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Ercolano. Il parco archeologico lancia il 2 febbraio “Magma”, terza serie di video social dopo “I Lapilli” e “I Lapilli sotto la cenere”. Stavolta il direttore Sirano è affiancato da funzionari, restauratori, esperti

Veduta panoramica dell’area archeologica di Ercolano (foto paerco)

Dai Lapilli al Magma. Il parco archeologico di Ercolano si trova a una nuova virata di boa e, a partire dal 2 febbraio, lancia la terza serie del fortunato format di video social “I Lapilli del Parco Archeologico di Ercolano: Il Magma”. Il nome suggestivo vuole rendere il senso di una realtà potente in fermento, in continuo divenire come noi concepiamo il sito: la nuova serie, infatti, accompagnerà i visitatori alla scoperta degli scavi, restauri e lavori di tutela e manutenzione sulle domus e le realtà archeologiche al Parco che in questi mesi stanno cambiando il volto che la città antica mostra ai suoi visitatori. La serie “Magma” rappresenta un ulteriore avanzamento verso la strutturazione di un rapporto sempre più stretto con la comunità del Parco. Si pone sulla linea delle fortunate serie de “I Lapilli del Parco di Ercolano” e de “I Lapilli sotto la cenere”, appuntamenti fissi del periodo di  lockdown e della riapertura.  Il parco archeologico di Ercolano ha rimodulato la propria offerta di visita, entrando direttamente con la voce guida del direttore Francesco Sirano nelle case degli appassionati di archeologia, di cultura, di curiosità e predisponendo strumenti per interagire dal momento della riapertura.

Il direttore Francesco Sirano discute con tecnici del parco sull’antica spiaggia (foto paerco)

“I Lapilli del Parco sono stati pensati per non interrompere quel filo che ci lega nell’amore per questi luoghi e nel dovere di condividere la conoscenza”, interviene il direttore Francesco Sirano, “con i Lapilli sotto la cenere la visita digitale ha integrato quella reale. Ora passiamo al Magma, format che ripropone le modalità oramai care alla community che in questi mesi è più che triplicata ma le proiettano verso il nuovo racconto della ripresa, della ricostruzione, del lavoro incessante che modella il volto del futuro della città, entrando nel vivo di cantieri e dietro le quinte dei lavori del Parco. I progetti non terminano e il filo doppio che stiamo intessendo con il nostro pubblico e con il nostro territorio conduce ad un’offerta sempre più varia e arricchita interpretando in tutte le iniziative digitali e in presenza il claim della nuova identità visiva, il mito con il futuro intorno….“.

Francesco Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano, davanti ai resti dell’ultimo fuggiasco

Questa volta il direttore Francesco Sirano non sarà solo ad illustrare cosa sta accadendo al Parco in questi mesi, ma i funzionari, i restauratori, i tecnici e gli esperti introdurranno nuovi contenuti. Ancora una volta accogliendo le richieste e le curiosità della community social, si parte dal “dietro le quinte” dell’antica spiaggia, un cantiere che ha già attirato l’attenzione internazionale, regalando emozioni inaspettate, con il ritrovamento dello scheletro dell’ “ultimo fuggiasco”, ancora con il suo piccolo corredo, una scoperta unica per molti aspetti di cui il pubblico sarà portato a conoscere ed approfondire nella sua portata più ampia che inciderà sul volto della Ercolano di domani.

Ministero della Cultura: nominati nuovi direttori di musei autonomi. Tiziana D’Angelo al parco archeologico di Paestum, Andrea Viliani al museo delle Civiltà di Roma, Enrico Rinaldi al parco archeologico di Sepino, Vincenzo Bellelli al parco archeologico di Cerveteri e Tarquinia

Tiziana D’Angelo è la nuova direttrice del parco archeologico di Paestum e Velia (foto nottingham.ac.uk)

Tiziana D’Angelo, 38 anni, milanese, è la nuova direttrice del parco archeologico di Paestum e Velia. Archeologa di formazione internazionale (Phd Harvard), esperta di arte e archeologia della Magna Grecia, insegna all’università di Nottingham (GB), ha conseguito il dottorato di ricerca in archeologia classica all’università di Harvard nel 2013. “Dopo diciassette anni di studio ed esperienze professionali come archeologa all’estero, l’opportunità di lavorare con i Beni Culturali in Italia e di farlo in un sito come Paestum, a cui sono fortemente legata a livello scientifico, è un’occasione straordinaria”, dichiara la nuova direttrice. “Sono arrivata a Paestum da dottoranda, per studiare le splendide lastre funerarie dipinte esposte nel Museo o conservate nei depositi. Gli anni successivi ho avuto la fortuna di collaborare con il Parco di Paestum e Velia a diversi progetti, sotto la direzione di Gabriel Zuchtriegel. Sotto la sua guida il Parco è cresciuto moltissimo e ho intenzione di proseguire questo percorso virtuoso, restituendo a Paestum e Velia, e alla realtà dei Beni Culturali in generale, almeno una parte di quello che mi hanno dato in tutti questi anni”. Il Parco Archeologico di Paestum e Velia, iscritto dal 1998 nella lista del patrimonio mondiale UNESCO, ha competenza territoriale sul museo e sull’area archeologica di Paestum, sul Museo narrante di Hera Argiva alla foce del Sele, sull’area dell’ex stabilimento della Cirio, sulle mura di cinta e su altre aree archeologiche di competenza. Il Parco ha il compito di arricchire, conservare e valorizzare le collezioni e i monumenti archeologici e storico-artistici al fine di contribuire alla salvaguardia, alla ricerca e alla fruizione sostenibile del patrimonio culturale.

Tiziana D’Angelo riceve prestigiosi premi e borse di studio che le consentono di trascorrere un anno di ricerca a Roma, come Mary Isabel Sibley Fellow in Greek Studies della Phi Beta Kappa Society di Washington (2011-12), e un anno a Los Angeles come Predoctoral Fellow al Getty Research Institute (2012-13). Appena conseguito il dottorato, è prima a Berlino, come borsista di ricerca dell’Archaeological Institute of America e del Deutsches Archäologisches Institut (2013), e poi a New York, dove lavora nel Dipartimento di Arte Greca e Romana del Metropolitan Museum of Art in qualità di Jane and Morgan Whitney Postdoctoral Fellow (2013-14). Nel 2014 risulta vincitrice di una Lectureship in Classical Art and Archaeology a tempo determinato presso la University of Cambridge (2014-18) e durante questi anni è anche Fellow, Director of Studies in Classics e Tutor a St Edmund’s College, Cambridge. Da settembre 2018 è Assistant Professor in Ancient Greek and Roman Art presso la University of Nottingham, Department of Classics and Archaeology. La dottoressa D’Angelo ha partecipato a campagne di scavo in Italia e Turchia, ha collaborato a progetti di mostre allestite in musei italiani e stranieri e alla realizzazione di alcuni documentari.

Tiziana D’Angelo fa parte dei sei nuovi direttori di musei autonomi nominati al termine del concorso internazionale come annunciato dal ministro della Cultura Dario Franceschini. Con lei Ilaria Ester Bonacossa per il nuovo museo dell’Arte Digitale a Milano, Andrea Viliani al museo delle Civiltà di Roma, Enrico Rinaldi per il parco archeologico di Sepino, Vincenzo Bellelli per il parco archeologico di Cerveteri e Tarquinia, Axel Hemery alla Pinacoteca di Siena. La commissione, che ha valutato 156 candidati, era presieduta da Stefano Baia Curioni, professore associato di storia economica presso la Università Commerciale “Luigi Bocconi” di Milano e esperto di economia della cultura, e composta da Nadia Barrella, professoressa ordinaria di museologia presso l’università degli studi della Campania “Luigi Vanvitelli”; Valérie Huet, professoressa di storia antica presso l’Università della Bretagna Occidentale e Centro “Jean Bérard”; José María Luzón Nogué, Real Academia de Belòlas Artes de San Fernando, già direttore del Museo del Prado; Antonia Pasqua Recchia, già segretario generale del ministero della Cultura. “L’incrocio tra autonomia e qualità dei direttori ha permesso di compiere importanti passi avanti nella modernizzazione del sistema museale e nel rafforzamento della tutela e della produzione scientifica”, commenta Franceschini. “Ringrazio la commissione per l’accurato lavoro svolto in questi mesi che ha portato alla nomina da parte del direttore generale musei, Massimo Osanna, di sei nuovi direttori, cinque italiani e uno francese”.

Andrea Viliani, 48 anni, di Casale Monferrato, è il nuovo direttore del Museo delle civiltà di Roma. Storico dell’arte, è responsabile e curatore del Centro di Ricerca Castello di Rivoli. Ha precedentemente ricoperto l’incarico di direttore generale e artistico della Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee/MADRE di Napoli (2013-2019) presso cui ha curato e organizzato importanti mostre internazionali; dal 2009 al 2012 Viliani è stato direttore della fondazione Galleria Civica-Centro di ricerca sulla contemporaneità di Trento. Il museo delle Civiltà raccoglie le collezioni dei seguenti musei: museo preistorico etnografico “Luigi Pigorini”; museo delle arti e tradizioni popolari “Lamberto Loria”; museo dell’alto Medioevo “Alessandra Vaccaro”; museo d’arte orientale ‘Giuseppe Tucci’; museo italo africano ‘Ilaria Alpi’ (ex Museo Coloniale). La nascita del museo delle Civiltà si inserisce nella visione di grandi musei internazionali incentrati sull’uomo e le sue culture, per la valorizzazione di patrimoni e testimonianze delle diverse identità e memorie.

Enrico Rinaldi, 53 anni, è il nuovo direttore del parco archeologico di Sepino. Archeologo specializzato in restauro dei monumenti, ha diretto a lungo progetti di manutenzione programmata a Ostia e Pompei. Professore a contratto alla Scuola Superiore Meridionale dell’università di Napoli “Federico II”, lavora attualmente alla direzione generale Musei. Il parco archeologico di Sepino, istituito solo nel 2021, comprenderà l’omonima area archeologica, con i resti dell’antica città romana sorta nella valle del Tammaro, e il museo della città e del territorio, siti che complessivamente nel 2019 hanno visto oltre 27mila visitatori. 

Vincenzo Bellelli, 53 anni, di Potenza, è il nuovo direttore del parco archeologico di Cerveteri e Tarquinia. Archeologo di fama internazionale, dirigente di ricerca al CNR in servizio all’Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale, è responsabile scientifico degli scavi archeologici nell’area urbana di Cerveteri. Il parco archeologico di Cerveteri e Tarquinia comprende la necropoli della Banditaccia, la più estesa dell’area mediterranea, iscritta nel 2004 dall’Unesco nella lista del patrimonio dell’umanità; il museo Archeologico nazionale di Tarquinia, che ha sede nell’antico Palazzo Vitelleschi; la necropoli di Monterozzi. Tali siti complessivamente hanno registrato oltre 153.000 visitatori nel 2019.

Firenze. Al museo Archeologico nazionale, dopo due anni di pausa forzata, riprendono gli “Incontri al museo”. Apre Paolo Persano su “Antiope perde la testa! Nuove ricerche sulle sculture frontonali del tempio di Apollo Daphnephoros a Eretria”

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Mario Iozzo, direttore del Maf

La conferenza di Paolo Persano, dottore di Ricerca in Archeologia Classica, su “Antiope perde la testa! Nuove ricerche sulle sculture frontonali del tempio di Apollo Daphnephoros a Eretria” riapre nono ciclo di “Incontri al Museo” dell’Archeologico nazionale di Firenze: anche quest’anno studiosi e appassionati di archeologia e storia dell’arte condivideranno con il pubblico la comune passione per le antiche civiltà nelle conferenze in programma, come di consueto il giovedì alle 17, al piano terra del museo, sempre a ingresso libero. Il primo incontro, già in calendario per giovedì 2 aprile 2020, e poi cancellato per lo scoppio della pandemia, è in programma giovedì 27 gennaio 2022, alle 17, al museo Archeologico nazionale, in piazza SS. Annunziata 9b, a Firenze. “Dopo due anni di pausa forzata per l’emergenza sanitaria che ha rivoluzionato le nostre vite”, afferma il direttore del Maf, Mario Iozzo. “Il museo Archeologico riapre i battenti al suo affezionato pubblico che da quasi un decennio partecipa assiduamente al periodico ciclo di conferenze. La nuova serie, tra gennaio e marzo 2022, grazie alla cortesia e disponibilità di colleghi e illustri studiosi di archeologia, spazia anche questa volta dalla preistoria, con le eclatanti scoperte effettuate proprio in Toscana e che hanno cambiato la storia dell’umanità, ad aspetti di storia e cultura della Grecia, della Magna Grecia, dell’Etruria, dell’antico Egitto, del mondo piceno e di quello romano, con interessanti proposte su iconografie e rituali funerari, fino ai legami che connettono Firenze e Atene tra Medioevo e Rinascimento. Il ciclo comprende non soltanto il resoconto di recenti fruttuose ricerche inedite di giovani studiosi, ma anche le relazioni delle tre nuove curatrici delle sezioni Egizia ed Etrusca del Museo, alle quali va il nostro benvenuto”.

L’amazzone romana, probabilmente pertinente al frontone del tempio di Apollo Daphnephoros di Eretria, conservata alla Centrale Montemartini di Roma (foto musei in comune)
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Paolo Persano, dottore in ricerca di Archeologia classica

Nella sua tesi “Scultura greca del tardo arcaismo: un nuovo esame delle sculture frontonali del tempio di Apollo Daphnephoros a Eretria”, tesi di perfezionamento in Archeologia e Storia dell’arte alla Scuola Superiore Normale di Pisa Paolo Persano nel 2017 giunge a queste conclusioni: “Nel 1975, nel suo ultimo contributo, rimasto incompiuto, Ranuccio Bianchi Bandinelli assimilò i monumenti antichi a figure della geometria solida, poliedri: Ogni faccia del poliedro rispecchia un particolare elemento – sociale, economico, politico – che entra come componente del tutto e ciascuna faccia è al tempo stesso subordinata all’insieme e in qualche misura determinante per esso. L’insieme non sarebbe valido se ne mancasse una. Tale modello interpretativo conserva una sua utilità ancora oggi e si può adottare anche nella discussione delle sculture del tempio di Apollo Daphnephoros a Eretria: un approccio olistico deve esser finalizzato a considerare più facce di questo poliedro. Procedendo in tale prospettiva, si possono passare in rassegna alcuni aspetti del contesto su cui si è concentrata la presente ricerca. Ricostruzione – Esistono dei pezzi, fra cui la testa già collocata su Antiope, che con qualche plausibilità possono essere riferiti al frontone orientale del tempio, dove bisogna immaginare comparisse il dio dedicatario, forse in associazione con la sorella Artemide, divinità di assoluto rilievo nel pantheon eretriese e oggetto di culto a pochi metri di distanza dal frontone orientale. Il frontone occidentale rimane al momento l’unico per cui si possa proporre una ricostruzione. Il soggetto è un’amazzonomachia con il ratto di Antiope da Teseo: rispetto alla ricostruzione precedente si possono evidenziare alcune significative variazioni: • La testa non era posta sul corpo di Antiope, né può esser attribuita plausibilmente ad altre figure del frontone occidentale. La testa di Antiope doveva invece esser volta anch’essa verso sinistra, come documenta la posizione delle spalle. • I cavalli non erano quattro, ma solamente due e non erano in movimento, ma fermi, come consente di ricostruire l’esame dei frammenti riferibili a questo gruppo. • La gamba conservata della figura D non è compatibile con un’amazzone soccombente, ma considerando l’angolo d’incidenza del femore sulla tibia, deve esser riferita a una figura in movimento verso destra. La sua posizione nello spazio frontonale non può al momento esser determinata. • L’amazzone a terra (E) era verisimilmente raffigurata nell’atto di strapparsi una freccia dal corpo e al frammento di bacino deve con ogni probabilità esser associato un braccio con resti di una freccia. • Il guerriero (F) non era in atto di attaccare, ma era raffigurato mentre cadeva a terra: la posizione delle spalle e del braccio sinistro consentono solo tale ricostruzione. La sua posizione nello spazio frontonale non può al momento esser determinata. • L’amazzone romana (G), probabilmente (ma non sicuramente) pertinente al frontone eretriese, deve esser collocata nella metà del frontone a destra di Atena, in visione di tre quarti. Considerando la sua conformazione, l’ipotesi più probabile è che fosse raffigurata nell’atto di incordare il suo arco. • L’amazzone con la pardalis (H) era volta verso sinistra, ma non è possibile ricostruire con certezza il suo gesto. Le dimensioni ridotte rispetto alle altre figure frontonali obbligano a porre la statua non lontana da una delle due estremità”.

firenze_Maf-logoI prossimi “Incontri al museo 2021-2022”. Giovedì 17 febbraio 2022, Mino Gabriele (università di Udine) su “I sette talismani dell’Impero”; giovedì 10 marzo 2022, Claudia Noferi (Firenze, museo Archeologico nazionale) su “Finché morte non ci riunisca. La figura dell’Antenato e l’idea di “Aldilà” nell’ideologia funeraria etrusca”; giovedì 24 marzo 2022, Gianfranco Adornato (Scuola Normale Superiore di Pisa) su “I pinakes di Locri: ermeneutica e intermedialità”; giovedì 7 aprile 2022, Anna Consonni (Firenze, museo Archeologico nazionale) su “Passammo alla pretesa tomba d’Osiamandias, che non è altro che un Ramesseion…”. I recenti scavi negli annessi economici nord del Ramesseum a Tebe; giovedì 28 aprile 2022, Barbara Arbeid (Firenze, museo Archeologico nazionale) su “Bronzetti votivi zoomorfi in Etruria: animali, uomini e divinità fra simbolo e rito”; giovedì 12 maggio 2022, Graziella Becatti (Université Catholique de Louvain, Belgio) su “Hypnos-Somnus: il dio del sonno, un demone custode”; giovedì 26 maggio 2022, Elena Ghisellini (Università di Roma 2, Tor Vergata) su “Nerone e l’arte greca”.

Padova. Giornata inaugurale (in presenza e on line) dell’anno accademico della Scuola di Specializzazione in Beni archeologici dell’università di Padova diretta da Massimo Vidale. Intervento di Dario Di Blasi su “Archeologia e cinema”

L’Anno Accademico 2021/2022 della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dell’università di Padova, diretta da Massimo Vidale, nell’ambito del Dipartimento dei Beni culturali diretto da Jacopo Bonetto, apre ufficialmente con una giornata inaugurale in presenza nell’aula Sartori del Palazzo Liviano di Padova e on line (su piattaforma zoom, link ID 832 2706 9671). Appuntamento giovedì 27 gennaio 2022 al quale sono invitati a partecipare i dottorandi, gli specializzandi, gli studenti e tutti gli interessati. Si inizia alle 9, con i saluti e la presentazione della giornata da parte del prof. Massimo Vidale. Alle 9.20, intervento della dott.ssa Alessandra Lighezzolo (Ufficio stage e tirocini Università di Padova); 10, presentazione dei corsi per l’A.A. 2021/2022 da parte dei docenti; 12.30, intervento del dr. Dario Di Blasi (direttore artistico di Firenze Archeofilm) sul tema “Archeologia e cinema”. Alla mattinata parteciperà la dott.ssa Elena Pettenò (soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Venezia e le province di Βelluno, Padova e Treviso).

Napoli. “E Adone non lo sa…”: al museo Archeologico nazionale la mostra di Gaetano Di Riso. Dodici tele e due installazioni lignee per reinterpretare la statua di Adone di Capua che appartiene alle collezioni del Mann

L’Adone di Capua esposto nella sezione Campania romana al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Luigi Spina)
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Vernice della mostra “e Adone non lo sa…” di Gaetano Di Riso mercoledì 26 gennaio 2022 al museo Archeologico nazionale di Napoli

L’Adone di Capua, marmo che risale al II sec. d.C., decorava l’Anfiteatro Campano di Santa Maria Capua Vetere, e dalla prossima estate sarà inserita nel nuovo allestimento della sezione Campania Romana del museo Archeologico nazionale di Napoli. Nell’iconografia antica, il bellissimo giovane, amato da Venere, rappresentava lo spirito della primavera e la natura che rifiorisce. Partendo da questa suggestione, l’artista Gaetano Di Riso applica il linguaggio dell’arte contemporanea alla rilettura del mito. Così un capolavoro della statuaria antica viaggia attraverso i secoli, rivelandosi uno e centomila, come rivela la mostra “E Adone non lo sa…”, in programma al museo Archeologico nazionale di Napoli dal 26 gennaio (vernissage alle 17) al 25 aprile 2022, nella quale Di Riso presenta dodici tele ispirate alla celebre scultura che appartiene alle collezioni del Mann.

Una delle tele di Gaetano Di Riso ispirate all’Adone di Capua, esposte al Mann (foto mann)
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“Dodecaedro Adone”: installazione lignea di Gaetano Di Riso al Mann (foto mann)

La mostra del Mann, patrocinata dalla Fondazione Banco di Napoli e sponsorizzata dalla Fondazione Plart, raccoglie dodici tele, accostate a un’installazione lignea intarsiata (non casuale il titolo: dodici facce) e a tre panche che riproducono le suggestioni tratte dalla figura scultorea. Adone diviene creatura surreale e, in un certo senso, legata alla dimensione urbana: nei quadri, in cui sono predominanti i colori da sogno dell’azzurro e del blu sfumato, il giovane è profilo protettivo che sorvola e osserva la città, in pose che riecheggiano la fantasia di Marc Chagall (tela “La distanza); è ponte fra passato e presente come suggerisce il suo busto tagliato in una raffigurazione; si trasforma in creatura antropomorfa come custode di una memoria antica.

Una delle tele di Gaetano Di Riso ispirate all’Adone di Capua, esposte al Mann (foto mann)

Al visitatore il compito di andare a caccia di simboli, perdendosi nelle due sale della mostra (94 e 95, accanto al Plastico di Pompei): con resa calligrafica, infatti, Di Riso non si discosta mai dall’originale scultoreo, sempre ben riconoscibile per quanto trasfigurato. La scommessa dell’artista è suggerire un percorso altro, che non rifugge dalle citazioni dotte, come nel caso delle tele “Divina Commedia” e “Villa dei Misteri”: “Ho cominciato a lavorare sulla statua portandola simbolicamente in giro intorno ai luoghi dell’arte, è stato come documentarmi e dimostrare la mia interpretazione dei fatti. Eravamo io e Adone, viaggiatori sulla terra. Abbiamo volato su paesaggi, ponti, case, abbiamo conosciuto gli elementi, creando nuove configurazioni”, commenta Gaetano Di Riso.

Una delle tele di Gaetano Di Riso ispirate all’Adone di Capua, esposte al Mann (foto mann)

Gaetano Di Riso (Lettere, 1949) ha partecipato a diverse rassegne artistiche, in Italia e all’estero: “Misure uniche – Aspects de la peinture italien­ne contemporaine” (Lyon, Lisbona, Bruxelles, Grenoble);  “Il progetto dell’Essenza”, che parte dal museo Sursoch di Beirut e si conclude nel 1998 ad Ankara; “Linee dell’arte Italiana degli Anni Novanta” (Serbia, Romania, Croazia); “Noi”, Istituto Francese di Napoli, Città Del Vaticano, Morconi (BN); “Lo sguardo delle muse” (Parabita/Lecce) e “Farmacopea” (Napoli). Ha presentato sue opere in diverse personali, tra cui “Del cielo e della terra” (1994) all’Istituto italiano per gli studi filosofici di Napoli e “Cavalli” (2005) al Palazzo Reale di Napoli.

Taranto. Per i “Mercoledì del MArTA” appuntamento on line col numismatico Giuseppe Sarcinelli dell’università del Salento, che dialoga con Eva Degl’Innocenti, direttrice del museo Archeologico nazionale, su “Visitare Tarentum a 20 sesterzi al giorno. Guida per una vacanza low cost nella città dei due mari sotto l’Impero”

Locandina dell’incontro on line “Visitare Tarentum a 20 sesterzi al giorno. Guida per una vacanza low cost nella città dei due mari sotto l’Impero”

Tornano i “Mercoledì del MArTA” che, grazie alle conferenze di studiosi ed esperti provenienti da tutto il mondo, rappresentano un luogo virtuale in cui approfondire la conoscenza, allargando il più possibile la platea di pubblico. “Dobbiamo ringraziare tutti coloro che, in questo anno difficile appena conclusosi, hanno accolto il nostro invito ad aprire una finestra sul mondo e parlare alla community del MArTA, mettendo a disposizione tutta la loro conoscenza”, commenta la direttrice del MArTA Eva Degl’Innocenti. Si ricomincia dunque mercoledì 26 gennaio 2022, alle 18, in diretta on line sui canali YouTube e Facebook del Museo, con la conferenza “Visitare Tarentum a 20 sesterzi al giorno. Guida per una vacanza low cost nella città dei due mari sotto l’Impero” di Giuseppe Sarcinelli, numismatico, responsabile tecnico del Laboratorio di Studio e della documentazione informatizzata delle evidenze numismatiche dell’università del Salento, e coordinatore per l’Italia meridionale nell’ambito del “Flame Project” dell’università di Princeton (Usa) per lo studio dei rinvenimenti monetali bizantini nel Mediterraneo.

Monete romane conservate al museo Archeologico nazionale di Taranto (foto MArTa)
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Giuseppe Sarcinelli (università del Salento)

Un viaggio nella Taranto in piena età imperiale che come nelle più moderne guide turistiche indicherà con precisione, nell’ambito della conferenza, quale era al tempo la stagione migliore per visitare la meta, quali percorsi si sarebbero potuti fare, dove si sarebbe potuta cercare ospitalità, cosa visitare e cosa mangiare. Tutto con venti sesterzi, l’antica moneta romana in uso a quei tempi. “A gennaio e febbraio infatti”, spiega la direttrice del MArTA, Eva Degl’Innocenti, “daremo voce alla moneta spiegando come un pezzo di metallo possa diventare testimone della storia. “Scopo del gioco”, anticipa Giuseppe Sarcinelli, “sarà quello di dare la parola direttamente alla moneta che uscirà dalla borsa del nostro viaggiatore, accompagnandoci negli itinerari, nelle giornate a spasso per la città dei due mari, e trasformandosi da semplice pezzo di metallo a strumento vivo”. Le conferenze dedicate al tema “Dare voce alla moneta”, si terranno anche per tutti i Mercoledì di febbraio 2022. A Marzo, i “Mercoledì del MArTA” faranno tappa in Sicilia, mentre ad aprile i focus si sposteranno sul tema dell’archeologia funeraria. A maggio e giugno si torna al mare con approfondimenti dedicati alla città di Taranto e al Mediterraneo.

Napoli. Al museo Archeologico nazionale presentazione del libro “Il Patrimonio culturale tra la transizione digitale, la sostenibilità ambientale e lo sviluppo umano” a cura di Anna Rosa Genovese

Copertina del libro “Il Patrimonio culturale tra la transizione digitale, la sostenibilità ambientale e lo sviluppo umano”

“Il Patrimonio culturale tra la transizione digitale, la sostenibilità ambientale e lo sviluppo umano” a cura di Rosa Anna Genovese (Giannini Editore, Napoli 2021) contiene i contributi, culturali e scientifici, risultato del ricco confronto, multi e interdisciplinare, svoltosi in occasione del congresso nazionale promosso il 14 giugno 2021, in ricordo di Roberto Di Stefano, su “Il Patrimonio culturale tra la transizione digitale, la sostenibilità ambientale e lo sviluppo umano”, che si è avvalso della attiva partecipazione online di 150 esperti, giovani ricercatori ed allievi universitari, specializzati e specializzandi. Mercoledì 26 gennaio 2022, alle 15.30, il libro curato da Rosa Anna Genovese è presentato all’auditorium del museo Archeologico nazionale di Napoli. Per partecipare all’incontro, necessario essere in possesso di Green Pass rafforzato e indossare mascherina FFP2. L’obiettivo è stato quello di sviluppare azioni per la conservazione, il restauro, la tutela e la valorizzazione del Patrimonio culturale, favorendo l’equilibrata transizione, digitale ed ecologica, per cercare di uscire più forti e più coesi dalla crisi pandemica e promuovere azioni di sviluppo, sociale ed umano, a beneficio della Comunità e delle attuali e future generazioni. Gli importanti saggi degli autorevoli esperti intervenuti, raccolti nel volume, testimoniano l’avanzamento raggiunto, anche attraverso esempi di metodiche innovative ed indagini integrate, per il Restauro urbano, architettonico ed archeologico e per un modello di ‘Economia circolare’ che promuove il senso di Comunità e genera coesione sociale ed integrazione attraverso la rigenerazione delle città. Il programma. Alle 15.30, saluti e introduzione di Paolo Giulierini, direttore del Mann. Relazioni: Leonardo Di Mauro, università Federico II di Napoli; Aurelio Musi, università di Salerno; Amerigo Restucci, università IUAV di Venezia; Simonetta Valtieri, università Mediterranea di Reggio Calabria. Alle 17, riflessioni conclusive: Rosa Anna Genovese, università Federico II di Napoli; Pasquale De Toro, CSN ICOMOS; Maurizio Di Stefano, Comitato Italiano ICOMOS; Massimiliano Campi, università Federico II di Napoli; Maria Chiara Pozzana, associazione Firenze Greenway; Mario Losasso, università Federico II di Napoli; Luigi Fusco Girard, università Federico II di Napoli.

Roma. Il parco archeologico del Colosseo per celebrare il compleanno dell’imperatore Adriano (24 gennaio) ha prodotto un video che “restituisce” il meraviglioso tempio di Venere e Roma, il più grande edificio sacro dell’impero, progettato da Adriano

Il cantiere di restauro del Tempio di Venere e Roma al Foro Romano visto dal Colosseo (foto PArCo)

Il 24 gennaio del 76 d.C. nasceva a Italica, in Hispania Baetica, Publius Aelius Traianus Hadrianus, l’imperatore Adriano. Il parco archeologico del Colosseo ha deciso di celebrare questo giorno con un video (creative director Flaviano Pizzardi, immagini e droni Invidio srl) che racconta e restituisce alla comprensione di tutti il meraviglioso tempio che proprio Adriano progettò, dedicato alla dea Roma Aeterna e alla dea Venus Felix. La pianta del Tempio di Venere e Roma è caratterizzata da due celle orientate in senso opposto e precedute da un vestibolo. Della cella rivolta verso il Colosseo, dedicata a Venere, rimane solo l’abside, mentre nella cella opposta, dedicata a Roma, venne costruito già nel secolo VIII un oratorio in onore dei Santi Pietro e Paolo, poi trasformato nella chiesa di Santa Maria Nova, e dal XV secolo in Santa Francesca Romana. Tra settembre 2020 e luglio 2021 il Tempio è stato interessato da importanti interventi di restauro conservativo, realizzati dal Parco archeologico del Colosseo con una sponsorizzazione tecnica della Maison Fendi, in virtù dei quali l’iconico monumento è tornato interamente accessibile al pubblico.

Su un alto basamento che affaccia sulla Valle del Colosseo si erge il tempio che Adriano volle dedicare alla dea Roma Aeterna e alla dea Venus Felix. Si tratta del più grande edificio sacro costruito dai romani, uno dei più grandi dell’antichità. Il tempio fu costruito a partire dal 121 d.C. su progetto dello stesso imperatore che, come racconta l’Historia Augusta (Hist. Aug. Hadr., 19.12), dovette per prima cosa rimuovere dall’area il celebre Colosso neroniano, operazione per cui impiegò ben 24 elefanti, traslando la statua nella posizione in cui è ancora oggi ricordata nei pressi dell’Anfiteatro Flavio. L’imperatore inaugurò l’edificio nel 136 o 137 d.C. al rientro dalla Giudea, ma a completarlo fu Antonino Pio nel 141 d.C. Oltre alle dimensioni straordinarie (oltre 100 m x 50 in pianta e circa 30 metri in altezza) il monumento era caratterizzato da un disegno del tutto originale, secondo quello stile eclettico tipico delle architetture adrianee che combinavano le proporzioni e la spazialità ellenistica con l’urbanistica e la tecnica costruttiva romana. Le colonne del tempio, tra quelle in marmo proconnesio dei portici e quelle in granito grigio del peristilio, dovevano essere oltre duecento.

Le imponenti vestigia del Tempio di Venere e Roma nel Foro romano (foto Electa / Stefano Castellani)

Ciò che resta oggi del tempio è il frutto di restauri eseguiti da Massenzio a seguito del disastroso incendio del 307 d.C. Egli apportò alcune modifiche alla struttura, come l’inserimento delle colonne in porfido e la creazione di due absidi con copertura a volta e decorazione a cassettoni. I lacunari erano decorati con stucchi che, come i recenti restauri hanno dimostrato, erano almeno in parte rivestiti a foglia d’oro, mentre sulle pareti rifulgevano incrostazioni variopinte realizzate in alabastro, cipollino e serpentino. Sia l’anastilosi delle colonne in porfido, sia il restauro del pavimento marmoreo sono frutto di interventi realizzati tra il 1932 e il 1935 sotto la direzione di Alfonso Bartoli. La pavimentazione della cella di Roma costituisce uno dei maggiori esempi di opus sectile a grande modulo che ornavano gli edifici pubblici e di culto dell’Urbe e i restauri di epoca fascista ne hanno ricomposto, secondo il gusto e le conoscenze dell’epoca, la pregiata decorazione in marmo pavonazzetto e porfido rosso. Le parti mancanti vennero integrate con pezzame degli stessi litotipi antichi e le lacune vennero ricostruite per ripristinare la visione d’insieme della pavimentazione.

Napoli. All’università Federico II presentazione del libro “Quartiere della Cultura. MANN, UNINA e Invitalia per la rigenerazione urbana” che raccoglie le esperienze del partenariato pubblico tra il Mann, la Federico II e Invitalia

Nuovo incontro per raccontare il Quartiere della Cultura: lunedì 24 gennaio 2022, alle 11, nell’aula Guarino dell’università di Napoli “Federico II”, in corso Umberto I 40, presentazione del volume “Quartiere della Cultura. MANN, UNINA e Invitalia per la rigenerazione urbana” (Editoriale Scientifica). La giornata, aperta con i saluti di Matteo Lorito, rettore dell’università Federico II; Sandro Staiano, direttore del dipartimento di Giurisprudenza; e Andrea Mazzucchi, direttore del dipartimento di Studi umanistici, vedrà gli interventi di Antonio Pescape, delegato alla Innovazione e terza missione; Mita Marra, docente di Politiche economiche; Angelo Abignente, docente di Filosofia del diritto e commissione terza missione – Dipartimento di Giurisprudenza. Saranno presenti gli autori Paolo Giulierini, Daniela Savy, Francesco Bifulco e Vittorio Fresa.

Copertina del libro “Quartiere della Cultura. MANN, UNINA e Invitalia per la rigenerazione urbana” (Editoriale Scientifica)

L’iniziativa rientra nelle attività messe in campo a seguito dell’accordo di partenariato pubblico tra il Mann, la Federico II e Invitalia, per mettere in rete Arte, Accademia ed Imprenditoria per creare nuovi progetti di sviluppo interessate a valorizzare il territorio partenopeo. Il progetto, presentato a settembre 2020, è raccontato nel volume sul Quartiere della Cultura, pubblicato dall’Editoriale Scientifica (si scarica al seguente link: https://www.editorialescientifica.com/shop/autori/savy-d/quartiere-della-cultura-detail.html): premesse scientifiche, metodologia, casi studio, percorsi di selezione delle imprese culturali e creative sono analizzati nella pagine del rapporto. Circa 1.2 milioni di euro sono stati gli investimenti attivati a seguito di 100 contatti. Dieci le imprese finanziate grazie allo sportello costituito dal museo Archeologico nazionale di Napoli, dall’Ateneo Federiciano e da Invitalia: e non ci si ferma qui, perché in prospettiva saranno create nuove partnership. Una pratica virtuosa che ha, come effetto indiretto, il rilancio dell’economia del territorio, fra tipicità ed eccellenze. “I Musei non possono pensare di aver estrinsecato la propria missione, esclusivamente ampliando le collezioni visitabili”, ha commentato il direttore del Mann, Paolo Giulierini: “a questo fondamentale ruolo si deve accoppiare la capacità di dialogare con il territorio, restituendo qualcosa ai cittadini. E’ un dovere cui non possiamo sottrarci”.

Schermata app ExtraMann del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)

Daniela Savy, docente all’Ateneo federiciano e referente del progetto Obvia- Out of boundaries viral art dissemination, ha ripercorso le attività portate avanti sin dall’inizio della direzione Giulierini: “Il Museo si è aperto alla città: non è solo importante raccontare l’aumento dei visitatori, ma anche focalizzare le energie creative che sono il sostrato di questo percorso. La rete Extramann, le azioni di promozione congiunta con i teatri e con le accademie, il premiato lavoro nell’Aeroporto di Napoli sono solo alcuni tasselli di un viaggio che nasce dall’ascolto della città”. Francesco Bifulco, che insegna alla Federico II e firma con Paolo Giulierini, Daniela Savy e Vittorio Fresa il volume sul quartiere della cultura, ripercorre i tasselli della nursery di ascolto e selezione delle imprese creative: 500 ore di interlocuzione, 12 focus one to one per 600 idee proposte, 12 progetti in progress e 4 iniziative definite. Numeri cui risponde il sostegno finanziario, come ha commentato Vittorio Fresa (Invitalia): “Siamo portati a concentrarci sulle risorse economiche. L’importante è trovare e valorizzare le idee buone, che provengono da giovani e giovanissimi, così come da chi ha maturato esperienze nel settore”.

Schermata app ExtraMann per interazione utenti (foto mann)

Un taglio intergenerazionale che anima anche la app Extramann, presentata da Ilaria Vitellio: i 33 siti culturali cittadini, nella rete attivata dal Museo,  saranno interconnessi grazie al programma scaricabile da sistemi Android e Apple. Le attrazioni culturali saranno raggiungibili in modo rapido e intuitivo, grazie ad uno schema in cui l’utente diviene centrale. I mappers, infatti, potranno restituire un feedback sulla propria visita, caricando foto, video e condividendo racconti in un’architettura sempre rispettosa della privacy dei partecipanti.

Le origini di Jesolo, l’Equilo tardoantica-altomedievale: riportata alla luce la vita dell’antica comunità dagli scavi dell’università di Venezia in località le Mure

Veduta aerea dell’area di scavo della missione di Ca’ Foscari diretta da Sauro Gelichi nell’antica Equilo in località Mure di Jesolo

Cosa mangiavano i primi jesolani? Come si muovevano? Che malattie li affliggevano? Sono queste le domande a cui gli archeologi del dipartimento di Studi umanistici dell’università Ca’ Foscari Venezia stanno cercando di dare risposta dopo aver riportato alla luce i resti dei primi abitanti della città. Gli studiosi, coordinati dal professor Sauro Gelichi, nella campagna 2021 – di cui ora viene presentato un primo bilancio – hanno concentrato la loro attività di ricerca e indagine sull’area del cosiddetto monastero di San Mauro, in prossimità del complesso monumentale delle “Antiche Mura”. I lavori sull’area, iniziati nel 2017, nel 2021 sono durati due mesi e hanno cercato di affrontare alcuni quesiti sorti in seguito ai ritrovamenti del recente passato (vedi Le origini di Jesolo, l’Equilo tardoantica-altomedievale: nuove scoperte dagli scavi dell’università di Venezia in località le Mure. Il punto in un servizio su Archeologia Viva di luglio/agosto 2020 | archeologiavocidalpassato). Se gli archeologi erano stati in grado di individuare strutture (chiese, abitazioni, banchine) e ricostruire, a grandi linee, la traiettoria storica di questo centro durante l’Alto Medioevo, era possibile – e come – accedere direttamente alla storia degli abitanti? Come intercettare le singole biografie di una comunità? L’opportunità è arrivata nell’ultima campagna con lo scavo del cimitero che si trovava all’interno e nei pressi della chiesa di San Mauro. Le precedenti indagini (2018-2020) avevano mostrato la ricchezza del patrimonio biologico e che, a ragione, si poteva considerare un promettente campione, sul piano qualitativo e quantitativo, in grado di accedere direttamente alla storia degli uomini e delle donne dell’Alto Medioevo di questo territorio.

Foto aerea delle due zone di scavo a Jesolo/Equilo: le Mure e San Mauro (foto unive)
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Il prof. Sauro Gelichi dell’università Ca’ Foscari di Venezia

La ricerca, in concessione ministeriale, è diretta dal professor Sauro Gelichi, del dipartimento di Studi umanistici, con la collaborazione sul campo della dottoressa Silvia Cadamuro, della dottoressa Anita Granzo e, per la parte di studio antropologico, dalle dottoresse Serena Viva e Francesca Bertoldi. Lo scavo è finanziato dal Comune di Jesolo e dal Fondo Scavi di Ateneo. La ricerca ha potuto contare sulla collaborazione di Poli-Medica S.r.l. per l’analisi delle lesioni traumatiche rinvenute sui resti scheletrici. Attivata una collaborazione con il Laboratorio di Antropologia Fisica dell’università del Salento (professor Pierfrancesco Fabbri) per lo scavo e lo studio dei reperti osteologici e con l’università di Harvard (professor David Reich) per l’analisi del DNA, l’équipe ha completato lo scavo (e lo studio preliminare) di circa 140 individui, databili tra VIII e XII secolo. Un campione già al momento consistente, che si spera di poter raddoppiare se non triplicare con la campagna del prossimo anno. Si verrebbe così ad avere il campione di popolazione più numeroso scavato (e studiato) della laguna veneziana, relativo all’Alto Medioevo, e uno dei più cospicui noti al momento in Italia.

I giovani archeologi di Ca’ Foscari riportano in luce una sepoltura con inumato (foto unive)

“Le indagini che gli archeologi dell’università di Venezia stanno conducendo nel sito archeologico di Jesolo portano alla luce ogni anno incredibili novità che raccontano un pezzo dell’antica storia della nostra città”, dichiarano il sindaco della Città di Jesolo, Valerio Zoggia, e l’assessore alla Cultura, Giovanni Battista Scaroni. “Il lavoro svolto nel 2021 è stato, una volta ancora, eccezionale, e ci consentirà di scoprire le storie dei nostri antenati, di chi viveva su questo territorio ai suoi albori e del modo in cui si relazionavano tra loro le persone. Attendiamo con grande curiosità gli esiti degli approfondimenti, per non parlare di ciò che gli scavi ci regaleranno nel prossimo futuro”. E il prof. Sauro Gelichi, direttore dello scavo: “Con lo scavo che abbiamo intrapreso quest’anno, 2021, il progetto archeologico sull’antica Equilo ha indiscutibilmente segnato un ulteriore salto di qualità, non solo per l’autorevolezza e l’internazionalità delle collaborazioni avviate, ma anche per le tematiche affrontate. Lo scavo di Jesolo si sta proponendo come il progetto archeologico più innovativo e promettente per quanto riguarda la storia della laguna nella post-antichità e, in relazione all’aspetto archeo-biologico, tra i principali in Italia”. 

Modello 3D di una sepoltura dell’antica Equilo realizzata dagli archeologi di Ca’ Foscari (foto unive)

Gli archeologi si attendono molto dalle ricerche in corso (a cui collaborano anche il professor Carlo Barbante, il professor Dario Battistel e la professoressa Clara Turetta del dipartimento di Scienze ambientali, Informatica e Statistica): oltre a saperne di più sulla dieta alimentare, si investigheranno aspetti legati alla mobilità, alle malattie (come la talassemia) e al grado di conflittualità sociale. Inoltre lo studio tafonomico, unito a quello antropologico e archeologico, consentiranno di comprendere più nel dettaglio i comportamenti dei gruppi familiari in uno spazio di uso collettivo (come il cimitero), riflesso attraverso le pratiche funerarie e la gestione della memoria.  

Così appariva la cattedrale di Santa Maria Assunta nella campagna alla periferia di Jesolo agli inizi del Novecento (la foto è anteriore al 1903). Come si può vedere si tratta di una costruzione grandiosa, paragonabile alla basilica di San Marco in Venezia (foto unive)

Il progetto di scavo, iniziato nel 2011 in prossimità dei resti dell’antica cattedrale – e che ha portato alla scoperta di ciò che rimaneva di una mansio di epoca tardo-antica -, si è spostato più a nord, nella zona dove, nel 1954, erano stati messi in luce – ma anche poi ri-sepolti – i ruderi di un complesso ecclesiastico. Il recupero dell’edificio – con il rinvenimento anche delle strutture di una chiesa precedente: VIII-IX secolo d. C. -, la scoperta delle fondazioni di un campanile, il ritrovamento di un molo con resti di imbarcazioni (monossili) di XI-XII secolo, erano stati in grado di rappresentare l’importanza del luogo e di descriverci con ricchezza di particolari, uno degli spazi insediati che avevano qualificato l’abitato dell’antica Equilo. Sede episcopale nell’alto medioevo, snodo commerciale e porto alle foci della Piave Vecchia, Equilo era stato uno di quegli insediamenti ‘nuovi’, sorti nell’area della laguna di Venezia (o suoi bordi), che fiorirono durante l’Alto Medioevo, per finire poi abbandonati per motivi politici (il predominio sempre più forte della Serenissima), ma anche paleoambientali (l’impaludamento dell’area a seguito delle deiezioni del fiume Piave). Di questa antica città, abbandonata verso il XIII secolo, solo l’archeologia è in grado di recuperare le tracce materiali, attraverso le quali farla rivivere.