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Al via la 7.ma edizione di Aquileia Film Festival: tre serate ad Aquileia nella prestigiosa piazza Capitolo con film della rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto e le conversazioni di Piero Pruneti con Cardini, Cereti e Manfredi

Dal 27 al 29 luglio 2016 la 7.m edizione di Aquileia Film Festival in piazza Capitolo

Dal 27 al 29 luglio 2016 la 7.m edizione di Aquileia Film Festival in piazza Capitolo

Tre sere speciali per un tuffo nel passato: dal 27 al 29 luglio 2016 piazza Capitolo di Aquileia, davanti alla famosa basilica patriarcale dell’XI secolo, ospita alle 21  la settima edizione di Aquileia Film Festival, la rassegna di cinema di archeologia a ingresso libero organizzata da Fondazione Aquileia insieme ad Archeologia Viva e rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto/Fondazione Museo Civico Rovereto. Ancora una volta è l’archivio della Rassegna del cinema archeologico di Rovereto a fornire i titoli de palinsesto del festival dove spiccano due film del regista americano Gary Glassman, particolarmente interessanti e pluripremiati: uno su Santa Sofia, l’altro su Petra. Le proiezioni ogni sera sono intervallate da “conversazioni” a cura di Piero Pruneti, direttore della rivista Archeologia Viva, secondo la formula ben collaudata di Rovereto. Ad Aquileia tre ospiti di eccezione: Franco Cardini, Carlo Cereti e Massimo Manfredi.

I protagonisti del film “Cercando Djehuty” di Javier Trueba e José Latova che apre il festival

I protagonisti del film “Cercando Djehuty” di Javier Trueba e José Latova che apre il festival di Aquileia

Ecco il programma. Si inizia mercoledì 27, alle 21, con il film “Cercando Djehuty” di Javier Trueba e José Latova (Spagna). Tra mummie, tombe e geroglifici, la storia di tredici scavi archeologici in Egitto sulle tracce di Djehuty, il supervisore del Tesoro di Hat-shep-sut, il primo faraone donna. I loro nomi sono stati sistematicamente cancellati 3500 anni fa per eliminarne il ricordo. Oggi un team scientifico internazionale ne ricostruisce la memoria indagando la necropoli di Ora Abu el-Naga a Luxor. Segue la conversazione con Franco Cardini, storico, saggista e grande esperto di Islam e Medio Oriente, che presenterà i suoi ultimi libri editi da Laterza “L’Islam è una minaccia (Falso!) e “L’ipocrisia dell’Occidente. Il Califfo, il terrore e la storia”. Quindi il film “Santa Sofia – Antichi misteri di Istanbul” di Gary Glassman (Usa). La basilica di Santa Sofia a Istanbul (oggi museo), poggia dal 537 su una faglia sismica che non cessa di destare preoccupazioni. Gli studi condotti da architetti, ingegneri e sismologi cercano soprattutto di comprendere i segreti della resistenza ai sismi della sua gigantesca cupola e sperano di scoprirne le debolezze nascoste.

Il cosiddetto Tesoro, uno dei simboli di Petra, che per primo si svela alla vista dei turisti

Il cosiddetto Tesoro, uno dei simboli di Petra, che per primo si svela alla vista dei turisti

La mostra "Leoni e tori dall'antica Persia ad Aquileia": ne parla Carlo Cereti

La mostra “Leoni e tori dall’antica Persia ad Aquileia”: ne parla Carlo Cereti

La seconda giornata giovedì 28 luglio inizia (sempre alle 21) con il film “Petra – la città perduta di pietra” di Gary Glassman (Usa). Perduta al confine di tre grandi deserti e ricca di monumenti tra i più spettacolari e più misteriosi del mondo antico, Petra rappresenta un formidabile enigma. Oggi gli studi internazionali avviati da oltre venti anni cominciano a dare frutti sorprendenti: dalle sabbie e dalle leggende che l’avvolgono emerge un’autentica capitale del deserto. Quindi in programma c’è la seconda conversazione del Festival. Ospite Carlo Cereti, addetto culturale dell’Ambasciata d’Italia a Teheran, che in occasione della mostra sull’Iran “Leoni e tori dall’antica Persia ad Aquileia”, allestita al museo Archeologico nazionale di Aquileia, traccerà un quadro dell’Iran di oggi e di una cultura che ha avuto molti contatti col mondo occidentale. Chiude la serata “Il mistero del relitto del Baltico e la battaglia navale del 1712” di Florian Dedio (Germania). Il punto dove ebbe luogo una battaglia navale tra Svezia e Danimarca e il numero delle navi affondate sono rimasti ignoti per 300 anni. Nel 2011, un team di archeologi e storici ha battuto le acque del Baltico e scavato negli archivi navali di Svezia e Danimarca, scoprendo così diversi relitti della battaglia e documenti che descrivono l’accaduto. Con le riprese dei lavori e le ricostruzioni digitali dei relitti, il film rivela i segreti di una delle più grandi battaglie navali del Baltico.

L'archeologo Valerio Massimo Manfredi

L’archeologo Valerio Massimo Manfredi

Terza e ultima giornata venerdì 29 luglio. Alle 21 si apre con il film “Guerrieri rubati” di Wolfgang Luck (Germania). Come può una statua del tempio più famoso della Cambogia finire in un catalogo d’asta di Sotheby? Il documentario narra la storia di un caso spettacolare di trafugamento d’arte. Seguiamo la rotta della scultura di un guerriero sottratta da un tempio Khmer fino ad arrivare a un’elegante casa d’aste a New York. Un viaggio investigativo nel torbido mondo del commercio di antichità. Quindi incontro con lo scrittore e archeologo Valerio Massimo Manfredi, per la terza conversazione a cura di Piero Pruneti. Chiude la 7. Edizione di Aquileia Film Festival l’assegnazione al film più votato dal pubblico nel corso delle tre serate del Premio Aquileia, un pregiato mosaico realizzato dalla Scuola Mosaicisti del Friuli.

Miti sfatati. Il Cavallo di Troia? Era una nave: l’hippos fenicio. L’archeologo navale Tiboni rilegge Omero e i relitti antichi e smaschera l’equivoco millenario dovuto al traduttore antico all’oscuro dell’esistenza dell’imbarcazione dei Fenici

"La passeggiata del cavallo i Troia" affrescata da Giandomenico Tiepolo nella seconda metà del XVIII secolo nella villa di famigli a Zianigo nella terraferma veneziana

“La passeggiata del cavallo i Troia” affrescata da Giandomenico Tiepolo nella seconda metà del XVIII secolo nella villa di famigli a Zianigo nella terraferma veneziana

L'archeologo navale Francesco Tiboni

L’archeologo navale Francesco Tiboni

Anche il grande Giandomenico Tiepolo, quando nella seconda metà del Settecento decise di affrescare la villa di famiglia a Zianigo nella terraferma veneziana, non esitò a inserire nei vari soggetti anche un mito universale: il Cavallo di Troia. Eppure quel mito che fa parte dell’immaginario collettivo da millenni potrebbe essere sfatato dai recenti studi di Francesco Tiboni, 39 anni, archeologo subacqueo nato e cresciuto a Vobarno, provincia di Brescia, da tre anni ricercatore all’università di Aix en Provence. Ne parla in un ampio servizio l’ultimo numero della rivista “Archeologia Viva” (Giunti editore). “Il Cavallo di Troia non era un cavallo di legno, bensì una speciale nave da guerra”, assicura Tiboni. L’archeologia navale arriva ora in soccorso dell’interpretazione del celebre episodio narrato da Omero: non il mitico (e improbabile) quadrupede i Troiani avrebbero introdotto dentro le mura della città – in parte abbattendole per farcelo entrare – ma l’Hippos, una nave di tipo fenicio con la polena a testa di cavallo. Un equivoco millenario di una traduzione di un termine ha impedito di conoscere in realtà il marchingegno che fu utilizzato per abbattere le mura di Troia, sostiene l’archeologo italiano che insegna in Francia. Tiboni spiega che l’inganno ideato da Ulisse e allestito dagli Achei fu messo in atto per mezzo di “una nave, piuttosto che di un cavallo”, perchè l’Hippos va identificato con un vascello e non con un quadrupede.

Disegno con la ricostruzione di un hippos, imbarcazione fenicia

Disegno con la ricostruzione di un hippos, imbarcazione fenicia

Le navi usate dai commercianti nel mondo antico erano piuttosto larghe e di forma fortemente arrotondate, adatte a trasportare merci di ogni genere”, spiega Lionel Casson, “esperto di navi e navigazione antiche. “Lo scafo di legno veniva costruito senza usare chiodi metallici, le parti venivano tenute insieme da perni anche questi di legno, e per l‘impermeabilizzazione e il riempimento di intersizi si usava stoppa (corda) e pece. I greci chiamavano queste imbarcazioni gaulos (plurale gauloi) e hippos (plurale hippoi), il primo termine significava ‘vasca’ e si riferiva alla forma arrotondata, ma il termine poteva anche derivare dalla parola fenicia golah, il secondo termine faceva riferimento alla forma di testa di cavallo della prua. La stabilità della nave sull’acqua si otteneva con pesi sul fondo, pietre o sabbia se si trasportavano le anfore, le navi erano prive di chiglia o carena. Oltre ai fenici anche i greci, gli italici e forse anche i sardi usavano imbarcazioni simili”. Tiboni non entra nel merito della questione omerica o della giungla delle verità o meno degli episodi narrati da Omero, si sofferma sul cavallo. Fa analisi del testo, intreccia le parole omeriche e di Virgilio con quelle di tecnologia navale. La pancia del cavalo diventa una stiva, le ruote e le lunghe funi con i quali il cavallo fu trasportato sotto le mura di Troia assomigliano al modo in cui, secondo le più recenti ricerche, le navi mercantili venivano tirate con forza. Il cavallo prende forma, si deforma, e si trasforma in nave, in un Hippos. «Una nave che cadde in disuso nei secoli successivi – spiega Tiboni – e chi tradusse in seguito non ne era proprio a conoscenza dell’esistenza. Ma Omero, nei suoi versi, è invece preciso nel suo linguaggio marinaresco». Il lavoro di Tiboni inizia a girare per mesi tra alcuni addetti ai lavori. C’è incredulità, talvolta scetticismo, alla fine convincimento. «Ho trovato più diffidenza tra i giovani ricercatori – osserva -, mentre ho raccolto più attenzione e sostegno tra gli studiosi della vecchia scuola».

Francesco Tiboni, archeologo navale all'università di Aix en Provence

Francesco Tiboni, archeologo navale all’università di Aix en Provence

Ma come e quando la nave è diventata un cavallo? Intorno al VII secolo a. C. è nato l’equivoco, poi ingenerato successivamente anche da Virgilio che ne fu inconsapevole trasmettitore rispetto all’originale di Omero. “Dal punto di vista lessicale, appare evidente che l’apparizione del cavallo risulta legata a un errore di traduzione, un’imprecisione nella scelta del termine corrispondente che, modificando di fatto il contenuto della parola originaria, ha portato alla distorsione di un’intera vicenda”, scrive Tiboni. “Se, infatti, esaminiamo i testi omerici, reintroducendo il significato originale di nave – certamente noto ai contemporanei – non solo non si modifica in alcun modo il significato della vicenda, ma l’inganno tende ad acquisire una dimensione meno surreale. È di certo più verosimile che un’imbarcazione di grandi dimensioni possa celare al proprio interno dei soldati, e che loro possano uscire calandosi rapidamente da portelli chiaramente visibili sullo scafo e per nulla sospetti agli occhi di chi osserva”. E appare più plausibile anche ipotizzare che una grande nave, di un tipo noto per essere solitamente utilizzato per pagare tributi, possa essere non solo interpretata come un dono e un segno di resa, ma anche come un eventuale voto divino. È possibile che, nel corso dei secoli, essendo caduto in disuso il termine navale, l’identificazione dell’Hippos con uno scafo “non fosse più automatica”, sottolinea l’archeologo.

Il grande cavallo di legno innalzato per i turisti all'ingresso del sito archeologico di Troia in Turchia

Il grande cavallo di legno innalzato per i turisti all’ingresso del sito archeologico di Troia in Turchia

“Se consideriamo l’iconografia, notiamo che tra le pochissime figurazioni del cavallo (venticinque in tutta la storia dell’arte antica), le prime si datano al VII secolo a.C., periodo cui risalgono le opere post-omeriche prese a riferimento da Virgilio. Dunque, è più che possibile che l’equivoco millenario della traduzione dell’Hippos omerico si possa collocare in questo momento”, spiega sempre Francesco Tiboni. “E che Virgilio, cui si deve la vera grande diffusione del tema nella cultura occidentale, abbia codificato tale passaggio utilizzando il termine latino ‘equus’ (che significa ‘cavallo’), forse a causa della tradizione post-omerica, come farà anche il filosofo bizantino Proclo (412-485 d.C.) nella Crestomazia, riportando testi di Lesche di Mitilene (VIII-VII sec. a.C.) e di Arctino di Mileto (VIII sec. a.C.). La sottovalutazione incolpevole – e ante litteram – dell’archeologia navale, intesa come capacità di analisi delle diverse fonti a disposizione degli studiosi finalizzata al riconoscimento e studio dei modelli di imbarcazione antichi, potrebbe quindi aver determinato questo equivoco plurisecolare, che, oggi, proprio l’archeologia navale può finalmente sanare», conclude Tiboni deciso a tradurre tutta la vicenda in un libro.

Archeologia ferita. “Leoni e tori dall’Antica Persia ad Aquileia”: in mostra all’Archeologico capolavori achemenidi e sasanidi da Persepoli e dal museo di Teheran per la prima volta concessi dall’Iran

Il leone che azzanna il toro: rilievo achemenide a Persepoli in Iran

Il leone che azzanna il toro: rilievo achemenide a Persepoli in Iran

Il re nella caccia al leone: rilievo del palazzo di Dario a Persepoli

Il re nella caccia al leone: rilievo del palazzo di Dario a Persepoli

Il leone che azzanna il toro è un po’ il simbolo di Persepoli: nella città-palazzo voluta dal re dei re Dario I come capitale del suo impero, fiore all’occhiello della dinastia achemenide, il rilievo del leone col toro (forse simbolo dell’anno nuovo che caccia il vecchio, o astronomico perché all’equinozio di primavera la costellazione del Leone è “sopra” quella del Toro) ricorre spesso e accoglie oggi i visitatori, come 2500 anni fa accoglieva i sudditi, ai piedi della scalinata che portava all’apadana, la grande, immensa sala delle udienze. Ma poi il toro lo troviamo contrapposto nei monumentali capitelli dei palazzi del potere di Persepoli, come due grandi tori androcefali fanno la guardia all’ingresso della porta delle Nazioni sempre a Persepoli. E il leone popola i rilievi dei palazzi di Dario e Serse protagonista di lotte cruente che mettono in risalto la potenza quasi divina del re. Le stesse scene le troviamo alcuni secoli più tardi rappresentate su piatti d’argento dorato dell’ultima dinastia dell’impero persiano, quella sasanide che si rifà proprio alla tradizione achemenide.

Bracciale a cerchio aperto con terminazioni a teste leonine, dal museo di Teheran alla mostra di Aquileia

Bracciale a cerchio aperto con terminazioni a teste leonine, dal museo di Teheran alla mostra di Aquileia

Ornamento circolare in oro con due leoni (fine V secolo a.C.) dal museo Archeologico di Teheran

Ornamento circolare in oro con due leoni (fine V secolo a.C.) dal museo Archeologico di Teheran

Quei tori e quei leoni sono ora protagonisti di una mostra unica ed eccezionale insieme perché presenta reperti provenienti esclusivamente dall’Iran, e in alcuni casi mai usciti prima dal territorio della Repubblica islamica. L’appuntamento dal 25 giugno al 30 settembre 2016 è al museo nazionale Archeologico di Aquileia con la mostra “Leoni e Tori dall’antica Persia ad Aquileia”, realizzata dalla Fondazione Aquileia in collaborazione con il Polo Museale del Friuli Venezia Giulia nell’ambito del ciclo “Archeologia Ferita”, avviato lo scorso anno dalla mostra incentrata sui reperti provenienti dal museo tunisino del Bardo. “La mostra”, dice il presidente della Fondazione Antonio Zanardi, “è dedicata all’arte achemenide e sasanide, con pezzi di eccezionale rilievo provenienti dall’Archeologico di Teheran e da quello di Persepoli, e non si collega direttamente alle tragiche vicende del passato recente e dell’attualità nel Mediterraneo e nel Medio Oriente”. Per individuare l’autore delle ferite e della distruzione della capitale dell’impero di Dario, prosegue Zanardi, è invece “necessario risalire sino al IV secolo a.C. e ad Alessandro Magno, molto lontano dunque dal terrorismo e dalla violenza dei nostri giorni. Eppure, a ben guardare, la maggior parte del patrimonio archeologico del mondo è proprio originato da una ferita, da devastazioni, dalla volontà di cancellare l’identità del nemico o, semplicemente, dell’altro”. “Una rassegna di grande significato”, interviene il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, “perché costituisce la prima opportunità di apprezzare in Europa reperti provenienti da Persepoli e dal Museo Nazionale di Teheran dopo la firma dell’Accordo sul Nucleare iraniano».

Rithon d'oro achemenide in mostra ad Aquileia

Rithon d’oro achemenide in mostra ad Aquileia

L’importanza della mostra di Aquileia sta infatti proprio nell’essere composta esclusivamente da reperti provenienti dall’Iran e non, come le maggiori iniziative del genere (nel 2005 al British Museum), con opere già presenti in musei europei. In particolare, molti dei pezzi allestiti non sono mai usciti dai musei iraniani, come la gigantesca zampa di leone in porfido, la testa di un bovino proveniente dai depositi di Persepoli e molti degli oggetti in oro, tra cui il magnifico bracciale con due teste leonine. Questi preziosi reperti, del resto, coprono un arco temporale assai lungo e sono testimonianza di due dinastie fondamentali dell’Iran pre-islamico, gli Achemenidi e i Sasanidi, e dello sfarzo delle corti persiane che lasciarono stupefatti persino gli autori greci che descrivevano le bellezze e la grandiosità di regge e città. “In mostra – spiegano gli organizzatori – per la prima volta uno accanto all’altro pezzi straordinari di oreficeria achemenide, come il rithon d’oro con leone alato, la daga aurea, il bracciale con due teste leonine, il piccolo toro e le placche di straordinaria fattura orafa. Anche i rilievi e le sculture esposte ad Aquileia vogliono sottolineare l’incredibile potenza figurativa di quell’arte. Senza contare che, trattandosi di frammenti (sebbene di grandi dimensioni) la mostra riesce in questo modo a evocare il concetto di arte e civiltà ferite. Come recita il titolo, le raffigurazioni, a partire dalle più antiche, riguardano soprattutto i tori e i leoni, in un forte collegamento con le tradizioni mesopotamica, elamita e persino quella del mondo iranico dell’Età del Ferro, in cui la presenza di elementi animalistici è ovviamente connessa a un’origine nomadica”. Eccezionale dunque la lastra di bronzo raffigurante una serie di leoni alati, che costituiva il fiancale di un carro da guerra achemenide, per non parlare del piatto d’argento raffigurante una scena di caccia al leone, tra l’altro uno dei pochi pezzi sasanidi esposti, che a sua volta evidenzia il perdurare di grandi capacità espressive fino ai secoli che hanno preceduto la nascita del mondo islamico.

Iran. Contrafforte o muro di recinzione: la porta monumentale di Tol-e Ajori (vicino a Persepoli) regala nuove scoperte ma anche nuovi interrogativi. Progetti e ambizioni della missione diretta da Alireza Askari Chaverdi e Pierfrancesco Callieri per la campagna 2016

L'archeologo iraniano Alireza Askari Chaverdi co-direttore della missione irano-italiana a Tol-e Ajori nella piana di Persepoli (Fars, Iran)

L’archeologo iraniano Alireza Askari Chaverdi co-direttore della missione irano-italiana a Tol-e Ajori nella piana di Persepoli (Fars, Iran)

La porta monumentale achemenide di Tol-e Ajori a un passo da Persepoli, nell’Iran meridionale, copia della porta di Ishtar a Babilonia, ha ancora molti misteri da svelare. Per questo nella quinta campagna di scavo, tenutasi tra settembre e ottobre 2015, la missione congiunta irano-italiana a Persepoli diretta da Alireza Askari Chaverdi dell’università di Shiraz e da Pierfrancesco Callieri dell’università di Bologna, nel quadro dell’accordo tra il dipartimento dei Beni culturali (DBC) dell’università di Bologna e l’istituto di Ricerca dei Beni culturali dell’Iran (RICHHTO) col contributo economico dell’Università di Bologna, del MAECI, della Fondazione Flaminia di Ravenna e della Lighthouse-Group, dopo aver indagato nell’ambiente centrale (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/05/23/il-giallo-archeologico-di-tol-e-ajori-vicino-a-persepoli-iran-la-quinta-missione-conferma-la-scoperta-di-una-porta-monumentale-achemenide-copia-della-porta-di-ishtar-di-babilonia-lambien/) alla ricerca di informazioni più precise per datare e dare una paternità al monumento, ha spostato la propria attenzione all’esterno della porta concentrandosi sul tratto nord del lato SO e sul lato NE. “Sono state aperte due nuove trincee per cercare informazioni sul rapporto del monumento con il territorio”, spiega Callieri. “E anche qui sono arrivate delle risposte interessanti sul sistema di costruzione e sulla stratificazione esterna”.

Trincea 13 a Tol-e Ajori, sul muro NE, faccia NE esterna. La parte restante del blocco di mattoni cotti e nel resto il risultato della spoliazione arrivata sino al terreno pre-costruzione

Tol-e Ajori: nel saggio a NE del muro spogliato, il piano esterno; a sinistra oltre alla fossa di spoliazione principale si vede anche una seconda fossa di spoliazione obliqua alla faccia del muro

COSTRUZIONE Il risultato più interessante è stata la scoperta di una sezione in mattoni cotti alla base di tutto il muro e non solo nelle due parti esterne. “Avevamo visto che il muro di 10 metri di spessore era composto da due sezioni esterne di mattoni cotti larghe 2,5 metri e da una sezione centrale di mattoni crudi di 5 metri di spessore”, ricorda Callieri. “ma ora si è scoperto che anche sotto la sezione di mattoni crudi c’è uno strato di mattoni cotti”. Quindi era stata creata una specie di “guaina” impermeabile non solo sui lati esterni del muro ma anche sul fondo così da proteggere il monumento dall’umidità di risalita, in grado di danneggiare irrimediabilmente il corpo centrale del muro in mattoni crudi. Inoltre sul lato NE si è confermato il fatto che la fondazione del muro era costruita entro un cavo di fondazione tagliato nel terreno preesistente.

Trincea 13 a Tol-e Ajori, sul muro NE, faccia NE esterna. La parte restante del blocco di mattoni cotti e nel resto il risultato della spoliazione arrivata sino al terreno pre-costruzione

Trincea 13 a Tol-e Ajori, sul muro NE, faccia NE esterna. La parte restante del blocco di mattoni cotti e nel resto il risultato della spoliazione arrivata sino al terreno pre-costruzione

MURO DI CINTA “Proprio nel punto in cui quest’anno abbiamo aperto la nuova trincea sul lato SO è stata trovata una struttura in mattoni cotti e crudi che si appoggia sul lato esterno del monumento”, annuncia l’archeologo italiano. Ma questa scoperta sta sollevando molti interrogativi, destinati per ora a rimanere senza risposta. La struttura riportata alla luce non è infatti coeva alla porta, ma è stata costruita in una fase successiva, senza che per ora sia possibile quantificare l’intervallo cronologico tra i due momenti costruttivi. E non basta: la struttura esterna va contro il muro della porta ma lasciando uno spazio di 10 cm. “Si tratta di una struttura realizzata in modo complicato”, cerca di spiegare Callieri, “a sezioni parallele al lato esterno del monumento che si protendono verso il territorio. In tutto abbiamo individuato tre sezioni. Purtroppo non sappiamo quanto fosse larga, perché non abbiamo ancora definito i limiti laterali”. Per ora si avanzano ipotesi. “Si tratterebbe o di un contrafforte all’angolo O, che confermerebbe l’ipotesi avanzata nel 2014”, dicono gli archeologi, “o dell’inizio di un muro di recinzione che partiva dal lato SW del monumento delimitando un’area interna: la porta di Ishtar a Babilonia si apriva proprio nelle mura della città. Qui a Tol-e Ajori siamo ancora incerti sulla natura di questa struttura. Purtroppo non ci sono venute in aiuto neppure le indagini e le prospezioni geofisiche curate dalla Francia e dall’Iran. Finora non sono state rilevate altre tracce di mura di cinta, e tuttavia questa ipotesi ancora non si può escludere”. E il motivo è presto detto. Forse c’era effettivamente un muro che però potrebbe essere stato asportato nel corso dei secoli o semplicemente perché realizzato in mattoni crudi che non hanno lasciato traccia. Ma questo “muro” potrebbe anche avere altre funzioni che al momento non sono esemplificabili. Anche perché ci mancano monumenti di confronto. Nelle altre porte achemenidi conosciute, cioè quelle di Persepoli e di Pasargade, le porte monumentali non sono collocate su un muro: probabilmente le porte avevano nel mondo achemenide soprattutto una funzione simbolica, diversamente da Babilonia dove la porta di Ishtar era la porta di ingresso alla città, pur se riservato a cerimonie ufficiali.

Pierfrancesco Callieri co-direttore a tol-e Ajori con Alireza Askari Chaverdi

Pierfrancesco Callieri co-direttore a tol-e Ajori con Alireza Askari Chaverdi

“Quanto comunque è stato trovato”, chiarisce subito Callieri per sgombrare qualsiasi dubbio, “è ancora troppo poco per poter dire che si tratta di un muro: bisogna acquisire altre informazioni. Purtroppo la parte più interessante, cioè l’ingresso NW, che nella porta di Ishtar a Babilonia corrisponde al lato che guarda l’esterno della città, è quella che si trova nella zona danneggiata del tepe, livellata dai lavori agricoli. E quindi non abbiamo a disposizione uno strato archeologico di spessore sufficiente a dare risposte”. L’ipotesi da verificare è che quanto finora riportato alla luce sia la testimonianza dell’esistenza di un muro di difesa costruito con una tecnica particolare: una sequenza di mattoni cotti-crudi-cotti, in sezioni parallele alla porta che progressivamente si allontanano dal centro.

Tol-e Ajori: Veduta della trincea 12, con la parte restante della sezione in mattoni cotti del muro SW verso l’esterno: il blocco delle fondazioni in mattoni cotti prosegue verso il nucleo sotto il blocco in mattoni crudi

Tol-e Ajori: Veduta della trincea 12, con la parte restante della sezione in mattoni cotti del muro SW verso l’esterno: il blocco delle fondazioni in mattoni cotti prosegue verso il nucleo sotto il blocco in mattoni crudi

OBIETTIVI DELLE PROSSIME CAMPAGNE La missione irano-italiana a Tol-e Ajori si pone due obiettivi per il futuro. Il primo e principale obiettivo è sicuramente quello di proseguire l’esplorazione del monumento, soprattutto dell’ambiente interno nella speranza – mai venuta meno – di trovare nuovi frammenti delle decorazioni e soprattutto dell’iscrizione che dovrebbe contenere il nome del re che l’ha costruita, e poi di verificare le ipotesi sul pavimento; e all’esterno procedere all’esplorazione per confermare o smentire la presenza di un muro di cinta. Soprattutto per capire se c’è un’analoga situazione sul lato E. C’è poi un secondo obiettivo, molto più ambizioso: la realizzazione della musealizzazione del sito. Fortunatamente il Governo iraniano ha mostrato un notevole interesse per il monumento e ha recentemente acquisito tutta l’area. Ciò permetterà di costruire una tettoia per ripoter riaprire le trincee sin qui scavate e proseguire gli scavi con più tranquillità, al riparo dalla pioggia che danneggia in modo irreparabile i mattoni crudi. Considerando che il monumento misura circa 40 x 30 metri, la tettoia dovrà essere necessariamente almeno 50 x 40 metri. “Sappiamo che l’unico modo per capire sino in fondo il monumento è quello di liberare le trincee (che alla fine di ogni campagna di scavo vengono risigillate per la loro conservazione) e proseguire lo scavo: ma questo si può fare solo se c’è una copertura protettiva sul sito” conclude Callieri. Il giallo archeologico continua.

(2 – fine. Il precedente post è uscito il 23 maggio 2016)

Afghanistan: come tutelare l’archeologia e il paesaggio e insieme avviare progetti di sviluppo. Simposio internazionale a Roma

Dal 25 al 27 maggio 2016 simposio a Palazzo Barberini a Roma

Dal 25 al 27 maggio 2016 simposio a Palazzo Barberini a Roma

Dal 25 maggio 2016 a Roma si terrà un seminario internazionale sul rapporto fra la tutela dell’archeologia e del paesaggio e le iniziative di sviluppo. Organizzato da Unesco, con Banca Mondiale e Repubblica Islamica dell’Afghanistan, vedrà un buon numero di esperti internazionali confrontarsi sui metodi per alimentare il dialogo fra modernizzazione e salvaguardia dei valori culturali. A partire dall’adozione dell’archeologia preventiva in Afghanistan; e dall’ingresso ufficiale della tutela dedicata al patrimonio culturale nell’Agenda dello Sviluppo Sostenibile 2030.

Il simposio di Roma confronta le esigenze dell'archeologia preventiva con le richieste di sviluppo del Paese

Il simposio di Roma confronta le esigenze dell’archeologia preventiva con le richieste di sviluppo del Paese

“L’avvio dello sfruttamento di sei aree minerarie in Afghanistan”, spiegano gli organizzatori, “è subordinato al completamento delle indagini archeologiche e all’individuazione di un piano di gestione per il patrimonio culturale e paesaggistico coinvolto. È il contenuto di un progetto che vede fianco a fianco il Governo Afghano, la Banca Mondiale e l’Unesco per affrontare, in modo concreto, un possibile bilanciamento delle azioni di sviluppo e delle esigenze di conoscenza e conservazione del patrimonio culturale e del paesaggio”. La ricchezza dell’Afghanistan, in termini di eredità storica e di risorse minerarie, rende questo esperimento un efficace punto di partenza per un confronto molto largo: dall’Estremo Oriente all’America, in Africa e in Europa, quali sono le strategie e i modelli di gestione dello sviluppo compatibili con la tutela del patrimonio archeologico? Se ne parlerà dal 25 al 27 maggio 2016 a Palazzo Barberini, nel corso dei lavori del simposio

internazionale su “Cultural heritage & development initiatives: a challenge or a contribution to sustainability?”. Organizzato dall’Unesco, con la Banca Mondiale e il Governo Afghano, l’appuntamento ha potuto contare sulla piena condivisione con il ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo e con il ministero degli Affari esteri, Agenzia Italiana per la cooperazione allo Sviluppo e con Dafa, Délégation Francaise Archéologique en Afghanistan. Per partecipare ai lavori occorre registrarsi sul sito culturaldevelopment.info/ sul quale è possibile consultarne il programma.

Il simposio sul patrimonio culturale afghano è promosso da Unesco, Banca mondiale e Governo afghano

Il simposio sul patrimonio culturale afghano è promosso da Unesco, Banca mondiale e Governo afghano

Il simposio apre mercoledì 25 alle 9.30 con il saluto delle autorità, tra cui Flaminia Gennari Santori, direttore del museo di Arte antica di Palazzo Barberini, a fare gli onori di casa; Antimo   Cesaro, sottosegretario al ministero italiano per i beni e le attività culturali e il turismo; Abdul Bari Jahani, ministro afghano dell’Informazione e della cultura; Patricia McPhillips, direttore dell’ufficio Unesco in Afghanistan. Alle 10.30, la I sessione “Il patrimonio culturale come vettore per uno sviluppo sostenibile” moderata da Stefano   De   Caro, direttore generale dell’Iccrom; alle 11.35, la II sessione “Conservazione del patrimonio culturale e iniziative di sviluppo: opportunità e buone pratiche per la sostenibilità ambientale” moderata da Andrea Bruno, già professore all’università di Torino ed esperto di conservazione dei beni culturali dell’Afghanistan; alle 14.10, Panel 1 “Comprendere i valori di pianificare dei cambiamenti sostenibili”, moderato da Omar Sultan, già ministro dell’Informazione e della cultura dell’Afghanistan; alle 16.05, Panel 2 “Radicare lo sviluppo in un ambiente naturale e culturale locale” moderato da Cheryl   Benard, president di Arch international. Giovedì 26, alle 9.30, apre la Sessione III “Strumenti normativi e di gestione sostenibile: meccanismi di governo per un processo dinamico di cambiamento attraverso una prospettiva di lungo termine”, moderata da Jukka Jokilehto, consigliere del direttore generale di Iccrom; alle 11.25, Panel 3 “Allineamento delle priorità nazionali e gestione del patrimonio per una programmazione integrata”, moderato da Vincent Negri, docente di diritto dei Beni culturali alla Sorbona di Parigi; alle 14.20, Sessione IV “Cultura come possibile veicolo di inclusione sociale e sviluppo economico” moderata da Daniel   Etongua Manguelle, presidente di Sadeg; alle 16.05, Panel 4 “Patrimonio ed economia sostenibile per lo sviluppo della comunità”, moderato da Rita Gonelli, responsabile del settore cultura all’Aics. Venerdì 27, alle 9.30, tavola rotonda moderata da Caterina Bon Valsassina, direttore generale per l’Archeologia, l’arte e il paesaggio culturale del ministero italiano dei Beni culturali (Mibact); alle 12, cerimonia di chiusura.

Il giallo archeologico di Tol-e Ajori, vicino a Persepoli (Iran): la quinta missione conferma la scoperta di una porta monumentale achemenide copia della porta di Ishtar di Babilonia. L’ambiente centrale restituisce una panchina a mattoni invetriati, un altro frammento dell’iscrizione, ma non ancora il nome del sovrano costruttore

I risultati della campagna di scavo 2014 a Tol-e Ajiori sono stati determinanti per definire la natura del monumento portato alla luce: una porta monumentale

I risultati della campagna di scavo 2015 a Tol-e Ajiori sono stati determinanti per confermare la natura del monumento portato alla luce: una porta monumentale

Che a Tol-e Ajori, a un passo da Persepoli, nell’Iran meridionale, ci sia una porta monumentale achemenide non è più un mistero. Dopo quattro anni di ricerche nella piana di Persepoli in cui sembrava di essere di fronte a un vero e proprio giallo archeologico con continui colpi di scena e autentiche “sorprese”, la quinta campagna di scavo a Tol-e Ajori (settembre-ottobre 2015) ha confermato le ipotesi avanzate negli anni precedenti (https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/01/19/svelato-il-giallo-delledificio-di-tol-e-ajori-vicino-persepoli-iran-callieri-cosi-abbiamo-capito-che-era-una-porta-monumentale/). Ma non tutti i dubbi sono stati sciolti. Restano aperti ancora alcuni interrogativi importanti che vedremo in questo e nei prossimi post.  I risultati della quinta campagna della missione congiunta irano-italiana a Persepoli diretta da Alireza Askari Chaverdi dell’università di Shiraz e da Pierfrancesco Callieri dell’università di Bologna, nel quadro dell’accordo tra il dipartimento dei Beni culturali (DBC) dell’università di Bologna e l’istituto di Ricerca dei Beni culturali dell’Iran (RICHHTO) col contributo economico dell’Università di Bologna, del MAECI, della Fondazione Flaminia di Ravenna e della Lighthouse-Group, sono stati resi noti per la prima volta in una relazione dei due co-direttori, presentata da Alireza Askari Chaverdi al 14° congresso di Archeologia dell’Iran tenutosi a Teheran dal 6 all’8 marzo 2016, consentendo così la divulgazione dei risultati della campagna di scavo 2015 e delle relative immagini.

Tol-e Ajori: veduta aerea dell'area di scavo con le trincee aperte nella campagna 2015

Tol-e Ajori: veduta aerea dell’area di scavo con le trincee aperte nella campagna 2015

L’EREDITÀ Nell’autunno del 2014 la quarta campagna di scavo si era chiusa con alcune certezze ma anche lasciando aperti molti dubbi (https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/02/10/chi-ha-costruito-la-porta-monumentale-di-tol-e-ajori-e-il-palazzo-di-firuzi5-prima-di-persepoli-iran-gli-indizi-portano-a-ciro-ma-e-presto-per-dirlo-il-giallo-continua/). Di certo si è ormai sicuri che a Tol-e Ajori sia stata individuata una porta monumentale del primo periodo achemenide la cui iconografia riproduce quella della porta di Ishtar a Babilonia. Ed è ormai sicuro che questo edificio monumentale sia anteriore all’edificazione di Persepoli. Ma qui iniziano a insinuarsi i primi dubbi. Quando è stata costruita esattamente la porta? E soprattutto, da chi? Da quale sovrano tra Ciro (ritenuto il più probabile), Cambise e Dario I? Ma non è solo la “paternità” del monumento a rimanere incerta. Gli archeologi infatti non sono ancora riusciti a stabilire se la porta sia un monumento isolato oppure inserito all’interno di un sistema di delimitazione territoriale, quindi collegato a un muro di cinta.

Pierfrancesco Callieri co-direttore a tol-e Ajori con Alireza Askari Chaverdi

Pierfrancesco Callieri co-direttore a tol-e Ajori con Alireza Askari Chaverdi

LA QUINTA CAMPAGNA Con queste certezze e soprattutto con questi dubbi è iniziata la quinta campagna di scavo nella piana di Persepoli, campagna che è stata condotta dal 17 settembre al 31 ottobre 2015, diretta da Alireza Askari Chaverdi dell’università di Shiraz e da Pierfrancesco Callieri dell’università di Bologna con la collaborazione di Luca Colliva e di un folto gruppo di archeologi iraniani e italiani. “Abbiamo cercato innanzitutto di studiare meglio l’ambiente centrale della porta, da cui provenivano gli unici due frammenti di iscrizione ritrovati nelle campagne precedenti”, spiega Callieri. L’obiettivo è evidente: trovare altri frammenti dell’iscrizione e quindi – con un po’ di fortuna – risolvere il primo problema rimasto aperto: conoscere il nome del suo costruttore. Infatti nel caso di Tol-e Ajori l’arco cronologico all’interno del quale la porta dovrebbe essere stata realizzata è così ridotto (poco più di vent’anni) che nessun sistema di datazione attualmente noto può essere considerato affidabile, dal C14 alla termoluminescenza. Il monumento può infatti essere datato tra il 539 a.C. (anno della conquista di Babilonia da parte di Ciro, che potrebbe aver voluto una replica della porta di Ishtar su scala maggiore) e il 515 a.C. (anno intorno al quale Dario iniziò la costruzione di Persepoli). Quindi sono solo 24 anni, un arco di tempo – come si diceva- troppo ristretto: nessun metodo di analisi oggi può dare delle certezze con questi limiti. Quindi l’unica speranza per gli studiosi è quella di trovare un frammento di iscrizione che si aggiunga ai due già trovati, uno dei quali con la parola [RE]. La missione sperava in un colpo di fortuna: trovare proprio un frammento con il nome del sovrano. “Non l’abbiamo trovato”, chiarisce subito Callieri, tradendo una piccola delusione. “Ma lo studio approfondito dell’ambiente centrale non è stato infruttuoso, anzi. I risultati sono molto interessanti e costituiscono uno dei punti qualificanti della quinta campagna di scavo”.

Tratto della faccia interna del muro SW (con decorazione a mattoni invetriati in situ), di una delle banchine e del pavimento dell’ambiente interno (trincea 11)

Tratto della faccia interna del muro SW (con decorazione a mattoni invetriati in situ), di una delle banchine e del pavimento dell’ambiente interno (trincea 11)

L’AMBIENTE CENTRALE Come si diceva, l’approfondimento delle conoscenze dell’ambiente centrale della porta di Tol-e Ajori è stato uno degli obiettivi della quinta missione. “Nell’ambiente centrale interno è stato trovato un nuovo tratto con corsi di mattoni invetriati in situ”, precisa l’archeologo italiano. Così ora sono due i tratti di muro ritrovati in situ (l’altro era nel corridoio). Dalla prima analisi dei filari di mattoni si può subito trarre una osservazione importante: ripropongono lo stesso schema e la stessa decorazione della fascia inferiore della porta di Ishtar, quella decorata con mattoni piani e non a rilievo, con i quali erano invece composti i pannelli sovrastanti. “Lo scavo di quest’anno (2015, ndr) ci ha dato preziose informazioni sulle decorazioni e sulla pianta dell’ambiente centrale, informazioni che hanno confermato quanto ipotizzato nella campagna del 2014. Tra queste, la presenza di una panchina lungo le pareti dell’ambiente interno. È una seduta larga 60 cm realizzata in mattoni cotti, che sulle fasce esterne sono invetriati. Invetriati dovevano pure essere i mattoni sulla faccia superiore, quello della seduta, ma sono stati portati via nella spoliazione del monumento. Siamo sicuri che c’erano perché ci sono rimasti due frammenti. La panchina si interrompeva al centro dell’ambiente, forse perché lì si trovava l’iscrizione da cui provengono i nostri frammenti”.

Veduta generale dell'ambiente centrale della porta monumentale di Tol-e Ajori (Iran)

Veduta generale dell’ambiente centrale della porta monumentale di Tol-e Ajori (Iran)

LE RISPOSTE DEL 2015 Tre sono gli aspetti cui lo scavo del 2015 ha dato risposte. Innanzitutto l’architettura del monumento con la scoperta/conferma della presenza della panchina. E poi la decorazione del monumento che si è confermata uguale a quella della porta di Ishtar. Infine, lo stato di conservazione del monumento: “C’è la possibilità che la porta sia stata oggetto di un evento sismico (terremoto). Il tratto di muro che conserva intatto il paramento invetriato è traslato verso NE di 10 cm, ma non è crollato. Su questa particolare situazione delle strutture sta studiando un esperto irano-statunitense. Comunque il terremoto non è stato la causa della fine del monumento, perché prima dell’evento sismico la struttura era già stata abbandonata con un accumulo di argilla sul pavimento dell’ambiente centrale, forse spogliato di eventuali mattoni cotti, e di alcuni frammenti di pietra sul pavimento esterno”. È stata poi migliorata la conoscenza del sistema dei segni per la messa in opera dei mattoni invetriati, confermando quanto già si sapeva. Infine trovati due frammenti con scrittura cuneiforme, uno in lingua babilonese e l’altro in lingua elamita. “Su un frammento è stato trovato un segno cuneiforme che secondo Gian Pietro Bsello significa [PORTA]. Quindi l’iscrizione presenterebbe un testo che ricorda un sovrano [RE] e un monumento [PORTA]. Ma purtroppo – conclude Callieri – manca ancora l’elemento più importante: il nome del sovrano”.

(1 – continua nei prossimi giorni)

Archeologia in lutto. È morta Nancy Sandars, l’archeologa inglese che tradusse l’Epopea di Gilgamesh il più antico poema epico del mondo. Studiò anche l’arte preistorica in Europa e i Popoli del Mare

L'archeologa Nancy Sandars è morta a 101 anni. Tradusse l'Epopea di Gilgamesh

L’archeologa Nancy Sandars è morta a 101 anni. Tradusse l’Epopea di Gilgamesh

Archeologia in lutto. Negli ultimi mesi il mondo della ricerca archeologica ha perso alcuni dei suoi protagonisti tra paleontologia, orientalistica, antropologia, egittologia, archeologia classica. Li ricordiamo qui di seguito con brevi note. Il 20 novembre 2015 l’archeologa inglese Nancy Sandars, nota a livello mondiale per i suoi studi sull’epopea di Gilgamesh, è morta all’età di 101 anni nella sua casa nello Oxfordshire. L’annuncio della scomparsa è stato dato a funerali avvenuti dal quotidiano londinese The Telegraph. Dopo gli studi in archeologia all’Università di Oxford, Sandars divenne collaboratrice dell’archeologa Kathleen Kenyon, grazie alla sorella Betty che insegnava proprio a Oxford. Con Kenyon Sandars iniziò i primi scavi, proseguiti poi con Mortimer Wheeler in Europa (Inghilterra e Normandia in siti dell’età del bronzo) e in Vicino Oriente, soprattutto in Iraq e Iran, dove contribuì a portare alla luce vestigia dei Sumeri e dei Babilonesi. Dopo la guerra, Nancy decise di riprendere gli studi di archeologia perché il suo curriculum scolastico era stato interrotto per malattia, e perciò non aveva ancora un titolo di studio. Prima studiò nell’istituto di Archeologia a San Giovanni Lodge (University of London) dove completò il corso di preistoria e protostoria dal Paleolitico all’età del Ferro sotto la direzione di Gordon Childe. Poi al St. Hugh College di Oxford, dove si laureò con Christopher Hawkes, docente di Preistoria europea. La sua tesi di laurea “Culture del Bronzo in Francia” sarebbe divenuta il suo primo libro pubblicato (Cambridge University Press, 1957).

L'Epopea di Gilgamesh nell'edizione per Penguin Classics: oltre un milione di copie solo per la versione in inglese

L’Epopea di Gilgamesh nell’edizione per Penguin Classics: oltre un milione di copie solo per la versione in inglese

Sandars nel 1947 divenne professoressa ad Oxford. Tra gli anni ’50 e ’60, oltre a partecipare a numerosi scavi in Europa, in Vicino Oriente e nei Paesi comunisti, pubblicò numerosi articoli e saggi sui Babilonesi e tradusse integralmente l’Epopea di Gilgamesh, il più antico poema epico della letteratura mondiale, scritto su tavolette di argilla (che lei stessa contribuì a decifrare nelle parti ancora equivoche o oscure) in un alfabeto cuneiforme circa 1500 anni prima di Omero (cioè 4500 anni fa). La sua edizione critica del poema antico è stato pubblicato nella serie Penguin Classics, vendendo oltre un milione di copie solo nella versione in lingua inglese. La prima edizione dell’Arte preistorica in Europa fu per Pelican Art nel 1967, dove respinse l’interpretazione religiosa dell’arte preistorica. Secondo Sandars le pitture rupestri che riproducevano soggetti umani e animali, come nella grotta d Lascaux in Francia, volevano rappresentare la natura e rende l’illusione di una cosa vista. Per lei era “frivolo” chiamare “figure di Venere” schizzi di figure femminili o leggere nelle immagini un significato simbolico.

I Popoli del Mare come sono rappresentati nel tempio funerario di Ramses III a Medinet Habu

I Popoli del Mare come sono rappresentati nel tempio funerario di Ramses III a Medinet Habu

Altra opera famosa di Sandars è “I Popoli del Mare: guerrieri del Mediterraneo antico” (1978) in cui l’archeologa inglese esaminò con particolare attenzione quell’epoca sul finire del II millennio a.C. quando nel Mediterraneo orientale venivano meno l’influenza egiziana e quella ittita, le grandi città del tardo Bronzo di Cipro e della Mesopotamia erano cadute, la civiltà micenea era in rovina, e la Grecia entrava in un periodo buio che sarebbe durato per più di 300 anni. La scarsità di testi del periodo, insieme alla frammentarietà delle evidenze archeologiche, fece ipotizzare che la spiegazione potrebbe essere stata trovata in qualche catastrofe naturale che spazzò via tutta la regione. Nancy Sandars, tuttavia, si concentrò sui cosiddetti “popoli del mare”, una confederazione di “predoni” che fecero scorrerie nelle città costiere e della regione mediterranea approssimativamente tra il 1276 e il 1178 a.C. con una ferocia senza eguali. E sulla base di dati letterari e archeologici ipotizzò che i Popoli del Mare erano originari dell’Anatolia, da cui si erano mossi per sfuggire a una diffusa carestia. Altre pubblicazioni di Nancy Sandars comprendono “Poesie del Paradiso e dell’Inferno dall’Antica Mesopotamia” (1971) e un libro di sue poesie, pubblicato nel 2001. Dal 1984 Nancy Sandars è stata eletta membro della British Academy.

 

(1 – continua)

Rovereto. Al via i “Venerdì dell’archeologia” con tre archeologi Daniele Morandi Bonacossi, Franco Marzatico e Pierfrancesco Callieri sull’archeologia a rischio. Si inizia con il Kurdistan iracheno

La locandina dei "Venerdì dell'archeologia" a Rovereto

La locandina dei “Venerdì dell’archeologia” a Rovereto

Al via a Rovereto “I venerdì dell’archeologia 2016” promossi dalla Fondazione museo civico di Rovereto, Società museo civico Rovereto, Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto. Tre appuntamenti con tre protagonisti dell’archeologia: Daniele Morandi Bonacossi, Franco Marzatico, Pierfrancesco Callieri. “Un modo per allargare lo spazio della rassegna di ottobre durante tutto l’anno”, spiega il direttore Dario Diblasi che, insieme a Barbara Maurina, conservatore archeologo del museo civico roveretano, ha organizzato questi incontri. “Non dimentichiamo che ottobre è uno dei mesi più gettonati per le missioni archeologiche, specie in Vicino Oriente, e quindi non è sempre possibile avere presente i protagonisti di queste ricerche. Ciò che invece si può fare a maggio con meno problemi logistici”. Il filone seguito anche quest’anno è quello dell’archeologia a rischio, con particolare attenzione agli scavi in zone di guerra o in Paesi dove non è sempre facile muoversi o avere informazioni. “Il nostro obiettivo è fare conoscere al grande pubblico eccellenze nella ricerca archeologica, di cui da noi non si parla molto”. Tutti gli incontri si tengono nella sede della fondazione Museo Civico di Rovereto, in borgo Santa Caterina, sala convegni “Fortunato Zeni”, con inizio alle 20.30. Ingresso libero.

L'archeologo Daniele Morandi Bonacossi in missione in Kurdistan

L’archeologo Daniele Morandi Bonacossi in missione in Kurdistan

Si inizia mercoledì 13 maggio 2016 con Daniele Morandi Bonacossi, docente dell’università di Udine, direttore negli anni della missione archeologica italiana in Assiria e del progetto archeologico regionale Terra di Ninive (Iraq settentrionale), la missione archeologica dell’università di Udine a Mishrifeh/Qatna (Siria) ed è co-direttore della missione italo-siriana di ricognizione archeologica di superficie nel deserto della Palmirena Occidentale (Siria). Oggi è operativo in Kurdistan con la “Terre di Ninive” dove mette a frutto la sua attività di ricerca che s’incentra prevalentemente sullo studio dell’interazione fra uomo, ambiente, risorse e strategie di sussistenza (Archeologia dei Paesaggi) e della cultura materiale e dell’organizzazione delle società complesse fra il Tardo Calcolitico e l’età del Ferro soprattutto in Siria e nel Levante settentrionale, in Anatolia sud-orientale e Iraq settentrionale. A Rovereto porterà tutta la sua esperienza di archeologo e di testimone del dramma che sta vivendo il Vicino Oriente, tra Siria e Iraq, devastati da guerre civili e terrorismo. Emblematico il titolo scelto per la serata “Archeologia in frantumi? ricerche nel Kurdistan”. L’obiettivo della missione e del progetto è “ricostruire la formazione ed evoluzione del paesaggio culturale e naturale di una regione strategica della Mewsopotamia settentrionale, a cavallo tra le province di Ninive (la moderna Mosul) e Dohuk dal Paleolitico all’età islamica, e a garantirne valorizazzioen e tutela in forme innovative”. Ma di questi tempi non è facile operare. “Ci troviamo a operare in una zona molto ampia”, ha spiegato l’archeologo in un’intervista rilasciata nei giorni scorsi al Corriere del Trentino, “i cui confini meridionali si trovano a una decina di chilometri dal fronte in cui combattono Peshmerga e Isis. Noi ci troviamo ovviamente in una zona controllata dai primi”. Morandi Bonacossi mette in guardia però dal giungere a facili conclusioni vedendo le immagini drammatiche che ogni giorno si riversano sull’Occidente: “Le devastazioni dell’Isis possono apparire dissennate ai nostri occhi, ma hanno cause e ragioni profonde” che saranno ben illustrate nell’incontro di Rovereto.

Franco Marzatico

Franco Marzatico

Pierfrancesco Callieri

Pierfrancesco Callieri

Secondo appuntamento con “I venerdì dell’archeologia” sarà il 20 maggio con Franco Marzatico, soprintendente dei Beni culturali della Provincia di Trento, già direttore del castello del Buon Consiglio, e un passato sul campo nelle ricerche archeologiche. Marzatico parlerà di “Agitare prima dell’uso? Nuovi orizzonti del museo”. Si torna in Vicino Oriente con il terzo appuntamento, venerdì 27 maggio, quando interverrà il prof. Pierfrancesco Callieri, docente dell’università di Bologna, grande esperienza in missioni archeologiche tra Pakistan e Iran, e dal 2005 co-direttore della missione archeologica dell’università di Bologna in Iran (Iranian-Italian Joint Archaeological Mission in Fars). Proprio da questa ricerca e dalla sua recente scoperta a Tol-e Ajori, a un passo da Persepoli, prenderà le mosse la serata su “Mostri mesopotamici e iconoclastia: la porta di Ishtar a Persepoli”.

Iraq. I miliziani hanno distrutto le porte dell’antica Ninive. L’allarme del prof. Brusasco era fondato. Le prime immagini della devastazione sulla pagina Fb di Archeologia Viva

La monumentale porta di Nergal dell'antica Ninive, capitale neoassira di Sennacherib

La monumentale porta di Nergal dell’antica Ninive, capitale neoassira di Sennacherib

Una delle immagini pubblicate sulla pagina Fb di Archeologia Viva: un cumulo di macerie al posto della porta di Nergal

Una delle immagini pubblicate sulla pagina Fb di Archeologia Viva: un cumulo di macerie al posto della porta di Nergal

Mancavano le prove. Ora ci sono anche quelle: le porte monumentali dell’antica Ninive sono state distrutte dai miliziani dello Stato islamico. L’allarme lanciato attraverso la pagina Facebook della rivista Archeologia Viva (Giunti Editore) dal prof. Paolo Brusasco, archeologo orientalista dell’università di Genova, sulle notizie (da fonti sicure) della distruzione delle mura di Ninive, il sito archeologico dove oggi sorge la città di Mosul, nel Kurdistan iracheno, è stato confermato (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/04/13/iraq-le-mura-di-ninive-sotto-attacco-dellisis-lallarme-in-un-post-del-prof-brusasco-archeologo-orientalista-sulla-pagina-fb-di-archeologia-viva-i-miliziani-ne/). Ora ci sono le immagini, drammatiche. E ancora una volta è la pagina Facebook di Archeologia Viva a pubblicare le prime foto delle devastazioni compiute nel celebre sito archeologico iracheno. I miliziani dell’Isis hanno inferto pesanti distruzioni alle porte di Mashki e di Nergal a Ninive, la capitale neoassira di Sennacherib e Assurbanipal. In queste immagini si vedono i resti della Porta di Nergal con in lontananza un bulldozer. Anche di quella di Mashki non sembra rimanere più nulla come si evince dalle rovine in secondo piano dietro il cartello che indica la porta stessa. Fonti locali, riferisce il post di Archeologia Viva, sostengono che lo Stato Islamico starebbe spianando anche dei tratti delle poderose fortificazioni.

La monumentale porta di Mashki dell'antica Ninive, nel Kurdistan iracheno

La monumentale porta di Mashki dell’antica Ninive, nel Kurdistan iracheno

Dietro il cartello che indica la porta di Mashki dell'antica Ninive, solo un cumulo di macerie

Dietro il cartello che indica la porta di Mashki dell’antica Ninive, solo un cumulo di macerie

Secondo il prof. Brusasco, “queste distruzioni intenzionali, che non sono nemmeno “giustificate” dal pretesto dell’attacco ai “falsi idoli” visto che le porte in questione (a parte quella di Nergal) non avevano tori alati androcefali, indicherebbero un’azione propagandistica dello Stato Islamico volta a riaffermare il suo potere in un momento di particolare debolezza politico-militare: sarebbe imminente l’offensiva delle forze alleate irachene per riprendere Mosul, la città moderna dove si trova l’antica Ninive”.

Oggetti d’oro, gioielli in pietre dure e denti di animali, terrecotte e manufatti in pietra e bronzo: fate ancora in tempo a visitare a Cagliari la grande mostra “Eurasia, fino alle soglie della storia”, prorogata al 29 maggio

"Eurasia, , fino alle soglie della Storia. Capolavori dal Museo Ermitage e dai Musei della Sardegna”: la mostra è in corso a Cagliari

“Eurasia, , fino alle soglie della Storia. Capolavori dal Museo Ermitage e dai Musei della Sardegna”: la mostra in corso a Cagliari prorogata al 29 maggio

Ne avete sentito parlare bene, avete anche letto dei capolavori esposti, e avevate pure programmato un week end a Cagliari per poter visitare la grande mostra “Eurasia, fino alle soglie della storia” e poi per imprevisti non ce l’avete fatta? Bene, siete fortunati. Fate ancora in tempo, perché la mostra “Eurasia, fino alle soglie della storia”, aperta a Cagliari a Palazzo di Città – che avrebbe dovuto chiudere domenica 10 aprile – è stata prorogata fino al 29 maggio prossimo grazie all’ok di tutti i musei prestatori e soprattutto del museo statale Ermitage e del ministero russo che hanno acconsentito a far permanere a Cagliari le 377 preziosissime opere delle collezioni del museo di San Pietroburgo, testimonianza delle civiltà del Caucaso tra il V e il I millennio a. C., prestate per questo evento (https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/12/15/dai-popoli-del-caucaso-alla-civilta-nuragica-leurasia-protagonista-nella-mostra-di-cagliari-con-eccezionali-reperti-dal-museo-dellermitage-di-san-pietroburgo-in-dialogo-con-i-manufa/). La proroga, attesa soprattutto dalle scuole, che numerose hanno chiesto di visitare l’esposizione soprattutto in questi mesi, darà modo anche ai turisti – affascinati da un città che si rivela in questi anni completamente trasformata e rivitalizzata – di godere di un’esposizione anche cui la stampa nazionale (oltre che il pubblico) ha decretato il successo: riconoscendone l’eccezionalità, con opere in gran parte mai esposte in Italia, contributi scientifici trasversali e multidisciplinari ben espressi nei saggi in catalogo (Silvana editoriale: https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/03/21/eurasia-fino-alle-soglie-della-storia-capolavori-dal-museo-ermitage-e-dai-musei-di-sardegna-a-milano-la-presentazione-del-catalogo-della-grande-mostra-in-corso-a-cagliari/) e un taglio contemporaneo e assolutamente innovativo nell’allestimento – curato dal creativo Angelo Figus – che avvicinano l’archeologia al sentire moderno. Dunque si attendono nuovi afflussi straordinari a Palazzo di Città, considerando anche l’appuntamento del 1° maggio con la grande festa di Sant’Efisio, la processione religiosa più importante di Cagliari, dove si svolge interrottamente dal 1657, che porterà fiumi di partecipanti e di turisti.

L'allestimento della mostra "Eurasia, fino alle soglie della storia" è stato curato da Angelo Figus

L’allestimento della mostra “Eurasia, fino alle soglie della storia” è stato curato da Angelo Figus

“Eurasia, fino alle soglie della storia” è una mostra eccezionale – promossa dal Comune di Cagliari e dal museo statale Ermitage con il Mibact-soprintendenza Archeologia Sardegna e Polo Museale della Sardegna, con la Regione Sardegna e la fondazione di Sardegna in collaborazione con Ermitage Italia, curata da Yuri Piotrovsky, Marco Edoardo Minoja e Anna Maria Montaldo. Un’operazione imponente che, nata dalla collaborazione con il Museo russo, ha chiuso con successo l’avventura di Cagliari Capitale Italiana della Cultura 2015, dando l’avvio ad altri importanti progetti che si svilupperanno nei prossimi anni nel quadro del protocollo d’intesa con l’Ermitage. La mostra, che ha visto file di visitatori in attesa di ammirare i circa 500 reperti esposti – con straordinari oggetti d’oro, gioielli in pietre dure e denti di animali, terrecotte e manufatti in pietra e bronzo, espressione della grande rivoluzione del Neolitico e del flusso e dell’intreccio di culture ed esperienze – conduce i visitatori a ripercorrere, dai popoli del Caucaso alla civiltà nuragica, un’epoca cruciale, attraverso le testimonianze di ricchissime civiltà. Queste società costituirono l’avanguardia nelle trasformazioni culturali, presentando aspetti di eccezionale novità in quella fase di grande evoluzione del pensiero, delle capacità, delle tecniche e , ciascuna per il proprio specifico comparto geografico, seppe costruire ponti e forme di contatto, a livello continentale e a livello mediterraneo, tali da assicurare una posizione preminente nelle dinamiche di scambio e circolazione delle idee, dei saperi, delle innovazioni culturali e tecnologiche.