Pompei, convenzione con gli speleologi: studiati i canali e i cunicoli dell’area del Foro. Ora è possibile datarli. Obiettivo: restituire a queste strutture la loro funzionalità

Gli speleologi dell’associazione Cocceius indagano i cunicoli del sottosuolo di Pompei (foto parco archeologico Pompei)

Attraversavano l’area del Foro, da Porta marina alla Villa Imperiale: sono i cunicoli e i canali di drenaggio delle acque dell’antica Pompei. Ora indagine di uno studio. Le attività di ricerca e indagine conoscitiva di Pompei non si arrestano infatti alle aree visibili della città, ma interessano anche aspetti inediti. E grazie a una convenzione stipulata nel 2018 tra il parco archeologico di Pompei e il gruppo di speleologi dell’associazione Cocceius per la ricognizione e lo studio del sistema di drenaggio delle acque piovane della città, a partire dal Foro Civile, è stato possibile indagare ben 457 metri di cunicoli. L’analisi di questo complesso sistema era risultata nel tempo molto complessa e poco aggiornata, a causa di diversi fattori che ne limitavano l’approfondimento. Anzitutto la difficoltà logistica delle strutture, materialmente irraggiungibili senza la dovuta attrezzatura e preparazione da parte degli operatori. Ma anche il fatto che le sole informazioni raccolte nel corso degli ultimi decenni, si limitavano a segnalare solo la presenza di questi elementi dell’antico sistema di gestione delle acque, individuati in occasione di indagini svolte per altre motivazioni (la realizzazione degli impianti elettrici, o di servizi per il sito, non ultimo il percorso per i disabili). Inoltre, la documentazione di scavo realizzata all’epoca delle limitate indagini effettuate in queste cavità, ha restituito ben poche informazioni sul contesto di scavo e sul materiale recuperato.

Il tracciato dei cunicoli del sottosuolo di Pompei indagati nell’area del Foro (foto parco archeologico Pompei)

La recente esplorazione e analisi dettagliata del sistema di drenaggio ha avuto, pertanto, il doppio obiettivo di fornire informazioni inedite sull’evoluzione dell’area fra il Foro Civile e Porta Marina, e di identificare le potenziali criticità del sistema e le modalità più opportune per porvi rimedio e per mantenere intatta la funzione di scarico dei condotti, nel rispetto delle valenze archeologiche dell’opera antica. La prima fase del progetto – alla quale farà seguito una seconda fase mirata alla ri -funzionalizzazione di canali e cisterne per il drenaggio delle acque, di particolare importanza ai fini della tutela – si è conclusa agli inizi di gennaio. È stata identificata una rete di cunicoli e canali che si dirama da una coppia di cisterne al di sotto del Foro, corre sotto via Marina e termina nei pressi della Villa Imperiale. Il sistema permetteva di scaricare l’acqua piovana in eccesso nel condotto di via Marina per essere drenata fuori dalla città antica, verso il mare. In età moderna, il sistema è stato in gran parte ripulito dai depositi antichi per ripristinarne la funzionalità. È stato, inoltre, possibile indicare, sebbene in via preliminare, una cronologia delle strutture e del sistema nel suo insieme e si sono ipotizzate tre fasi principali di vita di questo esteso complesso sotterraneo; una prima fase di età Ellenistica (fine III – II sec. a.C.); la seconda di età tardo repubblicana (inizi/fine I sec. a.C.) e la terza fase, corrispondente all’età Augustea ed imperiale (fine I sec. a.C. – 79 d.C.).

Sotto la città antica di Pompei corrono canali e cunicoli realizzati tra l’età ellenistica e l’età augustea (foto parco archeologico Pompei)

“Il progetto di esplorazione dei cunicoli fa parte delle attività del parco archeologico di Pompei, finalizzate ad ampliare la conoscenza del sito, base imprescindibile di ogni intervento di monitoraggio e tutela dello stesso”, dichiara il direttore generale Massimo Osanna. “Questa prima, ma completa esplorazione del complesso sistema di canali sotterranei conferma il potenziale conoscitivo che il sottosuolo di Pompei conserva, e dimostra quanto ancora ci sia da indagare e studiare. Inoltre, molte lacune del passato sulla conoscenza di alcuni aspetti o aree della città antica si stanno colmando, grazie alla collaborazione di esperti nei vari settori, che rendono l’acquisizione dei dati sempre più accurata, grazie a competenze specialistiche che in altre epoche di scavo o di studio mai erano state coinvolte”.

“I Veneti antichi si raccontano: amori, guerre e potere”: incontro a Montebelluna (Tv) sull’arte delle situle che ritraggono la vita reale delle antiche genti del Veneto. Con l’occasione sarà annunciata la mostra “Sapiens. Da cacciatore a cyborg. Archeologia di un territorio e visioni dal passato” al museo di Storia naturale e archeologia

La situla di Montebelluna è stata esposta per la prima volta nella mostra “Storie di antichi Veneti. La situla figurata di Montebelluna”

L’archeologo Luca Zaghetto

Sarà la potenza evocativa dell’arte delle situle a far rivivere gesti, sentimenti e desideri degli antichi Veneti, giovedì 6 febbraio 2020, alle 20.45, all’auditorium della Biblioteca Comunale di Montebelluna (Tv) nell’incontro “Veneti antichi raccontano: amori, guerre e potere” con Luca Zaghetto, autore di numerosi studi sull’argomento, che parlerà di tre fondamentali opere di quest’arte: la situla Benvenuti di Este (Pd), il capolavoro assoluto dell’intera produzione, e le situle di Montebelluna e dell’Alpago, fra i più recenti e significativi rinvenimenti in materia, che ritraggono immagini erotiche e altre scene di vita di cui si daranno le più aggiornate interpretazioni. Tra 650 e 400 a.C., nell’Altoadriatico prese piede una produzione artistico/artigianale di preziosi oggetti in bronzo – perlopiù vasi da bevande pregiate chiamati situle, da cui il termine Arte delle situle – che ad oggi costituisce una delle più importanti fonti di informazione sulla storia dell’Europa preromana. Questi oggetti sono infatti decorati con raffigurazioni che, come vere e proprie fotografie, immortalano momenti e particolari della vita concreta delle antiche genti del Veneto e delle regioni limitrofe; momenti che l’archeologia altrimenti non avrebbe e non ha potuto farci conoscere; è il caso ad esempio di tutto l’abbigliamento, della vita di “corte”, delle cerimonie e dei giochi pubblici e anche degli eserciti, ritratti anch’essi con dovizia di particolari.

L’invito per la mostra “Sapiens. Da cacciatore a cyborg. Archeologia di un territorio e visioni dal passato” al museo di Storia Naturale e Archeologia di Montebelluna

L’uomo sarà il vero protagonista di questa serata, lancio dell’imminente mostra archeologica al museo civico di Storia Naturale e Archeologia di Montebelluna “Sapiens. Da cacciatore a cyborg. Archeologia di un territorio e visioni dal passato”, la cui inaugurazione è prevista sabato 15 febbraio 2020, alle 16.30, con preziosi reperti da importanti musei come i civici di Padova, il civico di Treviso, il Muse di Trento. L’aspettativa è alta, i preparativi per l’allestimento non si fermano, ma per ora dalla direzione dell’Archeologico non trapelano altre informazioni.

Dopo otto anni di assenza tornerà al museo Archeologico nazionale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia il busto femminile in basanite di età Claudia scoperto alla fine dell’Ottocento a Vibo Valentia Marina. Era stato prestato nel 2012 al Princeton University Art Museum

La sede del museo Archeologico nazionale di Vibo Valentia “Vito Capialbi”

L’assenza è stata lunga. Otto anni. Ma stavolta il busto femminile in basanite, importante testimonianza del passato romano della Calabria, tornerà a casa, al museo Archeologico nazionale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia. Quel busto di età claudia (41-54 d.C.), rinvenuto nelle vicinanze di Vibo Valentia Marina, nel corso dello scavo di un’importante villa suburbana, avvenuto a più riprese fra il 1894 e la prima metà del ‘900, durante la realizzazione della ferrovia e la costruzione di limitrofe abitazioni di campagna, aveva fatto scalpore fin dai tempi della sua scoperta: la bocca e il naso erano sì danneggiate, ma sia il materiale impiegato (basalto nero) sia la tecnica di esecuzione erano di pregevole fattura. Grazie all’ottima resa della capigliatura, acconciata come prevedeva la moda dell’epoca si è potuto datare con precisione la statua al principato di Claudio, imperatore dal 41 d.C. al 54 d.C. Già dal momento del ritrovamento si propose l’identificazione con Messalina, moglie dell’imperatore Claudio, tuttavia tale ipotesi venne accantonata nei decenni successivi per la mancanza di confronti iconografici convincenti. Il busto femminile in basanite scultura era stato concesso con prestito di lunga durata nel 2012 al Princeton University Art Museum e a seguito dell’impegno della Direzione generale Musei, della DG ABAP e del Segretariato generale del ministero per i Beni culturali e il Turismo, sarà restituita al museo Archeologico nazionale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia che ha sede nel castello di Vibo Valentia dove sarà esposta nella sezione romana accanto al busto di Marco Vipsanio Agrippa.

E il giovedì? Si va al parco archeologico per gli “Aperitivi di Paestum”. Con un nobile scopo: i fondi raccolti destinati a favorire le visite al museo di ragazzi autistici

La locandina dell’iniziativa “Aperitivi di Paestum”

Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco e del museo di Paestum

E il giovedì dove prendiamo l’aperitivo? Ma a Paestum! Al museo Archeologico nazionale tornano gli “Aperitivi di Paestum” tutti i giovedì dalle 18 alle 19.30, in concomitanza con l’ingresso gratuito al Parco archeologico. Per l’aperitivo il costo è di 8 euro. Con una novità: i proventi raccolti saranno destinati dall’associazione Amici di Paestum – referente dell’iniziativa – a uno scopo sociale: visite per ragazzi e ragazze con disturbi dello spettro autistico. Già da tempo il Parco organizza visite nei depositi del Museo per persone con esigenze speciali; i percorsi di visita, denominati “Un tuffo nel blu”, sono curati dell’associazione Cilento4All che, con le università “Federico II” e “Parthenope” di Napoli, conduce una ricerca su come l’arte possa essere strumento di comunicazione alternativa e di terapia cognitiva. “La raccolta fondi organizzata dagli Amici di Paestum ci consentirà di incrementare l’offerta per famiglie con un figlio o una figlia con bisogni speciali, senza creare barriere economiche”, dichiara il direttore, Gabriel Zuchtriegel. “Al tempo stesso, gli aperitivi del giovedì continueranno a essere un momento di aggregazione e confronto per il territorio, all’insegna di una nobile causa”. “Siamo molto felici di sostenere un progetto dal così alto impegno sociale”, dichiara la presidente, Teresa Giuliani. “Da sempre l’associazione Amici di Paestum è accanto al Parco Archeologico: tutti i soci partecipano con entusiasmo e grande impegno alla realizzazione di iniziative che noi amiamo definire “vive”, cioè capaci di creare qualcosa di positivo in più. Così come è stato per il ripristino degli spazi interni al museo del Giardino di Hera con la realizzazione di un percorso olfattivo per disabili, nuovamente scendiamo in campo a favore delle persone speciali che con i percorsi nei depositi potranno sentirsi protagonisti indiscussi del pubblico di Paestum”. La buona riuscita della raccolta fondi è frutto di un lavoro di squadra che vede impegnati, accanto al Parco e agli Amici di Paestum, alcune cantine vitivinicole del territorio campano che offriranno i propri prodotti agroalimentari a sostegno dei progetti di accessibilità del Parco. Finora hanno aderito le aziende Ermmà, Rotolo, Luna Rossa e San Salvatore 1988, ma gli organizzatori puntano a coinvolgere anche altre aziende con la sottoscrizione di nuove adesioni con l’associazione Amici di Paestum.

Museo nazionale e area archeologica di Altino: la direttrice Marianna Bressan fa un primo bilancio, annuncia le iniziative del 2020, e presenta il ciclo di incontri “L’archeologo racconta. Scavi, studi e ricerche su Altino e dintorni”

Marianna Bressan, direttrice del museo Archeologico nazionale e dell’area archeologica di Altino (foto Graziano Tavan)

La mostra “Antenati altinati” al museo Archeologico nazionale di Altino (foto Graziano Tavan)

La locandina della mostra “Antenati altinati” al museo Archeologico nazionale di Altino

“L’archeologo racconta. Scavi, studi e ricerche su Altino e dintorni”: dieci incontri tra gennaio e maggio 2020 al museo Archeologico nazionale di Altino, al mercoledì pomeriggio alle 17.30. “L’iniziativa è nata perché ci sembrava giusto offrire un aggiornamento delle ricerche in corso e di quelle che sono in programma. C’è un filo rosso che collega i dieci incontri in programma: proprio l’aggiornamento. Vogliamo far conoscere a una platea sempre più ampia le attività dell’Archeologico di Altino, far passare il messaggio che il nostro museo non è fermo, anche nel campo della ricerca. E questo in piena collaborazione con la soprintendenza competente (Sabap per il Comune di Venezia e Laguna),  condizione essenziale per lo sviluppo armonico della ricerca e della comunicazione del Museo, ora che le competenze di tutela e valorizzazione sono attribuite a due diversi uffici”. C’è entusiasmo e partecipazione nelle parole di Marianna Bressan, la giovane direttrice del museo nazionale e dell’area archeologica di Altino che ha ideato e aperto il ciclo di incontri “L’archeologo racconta” presentando un primo bilancio di un anno di direzione al museo insieme alle iniziative programmate o in cantiere. “Nel 2019”, ricorda Bressan, “l’Icom, l’International Council of Museums, ha cercato di dare una definizione di museo più aggiornata”. In un Convegno sono stati infatti affrontati i temi dell’accessibilità, della sicurezza e della trasformazione digitale nei musei, nell’ottica dei professionisti museali, a cui vengono richieste competenze un tempo non previste per aprirsi all’ascolto e alla partecipazione in un mondo sempre più interculturale. La rapida trasformazione degli istituti di cultura con una sempre maggiore attenzione alle persone, alle comunità e all’ambiente, il diverso approccio al patrimonio culturale e il superamento delle barriere disciplinari, schiudono nuove prospettive da cogliere ed elaborare. “Noi abbiamo cercato di migliorare, valorizzare, promuovere l’accessibilità del museo”, continua la direttrice. “A cominciare dall’ideazione e allestimento della mostra Antenati altinati, realizzata nell’ambito del progetto di collaborazione Historic, finanziato dal Programma INTERREG CBC Programma Italia -Croazia e finalizzato alla valorizzazione turistica dei siti pilota museali di Altino e Torcello con il coinvolgimento di professori e studenti universitari/neolaureati”. I reperti in mostra sono in pietra o marmo e pertanto sono “toccabili”. “Con la mostra lanciamo il progetto Tocchiamoli con mano per allargare l’accessibilità dell’esposizione agli ipovedenti”. E poi un altro modo per coinvolgere il visitatore è l’allestimento: i reperti, “gli altinati”, sembrano dialogare tra loro e al contempo rivolgersi al visitatore/viandante che cammina tra i sepolcri.

Paride Arciere, bronzetto di produzione etrusco-padana (prima metà V sec. a.C.) conservato al museo Archeologico nazionale di Altino (foto museo Altino)

La direttrice Marianna Bressan nella nuova aula didattica del museo Archeologico nazionale di Altino (foto Graziano Tavan)

Ma i progetti in cantiere per il 2020 non finiscono qui. Come spiegato da Marianna Bressan nel primo incontro de “L’archeologo racconta” da gennaio a maggio ecco “Aspettando i centri estivi”, laboratori gratuiti per bambini e ragazzi dai 6 ai 12 anni, dove i piccoli partecipanti si cimentano nel produrre strumenti antichi e nello sperimentare antiche tecniche di lavorazione, tenendo sempre presente il quadro storico e geografico in cui si inseriva Altino. A ospitare i bambini e i ragazzi è la nuova aula didattica, fresca di inaugurazione, arredata grazie al progetto Historic. “I bambini”, interviene Bressan, “tengono una parte dei lavori realizzati per sé e parte li lasciano in dono al museo a disposizione delle persone con disabilità visive, che potranno così farne esperienza attraverso l’esplorazione tattile”. E poi il museo è pronto a presentare, dopo il Paride-Arciere (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2020/01/11/novita-al-museo-archeologico-nazionale-di-altino-ve-al-via-il-ciclo-reperto-riscoperto-con-lesposizione-di-oggetti-provenienti-dai-depositi-si-inizia-col-bronzetto-etru/) il secondo reperto dai depositi su cui focalizzare l’attenzione del pubblico. Infine la prima domenica del mese, in occasione dell’ingresso gratuito al museo, ci sono le “PasseggiAltine”: percorsi guidati con partenza alle 15 e alle 17.30.

Il sito della prima età del ferro studiato nell’ambito del progetto Altnos dell’università di Padova

Il prof. Michele Cupitò (università di Padova)

Il ciclo “L’archeologo racconta” riprende il 5 febbraio 2020 l’incontro con Michele Cupitò, docente di Preistoria e Protostoria e di Archeologia del Veneto preromano all’università di Padova, su “Altino-Padova: un legame antico che si rinnova. Il progetto “Altnos” dell’università di Padova”. Seguirà il 19 febbraio 2020, Luigi Sperti, docente di Archeologia e Storia dell’arte greca e romana all’università Ca’ Foscari di Venezia, “Architettura e decorazione architettonica di Altino dalla tarda età repubblicana al III sec. d.C.”; il 4 marzo 2020, Diego Calaon, ricercatore di Topografia antica all’università Ca’ Foscari di Venezia, su “Torcello e Altino tardoantica e altomedievale. Archeologia e topografia degli spazi lagunari”; il 18 marzo 2020, Luigi Sperti, docente di Archeologia e Storia dell’arte greca e romana all’università Ca’ Foscari di Venezia; Silvia Cipriano, conservatrice del museo della Centuriazione romana di Borgoricco; Eleonora Del Pozzo, dottoranda all’università Ca’ Foscari di Venezia, su “Alla ricerca di Altinum 2012-2020. Indagini archeologiche nel cuore dell’antica città romana”; il 1° aprile 2020, Marianna Bressan, direttrice del museo Archeologico nazionale di Altino, e il gruppo di lavoro della mostra, su “Antenati altinati. Incontro a sorpresa… la Mostra si attiva”; il 15 aprile 2020, Marta Mascardi, conservatrice del museo Archeologico “Eno Bellis” – Fondazione Oderzo Cultura, su “Mostrare l’anima delle cose. Opitergium si racconta attraverso i reperti della sua necropoli”; il 29 aprile 2020, Alessandro Asta, archeologo della soprintendenza Archeologia Bap Venezia-Metropolitana; Stefano Medas, archeologo subacqueo, su “Storie sommerse tra Murano e Cavallino-Treporti. L’archeologia subacquea in Laguna Nord”; il 6 maggio 2020, Alberta Facchi, direttrice del museo Archeologico nazionale di Adria; Maria Cristina Vallicelli, archeologa della soprintendenza Archeologia Bap Venezia-Metropolitana, su “Adria. Una città tra Veneti, Greci ed Etruschi”; infine il 20 maggio 2020, Émilie Mannocci, dottoranda dell’università Aix-Marsiglia, università di Padova, École française de Rome, su “Una tavola raffinata: bicchieri e coppe decorate per i banchetti di Altino romana”.

Le ricerche delle tombe tebane degli alti funzionari ramessidi: al museo Egizio di Torino incontro con l’egittologo Gábor Schreiber, direttore della missione ungherese “South Khokha Project” in alcune tombe tebane

La locandina della conferenza dell’egittologo Gábor Schreiber al museo Egizio di Torino

“Glimpses into the history of Theban Tombs 32 and -400-: The Ramesside owners” (“Scorci nella storia delle Tombe tebane 32 -400-: i proprietari ramessidi”) è il tema della conferenza in programma martedì 4 febbraio 2020, alle 18, al museo Egizio di Torino in collaborazione con ACME (Associazione Amici e collaboratori del Museo Egizio), tenuta da Gábor Schreiber, nato nel 1974 a Budapest. Ha studiato Archeologia classica ed Egittologia alla Eötvös Loránd University, dove si è laureato nel 1999. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Egittologia nel 2006 e l’abilitazione nel 2018. Lavora come Assistant Professor of Egyptology presso l’Istituto di Studi Classici della Eötvös Loránd University di Budapest. Schreiber è membro della Missione Archeologica Ungherese a Tebe dal 1995. Ha partecipato allo scavo e alla documentazione di alcune tombe private sulla riva ovest tebana. Dal 2007 dirige il “South Khokha Project” della Missione Ungherese, lavorando nelle Tombe Tebane 32, -61-, -64-, 179, 180 e -400-.

L’egittologo Gábor Schreiber

La professione e lo status sociale di un individuo erano fattori chiave nella scelta della posizione di una tomba nel corso della storia dell’antico Egitto: questo è particolarmente vero nel Nuovo Regno a Tebe, dove ogni singolo distretto della necropoli aveva un proprio carattere modellato dal rango e dalla posizione sociale dei proprietari delle tombe e, naturalmente, dalle risorse che questi ultimi erano in grado di spendere per i loro monumenti funerari. Uno di questi distretti della necropoli tebana era la collinetta di el-Khokha, dove dagli anni Ottanta sono attive diverse missioni ungheresi. Le ricerche epigrafiche e archeologiche hanno dimostrato che durante il periodo ramesside il versante meridionale di el-Khokha era principalmente un cimitero per gli alti funzionari e i loro subalterni di medio livello che ricoprivano incarichi non sacerdotali nell’economia del tempio locale o nell’amministrazione reale. La conferenza metterà in evidenza la storia ramesside di due tombe vicine alla base di el-Khokha, TT 32 e TT -400-, con particolare attenzione all’identità dei loro proprietari. Saranno indagate le carriere di tre persone: quella di Djehutymes, alto funzionario del regno di Ramesse II e proprietario del TT 32, quella di Khamin, suo contemporaneo e costruttore del TT -400-, e quella di un Amenmes, che occupò il TT -400- nel tardo periodo ramesside.

Le tombe ramessidi sulla collina di el-Khokha nella Valle dei Re a Tebe Ovest

La conferenza metterà in evidenza la storia ramesside di due tombe vicine alla base di el-Khokha, TT 32 e TT -400-, con particolare attenzione all’identità dei loro proprietari. Saranno indagate le carriere di tre persone: quella di Djehutymes, alto funzionario del regno di Ramesse II e proprietario del TT 32, quella di Khamin, suo contemporaneo e costruttore del TT -400-, e quella di un Amenmes, che occupò il TT -400- nel tardo periodo ramesside. La conferenza si terrà in lingua inglese e sarà introdotta da Christian Greco, direttore del museo Egizio. Per il pubblico in sala, sarà disponibile il servizio di traduzione simultanea. Ingresso in sala Conferenze gratuito fino ad esaurimento posti. La conferenza verrà trasmessa in diretta streaming sulla pagina Facebook del museo Egizio di Torino.

La doppia erma di Erodoto/Tucidide dal museo Archeologico nazionale di Napoli alla Corte Europea di Giustizia: è la terza “ambasciatrice” del Mann in mostra temporanea al Palais lussemburghese, nuova prestigiosa collaborazione internazionale col progetto Obvia dell’università Federico II

La doppia erma di Erodoto/Tucidide conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Mann)

Dopo quelle di Seneca e di Pseudo Seneca ecco l’erma bifronte di Erodoto/Tucidide. La destinazione è sempre la stessa: la Corte di Giustizia dell’Unione Europea. La provenienza sempre la stessa: il museo Archeologico nazionale di Napoli. Dal 29 gennaio 2020 la cerimonia inaugurale dell’esposizione temporanea della doppia erma che, grazie al progetto Obvia, resterà al Palais lussemburghese per 18 mesi. “Per la terza volta il museo Archeologico nazionale di Napoli è orgoglioso di prestare alla Corte di Giustizia un capolavoro archeologico estremamente significativo”, ricorda il direttore del Mann, Paolo Giulierini. “Si tratta infatti di un’erma di età imperiale romana con due titani della storiografia a confronto: Erodoto e Tucidide. Entrambi non scrivono in un comodo studiolo. Erodoto è un profugo cacciato dalla patria per motivi politici, e si arricchisce con viaggi e permanenze che lo vedono collegare, idealmente, almeno l’Anatolia, Babilonia, l’Egitto, Atene e la Magna Grecia. Tucidide ad un certo punto pare che sia stato esiliato da Atene in Macedonia per aver fallito un incarico militare contro gli Spartani ed abbia appoggiato, dopo il primitivo sogno di Pericle, il regime oligarchico ateniese controllato da Sparta. E tuttavia, pur nella imperfezione e difficoltà delle vite dei due personaggi, nell’opera si coglie la potenza delle idee, che acquisiscono un valore eterno e la volontà di conservare la memoria, patrimonio fondante dell’identità dei popoli. Non c’è giustizia senza storia, e non ci può essere giustizia senza memoria. Questo è il messaggio che il Mann e Napoli portano alla Corte in questa nuova occasione. Grazie al Presidente di averci dato nuovamente voce”.

La partenza della doppia erma di Erodoto/Tucidide da Napoli per il Lussemburgo (foto Mann)

La doppia erma di Erodoto/Tucidide (II sec. d.C.) del museo Archeologico nazionale di Napoli è partita nei giorni scorsi alla volta della prestigiosa istituzione lussemburghese: l’opera, esposta al Palais per 18 mesi, è la terza “ambasciatrice” del Mann alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Grazie al progetto “Obvia-out of boudaries viral art dissemination”, realizzato in rete con l’università di Napoli “Federico II”, la doppia erma di Erodoto/Tucidide è il nuovo prestito che unisce il Mann e la Corte di Giustizia dell’UE: la scultura è stata preceduta dall’Erma di Socrate (nel 2017, prima opera italiana in assoluto “ospitata” nel Palazzo lussemburghese) e dallo Pseudo Seneca. “Obvia, Out Of Boundaries Viral Art Dissemination è un progetto universitario adottato del Mann che nasce da un Protocollo d’intesa”, dichiara Daniela Savy, ricercatrice di Diritto dell’Unione europea e docente di Diritto europeo dei beni culturali, “tra l’università Federico II ed il museo Archeologico, per la promozione dell’immagine del Museo sul piano nazionale ed internazionale ai fini dell’audience development inteso quale aumento della partecipazione dei pubblici. Arte senza confini, quindi, per coinvolgere anche altre Istituzioni pubbliche di rilievo internazionale nell’attività di disseminazione della conoscenza delle opere custodite nel Museo”.

Il Palais in Lussemburgo, sede della Corte di Giustizia dell’Unione Europea

Il prestito della Doppia Erma alla Corte di Giustizia dell’UE in Lussemburgo inaugura una nuova stagione di prestigiose relazioni internazionali, nell’ottica della valorizzazione del patrimonio museale. “È un onore per la Corte di Giustizia dell’Unione europea continuare la proficua collaborazione con il museo Archeologico nazionale di Napoli ed accogliere presso la propria sede la doppia erma di Erodoto/Tucidide”, dichiara la prof.ssa Lucia Serena Rossi, giudice italiano presso la Corte di Giustizia dell’Unione europea. “Questa nuova opera, preceduta dall’Erma di Socrate e dallo Pseudo Seneca, si distinguerà tra i capolavori, provenienti da tutto il mondo, esposti presso il Palais della Corte di Giustizia e testimonierà la ricchezza dei nostri Musei nonché la grande sensibilità per la divulgazione del nostro patrimonio culturale in una delle più autorevoli sedi istituzionali europee. La Corte di Giustizia, pertanto, non può che essere lieta ed orgogliosa di ricevere questa nuova e prestigiosa testimonianza della cultura italiana”.

La doppia erma di Erodoto/Tucidide, opera del II secolo d.C. (foto Mann)

Una scelta densa di significato, dunque, per la nuova esposizione temporanea di un capolavoro del museo Archeologico alla Corte di Giustizia dell’UE: replica di modelli statuari bronzei risalenti al IV sec. a.C. , di cui è attestato un esiguo numero di copie di età romana, l’opera doveva far parte di un’antica galleria di erme bicipiti in un edificio pubblico nell’area degli Horti Maecenatis all’Esquilino. Le teste dei due storici sono legate, eppure guardano in diverse direzioni, confermando i concetti di continuità e differenza, tipici della Doppia Erma: da una parte vi è Erodoto, definito da Cicerone “il padre della storiografia”, fondatore di un metodo rigoroso di analisi dei fatti, grazie a cui sono esaminate non soltanto le ragioni degli avvenimenti, ma anche le connessioni multidisciplinari del discorso; dall’altra Tucidide, “lo storico della ragione”, lucidissimo narratore ed implacabile testimone della Guerra del Peloponneso, raccontata con rigore ed attenzione alla matrice economica del conflitto. Il pensiero di Erodoto e Tucidide è alla base della cultura occidentale ed è stato riferimento imprescindibile, per gli studiosi di qualsiasi epoca, nel dibattito sui concetti di città, democrazia, giustizia.

“Veleni e magiche pozioni. Grandi storie di cure e delitti”: prorogata la mostra al museo nazionale Atestino di Este (Pd). Tre incontri di approfondimento e visite guidate

La locandina della mostra “Veleni e magiche pozioni. Grandi storie di cure e delitti” al museo Atestino di Este prorogata al 29 marzo 2020

C’è ancora tempo. Per una visita. La risposta del pubblico ha convinto gli organizzatori a prorogare la mostra “Veleni e magiche pozioni. Grandi storie di cure e delitti”, proposta dal Polo museale del Veneto, dall’università di Ferrara e dalla Città di Este, al museo nazionale Atestino di Este. Doveva chiudere il 2 febbraio, si potrà visitare fino al 29 marzo 2020 (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/09/16/dalloppio-usato-gia-nel-neolitico-alle-ricette-di-paracelso-alla-moderna-cosmesi-al-museo-atestino-di-este-apre-la-mostra-veleni-e-magiche-pozioni-grandi-storie-di-cure-e-delitti/). Curata da Federica Gonzato, direttore del museo nazionale Atestino, e da Chiara Beatrice Vicentini, docente di Storia della farmacia e del farmaco all’università di Ferrara, la mostra è nata con l’intento di proporre al pubblico un percorso multidisciplinare, articolato fra archeologia, scienza e curiosità, alla scoperta del mondo delle pozioni, che dall’antichità ad oggi hanno accompagnato l’uomo nel suo percorso: rimedi che possono guarire o, talvolta nelle mani sbagliate, portare a un esito letale.

La Physalia, il cui veleno è a volte fatale per l’uomo

La mostra svela i segreti di veleni e rimedi dall’antichità ad oggi, attraverso prospettive diverse: dalle testimonianze archeologiche alle espressioni artistiche, passando attraverso i racconti di antichi codici, di streghe e pozioni magiche. Le fonti storiche sono accostate alla moderna ricerca scientifica, che ne spiega le reali funzioni e smaschera false credenze. L’affascinante mondo dei veleni e della farmacopea viene raccontato nelle varie epoche, ricostruendo il percorso di questo fondamentale aspetto della vita sociale, mostrando oggetti legati all’esperienza del nostro quotidiano ma anche ad un mondo magico.

Una mostra intrigante, ricca di preziosi materiali espositivi e di conoscenze, cui sono correlati tre appuntamenti di approfondimento. Venerdì 21 febbraio 2020, alle 18, aperitivo a tema ideato dagli Chefs del ristorante Incalmo di Este, preceduto da visita guidata alla mostra a cura della Direzione. Prenotazione obbligatoria. Venerdì 28 febbraio 2020, alle 18, “La cosmesi: il veleno per la bellezza”, ricerche storiche e scientifiche condotte dall’università di Ferrara. A cura di Chiara Beatrice Vicentini e Stefano Manfredini. Domenica 8 marzo 2020, alle 15.30, “Paleo-avanguardie: l’arte al femminile”. Guida alla mostra e laboratorio di pittura paleolitica. Le domeniche mattina, escluse quelle a ingresso gratuito, alle 10.30, visita guidata esclusiva “Only for you”. Prenotazione obbligatoria e accesso con biglietto intero – nessuna applicazione di agevolazioni, riduzioni o gratuità a norma di legge.

“Requiem for Pompei”: a Modena 55 immagini inedite del fotografo giapponese Kenro Izu, frutto di una visione lirica di quanto è rimasto a Pompei dopo l’eruzione del Vesuvio

La Casa di Apollo a Pompei fotografata da Kenro Izu

Cinquantacinque immagine inedite del fotografo giapponese Kenro Izu, scattate tra le rovine di Pompei, dove l’artista ha collocato, con un poetico gesto di pietà, le copie dei calchi originali dei corpi che spiccano come bianche sagome umane. Queste fotografie, frutto di una visione lirica di quanto è rimasto a Pompei, il giorno dopo l’eruzione del 79 d.C., Kenro Izu le ha donate alla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena. E ora queste immagini hanno dato vita fino al 13 aprile 2020 alla mostra “Requiem for Pompei” a FMAV-MATA, una delle sedi di Fondazione Modena Arti Visive, un’esposizione di grande suggestione dedicata a Pompei, a cura di Chiara Dall’Olio e Daniele De Luigi, co-promossa dal Parco archeologico di Pompei che per l’occasione ha prestato alcune riproduzioni dei celebri calchi in gesso delle vittime dell’eruzione. Modena consolida il suo rapporto privilegiato con la fotografia, che l’ha portata a diventare uno dei punti di riferimento in Italia per questa particolare forma di espressione, capace di influenzare tutta la vita culturale della città, grazie all’apporto di istituzioni come la Galleria Civica e la Fondazione Fotografia Modena, entrambe confluite nel 2017 in Fondazione Modena Arti Visive.

Il fotografo giapponese Kenro Izu

Protagonista è il fotografo giapponese Kenro Izu (Osaka, 1949), da sempre affascinato dalle vestigia delle civiltà antiche che lo hanno portato a realizzare delle serie di immagini all’interno dei siti archeologici più importanti e conosciuti al mondo, dall’Egitto alla Cambogia, dall’Indonesia all’India, dal Tibet alla Siria. A Modena, Kenro Izu presenta “Requiem for Pompei”, un progetto iniziato nel 2015, in collaborazione con Fondazione Fotografia Modena, dedicato alla città campana distrutta dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. e sepolta sotto la cenere e i lapilli. Gli scavi archeologici hanno restituito non solo gli edifici, ma anche le forme esatte dei corpi degli abitanti nel momento della morte, grazie ai calchi eseguiti sui vuoti che essi hanno lasciato sotto la coltre pietrificata. L’intenzione di Kenro Izu non è quella di documentare i resti di Pompei, quanto di trasmettere il carattere sospeso fra meraviglia e distruzione che proviene dalle rovine, insistendo sull’idea di quanto è rimasto, il giorno dopo l’eruzione del Vesuvio. “Kenro Izu”, spiegano i curatori Chiara Dall’Olio e Daniele De Luigi, “ha la straordinaria capacità di abbattere i muri del tempo, creando immagini sublimi che ci accomunano nello spirito agli uomini di altre epoche, luoghi e civiltà. La sua preghiera per Pompei ci avvicina alle vittime di quella lontana tragedia ma al tempo stesso, come l’artista sottolinea, porta il nostro pensiero ai drammi analoghi che possono verificarsi oggi in qualunque momento e luogo del mondo”.

Una suggestiva immagine di Pompei colta dall’obiettivo di Kenro Izu

Per Daniele Pittèri, direttore di Fondazione Modena Arti Visive, “Le tracce umane che Kenro Izu dissemina fra le rovine della Pompei spazzata via dalla violenza della natura, anche grazie allo straordinario bianco e nero delle sue immagini, così nitide e dolenti, tessono la partitura per un requiem della civiltà contemporanea, su cui incombe la possibilità della catastrofe, per mano non solo di una natura costantemente bistrattata che prima o poi chiederà pegno, ma anche per mano della scelleratezza umana e dell’ansia distruttiva che in quest’epoca la anima. Con il contrasto fra l’immobilità dei corpi umani pietrificati e le rovine monumentali divenute paesaggio in un tutt’uno con la natura circostante, con la staticità ‘definitiva’ delle sue immagini, Kenro Izu prefigura un futuro amaro per l’umanità, immemore del passato e incapace di valutare le conseguenze del proprio agire”.

Knero Izu ha disseminato Pompei dei famosi calchi

“I calchi di Pompei, che da sempre suscitano la curiosità e talvolta la morbosità dei visitatori, sono stati la grande intuizione di Giuseppe Fiorelli che è riuscito in tal modo a dare forma al dolore della morte, restituendo memoria e pietà alle vittime dell’eruzione”, sottolinea Massimo Osanna, direttore del Parco Archeologico di Pompei, “Pompei è già, in tal senso, un Requiem per quanti subirono quella tragedia, ma è ancor più una riflessione sulla piccolezza e l’impotenza dell’essere umano di fronte al suo destino. Il maestro Kenro Izu, con le sue commoventi fotografie, riesce a rinnovare questo senso profondo che conserva la città antica, questa compassione nei confronti di un dramma umano, talvolta offuscato dall’aspetto turistico e massificato delle visite. L’apertura del Parco Archeologico verso tutte le forme di arte contemporanea, dalla pittura alla scultura, alla fotografia, è fortemente voluta per ribadire che Pompei rappresenta, oltre che la testimonianza di una civiltà, anche un simbolo, una riflessione sulla vita e la morte, declinati a seconda della sensibilità di ogni epoca e artista”.

Roma. Mostra fotografica “Carthage ou la memoire des pierres”: immagini di Tunisi di Marianne Catzaras a corollario della mostra “Carthago. Il mito immortale” al parco archeologico del Colosseo

“Les fleurs”, foto di Marianne Catzaras nella mostra “Carthage ou la memoire des pierres”

La locandina della mostra fotografica al Foro Romano “Carthage ou la memoire des pierres” di Marianne Catzaras (17 dcembre 2019 – 29 marzo 2020)

Dodici fotografie in bianco e nero, tutte scattate nel corso dell’ultimo anno in Tunisia, vengono esposte nell’ambito della mostra “Carthago. Il mito immortale”, aperta al Colosseo fino al 29 marzo 2020. La mostra fotografica “Carthage ou la memoire des pierres” dell’artista di origine greco-tunisina Marianne Catzaras, rientra negli appuntamenti al parco archeologico del Colosseo con la cultura tunisina. Con l’apertura della mostra “Carthago. Il mito immortale” il parco archeologico del Colosseo, con l’organizzazione di Electa, ha avviato infatti un articolato programma di incontri, per approfondire non solo i temi della rassegna che si tiene al Colosseo e nel Foro Romano al Tempio di Romolo e alla Rampa imperiale, ma anche per avvicinare personalità della scena artistica tunisina di oggi. Dopo appuntamenti con artisti di varie discipline e giornate di studio su recenti scavi e ricerche, seguirà una riflessione sulla fortuna di Cartagine nel cinema, nel teatro e nella letteratura fino alla più contemporanea creazione di videogiochi.

La fotografa e poetessa tunisina Marianne Catzaras

Marianne Catzaras, nata in Tunisia da genitori greci, è fotografa e poetessa. Dopo aver studiato letteratura alla Sorbona, si dedica alla fotografia, catturando ciò che è dietro il paesaggio rumoroso del mondo. I suoi primi lavori fotografici riguardano le minoranze, i neri di Jerba, gli zingari della Grecia. Con la scrittura e con lo sguardo trasfigura la realtà sfidando convenzioni e pregiudizi. In un andare e ritornare tra le lingue, tra le città, i paesi, nella ricerca incessante di tracce perse e ritrovate. Le sue fotografie sono state pubblicate in monografie e raccolte antologiche così come i suoi testi poetici. Ha esposto in Tunisia (Museo del Bardo, 2019; Galerie Le Violon Bleu, 2018), Francia (Institut des cultures d’islam, 2017), Italia (Fortezza di Livorno, 2017), Marocco (Musée de la palmeraie a Marrakech, 2017); ma anche negli Stati Uniti, Egitto, Grecia. Direttrice della Biennale d’arte mediterranea di Tunisi (2010), è stata curatrice di mostre in Italia (Photolux Lucca, 2017), in Arabia Saudita (L’Art Pur Gallery, 2019) e in Francia (Chapelle quartier haut, Sète, 2015). Ha ricevuto il Gran Premio della città di Tunisi (2010) e, nel 2011, è stata nominata Cavaliere delle arti e delle lettere della Repubblica francese. Vive a Tunisi.

“La ville grillagee”, foto di Marianne Catzaras nella mostra “Carthage ou la memoire des pierres”

L’esposizione, allestita nella Rampa Imperiale nel Foro Romano, si inserisce, con uno sguardo contemporaneo, nella sezione della rassegna che racconta la rifondazione della nuova Colonia Concordia Iulia Carthago, dopo la distruzione che segue la fine della Terza Guerra Punica: una città monumentale, dotata di edifici da spettacolo e lussuose abitazioni private, famose ovunque per la ricchezza musiva. Qui sono infatti esposti straordinari mosaici come la “Dama di Cartagine”. Proprio qui, al termine del percorso della mostra “Carthago. Il mito immortale”, sembrava mancare ancora un tassello per completare il racconto di quel che resta oggi della grande metropoli del Mediterraneo: essa infatti non vive soltanto nell’immaginario, ma continua a respirare e a comunicare, pur nell’immobilità delle sue pietre.

“Visage colisee”, foto di Marianne Catzaras nella mostra “Carthage ou la memoire des pierres”

“Carthage ou la memoire des pierres” nasce, quindi, dalla volontà di raccontare il concetto di immortalità di Cartagine, il valore profondo della cultura del Mediterraneo, la voglia di credere nella diversità e nel mescolare le tracce attraverso le immagini e le fotografie di un’artista dall’identità plurale – come lei stessa ama definirsi. “È questa un’ulteriore occasione per scoprire la realtà artistica contemporanea della Tunisia e avvicinare il pubblico alla storia e alla civiltà di una delle città più potenti e affascinanti del mondo antico, Cartagine”, dice Alfonsina Russo, direttore del parco archeologico del Colosseo. “Visitare, rivisitare Cartagine è, senza dubbio, un andare all’ascolto della memoria degli uomini, lì dove essa è più silenziosa e più presente”, spiega Marianne Catzaras. “Rivisitare le civilizzazioni passate significa costruire delle passerelle, inventare un altro paese, quello di una lunga ospitalità”.