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Caorle. In piazza Vescovado viene posta la riproduzione dell’Ara di Bato, uno dei più interessanti reperti conservati nel museo nazionale di Archeologia del Mare, la cui iscrizione conferma il passato romano di Caorle e del suo antico portus Reatinum

caorle_archeologico_ara-di-bato_inaugurazione-riproduzione_locandineÈ uno dei più interessanti reperti conservati nel museo nazionale di Archeologia del Mare di Caorle: è l’Ara di Bato la cui iscrizione conferma il passato romano di Caorle e del suo antico portus Reatinum. Venerdì 20 gennaio 2023, alle 11, una sua riproduzione sarà posizionata nella centralissima piazza Vescovado per poter essere ammirata e conosciuta dalle centinaia di migliaia di turisti che ogni anno affollano la località. Il Comune di Caorle ha infatti deciso di dare vita a questa iniziativa culturale, realizzata nell’ambito della mostra “Terre Antiche”, finanziata all’interno del programma di sviluppo rurale del Veneto dal Fondo Europeo Agricolo per lo Sviluppo Rurale, in collaborazione con la direzione regionale Musei Veneto e della soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Venezia e le Province di Belluno, Padova e Treviso. Alla cerimonia interverranno il vicesindaco di Caorle ed assessore alla Cultura, Luca Antelmo; la consigliera comunale delegata per il museo nazionale di Archeologia del Mare, Elisa Canta; il direttore del museo nazionale di Archeologia del Mare, Federico Bonfanti; Alessandro Asta, funzionario archeologo della soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Venezia e le Province di Belluno Padova e Treviso; e Sabina Magro, coordinatrice dei servizi del Museo di Caorle. All’inaugurazione è invitata tutta la cittadinanza. Parteciperanno gli alunni delle classi IV e V delle scuole primarie Palladio di Caorle e Vivaldi di San Giorgio di Livenza che saranno coinvolti in prima persona e impareranno a leggere e tradurre il testo in latino trascritto sull’ara. Alle 15, visita guidata al museo di Archeologia del Mare alla scoperta di Caorle romana.

Caorle_museo-archeologia-del-mare_logoLa riproduzione in piazza Vescovado rimarrà a disposizione di tutti: si potrà toccare “con mano”, fruibile in maniera totalmente accessibile e inclusiva. “Con questa iniziativa”, spiegano il vicesindaco Antelmo e la consigliera Elisa Canta, “intendiamo rafforzare il forte legame tra la Città di Caorle, i suoi residenti ed i suoi ospiti, con la storia millenaria del nostro borgo, ben illustrata e conservata nel museo nazionale di Archeologia del Mare che rappresenta il fiore all’occhiello della proposta culturale del nostro territorio. La positiva collaborazione che si è instaurata con la direzione del museo e con la soprintendenza viene ulteriormente rafforzata grazie a quest’opera”.

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L’Ara di Bato conservata nel museo nazionale dell’Archeologia del Mare di Caorle (foto drm-veneto)

L’Ara di Bato, figlio di Laedione, costituisce la testimonianza archeologica dello stanziamento navale romano contro le incursioni piratesche nell’area di Caorle. L’iscrizione contenuta in questa lapide funeraria ricorda Bato, imbarcato sulla “liburna” (nave leggera, da guerra) Clipeus il quale ordinò, per disposizione testamentaria al suo erede Paio, di realizzare un monumento funerario che in effetti quest’ultimo fece erigere quando era in vita non solo per Bato, ma anche per se stesso, i suoi familiari ed i suoi servi e serve che aveva reso liberi (i “liberti”). L’Ara di Bato fu realizzata nella prima metà del I secolo d.C. con la pietra proveniente dalla storica cava romana di Aurisina ed anche la riproduzione di piazza Vescovado è stata fatta ben 2000 anni dopo con la stessa materia prima.

Verona. “Prosit al Museo”: al museo Archeologico nazionale visita guidata alla scoperta dei legami uomo-cibo dal neolitico ai celti seguita da un aperitivo. Prenotazione obbligatoria

verona_archeologico_prosit-al-museo_locandinaL’aperitivo più cool di Verona? Al museo Archeologico nazionale! Mescolare cibo e arte in un luogo suggestivo come quello di un museo è un vero e proprio assaggio di storia. Appuntamento venerdì 20 gennaio 2023, alle 18, con “Prosit al Museo”. Esplorando la ricca collezione dal fascino immortale, i partecipanti saranno guidati a scoprire come il cibo abbia sempre legato l’uomo alla sua terra e come abbia contribuito a plasmare le culture di interi popoli. Dalle rivoluzioni neolitiche alle “ricette palafitticole” fino agli spiedi delle tombe celtiche. La visita sarà seguita da un aperitivo offerto dalle aziende Benedetti e Matilde Vicenzi. Gli ingredienti ci sono tutti per una serata tra cultura, arte, convivialità e buon vino. Il costo per l’evento è di 12 euro (5 euro di ingresso al museo e 7 euro per visita guidata e aperitivo). Prenotazione obbligatoria via mail: museovr@archeologica.it o via telefono/whatsapp: +39 3465033652. Orario: 18.00-20:00, turno unico con partenza della visita guidata alle ore 18:00 seguita da aperitivo negli spazi del museo.

Roma. Visita guidata gratuita sulla via Flaminia della tomba di Fadilla e della tomba dei Nasoni con gli archeologi Roberto Narducci e Barbara Ciarrocchi. Prenotazione obbligatoria

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L’interno della tomba di Fadilla in via Casali Molinario a Roma (foto ssabap-roma)

Venerdì 20 gennaio 2023, esattamente un anno dopo l’avvio delle aperture calendarizzate, si terranno le visite guidate alla tomba di Fadilla e alla tomba dei Nasoni sulla via Flaminia: due turni, massimo 15 persone. Alle 9.30, appuntamento in via Casali Molinario: Tomba di Fadilla; alle 10.30, appuntamento in via Flaminia, 961: Tomba dei Nasoni. La prenotazione è obbligatoria compilando il modulo a questo link https://forms.gle/BsYYRu2ztn4LiKzE7. Ogni visita comprende l’accesso alla Tomba di Fadilla e alla Tomba dei Nasoni. Sono ammesse prenotazioni singole, è necessario ripetere l’operazione di prenotazione per ogni partecipante. Si consiglia di raggiungere il luogo dell’appuntamento qualche minuto prima dell’inizio della visita e di indossare la mascherina. In caso di disdetta si prega di inviare una email all’indirizzo ss-abap-rm.urp@cultura.gov.it. L’ingresso è gratuito fino ad esaurimento posti.

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L’interno della tomba dei Pisoni sull’antica via Flaminia a Roma (foto ssabap-roma)

Il nome si deve a una piccola lapide in marmo con incisa la dedica di un marito all’amata moglie che lo aveva preceduto nel regno dei morti. Grazie all’epigrafe funeraria, alla tomba scoperta nel 1923 in via dei Casali Molinario, è stato attribuito il nome di Tomba di Fadilla. Insieme alla Tomba dei Nasoni, distante poche centinaia di metri, è stata inserita in un percorso di visite guidate gratuite a cadenza mensile a cura dell’archeologo responsabile del sito, Roberto Narducci, e dell’archeologa Barbara Ciarrocchi che ogni mese conduce i visitatori alla scoperta della storia dei luoghi di sepoltura della via Flaminia.

Napoli. Il mondo di Alex Munthe al Mann: apre la mostra “Honesta Voluptas – Il Giardino di Axel Munthe, riportato alla luce da Jordi Mestre”, fotografie, libri e oggetti personali del medico svedese che amava l’archeologia

napoli_mann_mostra-honesta-voluptas_locandinaKatriona Munthe, nipote e custode della memoria di Axel Munthe, una delle personalità svedesi più rilevanti del Novecento, ha voluto aprire i suoi archivi di famiglia selezionando 140 fotografie degli inizi del XX secolo, immagini che testimoniano la passione del nonno per il mondo classico: una vera e propria avventura esistenziale che, partendo da Napoli e dal cuore del Mediterraneo, testimonia la ricerca del senso della Bellezza. Il mondo privato di Axel Munthe si scopre al Mann: il celebre medico svedese è raccontato con testimonianze inedite nella mostra “Honesta Voluptas – Il Giardino di Axel Munthe, riportato alla luce da Jordi Mestre”, in programma dal 19 gennaio al 19 marzo 2023 nelle sale della cosiddetta Farnesina del museo Archeologico nazionale di Napoli. L’esposizione, curata dalla nipote Katriona Munthe e da Michele Iodice, ripercorre la biografia di Munthe, appassionato di archeologia e natura e legato a doppio filo alla nostra regione, dove elesse la sua residenza a Capri, in Villa San Michele. Il restauro delle immagini è opera del maestro catalano Jordi Mestre, uno dei massimi esperti nel recupero della fotografia d’archivio. Nell’allestimento, figurano anche piante da giardino e due sagome di Munthe e Amedeo Maiuri. “Abbiamo accolto con entusiasmo il progetto di Katriona Munthe e Michele Iodice e, quindi, con piacere ospitiamo le memorie del celebre medico svedese che tanto amò l’archeologia, la città di Napoli e la cultura mediterranea”, commenta il direttore del museo, Paolo Giulierini. “Nell’occasione voglio ricordare che già da qualche anno con il sito di Villa San Michele ad Anacapri, ricco di antiche vestigia e importanti rimandi alle collezioni del Mann, è attiva una convenzione per la realizzazione di attività culturali e di promozione”. E i curatori: “Munthe inseguiva il mito e la magia della Vis medicatrix naturae, adorava gli animali, ed era consapevole dell’effetto straordinario dello spirito del luogo e l’energia rigenerativa dell’ambiente. Per cui la sua scelta di creare la sua dimora sull’isola di Capri, e la costruzione della stessa casa, con gli scavi che portavano alla luce le sculture, i marmi, i bronzi dell’Impero romano, era una scelta che gli consentiva di abbracciare il fascino e la grazia del mondo antico attraverso l’armonia della bellezza”.

Axel Munthe con cane e Billy

Axel Munthe con cane e Billy: appassionato di archeologia e natura e legato a doppio filo alla Campania, dove elesse la sua residenza a Capri, in Villa San Michele (foto mann)

Nel percorso espositivo si narra un personaggio straordinario, Axel Munthe, che studiò in Francia, dove ebbe importanti maestri di vita. Munthe non perse mai il proprio pragmatismo: il medico analizzava con acume la società, apprezzando la semplicità e la natura diretta delle persone più umili. Axel Munthe “portava a casa” anche i ricordi dei suoi viaggi, conservando i biglietti da visita di chi aveva incontrato: tra le esperienze più avventurose da lui vissute, sono da ricordare la scalata del Cervino e lo scavo della tomba di Tutankhamon. Munthe era medico e custodiva l’intimo riserbo che aveva con i suoi pazienti, documentando, qualche volta attraverso la fotografia, il processo delicato della trasformazione della malattia e della guarigione. Aprire l’album fotografico di una persona è, dunque, come scoprire curiosità della sua vita privata: ecco Axel Munthe, arrivato 24enne a Napoli nel 1881 che si fa ritrarre dai “Fratelli de Luca” nel loro studio fotografico di gran moda. I De Luca erano specializzati in fotografie degli scavi di Pompei e di Ercolano e proponevano così, ai pellegrini del nuovo Grand Tour, un ricordo materiale della loro visita. Axel Munthe qui conobbe l’archeologo Amedeo Maiuri con il quale nacque un rapporto di stima e collaborazione. Basti ricordare che a Maiuri, anche lui molto legato a Capri, furono commissionati da Munthe gli scavi di Villa Damecuta nel 1937.  La formazione scientifica di Munthe a Montpellier e a Parigi si collega alle foto dei suoi “insegnanti mitici”, che gli trasmisero l’inclinazione verso una medicina diversa, inusuale, più umana. Talento, compassione e carisma personale lo aiutarono presto a distinguersi nel combattere sull’isola di Capri un’epidemia di tifo e nell’intervenire dopo un terremoto a Ischia.

Torre Materita

Lo studio di Axel Munthe a Torre Materita sull’isola di Capri (foto mann)

La vita di Axel si svolgeva anche altrove, frequentando gli artisti della colonia svedese a Parigi. Prince Eugen, grandissimo paesaggista, lo introdusse alla famiglia reale svedese per la quale offrì i suoi servizi come medico; foto degli amici ritratti dell’Atelier di Corte “Lars Larsson” cominciarono ad accumularsi sulla sua scrivania, insieme a quelle della cognata di Eugen, Victoria von Baden, futura Regina di Svezia. Il suo mondo si allargò ed incluse nuove amicizie prussiane, come testimoniano i ritratti realizzati nell’atelier fotografico “Ungmann a Mülhausen”. Preso da un impeto avventuroso, decise di scalare le montagne (il Matternorn ed il Montebianco) con il suo cane, riportando, dalla spedizione, qualche foto ricordo e le dita congelate di un piede, che furono amputate. Cambiò la sua nazionalità svedese per quella inglese (“Civis Britannicus sum”), pur di partecipare come medico sul fronte nella Prima Guerra mondiale (l’unico momento quando volentieri si fece lui stesso fotografare in uniforme). In allestimento, vi sono varie immagini della futura Regina Victoria von Baden. Munthe, diventato suo medico personale, viaggiò sempre più spesso insieme alla sua paziente in Europa. Nel 1891, dopo la visita al nuovo zoo e la passeggiata nel giardino archeologico del Cairo, lo studio “Maison Stromeyer & Heyman” accolse Axel Munthe e la principessa Victoria: divennero entrambi appassionati delle collezioni di antichità egizie, al punto che Axel fu inviato dalla famiglia reale svedese, in incognito, ad assistere all’apertura della tomba di Tutankhamon per raccontar loro degli scavi sensazionali e degli scopritori Howard Carter e Lord Carnarvon.

Axel Munthe nella sua barca Lady Victoria

Axel Munthe nella sua barca Lady Victoria (foto mann)

Axel e Victoria viaggiarono anche a Venezia, ma sempre più spesso tornarono a Capri per godere in privato della bellezza del Mediterraneo. L’isola azzurra, per Axel Munthe, rimase il luogo prescelto per la cura dei suoi pazienti. Alcuni sono stati fotografati e sono passati, così, alla storia: ecco la marchesa Casati, Ottoline Morrrell, o il primo ministro inglese, sir William Gladstone, e la cantante Emma Calvé.​ Dal matrimonio (1907) con Hilda Pennington-Mellor, aristocratica inglese, naquero due figli: Peter e Malcolm. Con l’avanzare degli anni Munthe torna in Svezia per sostenere il vecchio re Gustavo. Li ritroviamo insieme fotografati mentre passeggiano per i giardini nelle diverse dimore reali. Con rammarico costante (come testimonia nell’intervista accordata a Indro Montanelli), Munthe non torna più nella la sua adorata isola.

Roma. Al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia la tavola rotonda, in presenza e on line, su “Resti umani. Ricerca, tutela e valorizzazione di un archivio bio-naturalistico” partendo dal libro Quel che resta. Scheletri e altri resti umani come beni culturali” curato da Maria Giovanna Belcastro, Giorgio Manzi e Jacopo Moggi Cecchi

roma_villa-giulia_tavola-rotonda_resti-umani_locandina“Resti umani. Ricerca, tutela e valorizzazione di un archivio bio-naturalistico” è il titolo della tavola rotonda che prende spunto dal libro “Quel che resta. Scheletri e altri resti umani come beni culturali” curato da Maria Giovanna Belcastro, Giorgio Manzi e Jacopo Moggi Cecchi. Appuntamento giovedì 19 gennaio 2023, alle 17.30, in sala della Fortuna con ingresso libero fino ad esaurimento posti. Si consiglia la prenotazione all’indirizzo relazioniesterne@mulino.it. Sarà possibile seguire l’evento in diretta sul canale YouTube Etruschannel al seguente link https://youtu.be/FU0UCjRZVNo. Introduce: Valentino Nizzo, direttore del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia; ne discutono: Cristina Cattaneo, antropologo forense, Labanof – università statale di Milano; Francesco Remotti, antropologo, linceo e accademico delle Scienze di Torino; Marco Cattaneo, direttore di Le Scienze e National Geographic Italia, Roma. Saranno presenti autori e curatori del volume.

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Copertina del libro “Quel che resta. Scheletri e altro resti umani come beni culturali” (Il Mulino)

Quel che resta. Scheletri e altri resti umani come beni culturali” (Il Mulino). Che provengano dalla preistoria o da epoche storiche, i resti umani racchiudono uno straordinario potenziale informativo per la nostra evoluzione bio-culturale e per la ricostruzione delle storie di vita del passato. Costituiscono la base della ricerca scientifica in antropologia, ma sono anche di grande interesse per la museologia, per la didattica scolastica e universitaria, per la diffusione delle conoscenze scientifiche sulla natura umana. Rappresentano un vero e proprio archivio biologico delle popolazioni del passato, affiancandosi ai documenti a carattere storico e archeologico; assumono così, a pieno titolo, la valenza di «bene culturale». Nondimeno, quando si tratta di resti umani è necessario confrontarsi su diversi temi: che tipo di patrimonio culturale rappresentano? Quali figure professionali e quali strutture sono adeguati a studiarli e a tutelarli? Quali sono i limiti dell’indagine scientifica e della conservazione? come orientarsi nella formazione e nella disseminazione? L’assenza di chiarezza su questi temi può comportare – e, di fatto, ha comportato e comporta – una serie di problemi, con soluzioni solo di carattere generale, spesso non condivise, che si intrecciano con problemi di ordine religioso, etico e sociale, nonché politico.

associazione-amtopologica-italiana_logoI curatori: Maria Giovanna Belcastro è professoressa ordinaria di Antropologia all’università di Bologna dove è responsabile delle collezioni museali di Antropologia; fa inoltre parte del Consiglio Direttivo dell’Associazione Antropologica Italiana. Giorgio Manzi è professore ordinario di Antropologia alla Sapienza università di Roma, vicepresidente dell’Associazione Antropologica Italiana e Accademico dei Lincei. Jacopo Moggi Cecchi è professore associato di Antropologia all’università di Firenze e segretario dell’Associazione Antropologica Italiana.

Altino. Seconda puntata della rubrica #archeoaltino: focus sui legami tra l’area archeologica della Porta-Approdo e i reperti esposti al museo Archeologico nazionale di Altino, provenienti da quest’area

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Plastico ricostruttivo della Porta-Approdo di Igor Silic conservato al museo Archeologico nazionale di Altino (foto drm-veneto)

Seconda puntata della rubrica #archeoaltino che, ogni martedì, fa scoprire da dove provengono i reperti visibili al museo Archeologico nazionale di Altino e cosa li lega alle aree archeologiche e al territorio circostante. Oggi focus sui legami tra l’area archeologica della Porta-Approdo e i reperti esposti al Museo, provenienti da quest’area.

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Resti della Porta -Approdo nell’area archeologica di Altino (foto drm-veneto)

La Porta-Approdo era una porta monumentale con funzione di accesso diretto dal canale, situata al limite urbano settentrionale; attraverso i suoi due accessi, chi proveniva via acqua poteva entrare direttamente sul cardo, una delle vie principali di Altinum. Si può osservare ciò che resta di quest’imponente struttura nell’area archeologica, dove sono visibili le fondazioni, poggiate su un’imponente palizzata in tronchi di rovere: è molto evidente la base di una delle due torri ottagonali che, nell’antichità, si trovavano ai lati dell’ingresso.

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Museo Archeologico nazionale di Altino: ricostruzione della possibile disposizione degli elementi decorativi della Porta-Approdo di Altino (foto drm-veneto)

Al museo Archeologico nazionale di Altino si possono ammirare alcune delle decorazioni architettoniche che abbellivano il monumento, accogliendo gli antichi viandanti: antefisse a maschera tragica femminile, gocciolatoi a forma di testa di leone e un bellissimo telamone in terracotta. Tutti questi elementi sono stati disposti in modo da riprodurre parte della struttura e dare al visitatore un’idea di come potevano apparire le decorazioni nel loro insieme; inoltre, è visibile anche un plastico in scala ridotta che riproduce il possibile aspetto in antico della Porta-Approdo, realizzato da Igor Silic.

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Museo Archeologico nazionale di Altino: frammenti di coppe decorate a rilievo in ceramica fine usate durante le libagioni in cerimonie sacre (foto drm-veneto)

Infine, potrai osservare anche gli oggetti legati al rito di fondazione della Porta-Approdo: un solenne sacrificio votivo (suovetaurilia) di cinque buoi, quattro maiali, un ovicaprino e un cane, seguito da un banchetto e da una libagione. Durante il rito, avvenuto nella prima metà del I sec. a.C., furono dedicati alcuni frammenti di ceramica, sui quali furono incise parole in lingua venetica, greca e latina, a testimonianza dell’importanza dell’antico centro di Altinum, crocevia di popoli e luogo di scambio commerciale.

Napoli. Al museo Archeologico nazionale per “Lo scaffale del Mann” presentazione del libro “Champollion in Egitto. Diario di una spedizione scientifica (1828-1829)” (edizioni Kemet) di Giacomo Cavillier

napoli_mann_scaffale_champollion-in-egitto_cavillier_locandinaNuovo appuntamento al museo Archeologico nazionale di Napoli della rassegna “Lo scaffale del Mann”: mercoledì 18 gennaio 2023, alle 16.30, in sala conferenze, presentazione del libro “Champollion in Egitto. Diario di una spedizione scientifica (1828-1829)” (edizioni Kemet) di Giacomo Cavillier. Dopo i saluti del direttore del Mann, Paolo Giulierini, con l’autore interviene Rita Di Maria, dell’ufficio scientifico del Mann. Il volume racconta l’esperienza umana e scientifica vissuta da Jean-François Champollion nella Valle del Nilo nel 1828-1829, durante la cosiddetta Spedizione Franco-Toscana. Questo diario di viaggio costituisce la testimonianza degli aspetti umani ed emozionali dello studioso proiettato per la prima volta in un Egitto regolato da differenti codici culturali ed esistenziali.

Baia. Al parco sommerso novità dallo scavo al Portus Julius dopo la (ri)scoperta del mosaico a onde: lì c’era una terma, con architetture circolari, distrutta già in antico

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Il mosaico a onde a tessere bianconere scoperto nell’area del Portus Julius nel parco sommerso di Baia (foto pafleg)

Sono passate solo poche settimane e già c’è qualche novità: il mosaico a onde faceva parte di una terma, distrutta già in antico “Il Parco sommerso di Baia – avevamo scritto – ha salutato il 2022 con una emozionante (ri)scoperta: questo mosaico con cornice ad onde, in tessere nere e rosa su fondo bianco, che decorava una stanza nel Portus Julius” (vedi Baia. Al parco sommerso (ri)scoperto un mosaico del Portus Julius con una sequenza di ambienti: sono le prime costruzioni di Agrippa? Il 2023 darà una risposta | archeologiavocidalpassato). E gli esperti del parco archeologico ci avevano lasciato con un interrogativo: “Siamo di fronte alle prime costruzioni volute da Agrippa? Siamo di fronte alle prime costruzioni volute da Agrippa?”. Il mosaico a onde non è solo in mezzo al mare.

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Architetture circolari emerse nello scavo al Portus Julius nel parco sommerso di Baia (foto pafleg)

Le ricerche in corso da parte del parco archeologico dei Campi Flegrei al Portus Julius stanno indagando l’ampio contesto a cui apparteneva questo pavimento. “Apparteneva a una terma”, spiegano gli archeologi, “formata da almeno altri venti vani, che pian piano sta mostrando i profili delle sue murature, emergenti dal fondale sabbioso. E sono stanze dall’architettura non banale, circolari, o con numerose absidi, alcune rivestite di tubuli per l’aria calda, altre decorate con colonne. Un contesto finora del tutto sconosciuto, perché distrutto in antico a causa delle numerose trasformazioni che l’area subì già in età romana: prima sede di ville, poi porto militare e dopo ancora spazio commerciale”.

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Rilievo 3D dell’area di scavo al Portus Julius nel parco sommerso di Baia (foto pafleg)

“Con questo complesso, che continueremo ad indagare nei prossimi mesi – concludono -, siamo di fronte probabilmente alle trasformazioni volute da Augusto, insieme al suo fedele Agrippa, per dare spazio ai cantieri della nuova flotta: gli edifici allora esistenti, che i mosaici ci aiutano a datare approssimativamente alla metà del I sec. a.C., furono volontariamente distrutti, ma colmati di terreno, che fino ad oggi ce li ha preservati, anche sul fondo del mare”.

Roma. Per il ciclo di conferenze “The Clash. Libri e discussioni sul Patrimonio Culturale” dell’Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte (INASA) in presenza e on line presentazione del libro di Carlo Pavolini “Che fare dei Fori?”

roma_inasa_the-clash_presentazione-libro-che-fare-dei-fori_locandinaMartedì 17 gennaio 2023, alle 16.30, nuovo appuntamento con “The Clash. Libri e discussioni sul Patrimonio culturale” le presentazioni/discussioni all’Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte di Roma in piazza San Marco 49. E per quelli che non possono essere presenti c’è la possibilità di seguire da remoto usando questo link https://us02web.zoom.us/j/86419004905… ID riunione: 864 1900 4905, Passcode: 091169. Presentazione del libro “Che fare dei Fori?” di Carlo Pavolini (Robin editore). Intervengono: Pietro Giovanni Guzzo, Eugenio La Rocca, Claudio Parisi Presicce. Moderano: Alessio De Cristofaro e Massimo Pomponi. Il libro intende fare il punto sulle vicende dell’area dei Fori Imperiali di Roma, a partire dagli interventi dei primi decenni del ‘900 e dagli sventramenti di epoca fascista (1932-33), con la creazione dell’allora Via dell’Impero. Il testo prosegue prendendo in esame la ripresa, attorno al 1978-’83, del dibattito politico-culturale e amministrativo sull’assetto da dare all’area e, in particolare, sulla controversa proposta di uno scavo stratigrafico integrale della strada, ora denominata Via dei Fori Imperiali. Il volume si conclude con una sintetica analisi sia dei grandi scavi scientifici promossi ai Fori dal Comune di Roma, a partire dal 1995 circa, sia delle proposte progettuali rilanciate – in anni recenti – soprattutto da esponenti della cultura architettonica e urbanistica romana, proposte di cui si annuncia oggi una ripresa da parte della Giunta capitolina, in vista del Giubileo del 2025 e del possibile svolgimento a Roma della prossima Expo.

Padova. Al DFA dell’università incontro “La lunga storia del vetro. Il punto di vista dell’archeologia” con Francesca Veronese: la storia millenaria del vetro, attraverso la lettura di alcuni reperti conservati al museo civico Archeologico

padova_unipd_incontro-la-lunga-storia-del-vetro_locandina“La lunga storia del vetro. Il punto di vista dell’archeologia”: è il titolo dell’incontro promosso dal dipartimento di Fisica e Astronomia “Galilei” – DFA dell’università di Padova focalizza la storia millenaria del vetro, attraverso la lettura di alcuni reperti conservati al museo Archeologico di Padova. Appuntamento mercoledì 18 gennaio 2023, dalle 17.30 alle 19, in aula Rostagni, via Paolotti 9, a Padova. Conferenza a cura dell’archeologa Francesca Veronese, direttrice Musei Civici di Padova. Ingresso libero. Prenotazioni qui. L’evento è inserito nel progetto “Scienza dal mondo islamico all’Europa di oggi. Arricchimenti incrociati tra passato e futuro”, proposto dal dipartimento di Fisica e Astronomia dell’università di Padova, che intende far conoscere al grande pubblico elementi di storia della scienza, focalizzando l’attenzione sugli scambi e gli arricchimenti incrociati fra il mondo islamico e l’Europa di ieri e di oggi. Materia dura e al contempo fragilissima, dai mille cromatismi ma anche incolore, il vetro ha una storia lunghissima, le cui origini affondano nelle terre della Mesopotamia e della Siria settentrionale del II millennio a.C. Qui vennero elaborati i primi manufatti vitrei – esito di sperimentazioni e di graduali raffinamenti nella lavorazione della faïance – caratterizzati da vivaci policromie ottenute con ossidi metallici. In vetro venivano realizzati coppe, bicchieri, bottiglie, ma anche piccoli oggetti decorativi i cui colori sgargianti lasciano pensare a intenzionali imitazioni delle pietre dure, ben più costose e pregiate. La duttilità nella lavorazione, la molteplicità di tecniche per ottenere gli oggetti più diversi, la possibilità di conferire ai manufatti una gamma cromatica dalle infinite combinazioni hanno fatto del vetro uno dei materiali più versatili e più diffusi dell’antichità, la cui storia sarà ripercorsa attraverso la lettura dei più rilevanti reperti oggi conservati al museo Archeologico cittadino.