Archeologia in lutto. È morta a Berlino, prematuramente, a 69 anni, Fedora Filippi, la “signora” della Domus Aurea, di cui è stata per anni direttore scientifico: archeologa di chiara fama e intellettuale raffinatissima, capace di spaziare dalla letteratura, alla musica, all’arte. Il ricordo di colleghi e amici

Archeologia in lutto: il 5 gennaio 2022 è morta, a Berlino, prematuramente, a 69 anni, Fedora Filippi, la “signora” della Domus Aurea, di cui è stata per anni direttore scientifico: archeologa di chiara fama e intellettuale raffinatissima, capace di spaziare dalla letteratura, alla musica, all’arte. “È nella luce soffusa della Domus Aurea, fra i meravigliosi colori che la adornano che vogliamo ricordare Fedora Filippi”, scrivono archeologi ed archeologhe del parco archeologico del Colosseo. “Oggi ci ha lasciato una grande archeologa, di grande intelligenza ed energia. Non solo una collega, una guida illuminata e solerte, un’amica sensibile. L’abbiamo amata per la sua tenacia, l’abbiamo stimata per la sua professionalità e cultura. Quello che lei ha iniziato abbiamo il dovere di portarlo a termine. Ciao, cara Fedora”. “Intelligente e riservata, scrupolosa negli studi e nella comunicazione, ma allo stesso tempo generosa e dotata di una fine ironia che riservava alle persone che riuscivano a farle breccia nel cuore”: così la descrivono quanti hanno avuto modo di lavorare con lei o semplicemente di conoscerla.

Alessandro D’Alessio è il nuovo direttore del parco archeologico di Ostia antica
“È con sommo sconforto e profonda tristezza che apprendo della prematura scomparsa di Fedora Filippi, archeologa di chiara fama, in forze fino a pochi anni or sono alla gloriosa Soprintendenza Archeologica di Roma”, scrive Alessandro D’Alessio, direttore del parco archeologico di Ostia Antica, già archeologo del parco archeologico del Colosseo e responsabile scientifico della Domus Aurea. “Responsabile per lungo tempo della Domus Aurea, dove ha avuto l’enorme merito di avviare l’impegnativa opera di messa in sicurezza e risanamento delle strutture murarie e degli apparati decorativi di uno dei monumenti più importanti e delicati della città, e ancora della ricerca e tutela nell’area del Campo Marzio, cui ha pure dato un contributo di primo piano, Fedora è stata una studiosa di altissimo livello e un Funzionario esemplare del nostro Ministero. Personalmente mi mancherà sempre il confronto con la sua intelligenza e lungimiranza. A nome mio e di quello che fu lo staff della Domus Aurea sotto la sua e poi mia responsabilità, esprimo a Henner, ai familiari e agli amici tutti di Fedora le mie più sentite condoglianze e il rammarico per la gravissima perdita”.

Daniela Porro, soprintendente speciale ABAP di Roma
Cordoglio per la prematura scomparsa dell’archeologa Fedora Filippi è stato espresso anche dalla soprintendenza speciale di Roma. “Con profonda tristezza”, scrivono il soprintendente Daniela Porro e gli archeologi della Sabap Roma, “apprendiamo la notizia della prematura scomparsa di Fedora Filippi, archeologa di fama internazionale e fino a pochi anni fa in servizio presso la soprintendenza Archeologica di Roma e nostra apprezzata e stimata collega. Fine studiosa e eccellente archeologa, Fedora ha dedicato la sua carriera lavorativa alla salvaguardia, allo studio e alla valorizzazione del patrimonio archeologico e culturale di Roma, dedicandosi in particolare alla tutela dell’area centrale. Prima fra tutte va ricordata la sua attività come direttore della Domus Aurea dove ha portato avanti la messa in sicurezza e il restauro del monumento e, con la consueta lungimiranza, ne ha reso partecipe il grande pubblico in tempo reale.


La copertina del libro “HORTI ET SORDES. Uno scavo alle falde del Gianicolo”
Responsabile della tutela archeologica delle aree di Campo Marzio e Trastevere, è stata autrice di scoperte archeologiche di grande importanza, come le scuderie imperiali di via Giulia, il complesso sotto la Rinascente in via del Tritone, gli Horti alle falde del Gianicolo, solo per ricordarne alcune e che spesso sono confluite in pubblicazioni scientifiche di grande spessore come “Horti et sordes. Uno scavo alle falde del Gianicolo” del 2008 e “Campo Marzio. Nuove ricerche” del 2016. Nella sua attività – continuano – ha sempre messo in primo piano anche la divulgazione, curando mostre di grande impatto e respiro e che testimoniano il suo interesse e curiosità anche per argomenti diversi, come “I colori del fasto. La domus del Gianicolo e i suoi marmi” del 2005, “Ricostruire l’antico prima del virtuale. Italo Gismondi un architetto per l’archeologia” del 2007, “I colori dell’archeologia. La documentazione archeologica prima della fotografia a colori” del 2009. Durante gli anni in Soprintendenza ha curato anche la sistematizzazione e informatizzazione dei dati dell’archivio storico archeologico, organizzandoli in una banca dati consultabile on-line e ha coordinato l’attività di tutela nell’area centrale. Per tutti noi suoi colleghi, quella di Fedora, è una grande perdita e ci mancheranno molto la sua intelligenza, la sua preparazione e la sua amicizia e affettività. Ai familiari e agli amici le nostre più partecipate condoglianze”.

Un personalissimo ricordo l’ha scritto la giornalista Lucia Conti, direttore de “Il Mitte”, il primo quotidiano online per gli italiani all’estero, inaugurato il 7 maggio 2012 a Berlino. “Per me questa donna dalla mente eccelsa – scrive Lucia Conti – era soprattutto Fedora, o Fedi. L’ho conosciuta per la prima volta a casa dell’amica comune Amelia Massetti, persona straordinaria che tanto le è stata vicina, fino all’ultimo giorno. Ricordo il suo sorriso, la sua eleganza e ricordo il fatto che ci venne naturale chiacchierare. Parlammo del lavoro, delle incombenze del momento, della serata piacevolissima che stavamo vivendo, di cose poco importanti e importantissime, nello schema generale della vita. Il legame si creò subito. Ebbi la grande fortuna e l’onore di essere oggetto della sua stima”. E continua: “Ricordo la sua timidezza, le sue mani che quasi tremavano, la riservatezza estrema che questa donna così elegante e delicata mostrava quando si trattava di venire avanti anche in prima persona, e non solo attraverso i risultati del suo eccellente lavoro. Laddove molti rivendicano titoli e spazi con tracotanza, a volte anche a gomitate, lei nascondeva i suoi successi come se fossero colpe. Però era sempre pronta a farsi violenza e a vincere se stessa, quando si trattava di esporsi per una causa giusta. A casa sua ebbi modo di scorrere alcune tra le sue innumerevoli pubblicazioni scientifiche, che l’avevano resa una star dell’archeologia. E quanto si imbarazzerebbe, se leggesse oggi queste mie parole! Scoprii anche che aveva lavorato a Beirut, con grande successo e in condizioni di estremo pericolo. Ogni tanto spuntava fuori un tassello di quel meraviglioso mosaico che è stata la sua vita professionale e quando accadeva era bellissimo restare in silenzio, a imparare”. Conclude Lucia Conti: “Sinceramente prostrata dalla notizia, mi unisco a chi la amava, è l’unica cosa che posso fare. Quindi abbraccio con tutto il cuore innanzitutto la famiglia, il marito Henner, che è stato straordinario in momenti terribili, e Federica, gemella di Fedora, che sono stata felicissima di conoscere, anche se in circostanze davvero tristi. Fedora è andata via in una giornata uggiosa. Il giorno dopo è spuntato il sole e domina il suo ricordo, più luminoso di quanto sia questo spicchio di luce a cui sto anche dando le spalle. Voglio immaginarla immersa nelle cose che amava: leggere, studiare, viaggiare, esplorare il passato del mondo, le sue passeggiate nel bosco, la purezza assoluta dei monti e i soggiorni in famiglia sul Baltico, quando c’è sole, ma fa ancora freddo”.
Pompei. Con l’architetto Mighetto alla scoperta dei lavori di messa in sicurezza e restauro della Casa della Biblioteca nell’Insula Occidentalis: una sfida per offrire ai visitatori i segni delle distruzioni subite dalla città antica

La Casa della Biblioteca è una delle eleganti domus, assieme a quelle di Marco Fabio Rufo e di Maio Castricio, e alla Casa del Bracciale d’Oro che fanno parte dell’Insula Occidentalis di Pompei, dove è in corso il cantiere di messa in sicurezza, al termine del quale gli edifici saranno restituiti alla fruizione del pubblico. Ce ne parla l’architetto Paolo Mighetto che racconta gli interventi in corso e i nuovi dati scientifici che stanno emergendo dalle attività di scavo.
“Ci accoglie nella Casa della Biblioteca”, esordisce Mighetto, “il poeta del V sec. a.C. Filosseno di Citera: lo sappiamo – già da qualche tempo – per la scritta e il nome inciso all’interno di questo affresco. È una casa molto particolare di Pompei, nell’Insula Occidentalis, grande complesso di edifici che si affacciava sul Golfo di Napoli, che si imposta sulle antiche mura della città, e si estende da Porta Marina a Porta Ercolano. All’interno di quest’insula, in particolare quattro domus sono oggetto di un cantiere di restauro, di messa in sicurezza e di scavo archeologico: sono le domus di Maio Castricio, Marco Fabio Rufo, del Bracciale d’Oro, e appunto questa della Biblioteca. Perché Casa della Biblioteca? Proprio perché qui fu recuperato un armadio, meglio le tracce di un armadio, con i rotoli del proprietario di questa domus che doveva essere una persona molto colta, probabilmente appartenente anche a un circolo culturale se volle farsi affrescare sulle pareti della propria biblioteca, appunto una figura un po’ particolare, non proprio a tutti nota, come quella di questo poeta ditirambico Filosseno di Citera”.

“Nel quadro della messa in sicurezza – continua l’architetto -, il restauro di quest’insula ha ripristinato-recuperato gli scavi già in parte eseguiti negli anni ’70, ed è proseguito. In questo prosieguo lo scavo archeologico sta facendo emergere una serie di novità eccezionali. Prima di tutto i segni che si susseguono nel tempo a Pompei, che sono i segni di immani distruzioni. Non solo l’eruzione del 79 d.C. ma il grande terremoto del 62 d.C. che sconvolge la città e questa parte di città in particolare. A seguito di questo grande terremoto la casa, che viene abitata e continua a essere abitata, viene ristrutturata: e noi abbiamo i segni di questa ristrutturazione. Prima dell’eruzione del 79 d.C. infatti sicuramente Pompei subisce una serie di sciami sismici, di eventi sismici che dovettero portare gli stessi proprietari di casa a ristrutturare più volte e in questo nostro lavoro di studio stiamo recuperando proprio i segni anche di questi lavori che dovevano essere in corso al momento dell’eruzione. Al momento dell’eruzione Pompei viene letteralmente coperta dallo strato di materiale vulcanico, da cenere, lapilli, fino ad arrivare ai flussi cineritici che sconvolgono gli ambienti in cui ci troviamo e sigillano tutto fino alla metà del Settecento quando Pompei viene riscoperta, e i Borboni avviano gli scavi, che si sviluppano in sotterranea, quindi attraverso l’apertura di tunnel che si incuneano al di sotto e dentro questo materiale vulcanico, e vanno alla scoperta dei tesori che oggi sono conservati al museo Archeologico nazionale di Napoli”.

“Anche in queste Case vediamo queste tracce che stiamo cercando di conservare proprio come un dato di un ulteriore “sconvolgimento” di ciò che fu Pompei e che è ancora oggi Pompei. E altri segni ancora in epoca successiva. Forse non tutti sanno che Pompei nel settembre 1943 fu bombardata. E fu bombardata a ripetizione, più volte. Oltre 100 ordigni caddero sulla città antica, e due di questi ordigni caddero proprio in questa casa, e si incunearono negli ambienti limitrofi, uno nel tablino, andando a sconvolgere ancora i resti di queste architetture. Ecco, la nostra sfida è proprio quella di portare i futuri visitatori a riscoprire queste tracce del passato e quindi a poter leggere tutti questi eventi disastrosi, i segni di questi eventi: le deformazioni murarie, le lesioni lasciate da tutte queste successioni di eventi devastanti. È una sfida ed è una sfida di questo cantiere”.
A Pompei applicate nuove tecnologie per il monitoraggio dello stato di conservazione dei manufatti archeologici: iniziati alla Casa di Arianna i rilievi con laser scanner per la modellazione tridimensionale in BIM

La Casa di Arianna a Pompei interessata dalle nuove tecnologie per il monitoraggio dello stato di conservazione dei manufatti archeologici. Sono iniziate da alcuni giorni le prime attività di rilievo con laser scanner della domus di Arianna, i cui dati confluiranno in una piattaforma HBIM, che per la prima volta sarà applicata al contesto archeologico pompeiano. HBIM è acronimo di Heritage Building Information Modeling, una tecnologia che consente di acquisire informazioni per la gestione digitale integrata dei processi di conservazione, programmazione e manutenzione del sito, nell’ottica di una sempre maggiore sostenibilità economica e ambientale nella gestione del patrimonio archeologico. Il parco archeologico di Pompei, ancora una volta, si dimostra dunque campo privilegiato di applicazione delle nuove tecnologie di rappresentazione e monitoraggio delle strutture archeologiche. Avere a disposizione un modello digitale BIM implementabile di una domus o edificio archeologico permette di disporre di un database interoperabile da interrogare (con l’ausilio di strumenti informatici dedicati al facility management) per pianificare in modo strategico le operazioni di manutenzione e gestire in maniera ottimale: il monitoraggio del degrado, anche strutturale, dell’edificio, attraverso un confronto informatizzato tra un dato inserito nel modello digitale e lo stesso dato rilevato in tempo reale tramite sensori; la pianificazione degli interventi di restauro; la catalogazione delle informazioni legate all’opera, che vengono in questo modo preservate tramite un archivio digitale in cloud; la simulazione degli effetti di eventi catastrofici (ad es. i terremoti).

Il progetto è realizzato dal parco archeologico di Pompei assieme all’università Federico II di Napoli, che dal 2010 ha seguito per il sito di Pompei i progetti di miglioramento dell’accessibilità “Pompei accessibile”, “Accordo Deloitte” e “Enhancing Pompeii”, dal Politecnico di Milano che conduce da anni ricerche sul superamento dei modelli tradizionali di archiviazione dei dati e sulla costruzione di piattaforme interoperabili per i beni culturali e dall’Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale del CNR, con una consolidata esperienza di ricerca sull’impiego delle tecnologie ICT per la conoscenza, conservazione e fruizione del patrimonio culturale. Il gruppo di ricerca è composto per l’università di Napoli Federico II: Renata Picone (Coordinamento), Mario R. Losasso, Luigi Veronese, Enza Tersigni, Eduardo Bassolino, Mariarosaria Villani; il Politecnico di Milano: Stefano Della Torre, Luisa Ferro, Daniela Oreni; per il Cnr: Costanza Miliani, Elena Gigliarelli, Filippo Calcerano, Cristiano Riminesi; per il Parco archeologico di Pompei: Gabriel Zuchtriegel direttore generale, Alberto Bruni, Arianna Spinosa, Vincenzo Calvanese, Raffaele Martinelli; per Acca software: Antonio Cianciulli, Enrico Ciampi.

L’obiettivo del gruppo di ricerca, che vanta un approfondito know-how sui temi del restauro, miglioramento della fruizione del Parco archeologico pompeiano e delle tecnologie abilitanti per i patrimoni culturali, è di portare a compimento l’idea progettuale di un prototipo di piattaforma digitale HBIM calata su un’insula del Parco archeologico pompeiano in 6 mesi, per definire in una seconda fase la sperimentazione del risultato prototipale e la relativa dimostrazione di funzionalità. L’attività prevede il coinvolgimento di docenti e giovani ricercatori da impiegare nell’attività sul campo e si avvarrà della consulenza del Distretto tecnologico Stress, per la realizzazione di rilievi e indagini diagnostiche non invasive, e per l’elaborazione della piattaforma digitale, della società Acca Software, sviluppatrice dei programmi Edificius e usBIM, grazie ai quali i componenti della ricerca hanno già sperimentato soluzioni per l’implementazione dei programmi finalizzati alla lettura, all’archiviazione dati e all’interpretazione del patrimonio culturale.
Vetulonia. Ultimi giorni per visitare la mostra “Taras e Vatl. Dei del mare, fondatori di città. Archeologia di Taranto a Vetulonia”, un viaggio, visivo e sensoriale, alla scoperta e al confronto di due giganti delle civiltà antiche: Taras-Taranto, in Puglia, colonia spartana, importante centro della Magna Grecia, e Vatl-Vetulonia, in Toscana, potente città della Dodecapoli etrusca. Breve visita guidata

Le note dell’aulos si diffondono nell’aria: gli etruschi le facevano risuonare in ogni momento importante della vita quotidiana, dai banchetti alle cerimonie sacre ai riti funebri. Quella musica etrusca antica fatta rivivere dal musicista Stefano Cocco Cantini con la consulenza dell’etruscologa Simona Rafanelli avvolgono i visitatori che si muovono negli spazi della mostra “Taras e Vatl. Dei del mare, fondatori di città. Archeologia di Taranto a Vetulonia” aperta fino al 9 gennaio 2022 al museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia (vedi Vetulonia. Prorogata al 9 gennaio la mostra-evento “Taras e Vatl. Dei del mare, fondatori di città. Archeologia di Taranto a Vetulonia” al museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” | archeologiavocidalpassato): ancora pochi giorni, quindi, per approfittare di questo viaggio, visivo e sensoriale, indietro nel tempo, all’epoca della fondazione di due giganti delle civiltà antiche a confronto:

Due sestanti da Vetulonia: sul dritto testa di giovane (Vatl) con copricapo spoglie di ketos; sul rovescio, delfini e tridente (foto graziano tavan)

Statere d’argento da Taranto: sul rovescio, Taras con tridente a cavalcioni di un delfino (foto graziano tavan)
Taras-Taranto, in Puglia, colonia spartana, uno dei centri più importanti della Magna Grecia, e Vatl-Vetulonia, in Toscana, potente città della Dodecapoli etrusca, accomunate non solo dal mare ma anche dal delfino, simbolo dei due centri riportato sulle monete battute dalle rispettive zecche. Ed esposte e messe a confronto all’inizio della mostra e del progetto curati da Simona Rafanelli, direttrice del museo di Vetulonia, ed Eva degl’Innocenti, direttrice del museo Archeologico nazionale di Taranto (vedi Vetulonia. Inaugurata la mostra-evento 2021: “Taras e Vatl. Dei del mare, fondatori di città. Archeologia di Taranto a Vetulonia”. Due giganti delle civiltà antiche a confronto con oltre cento reperti: la colonia spartana di Taras-Taranto e la potente città etrusca di Vatl-Vetulonia. Le tappe di un progetto di studio su Etruschi e Magna Grecia | archeologiavocidalpassato).

Proprio Vatl e Taras, a cavallo del loro delfino, campeggiano sulla grande parete della mostra dominata dal colore azzurro. “Il mare antico è la scena della narrazione”, spiega l’architetto Luigi Rafanelli, che ha curato l’allestimento. “Il mare crea un’atmosfera surreale, evocativa di luoghi e storie fantastiche, in cui gli splendidi oggetti esposti godono di un contesto adeguato alla loro bellezza. Questo intendimento storico, mitologico, culturale, questo intreccio tra realtà e fantasia, questo nuovo modo di guardare l’antico introducendo quest’ultimo in un contesto artistico contemporaneo, sono stati condivisi dal pittore Dario Vella che li ha trasformati in un affresco straordinario che rappresenta i due mitici eroi fondatori Taras e Vatl sul delfino, con copricapo e tridente, su un mare tempestoso, nel quale si agitano mostruose creature marine”.


Dinos a figure rosse apulo con Eracle e Busiride del Pittore di Dario dal museo Archeologico nazionale di Taranto (foto graziano tavan)
“Il percorso della mostra vetuloniese si sviluppa nella forma di un racconto espositivo”, interviene Simona Rafanelli, “articolato in cinque episodi distinti, ciascuno sotto l’egida di una particolare divinità venerata sia a Taranto che a Vetulonia, la cui narrazione è affidata di volta in volta ad assoluti capolavori dell’artigianato artistico tarantino ed etrusco, quali ad esempio la straordinaria testa di Ercole, replica marmorea romana in dimensioni ridotte del colosso bronzeo eretto nell’acropoli di Taranto da Lisippo nel IV sec. a.C., o la clava erculea in bronzo, attribuibile a una statua di stile lisippeo restituita dai resti di uno dei quartieri della città antica di Vetulonia, che introducono il capitolo dedicato alla figura di Ercole/Eracle/Hercle; o ancora il dinos dipinto dal Pittore di Dario, uno dei maggiori ceramografi italioti, che esibisce sulla faccia principale del vaso Eracle al cospetto del sovrano egizio Busiride,

Cratere a volute apulo con Ade e Persefone del Pittore del Sakkos Bianco dal museo Archeologico nazionale di Taranto (foto graziano tavan)
e il cratere monumentale a volute decorato dal Pittore del Sakkòs Bianco, che segnano rispettivamente il passaggio dall’episodio narrativo di Eracle a quello di Dioniso, e da quello dionisiaco all’episodio dedicato alla sfera dell’Oltretomba e all’ideologia funeraria. Una particolare estensione contraddistingue l’episodio posto “sotto il segno di Efesto”, volto a esaminare le intime relazioni intercorrenti tra le produzioni artistiche facenti capo alle due culture etrusca e greco-magnogreca, con un approfondimento riservato all’artigianato orafo”.

“Il colore azzurro caratterizza il primo episodio (sotto il segno di Poseidon) e il secondo (sotto il segno di Eracle)”, interviene l’architetto Rafanelli. “Dal terzo episodio (sotto il segno i Dioniso) fino al quinto l’apparato scenografico parietale cambia colore e assume il colore rosso del vino. Azzurro e rosso, quegli stessi utilizzati dagli Etruschi nella decorazione del soffitto di tante tombe dipinte di Tarquinia, sono dunque i colori della mostra.

Applique con un grifone nell’atto di aggredire un cerbiatto: terracotta ricoperta di foglia d’oro dal museo Archeologico nazionale di Taranto (foto graziano tavan)
Perché il cambio di colore del terzo episodio? Perché, a un certo punto della storia, l’immaginario tirrenico del mare muta sostanzialmente e si mette sotto il segno di Dioniso, così come lo ritrae il celebre V inno omerico dedicato al dio della vite e del vino, in cui i pirati tirreni, rei del rapimento di Dioniso, vengono trasformati dal dio in delfini, quegli stessi cui, più di ogni altra creatura marina, è demandata l’affinità tra la greca Taranto e l’etrusca Vetulonia”. E continua: “Gli episodi quattro e cinque, dedicati rispettivamente ai Dioscuri e ad Efesto, sono ancora rossi, come rossi sono il sangue dell’offerta funeraria e il fuoco che forgia i tesori dell’artigianato artistico”.


Bracciale a cerchio chiuso in lega di rame e oro con terminali a protome leonina dal museo Archeologico nazionale di Taranto (foto graziano tavan)
E si arriva al sesto episodio, allestito nella sala G del museo di Vetulonia, dedicato ai capolavori di arte orafa, magnogreca ed etrusca, che brillano, quasi abbagliano, sul fondo nero. “Tra gli oggetti di ornamento personale deposti nelle tombe tarantine”, spiega Lorenzo Mancini, archeologo del MArTa, “corone e diademi – le prime diffuse trasversalmente in deposizioni maschili e femminili; i secondi, dall’età tardo-classica, esclusivamente connessi alla moda femminile quale parte integrante dell’acconciatura – esprimono con maggiore evidenza l’acquisizione di costrutti ideologici connessi alla regalità orientale e a forme di eroizzazione postuma, che nell’ambiente magnogreco si intrecciano alla ricca escatologia veicolata da dottrine come orfismo, pitagorismo e dionisismo. Le corone funerarie in bronzo e terracotta dorata o, nella piena età ellenistica, in foglie d’oro realizzate a stampo hanno un precedente tardo-arcaico in una serie di corone o diademi a larga fascia di argento dorato che riproducono foglie e bacche di mirto. La storia dell’arte orafa tarantina non si interrompe con la prima età ellenistica, ma prosegue anche dopo la definitiva conquista da parte di Roma alla fine del III sec. a.C. È solo nel I sec. a.C. che la grande stagione degli Ori di Taranto può dirsi conclusa, riassorbita in un artigianato dai tratti maggiormente convenzionali e diffusi ormai uniformemente in tutto il Mediterraneo romanizzato”.

Accanto agli Ori di Taranto esempi di oreficeria etrusca. “La maggior parte dei gioielli giunti fino a noi”, ricorda Claudia Noferi, archeologa della Direzione regionale musei della Toscana, “è stata recuperata all’interno di corredi funerari. Possiamo però avere un’idea di come questi oggetti venivano indossati osservando le figure umane dipinte sui vasi, sulle pareti delle tombe, oppure graffite sugli specchi in bronzo, analizzando le terrecotte architettoniche, esaminando le immagini dei defunti scolpiti sui coperchi dei sarcofagi e delle urnette in pietra e terracotta”. Nel V sec. a.C. sono documentate le corone-diademi. “Peculiare delle corone etrusche”, continua Noferi, “rispetto a quelle greche e magnogreche, è l’applicazione di fitte foglie sul nastro di supporto; generalmente si tratta di piante come l’edera, la vite, l’alloro, il mirto, la quercia e l’ulivo, sacre a divinità etrusche come Afrodite (Turan), Dioniso (Fufluns), Atena (Menerva) e Apollo (Aplu). Tra questi l’eccezionale diadema proveniente dalla necropoli perugina dello Sperandio è certamente uno degli esemplari migliori”. Verso la fine del IV sec. a.C. “nell’oreficeria etrusca si notano influssi greci, legati a modelli dell’aristocrazia macedone, che ispirarono anche le creazioni delle più ricche città della Magna Grecia in contatto con l’Etruria, come Taranto. E l’ispirazione dei modelli greci e magnogreci determina anche un ritorno a tecniche come la filigrana e la granulazione nelle oreficerie etrusche, scarsamente attestate durante l’età classica”.
Roma. “L’importanza di chiamarsi Harnste”: Valentino Nizzo, direttore del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, annuncia una diretta Fb per approfondire e dare risposte sull’eccezionale scoperta dell’iscrizione all’interno di un elmo di 2400 anni fa rinvenuto a Vulci nel 1930

È rimasta nascosta per circa 2400 anni all’interno dell’elmo della tomba 55 della necropoli dell’Osteria di Vulci ed è stata scoperta tra i reperti esposti al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, all’interno di un elmo che ci ha restituito il nome di un guerriero e un frammento della sua possibile storia: è un’iscrizione etrusca, sfuggita ai suoi scopritori nel 1930, ma non all’occhio digitale e dei restauratori, che offre nuovi dati per la ricostruzione dell’arte della guerra nel mondo etrusco-italico della metà del IV secolo a.C. Ne abbiamo parlato qualche giorno fa (vedi Roma. Scoperta al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia un’iscrizione nascosta all’interno di un elmo di 2400 anni fa, rinvenuto nel 1930 a Vulci: ci ha restituito il nome di un guerriero e un frammento della sua possibile storia | archeologiavocidalpassato).

È lo stesso direttore del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, Valentino Nizzo, che su un video (vedi Facebook) introduce il pubblico a questa scoperta con un excursus storico-linguistico che ci permetta di capire meglio l’importanza del rinvenimento all’interno dell’elmo da Vulci.

Ma non è tutto. Il grande interesse e la curiosità suscitati sui media nazionali e internazionali dalla notizia dell’iscrizione rimasta nascosta per oltre 90 anni all’interno di un elmo etrusco di 2400 anni fa scavato nella necropoli dell’Osteria di Vulci da Raniero Mengarelli e Ugo Ferraguti, ha convinto Valentino Nizzo a proporre un approfondimento con una diretta sul suo profilo Facebook lunedì 3 gennaio 2022 alle 18: “L’importanza di chiamarsi Harnste”. In un’ora e un quarto il direttore dell’Etru cercherà di dare risposte ad alcune domande (qual è la sua importanza storica e archeologica? Cosa racconta e cosa consente di ipotizzare la nuova iscrizione? Com’è stata interpretata?) e ad altri interrogativi posti da questa eccezionale scoperta.
Roma. Al parco archeologico dell’Appia Antica ultimi giorni della mostra “Misurare la Terra. Un’epigrafe napoleonica dai Musei Vaticani al Mausoleo di Cecilia Metella”

Ultimi giorni per visitare la mostra “Misurare la Terra. Un’epigrafe napoleonica dai Musei Vaticani al Mausoleo di Cecilia Metella”, ospitata fino al 9 gennaio 2022 al Parco Archeologico dell’Appia Antica, in due sedi espositive, al Complesso di Capo di Bove e al Mausoleo di Cecilia Metella. L’esposizione, curata da Aura Picchione, Stefano Roascio, Ilaria Sgarbozza, cade nel bicentenario della morte di Napoleone Bonaparte e vuole raccontare il contesto scientifico e culturale romano di fine XVIII e inizio XIX secolo, quando ebbe inizio la redazione delle mappe geografiche di tipo scientifico, ed in particolare il ruolo del Mausoleo di Cecilia Metella, scelto in ancien régime come base geodetica e utilizzato per le rilevazioni e misurazioni cartografiche dei territori pontifici e napoleonici e per una nuova misurazione del meridiano terrestre. La mostra nasce dalla fortunata riscoperta nei Musei Vaticani di un’epigrafe che, tra il 1810 e il 1813, fu posizionata sul sepolcro. Sfuggita alla distruzione dei simboli dell’impero, rappresenta una delle poche testimonianze materiali superstiti dell’occupazione francese. Ricollocata in copia nel punto della sistemazione ottocentesca, l’epigrafe restituisce al Mausoleo la sua valenza di luogo della scienza cartografica. L’esposizione si presta a due fondamentali chiavi di lettura: la ricostruzione del milieu scientifico in cui l’epigrafe viene concepita e utilizzata e il ruolo del Mausoleo nella cultura e nelle arti.

In questi ultimi giorni di esposizione la mostra si è arricchita di un’opera, straordinariamente interessante, che documenta l’apposizione sul tamburo del Mausoleo di Cecilia Metella dell’epigrafe napoleonica. Si tratta di un capriccio, di autore ignoto, raffigurante il celebre sepolcro della Regina Viarum in prossimità del golfo di Napoli, secondo una prospettiva nota, individuata alla metà del Settecento dai celebri vedutisti Claude-Joseph Vernet e Antonio Joli. L’epigrafe vi appare in tutta la sua evidenza, della forma e delle dimensioni che ancora oggi le riconosciamo. Alle rare fonti letterarie in nostro possesso, si aggiunge dunque una fonte iconografica inedita, che documenta lo stato del monumento in età napoleonica, prima della rimozione del manufatto, avvenuta presumibilmente tra il 1814 e il 1816.
Cosa ci porta il nuovo anno? Nell’autunno 2022, novant’anni dopo il lungimirante progetto di Amedeo Maiuri, nel Braccio nuovo del museo Archeologico nazionale di Napoli aprirà la nuova Sezione Tecnologica Romana con cento reperti e ricostruzioni moderne dei macchinari antichi

Cosa ci porta il nuovo anno? Una novità arriva dal Mann. La Sezione Tecnologica Romana del museo Archeologico nazionale di Napoli aprirà al pubblico nell’autunno del 2022 e sarà ospitata nel cosiddetto Braccio Nuovo, novant’anni dopo il lungimirante progetto di Amedeo Maiuri: qui, negli ambienti vicini agli Uffici dei Servizi Educativi, sarà allestito un percorso che, attraverso circa cento reperti e ricostruzioni moderne dei macchinari antichi, svelerà al visitatore come strategia e progettazione duemila anni fa abbiano permesso ai cittadini dell’area vesuviana di fronteggiare sfide soltanto apparentemente impossibili. Distintivo il taglio didattico della Sezione, che presenterà approfondimenti destinati non solo ad esperti, ma anche a giovani e scuole. Il progetto scientifico della sezione è curato da Giovanni Di Pasquale (museo Galileo di Firenze) e Laura Forte (funzionario archeologo del Mann). L’allestimento è firmato da Andrea Mandara, il design grafico è di Francesca Pavese. Gli apparati multimediali saranno prodotti dal museo Galileo, che ha inoltre elaborato i progetti in base ai quali verranno realizzati da Opera Laboratori i modelli ricostruttivi. Prevista una convenzione tra università Suor Orsola Benincasa e Mann per approfondire i temi di conservazione e restauro dei manufatti.

La Sezione Tecnologica Romana nasce da un’interessante prospettiva museografica: nel 1932, con lungimiranza rispetto ai tempi, Amedeo Maiuri costituì al Museo una Sezione di tecnologia e meccanica antica. Il progetto scientifico odierno, dunque, non può che prendere le mosse da questo innovativo archetipo novecentesco, ampliandolo non solo con nuovi materiali, ma anche con modelli realizzati ad hoc e apparati multimediali. Filo conduttore della sezione è l’approccio empirico che, tipico dei musei della scienza, riesce ad “attualizzare” la percezione del mondo antico. Questo nuovo allestimento nasce in partnership con il museo Galileo di Firenze, specializzato in ricerca e didattica nel campo della storia della scienza e della tecnica, rinnovando così un legame di lunga tradizione: già nella mostra di Storia della scienza tenutasi a Firenze nel 1929, la Campania era rappresentata proprio dai materiali e dalle macchine del museo Archeologico nazionale di Napoli.

“Come è noto, ben poco delle conquiste dell’arte del mondo antico sarebbe stato possibile senza una corretta padronanza delle tecnologie”, ricorda il direttore del Mann, Paolo Giulierini, “basti pensare ad esempio al processo di costruzione di un tempio, dalla cavatura delle pietre fino all’innalzamento delle colonne. Le straordinarie scoperte di Pompei hanno accelerato sempre di più tale processo di ricongiungimento tra musei d’arte e musei tecnologici, perché (caso unico insieme al mondo egizio) hanno restituito tutti oggetti della vita quotidiana che, quando conosciuti, nel passato erano stati tenuti in disparte, in oscuri depositi. Ne è conseguita spesso un’idea falsata della società antica. In realtà – continua Giulierini – già Amedeo Maiuri intorno agli anni Trenta del Novecento ebbe la felice intuizione di dar vita ad una Sezione Tecnologica nel Braccio Nuovo del Museo, poi dismessa, dedicata a settori delle scienze e delle discipline applicate, dall’idraulica, all’agricoltura, all’astronomia. Oggi il Mann, cosciente che la società antica non può essere raccontata senza ristabilire tale connubio, che la rende, tra l’altro, molto più vicina a quella attuale, ha avviato il progetto di rinnovo, riallestimento e ammodernamento di quella che fu la dismessa sezione tecnologica, affidandosi ad una collaborazione con il museo Galileo, già avviata sin dai tempi della mostra “Homo Faber” (1999), dedicata alle conoscenze scientifiche in area vesuviana. D’altra parte – conclude -, Il Museo ha intrapreso un percorso di narrazione dei contenuti museali con l’ausilio delle tecnologie, e soprattutto del digitale, per conseguire gli obiettivi previsti dai nostri due Piani strategici, in linea con la Convenzione di Faro e i 17 obiettivi dell’agenda Unesco 2030”.


Rubinetto con chiave ad anello nella Sezione Tecnologica Romana al Mann (foto mann)
Il progetto scientifico del Mann e del museo Galileo parte dall’osservazione dei quattro elementi della natura (aria, acqua, terra e fuoco), raccontandone le attività umane correlate. Uno sguardo alla volta celeste dà l’input per parlare di astronomia e misura del tempo, così come i cicli produttivi di olio, pane e vino forniscono la straordinaria occasione per esporre macchinari antichi. Tra questi, le macine, che appartengono alle collezioni del Mann, saranno poste insieme a tutti gli strumenti utilizzati per coltivare, misurare la terra, pesare e conservare le derrate alimentari. Troveranno dunque spazio nell’allestimento la celebre groma dalla bottega di Verus, gli attrezzi di uso comune (rastrelli, zappe, vanghe, forche) e, ancora, gli strumenti per progettare e costruire (squadre, compassi, fili a piombo, calibri, martelli, scalpelli). Una sezione a parte sarà dedicata alle tecnologie idrauliche, che permettevano la regimazione delle acque a livello cittadino e il rifornimento delle singole abitazioni. Ne sono un esempio le grandi valvole idrauliche rivenute a Pompei, le fistule in piombo, le chiavi, i rubinetti, le bocche di fontana, le vasche da bagno in bronzo. Lenti, prismi, globi ustori rappresenteranno, invece, la versatile applicazione del vetro, delineandone il rapporto con la luce e il fuoco.

Il percorso espositivo si articolerà su diversi livelli di comunicazione: i materiali antichi di età romana, per la maggior parte di area vesuviana e selezionati dai depositi (dagli affreschi alle meridiane, dai pesi in bronzo a quelli in pietra, dalle bilance alle misure campione), saranno messi in dialogo con le ricostruzioni moderne dei principali macchinari antichi. In allestimento, vi saranno anche video esplicativi che illustrano la funzione degli strumenti tecnologici di epoca romana. Tra le riproduzioni, da menzionare la gru calcatoria, la vite di Archimede e la ruota idraulica. In quest’ultimo caso, il modello sarà affiancato ad un reperto eccezionale: il calco di ruota idraulica rivenuto nei pressi di Venafro nell’alveo del fiume Triverno ai primi del Novecento e, da allora, conservato al Museo. La Sezione Tecnologica Romana avrà una sorta di “anteprima espositiva” nel Giardino della Vanella: qui sarà riallestita la peschiera che Maiuri realizzò negli anni Trenta come riproduzione in scala ridotta di un modello presente in una villa romana di Formia.

Museo Galileo – Istituto e Museo di Storia della Scienza di Firenze. Le straordinarie collezioni del museo Galileo, tra le più importanti del mondo, comprendono circa cinquemila strumenti scientifici e apparati sperimentali databili dal secolo XI al XIX, suddivisi in due nuclei principali: collezione Medicea e collezione Lorenese. Delle raccolte fanno parte gli unici due telescopi di Galileo giunti fino a noi. L’Istituto, attivo dal 1927 nel campo della ricerca e della documentazione sulla storia delle scienze e della tecnologia, mette a disposizione degli studiosi le ingenti risorse della sua biblioteca e del proprio ricchissimo sito internet. Partecipa a innovativi progetti di ricerca in collaborazione con prestigiose istituzioni internazionali, tra cui le Gallerie degli Uffizi, il museo Archeologico nazionale di Napoli, il parco archeologico del Colosseo, l’Accademia dei Lincei, l’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea-CNR, la Reale Accademia delle Scienze di Svezia, gli istituti della Max-Planck-Gesellschaft e la Harvard University.
Cosa ci porta il nuovo anno? In marzo a Rovigo una mostra ci accompagnerà sulle orme dell’esploratore Giovanni Miani, l’Indiana Jones dell’Ottocento, alla ricerca dei tesori di Re Salomone e della mitica Offir con l’Arca Perduta

Cosa ci porta il 2022? A Rovigo una mostra ci porterà a seguire le orme di Giovanni Miani, solitamente avvicinato ad Indiana Jones. E forse non si tratta proprio di un caso. In uno dei più fortunati episodi della famosa serie cinematografica, quello dedicato a “I predatori dell’Arca Perduta” (1981, regia di Steven Spielberg, 5 Premi Oscar), Harrison Ford si prodiga nella ricerca dell’Arca dell’Alleanza. Qualche cosa di simile ebbe a sognare anche Giovanni Miani, come evidenzierà la mostra “Giovanni Miani. Il Leone Bianco del Nilo”, a lui dedicata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, in programma a Palazzo Roncale dal 12 marzo al 26 giugno 2022, curata da Mauro Varotto, da un progetto di Sergio Campagnolo. L’esploratore rodigino, nel mentre si avventurava alla scoperta delle sorgenti del Nilo, continuava a essere roso da un chiodo fisso: individuare il mitico Offir. Ovvero la città, il luogo, la regione del mondo dalla quale Re Salomone riceveva, quale tributo ogni tre anni, una flotta carica d’oro, pietre preziose e legno di sandalo. Un luogo dove anche le strade si diceva fossero lastricate d’oro. A menzionare l’Offir, e le sue incommensurabili ricchezze, era la Bibbia e perciò non di un mito ma di una certezza doveva trattarsi. Miani sognò per una vita di rintracciare quel biblico luogo di ogni ricchezza e a questi suoi studi dedicò persino una memoria letta a Parigi nel 1858 in occasione del Congresso delle Società Dotte di Francia ed edita poi a Venezia nel 1862 col titolo: “Posizione Geografica dell’Offir della Bibbia e dell’origine del Nilo”, pubblicazione che sarà esposta nella mostra rodigina. L’Offir, secondo Miani, “non poteva essere né in Arabia, né nelle Indie, né in Perù, come lo avevano stabilito molti dotti con inutile erudizione”, affermando invece che “l’Offir è nel centro dell’Africa, e credo potere far conoscere i tesori che essa possiede, e quanta utilità sarà la scoperta del Nilo, essendo vicina all’Oceano Indiano”.

Miani, come si evince dal suo scritto, non fu il solo a dedicare la vita alla ricerca di questo biblico Eldorado. È decisamente fitta la schiera di studiosi, esploratori, visionari che ritenevano di aver individuato l’Offir. Chi in Asia – tra Afghanistan, India e Filippine – chi in Africa – tra Zimbabwe, Mozambico e Sudan – ma anche in Perù e negli Stati Uniti. Quanto questo nome continui a pervadere l’immaginario, lo conferma la scelta dell’esercito israeliano che, occupando il Sinai nel corso della Guerra dei Sei Giorni, decise di fondare un insediamento sulle sponde del Mar Rosso, chiamandolo appunto Offir. Nasceva così quella che pochi anni dopo sarebbe diventata una delle mete più ambite dal turismo: Sharm el-Sheikh. Dove l’oro è quello della sabbia e il tesoro è dato dalle entrate derivanti dal turismo internazionale. Anche l’Arca Perduta, di cinematografica memoria, ha a che vedere con l’Offir. Re Salomone ebbe infatti un figlio dalla Regina di Saba. Costui, Menelik, si ribellò al padre e, nell’abbandonare Gerusalemme, sottrasse l’Arca dell’Alleanza che, si tramanda, venne nascosta proprio nell’Offir, tesoro divino tra i tesori umani. Diventando l’oggetto assoluto del desiderio di generazioni e generazioni di cercatori dei tesori di un mito impossibile.











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