l’uomo ha sentito la necessità di rappresentare la figura umana: con i graffiti e le pitture murali, ma anche in forma tridimensionale. Da quei lontanissimi tempi, fin dall’età paleolitica, ci è giunta un’immensa quantità di statuette realizzate in diversi materiali riproducenti tratti umani. Quale fosse il loro significato – valore simbolico, religioso o di testimonianza, espressione di concetti metafisici, funzione rituale o “politica” – e quali soggetti realmente rappresentassero, rimane ancora un mistero. La mostra “Idoli” (dal greco eídolon, immagine) – promossa dalla Fondazione Giancarlo Ligabue, istituita nel 2016 da Inti Ligabue, e curata da Annie Caubet, conservatrice onoraria del Musée du Louvre – ci propone il primo tentativo di confronto dall’Oriente all’Occidente, di opere raffiguranti il corpo umano del 4000-2000 a.C. Attraverso 100 straordinari reperti – alcuni eccezionali per l’importanza storico-scientifica e la rarità – e grazie ad un apparato didattico coinvolgente, sarà possibile percorrere un ampio spazio geografico, che si estende dalla penisola Iberica alla Valle dell’Indo, dalle porte dell’Atlantico fino ai remoti confini dell’Estremo Oriente, in un’epoca di grande transizione, in cui i villaggi del Neolitico si evolvono a poco a poco nelle società urbane dell’Età del Bronzo.

Inti Ligabue, presidente della Fondazione Ligabue, con Annie Caubet, curatrice della mostra “Idoli”, tra il prof. Stefano De Martino, dell’università di Torino (a sinistra) e Alessandro Marzo Magno, direttore del Ligabue Magazine, alla presentazione della mostra (foto Graziano Tavan)
“È questa la mostra che segna il coronamento di una prima fase importante dell’attività della nostra Fondazione, una maturazione e un passo avanti sostanziali”, interviene Inti Ligabue alla presentazione dell’esposizione. “Ognuna delle esposizioni finora realizzate è stata un’avventura, in termini di conoscenza, organizzazione e ideazione, ma soprattutto sul piano umano e personale. Condividere nuclei importanti della Collezione Ligabue con il pubblico ha significato ripercorrere, con finalità nuove e sotto una luce diversa, la storia collezionistica della nostra famiglia e le ricerche condotte per tanti anni da mio padre, con il Centro Studi da lui fondato, aggiornando e approfondendo gli studi grazie a curatori e comitati scientifici prestigiosi, rivivendo le emozioni di tante missioni, ma anche acquisendo nuove conoscenze e indagando nuovi modi di “conoscere e far conoscere”. In tre anni dunque, tre grandi mostre e altrettanti focus sull’attività scientifica e sulle conoscenze archeologiche, paleontologiche e antropologiche sviluppate da Giancarlo Ligabue e dai tanti studiosi e Istituzioni che lo hanno affiancato. “Con l’esposizione “Il mondo che non c’era” sull’arte precolombiana – continua – abbiamo indirettamente dato conto di numerose spedizioni compiute in Centro e Sud America e di culture e popoli che ancora attendono un riscatto da parte della Storia e del mondo occidentale. Con “Prima dell’Alfabeto. Viaggio alle origini della scrittura in Mesopotamia” abbiamo ripercorso una delle avventure più affascinanti della storia dell’uomo, rendendo evidente il grande valore culturale di quell’infinità di segni che fin da piccolo io stesso guardavo, senza comprendere, impressi sulle tavolette di argilla e sui piccoli sigilli che papà collezionava con straordinario interesse. Ora, con questa mostra andando a ritroso nel tempo, affrontiamo un’altra “via di Damasco dell’Umanità” e ripercorriamo un’altra straordinaria avventura umana: quella della traduzione visiva, attraverso singolari opere scultoree, delle concezioni metafisiche elaborate dall’uomo in un’epoca di grande transizione e di sconvolgente evoluzione della società. Dal 4000 al 2000 a.C., di pari passo con l’imporsi della scrittura e con la rivoluzione urbana e tecnologica, si sviluppano e si diffondono diverse visioni estetiche nelle rappresentazioni tridimensionali e antropomorfiche delle “Idee”, che spesso percorrono distanze geografiche impensabili. È una rivoluzione epocale”.

Figura steatopigia in basalto del IV millennio a.C. proveniente dall’Arabia Saudita e conservata in una collezione privata di Londra
Era stato proprio Giancarlo Ligabue, in uno dei suoi ultimi studi, ad affrontare questo tema affascinante. “L’ipotesi che il Dio padre di tutte le religioni monoteiste fosse stato in origine una Dea Madre iniziò a delinearsi dopo la scoperta delle prime veneri paleolitiche, dove il corpo femminile era sentito come centro di forza divina. Proprio in quel momento, tra paleolitico medio e superiore, si pensa si siano verificati nello spirito e nella coscienza dell’uomo, determinati mutamenti di struttura della psiche. Alla fase dell’inconsapevolezza si contrappone una sorta di pulsione che gli specialisti oggi attribuiscono ad un rapido evolvere della coscienza. Nasce un concetto di religiosità. L’uomo aveva scoperto di avere un’anima”. Gli albori della cultura figurativa antropomorfa – spiega Inti Ligabue -, i miti fondativi dell’umanità, la rappresentazione del potere, sia esso di fecondazione, divino o eroico: c’è tutto questo nella mostra “Idoli”. Un viaggio unico e irripetibile che ci conduce alle origini delle raffigurazioni del corpo umano: dalle prime immagini ancora ambigue e dalla dubbia interpretazione, nell’età neolitica, alla loro evoluzione nell’età del Bronzo. Un viaggio che, valicando montagne, superando steppe e deserti, attraversando mari e oceani, rivela connessioni trasversali, comunanze di sentire e contatti in territori distantissimi.

La cosiddetta “Venere Ligabue”, star della mostra, in clorite, capolavoro della Civiltà dell’Oxus (2200-1800 a.C.), proveniente dall’Iran Orientale: fa parte della Collezione Ligabue
La cosiddetta “Rivoluzione neolitica” è epocale: segna il passaggio da clan e tribù a società più complesse, vede l’avvento di nuove tecnologie e della lavorazione dei metalli, l’affermarsi delle prime forme di scrittura in diversi centri, l’avvio di reti commerciali e dei relativi traffici anche tra popoli molto distanti, che in tal modo intensificano i rapporti e gli scambi di merci e materiali, di idee e forme espressive. In questo contesto si collocano le misteriose rappresentazioni della figura umana che saranno esposte a Venezia, di cui quattordici appartenenti alla Collezione Ligabue, le altre provenienti da collezioni private internazionali e da importanti musei europei: l’Archäologische Sammlung-Universität Zürich, l’Ashmolean Museum of Art and Archaeology– University of Oxford, il Musées Royaux d’Art et d’Historie di Bruxelles, il Monastero abbaziale Mechitarista dell’isola di San Lazzaro degli Armeni a Venezia, il Badisches Landesmuseum Karlsruhe, il MAN-Museo Arqueológico nacional di Madrid, il Polo Museale della Sardegna–Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, i Musei Civici Eremitani di Padova, il Cyprus Museum a Nicosia e il Musée d’Archéologie Nationale et Domaine National de Saint-Germain-en-Laye. “Dapprima – spiegano i curatori – saranno quasi esclusivamente figure femminili, poi con l’affermarsi di società sempre più strutturate, saranno soprattutto gli uomini a divenire protagonisti: dei, sovrani, eroi. Sarà sorprendente vedere come, in parti del mondo tra loro lontanissime, si affermino tradizioni e forme di rappresentazioni simili o si ritrovino materiali necessariamente giunti da paesi distanti, eppure già in relazione tra loro: l’ossidiana della Sardegna e dell’Anatolia, i lapislazzuli importati dall’Afghanistan, l’avorio ottenuto dalle zanne degli ippopotami dell’Egitto o delle Coste del Levante”.

Suonatore d’arpa cicladico in marmo dell’Antico Cicladico II (2600-2400 a.C.), proveniente da Thera (Santorini) e conservato al Badisches Landesmuseum Karlsruhe
La mostra prende in esame gli idoli da un punto di vista estetico, a partire tuttavia da una solida base storica e archeologica, che si amplia ulteriormente nel catalogo dell’esposizione (Skira) grazie al contributo di esperti internazionali. Viene così proposto un confronto tra caratteri fissi e condivisi e aspetti variabili, visti dalla duplice angolazione dell’antropologia e dell’estetica. Tra i fattori comuni c’è la qualità artistica: “Gli individui che realizzarono quelle sculture – spiega la curatrice Caubet – erano artisti dotati di grande talento, che muovendosi tra il rispetto dei modelli tradizionali e la creazione innovativa, seppero comunque lasciare un segno”. Figure simili all’apparenza, rispondenti a codici iconografici analoghi, sono in realtà ciascuna un unicum nelle proporzioni, nei particolari, nel fascino, grazie al tocco dell’artista. L’esposizione a Palazzo Loredan, a Venezia, ci mostrerà – provenienti dalle Isole Cicladi, dall’Anatolia Occidentale, dalla Sardegna, ma anche dall’Egitto, dalla Spagna, dalla Mesopotamia o dalla Siria – le famose “Dee Madri” (raffigurazioni femminili particolarmente prospere nei seni e nei fianchi, simbolo forse del potere della Terra, della Maternità e della Fertilità), e gli idoli astratti e geometrici che tanto affascinarono gli artisti del Novecento: oppure i cosiddetti “isoli oculari” o idoli placca, nati dalla fascinazione esercitata dall’occhio come espressione della presenza spirituale, fino all’affermarsi nel Terzo millennio, nel corpo umano nelle sue forme naturali”. Non più solo esseri dall’identità ambigua, in particolare dal punto di vista del sesso (figure femminili androgine, presenza contemporanea di organi sessuali maschili e femminili, ecc.) né solamente espressione di principi divini, ma anche uomini mortali, reali – spesso colti in atteggiamento orante – e nuove divinità create a immagine dell’uomo. Quello che invece non cambia è il bisogno dell’individuo e della società di esprimere, con manufatti o con opere d’arte, le proprie paure, le proprie speranze, la propria fede.
Ferragosto 2018 a tutta archeologia: ecco l’elenco delle aperture garantite dal Mibact di parchi, aree e siti archeologici, necropoli e scavi
Ferragosto 2018 a tutta archeologia. Anche quest’anno, nel giorno di Ferragosto, il ministero per i Beni e le Attività Culturali aprirà ai visitatori il suo ricco patrimonio in cui parchi, aree e siti archeologici, necropoli e scavi fanno la parte del leone. Molti dei luoghi d’arte coinvolti, inoltre, animeranno il programma della giornata con eventi, concerti, mostre tematiche e suggestivi percorsi guidati. Sarà un’opportunità privilegiata per trascorrere un Ferragosto davvero speciale alla riscoperta della ricchezza culturale del nostro Paese. “Lo sforzo per garantire le aperture del 15 agosto è significativo e importante, soprattutto in relazione all’attuale situazione di oggettiva difficoltà di alcuni musei per carenza di personale e risorse”, spiega il neo Direttore Generale per la Valorizzazione del Patrimonio Culturale, Anna Maria Buzzi. “Ciò nonostante sarà assicurato il massimo impegno affinché, anche nel mese in cui è maggiore la presenza di turisti italiani e stranieri, si possa proseguire nel nostro compito di valorizzare i musei e le aree archeologiche, promuovendone una quanto più ampia e completa fruizione”. Per informazioni su orari di apertura è attivo un call center nazionale che risponde al numero verde 800991199, gratuito per chiamate da telefonia fissa effettuate dal territorio italiano. Il servizio è accessibile tutti i giorni dalle 9 alle 19.45.
ABRUZZO Museo “Paludi” di Celano (Aq), orario 8.30 -19; area archeologica di Amiternum a L’Aquila, 9-20; area archeologica di Alba Fucens di Massa d’Albe (Aq), 9-20; museo Archeologico nazionale “La Civitella” di Chieti, 9-20; museo Archeologico nazionale d’Abruzzo Villa Frigerj di Chieti, 9-20; parco archeologico di Iuvanum a Montenerodomo (Ch), 10-13 / 16-19; museo Archeologico nazionale d’Abruzzo a Campli (Te), 9-20.
BASILICATA Museo Archeologico nazionale di Metaponto a Bernalda (Mt), 9-22; area archeologica di Metaponto a Bernalda (Mt), 9-un’ora prima del tramonto; museo Archeologico nazionale “Domenico Ridola” di Matera, 9-22; museo Archeologico nazionale della Siritide a Policoro (Mt), 9-22; area archeologica di Siris – Herakleia di Policoro (Mt), 9-un’ora prima del tramonto; museo Archeologico nazionale dell’alta Val d’Agri a Grumento Nova (Pz), 9-22; area archeologica di Grumentum a Grumento Nova (Pz), 9-un’ora prima del tramonto; museo Archeologico nazionale del Melfese “Massimo Pallottino” a Melfi (Pz), 9-22; museo Archeologico nazionale della Basilicata “Dinu Adamesteanu” a Potenza, 9-22; museo Archeologico di Venosa (Pz), 9-22; parco archeologico di Venosa (Pz), 9-un’ora prima del tramonto.
CALABRIA Museo Archeologico di Amendolara (Cs), 9-19.30; museo Archeologico di Sibari (Cs), 9-19.30; parco archeologico del Cavallo a Sibari (Cs), 9-15; museo di Torre Cimalonga a Scalea (Cs), 9-19.30; parco archeologico di Scolacium a Borgia (Cz), 9-un’ora prima del tramonto; museo Archeologico di Scolacium a Borgia (Cz), 9-13; museo Archeologico nazionale di Crotone, 9-19.30; museo Archeologico e area archeologica di Capo Colonna (Kr), 9-13 / 15.30-19; museo nazionale e parco archeologico di Locri Epizefiri a Locri (Kr), 9-19.30; area archeologica di Monasterace Marina (Rc), 9-19.30; museo Archeologico nazionale Castello Normanno Svevo a Vibo Valentia, 9-19.30.
CAMPANIA Parco archeologico di Aeclanum a Mirabella Eclano (Av), 9-19; area archeologica del Teatro Romano di Benevento, dalle 9 del 15 agosto all’una del 16 agosto; museo Archeologico nazionale del Sannio Caudino e della torre antistante al Castello di Montesarchio (Bn), 9-22.30; museo e antiquarium “Antica Telesia” a San Salvatore Telesino (Bn), 8-20; museo Archeologico dell’antica Allifae – anfiteatro, mausoleo degli Acilii, foro romano, ad Alife (Ce), 8-23; museo Archeologico dell’antica Calatia a Maddaloni (Ce), 8.30-23; museo Archeologico dell’Antica Capua a Santa Maria Capua Vetere (Ce), 9-19; Mitreo di Santa Maria Capua Vetere (Ce), 9-un’ora prima del tramonto; Anfiteatro di Santa Maria Capua Vetere (Ce), 9-un’ora prima del tramonto; teatro romano e sala espositiva di Sessa Aurunca (Ce), 8-14; museo Archeologico dell’Agro Atellano a Succivo (Ce), 8.30-23; museo Archeologico di Teano (Ce), 8.30-19.30; Teatro Romano di Teanum Sidicinum a Teano (Ce), 10.30-18; museo Archeologico nazionale di Napoli, 9-19.30; parco e Tomba di Virgilio a Napoli, 9-14; area archeologica di Velia ad Ascea (Sa), 8.15-23; museo Archeologico nazionale di Paestum a Capaccio (Sa), 8.30-22.40; area archeologica di Paestum a Capaccio (Sa), 8.30-19.30; museo Archeologico nazionale di Eboli (Sa), 7.30-13.30; antiquarium ed area archeologica di Minori (Sa), 8-19.30; museo Archeologico nazionale di Pontecagnano (Sa), 9-19; area archeologica del teatro ellenistico romano e della necropoli monumentale a Nocera Superiore (Sa), 8.30-13.30; museo Archeologico di Sarno (Sa), 9-22.

Bronzetti votivi esposti nel museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto (foto Iago Corazza)
EMILIA ROMAGNA Museo nazionale Etrusco di Marzabotto e area archeologica a Marzabotto (Bo), 9-13 / 15-18.30, area archeologica fino alle 19; museo Archeologico nazionale Sarsinate a Sarsina (Fc), 13.30-18.30; museo Archeologico nazionale di Ferrara, 9.30-17, chiusura biglietteria alle 16.30; apertura straordinaria gratuita dalle 17.30 alle 24; area archeologica della città romana di Veleia a Lugagnano Val d’Arda (Pc), 9-19; basilica di Sant’Apollinare in Classe a Ravenna, 8.30-19.30; Battistero degli Ariani a Ravenna, 8.30-19.30; Mausoleo di Teodorico a Ravenna, 8.30-19; Palazzo di Teodorico a Ravenna, 8.30-13.30; museo nazionale di Ravenna, 8.30-19.30; area archeologica e villa romana di Russi (Ra), 12-22.
FRIULI VENEZIA GIULIA Area archeologica di Aquileia (Ud), 8.30-19; museo Archeologico nazionale di Aquileia (Ud), 8.30-19.30; museo Paleocristiano ad Aquileia (Ud), 8.30-13.45; museo Archeologico nazionale di Cividale (Ud), 8.30-19.
LAZIO Area archeologica di Cassino (Fr), 9-fino al tramonto; museo Archeologico nazionale di Cassino (Fr), 9-20; museo Archeologico nazionale di Formia (Lt), 8.30-19.30; Tomba di Cicerone di Formia (Lt), 10-13 / 15.30-18.30; comprensorio archeologico di Minturnae a Minturno (Lt), 8.30-19; area archeologica di Sperlonga (Lt), 8.30-20; museo Archeologico nazionale di Sperlonga (Lt), 8.30-20; museo Archeologico e scavi di Lucus Feroniae a Capena (Rm), 8.30-19.30; museo nazionale Cerite a Cerveteri (Rm), 8.30-19.30; necropoli della Banditaccia – tombe etrusche e museo a Cerveteri (Rm), 8.30-19.30; museo nazionale Archeologico di Civitavecchia (Rm), 8.30-19.30; Terme Taurine o di Traiano a Civitavecchia (Rm), visitabile su prenotazione Pro Loco tel. 0766 20299; museo delle navi romane di Nemi (Rm), 9-19; museo Archeologico nazionale di Palestrina (Rm), 9-20; area archeologica di Palestrina (Rm), 9-18; area archeologica di Veio -santuario etrusco di Apollo all’Isola Farnese – Portonaccio (Rm), 8-14; Villa dei Volusii a Fiano Romano (Rm), visitabile su prenotazione tel. 0765 459265; Pantheon a Roma, 9-13; Colosseo a Roma, 8.30 – 19.15; Foro Romano e Palatino a Roma, 8.30-13.30; museo nazionale d’Arte Orientale “Giuseppe Tucci” a Roma Eur, 9-19.30; museo nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari a Roma Eur, 9-20; museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, 8.30-19.30; Palazzo Massimo a Roma, 9-19.45; Palazzo Altemps a Roma, 9-19.45; Terme di Diocleziano a Roma, 9-19.45; Crypta Balbi a Roma, 9-19.45; Villa dei Quintili a Roma, 9-16.30; area archeologia di Malborghetto di Roma, 9-13 / 14.30-18.30; Mausoleo di Cecilia Metella a Roma, 9-16.30; Scavi di Ostia Antica (Rm), 8.30-19.15; Terme di Caracalla a Roma, 9-19.15; parco delle Tombe di via Latina a Roma, 9-17.30; museo nazionale dell’Alto Medioevo a Roma Eur, 9-14; Antiquarium di Pyrgi a Santa Marinella (Rm), 9-19; museo Antiquario del Canopo a Tivoli (Rm), 10-13.15 / 14.15-19; Villa Adriana a Tivoli (Rm), 9-19.30; area del foro e domus private della città romana di Volusii a Bolsena (Vt), 8-14; museo Archeologico di Vulci a Canino (Vt), 8.30-19.30; Forte Sangallo e museo Archeologico dell’Agro Falisco a Civita Castellana (Vt), 8-19.30; museo Archeologico nazionale di Tarquinia (Vt), 8.30-19.30; necropoli di Monterozzi (tombe etrusche) a Tarquinia (Vt), 8.30-19.30; area archeologica Madonna dell’Olivo a Tuscania (Vt), visitabile su prenotazione tel. 0761 436209; museo nazionale Archeologico di Tuscania (Vt), 8.30-19.30; area archeologica di Sutri (Vt), 8.30-13.30; museo nazionale Etrusco di Viterbo – Rocca Albornoz a Viterbo, 8.30-19.30; area archeologia Antica Città di Ferentum a Viterbo, 13-19; Tomba Francois a Vulci (Vt), visitabile su prenotazione tel. 0766 89298.
LIGURIA Museo Archeologico per la Preistoria e la Protostoria del Tigullo a Chiavari (Ge), 9-13.30; museo Preistorico dei “Balzi Rossi” a Ventimiglia (Im), 8.30-19.30; antiquarium di Nervia e Albintimilium a Ventimiglia (Im), 13-19; museo nazionale e sistema museale dell’antica città di Luni a Ortonovo (Sp), 8.30-19.30; villa romana del Varignano Vecchio a Portovenere (Sp), 13.30-19.30.
LOMBARDIA Parco nazionale delle incisioni rupestri di Capo di Ponte (Bs), 8.30-19.30; parco Archeologico nazionale Massi di Cemmo (Bs), 8.30-19; museo Archeologico nazionale della Valcamonica e Anfiteatro a Cividate Camuno (Bs), 8.30-14; villa romana e antiquarium di Desenzano del Garda (Bs), 8.30-19.30; Grotte di Catullo e Antiquarium a Sirmione (Bs), 9.30-18.30; villa romana di Toscolano Maderno (Bs), 8.30-19; villa tardo Romana e antiquarium di Palazzo Pignano (Cr), 8.30-14.30; museo Archeologico nazionale di Mantova, 8.30-13.30; parco archeologico di Castelseprio (Va), 9.30-18; area archeologica del Monsorino a Golasecca (Va), accesso libero.
MARCHE Museo Archeologico nazionale delle Marche ad Ancona, 8.30-19.30; museo Archeologico statale di Arcevia (An), 8.30-13.30; antiquarium statale di Numana (An), 8.30-19.30; area archeologica di Sassoferrato (An), 8.30-13.30; museo Archeologico statale di Ascoli Piceno, 8.30-19.30; museo Archeologico statale di Cingoli (Mc), 8.30-13.30; museo Archeologico statale di Urbisaglia (Mc), 8.30-13.30; Lapidario di Urbino, 8.30-19.20.
MOLISE Museo Sannitico di Campobasso, 9-18; parco archeologico di Villa Zappone a Larino (Cb), 8-14 (appuntamento); teatro romano di Altilia a Sepino (Cb), 9-18; complesso monumentale di S. Vincenzo a Volturno a Castel S. Vincenzo (Is), 8-14 / 15-20; museo archeologico di Santa Maria delle Monache a Isernia, 8-20; padiglione del museo del Paleolitico a Isernia, 8-20; area archeologica di Pietrabbondante (Is), 9.30-18.30; museo Archeologico di S. Chiara a Venafro (Is), 14.30-19.30.
PIEMONTE Area archeologica della città romana di Libarna a Serravalle Scrivia (Al), 8.30-13.30; area archeologica della città romana di Augusta Bagiennorum a Bene Vagienna (At), 10-18; area archeologica della città romana di Industria a Monteu da Po (To), 10-18; anfiteatro romano di Segusio a Susa (To), 10-18; museo di Antichità di Torino, 8.30-19.30.
PUGLIA Museo nazionale Archeologico di Altamura (Ba), 8.30-13.30; museo nazionale Archeologico di Gioia del Colle (Ba), 8.30-19.30; area archeologica di Monte Sannace a Gioia del Colle (Ba), 8.30-15; museo Archeologico nazionale “Jatta” a Ruvo di Puglia (Ba), 8.30-13.30; museo Archeologico di Palazzo Sinesi a Canosa di Puglia (Ba), 8.30-14.30; museo Archeologico di Egnazia a Fasano (Br), 8.30-19.30; area archeologica di Egnazia a Fasano (Br), 8.30-19.15; centro di documentazione Messapica di Oria (Br), 20-23; antiquarium di Canne della Battaglia a Barletta (Bt), 8.30-19.30; museo Archeologico nazionale di Manfredonia (Fg), 8.30-19.30; parco archeologico di Ascoli Satriano (Fg), 10-13 / 16-19; museo nazionale Archeologico di Taranto, 8.30-19.30.
SARDEGNA Museo Archeologico nazionale di Cagliari, 9-20; museo Archeologico nazionale “G. Asproni” di Nuoro, 9-14; Antiquarium Turritano di Porto Torres (Ss), 9-20; museo Archeologico “G.A. Sanna” di Sassari, 9-20.
TOSCANA Museo Archeologico nazionale “Gaio Clinio Mecenate” di Arezzo, 8.30-19.30; zona archeologica di Cortona (Ar), 8-14; museo Archeologico nazionale di Firenze, 8-19; area archeologica di Vetulonia a Castiglione della Pescaia (Gr), 10-19; area archeologica di Roselle a Grosseto, 8.30-19.30; antiquarium statale di Cosa a Orbetello (Gr), 9-19.30; museo Archeologico nazionale, Tomba del Leone in località Poggio Renzo e Tomba della Pellegrina in località Montebello a Chiusi (Si), museo 9-20, aperta solo la tomba della Pellegrina con visite alle una e alle 16.
UMBRIA Tempietto sul Clitunno a Campello sul Clitunno (Pg), 14-20; teatro romano e antiquarium a Gubbio (Pg), 10-19.30; Ipogeo dei Volumni a Perugia, 9-12.30 / 16.30-19; museo Archeologico nazionale dell’Umbria a Perugia, 8.30-19.30; museo Archeologico statale di Spoleto (Pg), 8.30-19.30; museo Archeologico di Orvieto (Tr), 8.30-19.30; necropoli etrusca del Crocifisso del Tufo a Orvieto (Tr), 8.30-19.30; area archeologica di Carsulae a Terni, 8.30-19.30.
VENETO Museo nazionale Atestino di Este (Pd), 8.30-19.30; museo Archeologico nazionale di Adria (Ro), 8.30-19.30; museo Archeologico nazionale di Fratta Polesine (Ro), 8.30-19.30; basilica paleocristiana e complesso tardo-antico a Concordia Sagittaria (Ve), 8.30-19.30; museo nazionale Concordiese di Portogruaro (Ve), 8.30-19.30; area archeologica a Nord del museo di Altino (Ve), 8.30-19.30; area archeologica a Est del museo di Altino (Ve), 8.30-19.30; museo Archeologico nazionale di Altino (Ve), 8.30-19.30; museo Archeologico di Venezia, 8.15-19.15.
VALLE D’AOSTA Museo Archeologico regionale di Aosta, 9-19; teatro romano di Aosta, 9-20; criptoportico forense di Aosta, 10.30-12.30 / 13.30-18.30; scavi archeologici di San Lorenzo ad Aosta, 9.30-12.30 / 14-18;
Con la mostra “Oikos. La casa in Magna Grecia e Sicilia” al museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria viaggio nel tempo attraverso la casa degli antichi greci, i suoi spazi, gli arredi, ma anche i suoi abitanti

La locandina della mostra “Oikos. La casa in Magna Grecia e Sicilia” al museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria
“Un affascinante viaggio nel tempo attraversando la casa greca, per conoscerne la distribuzione degli spazi, gli arredi, gli oggetti d’uso quotidiano comune, ma anche i suoi protagonisti, accolti dal benvenuto dei padroni di casa, con le donne affacciate alla finestra avvolte nei loro himatia”: nelle parole di Carmelo Malacrino, direttore del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria (MArRC) sta tutto il senso della mostra “Oikos. La casa in Magna Grecia e Sicilia”, aperta fino al 18 novembre 2018, a cura dello stesso Malacrino e dell’archeologo del MArRC, Maurizio Cannatà. Tra le attività di valorizzazione del MArRC, la mostra “Oikos” si inserisce nel programma delle celebrazioni del 2018, Anno Europeo del Patrimonio Culturale. “Il tema della casa e dell’abitare nel mondo greco antico (dall’età arcaica, VIII sec. a.C., all’età ellenistica, I sec. a.C.), in un percorso espositivo transmediale”, spiegano i promotori, “diventa il viatico per far conoscere e promuovere le tradizioni e il patrimonio culturale dell’Italia meridionale, rafforzando il senso di appartenenza alla comune identità europea mediterranea”.
Nel video postato su Youtube da Holly Reggio ben si coglie la valenza della mostra reggina “Oikos. La casa in Magna Grecia e Sicilia”, che presenta oltre 100 preziosi reperti, con prestiti dai musei Archeologici nazionali di Napoli e di Taranto, dal museo Archeologico regionale “Paolo Orsi” di Siracusa, dai parchi Archeologici di Paestum e dei Campi Flegrei e dal museo Archeologico dell’Antica Kaulon che fa riferimento al Polo museale della Calabria, esposti in un allestimento con strumenti multimediali. Attraverso pannelli didattici, ricostruzioni grafiche e digitali dell’architettura e degli ambienti e video in 3D di descrizione di momenti di vita quotidiana, i visitatori sono accolti nell’oikos, nella casa e nella famiglia degli antichi Greci.
Il filo conduttore è l’oikos, termine che “per i Greci era la casa intesa come spazio fisico di vita dei suoi abitanti e, al tempo stesso, la famiglia con i suoi beni e i suoi legami con il territorio”, spiega Malacrino. “Attraverso la scelta espositiva dell’allestimento abbiamo voluto ricreare le forme dell’abitare nel mondo greco antico. È un coinvolgente ritorno al passato, alle fonti delle nostre tradizioni di vita e di famiglia occidentale mediterranea. Varcata la soglia d’ingresso dell’oikos nel mondo magnogreco e siceliota – continua-, i visitatori saranno accompagnati alla scoperta delle abitudini di vita dei Greci d’Occidente, per comprendere il senso delle cose che oggi ci testimoniano quel tempo”. La ricostruzione grafica di una facciata contrassegna l’inizio del percorso, con la donna alla finestra avvolta nel suo himation raffigurata nella piccola ma preziosissima lekythos di Taranto, con uno sguardo misterioso, che invita a compiere un viaggio meraviglioso.
“La casa è per i Greci antichi l’espressione dell’identità della comunità dei suoi abitanti”, interviene Maurizio Cannatà, uno dei curatori della mostra. “E si evolve nel tempo a seconda di come cambia la società. Nella lingua greca non esiste un termine equivalente al latino familia. Esiste un unico termine, oikos. E ciò significa che rispetto ai legami di sangue prevale l’appartenenza al gruppo familiare, cellula base della società. Nel corso dei secoli, nel mondo greco antico in Calabria e in Sicilia, si modifica l’organizzazione strutturale degli spazi della casa, ma non cambia la funzione degli ambienti rispetto ai ruoli all’interno della famiglia. L’uomo, cittadino, politico, atleta e guerriero, vive nell’andron i momenti conviviali, delle relazioni esterne, nel simposio. La donna sovrintende ai lavori domestici e ha nel gineceo il suo regno indiscusso”.
Tra gli oltre cento reperti in mostra, spicca il celebre mosaico del drago dall’andron dell’omonima casa dell’antica Kaulon, giunto a Reggio Calabria – lo ricordiamo – in cambio della testa della Testa della Sfinge della Passoliera ora esposta al museo Archeologico nazionale di Kaulonia (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/08/10/la-testa-della-sfinge-della-passoliera-torna-per-la-prima-volta-a-casa-prestito-del-marrc-al-museo-dellantica-kaulon-dove-paolo-orsi-scopri-la-bellissima-scultura-in-terracotta-del-vi-sec/). Nel settore maschile della casa, dove – come detto – si tenevano i banchetti, troviamo il sontuoso cratere attico a figure rosse con scena di danza della collezione Sant’Angelo del museo Archeologico nazionale di Napoli. Mentre nel gineceo possiamo ammirare la splendida anfora del museo Archeologico regionale “Paolo Orsi” di Siracusa; il monumentale lebes gamikos, vaso a figure rosse attribuito al “Pittore di Afrodite” dal museo Archeologico nazionale di Paestum; e la pittura su marmo delle “Giocatrici di Astragali” da Ercolano: sono tutti elementi che rimandano al ruolo della donna, regina della casa per l’oikonomia domestica, e del gineceo, che rappresenta – parole di Vitruvio – “la sala in cui la padrona di casa lavora la lana insieme alle schiave addette a questa mansione”.
La testa della Sfinge della Passoliera torna per la prima volta a casa: prestito del MArRC al museo dell’antica Kaulon, dove Paolo Orsi scoprì la bellissima scultura in terracotta del VI sec. a.C. all’inizio del Novecento

La Testa della Sfinge della Passoliera esposta temporaneamente a Kaulonia, dove fu rinvenuta da Paolo Orsi
Lo sguardo enigmatico che si sublima in un sorriso ambiguo: quello della Sfinge della Passoliera, bellissima scultura in terracotta di età arcaica, la cui testa fu rinvenuta a Kaulonia (Reggio Calabria) agli inizi del Novecento dall’archeologo Paolo Orsi. Il prezioso reperto è normalmente esposto al MArRC, il museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria. Ma dal 10 agosto 2018 per la prima volta è esposta nel luogo dove è stata rivenuta un secolo fa, al museo Archeologico nazionale dell’antica Kaulon, su precisa richiesta del direttore del Polo museale della Calabria, Angela Acordon, e del direttore del museo di Kaulonia, Rossella Agostino. Ciò è stato possibile grazie a uno scambio istituzionale tra Polo museale della Calabria – museo Archeologico nazionale di Kaulonia e il MArRC: così mentre il mosaico pavimentale del Drago da Kaulonia va a Reggio Calabria tra i reperti esposti nella mostra “Oikos. La casa in Magna Grecia e Sicilia” (dal 10 agosto al 18 novembre 2018), la Testa della Sfinge della Passoliera rimane esposta a Kaulonia. La Testa della Sfinge fu rinvenuta, si diceva, da Paolo Orsi in fosse di scarico insieme a elementi architettonici pertinenti a un santuario extraurbano demolito già in antico, costituito da più edifici databili tra la fine VI e la prima metà V secolo a.C.. Parti di questi elementi architettonici caratterizzati dalla presenza di teste leonine dalla vivace policromia, oggi costituiscono un interessante settore espositivo del museo archeologico di Kaulonia che fa parte del Polo Museale della Calabria. La Testa, richiesta in prestito, è un bellissimo esempio di scultura in terracotta, policroma – forse, elemento decorativo forse, offerta votiva – databile alla seconda metà del VI secolo a.C. che ha sempre affascinato i visitatori del museo reggino fin dai tempi della sua prima esposizione. La sua importanza e il legame con il sito della Passoliera già documentato, nell’esposizione museale cauloniate, per il direttore Acordon costituiscono un’opportunità importante per poter ammirare un reperto mai esposto nel territorio in cui fu rinvenuto. L’esposizione della sfinge sarà supportata nei mesi della durata del prestito da iniziative ed attività collaterali curate dalla direzione del museo.
Rassegna CinemAMoRe, il film sulla mummia del Similaun apre a Sfruz il cartellone di agosto con temi di Archeologia, Montagna e Religioni. Appuntamenti a Vigolo Vattaro, Arco, Pomarolo e Brentonico

La rassegna CinemAMoRe raccoglie i migliori film dei tre festival tematici del Trentino su Archeologia, Montagna e Religioni
Con l’appuntamento di mercoledì 8 agosto 2018 alle 20.30 a Sfruz, con la mummia del SImilaun e il piccolo dittatore, si inaugura il cartellone d’agosto della rassegna CinemAMoRe, circuito estivo che mette in rete, fino alla fine di settembre, i tre maggiori Festival Internazionali del Trentino: per la prima volta Sfruz e Vigolo Vattaro presenteranno le proposte del mese di agosto sui temi rispettivamente di “Storie e Storia” e “Avventure”, declinati nei documentari della Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto, del Trento Film Festival, e del Religion Today Film Festival di Trento. Tipico villaggio alpino, Sfruz è tra i più elevati della Val di Non, posto su di un altopiano tra il Monte Roen e il Corno di Tres. Le sue antiche origini sono confermate dagli scavi archeologici che hanno portato alla luce alcune tipiche tombe romane a tegoloni. Vigolo Vattaro (725 metri slm) è il centro più grande dell´altopiano della Vigolana, a pochi chilometri da Trento e dal lago di Caldonazzo. Le sue origini vengono attribuite all’età del Bronzo e confermate dalla Via Claudia Augusta, strada romana costruita per congiungere la Valsugana alla valle dell’Adige: la. La posizione è strategica, sul valico tra la Vigolana e la Marzola e nel periodo rinascimentale, per difendere il borgo, fu costruito il Castello di Vigolo. Grande riscontro di pubblico per gli appuntamenti fin qui proposti nei filoni individuati da Tommaso Bonazza e Anna Formilan per conto del Coordinamento promosso dall’assessorato alla Cultura della Provincia Autonoma di Trento, che colgono interessanti unità tematiche ripercorrendo gli archivi e i differenti ambiti e macro-temi che contraddistinguono singolarmente i tre Festival (Archeologia, Montagna, Religioni) e le diverse sensibilità e visioni dei documentaristi da tutto il mondo, a Trento, Lavarone, Lagolo.
Mercoledì 8 agosto 2018, alle 20.30, appuntamento nella sala Cav. Livio Biasi del municipio di Sfruz dove si propongono i documentari The little Dictator, del Religion Today e Iceman rinato, della Rassegna del Cinema Archeologico sulla Mummia del SImilaun. The Little Dictator (RT) di Nurith Cohn (Israele, 2015; 29′). Yossi Kleinmann, un grigio professore di storia ferrato sui leader politici dei regimi totalitari, si sente incompreso sia dai suoi studenti che da una moglie dispotica. Un fine settimana, alla festa per il 90° compleanno della nonna di sua moglie, sopravvissuta all’Olocausto, Yossi si trova in una situazione surreale che lo costringe a confrontarsi con se stesso e con la sua famiglia. Iceman Reborn / Iceman rinato (A) di Bonnie Brennan (Usa, 2016; 52’). Ucciso più di 5000 anni fa, Ötzi – l’uomo dei ghiacci – è la più antica mummia naturale europea. Miracolosamente preservata nel ghiacciaio, i suoi notevoli resti intatti continuano a fornire agli scienziati, agli storici e agli archeologi scoperte dirompenti su un periodo cruciale nella storia dell’umanità. All’artista e paleo-scultore Gary Staab è stata data la possibilità di accedere nel rifugio ghiacciato dove Iceman è custodito con il compito di realizzare una sua replica esatta.
Nel teatro parrocchiale di Vigolo Vattaro il 31 agosto 2018 alle 20.45, tre film: Operazione Comando del Religion Today, Frozen Road del Trento Film Festival e Eratostene della rassegna del Cinema Archeologico. Operation Commando / Operazione Commando (RT) di Jan Czarlewski (Svizzera, 2016; 17′). Due fratelli in un campo estivo vengono separati e assegnati a due gruppi nemici. “Operation Commando” racconta la storia di un primo tradimento. Esplora il fascino, la fragilità e la durezza dei bambini e mostra l’influenza che il gruppo può avere sull’individuo. The Frozen Road (TFF) di Ben Page (Regno Unito, 2017; 24′). Spinto dall’affermazione di Jack London, che “ogni uomo che sia un uomo può viaggiare da solo”, il regista ha cercato un’avventura in perfetta solitudine. The Frozen Road è una riflessione sul viaggio in solitaria; sulla meraviglia, il terrore e la frustrazione che Ben Page ha sperimentato attraversando lo spietato vuoto dell’artico canadese, una delle ultime grandi terre selvagge del mondo. Eratosthenes/ Eratostene (A) di Kostas Vakkas (Grecia, 2015; 34’). Versato in tutte le scienze, Eratostene nacque nel 276 a.C. a Cirene, colonia greca in Libia. Il faraone egizio Tolomeo III lo nominò bibliotecario della grande Biblioteca d’Alessandria. Egli fu tra l’altro astronomo, matematico, geografo e poeta, e si guadagnò l’immortalità essendo il primo a calcolare la circonferenza della Terra. Il documentario descrive la sua incredibile vita avventurosa, le sue opere e le città in cui visse, Cirene e Alessandria. Il professor Eftihis Papadopetrakis commenta la sua opera.

Il film “Enquêtes archéologiques. Persépolis, le paradis perse / Indagini archeologiche. Persepoli, il paradiso persiano” di Angès Molia, Raphaël Licandro
I tre festival (Archeologia, Montagna, Religioni) uniscono forze e competenze per offrire al grande pubblico una selezione dei migliori documentari della propria programmazione da proporre in diverse location – ogni anno con tappe nuove – del territorio provinciale. Gli appuntamenti di settembre saranno ad Arco, Pomarolo e Brentonico. Si inizia giovedì 6 settembre 2018, all’auditorium del Palazzo dei Panni di Arco, alle 20.30, con il film Persepolis, le paradis perse. Enquêtes archéologique / Persepoli, il paradiso persiano. Indagini archeologiche (A) di Agnès Molia e Raphaël Licandro (Francia, 2016; 26’). Sugli altopiani iraniani si trova la culla di una delle più grandi civiltà di costruttori dell’antichità: i Persiani. Ci hanno edificato un capolavoro di architettura: Persepoli. Finora, si pensava che questo sito si limitasse alla sua imponente terrazza, utilizzata dai re persiani qualche mese all’anno. Ma recenti scoperte rivelano un volto del tutto diverso di Persepoli: quello di una delle città più opulente del mondo antico: un Eden sulle montagne persiane. Seguono: W (TFF) di Steven Schwabl (Canada, 2016; 29′). Dopo essersi trasferito dalla montagna in città, l’eccentrico ed entusiasta protagonista si ritrova a contemplare dalla finestra del suo appartamento una gigantesca insegna luminosa posta in cima a una torre. La lettera si carica di enigmatici messaggi, che come un rebus si compongono tra loro portando il protagonista a progettare la scalata della torre pubblicitaria prendendo come esempio la salita di Reinhold Messner sull’Everest nel 1980, di cui vengono presentate alcune rare sequenze. Per quanto possa apparire bizzarro e ironico, l’accostamento si rivela estremamente calzante. Paperock / Carta, sasso, forbici (RT) di Hillel Rate (Israele, 2016; 11′). Una giovane ebrea ultra-ortodossa acconsente a rivedere suo fratello, che da molti anni ha rotto i legami con la famiglia. Quando finalmente si incontrano, capisce che, se vuole ristabilire il legame che avevano da bambini, dovrà accettare la sua nuova identità.
Secondo appuntamento giovedì 13 settembre 2018 al Teatro comunale di Pomarolo con tre film. Chocolate Wind / Vento di cioccolato (RT) di Ilia Antonenko (Russia, 2016; 24′). Sola e irrisolta, la diciottenne Alla si sente come una Cenerentola che sogna di sfuggire alla povertà e alla desolazione del suo ambiente. La sua vecchia amica Masha, uno spirito spericolato, la chiama su Skype e come una fata promette di far avverare tutti i suoi sogni… La Donna a Pompei (A) di Oreste Tartaglione (Italia, 1966; 10’). Documentario tratto dall’omonimo libro scritto dal cultore di studi classici e autori di romanzi Michele D’Avino, edito da Loffredo Editore a Napoli nel 1964. Il docufilm del 1966 è stato riscoperto da due ricercatori di Castellammare di Stabia nella Cineteca Nazionale di Roma. Il filmato è stato realizzato da alcuni illustri rappresentanti della cinematografia stabiese degli anni ’40 e ’50: Oreste Tartaglione ne fu il regista e produttore, Francesco Saverio Mollo l’aiuto regista, il maestro Franco Langella ne curò le musiche, Domenico Paolercio la fotografia. Madre dei nervi (TFF) di Mirko Giorgi e Alessandro Dardani (Italia, 2018; 55′). Alice, Lucia, Hana, Fliutra e Giselle sono ragazze madri con gravi problemi di dipendenza dalla droga. Sono in cura alla Comunità Aurora di Venezia e seguono un protocollo terapeutico rigoroso, in cui sono previste anche attività outdoor come il trekking e l’arrampicata. Esperienze tonificanti, un modo per spezzare la routine e vivere emozioni forti. È qui che conoscono Massimo, l’alpinista educatore che le accompagnerà in questa avventura. Poco alla volta, il rapporto con la montagna si intensifica e dalle semplici escursioni passano alle scalate, con risultati sorprendenti.
La rassegna chiude venerdì 28 settembre 2018, alle 21, al teatro Monte Baldo di Brentonico, con tre film. You Just Be My Mother (RT) di Roqiye Tavakoli (Iran, 2016; 15′). Sarah è una giovane madre che vive con un nuovo compagno dopo la separazione dal marito, ma suo figlio mal sopporta la loro relazione. In un mondo ancora patriarcale, Sarah si troverà costretta a prendere difficili decisioni. Der Wolf (TFF) di Benjamin Thum (Italia, 2017; 20′). Nelle Alpi sudtirolesi è stato deciso l’abbattimento di un lupo. Fabian accompagna suo padre Anton durante la caccia con la speranza di migliorare il loro difficile rapporto. Anton invece soffre ancora della morte del figlio prediletto Bernhard. Alla fine la caccia al lupo prende una piega inaspettata. Handpas. Hands from the past / Handpas. Mani dal passato (A) di José Camello (Spagna, 2016; 32’). I contorni di mani realizzati con la tecnica a stencil sono una delle più antiche forme di espressione create dagli esseri umani grazie alla loro capacità simbolica. Il documentario “Mani dal passato” consulta i migliori esperti internazionali per quanto riguarda cronologie e interpretazioni. Ricrea anche gli stili di vita del paleolitici, per riportarci all’era di transizione di 40.000 anni fa, in cui due specie essenziali per la nostra storia convivevano: Neanderthal e Cro-Magnon












































Commenti recenti