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Arrivederci al 2022: la XXIV Borsa mediterranea del turismo archeologico a Paestum sarà a fine ottobre, l’ottava edizione di TourismA a Firenze probabilmente a ottobre

Le due grandi kermesse dedicate all’archeologia in Italia danno appuntamento al 2022. A cominciare dalla Borsa mediterranea del turismo archeologico di Paestum i cui organizzatori, alla chiusura della XXIII edizione, hanno ringraziato e annunciato le nuove date: “Desideriamo ringraziare gli espositori, i relatori, i giornalisti, i visitatori per aver partecipato alla XXIII edizione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e quanti ci hanno seguito anche da lontano. Ci auguriamo che le iniziative della BMTA 2021 abbiano suscitato interesse e gradimento. Vi diamo appuntamento alla XXIV edizione, che avrà luogo da giovedì 27 a domenica 30 ottobre 2022 a Paestum presso il Tabacchificio Cafasso”.

A salutare i graditi ospiti e dare loro appuntamento al prossimo anno è stato lo stesso Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva, dal palco dell’auditorium del Palazzo dei Congressi di Firenze, non appena salutato Alberto Angela, che ha chiuso – come da tradizione – TourismA, la tre giorni del Salone fiorentino di archeologia e turismo Culturale. Ma se la settima edizione, causa restrizioni anti-Covid 19, è slittata da febbraio a dicembre 2021, l’ottava non potrà necessariamente rispettare il calendario tradizionale della terza settimana di febbraio 2022. Così Pruneti ha dato un arrivederci prudenzialmente generico “a tra dieci mesi”. TourismA 2022 tornerà dunque a ottobre? Lo vedremo nei prossimi mesi. Intanto godiamoci il promo omaggio del regista veneziano Alberto Castellani intervenuto a Firenze nell’ambito di Tourisma 2021.

Cosa ci porta il nuovo anno? Il restauro e la valorizzazione del cavallo scoperto da Maiuri nel 1938: nuovo allestimento nello stabulum a sud di via dell’Abbondanza, inclusivo e accessibile anche a ipovedenti. Parla la responsabile Luana Toniolo

Lo scheletro del cavallo scoperto nel 1938 da Maiuri è nel laboratorio di restauro di Pompei (foto parco archeologico pompei)

Cosa ci porta il nuovo anno? Questa volta non parliamo di una grande mostra o di nuovi musei, ma di un reperto che grazie al restauro e a nuovi studi verrà valorizzato e presentato al pubblico in sicurezza: è il cosiddetto Cavallo di Maiuri. Lo scheletro del cavallo rinvenuto nel 1938 da Amedeo Maiuri in un ambiente della antica città di Pompei è oggetto infatti di un progetto di restauro e valorizzazione a cura del Parco archeologico di Pompei, finalizzato al recupero e alla tutela del reperto. Una volta restaurato e consolidato grazie al rilievo laser scanner dello scheletro, sarà realizzato un modello in 3d per ipovedenti in vista di un nuovo allestimento in situ accessibile e inclusivo. “Si tratta di un intervento multidisciplinare”, sottolinea il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel, “che vede all’opera i restauratori in primis e gli archeologi, costantemente affiancati in ogni fase degli interventi da un archeozoologo al fine di condurre un adeguato studio scientifico del cavallo, non affrontato all’epoca del Maiuri, che sarà in grado di fornire ulteriori e importanti informazioni sul tipo di animali che venivano utilizzati a Pompei e sulle loro caratteristiche. Il progetto di valorizzazione del reperto nel suo nuovo allestimento lo renderà, inoltre, fruibile a tutti i visitatori, nell’ottica della massima accessibilità e inclusività, anche relativamente alla conoscenza delle attività di restauro del Parco”. Il gruppo lavoro è composta da Luana Toniolo, responsabile del progetto; Stefania Giudice, direttore dei lavori; Paola Sabbatucci, direttore operativo restauratore; Arianna Spinosa, direttore operativo architetto; Armando Santamaria, direttore operativo ingegnere; Amedeo Mercogliano, supporto contabile Ales; Natascia Pizzano, archeozoologo; DF14 – Restauro Beni Culturali di Debora Fagiani; SineCera Studio – sinecerastudio.it.

A raccontarci della storia di questo reperto e del suo restauro e valorizzazione è la stessa responsabile, Luana Toniolo, archeologa del parco archeologico di Pompei. “Nel 1938 Maiuri mentre scavava questo settore della città a sud di via dell’Abbondanza – ricorda Luana Toniolo – identificò una struttura quadrata in muratura che poteva essere una mangiatoia. E proprio a pochi centimetri da questa struttura, dai lapilli cominciò a emergere il cranio di un cavallo. Emerse il cranio, emerse il collo e parte della colonna vertebrale. Continuando con lo scavo si vide che era un vero e proprio cavallo e che ci trovavamo in uno stabulum, in una stalla. Vicino infatti al cavallo e alla mangiatoia si rinvennero infatti anche dei resti organici, paglia. Maiuri decise quindi di applicare anche qui quella strategia di musealizzazione che stava applicando in tutto il sito, cioè un vero e proprio museo diffuso, lasciando i reperti in situ là dove li trovava, come fece ad esempio nella Casa del Menandro, alla Villa de Misteri, attuando quindi una strategia che era già stata sperimentata nei decenni precedenti da Spinazzola. Ad esempio, nel famoso allestimento del Thermopolium di Asellina”.

Lo scheletro del cavallo come appariva nel suo allestimento allo stabulum nel 1941-1942 in una foto dell’archivio fotografico del Parco archeologico di Pompei

“In questo stabulum, quindi, coperto da una tettoia – continua l’archeologa -, rimise in piedi il cavallo. Un cavallo alto 1 metro e 34 al garrese, utilizzato per il trasporto delle merci, per il traino. Dobbiamo infatti ricordare che a Pompei oltre ai suoi abitanti in città c’erano anche gli animali: pensiamo ai cani, di cui c’è il famoso calco della Casa di Vesonius Primus. Ma c’erano anche i cavalli che servivano per quei carri che sono attestati a Pompei, come ad esempio, nella Casa del Menandro”.

Restauratori all’opera sul “Cavallo di Maiuri” nei laboratori di Pompei (foto parco archeologico pompei)

“Con il passare dei decenni però questo cavallo venne in parte dimenticato e abbandonato, e soggetto a un progressivo degrado. Abbiamo quindi deciso di procedere finalmente al suo restauro. E a un nuovo allestimento che permetta appunto di valorizzarlo. Abbiamo quindi iniziato questo intervento che è un vero e proprio intervento multidisciplinare – spiega Luana Toniolo – perché, oltre al lavoro dei restauratori in primis e degli archeologi, tutto il lavoro è seguito costantemente da un archeozoologo sia per permettere uno studio finalmente veramente scientifico di questo cavallo, che quindi può darci delle informazioni importantissime sul tipo di animali che venivano utilizzati a Pompei, sia per progettare un nuovo allestimento rispettoso dell’originario allestimento di Maiuri ma che permetterà quindi a breve tempo al visitatore di rivedere questo cavallo”.

Ma si tratterà di un allestimento che vuole anche essere inclusivo e accessibile, anche dal punto di vista cognitivo. Perché ora per gli ipovedenti abbiamo predisposto anche un modellino 3D di questo cavallo, che quindi può essere toccato, un modellino tattile, anche con una differenziazione tra le parti effettivamente conservate e quelle che ricostruiremo, per capire insieme a una spiegazione in braille la storia di questo cavallo.

Rilievo con laser scanner del Cavallo di Maiuri (foto parco archeologico pompei)

“La nostra metodologia di lavoro – sottolinea la responsabile del progetto – ha previsto innanzitutto un rilievo con laser scanner del cavallo, che ha permesso di realizzare un vero e proprio modello 3D. Una volta realizzato questo modello 3D, abbiamo iniziato a smontare il cavallo che, infatti era in posizione verticale grazie a un’armatura metallica, ancora quella dei tempi di Maiuri, con dei restauri e interventi successivi, ma che l’aveva in parte danneggiato con fenomeni di ossidazione che hanno intaccato anche il colore delle ossa. Abbiano quindi provveduto a staccare questo filo metallico, a smontare il cavallo e a portarlo in laboratorio”.

Interventi di restauro, pulizia e consolidamento sul Cavallo di Maiuri (foto parco archeologico pompei)

“Ora il cavallo è sottoposto a un processo di restauro, di pulizia, di consolidamento. E con la collaborazione dell’archeozoologo stiamo valutando quali parti sarà opportuno ristampare mediante una scansione 3D. Rispetto infatti a quello che ci raccontano le foto d’epoca, il cavallo ha perso molte delle sue ossa: molte costole della gabbia toracica, alcune vertebre, parte della coda. Valuteremo quindi quello che è opportuno integrare e poi lo rimonteremo in una posizione che sia scientificamente più corretta, perché nel corso del tempo ha perso la sua postura originale. Lo rimonteremo – conclude – con una struttura e con materiali nuovi che siano adatti al microclima e che quindi rispettino anche le necessarie condizioni di tutela del cavallo”.

Napoli. Al museo Archeologico nazionale esposte le tavole del calendario 2022 realizzato dalla Scuola Italiana Comix: sarà donato ai primi cinquanta visitatori che saranno al Mann dal 1° al 6 gennaio 2022.  E Blasco Pisapia presenta il suo volume a fumetti “Nico e l’elmo del Gladiatore” (Electa)

La copertina del Calendario 2022 del Mann realizzato dalla Scuola Italiana Comix (foto mann)

I fumetti al museo Archeologico nazionale di Napoli: inaugurata l’esposizione delle tavole del calendario della Scuola Italiana di Comix, con le dodici tavole del calendario del Mann. Firmato, anche per il 2022, dagli illustratori della Scuola Italiana di Comix, il calendario ancora una volta ha un’impronta green: filo conduttore dei mesi che verranno sarà il rischio di estinzione delle specie animali. Api, serpenti, pavoni, tartarughe incontrano, nei disegni colorati della Scuola italiana di Comix diretta da Mario Punzo, l’iconografia dei reperti del Mann: gli artisti antichi, infatti, rileggevano il mondo naturale nelle proprie opere. Il calendario, realizzato da  Andrea Chella (cover), Mario Teodosio, Amerigo Pinelli, Alessandra Vitelli, Barbara Ciardo, Fabiana Fiengo, Marino Guarnieri, Paola Del Prete, Mario Testa, Paco Desiato, Marco Castiello con Andrea Errico, Alessia Vivenzio con Marianna Catone, Barbara Ansaldi, sarà donato ai primi cinquanta visitatori che saranno al MANN dal 1° al 6 gennaio 2022. 

La tavola di agosto del Calendario 2022 del Mann realizzato dalla Scuola Italiana Comix (foto mann)

“L’arte del fumetto  è di casa da tempo al Mann, con grandi mostre internazionali e l’ormai consolidata collaborazione con bellissime realtà composte da artisti del territorio”, spiega il direttore del Museo, Paolo Giulierini. “Grazie all’intuizione al centro del progetto Obvia è stata creata una rete di disseminazione che ha portato il Mann,  le sue meraviglie, la sua identità in opere di grande suggestione capaci di affascinare i più giovani e non solo. Con il calendario Comix sui temi dell’ ecologia e il nuovo fumetto di Nico firmato da Blasco Pisapia dedicato alla mostra gladiatori presentiamo due strenne davvero irresistibili”. I percorsi di valorizzazione del patrimonio museale con il linguaggio del fumetto sono promossi nell’ambito del progetto universitario “Obvia” (referente: Daniela Savy/ Ateneo Federiciano).

Copertina del libro di Blasco Pisapia “Nico e l’elmo del Gladiatore” (foto mann)

Per Natale il fumetto è, naturalmente, libro da regalare ai più piccoli (e non solo): il Museo presenta oggi “Nico e l’elmo del Gladiatore” (Electa Editore) di Blasco Pisapia. Il disegnatore segna una nuova tappa nelle avventure del piccolo Nico,  scolaro innamorato del Mann: dopo essersi perso nelle sale della Sezione Egizia, il ragazzino adesso incontra i mitici eroi delle arene e ha l’opportunità di scoprire, grazie alla protezione di Ursus, che la vita negli anfiteatri non è epica come sembra. 

Roma. Scoperta al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia un’iscrizione nascosta all’interno di un elmo di 2400 anni fa, rinvenuto nel 1930 a Vulci: ci ha restituito il nome di un guerriero e un frammento della sua possibile storia

Veduta laterale dell’elmo italico a calotta con gola e dischetti di bronzo fuso per la protezione dei lobi auricolari dalla tomba 55 della necropoli dell’Osteria di Vulci, scavi Ferraguti-Mengarelli 1930. Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto Mauro Benedetti)

È rimasta nascosta per circa 2400 anni all’interno dell’elmo della tomba 55 della necropoli dell’Osteria di Vulci ed è stata scoperta tra i reperti esposti al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, all’interno di un elmo che ci ha restituito il nome di un guerriero e un frammento della sua possibile storia: è un’iscrizione etrusca, sfuggita ai suoi scopritori nel 1930, ma non all’occhio digitale e dei restauratori, che offre nuovi dati per la ricostruzione dell’arte della guerra nel mondo etrusco-italico della metà del IV secolo a.C. “Un elmo venuto alla luce nel 1930 ed esposto sin quasi da subito insieme al resto del corredo nelle sale del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia”, racconta il direttore Valentino Nizzo, “ha svelato dopo quasi un secolo il segreto che custodiva gelosamente da quasi 2400 anni. Una breve iscrizione etrusca nascosta al suo interno era finora sfuggita all’attenzione di tutti, nonostante la cura con la quale Ugo Ferraguti e Raniero Mengarelli – artefici della scoperta – avevano trattato i materiali rinvenuti a partire dal 1928 durante le fortunatissime campagne di scavo realizzate nella necropoli dell’Osteria di Vulci. Si trattava delle prime indagini archeologiche condotte con metodo scientifico moderno nell’antica città etrusca, dopo secoli di saccheggi quasi indiscriminati. La morte prematura di entrambi gli scavatori ha impedito finora la loro pubblicazione per problemi legati anche allo studio della documentazione di scavo. Nonostante questo, i contesti più importanti vennero sin da subito destinati alla pubblica fruizione nelle sale vulcenti di Villa Giulia”.

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Distribuzione degli esemplari di provenienza certa degli elmi del medesimo tipo (elaborazione R. Graells i Fabregat aggiornata da V. Nizzo)

“Un recente intervento di digitalizzazione e di verifica dello stato di conservazione di alcune armi custodite nelle collezioni del Museo – continua – ha portato all’inattesa scoperta. I risultati dello studio scientifico dell’iscrizione e una sua prima proposta interpretativa appariranno sul prossimo numero della rivista Archeologia Viva. L’epigrafe, incisa all’interno del paranuca dopo la manifattura, restituisce molto probabilmente un gentilizio privo finora di riscontri puntuali nell’onomastica etrusca, a fronte di migliaia di iscrizioni note. Se si escludono gli esemplari con dediche votive e un gruppo di 60 elmi (su 150) tutti contraddistinti dal medesimo gentilizio rinvenuti sull’acropoli di Vetulonia nel 1904, sono circa una decina le armi di questo tipo caratterizzate da iscrizioni come quella appena individuata, documentate in ambito etrusco e italico tra il VI e il III secolo a.C. Si tratta, dunque, di un tipo di evidenza molto rara che offre informazioni fondamentali per la ricostruzione dell’organizzazione militare e dell’evoluzione dell’arte della guerra nell’Italia preromana”.

Il direttore Valentino Nizzo accanto all’elmo da Vulci mostra il numero di Archeologia Viva (foto etru)

“In base al suo esame tipologico e alle informazioni fornite dagli altri oggetti del corredo della tomba 55 (una delle più ricche tra quelle coeve rinvenute a Vulci)”, spiega Nizzo, “la deposizione dell’elmo può essere datata intorno alla metà del IV secolo a.C. Siamo in un’epoca caratterizzata da una forte conflittualità tra popoli che competevano per il predominio nella nostra Penisola o per la semplice sopravvivenza, minacciata dalla calata dei Celti che nel 390 avevano messo a ferro e fuoco la stessa Roma. L’elmo di Vulci si inserisce perfettamente in questo contesto e, grazie alla sua iscrizione, racconta una pagina inedita della vita di un guerriero del suo tempo, anche se non è possibile stabilire con certezza se il nome conservato coincida con quello del suo ultimo proprietario. Molti indizi, infatti, ci portano a cercare le sue origini in un’altra città, al confine tra Umbri ed Etruschi, Perugia”.

Dettaglio dell’iscrizione scoperta all’interno dell’elmo da Vulci, esposto al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto Mauro Benedetti)

“La lettura non comporta particolari difficoltà”, riprende, “e consente di ricostruire una sequenza completa di 7 lettere disposte ai lati di un ribattino: HARN   STE. Quest’ultimo ostacolo sembrerebbe essere stato considerato dall’autore dell’epigrafe la quale, molto probabilmente, va letta come un’unica parola, quasi certamente un gentilizio per analogia con le altre iscrizioni rinvenute su elmi e caratterizzate da una simile collocazione. La presenza all’interno doveva infatti essere nota solo a chi utilizzava l’elmo e, quindi, molto probabilmente doveva indicare il suo proprietario. Questo rafforzava il senso di appartenenza di un oggetto di vitale importanza che, nel nascondere le sembianze del guerriero e nel proteggerlo, diveniva la sua proiezione metaforica. Se i guerrieri potevano viaggiare come mercenari alle dipendenze del migliore offerente, ancora di più potevano viaggiare le loro armi, donate come premio o acquisite come preda bellica sul campo di battaglia. Anche se non è più possibile stabilire se Harnste fosse il suo gentilizio o quello di un rivale ucciso su un ignoto campo di battaglia – sostiene – ci piace pensare che il pubblico che da ora in poi ammirerà l’elmo vulcente potrà memorizzare non soltanto il freddo numero d’ordine di una tomba ma anche qualcosa di più intimo e personale, come un nome e alcuni brandelli della possibile storia di chi, un tempo, lo aveva posseduto e aveva affidato ad esso la sua vita”.

Fotomosaico e rielaborazione dell’iscrizione dell’elmo da Vulci, al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto ed elaborazione Miriam Lamonaca)

“Contrariamente a quanto si pensava finora”, spiega il direttore di Etru, “è possibile che il nostro elmo non sia stato prodotto a Vulci ma a Perugia dove è documentato il maggior numero di esemplari di questo tipo peculiare, una via di mezzo tra i più antichi elmi tipo “Negau” di tradizione etrusca e quelli cosiddetti “Montefortino”, di tradizione celtica ma molto popolari anche nel mondo italico e nella Roma repubblicana. Tale provenienza sembrerebbe confermata dal gentilizio restituito dall’iscrizione, molto simile a quello documentato in un’epigrafe latina rinvenuta nei pressi del celebre ipogeo dei Volumni di Perugia e appartenuta a una donna di origini etrusche vissuta nel I secolo a.C.: Harnustia. Analogie possono essere ravvisate anche con i gentilizi Havrna, Havrenies/Harenies attestati agli inizi del III secolo a.C. a Bolsena, a metà strada tra Vulci e Perugia. A Perugia sembra tuttavia ricondurci quella che potrebbe essere l’origine del nome, se è corretto ipotizzare una sua correlazione con il toponimo Aharnam, menzionato da Tito Livio (X, 25.4) come sede di un accampamento romano alla vigilia della celebre battaglia delle Nazioni avvenuta presso Sentino nel 295 a.C. È infatti assai probabile che il piccolo centro etrusco-umbro menzionato da Livio vada identificato con la moderna Civitella d’Arna, vicinissima a Perugia. Il gentilizio del nostro guerriero si sarebbe dunque potuto formare traendo origine dal nome della città di cui era originario, come testimoniano diverse iscrizioni su armi, anche a seguito della mobilità dei militari e della loro eventuale propensione a essere chiamati con il nome del luogo di provenienza”.

Verona. Visite guidate con Archeonaute alla mostra “I mondiali di Italia ‘90 e la scoperta della necropoli romana” all’interno di Porta Palio

La locandina della mostra “I Mondiali di Italia ’90 e la scoperta della necropoli romana” a Porta Palio di Verona dal 17 dicembre 2021 al 9 gennaio 2022

verona_archeonaute_logoVisite guidate speciali per le Festività a Porta Palio di Verona per la mostra “I mondiali di Italia ‘90 e la scoperta della necropoli romana”, promossa dall’assessorato al Turismo e ai Rapporti UNESCO e dalla soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza, in collaborazione con il Dipartimento di Ingegneria e Architettura dell’università di Pavia e con la Società di Mutuo Soccorso Porta Palio. Appuntamento giovedì 30 dicembre 2021, alle 16; venerdì 31 dicembre 2021, alle 11; lunedì 3 gennaio 2022, alle 11; mercoledì 5 gennaio 2022, alle 11; giovedì 6 gennaio 2022, alle 11: promossa dall’associazione Archeonaute onlus. Per informazioni e prenotazioni: 3472213090, 3477696088.

Archeologi al lavoro nello scavo al cantiere del sottopasso di Porta Palio a Verona nel 1990 (foto Sabap-Vr)

“L’esposizione vuole celebrare il trentennale della scoperta delle necropoli romana di Porta Palio avvenuta in occasione della realizzazione delle infrastrutture stradali per i campionati mondiali di calcio del 1990 (sottopasso di Porta Palio, opere in via Albere e circonvallazione dello stadio Marcantonio Bentegodi), tra il dicembre del 1990 e il 1991. La splendida cornice di Porta Palio – luogo in cui avvenne la maggior parte dei rinvenimenti – accoglie una piccola esposizione, che ripercorre le varie fasi del rituale funerario romano, attraverso gli oggetti allora recuperati durante gli scavi. Il visitatore potrà quindi ammirare alcuni dei vetri più preziosi, oltre al vasellame da mensa utilizzato durante il banchetto funerario, balsamari e bottiglie impiegati nelle libagioni, una selezione di monete rappresentative del rito definito “obolo di Caronte” ed infine una sezione dedicata agli oggetti personali, che identificano sesso, età o status del defunto (vedi Verona. Con un anno di ritardo (causa Covid e lockdown) apre a Porta Palio la mostra “I Mondiali di Italia ’90 e la scoperta della necropoli romana” per celebrare il trentennale della scoperta della necropoli romana di Porta Palio lungo la via Postumia, più di 1400 sepolture, durante i lavori dei Mondiali Italia ’90 | archeologiavocidalpassato)”.

Archeologia in lutto. È morta a 65 anni per un improvviso malore Alessandra Toniolo, impegnata in attività di scavo, schedatura dei materiali, allestimento musei e mostre: rigorosa dalla catalogazione alla sperimentazione come nel recupero della cucina degli antichi

L’archeologa Alessandra Toniolo: il suo sorriso ci mancherà (foto da qdqnews)

Era il 1997. Alessandra mi invitò, come giornalista del Gazzettino, a Chioggia per vedere in anteprima la sua “creatura”: il museo civico della Laguna Sud “San Francesco fuori le Mura”. Quello era proprio il suo ambiente di lavoro, tra archeologia subacquea e della laguna e il recupero della cucina nel mondo antico. Alessandra Toniolo, archeologa, specializzata in Archeologia Classica all’università di Pisa, dal 1980 era impegnata con la Soprintendenza Archeologica del Veneto in attività di scavo, di schedatura dei materiali, di allestimento musei e mostre o al Progetto Archeologia Subacquea delia Laguna e del Mare di Venezia. Da lì cominciò una frequentazione e un’amicizia che andò avanti per molti anni. Alessandra Toniolo è morta, a 65 anni, il 23 dicembre 2021 per un improvviso malore a Padova, dove risiedeva. Vedova del giornalista Maurizio Refini (già caporedattore centrale de Il Gazzettino, esperto di motori, scomparso anche lui per un improvviso malore nel 2007 a soli 66 anni), lascia il figlio Giacomo, 31 anni, il fratello Antonio e le sorelle Marina e Alberta. È stata proprio quest’ultima, docente universitaria a Barcellona, ad annunciarlo attraverso un post pubblicato nel gruppo Facebook di Pieve di Soligo, città del Piave dove Alessandra era nata: “Con immenso dolore comunico agli amici e conoscenti di Pieve che stamattina ci ha lasciato mia sorella Alessandra – scrive -. Sandra (come veniva chiamata, ndr) è cresciuta e ha trascorso la sua prima gioventù a Pieve, prima di trasferirsi in modo definitivo a Padova, ove ha lavorato e vissuto fino ad ora. Sicuramente molte persone si ricordano di lei, della sua energia vitale e del suo sorriso”. Proprio il suo sorriso era contagioso. “Alessandra Toniolo lascia questa terra che ora le sia lieve”, la ricorda su Facebook l’archeologa Francesca Benvegnù dell’associazione culturale Studio D archeologia didattica museologia. “Rimane nella nostra storia e ancor di più in quella degli studi. Dalla catalogazione alla sperimentazione con il suo consueto rigore anche in cucina. Grazie per averci dato tanto”. Alessandra Toniolo aveva curato una serie di importanti pubblicazioni riguardanti in particolare le ricerche di reperti e ritrovamenti in territorio veneto. Ricordiamo, tra gli altri, “Le anfore di Altino” (1991), edito dalla Società Archeologica Veneta di Padova, che ora ricorda la divulgatrice scomparsa con profonda stima, amicizia e gratitudine.

Progetto Vulci 3000 della Duke University con la collaborazione della Fondazione Luigi Rovati. Nuove scoperte dalla città etrusca: è venuto alla luce il complesso sistema idraulico

Bocca di fontana in marmo configurata a Sileno. I-II sec. d.C. dall’ambiente 5: scavo Duke University nell’area urbana di Vulci (foto flr)
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Il team di ricercatori impegnato nella campagna di scavo 2021 a Vulci (foto flr)

Fondazione Luigi Rovati collabora con il progetto di ricerca Vulci 3000 della Duke University (Durham, North Carolina) incentrato sullo studio e l’interpretazione della trasformazione di Vulci (Viterbo) durante la transizione da città etrusca a città romana. Si tratta di un importante progetto di ricerca, con un team internazionale guidato dal prof. Maurizio Forte (Duke University), giunto oggi a un punto di svolta: dopo sette anni di lavoro con tecnologie d’avanguardia, è venuto alla luce il complesso sistema idraulico della città etrusca di Vulci, composto da canali e cunicoli perfettamente conservati, che permettono uno studio accurato delle infrastrutture urbane di epoca etrusca. Tra i ritrovamenti più interessanti durante gli scavi, una bocca di fontana in marmo a forma di Sileno, ovvero un satiro, che appartiene al mondo mitologico greco e fa parte, insieme alle baccanti, del corteo del dio del vino Dioniso.

La canaletta individuata nel c.d. settore B, nell’area urbana di Vulci, realizzata con coppi giustapposti (foto flr)

Vulci rappresenta un bacino archeologico di grandissimo interesse che, attraverso gli scavi, porta alla luce l’evoluzione dell’area, con particolare attenzione allo sviluppo e alla trasformazione urbana, l’identità culturale, lo spazio pubblico e privato, le tecniche di produzione. Grazie all’uso di tecnologie avanzate è stato ricostruito digitalmente l’assetto della viabilità antica, di grande fascino anche per i non addetti ai lavori. L’acqua è l’elemento centrale di tutto lo scavo: pozzi, cisterne, reti idrauliche complesse caratterizzano le fasi etrusche e romane in un complicato disegno ancora tutto da decifrare. Un triennio di collaborazione (e sette di attività) hanno portato alla luce una rete di cunicoli scavati nel tufo che sembrano confluire tutti in una precisa area sotterranea; tra le scoperte una delle più interessanti è sicuramente una canaletta costruita in coppi con lettere e numerali etruschi incisi. Il sistema idraulico doveva prevedere il filtraggio dell’acqua che scorreva da Sud a Nord come tutte le altre canalizzazioni. Questo sistema di captazione e ridistribuzione indica una centralizzazione pubblica nella gestione delle infrastrutture, come avviene nelle città moderne. Fra i ritrovamenti più interessanti nelle campagne di scavo spiccano ceramiche etrusco-corinzie (fine VII-inizio VI sec. a.C.), attiche, materiale votivo e, soprattutto, un frammento di anfora attribuibile al Pittore di Micali. Una attestazione unica nel suo genere per l’area urbana, perché le opere di questo artigiano, che prende il nome da Giuseppe Micali – storico vissuto in età risorgimentale e primo ad averlo studiato -sembravano destinate esclusivamente al mondo funerario e qua si trovano invece in area urbana.

Edificio pubblico che dà sul decumano di Vulci, databile alla prima età imperiale, pavimentato con lastre di travertino (foto flr)
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Grande cisterna individuata al di sotto del grande ambiente lastricato di Vulci (foto flr)

Tante le novità emerse dalle indagini dell’ultima campagna di scavo 2021: appare ormai chiaro che l’edificio pubblico affacciato sul Decumano e databile alla prima età imperiale – pavimentato con lastre di travertino e in origine riccamente decorato con marmi, stucchi e affreschi policromi – insiste, come gli ambienti circostanti, su una complessa stratificazione relativa alla fase etrusca del sito. Sempre più evidente, inoltre, il fondamentale ruolo avuto dall’acqua nell’intera area, da ricollegare, molto verosimilmente, a precise esigenze che travalicano la mera utilità pratica di questo bene preziosissimo: alla grande cisterna individuata al di sotto del grande ambiente lastricato, si sono aggiunti quest’anno un complesso sistema di cunicoli, oltre a pozzi e canalette. Interessantissima, in particolare, la canaletta individuata nel c.d. settore B, realizzata con coppi giustapposti, molti dei quali presentavano numerali o segni alfabetici in etrusco incisi sulla superficie.

Napoli. Nel presepe continuum al museo Archeologico nazionale tanta storia napoletana nei 160 anni dell’Unità d’Italia, e tanta archeologia dell’area vesuviana con lo scavo della domus di Agrippa Postumo a Boscotrecase

L’arrivo della statua di Dante su un carro trainato da buoi nella piazza che avrebbe preso il suo nome (foto graziano tavan)

Storia napoletana e archeologia vesuviana si intrecciano intimamente nel presepe continuum 2021, dedicato ai 160 anni dell’Unità d’Italia, allestito dall’associazione Presepistica napoletana nell’atrio del museo Archeologico nazionale di Napoli. A cominciare dalla presenza della statua di Dante Alighieri rappresentata mentre viene trasportata nell’omonima piazza che la ospita dal 1862: il Sommo Poeta era stato scelto da Luigi Settembrini, all’indomani dell’Unità d’Italia, come il rappresentante più autorevole dell’identità e unità del popolo italiano. E poi c’è l’Italia Turrita e Stellata, realizzata nel 1861 da Francesco Liberti, attualmente posta nei giardini d’Italia del Palazzo Reale di Napoli.

La riproduzione del Tempietto ionico del Belvedere di Villa Floridiana a Napoli con la statua dell’Italia Turrita e Stellata (foto graziano tavan)

Storia e archeologia, si è detto. Proprio le riscoperte dalla metà del Settecento di Ercolano e Pompei, la nascita dell’Accademia Ercolanese e la pubblicazione delle immagini dei ritrovamenti, contribuirono alla diffusione del Neoclassicismo, catapultando Napoli sulla ribalta della scena culturale e artistica europea. Nella scenografia del presepe al Mann è stato inserito un tempietto ionico che rimanda a quello del Belvedere nella villa Floridiana al Vomero, fatta realizzare nel 1817 da Ferdinando IV (la cui statua domina lo scalone del Mann) per la moglie Lucia Migliaccio duchessa di Floridia per opera dell’architetto Antonio Niccolini in perfetto stile Neoclassico. È in questo tempietto che è stata inserita la riproduzione in scala dell’Italia Turrita e Stellata del Liberti, con corona murata e scettro, posta su un tamburo con i simboli delle diverse province.

La riproduzione dello scavo della Villa di Agrippa Postumo a Boscotrecase (foto graziano tavan)

In basso si vede una domus in fase di scavo ispirata alla villa di Agrippa Postumo a Boscotrecase di cui sono stati riprodotte le pitture in III stile con paesaggi idillici e sacrali. Le anfore olearie, gli urcei per il garum e le anforette per la conservazione della frutta secca sono state riprodotte in scala con riferimento ai reperti originali catalogati. Nella domus di Agrippa Postumo appena riscoperta addetti agli scavi sono intenti a colare calchi di gesso sotto lo sguardo vigile di Giuseppe Fiorelli, ideatore di questa tecnica, allora sovrintendente agli scavi e primo direttore post unitario del museo Archeologico nazionale.

Gli affreschi del cubicolo della villa di Agrippa Postumo a Boscotrecase conservati al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto graziano tavan)

“La villa di Agrippa Postumo”, spiegano al Mann, “fu scoperta a Boscotrecase nel 1902 con rilevanti decorazioni parietali. Gli affreschi furono staccati tra il 1903 e il 1905, e venduti a diversi acquirenti tra i quali il Metropolitan Museum di New York e il museo Archeologico nazionale di Napoli. Nel 1906 purtroppo la villa fu nuovamente sepolta da un’eruzione del Vesuvio. Quindi quelli che oggi possiamo ammirare al Mann, nella sezione Affreschi, sono proprio quelli acquisiti nel 1905. Le pitture ornavano ambienti residenziali aperti su un loggiato affacciato sul mare, che si differenziavano per il colore di fondo e il tipo di repertorio decorativo. Alcuni dati epigrafici hanno fatto ipotizzare che la residenza fosse pervenuta in eredità ad Agrippa Postumo, nipote di Augusto, nato nel 12 a.C.

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Uno dei quadri inseriti al centro delle pareti con paesaggi sacrali o scene mitologiche, conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto graziano tavan)

In questa villa – continuano gli esperti del Mann – compare la prima documentazione in area vesuviana dell’uso, introdotto a Roma nel 20 a.C., di quadri inseriti al centro delle pareti, che raffigurano paesaggi sacrali o scene mitologiche ambientati in ampie composizioni paesistiche. I quadri del cubicolo a fondo rosso, acquisiti dal museo Archeologico di Napoli, ricordano per il soggetto sacrale quelli della villa romana della Farnesina. All’ambiente con la decorazione più innovativa a fondo nero appartengono due frammenti con esili frammenti miniaturistici che caratterizzano la pittura sulla fine del I sec. a.C., ai quali si accostavano altre architetture con motivi egittizzanti, diffusi nell’ambiente di corte in quest’epoca”.

‘Nascimento. Ispirazione Romana’ e ‘AmoR che move…’: il valore dell’arte per far rinascere Roma

Fino al 6 gennaio 2022 Roma presenta una serie di proiezioni artistiche che, illuminando con immagini e luci Palazzo Senatorio ed alcuni edifici di piazza Navona, offriranno una straordinaria occasione per ricordare come l’arte rappresenti una risorsa preziosa dalla quale ripartire perché la nostra città torni ad essere una Capitale capace di accogliere chiunque venga a visitarla. Si tratta di progetti promossi da Roma Capitale in collaborazione con Zètema Progetto Cultura, attraverso i quali si potrà restituire a Roma quella dignità culturale che le appartiene rispettandone il valore e le ineguagliabili bellezze. Partendo dai disegni dei protagonisti del Rinascimento romano, il viaggio visivo ‘Nascimento. Ispirazione Romana’ proietterà sulla facciata di Palazzo Senatorio le immagini di un modello di città fondato sui concetti dell’armonia, della simmetria e della proporzione. Uno spettacolo di luci e di suggestioni realizzato da Unità C1 che, partendo da palazzo Senatorio, accoglieranno l’osservatore in un abbraccio virtuale permettendogli di scoprire, attraverso le immagini proposte, nuove prospettive di rinascita guidandolo nella direzione dell’essenzialità e della centralità dell’individuo. Si muove invece nella prospettiva del legame tra l’intensità delle opere e il valore dell’incontro, il progetto ‘AmoR, che move…’ della Sovrintendenza Capitolina curato dall’arch. Livia Cannella; sulla facciata di palazzo Braschi e di palazzo Pamphilj a piazza Navona, è prevista la proiezione di 14 opere simbolicamente riconducibili ad una ’natività’ che è rigenerazione e strumento di incontro, metafora perfetta di quella difficile condizione emotiva cui il Covid-19 ci ha costretto per lungo tempo.

Pompei. Per tutte le festività visite guidate speciali alla Casa del Larario di Achille riservate ai possessori della My Pompeii Card

Dettaglio del ricco apparato decorativo della Casa del Larario di Achille a Pompei (foto parco archeologico pompei)

La Casa del Larario di Achille, tra le più belle domus di Pompei, è stata di recente restituita alla pubblica fruizione e accessibile con facilità a tutti i visitatori, anche con difficoltà motorie. Ma per tutti i possessori della MyPompeii Card le festività porteranno un regalo speciale: per il periodo natalizio il parco archeologico di Pompei, oltre al regolare accesso alla domus, propone visite accompagnate proprio ai possessori della MyPompeii Card, per scoprire e apprezzare ogni dettaglio delle bellissime decorazioni che caratterizzano la dimora. Dal 24 dicembre 2021 fino al 10 gennaio 2022, tutti i giorni dalle 10 alle 11 gli abbonati potranno prenotare una visita accompagnata a cura del Parco, all’indirizzo mail: mypompeiicard@beniculturali.it. (le visite sono di 20 minuti per massimo 5 persone per gruppo). Per chi non è ancora in possesso della My Pompeii card, sarà possibile acquistarla on -line e/o regalarla tramite il sito www.ticketone.it,  con ritiro presso le biglietterie di Pompei (Porta Marina, Piazza Esedra e Piazza Anfiteatro).

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MyPompeii card, abbonamento annuale al parco archeologico di Pompei

La card dal costo di 35 euro (8 euro per gli under 25) + 1,50 euro di prevendita online, ha una validità annuale e consente l’accesso illimitato in tutti i siti del parco archeologico di Pompei (Pompei, Villa di Poppea/Oplontis, Antiquarium di Boscoreale e Villa Regina, Ville di Stabia e Museo archeologico di Stabia Libero D’Orsi/Reggia di Quisisana) nonché alle mostre temporanee in corso e ad alcuni eventi speciali ed esclusivi comunicati di volta in volta. I membri della community MyPompeii, inoltre, saranno informati in anteprima attraverso la mail mypompeiicard@beniculturali.it (fornendo la propria adesione) sulle novità oltre che sull’attività ordinaria e straordinaria del Parco, potranno interagire e fornire suggerimenti e proposte, e saranno invitati a partecipare a un incontro annuale con il Direttore del Parco per essere aggiornati sulle iniziative messe in campo e future.

Dettaglio del ricco apparato decorativo della Casa del Larario di Achille a Pompei (foto parco archeologico pompei)

La casa è stata riaperta il 3 dicembre 2021, a seguito di interventi di manutenzione e restauro, oltre che di adeguamento architettonico per l’accessibilità, aggiungendosi alla serie di edifici del percorso senza barriere architettoniche “Pompei per tutti” (vedi Pompei. In occasione della “Giornata internazionale dei diritti delle persone con disabilità” il parco archeologico amplia il percorso “Pompei per tutti” alla Casa del Larario di Achille. Al via anche visite per persone con disabilità sensoriali | archeologiavocidalpassato). Ubicata lungo via dell’Abbondanza, presenta una elegante decorazione pittorica con colti riferimenti letterari e deve il suo nome alla decorazione in stucco di un ambiente che si apre presso l’atrio, probabilmente un piccolo sacello domestico (larario), con scene della guerra di Troia. La scelta di questo tema, che si ricollega anche ad alcuni affreschi della Casa del Criptoportico, suggerisce la probabile volontà̀ del proprietario della casa di esaltare le origini della sua famiglia, ricollegandole anche alla storia di Roma. Uno degli ambienti rivolti verso il giardino, finalmente resi accessibili, è decorato da un grande affresco con due enormi elefanti guidati da amorini che usano come redini rami di mirto, la pianta sacra a Venere. La scena va probabilmente interpretata come una celebrazione della potenza della dea.