#iorestaoacasa. La villa romana di Minori del I sec. d.C. narrata dalla soprintendenza di Salerno tra storia e suggestive ricostruzioni in 3D

La cultura non si ferma. Anche in questi giorni di emergenza sanitaria in cui siamo costretti a rimanere a casa. Nel rispetto di #iorestoacasa ecco una bella iniziativa della soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio Salerno e Avellino, che ha pubblicato “Ozi marittimi: Storie sensibili nelle ville romane della Costa di Amalfi” dedicato alla Villa Romana di Minori (I sec. d.C.): a cura di Paola Pacetti con la consulenza archeologica di Simone Foresta e le ipotesi ricostruttive del viridarium (giardino privato) e del prospetto dal mare di 3dSign Firenze. Non sappiamo chi abbia costruito la villa romana di Minori nel I sec. d.C. né chi l’abbia abitata fino al VII sec. quando è stata abbandonata definitivamente. Sono trascorsi duemila anni da quando un raffinato cittadino di Roma, forse un senatore, scelse la profonda insenatura solcata dal fiume Reginna Minor per edificare una grande villa sul mare che nel periodo di Augusto era navigabile senza timori di nemici o di pirati. Su quel mare, che gli abitanti percorrevano per spostarsi, si proiettavano le ville, fino a lambirlo. Intorno erano montagne, con boschi popolati di animali, e rocce. Attorno al grande cortile interno, trasformato in giardino al chiuso con piante e fiori, i porticati erano il luogo del passeggio d’estate, riscaldati dal sole d’inverno, luogo ideale da dedicare all’otium. Attorno alla villa la sera si potevano sentire il belare delle greggi al rientro dai pascoli: un richiamo alla campagna, caro alle antiche virtù romane. Dove duemila anni fa c’era il mare con il molo, gli ormeggi per le imbarcazioni e le peschiere, oggi ci sono i detriti, le pomici, la terra, che si sono depositati nel tempo, portati a valle dal fiume Regina Minor e dalle alluvioni. Al posto del mare ci sono le case dei pescatori e le strade moderne e la spiaggia. Quello che resta della grande villa romana oggi si trova nel centro dell’abitato di Minori, nato e sviluppatosi nei secoli proprio intorno, sopra e dentro quelle strutture edilizie di età romana riutilizzate come magazzini, cantine, stalle, note come grotte al pari di molti edifici dell’antichità.

#iorestoacasa. Pompei: un volo con il drone sulla città antica e nei nuovi scavi alla scoperta delle domus venute alla luce nella Regio V. Un esclusivo tour virtuale con la narrazione del direttore Massimo Osanna

Il mosaico di Orione nella Casa di Orione a Pompei (foto da drone del parco archeologico di Pompei)

È la primavera del 2018 quando Massimo Osanna, direttore generale del parco archeologico di Pompei, annuncia che a Pompei si torna a scavare su vasta scala. “La messa in sicurezza globale dei fronti di scavo e l’indagine del cuneo rappresentano il più grande intervento nell’area non scavata di Pompei, dal dopoguerra. Finora si era sempre proceduto per piccoli interventi di tamponamento nei punti più critici”. Gli interventi interessano soprattutto la Regio V. In questi due anni è stato tutto un susseguirsi di grandi ritrovamenti e di eccezionali scoperte (di cui archeologiavocidalpassato ha dato puntuale notizia): la casa del Giardino con gli splendidi affreschi del triclinio e il portico dipinto; la casa di Orione con le pitture di Primo stile e il mosaico di Orione, unico nel suo genere; ma anche gli ambienti della vita di tutti i giorni. Uno spaccato straordinario della vita quotidiana della città.

Un volo con il drone sulla città antica e nei nuovi scavi alla scoperta delle domus venute alla luce nella Regio V: un esclusivo tour virtuale con Massimo Osanna direttore del Parco archeologico di Pompei. Tutto questo è visibile sul canale YouTube del MiBACT, dove dall’inizio dell’emergenza coronavirus i musei, i parchi archeologici e gli istituti autonomi statali stanno fornendo contributi audiovisivi di ogni genere per permettere alle persone di continuare a godere del patrimonio culturale nazionale. Gli scavi della Regio V, resi possibili dal Grande Progetto Pompei, hanno portato alla luce ambienti straordinari dell’antica città: strade, edifici con balconi, la Casa del Giardino, di cui i paleobotanici hanno ricostruito interamente la flora, e la Casa di Orione, con i due straordinari mosaici di ispirazione egizia che narrano il catasterismo dell’eroe greco nell’omonima costellazione. Come visibile dalle suggestive immagini riprese dall’alto grazie al volo del drone, la Regio V si affaccia sulla via di Nola, una delle grandi arterie di Pompei, una zona ricca di attività commerciali e di case sfarzose, benché non di grandi dimensioni. Segno di quella classe media che nella antica città aveva prosperato fino all’eruzione del 79 d.C.

#iorestoacasa. “Passeggiate del Direttore”: con il sesto appuntamento su “Ernesto Schiaparelli, la M.A.I e il Partage” il direttore Greco chiude il racconto della storia pluricentenaria del museo, descritta nella sezione ipogea

Il sesto appuntamento con le “Passeggiate del direttore” dedicata a “Ernesto Schiaparelli, la M.A.I e il Partage” completa la visita della sezione ipogea del museo Egizio di Torino e con essa la storia pluricentenaria dell’istituzione culturale piemontese. Il direttore Christian Greco inizia presentandoci la figura di Ernesto Schiaparelli che rappresenta un tassello fondamentale nella storia del museo Egizio. “Nel 1894”, ricorda Greco, “70 anni dopo la fondazione del museo, Schiaparelli, che era già stato per 14 anni direttore del museo Egizio di Firenze (1880-1894), arriva a Torino e comprende subito che il ruolo della collezione non è più quello che aveva avuto un tempo. La collezione è sì importante ma altri musei europei stanno avendo un ruolo importante anche perché loro stanno scavando in Egitto. E capisce quindi che non basta più solo acquisire nuovi reperti e andare in Egitto per acquistare nuovi reperti, ma che bisogna cominciare a scavare: dare un contesto archeologico agli oggetti, capire da dove essi vengono. Investigare dei siti e poi portare gli oggetti in museo contestualizzati, capendone al storia. Per cui l’oggetto non è più il tesoro singolo ma è il documento storico che ci permette di capire un sito, un paesaggio, una fase storica dell’Antico Egitto”.

Ernesto Schiaparelli e i suoi strumenti da lavoro (dalla mostra “M.A.I,.”, foto Graziano Tavan)

Schiaparelli ottiene da Gaston Maspero, Direttore del servizio di Antichità, la possibilità di operare degli scavi in Egitto. “A dire il vero lui può scegliere dove scavare in Egitto”, continua il direttore. “Ma per far questo servivano dei finanziamenti, finanziamenti che Schiaparelli chiede al ministero per gli Affari esteri, il quale però indica di rivolgersi al ministero per la Pubblica istruzione. Per un po’ i due ministeri si rimpallano la richiesta finché nel 1903 c’è l’ok e si può finalmente fondare la Missione Archeologica Italiana (M.A.I.) in Egitto. Dal 1903 al 1920 ci saranno 12 campagne fondamentali che da Nord a Sud permetteranno di documentare l’Antico Egitto e di scavare in vari siti, e permetteranno soprattutto di incrementare la collezione perché Schiaparelli porterà a Torino più di 35mila reperti”.

La cartina dell’Egitto con le missioni archeologiche di Ernesto Schiaparelli (dalla mostra “M.A.I.”, foto Graziano Tavan)

La macchina fotografica di Ernesto Schiaparelli (dalla mostra “M.A.I.”, foto Graziano Tavan)

Come operava Schiaparelli? “Il compagno di lavoro fedele di Schiaparelli era la macchina fotografica. In maniera quasi ossessiva faceva documentare tutte le fasi dello scavo: il momento della scoperta, il momento in cui l’oggetto veniva messo all’interno delle casse e veniva trasportato. Questa documentazione oggi ci permette di capire dove aveva scavato e a volte di ricostruire la stratigrafia. Il museo Egizio conserva 14mila lastre fotografiche inedite del periodo degli scavi. E 39 metri lineari di archivio che ci permettono di capire fase dopo fase”. Schiaparelli scava a Eliopoli, a Giza, a Ossirinco, ad Ashmunein, ad Asyut, ad Hammamiya, a Qaw el Kebir, a Deir el Medina, a Tebe Ovest, dove scopre il villaggio degli artisti del faraone. Andrà poi nella valle delle Regine, a Gebelein, fino ad arrivare ad Aswan. “È questo anche il momento in cui l’Egitto comincia a interrogarsi su quale debba essere il rapporto con i Paesi che vengono a scavare in Egitto, quale debba essere la regolamentazione. È allora che cominciano a essere inserite le leggi del Partage, che permette ai Paesi stranieri di scavare in Egitto ma con l’obbligo di lasciare in Egitto gli oggetti più belli, mentre gli altri vengono portati all’estero con permessi di esportazione. Schiaparelli accresce le collezioni e trasforma il museo Egizio da antiquario ad archeologico”.

Il tempio di Ellesija donato dall’Egitto all’Italia e conservato al museo Egizio di Torino

Il telegramma di Giulio Farina al ministro Bottai (foto museo Egizio)

La storia del museo Egizio si chiude con un momento tragico. Siamo nel 1942. È il periodo dei bombardamenti. Giulio Farina è alla guida del museo. La città di Torino viene bombardata e Giulio Farina il 2 dicembre 1942, che vorrebbe subito evacuare le collezioni, scrive un telegramma al ministro della Pubblica istruzione, Bottai, di venire lui a vedere com’è la situazione. Ma ormai è tardi. L’8 dicembre 1942 il museo viene bombardato. Colpite tra l’altro le vetrine con i reperti che vengono da Gebelein. “Questo forse è il momento più drammatico per il museo”, ricorda Greco. “Le collezioni poi verranno evacuate e portate al castello di Agliè, fuori Torino, con i mezzi della Wehrmacht, e poi riportati alla fine della guerra con i mezzi alleati. Il museo Egizio riaprirà nel 1946, uno dei primi in Italia tra i grandi musei”. C’è un ultimo grande reperto che arriva al museo Egizio, il tempio di Ellesija, che si vedrà alla fine delle passeggiate. Verrà dato al museo in base a un decreto presidenziale di Nasser nel 1970 per ringraziare l’Italia per quanto ha fatto per la salvaguardia dei monumenti durante la campagna Unesco, quando i monumenti dell’antico Egitto rischiavano di essere sommersi dalle acque del lago Nasser.

Ercolano. Eccezionale scoperta: per la prima volta al mondo trovati i resti vetrificati di cervello umano. Erano in una vittima dell’eruzione del 79 d.C.. Lo studio, frutto della collaborazione dell’università Federico II di Napoli e del parco, pubblicato sul New England Journal of Medicine. Il prof. Petrone, autore della scoperta, racconta la ricerca nei “Lapilli di Ercolano”

I resti vetrificati di cervello umano studiati dall’università Federico II di Napoli (foto Petrone)

A guardarlo sembra uno scarto di lavorazione, un grumo di vetro caduto durante la produzione. E invece rappresenta una delle più grandi scoperte dell’archeologia degli ultimi anni: rinvenuti i resti di cervello di una vittima dell’eruzione del 79 d.C. nella città di Ercolano. La conservazione di tessuto cerebrale è un evento estremamente raro in archeologia, ma è la prima volta in assoluto che vengono scoperti resti umani di cervello vetrificati per effetto del calore prodotto da un’eruzione. Ancora una volta, l’antica Ercolano si impone al centro dell’attenzione internazionale grazie ad una nuova sensazionale scoperta ad opera di un team di antropologi e ricercatori guidato da Pier Paolo Petrone dell’università Federico II di Napoli, che da anni studia gli effetti delle eruzioni del Vesuvio sul territorio campano e le popolazioni che lo hanno abitato nel passato. Ed è lo stesso prof. Petrone a raccontare questa eccezionale scoperta nella quarta clip dei “Lapilli del parco archeologico di Ercolano”.

Il Collegio degli Augustali di Ercolano dove è conservato lo scheletro del Custode (foto Petrone)

Il prof. Pier Paolo Petrone, antropologo forense dell’università Federico II di Napoli

La notizia della scoperta era stata data alla fine di gennaio 2020, poco prima dell’esplosione dell’emergenza da coronavirus, che ha cambiato l’approccio al patrimonio culturale italiano, chiuso al pubblico per decreto. Infatti proprio al 23 gennaio 2020 il New England Journal of Medicine, prestigiosa rivista medica leader a livello mondiale, aveva pubblicato i risultati di uno studio sui resti di materiale cerebrale rinvenuti in una delle vittime dell’eruzione, il cui scheletro si trova ancora oggi in uno degli ambienti di servizio del Collegio degli Augustali. Allo studio hanno preso parte il direttore del Parco Francesco Sirano, insieme al prof. Piero Pucci del CEINGE – Biotecnologie Avanzate e il prof. Massimo Niola dell’università di Napoli Federico II, insieme a ricercatori dell’università di Cambridge. L’eruzione, che nel 79 d.C. colpì con valanghe di cenere bollente Ercolano e Pompei uccidendo all’istante tutti gli abitanti, in poche ore seppellì l’intera area vesuviana fino a 20 km di distanza dal vulcano. Negli anni ’60, durante gli scavi condotti dall’allora soprintendente Amedeo Maiuri, nella cenere vulcanica furono rinvenuti un letto ligneo e i resti carbonizzati di un uomo, che gli archeologi ritengono fosse il custode del Collegio consacrato al culto di Augusto. Nell’ambito di una decennale collaborazione scientifica con Francesco Sirano, recenti indagini sul campo, condotte da Pier Paolo Petrone, hanno portato alla scoperta nel cranio della vittima di materiale vetroso, nel quale sono state identificate diverse proteine ed acidi grassi presenti nei tessuti cerebrali e nei capelli umani. L’ipotesi degli studiosi è che l’elevato calore sia stato letteralmente in grado di bruciare il grasso e i tessuti corporei della vittima, causando la vetrificazione del cervello.

Il letto carbonizzato con il corpo del Custode scoperto da Maiuri ad Ercolano nel 1961 (foto Petrone)

Il racconto del prof. Pier Paolo Petrone, antropologo forense e direttore del Laboratorio di Osteobiologia Umana e Antropologia Forense, Dipartimento di Scienze Biomediche Avanzate presso l’università di Napoli Federico II. “Ancora una volta – sottolinea – le ricerche condotte in collaborazione con il parco archeologico di Ercolano ci hanno permesso come università di Napoli, in particolate come laboratorio di Antropologia forense presso il dipartimento di Scienze biomediche avanzate della Federico II, di giungere a una scoperta eccezionale, quella dei resti vetrificati di un cervello dallo scheletro del cosiddetto Custode, una vittima dell’eruzione, un giovane uomo, rinvenuto nel 1961 dal direttore dell’epoca, Amedeo Maiuri, all’interno di un letto ligneo completamente carbonizzato e sepolto dalle ceneri. Per fortuna il direttore dell’epoca ha pensato di musealizzare questo reperto e noi, dopo 60 anni, abbiamo scoperto che all’interno del cranio di questa vittima si sono preservati dei resti vitrei, vetrificati, del cervello di questo individuo. Questa è stata una scoperta eccezionale pubblicata il 23 gennaio scorso dal New England Journal of Medicine, la massima rivista di medicina al mondo, che appunto riporta i risultati di questo studio che ci ha permesso, attraverso una serie di analisi, biomolecolari e di proteomica, di rinvenire e di scoprire all’interno di questi resti una serie di acidi grassi, tipici dei trigliceridi del cervello umano, e anche dei capelli umani, ma soprattutto una serie di sette proteine degli enzimi altamente rappresentati in tutti i tessuti cerebrali umani: parliamo di amigdala, cerebrocertex, ipotalamo, e così via”.

Una tavoletta in legno carbonizzato con iscrizione da Ercolano (foto da “Ercolano tre secoli di scoperte”, a cura di M. Borriello, M. P. Guidobaldi, P. G. Guzzo, Napoli 2008)

“Quindi – continua – una scoperta oggettivamente unica al mondo in quanto mai prima d’ora né in campo archeologico né tanto meno in ambito medico-legale o forense è stato mai prima scoperto un residuo del genere. La vetrificazione è nota in archeologia ma riguarda essenzialmente reperti vegetali. Infatti anche noi abbiamo scoperto, sempre nel sito di Ercolano, dei frammenti di legno carbonizzato in parte vetrificati. Quindi questo ancora una volta ci fa sottolineare l’importanza della collaborazione tra l’università di Napoli e il parco archeologico di Ercolano, in particolare nella persona del direttore Francesco Sirano, che da anni ci dà la possibilità di studiare questi reperti fondamentali sia per quanto riguarda lo studio della storia, dell’archeologia, della cultura romana e della popolazione di Ercolano, ma anche soprattutto se vogliamo dal punto di vista del rischio vulcanico cui qui sono esposti oltre 3 milioni di persone oggi a Napoli. Il Vesuvio dista solo sei chilometri da Ercolano e poco più del doppio da Napoli. Questo tipi di studi – conclude – sono fondamentali da vari punti di vista, e così si aggiungono ad altri ancora in corso molto importanti che spero presto potranno portare ulteriori grandi risultati”.

Ercolanesi sorpresi dall’eruzione sull’antica spiaggia di Ercolano (foto Graziano Tavan)

Le fogne dell’Insula Orientalis II di Ercolano oggetto di scavo archeologico (foto archivio Hcp)

“Sin dalle eccezionali scoperte avvenute all’inizio degli anni ‘80 del 900 presso l’antica spiaggia, il campione antropologico offerto dal sito di Ercolano si è rivelato di estremo interesse”, dichiara il direttore Sirano. “Gli studi di antropologia fisica sono ora supportati da analisi di laboratorio sempre più sofisticate. Stiamo inoltre associando ad esse innovative ricerche sul DNA degenerato che, come sembrano dimostrare lavori di prossima edizione da parte del prof. Petrone, ha ancora racchiuse in sé alcune parti della sequenza del codice in grado di chiarire origine e grado di parentela delle vittime ritrovate nelle rimesse delle barche presso l’antica spiaggia. Questi straordinari dati possono peraltro confrontarsi con quelli derivanti dalle analisi sui materiali organici e sui coproliti rinvenuti nel corso degli scavi nelle fogne sotto il cardo V (scavi condotti in collaborazione con la Fondazione Packard) che hanno chiarito tanti aspetti del regime alimentare e contribuito ad arricchire il quadro delle più frequenti patologie che affliggevano gli abitanti di Herculaneum. Se pensiamo a tutto quanto conosciamo attraverso la variegata documentazione scrittoria antica formata da documenti pubblici e privati (epigrafi su marmo, tavolette cerate, papiri, graffiti) – conclude il direttore – davvero si comprendono l’inestimabile valore e le potenzialità ancora inespresse da questo prezioso sito UNESCO che il Parco Archeologico conserva e valorizza in un’ottica di ricerca aperta e multidisciplinare”.

#iorestoacasa. Altri cinque nuovi “Bollettini” del direttore Zuchtriegel dal parco archeologico di Paestum: da una domus romana al comitium, al tempio della Pace. Focus sulla Tomba del Tuffatore

Record di visitatori al parco archeologico di Paestum prima dell’emergenza coronavirus (foto parco archeologico Paestum)

La comunicazione dal parco archeologico di Paestum e Velia non si ferma. Ecco altri cinque “bollettini” del direttore del parco, Gabriel Zuchtriegel, comunicazioni video realizzati fin dai primi giorni della chiusura per decreto e che in questi giorni sono stati messi in linea sul canale YouTube, con l’obiettivo – nell’impegno #iorestoacasa – di far conoscere Paestum da una prospettiva interna, quella di chi quotidianamente vive il museo e l’area archeologica. Ecco, dunque, il racconto di approfondimenti, aneddoti, anticipazioni e curiosità con riprese dagli scavi, dal museo, dagli uffici e dai depositi.

Con il bollettino numero 6 il direttore Zuchtriegel comunica le ultime decisioni relative agli scavi PON Cultura e Sviluppo: lo scavo del tempietto dorico è sospeso. Il personale fa sempre più fatica a raggiungere il sito archeologico e quindi si è deciso di mettere in sicurezza l’area e predisporre una sorveglianza speciale in attesa di poter riprendere, superata l’emergenza sanitaria. “È tempo di fare squadra per superare questo momento di crisi, il sereno tornerà su Paestum e su tutta l’Italia”.

Ecco il bollettino numero 7 del Parco Archeologico di Paestum girato all’interno di una abitazione di epoca romana, oggetto dei recenti lavori previsti dal PON Cultura e Sviluppo. “Approfittiamo di questi giorni per rimanere nelle nostre abitazioni nell’attesa di poter tornare a vivere tempi migliori”. La struttura dell’abitazione è quella tipica dei romani: un ingresso, un cortile con un impluvium per la raccolta dell’acqua piovana che veniva poi convogliata in una piccola cisterna domestica. “La villa – spiega Zuchtriegel – è stata realizzata su un impianto del III-II sec. a.C. che ospitava una fornace per la ceramica di anfore destinate a contenere olio e vino prodotto nel territorio di Paestum ed esportato in altre regioni del Mediterraneo. Questa era di certo la casa di una ricca famiglia. I poveri abitavano spesso in spazi dentro queste domus: sono piccoli ambienti che si aprivano sulla strada. Un po’ come i bassi di Napoli. In questi spazi ridotti si svolgeva tutta la vita della famiglia: mangiare, dormire, ma anche attività commerciali. Così il mono-bilocale diventava anche bottega”.

Una passeggiata con il direttore Gabriel Zuchtriegel nella Paestum romana per il bollettino numero 8 del Parco Archeologico di Paestum e Velia. “Voi restate a casa, a raccontarvi di Paestum ci pensiamo noi”. Paestum diventa romana nel 273 a.C. Vengono qua coloni romani che parlano latino e che cambiano tutto il volto della città. Il tempio di Nettuno rimane in uso, ma viene ridisegnato lo spazio centrale della città. L’agorà dei greci diventa il forum, che viene realizzato sul modello di Roma. Il direttore Zuchtriegel inizia la passeggiata dal comitium, a forma circolare con gradini, dove si svolgevano le assemblee del popolo. “Questo monumento – spiega Zuchtriegel – che poteva contenere poche centinaia di persone, ci permette di farci un’idea della consistenza del numero di coloni giunto alle rive del Sele. Qui si deliberava della sorte della città”. Qui c’è anche il cosiddetto tempio della Pace, dove sono in corso nuovi scavi archeologici da parte dell’università di Bochum (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/09/18/due-scoperte-in-pochi-giorni-a-paestum-nel-santuario-di-athena-una-testa-tardo-arcaica-forse-parte-di-una-metopa-nel-tempio-della-pace-un-frammento-di-scultura-architettonica/). “Non è ancora ben chiaro il rapporto tra il comitium e il tempio che sembra tagliare l’anello circolare. Allora ci si chiede se il tempio c’era già prima del comitium, come sembrano suggerire recenti ritrovamenti sotto l’altare davanti al tempio. Probabilmente esisteva un tempio che viene rispettato al momento della realizzazione del comitium. Poi i romani decisero di ampliare il tempio e così tagliarono il comitium”.

La ricostruzione, in dimensioni monumentali, della Tomba del Tuffatore per la mostra “Paestum – una città del Mediterraneo antico” a Chengdu (foto parco archeologico Paestum)

Con il bollettino numero 9 il Parco Archeologico di Paestum e Velia dà a tutti una fantastica notizia: PAESTUM RIAPRE, PER ORA IN CINA, di cui archeologiavocidalpassato ha dato tempestivamente informazione (https://archeologiavocidalpassato.com/2020/03/18/paestum-riapre-per-ora-in-cina-dopo-lo-stop-per-il-coronavirus-riapre-a-chengdu-la-mostra-paestum-una-citta-del-mediterraneo-antico-zuchtriegel-un-segnale-di-s/): “Paestum riapre, per ora in Cina. Ricordate quanto avevamo scritto ai primi di dicembre 2019? “La Tomba del Tuffatore come non si è mai vista. È stata ricostruita in dimensioni monumentali più grandi del vero a Chengdu, capoluogo del Sichuan, provincia cinese con 90 milioni di abitanti, per la mostra “Paestum – una città del Mediterraneo antico” organizzata dal Parco Archeologico di Paestum in collaborazione con il Museo del Sichuan” dove sarebbe dovuto rimanere aperta fino al 26 febbraio 2020 (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/12/16/i-tesori-del-parco-archeologico-di-paestum-sbarca-in-cina-aperta-a-chengdu-la-mostra-paestum-una-citta-del-mediterraneo-antico-con-134-preziosi-reperti-dai-depositi-che-c/). Ma all’indomani dell’emergenza sanitaria che ha messo in ginocchio la Cina anche la mostra “Paestum – una città del Mediterraneo antico” è stata chiusa. Fino alla notizia giunta ieri: da oggi, 18 marzo 2020, in Cina sarà nuovamente possibile ammirare i 134 reperti provenienti dai depositi di Paestum: la speranza è che anche il Parco Archeologico di Paestum e gli altri istituti culturali possano riaprire al più presto le porte ai visitatori per continuare a comunicare a tutti la storia e la cultura italiana”.

Il bollettino numero 10 del Parco Archeologico di Paestum e Velia è dedicato alla celeberrima Tomba del Tuffatore. Chi è quel giovane che si tuffa da una specie di piattaforma nell’acqua, probabilmente il mare? A più di 50 anni dalla sua scoperta gli studiosi continuano a interrogarsi sull’immagine della lastra di copertura della tomba. “Interessante – spiega il direttore del parco – è una recente teoria che, in base a riscontri con il mondo greco e soprattutto etrusco, potrebbe rappresentare una prova di coraggio durante l’ephebìa, quel periodo tra adolescenza ed età adulta”. In quella fase della vita i giovani venivano mandati in zone liminali della città a sostenere una specie di servizio militare, dove erano chiamati a superare prove di coraggio. Si andava via da casa ancora ragazzi e ci si tornava adulti. “Trovo questa ipotesi particolarmente intrigante – continua Zuchtriegel – perché permetterebbe di collegare questa immagine a una prassi elitaria della città antica di Paestum all’inizio del V sec. a.C. E questo ci permetterebbe anche di non vedere in questa raffigurazione un’immagine astratta, ma un paesaggio reale che si può apprezzare ancora oggi nel Cilento dove spesso le colline arrivano fino al mare. Di certo questa non è l’ultima parola di una discussione che dura ormai da 50 anni, ma certo è uno stimolo importante”. Il direttore si sofferma sulla figura del tuffatore che è colto in un momento sospeso nell’aria, durante il volo. “Il giovane ha gli occhi aperti. È lucido e guarda quello verso cui sta andando incontro, l’acqua. Non chiude gli occhi, non perde la testa, ma consapevolmente supera questa prova di coraggio”.

#iorestoacasa. Il direttore del parco, Massimo Osanna, ci fa scoprire un altro monumento particolare del Foro triangolare di Pompei: un edificio rettangolare ritenuto un heroon, ma che probabilmente era un altare per gli olocausti

Il direttore generale del parco archeologico di Pompei, Massimo Osanna, in questo nuovo video per gli appassionati che sono a casa parla di un luogo particolarmente misterioso del Foro triangolare di Pompei. Un edificio rettangolare, probabilmente a cielo aperto, che ingloba un recinto più piccolo, posto immediatamente a ridosso del tempio arcaico. Si è pensato che fosse un heroon, un luogo di culto dedicato all’eroe, in questo caso ad Eracle che a Pompei ebbe un ruolo così importante da esserne designato come fondatore. “Ma ci potrebbero essere anche altre ipotesi, altre suggestioni”, spiega Osanna. “Forse questo non è altro che un altare. Gli altari sono di solito davanti ai templi: questo è proprio in asse con la scalinata d’ingresso, quindi sarebbe nel luogo ideale per poter individuare un altare”. Ma perché un altare così strano? “Forse era un altare destinato a sacrifici particolari, che richiedevano un fuoco particolarmente corposo perché c’erano delle vittime da sacrificare con un rito che i greci chiamavano olocausto, quel rito in cui si bruciavano completamente le vittime da dedicare alla divinità”. Mentre in altri riti si bruciano le vittime dividendone una parte per gli dei e una parte per gli uomini, che quindi possono anche mangiare queste carni, nel rito che prevede l’olocausto la vittima viene completamente bruciata all’interno dell’altare. “E forse questo è proprio il caso dell’altare nel foro triangolare di Pompei”. Questo luogo è un po’ misterioso anche per la sua cronologia. “Si è pensato che fosse un luogo antico dove qui si svolgevano dei riti già prima della colonia romana. Gli scavi più recenti mostrano invece una situazione diversa. Il muro che recinge l’altare è stato realizzato dopo il terremoto del 62 d.C., quindi era uno di quei luoghi ristrutturati per consentire, in questo caso, il prosieguo del culto. Dell’altare del periodo arcaico ormai non abbiamo più traccia”.

#iorestoacasa. “Il porto fluviale di Aquileia e i commerci” con Cristiano Tiussi è il tema della terza “pillola video” proposta dalla Fondazione Aquileia

“Il porto fluviale di Aquileia e i commerci” con protagonista Cristiano Tiussi, archeologo e direttore della Fondazione Aquileia è il tema della terza “pillola” video proposta dalla Fondazione Aquileia che apre virtualmente le porte della città antica al pubblico, in questo momento di chiusura forzata, aderendo alla campagna del MiBACT #iorestoacasa. Oggi chi visita le rovine, ancora ben conservate, della sponda e delle banchine di carico e scarico, dei piani inclinati e delle rampe di raccordo con le vie urbane fatica a immaginare che sotto la passeggiata della cosiddetta “via Sacra” si aprisse un bacino fluviale largo quasi cinquanta metri, nel quale approdavano imbarcazioni di diversa stazza, provenienti da tutto il Mediterraneo; oppure, che alle spalle della banchina si sviluppasse un lunghissimo edificio, con tre soli accessi collegati ai piani inclinati.

Il porto fluviale di Aquileia è uno degli esempi meglio conservati di struttura portuale del mondo romano (foto Gianluca Baronchelli)

Il porto fluviale è uno degli esempi meglio conservati di struttura portuale del mondo romano e sorgeva sull’antico corso del Natisone e Torre, che costeggiava a est l’antica città e che in questo punto aveva una larghezza di quasi cinquanta metri. Le strutture, scavate negli anni Trenta del secolo scorso, si sviluppavano per più di trecento metri lungo la sponda destra del fiume, a ridosso delle mura di età repubblicana. Sovrappostosi ad un più antico impianto, il porto fluviale fu completamente ristrutturato all’inizio del I secolo d.C., con un nuovo complesso di banchine e un lungo edificio retrostante, che si apriva verso il fiume. Tre rampe, oblique rispetto al prospetto delle banchine, consentivano il collegamento con la viabilità urbana. Ulteriori trasformazioni risalgono all’età di Costantino il Grande (306- 337 d.C.) pochi anni prima che, proprio sopra le banchine, venissero erette le nuove mura di cinta, che decretarono, assieme al restringimento dell’alveo, il progressivo abbandono del porto.

#iorestoacasa. Il parco archeologico di Paestum è chiuso al pubblico, ma la cultura non si ferma. Per gli appassionati il direttore Zuchtriegel posta dei “Bollettini”, comunicazioni video per far conoscere Paestum da una prospettiva interna, quella di chi quotidianamente vive il museo e l’area archeologica. Ecco i primi cinque

Il tempio di Nettuno a Paestum (foto parco archeologico Paestum)

Gabriel Zuchtriegel li chiama “Bollettini”, termine particolarmente in sintonia con questi tempi di emergenza sanitaria che si combatte contro un nemico invisibile: sono comunicazioni video dal parco archeologico di Paestum e Velia, realizzati fin dai primi giorni della chiusura per decreto e che in questi giorni sono stati messi in linea sul canale YouTube, con l’obiettivo – nell’impegno #iorestoacasa – di far conoscere Paestum da una prospettiva interna, quella di chi quotidianamente vive il museo e l’area archeologica. Ecco, dunque, il racconto di approfondimenti, aneddoti, anticipazioni e curiosità con riprese dagli scavi, dal museo, dagli uffici e dai depositi. Intanto cosa fa un Parco archeologico senza visitatori, chiuso per via dell’emergenza sanitaria? A Paestum e Velia, la risposta è: si prepara alla riapertura con corsi di formazione offerti al personale. “L’obiettivo”, spiega il direttore del parco Zuchtriegel, “è che anche i colleghi che non hanno mansioni tali da poterle svolgere da casa non siano penalizzati in questa situazione, dovendo consumare ferie e recuperi; anzi, vogliamo usare il tempo per prepararci al meglio per la riapertura, ovviamente da casa. Quando si riapriranno le porte del parco, e speriamo che sarà presto, troverete una squadra ancora meglio preparata grazie a un programma che valorizza conoscenze e competenze presenti all’interno della struttura che saranno condivise attraverso la rete”. Intanto per noi che restiamo a casa ci godiamo questo filo diretto con il Parco. Ecco i primi cinque “bollettini”.

La bellezza di Paestum abbatte ogni confine fisico e arriva fin nelle nostre case. Ecco il bollettino numero 1 del Parco Archeologico di Paestum e Velia in cui il direttore Gabriel Zuchtriegel ci racconta alcune pillole di archeologia. Comincia presentando il santuario meridionale meglio noto come il Tempio di Nettuno e la cosiddetta Basilica, perché in realtà non si sa a quali divinità fossero dedicato questi edifici sacri. Questi due templi sono tra i meglio conservati del periodo (V sec. a.C.) in tutto il Mediterraneo. “Forse c’era un tempio di Hera, forse uno di Apollo: ma non sappiamo quale”, spiega il direttore. “Un culto di Apollo, che era anche un dio medico, era molto importante a Paestum, la Poseidonia dei greci. Nella Magna Grecia e in Sicilia Apollo e Poseidone erano le divinità molto seguite perché proteggevano i coloni che venivano qua dalla Grecia per fondare nuove città. E tra gli aspetti molto importanti in tutti questi santuari c’è l’acqua: e qui, davanti ai due templi, c’è una struttura sulla quale ancora si discute. È il cosiddetto orologio d’acqua. Sicuramente non era un orologio d’acqua, ma è altrettanto certo che aveva a che fare con l’acqua: ci sono i canali, c’è la cisterna sotto il pavimento. Proprio qui è stata trovata una stele con iscritto il nome di Chirone, il centauro anche lui legato alla medicina, alla guarigione, alla saggezza antica”.

A Paestum continuano i lavori PON Cultura e Sviluppo lungo le mura dell’antica città. Nel bollettino numero 2 del Parco Archeologico di Paestum e Velia il direttore Gabriel Zuchtriegel racconta i lavori in corso: restauri, manutenzioni e anche qualche saggio di scavo. “Uno di questi cantieri”, spiega il direttore, “si trova proprio sul tempietto dorico di inizio V sec. a.C. che abbiamo trovato nel giugno 2019 (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/09/27/paestum-lancia-una-raccolta-fondi-con-lartbonus-per-riportare-alla-luce-il-tempio-dorico-individuato-allinizio-dellestate-lungo-le-mura-emersi-alcuni-frammenti-di-un-edificio-sacr/). E continuano a uscire nuovi elementi, come un frammento di sima (grondaia) del tetto, con ancora tracce del colore originario sulla decorazione a palmette”. E anche in questo tempietto, come già visto davanti al tempio di Nettuno, era presente l’acqua. “È stato trovato un frammento di louterion, grande bacile che era posizionato all’ingresso dei luoghi sacri per l’abluzione rituale”. Lo scavo del tempietto è lungo la cinta muraria che sta tornando alla luce insieme agli elementi del crollo dell’edificio sacro: parte di un fregio a triglifo, blocchi di colonne. “È emerso anche, proprio in questi primi giorni di marzo 2020, una parte dello stilobate (la base dove poggiavano le colonne) ancora in situ”.

Il Parco Archeologico di Paestum è chiuso al pubblico, ma l’attività degli uffici, seppur in forma molto ridotta, continua. Nel bollettino numero 3 del Parco Archeologico di Paestum e Velia si racconta cosa succede “dietro le porte” di un museo chiuso.

Dallo scavo PON Cultura e Sviluppo continua il racconto del direttore Gabriel Zuchtriegel. Il bollettino numero 4 ci aggiorna sul tempietto dorico e sui riti che si svolgevano in questa zona vicino le mura dell’antica città di Poseidonia. Lo scavo ha restituito più di duecento pezzi del tempietto dorico (colonne, fregio, architrave,) e poi la base dell’edificio con gli incavi dove veniva posto il perno che fissava la posizione delle colonne. “Si comincia già ad avere un’idea dell’impianto complessivo”, spiega Zuchtriegel. “Doveva essere un piccolo tempio periptero, cioè circondato di colonne su tutti i quattro i lati, fatto molto strano per un edificio piccolo: questo doveva essere di 4 colonne sui lati corti e 7 su quelli lunghi”. E continuano a venire alla luce anche nuovi elementi sulla ritualità. È stata trovata una piccola statuina in terracotta di età ellenistica. Rappresenta la testa di una donna con una ricca capigliatura e una specie di cappuccio sulla testa. “Questa statuetta ci racconta di una ritualità quotidiana in cui uomini e donne, giovani e adulti venivano qua. Questo era un luogo vissuto con processioni, musica, feste, rituali, sacrifici. Questo tempietto, vicino alle mura, faceva parte di una serie di santuari che circondava la città a creare una specie di protezione sacra dello spazio urbano”.

Ecco il bollettino numero 5 dal museo di Paestum: ci si prepara alla riapertura sfruttando questo tempo per fare un po’ di manutenzione ai reperti.

#iorestoacasa. “Passeggiate del Direttore”: nel quinto incontro il direttore del museo Egizio ci ricorda il ruolo di Vidua nella nascita del museo, ci riporta alle atmosfere dell’Ottocento con le sale storiche, e ci fa conoscere il Canone Regio

Le “Passeggiate del direttore”, pensate nell’impegno lanciato dal Mibact #iorestoacasa, sono giunte alla quinta puntata dedicata al ruolo ricoperto da Carlo Vidua nella nascita del museo Egizio, alla concezione del museo per tutto l’Ottocento, resa oggi dalle cosiddette Sale storiche, fino a conoscere uno dei papiri più famosi e importanti conservati a Torino, il Canone Regio. La “passeggiata” inizia da una vetrina che conserva alcune statuette lignee (ushabti) con il cartiglio del faraone Seti I, gentilmente prestate dal museo civico di Casale Monferrato, perché dà modo al direttore Christian Greco di parlare della figura e del ruolo di Carlo Vidua, conte di Conzano, originario proprio di Casale Monferrato, esploratore, collezionista, viaggiatore. “Intorno al 1819 Vidua si reca in Egitto – ricorda Greco – dove probabilmente vede una lista manoscritta di Bernardino Drovetti con l’intera collezione. E allora scrive immediatamente a Prospero Balbo, presidente dell’accademia delle Scienze di Torino, perché insista con il re Vittorio Emanuele I per l’acquisto della collezione. A Balbo scrive: “Solo se Torino acquisterà questa collezione l’Italia (che in realtà non esisteva ancora, non era stata ancora unificata) sarà un grande Paese”. E aggiunge: “Questo perché avrà il primo museo Egizio in Torino, la prima Galleria in Firenze, e il più grande museo di Antichità classiche in Roma”. Ecco il valore che veniva dato alla cultura e il valore dell’investimento davvero lungimirante che i Savoia decisero di fare con questo museo. La cultura come colonna identitaria di un Paese, e mi piace pensare che non a caso proprio Torino, Firenze e Roma si siano passate il testimone per essere capitale di questo Paese grazie anche alla forza che hanno delle collezioni che esse custodiscono”.

Le due tele di Lorenzo Delleani del 1871 con il museo Egizio e il museo di Scienze naturali (foto museo egizio)

Si torna alla storia del museo: nel 1824 la collezione Drovetti arriva a Torino e il museo arriva nel Palazzo dell’Accademia delle Scienze che da allora è la sede dell’Egizio. Nel 1832 si decide di unificare la collezione, che in parte era all’università, insieme alle antichità classiche. E così nasce il regio museo di Antichità ed Egizio. “Nell’800 il museo è essenzialmente un luogo di studio”, spiega il direttore. “Lo vediamo molto bene in un quadro di Lorenzo Delleani, che rappresenta il direttore e altri studiosi con il libro in mano che leggono le stele e cercano di capire cosa vi sia scritto. La collezione serve dunque a studenti e studiosi per capire l’Antico Egitto, perché proprio in queste sale si andava via via scrivendo la storia dell’Antico Egitto”. Proprio recentemente il museo Egizio ha voluto ricreare questa atmosfera allestendo le cosiddette Sale storiche (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/12/27/torino-il-museo-egizio-apre-al-pubblico-nuovi-spazi-dedicati-al-racconto-della-propria-storia-allestite-cinque-nuove-sale-fra-cui-quella-dedicata-alla-fedele-ricostruzione-di-un-ambiente-museale-de/) dove troviamo una vetrina originale dei primi allestimenti del museo dove sono stati posti gli oggetti così come erano esposi nell’Ottocento: raccolti per tipologie e senza didascalie, perché il museo è un luogo di studio dove studenti e studiosi vengono per approfondire, per capire, per cercare di mettere su carta qua era l’antica civiltà egizia. O ancora una vetrina con un sarcofago che ricorda quanto si vede nel dipinto di Delleani. In queste sale è stato infine possibile riunificare ciò che era stato separato nel 1939: come il medagliere dei sovrani d’Egitto in epoca greca (da Tolomeo I Soter a Cleopatra VII) e romana (imperatori fino ad Adriano), gentilmente concesso dai musei Reali di Torino, dove – appunto nel 1939 – è stata spostata dal palazzo dell’Accademia delle Scienze la collezione di antichità.

La ricostruzione di una sala del museo con l’allestimento come era nell’800 (foto museo egizio)

Tra i documenti meravigliosi che il museo conserva c’è il papiro di Torino, la lista reale di Torino: il Canone Regio. È uno dei documenti più importanti che esistono al mondo. In ordine cronologico raccoglie il nome dei sovrani che si sono succeduti alla guida dell’Egitto. È una lista di 77 nominativi che vanno dall’epoca di Narmer all’età ramesside, con alcune epurazioni: non ci sono i faraoni che non vengono ritenuti degni di essere ricordati, o quanti sono oggetto di damnatio memoriae. “Ma grazie a questa lista”, sottolinea Greco, “confrontata con la lista cronologica di Manetone, è stato possibile costruire quella colonna dorsale cronologica dell’Antico Egitto per ricostruire la storia di questa civiltà. Questa lista la vide Champollion in Egitto: gli venne portata una tavola lunga quasi tre metri con una serie di frammenti di papiro e lui capì immediatamente la valenza di quel papiro tanto che disse che si trovava davanti a un documento così importante che non osava nemmeno respirare nel timore che il suo respiro condannasse all’oblio il nome di faraoni conservati per secoli”.

San Pietroburgo. Secondo appuntamento dal museo Ermitage a sostegno dell’Italia dedicato a “Venezia nella Venezia del Nord. Canaletto, Marieschi e Guardi” con Irina Artemieva

L’imponenza del Palazzo d’Inverno del museo Ermitage di San Pietroburgo (foto Graziano Tavan)

Dopo lo straordinario successo della prima diretta in italiano trasmessa il 26 marzo dalle sale dell’Ermitage sul canale YouTube, secondo appuntamento dal museo Ermitage a sostegno dell’Italia in questo difficile momento, per raccontare la grande arte italiana custodita nel museo russo. Giovedì 2 aprile 2020 alle 18, la puntata è stata dedicata a “Venezia nella Venezia del Nord. Canaletto, Marieschi e Guardi”.

“Ricevimento dell’Ambasciatore Francese a Palazzo Ducale” dipinto da Canaletto e conservato al museo dell’Ermitage di san Pietroburgo (foto Ermitage)

I massimi protagonisti del vedutismo, il famoso genere pittorico del paesaggio urbano fiorito a Venezia nel Settecento, sono straordinariamente rappresentati nelle collezioni del museo di San Pietroburgo. Canaletto, Guardi, Bellotto, Marieschi e Carlevarjis raffigurano nelle loro tele, nel corso del XVIII secolo, palazzi e chiese, calli e canali della Serenissima – città tra le più amate dalla corte degli zar – innovando il senso della luce e la tecnica della rappresentazione in pittura. E del resto quale città meglio di Venezia, dove si fondono l’immagine e la maestosità degli edifici, può offrire straordinari scorci? ““Ah, signori miei, che città magnifica è questa Venezia!”, così si entusiasma per la città lagunare Anton P. Čechov. “Immagina una città fatta di caso e di chiese tante quante mai ne hai ancora vedute: un’architettura incantevole, ogni cosa grandiosa e leggera, come una gondola in una forma di uccello. Case e chiese simili han potuto costruirle solo uomini forniti di un gusto artistico e musicale eccelso e dal temperamento leonino”.

Ad accompagnarci tra i capolavori dell’Ermitage è Irina Artemieva, grande studiosa dell’arte italiana, conservatrice della pittura veneta del Museo di San Pietroburgo e condirettrice di Ermitage Italia.