Vicenza. Mostra “I creatori dell’Egitto eterno”, a San Valentino orario prolungato e ingressi scontati per le coppie. Iniziative anche per la Festa della donna e del papà e visite guidate per adulti e famiglie per tutta la durata dell’esposizione

Stele dedicata da Smen al fratello Mekhimontu e a sua moglie Nubemusekhet (Nuovo Regno, XVIII dinastia, 1539-1292 a.C.) da Deir el-Medina, conservata al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Locandina della mostra “I creatori dell’Egitto Eterno” alla Basilica Palladiana di Vicenza dal 22 dicembre 2022 al 7 maggio 2023
San Valentino alla mostra sull’Antico Egitto con un occhio di riguardo per le coppie. In occasione della ricorrenza di San Valentino, martedì 14 febbraio 2023 la mostra “I creatori dell’Egitto eterno” in Basilica palladiana rimarrà aperta con orario prolungato fino alle 21. Presentandosi in coppia dalle 18 alle 20, alla biglietteria della mostra sarà possibile usufruire della promozione due al prezzo di uno. Potranno entrare due persone con un solo biglietto intero da 13 euro (la biglietteria chiude alle 20, mentre la mostra è visitabile fino alle 21). Si potrà usufruire della stessa promozione anche acquistando il biglietto online per le fasce di visita dalle 18 alle 20: basterà acquistare un biglietto intero a 13 euro, senza ulteriori riduzioni, e aggiungere un biglietto “Gratuito San Valentino”. Le altre riduzioni non sono previste, tranne per le categorie che prevedono gratuità. Il 14 febbraio 2023 sono, inoltre, previste anche due visite guidate a partenza fissa, alle 18 e alle 19 al costo di 6 euro per ciascun partecipante da aggiungere al biglietto d’ingresso alla mostra. I posti sono limitati: 25 persone per ciascun turno di visita, è pertanto consigliata la prenotazione al link https://www.ticketlandia.com/m/event/i-creatori-dell-egitto-eterno, dove si può acquistare sia il biglietto per la mostra che per la visita guidata. I visitatori dovranno presentarsi all’ingresso 10 minuti prima.

Simona Siotto, assessore alla Cultura del Comune di Vicenza
“Le tante iniziative collaterali organizzate per promuovere la mostra “I creatori dell’Egitto eterno” riguarderanno le Feste di San Valentino, della donna e del papà durante le quali sono previsti ingressi a prezzi promozionali”, spiega l’assessore alla Cultura Simona Siotto. “Inoltre sono state fissate visite guidate a partenza fissa per San Valentino per vivere l’esperienza in Basilica palladiana accompagnati da una guida che saprà far apprezzare i reperti esposti e le vicende che hanno consentito di dare vita alle tombe dei faraoni nell’antica Tebe. A tal fine abbiamo anche programmato, durante i prossimi mesi, visite guidate per famiglie con la possibilità di effettuare laboratori con il coinvolgimento di adulti e bambini. Anche in questo caso abbiamo voluto creare occasioni per condividere l’esperienza in mostra in cui apprendimento e divertimento diventano ingredienti fondamentali”. In occasione della Festa della donna, mercoledì 8 marzo 2023, e della Festa del papà, domenica 19 marzo 2023, è previsto infatti il biglietto ridotto a 11 euro rispettivamente per tutte le donne e per tutti i papà accompagnati dai figli di qualsiasi età che pagheranno un biglietto corrispondente alle tariffe previste.

Visite guidate per famiglie alla mostra “I creatori dell’Egitto eterno” in Basilica palladiana a Vicenza (foto comune di vicenza)
Nei prossimi mesi proseguono le iniziative per approfondire la conoscenza dell’antico Egitto e dei reperti esposti nella mostra “I creatori dell’Egitto eterno” aperta fino al 7 maggio 2023. Sono state programmate nuove date per le visite guidate a partenza fissa con guide specializzate della durata di 60 minuti, con partenza alle 10, rivolte alle famiglie, e pertanto programmate durante le vacanze scolastiche: mercoledì 22 febbraio, giovedì 6, venerdì 7, lunedì 24 e martedì 25 aprile, lunedì 1° maggio (25 posti per turno, è consigliata la prenotazione al link https://www.ticketlandia.com/m/event/i-creatori-dell-egitto-eterno dove si può acquistare il biglietto per la visita e per la mostra). Le visite guidate a partenza fissa hanno un costo di 6 euro da aggiungere al biglietto d’ingresso alla mostra. È necessario presentarsi all’ingresso 10 minuti prima dell’inizio della visita.
Archeofamily è la proposta rivolta alle famiglie per visitare la mostra “I creatori dell’Egitto eterno” che offre percorsi adatti ad adulti e bambini accompagnati da guide specializzate. L’iniziativa è rivolta a gruppi fino a un massimo di 25 persone: può essere l’occasione per organizzare un’esperienza formativa e arricchente con famiglie di amici per scoprire usi e tradizioni degli antichi egizi. È possibile scegliere tra due modalità di visita: Archeofamily della durata di un’ora per un costo complessivo di 100 euro, oppure la stessa tipologia di visita ma con in più un laboratorio da 30 minuti a cui potranno partecipare attivamente anche gli adulti al costo di 120 euro. Per gli adulti che parteciperanno è riservato un biglietto ridotto da 11 euro, per i bambini invece è previsto un biglietto da 5 euro, da aggiungere al prezzo della visita. I posti sono limitati a 25 persone per visita. Prenotazione obbligatoria. Call center: +39044426418, biglietteria@mostreinbasilica.it. Dal lunedì al venerdì, dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 18.
Taranto. San Valentino al museo Archeologico nazionale: visita guidata a tema per riscoprire il culto dell’amore tra le civiltà greche e romane
San Valentino al museo Archeologico nazionale di Taranto. Il MArTa si prepara alla Festa degli Innamorati con un percorso tematico dedicato al San Valentino, da prenotare per il 14 febbraio 2023. Alle 17.30 il personale del Museo, infatti, darà vita ai ritratti d’amore più famosi tra Dei, mortali e miti. Tra i corridoi che raccontano delle pene d’amore di Eros e Psyche, Andromeda e Perseo, Arianna e Teseo, si potrà infatti esplorare la vasta collezione del MArTA e riscoprire il culto del sentimento più nobile dell’uomo tra le civiltà greche e romane. L’attività del 14 febbraio alle 17.30 è riservata ad un pubblico adulto. Il costo dei biglietti è di 8 euro per gli adulti, 2 euro per utenti dai 18 e 25 anni e gratuito per le categorie previste in normativa.
Per informazioni e prenotazioni: ACQUISTA IL BIGLIETTO
Milano. Ultimi giorni al Mudec per visitare la mostra “Machu Picchu e gli Imperi d’oro del Perù. In mostra 3000 anni di civiltà dalle origini agli Inca”: viaggio dalle origini all’apoteosi dell’Impero Inca
È un viaggio meraviglioso – dalle origini all’apoteosi dell’Impero Inca – quello che il Mudec propone ai visitatori ancora per una settimana, fino al 19 febbraio 2023, con il grande progetto espositivo “Machu Picchu e gli Imperi d’oro del Perù. In mostra 3000 anni di civiltà dalle origini agli Inca”. Una mostra che attraverso manufatti plurimillenari, video, ricostruzioni immersive 3D e un allestimento per immagini che rende l’idea di un vero e proprio viaggio nel tempo, traghetterà il pubblico indietro nei millenni raccontando la storia di una civiltà tanto gloriosa quanto antica e remota e di cui spesso si conosce solo l’ultimo tassello, quello più recente e universalmente reso famoso dal ritrovamento dei resti della grande città sacra di Machu Picchu. Ma la storia del Perù inizia da molto, molto più lontano.

Il suggestivo ingresso del percorso della mostra “Machu Picchu e gli Imperi d’oro del Perù” al Mudec (foto mudec)
Il progetto, a cura di Ulla Holmquist direttrice del museo Larco di Lima e dell’archeologa Carole Fraresso, attraversa la storia artistica e la biodiversità andina in tutta la sua ampia dimensione geografica e profondità cronologica, per culminare con un viaggio ideale nella città inca di Machu Picchu. La mostra è promossa dal Comune di Milano-Cultura e realizzata da World Heritage Exhibitions (Cityneon Holdings) e 24 ORE Cultura, in collaborazione con il Governo del Perù e il ministero della Cultura del Perù, l’associazione Inkatera, e grazie alla collaborazione con il museo Larco di Lima, da cui provengono gli oltre 170 manufatti in mostra, opere in terracotta dalla grande espressività e perfezione tecnica, ma anche ori, argenti e tessuti. Una parte del percorso è dedicata all’avventuroso viaggio al fianco del mitico eroe della Cultura moche Ai Apaec attraverso il quale il pubblico scoprirà i misteri della cosmologia andina, muovendosi trasversalmente attraverso i tre piani dell’universo: il sopra, il qui e il sotto. “Machu-Picchu e gli Imperi d’oro del Perù” a Milano è l’esclusiva tappa italiana di un tour internazionale.

Il percorso immersivo della mostra “Machu Picchu e gli Imperi d’oro del Perù” al Mudec (foto mudec)
Una mostra-racconto. La mostra “Machu Picchu e gli Imperi d’oro del Perù. In mostra 3000 anni di civiltà dalle origini agli Inca” è la narrazione di una storia nella Storia, uno storytelling che si dipana tra video immersivi, ricostruzioni 3D degli ambienti e delle biodiversità e soprattutto manufatti, che prima di essere reperti archeologici furono monili, tessuti e capi d’abbigliamento indossati da uomini e donne che vissero pienamente nel loro mondo e nella loro società, fatta di leggi e costumi, di conoscenze e riti, di simboli e tradizioni, di miti e leggende.

Copricapo frontale con felini e condor in foglia d’oro della Cultura Moche (100 – 800 d.C.), conservato al museo di Lima (foto museo larco)
La mostra racconta al pubblico questo mondo scomparso, eppure ancora così contemporaneo. Il percorso conduce il pubblico all’interno della culla di una delle più grandi civiltà antiche dell’Emisfero Meridionale. Il Perù dell’età antica, eguagliato solo dall‘Antico Egitto – con cui rivaleggia in longevità – e da Roma per il livello tecnico raggiunto, ha accolto nel suo alveo società potenti e sofisticate, che prosperarono per cinquemila anni su un territorio geografico decisamente vario. Il Perù e la sua storia si estendono dalle fertili coste bagnate dalle acque dell’Oceano Pacifico, attraverso il deserto roccioso, fino al gelido altipiano andino (Altiplano Andino), per poi tuffarsi nell’area tropicale del Bacino del Rio delle Amazzoni. Adagiata su una cresta montuosa, avvolta dalla foresta nebulosa e al di sopra della foresta pluviale, la città di Machu Picchu è il simbolo, che tuttora sopravvive, del grande Impero degli Inca, la cui fine improvvisa e violenta avvenne con la Conquista spagnola terminata nel 1572.

Veduta del sito archeologico di Machu Picchu, la città sacra sull’altopiano meridionale, Valle dell’Urubamba, in Perù (foto eduard ermanntraut unsplash)
Machu Picchu. Il percorso della mostra parte proprio da Machu Picchu, raccontando la fine della storia dei grandi regni andini, e inizia con un video immersivo che introduce il lussureggiante paesaggio andino, dove le riprese aeree individuano Machu Picchu, la cittadella di pietra patrimonio culturale e naturale UNESCO, costruita nel 1450 all’apice dell’Impero Inca, e con essa i suoi dintorni straordinari. Invisibile dal basso, Machu Picchu è una fortezza nascosta nella foresta nebulosa, protetta da due montagne sacre gemelle che affondano alla base nella foresta pluviale amazzonica. Centro religioso, osservatorio astronomico e luogo di ingegnosità e produzione agricola, Machu Picchu è un complesso formato da più di 200 strutture in pietra – templi, palazzi, “plazas” (spazi aperti), abitazioni. Protetta dall’invasione spagnola, Machu Picchu venne inglobata dalla foresta pluviale, fino a quando lo storico di Yale Hiram Bingham la rivelò al mondo nel 1911.

Nella mostra “Machu Picchu e gli Imperi d’oro del Perù” al Mudec gli oggetti sono sono raggruppati secondo il loro significato simbolico (foto mudec)

La maschera funeraria che rappresenta il volto di Ai Apaec (foto mudec)
Leggere gli oggetti. In un ambiente che ricostruisce la foresta pluviale amazzonica, con le sue voci e i suoi colori, la mostra prosegue e aiuta a interpretare, o “leggere”, gli oggetti che incontreremo nell’esposizione. Pur non avendo una lingua scritta, uomini e donne delle società andine rendevano testimonianza delle storie delle collettività cui appartenevano attraverso immagini simboliche visibili sulle pareti dei templi o attraverso sculture di pietra, incisioni lignee, recipienti di ceramica, tessuti e oggetti d’oro e d’argento di incomparabile fattura. Gli oggetti sono raggruppati secondo il loro significato simbolico, ed erano questi i ‘libri’ nei quali venivano documentate le credenze, i rituali, la visione del mondo, le strutture di potere e la vita delle comunità. Vicino all’uscita, un’impressionante maschera funeraria in rame, con artigli di felino fatti di conchiglie e ornamenti per le orecchie a forma di serpente, introduce la figura dell’eroe mitologico, il capo Ai Apaec.

Ciotola in ceramica svasata con rappresentazione di episodi di epica mitologica di Ai Apaec della cultura Moche, conservata al museo di Lima (foto mudec)
Il viaggio eroico di Ai Apaec. Il viaggio dell’eroe mitologico della Cultura Moche Ai Apaec è al centro di questa parte della mostra. Capo di una comunità rurale, Ai Apaec fu capace di imbrigliare le forze della natura e di affrontare una serie di trasformazioni che gli permetteranno di attraversare mondi diversi, fino all’estrema trasformazione, la sua stessa morte. Dopo essere rinato, l’eroe si unirà alla Madre Terra, la Pachamama, assicurando così la continuità dei cicli naturali che procurano sole e pioggia, elementi necessari per la vita. Le immagini proiettate lungo le pareti di questa sezione della mostra danno vita a una vera e propria ‘storia illustrata’, un percorso che racconta al pubblico con l’immediatezza delle immagini non solo la storia di Ai Apaec, ma attraverso le sue gesta eroiche anche i miti e il mondo simbolico che rappresenta il substrato su cui è stato costruito nei secoli l’universo culturale dell’antico Perù, e di cui è fortemente intriso ancora oggi l’immaginario religioso, simbolico e misterico del Perù contemporaneo.

Vasi-bottiglia che rappresentano Ai Apaec a forma di granchio (foto mudec)
Vengono raccontati con il linguaggio delle immagini anche i tre mondi che coesistono simultaneamente nella cosmologia andina: Il Mondo di Sopra; il Mondo del Qui e Ora, o Mondo di Mezzo, il luogo dove le persone vivono e lavorano nelle comunità accanto agli animali, alle piante, ai fiumi e alle montagne, e infine il Mondo Basso, il mondo dell’oceano, il mondo sotterraneo, la terra che sta sotto i nostri piedi, su cui cade la pioggia e dove maturano i semi e la terra degli antenati, ovvero il luogo dove vanno le persone quando muoiono. Gli incontri che fa Ai Apaec e le sue esperienze simboleggiano le sfide del mondo naturale che uomini e donne andini si trovano a fronteggiare nel Qui e Ora. La storia mette in evidenza i cardini della cosmologia andina: come sia necessario dare per ricevere e quanto sia importante onorare gli antenati, ringraziare gli Dei e lavorare, fare sacrifici e offerte per mantenere l’equilibrio dei cicli naturali che rendono possibile la vita.

Coppa del sacrificio cerimoniale nella mostra “Machu Picchu e gli Imperi d’oro del Perù. In mostra 3000 anni di civiltà dalle origini agli Inca” al Mudec (foto mudec)
Rituali: la caccia al cervo e il Sacrificio. Il mondo andino si fonda sulla reciprocità: è necessario dare per ricevere. Affinché i cicli naturali abbiano continuità e si mantenga l’equilibrio tra i tre mondi, si devono compiere rituali, fare sacrifici e portare offerte agli Dei. Un rituale comune era rappresentato dalla caccia al cervo. L’uccisione di questi animali, cui veniva attribuito un grande valore e la cerimonia che ne conseguiva venivano eseguiti unicamente dai membri dell’élite della società, che assumevano il ruolo di predatori canalizzando il potere dei felini. La storia viene narrata con la proiezione di immagini del rituale, che sono state prese da un vaso a staffa, che riveste un’importanza fondamentale. I rituali che si eseguivano nei templi erano strettamente riservati agli sciamani e ai capi delle comunità e venivano compiuti in spazi lontani dalla vista del pubblico. Gli oggetti in esposizione raffigurano musicisti e strumenti musicali. Un ampio tamburo Nazca a forma di sciamano ha dei grandi occhi che indicano uno stato di allucinazione. Un video spiega come, similmente a quanto accadeva in molte culture antiche – come quella azteca, celta, greca e romana, tra le altre – le comunità andine praticassero sacrifici umani. Lungo la mostra ci si muove dentro uno spazio che ricrea l’interno di un tempio, dove i prigionieri venivano preparati per il sacrificio e dove erano collocati gli altari. Nel corso del rituale i guerrieri che erano stati sconfitti venivano legati con corde e, similmente ad Ai Apaec, compivano il sacrificio estremo. Nel momento in cui veniva loro tagliata la gola, essi venivano trasformati in esseri sacri. Il loro sangue – il sangue che dà la vita – veniva raccolto in coppe ed offerto ai sommi sacerdoti, cioè ai rappresentanti degli Dei.

La galleria degli antenati nella mostra “Machu Picchu e gli Imperi d’oro del Perù. In mostra 3000 anni di civiltà dalle origini agli Inca” al Mudec (foto mudec)

Sepoltura imperiale Chimu: regali in oro della Cultura Chimu dal museo Larco di Lima (foto museo larco)
L’incontro con gli antenati. Passando sotto un arco a forma di serpente, si entra in una galleria buia, illuminata da un bagliore radiante. Una sontuosa esposizione di manufatti d’oro, d’argento, di rame e di pietre preziose, culmine di maestria e talento, è collocata sullo sfondo di una lussureggiante foresta pluviale, verde e rigogliosa. È il momento dedicato agli antenati, che si presentano al visitatore nell’abbigliamento col quale furono seppelliti. I signori, le signore, i re, le regine e gli imperatori del mondo andino incarnavano gli Dei. Gli abiti preziosi ed i gioielli che indossavano simboleggiavano ciò che erano su questa terra e quello che potevano diventare dopo la morte. I capi politici e religiosi delle comunità, i governanti, personificavano le forze che rendono possibile la vita in questo luogo di acque gelide, deserti aridi e foreste pluviali tropicali. Essi erano in grado di canalizzare il potere del Sole, della Luna e delle stelle con l’oro e l’argento. I metalli preziosi che indossavano non venivano scelti per il valore monetario, bensì per ciò che rappresentavano per l’intera comunità: l’oro era il sudore del Sole e l’argento le lacrime della Luna. I metalli erano il simbolo dei poteri divini che legittimavano il potere dei governanti. Splendenti come corpi celesti, i capi davano la possibilità alla vita di prosperare per il bene dell’intera comunità. Quando morivano venivano sepolti indossando tutto lo splendore dei metalli e si trasformavano in esseri soprannaturali.

Il sito archeologico di Machu Picchu in Perù (foto tomas sobek unsplash)
Machu Picchu oggi. Al di là della Porta del Sole, un murale di Machu Picchu incombe attraverso la foresta nebulosa. Siamo tornati alla cittadella di pietra degli Inca e siamo rientrati nel ventunesimo secolo. Alcune persone impegnate in un progetto di conservazione, che ha avuto inizio nel 1975, descrivono il loro ruolo e l’impatto della riforestazione in quest’area. Testimonianze video di sciamani e di membri delle comunità andine contemporanee spiegano al pubblico l’importanza e il potere della natura nella vita sulle Ande, il valore del Rito e del suo perpetuarsi nelle celebrazioni e nei cerimoniali, ancora oggi.

La postazione integrata di realtà virtuale a movimento VR visivo e sonoro nella mostra del Mudec (foto mudec)
L’esperienza immersiva. La mostra offre infine l’opportunità di sperimentare – attraverso una sala immersiva a parte rispetto al percorso espositivo – una vera e propria simulazione di volo sopra la città sacra di Machu Picchu che stimolerà i sensi della vista, dell’udito e il senso del movimento attraverso una postazione integrata di realtà virtuale a movimento VR visivo e sonoro. Si potrà così provare la sensazione reale, ‘fisica’ di volare sopra i resti del Monumento Patrimonio Unesco e sopra le montagne sacre e la foresta amazzonica, in compagnia di una guida virtuale che ‘volerà’ con noi raccontando la storia di questo magico sito, accompagnandoci in un vero e proprio viaggio emozionale.
Pompei. Il parco regala un San Valentino speciale agli abbonati MyPompei: visita esclusiva al cantiere di restauro in fase di completamento della Casa delle Nozze d’argento, maestosa domus pompeiana ricca di decorazioni

Il cantiere di restauro della Casa delle Nozze d’Argento a Pompei (foto parco archeologico pompei)
Il parco archeologico di Pompei regala un San Valentino speciale a tutti i possessori o i nuovi acquirenti dell’abbonamento “MyPompeii” che il 14 febbraio 2023, per la giornata di San Valentino, potranno accedere al cantiere di restauro in fase di completamento della Casa delle Nozze d’argento, maestosa domus pompeiana ricca di decorazioni, prossima all’apertura. Ai partecipanti saranno illustrati in anteprima i dettagli di un cantiere complesso, ormai quasi al termine, che ha interessato la messa in sicurezza delle strutture, il rifacimento di tutte le coperture e il restauro degli apparati decorativi di una domus aristocratica tra le più solenni di Pompei.

Ambiente affrescato della Casa delle Nozze d’Argento a Pompei (foto parco archeologico pompei)

MyPompeii card, abbonamento annuale al parco archeologico di Pompei
La “My Pompeii Card” è la tessera con validità annuale, del costo di 35 euro (8 euro per gli under 25) + 1,50 di prevendita online, che dà diritto all’ingresso in tutti i siti del Parco archeologico di Pompei (Pompei, Villa di Poppea/Oplontis, Antiquarium di Boscoreale e Villa Regina, Ville di Stabia e Museo archeologico di Stabia Libero D’Orsi/Reggia di Quisisana), oltre ad offrire l’opportunità di partecipare a visite straordinarie o iniziative speciali del Parco. I possessori della card saranno contattati dallo staff MyPompeii o potranno dare direttamente la loro adesione alle visite di San Valentino inviando una mail a mypompeiicard@cultura.gov.it, dove riceveranno tutti i dettagli per l’appuntamento.

Dettaglio di pareti affrescate della Casa delle Nozze d’Argento a Pompei (foto parco archeologico pompei)

Amorini che giocano: dettaglio di un affresco della Casa delle Nozze d’Argento a Pompei (foto parco archeologico pompei)
La casa che deve il suo nome alla visita dei reali Umberto I e Margherita di Savoia nel giorno della celebrazione delle loro nozze d’argento del 1893, si caratterizza per le imponenti soluzioni architettoniche, come le altissime colonne corinzie in tufo dell’atrio (sala di ingresso), ma anche il giardino colonnato (peristilio) cosiddetto di tipo rodio, cioè con il lato settentrionale più alto degli altri, scelta architettonica documentata anche in altre case pompeiane come nella Casa degli Amorini Dorati. Le fontane inserite in tutti i settori, il bagno riscaldabile con vasche all’aperto e i due giardini ai fianchi est e ovest dell’edificio, dovevano consentire una confortevole residenza all’interno del complesso. Per quanto riguarda il proprietario dell’edificio, mentre nulla è certo per la prima fase di vita dell’abitazione è invece molto probabile che, almeno a partire dall’età claudia, questa fosse di proprietà di Lucius Albucius Celsus I (edile in carica negli anni 33-34 d.C.) il quale dovette lasciarla poi in eredità al figlio Lucius Albucius Celsus II (nato tra il 50 ed il 60 d.C. e candidato alla carica di edile tra il 76 ed il 79 d.C.). La casa fu scavata nel 1883, tra il 1891 e il 1893 e ancora nel 1907-’08.
Bologna. Al museo civico Archeologico “Lettere da Pompei. Letture da Ovidio” a cura di archiviozeta, nell’ambito del ciclo di incontri “LO SPLENDIDO INGANNO: intorno alla mostra I pittori di Pompei”

Maschera tra grappoli d’uva e viti, affresco dalla Casa delle Colombe a mosaico di Pompei, conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto graziano tavan)
“Medea, Didone, Fedra. Ovidio ha immaginato le vostre parole scritte dal profondo del cuore. Noi domenica proviamo a leggerle a voce alta. E lasciamo che per un momento l’amore, la gelosia, l’inquietudine e la rabbia riprendano corpo e voce”. Così Enrica Sangiovanni nell’introdurre “Lettere da Pompei. Letture da Ovidio”, l’appuntamento di domenica 12 febbraio 2023, alle 18, in sala Risorgimento al museo civico Archeologico di Bologna nell’ambito del ciclo di incontri “LO SPLENDIDO INGANNO: intorno alla mostra I pittori di Pompei”. Evento a cura di archiviozeta, introduzione di Anna Dore con Diana Dardi, Gianluca Guidotti, Enrica Sangiovanni. Ingresso: 10 euro intero, 5 euro ridotto under 18. Posti limitati, prenotazione obbligatoria https://www.archiviozeta.eu/libro/lettere-pompei-copia/. Il biglietto non comprende l’ingresso alla mostra che è possibile visitare prima dello spettacolo. In occasione della straordinaria mostra “I pittori di Pompei” archiviozeta propone un’immersione nella letteratura latina che ha ispirato i soggetti di quegli affreschi. Le Lettere da Pompei sono messaggi dalle ceneri del tempo. Ovidio guida e tesse corrispondenze che diventano lettera viva: Medea, Fedra, Didone, ecco le voci che risuonano da quei muri e ci precipitano nel gran teatro del mito. Dopo il successo di novembre archiviozeta torna dunque a grande richiesta – per una sola replica il 12 febbraio 2023 – al museo civico Archeologico di Bologna con “Lettere da Pompei” una lettura tratta dalle Heroides, lettere immaginarie scritte da Ovidio, un’immersione nella letteratura latina che ha ispirato i soggetti di quegli affreschi.
Taranto. Al museo Archeologico nazionale per “MArTA in MUSICA – Le matinée domenicali”: in programma “Due voci, un pianoforte – Percorsi della canzone d’autore” con Patty Lomuscio e Mario Rosini. Un connubio tra jazz e gli Ori di Taranto
Secondo appuntamento dell’anno con la rassegna “MArTA in Musica”, le matinée domenicali tra musica e archeologia nate dalla collaborazione tra Orchestra della Magna Grecia e museo Archeologico nazionale di Taranto, dedicato al jazz e all’oro. Domenica 12 febbraio 2023, alle 11.45, la sala multimediale del MArTA ospita “Due voci, un pianoforte – Percorsi della canzone d’autore”. Protagonisti saranno la voce di Patty Lomuscio e la voce e il pianoforte di Mario Rosini. Il biglietto per assistere a “Due voci, un pianoforte” potrà essere acquistato nella sede dell’Orchestra della Magna Grecia (a Taranto, in via Ciro Giovinazzi n° 28) e su TicketSms: https://www.ticketsms.it/it/event/WK1ghiMu. Ingresso consentito dalle 11.15, inizio ore 11.45. Il costo del biglietto è di 8 euro. All’ingresso del MArTA il giorno del concerto sarà consegnato ad ogni possessore del biglietto del concerto un coupon della validità di una settimana (dalla domenica del concerto evento al sabato successivo) che darà diritto ad un ingresso gratuito al museo Archeologico nazionale di Taranto. Il coupon ha validità dalla domenica del singolo evento concerto fino al sabato successivo e deve essere utilizzato tassativamente entro lo stesso periodo per la prenotazione e per l’ingresso gratuito al museo Archeologico nazionale di Taranto inserendo il codice coupon sulla piattaforma e-ticketing del museo Archeologico nazionale di Taranto: https://www.shopmuseomarta.it. “Facciamo sistema in questa città”, dice Piero Romano, direttore artistico dell’Orchestra Magna Grecia, “per valorizzare il nostro patrimonio culturale, in questo caso archeologico e musicale. Il progetto “MArTa in musica” è diventato una tradizione per trascorrere la domenica mattina al Museo, per riscoprirne le bellezze in esso custodite e nello stesso tempo ascoltare musica. E’ un’offerta di altissimo valore sociale, in quanto appuntamento al quale possono partecipare i ragazzi, e altissimo valore turistico, perché consente proprio ai turisti di trascorrere una mattinata in visita al MArTa, fra tesori archeologici e proposte musicali di alto spessore. Questa sinergia istituzionale fra l’ICO Magna Grecia e il Museo archeologico nazionale conferma l’importanza di fare squadra in una città che merita quel successo che insieme, nel tempo, siamo riusciti a registrare”.

Ori di Taranto: orecchino d’oro a navicella conservato al museo Archeologico nazionale di Taranto (foto MArTa)
“MArTA in Musica”, e il connubio tra musica e archeologia, è proposto dalla programmazione di eventi artistici a curati dall’Orchestra ICO della Magna Grecia, dall’associazione “Matera in Musica” e dallo stesso MArTA. La curatela dell’intera stagione, infatti, è stata curata dal maestro Maurizio Lomartire dell’Orchestra Magna Grecia, dal maestro Pierfranco Semeraro del L.A. Chorus e della già direttrice del MArTA, Eva Degl’Innocenti. E la rassegna nata con l’intenzione di far dialogare tra loro due grandi fonti di ispirazione e promozione culturale mette in primo piano, nell’appuntamento del 12 febbraio 2023, due eccellenze. Quelle musicali proposte dalla voce e dal pianoforte del duo Mario Rosini e Patrizia Lomuscio e quelle archeologiche che focalizzano l’attenzione del pubblico della matinée sul prezioso orecchino a navicella, uno dei più iconici reperti collegati alla collezione degli Ori. Rinvenuto nel 1958 durante uno scavo in via Umbria a Taranto, il reperto della seconda metà del IV sec. a.C. (Sala XI, vetrina 9, 1,1) è oggi l’emblema delle articolate realizzazioni dell’arte orafa tarantina, ma anche del grande legame con i modelli del mondo ellenico e in particolare con la Macedonia. Così il famoso orecchino a navicella del MArTA di Taranto fa da apripista ad un programma musicale che si preannuncia di grande atmosfera grazie alla voce e al pianoforte di Mario Rosini, stimato jazzista di fama internazionale, già premio “Mia Martini” nell’edizione 2004 del Festival di Sanremo, e la voce di Patrizia Lomuscio, docente di canto jazz che vanta collaborazioni internazionali con leggende viventi del genere, come il pianista Kenny Barron, il contrabbassista Peter Washington e il sax e la batteria di Vince Herring e Joe Farnsworth. “I luoghi museali hanno compiti sanciti dalla loro stessa mission statutaria ma non sono solo contenitori di reperti”, spiega il direttore generale Musei Puglia, Luca Mercuri, “hanno la funzione di rendere quel patrimonio di tutti, svolgendo, come accade in questo caso, anche il ruolo di centri aggregatori di cultura, di promozione e miscela di linguaggi che possono sostenersi a vicenda. Ecco perché i focus sui reperti realizzati nell’ambito del progetto “MArTA in Musica”, prima di un concerto jazz, non fanno altro che fortificare quell’architrave di conoscenza a cui anche il Museo di Taranto ha l’obbligo di dare il suo contributo”.
Napoli. Prorogata al 10 aprile la grande mostra “Bizantini. Luoghi, simboli e comunità di un impero millenario” al museo Archeologico nazionale
Lunedì 13 febbraio 2023 non sarà l’ultimo giorno. Come, in qualche modo, fatto intuire dal direttore Paolo Giulierini all’inaugurazione il 21 dicembre 2023, la grande mostra “Bizantini. Luoghi, simboli e comunità di un impero millenario” al museo Archeologico nazionale di Napoli, che in meno di due mesi ha richiamato più di 50mila visitatori, è stata prorogata fino al 10 aprile 2023: “Siamo lieti di poter prolungare fino alle festività pasquali una esposizione così preziosa, con un focus su Napoli città bizantina per circa sei secoli, e approfondendo i legami fra Grecia e Italia meridionale. Ringrazio per questo i prestatori stranieri” (vedi Grandi mostre tra 2022 e 2023. Al museo Archeologico nazionale di Napoli la mostra “Bizantini. Luoghi, simboli e comunità di un impero millenario” curata da Federico Marazzi. L’introduzione del direttore Paolo Giulierini | archeologiavocidalpassato). L’esposizione sviluppa in quindici sezioni le fasi storiche successive all’Impero Romano d’Occidente, tra le testimonianze napoletane anche una moneta dedicata a San Gennaro. La mostra è curata da Federico Marazzi con il coordinamento per il MANN di Laura Forte e propone oltre quattrocento oggetti provenienti dalle collezioni del MANN e da prestiti concessi da 57 dei principali musei e istituzioni che custodiscono in Italia e in Grecia materiali bizantini (33 istituti italiani, 22 musei greci isole incluse, Musei Vaticani e Fabbrica di San Pietro).

Anello in oro e gemma in pasta vitrea proveniente da Senise (PZ)) e conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)
Grazie alla collaborazione con il ministero ellenico della Cultura, molti dei materiali esposti sono visibili per la prima volta: diversi manufatti sono stati rinvenuti, infatti, nel corso degli scavi per la realizzazione della metropolitana di Salonicco. Altri reperti, concessi in prestito dalla soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio per il Comune di Napoli, sono stati ritrovati negli scavi della linea 1 della metropolitana. In allestimento sculture, mosaici, affreschi, instrumentum domesticum, sigilli, monete, ceramiche, smalti, suppellettili d’argento, oreficerie ed elementi architettonici danno conto di una complessa realtà, connotata da eccellenze manifatturiere e artistiche. Grazie ai simboli dell’Impero d’Oriente, la creatività del mondo antico “transita”, così, verso il Medioevo, con un linguaggio rinnovato dalla fede cristiana e arricchito da innesti culturali iranici e arabi.
Roma. Visite guidate speciali su prenotazione all’area archeologica di Santa Croce in Gerusalemme con i resti della residenza imperiale dei Severi, alcune domus, l’Anfiteatro Castrense. E una… civetta

Veduta aerea dell’area archeologica di Santa Croce in Gerusalemme a Rima (foto ssabap-roma)

Mura Aureliane nell’area archeologica di Santa Croce in Gerusalemme a Roma (foto ssabap-roma)
Nel quartiere Esquilino a Roma, all’interno delle mura Aureliane, c’è un’area archeologica che non ci si aspetta. È l’area archeologica di Santa Croce in Gerusalemme che domenica 12 e domenica 26 febbraio 2023, alle 10, sarà aperta alle visite guidate a cura di CoopCulture su prenotazione al link https://bit.ly/3YcYeO2. Ritrovo dei visitatori, muniti di mascherina, al cancello di Jannis Kounellis 10 minuti prima delle 10 con il codice e il foglio di prenotazione per le pratiche d’ingresso. Si consiglia l’utilizzo di scarpe comode. Accompagnati da un archeologo si possono ammirare i resti della residenza imperiale dei Severi, realizzata tra la fine del II e gli inizi del III secolo d.C. Del complesso abitativo apprezzerete la parte più antica con i resti di alcune domus decorate con preziosi mosaici in bianco e nero e con i ritratti dei padroni di casa. Vi imbatterete in alcune strutture relative al palazzo imperiale ampliato nel IV secolo d.C. per volere di Costantino e di sua madre Elena, che costituivano la basilica civile. Nell’area trovate anche le rovine dell’Anfiteatro Castrense, il secondo anfiteatro romano conservato dopo il Colosseo, riservato alla corte imperiale e destinato ad ospitare “solo” 3500 spettatori. Non perdetevi l’interno dell’anfiteatro, occupato dall’orto dei religiosi del vicino monastero.

Domus conservate nell’area archeologica di Santa Croce in Gerusalemme a Roma (foto ssabap-roma)

Pavimenti musivi nell’area archeologica di Santa Croce in Gerusalemme a Roma (foto ssabap-roma)
Comprensorio archeologico di Santa Croce in Gerusalemme. Nel corso dei secoli ha avuto un ruolo centrare, a partire dal V secolo a.C. essendo uno snodo viario tra tre grandi strade, Labicana, Prenestina e Celimontana. Inoltre, era uno dei punti più alti della città e vi confluivano otto acquedotti, tra cui quello Claudio ancora oggi visibile. Dagli inizi del III secolo d.C., con l’imperatore Elagabalo, l’area entra a far parte del demanio imperiale. Dopo il ridimensionamento dovuto alla costruzione delle mura Aurealiane, è con Costantino che l’area torna a splendere. L’imperatore trasforma la villa nel palazzo Sessoriano, il luogo di soggiorno imperiale che diventa il centro della corte di Elena, la madre di Costantino, ed è per suo volere che l’antico atrio della villa severiana venne adattato a cappella Palatina dedicata al culto della Croce di Cristo. Un sito archeologico interessante e da scoprire.

La civetta che si è “accasata” sulle mura Aureliane nell’area archeologica di Santa Croce di Gerusalemme a Roma (foto fabio caricchia / ssabap-roma)
Domenica i visitatori potrebbero incontrare anche i nuovi inquilini del Palazzo Sessoriano. Una giovanissima civetta ha infatti scelto le mura dell’Acquedotto Claudio come sua residenza. Ancora incerto se si tratti di un maschio o di una femmina: per questo è stato scelto per lei il nome neutro Ela, e anche per celebrare il penultimo princeps della dinastia dei Severi, che in questi luoghi costruì la sua sontuosa residenza privata: l’imperatore Elagabalo.
Napoli. Scoperto ed esplorato dall’associazione Cocceius un tratto, prima sconosciuto alla scienza, dell’antico acquedotto Augusteo della Campania, una delle maggiori opere civili dell’antichità romana: “Significativo tassello alla conoscenza del popolamento antico dei Campi Flegrei”

Scoperto un tratto inesplorato dell’Acquedotto Augusteo della Campania (foto associazione cocceivs)
Esplorato un lungo tratto dell’Acquedotto Augusteo della Campania. Il 2 Gennaio 2023 l’associazione Cocceivs, grazie all’autorizzazione all’accesso da parte del Commissario Straordinario per la bonifica di Bagnoli e con la collaborazione operativa della società Invitalia, ha rinvenuto un tratto dell’antico acquedotto Augusteo della Campania prima sconosciuto alla scienza. Esso appartiene alla diramazione che, dalla Crypta Neapolitana, portava acqua potabile alla collina di Posillipo e all’isola di Nisida ed è in ottimo stato di conservazione. Lo sviluppo rilevato al momento è pari a 647 metri e tale valore lo qualifica come il più lungo segmento noto dell’Acquedotto Augusteo, presentando inoltre ben dodici spiragli di accesso. “La nuova scoperta”, ricorda Graziano William Ferrari, presidente di Cocceivs, “è stata possibile grazie alla segnalazione di residenti locali che da ragazzini, oltre 40 anni fa, percorrevano già il condotto e ne facevano il loro terreno di gioco”. La maggior parte del percorso è costituita da uno speco largo fra i 52 cm ed il 70 cm, con un rivestimento di intonaco idraulico alto 64 cm alla base dei piedritti, a sua volta ricoperto da uno spesso deposito di calcare. Per lunghi tratti è possibile procedere eretti, ma in corrispondenza degli spiragli laterali vi sono accumuli recenti di terreno di provenienza esterna, che costringono spesso a strisciare o a procedere carponi.

Scoperto un tratto inesplorato dell’Acquedotto Augusteo della Campania (foto associazione cocceivs)
“Il percorso – descrive Ferrari – è caratterizzato da numerose svolte e curve, dovute in parte agli errori nelle direzioni di scavo fra due squadre di scavo adiacenti, ed in parte alla necessità di evitare zone in cui la roccia incassante è interessata da bancate di materiale poco coerente di origine eruttiva. Una parte degli spiragli di accesso è ostruita dai materiali alluvionali, mentre altri si aprono sulla parete tufacea e sono occultati dalla vegetazione del versante. Il percorso esterno per raggiungere l’ingresso è piuttosto impegnativo, richiedendo diverse arrampicate su terreno incoerente ed un abbigliamento protettivo nei confronti dei rovi. La progressione all’interno dell’ipogeo varia da agevole a estrema, richiedendo così una notevole esperienza speleologica e la padronanza delle tecniche e delle attrezzature idonee. Tutti i sopralluoghi sono stati svolti nel rispetto delle normative di legge per il lavoro in ambienti confinati, con l’impiego di analizzatore di gas multi-sensore certificato. Tuttavia, si osserva una sensibile circolazione d’aria, grazie alla relativa vicinanza alla superficie ed ai numerosi spiragli di accesso”.

Scoperto un tratto inesplorato dell’Acquedotto Augusteo della Campania (foto associazione cocceivs)
“La struttura ipogea finora esplorata – continua la vicepresidente Raffaella Lamagna – presenta già notevoli elementi di interesse scientifico, che intendiamo approfondire in stretta collaborazione con i dipartimenti universitari competenti e con la soprintendenza ABAP per il Comune di Napoli. Per la prima volta abbiamo a disposizione un lungo tratto continuo di acquedotto antico in ottimo stato ed in cui sarà possibile ricavare una misura accurata del dislivello esistente fra i livelli di scorrimento di due punti fra loro distanti. Ciò permetterà di calcolare con una certa precisione il flusso idrico di progetto e reale. Dal punto di vista geologico, l’ipogeo permette di esaminare direttamente la struttura interna di un consistente tratto del costone tufaceo che sostiene Posillipo. Ciò permetterà di ricavare importanti informazioni sulle sequenze eruttive che hanno formato il costone. Analogamente, l’analisi dei depositi calcarei permette di ricavare informazioni sull’evoluzione del territorio e del clima nell’antichità, con importanti ricadute sulle tendenze evolutive del clima attuale. L’analisi archeologica del manufatto si prospetta di estremo interesse, per determinarne le modalità di realizzazione, la presenza di strutture di controllo del flusso, di diramazioni, di afflussi e di deflussi”. In conclusione, riprende Ferrari, “riteniamo che vi siano ampie prospettive per la definizione di un piano di ricerche e di valorizzazione di questa importante scoperta, che aggiunge un significativo tassello alla conoscenza del popolamento antico dei Campi Flegrei”.

Scoperto un tratto inesplorato dell’Acquedotto Augusteo della Campania (foto associazione cocceivs)

Scoperto un tratto inesplorato dell’Acquedotto Augusteo della Campania (foto associazione cocceivs)
L’Acquedotto Augusteo della Campania è una delle maggiori opere civili dell’antichità romana, realizzata negli ultimi decenni del I secolo a.C. per rifornire di acqua dolce non solo il porto della flotta militare a Miseno mediante la celebre Piscina mirabile, ma soprattutto l’intero agglomerato urbano e portuale di Puteoli e le ricche installazioni termali di Baia. Una lunghezza stimata di 105 km del solo asse principale e di 140-150 km con le diramazioni laterali lo rendevano il più lungo acquedotto romano dell’epoca. Inoltre era l’unico a servire numerosi centri urbani, elencati su un’iscrizione rinvenuta presso le sorgenti a Serino. Come gran parte degli acquedotti romani, il suo corso si svolgeva in gran parte in sotterraneo. “Dopo aver circuito Neapolis”, spiega Ferrari, “esso attraversava il costone di Posillipo a lato della Crypta neapolitana, dove abbiamo potuto esplorarne e documentarne un tratto di 130 metri alcuni anni fa. Successivamente esso circuiva la conca di Fuorigrotta verso Agnano e Bagnoli, e si dirigeva verso Pozzuoli. A La Pietra abbiamo scoperto ed esplorato un tratto di 279 metri, mentre a lato di viale Olivetti abbiamo documentato un tratto di 73 metri. Inoltre, sotto l’Anfiteatro Flavio di Pozzuoli abbiamo esplorato un tratto di acquedotto lungo 163 metri. Infine, all’interno del Parco delle Terme di Baia abbiamo scoperto un altro tratto lungo complessivamente circa 200 metri. Le ricerche svolte nel XVI e nel XIX secolo asserivano l’esistenza di un’importante diramazione che si distaccava dall’asse principale all’uscita della Crypta neapolitana, percorreva il costone di Posillipo sul versante verso Fuorigrotta-Coroglio e presumibilmente raggiungeva Nisida mediante un ponte-canale. Tale diramazione dovrebbe essere lunga circa 5 km, ma di essa era noto solo un tratto lungo circa 250 metri, che si apre a lato di Discesa Coroglio, quindi all’estremità verso mare. Solo nel 2019 è stato esplorato un altro tratto, di circa 250 metri, sempre sotto Discesa Coroglio. Nel 2019 abbiamo realizzato una pubblicazione che illustrava quanto noto fino a quel momento relativamente alla diramazione Fuorigrotta-Coroglio ed alle strutture idrauliche del Pausylipon e di Nisida1. È anche opportuno sottolineare che le sorgenti dell’Acquedotto Augusteo della Campania sono tuttora captate dalla società A.B.C. per l’approvvigionamento idropotabile di Napoli e del circondario”.
Vigevano. Al museo Archeologico nazionale della Lomellina raccolta per la prima volta in mostra la Collezione Strada, quasi 30 secoli di storia raccontati in oltre 260 reperti

La Collezione Strada è in mostra al museo Archeologico nazionale della Lomellina a Vigevano
Quasi 30 secoli di storia raccontati in oltre 260 reperti: è la Collezione Strada che dal 10 febbraio al 4 dicembre 2023 è esposta in tutta la sua completezza nella più antica delle Scuderie del Castello Sforzesco di Vigevano nella mostra a cura di Emanuela Daffra, Rosanina Invernizzi, Elisa Grassi, Stefania Bossi, su iniziativa promossa e organizzata dalla direzione regionale Musei Lombardia. La collezione Strada è stata recentemente acquisita dal ministero della Cultura e da questo affidata al museo Archeologico nazionale della Lomellina a Vigevano. L’acquisizione al patrimonio dello Stato è avvenuta a seguito di un esproprio per pubblica utilità, reso possibile dal decennale lavoro dell’ora soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Como Lecco Monza Brianza Pavia Varese, con l’appoggio determinante della direzione generale Archeologia, Belle arti e Paesaggio, per garantire la conservazione unitaria, lo studio e l’esposizione al pubblico della collezione raccolta da Antonio Strada (1904-1968), custodita fino al 2021 nel Castello di Scaldasole, dimora di famiglia.

Terrecotte figurate della Collezione Strada esposte al museo Archeologico nazionale della Lomellina a Vigevano (foto drm-lombardia)
La Collezione Strada è costituita da 260 oggetti appartenenti ad un arco cronologico che va dalla preistoria all’età rinascimentale, ma particolarmente ricca in relazione all’età della romanizzazione della Lomellina (II-I secolo a.C.) e alla prima epoca imperiale (I-II secolo d.C.). Per la maggior parte rinvenute a seguito di lavori agricoli, sono testimonianze che quasi certamente provengono da corredi funerari e il loro stato di conservazione è in molti casi eccellente. Si va dalle ceramiche di uso comune, alle terrecotte figurate, agli oggetti d’ornamento, agli utensili di metallo. E ai vetri. Tra questi spicca un pezzo eccezionale nella produzione vetraria del I secolo d.C.: una coppa in vetro verde chiaro, con decorazioni a girali d’acanto e tralci di vite, unico esemplare integro tra i pochissimi a noi noti, cinque in tutto, dal maestro vetraio Aristeas. Una meraviglia di fattura mediorientale destinata ad una famiglia facoltosa e di rango. Sempre tra i vetri, materiale distintivo della collezione, vanno citate, per integrità e qualità, anche la pisside in vetro blu e l’anforetta porpora con decorazione piumata in bianco.

L’allestimento della Collezione Strada al museo Archeologico nazionale della Lomellina (foto drm-lombardia)

Emanuela Daffra, direttore regionale Musei Lombardia (foto drm-lombardia)
“Questa esposizione completa è, insieme, il passaggio intermedio di un percorso e l’apice pubblico della collezione”, spiega Emanuela Daffra, direttore regionale Musei della Lombardia. “Dopo l’anteprima, che ha immediatamente offerto ai nostri visitatori i reperti più importanti ed integri, questa mostra è voluta per permettere a studiosi e appassionati di conoscere la totalità dei pezzi, tutti restaurati per l’occasione. Sarà un affondo importante sulla storia del collezionismo privato in Lomellina, che ora giunge ad arricchire il patrimonio collettivo e la storia del territorio. Anche per questo abbiamo voluto una ampia durata ed una ricca serie di attività per pubblici diversi. Al termine della mostra, con cognizione di causa, i nuclei più significativi confluiranno nell’esposizione permanente del museo imponendone una rilettura, a testimonianza di come il patrimonio archeologico non sia immobile”.

Stefania Bossi, direttrice del museo della Lomellina, alla presentazione della Collezione Strada (foto drm-lombardia)
E Stefania Bossi, direttrice del Museo: “Tutti i reperti della Collezione sono esposti in un’unica sala che viene caratterizzata, anche dal punto di vista grafico e visivo, rispetto agli altri spazi museali. L’allestimento sarà concepito in modo da enfatizzare i pezzi più importanti, gli altri reperti saranno raggruppati per tipologie. I pannelli guideranno il visitatore evidenziando non solo la sequenza di lettura dei reperti, ma anche le reciproche connessioni con il resto della collezione museale”.

Collezione Strada: Coppa biansata in vetro soffiato in stampo, decorata a baccellature e girali vegetali. Al centro la firma dell’autore Aristeas (secondo quarto del I sec. d.C.) (foto Luciano Caldera e Luigi Monopoli / drm-lombardia)
Strada non si limitò a raccogliere i reperti rinvenuti nei suoi possedimenti. “L’esposizione completa degli oggetti ci permettere di cogliere anche i modi della formazione della raccolta, che si configura come collezione di collezioni”, spiega Rosanina Invernizzi, co-curatore scientifico della mostra. “Ai reperti già posseduti dai suoi antenati, Antonio Strada aggiunse altri nuclei acquistati da collezionisti del territorio della Lomellina: tra essi, in particolare, la raccolta Steffanini di Mortara (che comprendeva la coppa di Aristeas) e la raccolta Volpi-Nigra di Lomello, che includeva anche reperti di provenienza magno greca. Altri piccoli nuclei furano aggiunti nel tempo frutto di acquisti, doni o scambi. Non mancano, come spesso accade nelle collezioni, pezzi falsi o di dubbia antichità, ma nell’insieme la raccolta Strada ci mostra un quadro di attivi scambi tra i proprietari e soprattutto quell’interesse per le antichità patrie caratteristico degli anni tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento”.

Collezione Strada: Angelo Rossi, curatore del Progetto allestimento e grafica, e Giovanna Brambilla, responsabile mediazione del patrimonio e dei progetti territoriali (foto drm-lombardia)
L’apertura della mostra è poi per il museo occasione preziosa per ridisegnare il proprio rapporto con il territorio proponendosi, grazie alla progettazione affidata a Giovanna Brambilla, come importante presidio culturale per la cittadinanza. Attraverso la costruzione di reti non solo con altre realtà museali ma anche con biblioteche, associazioni, scuole, guide, educatori, sarà possibile mettere a disposizione di tutti – bambini e famiglie, classi e adulti, persone curiose o vulnerabili, migranti o insegnanti – percorsi e strumenti per esplorare il museo e aprirsi a nuovi sguardi sulla città. Importante, in questo fine lavoro di tessitura sul territorio, è il sostegno del Rotary Club Mede Vigevano alle attività educative. Dopo il lungo periodo di esposizione, i reperti della Collezione Strada, selezionati, diverranno parte integrate del percorso museale del museo Archeologico nazionale della Lomellina.
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