A quasi tremila metri di quota, al Lagazuoi Expo Dolomiti a corollario della mostra “ÖTZI & VALMO – Quando gli uomini incontrarono le Alpi”, laboratori e visite guidate permettono di scoprire come vivevano l’uomo di Similaun (Ötzi) e l’uomo di Mondeval (Valmo)
Lo spazio espositivo Lagazuoi Expo Dolomiti, a 2778 metri, abbiamo già avuto modo di conoscerlo in occasione della presentazione della prima mostra temporanea, “ÖTZI & VALMO – Quando gli uomini incontrarono le Alpi” che fino al 2 aprile 2018 ci permette di ammirare i ritrovamenti più rilevanti dei primi abitanti delle Alpi, l’uomo di Similaun e l’uomo di Mondeval, per la prima volta insieme, a raccontarci la vita dell’uomo preistorico in alta quota dopo l’ultima grande glaciazione. Un viaggio a ritroso nel tempo; un’occasione per immergersi in una storia remota quanto affascinante, la nostra; un’esperienza da vivere in un contesto d’eccezione, un laboratorio aperto alle idee che esplora il rapporto tra uomo e ambiente, tra contaminazioni di attualità e ricerca storica, scientifica e artistica, il tutto all’interno del nuovo spazio espositivo sopra Cortina d’Ampezzo, una delle gallerie più ad alta quota esistenti (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/01/10/a-quasi-3mila-metri-di-quota-per-lavvio-del-lagazuoi-expo-sopra-cortina-dampezzo-con-panorama-mozzafiato-sulle-dolomiti-apre-la-mostra-otzi-valmo-quando-gli-uomi/).
Ma ora il pubblico è invitato non solo a incontrare Ötzi & Valmo, ma anche a vivere come loro, accompagnando gli archeologi in un ciclo di laboratori e visite guidate, e sperimentando, anche attraverso i sensi, le condizioni di vita degli abitanti delle Alpi nella preistoria. Fino al 2 aprile, un ricco calendario di visite guidate animate ed esperienze di archeologia sperimentale portano il pubblico a scoprire come vivevano l’uomo di Similaun (Ötzi) e l’uomo di Mondeval (Valmo). Ötzi visse 5300 anni fa, durante l’Età del Rame, in Val Senales, mentre il suo “antenato”, Valmo, cacciatore mesolitico, venne inumato 8mila anni fa a soli 8 km dal Lagazuoi. Il loro ritrovamento ha segnato la storia dell’archeologia moderna, e nonostante l’eccezionale mole di reperti, non hanno ancora terminato di rivelare i loro segreti ai ricercatori.
Tre i laboratori gratuiti, per altrettante domeniche consecutive, dalle 10 alle 12 e dalle 13 alle 15, coinvolgeranno gli spettatori aiutandoli a superare le barriere del tempo, e avvicinandoli alla comprensione della Preistoria. Si inizia domenica 4 marzo 2018: il tema sarà “Strumenti musicali e suoni della Preistoria” per esplorare una forma di espressività e creatività a partire dai reperti archeologici. La settimana successiva, domenica 11 marzo 2018, appuntamento con “Flintknapping on the Lagazuoi”: dimostrazioni di scheggiatura della selce all’Expo Dolomiti, una tecnica che rivela una sorprendente abilità. Infine, domenica 18 marzo 2018 andrà in scena il laboratorio “Salendo ai pascoli”, che ripercorre le tracce dei primi pastori per scoprire la storia dell’alpeggio. Inoltre, su prenotazione, ogni lunedì e mercoledì, dalle 13 alle 17, gli archeologi dell’associazione Tramedistoria accompagneranno il pubblico a “toccare con mano” e scoprire gli strumenti utilizzati da Valmo e Ötzi per affrontare la vita in montagna.
A quasi 3mila metri di quota, per l’avvio del Lagazuoi Expo, sopra Cortina d’Ampezzo, con panorama mozzafiato sulle Dolomiti, apre la mostra “ÖTZI & VALMO – Quando gli uomini incontrarono le Alpi”: il racconto dei 2700 anni che separano l’Uomo di Mondeval dall’Uomo venuto dal ghiaccio, con i cambiamenti climatici che hanno permesso la colonizzazione delle Alpi e condizionato lo stile di vita dell’uomo
Oetzi visse 5300 anni fa in val Senales, Valmo 8000 anni fa vicino al passo Giau: la magia delle Dolomiti li farà incontrare virtualmente in una location eccezionale, la nuova galleria Lagazuoi EXPO Dolomiti, a 2778 metri di quota, quattro sale su tre piani, lobby, coffee e terrace bar, senza barriere architettoniche sia per l’accesso alla funivia al passo Falzarego che nell’edificio posto sulla vetta del monte Lagazuoi a Cortina d’Ampezzo, accanto allo storico e omonimo rifugio, con un panorama mozzafiato sulle Dolomiti Patrimonio UNESCO. Ospiterà mostre temporanee dedicate alla fotografia, all’arte del passato e a quella contemporanea, alla storia e alla preistoria del territorio. L’inaugurazione ufficiale della straordinaria galleria è prevista per il 2 febbraio 2018. Ma già dal 10 gennaio 2018 apre le sue porte al pubblico per la prima mostra temporanea, “ÖTZI & VALMO – Quando gli uomini incontrarono le Alpi”: fino al 2 aprile 2018 si potranno ammirare i ritrovamenti più rilevanti dei primi abitanti delle Alpi, l’uomo di Similaun e l’uomo di Mondeval, per la prima volta insieme, a raccontarci la vita dell’uomo preistorico in alta quota dopo l’ultima grande glaciazione. La mostra è stata realizzata in collaborazione con il museo Vittorino Cazzetta di Selva di Cadore (BL), l’associazione Tramedistoria, l’università di Ferrara, il Neanderthal Museum di Mettmann (Germania), GEO, il museo Archeologico di Bolzano, l’associazione Amici del Museo della Val Fiorentina.
L’Uomo venuto dal ghiaccio (Uomo del Similaun, Ötzi), con gli oggetti che lo accompagnano costituisce il nucleo centrale del museo Archeologico dell’Alto Adige (Bolzano) dove modelli, ricostruzioni, immagini stereoscopiche, video e stazioni multimediali interattive permettono di dare uno sguardo al più remoto passato del versante meridionale della catena alpina, con ricchezza di informazioni e al tempo stesso in modo gradevole. “Cinquemila anni fa”, spiegano gli esperti del museo altoatesino, “un uomo si avventurò sulle gelide alture dei ghiacciai della Val Senales, dove morì. Nel 19 settembre 1991 venne scoperto per caso, insieme ai suoi abiti e al suo equipaggiamento, mummificato, congelato, un evento sensazionale per l’archeologia e un’istantanea eccezionale, che colse una persona dell’età del rame in viaggio in alta quota”. La notizia del ritrovamento di un cadavere mummificato nelle alte quote della Val Senales varcò i confini locali e nazionali per diffondersi in tutto il mondo. “La persona riemersa da un sonno glaciale di 5300 anni”, continuano gli esperti, “fu subito soprannominata con simpatia Ötzi, dal nome della valle che confina con il luogo del suo ritrovamento, pesava 15 chilogrammi, era alta 1 metro e 60 cm. Accanto a lui si trovarono resti delle sue scarpe, del mantello, della faretra, dei suoi calzoni e, fra l’altro, la straordinaria ascia, lavorata prima a colata e poi saldata, oggetto che per primo, forse, permise una vaga datazione dell’illustre antenato”.
Quattro anni prima, nel 1987, sull’altopiano di Mondeval de Sora, che si trova a monte dell’abitato di Selva di Cadore a quota 2150 metri, fu scoperta una sepoltura mesolitica. L’iniziale segnalazione da parte di Vittorino Cazzetta permise a una equipe di ricercatori di ritrovare lo scheletro di un cacciatore mesolitico vissuto 7500 anni fa. Anche questa scoperta fu di portata mondiale, sia per il fatto che lo scheletro e il ricco corredo funebre erano in uno stato di ottima conservazione ma anche perché fino a quel tempo non si era a conoscenza che i cacciatori mesolitici frequentassero l’alta montagna. Il masso erratico dove è stata ritrovata la sepoltura presumibilmente fungeva da capanno e riparo per i periodi di caccia. Oggi lo scheletro dell’Uomo di Mondeval e l’intero corredo assieme ad altre informazioni sulla vita di questo nostro antico antenato sono visibili al museo Vittorino Cazzetta a Selva di Cadore.
Questi due eccezionali frequentatori del comprensorio dolomitico li ritroviamo dunque virtualmente insieme al Lagazuoi EXPO Dolomiti, un nuovissimo centro espositivo e congressuale unico, annesso alla stazione a monte della funivia Lagazuoi a 2732 m di altitudine, dove si arriva in 3 minuti partendo dalla stazione di passo Falzarego. La mostra “ÖTZI & VALMO – Quando gli uomini incontrarono le Alpi” ripercorre come un trailer i 2700 anni che separano questi due uomini, Ötzi, l’Uomo venuto dal ghiaccio (Iceman), vissuto 5300 anni fa in val Senales a 85 km in linea d’aria dal Lagazuoi, e Valmo, l’Uomo di Mondeval, vissuto 8000 anni fa vicino al passo Giau, a 2150 metri di quota e a 8 km in linea d’aria dal Lagazuoi, e illustra i cambiamenti climatici che hanno permesso la colonizzazione delle Alpi e condizionato il loro stile di vita. Per fabbricare i propri utensili Valmo usava la selce e Ötzi anche il rame. Valmo e Ötzi dovevano affrontare il freddo della montagna, procurarsi il cibo e difendere il loro gruppo. La mostra illustra, con repliche e calchi, come abbiano perfezionato le tecniche e le conoscenze fondamentali per vivere in alta quota, un bagaglio di esperienze conosciute da Valmo e trasmesse a Ötzi lungo le 80 generazioni che li separano.
Parte da Trento il progetto “Cavo, cavi, cava… caves: spazi oscuri da riempire di sapere” a cura della Fondazione museo civico di Rovereto e della Sat: fessure, voragini, abissi, buchi, grotte, caverne, anfratti, depressioni, fori, incavi, lacune, crateri, pori, orifizi, gole, intercapedini, fenditure, inghiottitoi, ripari, nicchie, forre, crateri… attraverso le fonti storiche, archeologiche e naturalistiche, senza trascurare arte, letteratura, mito e leggenda

Esplorazioni della Società degli Alpinisti Tridentini tra i monti Cimone e Caviojo tra Veneto e Trentino
Chi, almeno da bambino, non è stato intimorito ma allo stesso tempo incuriosito dagli spazi bui e tenebrosi? Irraggiungibili buchi neri, inghiottitoi, trappole, pozzi, grotte come ambienti protetti per l’evoluzione di organismi bizzarri, e ripari sotto roccia che hanno offerto rifugio all’uomo e agli animali in ogni tempo. Fessure, voragini, abissi, buchi, grotte, caverne, anfratti, depressioni, fori, incavi, lacune, crateri, pori, orifizi, gole, intercapedini,fenditure, inghiottitoi, ripari, nicchie, forre, crateri… grandi o piccoli che siano. Dal macroscopico al microscopico, dall’artificiale al naturale, dal sotterraneo all’extraterrestre, un mondo nascosto e poco conosciuto che serba un tesoro tutto da scoprire. Ecco il progetto “Cavo, cavi, cava…caves: spazi oscuri da riempire di sapere”, a cura di Fondazione Museo Civico di Rovereto e Società degli Alpinisti Tridentini, col sostegno di Fondazione Caritro. Fmcr e Sat hanno deciso di mettere in campo le competenze dei loro esperti e di studiosi di fama per una serie di eventi che esplorano tutti gli aspetti di una tematica affascinante. Una tematica che se trattata con il rigore della scienza e la documentazione delle fonti storiche, archeologiche e naturalistiche, senza trascurare arte, letteratura, mito e leggenda, può diventare un argomento di grande interesse per un pubblico di qualsiasi età e livello di preparazione: dal “turista per caso” allo studioso appassionato di buchi neri. Dall’evento inaugurale del 24 novembre 2017 a Trento fino all’evento finale a dicembre 2018, che avrà luogo a Rovereto, oltre 50 eventi, suddivisi in sessioni bimestrali che coinvolgono le diverse aree del territorio con la collaborazione delle Biblioteche provinciali di Arco, Cles, Fiera di Primiero, Pergine e Valle delle Giudicarie esteriori. Attraverso conferenze, proiezioni, mostre, concorsi fotografici, concerti, spettacoli, si alimenta e si soddisfa la curiosità verso l’ignoto e il diverso mettendo in luce l’importanza di questi ambienti da vari punti di vista: naturalistico, storico-archeologico, artistico. “Preziosissime le collaborazioni con numerose associazioni del territorio”, spiegano i promotori. “Scopo di questa iniziativa poliedrica è quello di accrescere la conoscenza della cultura e della natura del Trentino attraverso una tematica fuori dagli, schemi classici, vivace e polimorfa capace di solleticare l’interesse di un vasto pubblico”.

Lo straordinario scenario della Grotta dei Cristalli in Messico esplorata dagli speleologi de La Venta di Treviso
La prima sessione si svolge a Trento. Appuntamento venerdì 24 novembre 2017 alle 18 nella sede della Sat, in via Manci a Trento, quando sarà inaugurata la mostra “Cavo, Cava… Caves” che si propone di alimentare e soddisfare la curiosità verso l’ignoto e il diverso mettendo in luce l’importanza di questi ambienti, descritti con il rigore della scienza e la documentazione delle fonti storiche, archeologiche e naturalistiche, senza trascurare arte, letteratura, mito e leggenda. Segue alle 20.30, nella sede di Caritro, in via Garibaldi a Trento, l’evento inaugurale: presentazione del progetto “Cavo, cavi, cava…caves. Spazi oscuri da riempire di sapere” e del calendario delle attività. Intervengono Giovanni Laezza, presidente della Fondazione Museo Civico di Rovereto, e Claudio Bassetti, presidente della SAT, che nel corso della serata lanceranno il concorso fotografico e presenteranno il gruppo di lavoro (Fondazione MCR e SAT) e dei rappresentanti delle altre realtà partecipanti. Segue la proiezione del film, in collaborazione con l’associazione La Venta, “La Grotta dei Cristalli, la scoperta del tesoro di Naica”. Nel gennaio 2006 il team dell’associazione culturale esplorazioni geografiche “La Venta” di Treviso insieme a “Speleoresearch & Films” ha iniziato una campagna di esplorazioni triennale per documentare la più grande meraviglia sotterranea della Terra nelle profondità della miniera di Naica nello Stato di Chihuahua, in Messico. Una vera e propria avventura alla scoperta di un fantastico scrigno del tesoro che, a 300 metri di profondità, racchiude una quantità impressionante di giganteschi cristalli di purissimo gesso, i più grandi mai visti. Il tutto è conservato in un ambiente lunare, a una temperatura di circa 48° C e in un’atmosfera satura di umidità che gli argonauti de “La Venta” affrontano con speciali tute e respiratori che consentono un’autentica immersione nell’incredibile e luccicante foresta sotterranea dei Cristalli. “Sembra di entrare in un forno”, racconta Antonio De Vido, speleologo de La Venta. “Quel che ti accoglie è un muro di caldo e umido, inimmaginabile, che si incolla alla pelle. Entri forzando contro la tentazione di tornare indietro, mentre il corpo suda alla disperata ricerca di refrigerio. Attraversi foreste di cristalli, come fossero alberi inclinati e abbattuti su cui passare leggero. Bianchi e traslucidi paiono concrezioni di ghiaccio. La vista ti mozza il fiato, coadiuvata dall’aria bollente che sei costretto a far entrare nei polmoni. Sei dentro a un gigantesco geode, ma devi fare in fretta. L’ambiente ti concede solo pochi minuti, non puoi permetterti di indugiare a lungo…”.
Ricco il calendario degli appuntamenti previsti a Trento per la prima sessione del progetto “Cavo, cavi, cava… caves”. Allo Spazio Alpino Sat di Trento, si terranno gli incontri. Venerdì 1° dicembre 2017, “Antri, ripari e caverne del Trentino fra archeologia e leggenda” con Maurizio Battisti. Giovedì 7 dicembre 2017, proiezione cinematografica del film “Il regno dagli occhi chiusi” sulle ricerche del 1952 nella Grotta di Castel Tesino. Introduzione di Stefano Marconi. Giovedì 14 dicembre 2017, “La grotta nell’arte” con Paola Pizzamano. Venerdì 12 gennaio 2018, “Storia della speleologia trentina” con Marco Ischia. Venerdì 19 gennaio 2018, “Speleologia: il mondo delle grotte e la storia che racconta” con Mauro Zambotto. Venerdì 26 gennaio 2018, “L’esplorazione speleologica in età moderna” con Francesco Luzzini. In programma anche alcune scite sul campo: il 25 novembre 2017 a Lamar e alla grotta Abisso di Lamar a cura del gruppo grotte Vigolo Vattaro e Commissione Speleologica SAT; il 13 gennaio 2018 a el Bus de la Spia a Sporminore a cura del Gruppo grotte Vigolo Vattaro e Commissione Speleologica SAT.
Imagines, obiettivo sul passato: la XV rassegna del documentario archeologico promossa dal Gabo propone un viaggio dall’arte paleolitica all’architettura templare della Magna Grecia, dai grandi restauri ai misteri degli Etruschi fino alla magia di Petra, dall’esploratore Luigi Fantini all’archeologo Amedeo Maiuri, con un occhio alla Sicilia antica meno nota
Dall’arte paleolitica all’architettura templare della Magna Grecia, dai grandi restauri ai misteri degli Etruschi fino alla magia di Petra, dall’esploratore Luigi Fantini all’archeologo Amedeo Maiuri, con un occhio alla Sicilia antica meno nota: è ricco il programma offerto da “Imagines: obiettivo sul passato”, la rassegna del documentario archeologico, giunta alla 15ma edizione, promosso dal Gruppo Archeologico Bolognese e dal Museo della Preistoria “Luigi Donini”, in calendario il 10-11-12 novembre 2017 alla mediateca comunale di San Lazzaro di Savena (Bo) con ingresso libero. “Imagines è un’iniziativa del Gruppo Archeologico Bolognese, patrocinata da Comune di Bologna- Comune di San Lazzaro”, spiega Giuseppe Mantovani, curatore della rassegna. “Nata nel 2003, Imagines è una rassegna voluta per creare un’occasione in cui i soci del gruppo ed il pubblico bolognese appassionato di Archeologia e Storia potessero trovarsi per godere della proiezione di documentari e filmati introdotti da esperti del settore, autori, registi o archeologi. Decine, finora, sono state le proiezioni effettuate e gli ospiti intervenuti”. Come da tradizione, anche quest’anno, al termine di ogni giornata di Imagines, sarà estratto fra i presenti un abbonamento annuale alla rivista Archeologia Viva (Giunti Editore). In più, domenica 12 sarà estratta la partecipazione gratuita a un viaggio di un giorno organizzato dal Gruppo Archeologico Bolognese.
Il programma. Venerdì 10 novembre 2017, la rassegna apre alle 15.30, con i saluti di Gabriele Nenzioni, direttore del museo della Preistoria “L. Donini” di San Lazzaro (Bologna), e di Giuseppe Mantovani, vicedirettore del Gabo e curatore di Imagines. Il primo film in programma, introdotto da Gabriele Nenzioni, è “Cave of forgotten dreams” di Werner Herzog (90’). La grotta di Chauvet è una delle scoperte più sensazionali della fine del secolo scorso. Pitture parietali di 35mila anni fa di una modernità straordinaria e di una bellezza unica. Per salvaguardarla dal deterioramento provocato dai visitatori, fin dall’inizio ne è stato impedito l’accesso se non in casi eccezionali come per le riprese di questo documentario. Per rendere fruibile questo capolavoro dell’arte preistorica è stata fatta una replica esatta della grotta con le più moderne tecnologie. Dopo l’intervallo, il film “Il tempio dei giganti – L’Olympieion di Akragas” (Edizioni TSM – www.edizionitsm.it). Una ricca città della Magna Grecia. Un tiranno ambizioso. Una vittoria incredibile contro il nemico più temuto. Un tempio di proporzioni colossali. Questi sono gli ingredienti di un appassionante racconto capace di coniugare divulgazione scientifica e piacere delle narrazione. Grazie alle tecniche dell’animazione 2D e 3D il film restituisce vita all’antica Agrigento.
Seconda giornata, sabato 11 novembre 2017. Due i film in programma nella prima parte. Si inizia alle 15.30. Alessandro Fichera, archeologo dell’università di Siena, introduce il film “Restaurare il cielo” di Tommaso Santi (50’), che racconta di un restauro epocale, quello della Basilica della Natività di Betlemme. È la storia di un gruppo di restauratori italiani che dal 2003 lavora al recupero e alla salvaguardia di un monumento patrimonio dell’Umanità. Quindi Simona Rafanelli, direttore del museo archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia, illustra il film “La musica perduta degli Etruschi” di Riccardo Bicicchi (30’). Il documentario sintetizza le tappe principali della ricerca, assolutamente nuova e originale, condotta in parallelo nella musica e nell’archeologia dal musicista Stefano Cantini e dall’archeologa Simona Rafanelli, che ha conseguito come principale risultato quello di ridare voce a strumenti a fiato legati alla cultura etrusca, recuperando le note e le tonalità autentiche prodotte da questi strumenti 2600 anni orsono. Dopo l’intervallo, l’archeologa Silvia Romagnoli presenta il film “Petra, la città perduta di pietra” di Gary Glassman (52’). Archeologi , architetti e ingegneri idraulici uniti nello studio di come i Nabatei poterono sviluppare una civiltà così evoluta e costruire una fiorente città ricca di monumenti e fontane in un territorio estremamente difficile e povero di risorse idriche .
Terza e ultima giornata, domenica 12 novembre 2017. Quattro i documentari in programma tra prima e seconda parte. Il primo, alle 15.30, “Luigi Fantini. Una vita per la ricerca” di Claudio Busi e Giuseppe Rivalta (30’) del Gruppo Speleologico Bolognese – Unione Speleologica Bolognese è illustrato dall’archeologa Laura Minarini del museo civico Archeologico di Bologna. Fantini è uno dei personaggi più importanti nel campo della speleologia e archeologia del territorio dell’Appennino Tosco-Emiliano. Instancabile esploratore di queste colline, a lui si devono alcune scoperte che hanno fatto luce sulla morfologia e sulla più antica frequentazione dell’area degli Appennini che definiva “un pezzo meraviglioso del Creato”. Segue il film “Il santuario sicano di Polizzello” di Gaspare Mannoia (30’). Una Sicilia inedita quella che Gaspare Mannoia descrive in questo filmato, una Sicilia sconosciuta ai turisti che di solito visitano le più conosciute meraviglie dell’isola al centro del Mediterraneo. Mannoia, con questo e con altri filmati, vuole divulgare la bellezza di siti meno noti ma non meno interessanti e suggestivi da un punto di vista archeologico, storico e paesaggistico. Dopo l’intervallo, il film “Himera, il tempio della Vittoria” di Davide Borra (11’). Il video racconta le vicende accadute nell’attuale area archeologica di Himera. Partendo dalla famosa battaglia di Himera, vinta contro I Cartaginesi nel 480 a.C., si giunge alle recenti campagne di scavo del 2008/11, in cui sono state portate alla luce le tombe dei “Diecimila cavalieri” che combatterono in quella battaglia, seppelliti insieme ai loro cavalli, fatto rarissimo nella storia dell’archeologia greca di Sicilia. Segue il film “Herculaneum. Diari del buio e della luce” di Marcellino de Baggis (50’) introdotto dall’archeologa classica Erika Vecchietti. Il documentario è il risultato di riprese effettuate nell’arco di un intero anno, impreziosite da materiale esclusivo proveniente dagli archivi fotografici della Soprintendenza, delle Teche RAI e dell’Istituto Luce. Interviste inedite e sconosciute ad Amedeo Maiuri, l’archeologo che ha portato alla luce la maggior parte della città antica, rendono questo filmato unico e originale.
Preistoria. Scoperto in Valle d’Aosta alle pendici del monte Fallère il più antico pascolo in quota dell’arco alpino: le ricerche di Idpa-cnr, soprintendenza, università di Ferrara, Milano-Bicocca e New York conquistano la copertina della rivista scientifica Journal of Ecology
Dalla vetta del Monte Fallere a tremila metri di quota lo sguardo apre sul Monte Bianco, il Gran Combin, la Grivola e altre cime delle Alpi Graie e della Alpi Pennine. Le sue pendici, tra la valle del Gran San Bernardo e la Valdigne, erano già frequentate dall’uomo nel Tardo Neolitico, 5600 anni fa. È qui che le ricerche, coordinate dall’Istituto per la Dinamica dei Processi Ambientali di Milano (IDPA-CNR), e svolte in collaborazione con la soprintendenza per i Beni e le attività culturali della Regione autonoma Valle d’Aosta, le università di Ferrara, di Milano-Bicocca e di New York, hanno individuato il più antico pascolo di alta quota finora documentato sulle Alpi, mantenuto attivo per millenni. Un risultato eccezionale riconosciuto a livello internazionale dalla rivista scientifica Journal of Ecology che dedica alle ricerche sul Monte Fallère la copertina del numero di novembre 2017. “Siamo particolarmente lieti di apprendere questa notizia”, dichiara l’assessore regionale alla Cultura, Emily Rini, “che dà valore a una ricerca così importante per la conoscenza della storia del paesaggio valdostano sia sotto l’aspetto di valorizzazione sia di fruizione in ambito didattico e turistico. L’importante scoperta è frutto di uno studio multidisciplinare condotto al Mont Fallère dall’assessorato e dall’università degli Studi di Ferrara, grazie a un accordo tra gli enti nel settore della ricerca archeologica preistorica sul territorio valdostano”.

La torbiera di Crotte Basse a 2350 metri di quota dove sono stati trovati i sedimenti più interessanti
Il pascolo, il più antico dell’arco alpino finora documentato, è stato mantenuto attivo . si diceva – per millenni; le attività umane hanno favorito la diffusione di nuove specie vegetali. “Dati archeologici indicano la presenza di gruppi umani sull’altopiano del Fallère dal Tardo Neolitico, in corrispondenza con la fase di maggiore trasformazione del paesaggio”, spiega Roberta Pini, ricercatrice di Idpa-Cnr. “Mentre le attività dei gruppi mesolitici avevano effetti limitati sugli ecosistemi naturali, a partire dal Neolitico sorgono sui fondovalle abitati stabili e si accresce l’interesse dell’uomo per lo sfruttamento delle alte quote e la creazione di paesaggi antropici. Polline, spore fossili, frammenti di carbone e nutrienti, estratti dai sedimenti delle Crotte Basse, una torbiera a 2350 m di quota, testimoniano la distruzione di foreste millenarie di pino cembro e abete bianco, e la presenza di insediamenti stagionali preistorici. Infatti, a poca distanza dalla torbiera, il sito di maggior interesse ha restituito le vestigia di una capanna dell’Età del Rame, con tracce di focolari, un accumulo di pietre interpretato come un muro a secco, un’ascia in pietra verde levigata e industrie in cristallo di rocca. I risultati delle indagini – conclude – sono di grande interesse per la conoscenza della storia del paesaggio aostano, per la sua valorizzazione e fruizione didattica e turistica”.






















































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