26. Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto: ospite d’onore il Centro studi e ricerche Ligabue. Anteprima del poster ufficiale della rassegna

Anteprima del poster ufficiale della XXVI Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto
La macchina organizzativa della XXVI rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto sta definendo i dettagli dell’intenso programma di proiezioni e di incontri in programma dal 6 al 10 ottobre 2015, che quest’anno prevede anche l’assegnazione del premio biennale “Paolo Orsi” al miglior film in concorso sul tema “Le grandi civiltà”. Intanto c’è già un’anteprima: il poster ufficiale della XXVI rassegna, destinato a essere il manifesto della manifestazione roveretana nel mondo. La scelta dell’immagine-simbolo fatta dal direttore della Rassegna, Dario Di Blasi, con la collaborazione dei grafici e del direttore di Archeologia Viva, Piero Pruneti, non è casuale: un pendaglio in oro di arte precolombiana appartenente alla cultura Tolima (500-1000 d.C.), immagine gentilmente concessa dal Centro studi e ricerche Ligabue di Venezia che quest’anno è l’istituzione culturale ospite d’onore della rassegna, presente con una serie di film dell’archivio Ligabue nel programma ufficiale e in una sezione collaterale dedicata a ripercorrere l’attività scientifica e di ricerca decennale del Csrl e a ricordare la figura del suo fondatore, Giancarlo Ligabue, scomparso lo scorso gennaio (vedi post https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/01/26/e-morto-giancarlo-ligabue-imprenditore-archeologo-paleontologo-mecenate-sostenne-130-spedizioni-nei-cinque-continenti-fondo-il-centro-studi-ricerche-e-stato-lo-scienziato-veneziano-piu-famoso-a/). Non solo. “Sabato 10 ottobre, giornata clou della rassegna”, ricorda Di Blasi, “ripercorreremo l’avventura scientifica di Giancarlo Ligabue nella conversazione all’auditorium con il figlio Inti e soprattutto con Viviano Domenici ex responsabile delle pagine scientifiche del Corriere della Sera, e Adriano Favaro, collaboratore di Ligabue nelle principali missioni scientifiche, e direttore del Ligabue Magazine”.
2015, anno dell’archeologia in Toscana: a Tourisma il soprintendente Pessina anticipa il ricco programma di eventi
“Venite a scoprire l’archeologia in Toscana”. L’invito lanciato da Andrea Pessina, soprintendente per i Beni archeologici della Toscana, dal palco di Tourisma, il primo salone internazionale dell’archeologia promosso a Firenze dalla rivista Archeologia Viva dal 20 al 22 febbraio, quest’anno ha una valenza particolare. Sì, perché il 2015 è “l’anno dell’archeologia in Toscana”: un anno speciale, dunque, ricco di iniziative che si intrecciano – come vedremo – anche con altri anniversari come “l’anno dell’Egitto in Italia” e il 150° di Firenze capitale. “Il 2015 sarà un anno di grandi eventi di altissima qualità”, ribadisce Pessina presentando il programma di massima della stagione, di cui archeologiavocidalpassato darà ampio conto nelle prossime settimane. Intanto vediamo il programma di massima.
Si inizia con due grandi mostre dedicate alla bronzistica nel mondo antico in generale e della Grecia in particolare. La mostra “Potere e pathos. Bronzi nel mondo ellenistico” apre il 14 marzo a Palazzo Strozzi di Firenze dove si potrà visitare fino al 21 giugno. Attraverso l’esposizione di eccezionali esempi di sculture in bronzo di grandi dimensioni provenienti dai più importanti musei archeologici italiani e stranieri, il visitatore potrà seguire lo sviluppo dell’arte dell’età Ellenistica, diffusa in tutto il Mediterraneo e oltre tra il IV e il I sec. a.C. “Ci saranno 50-60 capolavori che non si sono mai visti insieme, e che difficilmente li si potranno vedere in futuro”, spiega il soprintendente. “Il museo Archeologico di Firenze è uno dei grandi prestatori di bronzi. Ci sarà anche il famoso cavallo Medici-Ricciardi, che fu già di Lorenzo il Magnifico, un capolavoro che in questi giorni è ancora in restauro, aperto alla vista del pubblico”. Una settimana dopo, il 20 marzo (e sempre fino al 21 giugno), ma stavolta al museo Archeologico nazionale di Firenze, apre la mostra “Piccoli grandi bronzi. Capolavori greci, etruschi e romani”: “Sarà l’occasione per presentare parte della collezione di statuette bronzee raccolte in circa tre secoli dalle dinastie dei Medici e dei Lorena”, continua Pessina. In tutto 170 reperti che costituiscono un affascinante percorso artistico, mitologico e iconografico.
In agosto sarà il turno dell’Egitto e, quindi, del museo Egizio di Firenze, un’altra eccellenza della città gigliata, seconda per qualità delle collezioni (circa 15mila oggetti conservati) solo all’Egizio di Torino. Dal 23 al 30 agosto il museo Egizio (archeologico) di Firenze ospita l’11° congresso internazionale di Egittologia, promosso dalla soprintendenza ai beni archeologici della Toscana e dal museo Egizio di Firenze con l’università di Firenze e l’associazione Camnes (Center for Ancient Mediterranean and Near Eastern Studies). Un vero successo per Firenze e l’Egittologia italiana se pensiamo che l’ultimo congresso, cioè il 10°, si è tenuto nel lontano 2008. E sempre quest’estate torna un appuntamento di successo “Le notti dell’archeologia”, giunto alla XV edizione. Anche quest’anno parteciperanno all’iniziativa sia i musei e le raccolte che espongono una collezione archeologica, assieme ai parchi e alle aree archeologiche, sia quei musei che, pur non archeologici, intendono valorizzare e promuovere il patrimonio archeologico del proprio territorio, organizzando attività ed esposizioni destinate a diffondere l’interesse per il più lontano passato. “La costante ricerca di occasioni di divulgazione e diffusione dell’attenzione attorno al patrimonio archeologico”, spiegano in Regione, “è un fiore all’occhiello delle strutture espositive e di accoglienza toscane, che hanno saputo fidelizzare un pubblico che ha imparato, proprio con le “Notti dell’Archeologia”, come le tracce delle civiltà antiche siano le fondamenta dell’identità locale odierna, le nostre radici condivise; un patrimonio che è la più concreta e tangibile testimonianza della cultura dell’uomo, fatta non solo di capolavori unici, ma anche di piccoli oggetti apparentemente banali o di uso comune nella quotidianità, dietro ai quali si celano i sogni, le paure, le speranze di vita, il benessere ed il disagio sociale di ogni tempo, in infiniti racconti di esistenze diverse”.
Intanto per chi vuole organizzarsi un viaggio/vacanza alla scoperta dei tesori archeologici della Toscana, la soprintendenza ha preparato una nuova guida archeologica che è al tempo stesso una rilettura con gli occhi dei viaggiatori del III millennio delle emozioni provate due – tre secoli fa dai pionieri del Grand Tour e un vademecum di itinerari per le strade della Toscana illustrati con le straordinarie foto dall’alto (palloni aerostatici, aquiloni) di Paolo Nannini, fotografo specializzato della stessa soprintendenza toscana. La guida “Sulle strade del Grand Tour. Itinerari archeologici in Toscana”, anticipata da Pessina nella sua introduzione a Tourisma, è stata presentata in anteprima all’XI incontro nazionale di Archeologia Viva.
E così arriviamo a settembre con altri due appuntamenti da non perdere. Il primo è intimamente fiorentino. Il soprintendente Pessina l’ha definito come “archeologia per il 150° di Firenze capitale”. Si tratta del restauro e riallestimento – e quindi della riapertura al pubblico – del cosiddetto “Cortile dei Fiorentini”, lo spazio verde del Palazzo della Crocetta, che oggi ospita il museo Archeologico di Firenze, che accolse il materiale archeologico rinvenuto durante i lavori di risistemazione urbanistica di Firenze capitale. Grazie al materiale d’archivio della soprintendenza è stato possibile riconoscere quei reperti e valorizzarli.

L’arte precolombiana sarà protagonista nella mostra “Il mondo che non c’era” promossa dal Centro studi e ricerche Ligabue di Venezia
L’ultimo evento anticipato da Pessina non solo ha una valenza intrinseca indiscussa, ma inaugura una collaborazione, che tutti si augurano porterà risultati positivi, tra la soprintendenza per i Beni archeologici della Toscana e il Centro studi e ricerche Ligabue di Venezia. La mostra “Il mondo che non c’era. L’arte precolombiana della collezione Ligabue” è prevista al museo Archeologico di Firenze tra settembre 2015 e febbraio 2016. Vita, costumi e cosmogonie delle culture del Centro e Sud America prima di Colombo verranno raccontate attraverso oltre 150 opere d’arte della collezione Ligabue e di importanti musei nazionali e privati. “La mostra Il mondo che non c’era narra di quella parte dell’umanità che apparirà all’Europa solo dopo i viaggi di Colombo e degli altri navigatori ed esploratori”, anticipa a Firenze Inti Ligabue, che ha raccolto l’eredità del padre Giancarlo scomparso recentemente. “Se Spagna e Portogallo sono i due paesi europei che hanno svolto un ruolo centrale nella scoperta e la conquista delle Americhe, anche l’Italia ha giocato un ruolo chiave in questo evento considerato senza dubbio il più importante nella storia dell’umanità, come ha avuto modo di considerare Claude Lévi-Strauss”. La mostra sarà curata da Jaques Blazy, esperto internazionale di arte precolombiana, che ha aiutato a costruire le più importanti collezioni al ondo di musei e privati. “Colgo l’occasione per ringraziarlo: egli mi ha personalmente guidato in musei e gallerie e mi ha fatto conoscere altri collezionisti che condividono la passione verso queste antiche civiltà”. Andrè Delpuech, curatore del patrimonio delle Collezioni Americane al Museo del Quai Branly di Parigi, è invece presidente del comitato scientifico della mostra e riporta tutta la sua vastissima esperienza nel campo con un importante studio sul ruolo del mecenatismo nelle collezioni europee. Il coordinamento sarà assicurato dal Centro Studi e Ricerche Ligabue, nato nel 1973, che ha all’attivo più di 135 spedizioni archeo-paleo ed etnografiche possiede un archivio con oltre 80 mila tra documenti, video e foto. “Mi auguro dunque che questa mostra – conclude Inti – possa fornire una fresca prospettiva sull’arte dell’antico mondo precolombiano e che la fascinazione verso queste antiche e importanti civiltà possa trovare un numero sempre maggiore di appassionati”.
È morto Giancarlo Ligabue: imprenditore, archeologo, paleontologo, mecenate. Sostenne 130 spedizioni nei cinque continenti, fondò il Centro studi ricerche. È stato lo scienziato veneziano più famoso al mondo
Aveva l’entusiasmo e la determinazione dell’imprenditore, la competenza dell’archeologo e del paleontologo, la volontà del ricercatore, la curiosità dell’esploratore, la poesia del sognatore, la generosità del mecenate, la bonomia dell’amico, il carisma del grande uomo: questo era Giancarlo Ligabue, che abbiamo avuto la fortuna di incontrare la prima volta circa vent’anni fa e l’onore di godere della sua stima. Giancarlo Ligabue è morto domenica sera, 25 gennaio, nella sua casa-museo sul Canal Grande a Venezia, dopo una lunga malattia, all’età di 83 anni. Imprenditore e paleontologo, studioso di fama internazionale, probabilmente lo scienziato veneziano più famoso al mondo, aveva partecipato o diretto, in collaborazione con le più importanti università, 130 spedizioni nei cinque continenti. Era stato autore di scoperte paleontologiche e archeologiche e aveva portato alla luce anche giacimenti con fossili di ominidi ma soprattutto di dinosauri nel deserto del Tenerè, lungo il confine tra Algeria e Niger. Qui aveva scoperto un nuovo tipo di dinosauro, l’Oranosaurus Nigerensis, nel 1973.

Giancarlo Ligabue al museo di Storia Naturale di Venezia davanti al dinosauro scoperto in Niger e donato alla sua città
Nato a Venezia il 30 ottobre 1931, quartogenito di Anacleto e Zita Mazzieri, dalla fine degli anni ‘60 aveva sviluppato, espandendola in tutto il mondo, l’attività di forniture e servizi navali fondata dal padre nel 1919. Dopo gli studi di economia a Venezia, aveva conseguito il dottorato di ricerca in Paleontologia alla Sorbona di Parigi. Tutta la sua vita è stata divisa tra l’impegno come paleontologo-esploratore e quello di imprenditore. Dal 1962 e per quasi un ventennio è stato anche presidente della società Reyer di basket. La squadra, sotto la sua guida, ritornò in serie A entrando nell’olimpo della pallacanestro italiana. Console di Svezia a Venezia, consigliere della Fondazione Cassa di risparmio di Venezia e della Fondazione Giorgio Cini, socio dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere e Arti è stato nominato veneziano dell’anno nel 1985 e ha ricevuto, nel 2005, le Chiavi della città dal sindaco Massimo Cacciari. Giancarlo Ligabue è stato anche presidente del Museo di Storia Naturale di Venezia al quale ha donato centinaia di pezzi tra cui lo scheletro del dinosauro portato alla luce nel deserto del Niger.

Giancarlo Ligabue nelle sue spedizioni curava molto anche la documentazione con produzione di filmati
Negli anni Settanta del secolo scorso ha fondato il Centro Studi e Ricerche che porta il suo nome, da qualche anno affiancato dal figlio Inti. Ha ricevuto cinque lauree honoris causa (un vero record) dalle università di Bologna, Venezia, Modena, Lima (Perù), Asgabat (Turkmenistan). Nel 2000 a Parigi il Centro Studi e Ricerche Ligabue è stato insignito del premio Unesco per la divulgazione scientifica e l’impegno nelle attività museali. La divulgazione ha avuto infatti un ruolo centrale per Giancarlo Ligabue, fondatore della pubblicazione semestrale “Ligabue Magazine” e editore di importanti collane che raccolgono titoli di archeologia, antropologia, etnologia.
Le attività di ricerca ed esplorazione sono sempre state affiancate infatti da centinaia di pubblicazioni, comunicazioni e la produzione di oltre 70 documentari scientifici. Grande amico di Piero Angela con lui aveva girato alcuni tra i più bei documentari mai trasmessi dalla televisione italiana, ripresi dal fedelissimo amico Sergio Manzoni, documentari che abbiamo potuto apprezzare anche nella trasmissione “Quark” di Piero Angela. “Sono pochi gli industriali come lui in grado di usare le proprie risorse per fare cose appassionanti”, ricorda commosso Piero Angela, “Come un principe rinascimentale si è circondato di uomini di grandissima cultura a livello internazionale. Con il programma Quark abbiamo seguito le sue ricerche in Egitto, Brasile, Papua Nuova Guinea: esplorazioni e viaggi sempre emozionanti. Giancarlo è stato un uomo curioso, generoso. Raro”. Tra le sue pubblicazioni “Il pane e la chiglia”, testo fondamentale per la storia della navigazione nel mondo e “L’armata scomparsa di Re Cambise”, il diario delle ricerche portate avanti nel deserto tra l’Egitto e la Libia per ritrovare l’esercito scomparso sotto una tempesta di sabbia. A lui erano state intitolate varie scoperte come il piccolo dinosauro “Augustinia Ligabuei”, dato che le sue scoperte avevano letteralmente rivoluzionato la conoscenza dei dinosauri e avevano contribuito in maniera fondamentale all’elaborazione delle teorie sulla loro scomparsa. Giancarlo Ligabue è stato per molti anni presidente del Comitato Veneto dell’Airc (Associazione Italiana per il Cancro). Deputato al parlamento europeo con Forza Italia dal 1994 al 1999, col ruolo di capogruppo.
In chiusura vorremmo ricordare Giancarlo Ligabue sintetizzando un suo intervento (dal libro “Ecce Homo”, Electa 1999) che ben rispecchia non solo le sue conoscenze scientifiche e la sua grande capacità divulgativa ma anche la sua fiducia nelle capacità dell’uomo. “Nel 1969 venne presentato il film “2001, Odissea nello spazio” , realizzato da Stanley Kubrick, antesignano della moda fantascientifica dal sapore apocalittico. La scomparsa del pianeta Terra, l’incapacità umana di affrancarsi dal fato incombente, viene preconizzata fin dai primi fotogrammi. (…) In tutte le religioni c’è traccia di questa cultura apocalittica che alla fine potrebbe mutare anche il corso della storia. (…) L’inquietudine di oggi per la fine del II millennio è dovuta solo alla consapevolezza che un altro ciclo dell’Uomo si sta concludendo e sta per finire un’Era dominata solo dal progresso tecnologico. Ma è giusto ricordare che, a differenza di altri anomali, oltre alla capacità evolutiva e all’adattamento l’uomo ha messo in campo anche un altro potenziale: l’intelligenza. Ha trasformato cioè una primordiale pulsione animale di sopravvivenza in qualcosa di più complesso ed esaltante: il controllo dell’evoluzione. (…) L’era dell’intelligenza fondata sulla chimica del carbonio sta per concludersi sulla Terra. L’intelligenza del futuro sarà fatta di silicio anziché di vasi sanguigni e di veri neuroni e non vi saranno limiti al suo sviluppo. E così il cervello umano colloquierà con il calcolatore per creare nuove intelligenze superiori e indistruttibili , pronte al balzo siderale. Ma nessun computer, anche quello più sofisticato, potrà mai sostituire la fervida fantasia e il “sense of humour” dell’uomo. E l’apocalisse sarà solo una testimonianza trasudata nel corso della storia umana, ed entrata nella leggenda. All’Uomo Nuovo che seguirà noi affidiamo un importante bagaglio di conoscenze ed esperienze, di vittorie e di sconfitte, di schiavitù e di libertà, in uno scenario di luci e ombre, che gli permetterà di essere migliore di noi e di armonizzarsi con l’intero Universo”.
Le civiltà precolombiane conquistano il pubblico della 25. Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto: 1° premio, i Maya; 2° premio, il Perù preincaico; 3° premio, i guerrieri sciti degli Altai
Le civiltà e i popoli precolombiani conquistano il preparato ed esigente pubblico della 25. Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto diretta da Dario Diblasi, promossa dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto in collaborazione con la rivista Archeologia Viva. Così nella serata finale di sabato 11 ottobre, dei tre posti del podio del premio “Città di Rovereto-Archeologia Viva”, assegnato appunto con i voti del pubblico, due sono andati a film su popoli precolombiani dell’America latina: dai Maia dello Yucatan alle culture preincaiche del Perù. La 25.ma Rassegna è stata vinta dal film statunitense Dance of the Maize God/La danza del dio del mais. Secondo premio per il film Milenario Peru: la historia inexplorada/Il Perù millenario: una storia inesplorata, terzo per Le Sarcophage glacé de Mongolie (Warlords of the frozen steppes)/I dominatori delle gelide steppe. Cerchiamo di saperne di più dei tre film che hanno riscosso il plauso del pubblico.
Primo premio. Dance of the Maize God/La danza del dio del mais (Nazione: USA. Regia: David Lebrun. Durata: 96’. Anno di produzione: 2014. Produzione: Night Fire Films / Rosie Guthrie. Consulenza scientifica: D. Reents-Budet, M. D.Coe, J. Awe, D. Freidel, G. Griiffin, B. Kerr, J. Kerr, B. MacLeod, M. Canuto, O. Navarro-Farr, S. Paredes Maury, D. Matsuda, K. Taube, J. W.Ball, B.R. Just, D. Stuart, G. Stuart, M. Rich, J. Yeager, R. Bishop, V. Fialko). Negli ultimi cinquant’anni migliaia di splendidi vasi dipinti Maya, provenienti per la maggior parte dal saccheggio di tombe, sono confluiti in raccolte pubbliche e private. Questi meravigliose opere d’arte hanno aperto un’incredibile finestra sul mondo dei Maya. Così, entrando nel mondo dei vasi dipinti, si riesce a esplorare la vita nobiliare e la ricca mitologia dei Maya.
Secondo premio. Milenario Peru: la historia inexplorada / Il Perù millenario: una storia inesplorata (Nazione: Spagna. Regia: José Manuel Novoa. Durata: 52’. Anno di produzione: 2012. Produzione: Explora Films). Quattro millenni prima degli Incas e dell’arrivo dei conquistadores, le Ande e la costa settentrionale furono la culla della prime civiltà peruviane. Questo è il cosiddetto “periodo formativo”: cominciarono a sorgere i santuari, che divennero presto centri culturali dove si davano nozioni di agricoltura e di meteorologia alle genti provenienti da ogni dove. Alcune culture raggiunsero sorprendenti livelli di sviluppo tecnologico.
Terzo premio. Le Sarcophage glacé de Mongolie (Warlords of the frozen steppes) / I dominatori delle gelide steppe (Nazione: Francia. Regia: Cédric Robion Durata: 52’. Anno di produzione: 2013. Produzione: AGAT films & Cie. Consulenza scientifica: Pierre-Henri Giscard). Nelle gelide steppe degli Altai, una spedizione archeologica franco-mongola sta per scavare la tomba di un guerriero orientale scita morto 2300 anni fa. Il tipo di sepoltura molto profonda in combinazione con le estreme condizioni ambientali parrebbero indicare che gli archeologi si troveranno di fronte alle tombe congelate più antiche del pianeta, facendo fare passi da gigante alla nostra conoscenza della storia più antica della civiltà scita.
Un giaguaro Moche ospite della 25. Rassegna internazionale del Cinema archeologico: è stato prestato dalla Fondazione Sergio Poggianella
La Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto (7-11 ottobre) ha accolto un ospite inatteso: un giaguaro del Perù. Ma il pubblico è al sicuro! Si tratta di un vaso rituale zoomorfo, trasferito al foyer dell’auditorium Melotti (sede principale della Rassegna) dalla Fondazione Sergio Poggianella (Fsp), e lì vi rimarrà per tutta la durata della Rassegna: è uno splendido oggetto di cultura Mochica – la più raffinata e avanzata cultura pre-Inca – risalente al Periodo Intermedio Antico peruviano (100 a.C. – 550 d.C.). La FSP si è costituita a Rovereto, in Trentino, il 26 marzo 2013, senza scopo di lucro, per iniziativa del suo attuale presidente, Sergio Poggianella, che ha voluto creare una struttura in grado di gestire la conservazione e la valorizzazione di circa tremila tra opere d’arte e manufatti, collezionati dal fondatore nel corso della carriera di gallerista e curatore di mostre, e in occasione dei viaggi nei Paesi extraeuropei, e dallo stesso conferiti alla FSP. Del patrimonio della FPS fanno parte anche la biblioteca specialistica con quattromila volumi di scienze antropologiche e di arte moderna e contemporanea, l’archivio personale, le raccolte di fotografie e i documentari di viaggio che confluiranno in una mediateca on line.
Le collezioni della FSP consistono in una raccolta di 3000 opere d’arte e manufatti provenienti dai Paesi extraeuropei. Esse sono l’espressione degli interessi che Sergio Poggianella ha maturato nel corso dei quarant’anni di attività professionale, il segno e il senso delle ricerche e degli studi etno-antropologici intrapresi, la traccia dei viaggi compiuti e degli incontri casuali che si sono trasformati in sincere amicizie e solide collaborazioni. Le collezioni vengono incrementate attraverso nuove acquisizioni, donazioni e depositi. Tra queste c’è anche il giaguaro Moche in mostra alla Rassegna di Rovereto.
L’opera, molto ben eseguita, raffigura un felino (identificato come giaguaro) sdraiato su un fianco con la testa eretta: un’iconografia tipica ma qui riprodotta in una dimensione considerevole, particolare che, secondo gli esperti, la renderebbe “assolutamente rara nel panorama della coroplastica peruviana che di norma ha prodotto oggetti di più piccole dimensioni”. Un esemplare simile (differisce per la più comune foggia “a bottiglia” con ansa a staffa e per le dimensioni ridotte, 19 x 21) si trova al Museo Cileno di Arte Precolombiana (Chile, Santiago).
Arroccata sulla costa settentrionale del Perù, la cultura Moche si è sviluppata tra il Pacifico e le Ande, nelle valli di Lambayeque, Chicama, Moche e Viru: una regione caratterizzata dalla presenza del deserto. Era una società organizzata in classi e molto gerarchizzata, dedita all’agricoltura (le loro tecniche di irrigazione erano tali da garantire la sopravvivenza di grandi coltivazioni anche nell’area desertica) e alla pesca, alla metallurgia (producevano leghe dalle più rozze alle più pregiate per utensili, armi e gioielli) e all’arte. La cultura Moche è rinomata per i tesori delle tombe di Sipan e, soprattutto, per la sua produzione di ceramiche, immediatamente riconoscibili per qualità e per l’aspetto liscio e lucido.
A 27 anni dalla scoperta del Señor de Sipán, il più importante ritrovamento degli ultimi 30 anni in Perù, incontro a Roma e Milano con il suo scopritore, Walter Alva
A 27 anni dal ritrovamento della Tumba del Señor de Sipán, definita una delle dieci scoperte archeologiche più importanti del XX secolo e paragonata alla scoperta della Tomba di Tutankhamon e di Machu Picchu, Walter Alva, lo scopritore della tomba di Sipan, è in Italia per illustrare al pubblico tre decenni di ricerche, che hanno rivelato le misteriose civiltà pre-incaiche, affermatesi nel Nord del Perù a partire dal secondo millennio prima di Cristo e soprattutto l’evento culturale che ha rivoluzionato il mondo del Perù. L’appuntamento è a Roma il 17 settembre (al museo preistorico-etnografico Luigi Pigorini, alle 17) e a Milano il 18 settembre (alla Cavallerizza, alle 18). Sarà un viaggio inedito lungo la Ruta Moche nel nord del Perù.
Era la primavera del 1987 quando un gruppo di tombaroli in Huaca Rajada, vicino alla città di Sipan nel mezzo della Valle del Lambayeque, nel distretto di Zaña nel nord del Perù, trovarono diversi oggetti in oro. E solo un disaccordo tra di loro fece sì che il ritrovamento fosse segnalato alla polizia locale che fece irruzione nel sito, recuperando un certo numero di oggetti e avvisando immediatamente l’archeologo Walter Alva. Fu lui che chiamò Il Signore di Sipán (El Señor de Sipán) la prima delle numerose mummie Moche trovate a Huaca Rajada, un ritrovamento considerato fin da subito una delle più importanti scoperte archeologiche in Sud America negli ultimi 30 anni, poiché la tomba principale è stata trovata intatta e inviolata. Il monumento di Huaca Rajada è composto da due piccole piramidi di mattoni crudi collegate da una piattaforma bassa. La piattaforma e una delle piramidi sono state costruite prima del 300 d.C. dai Moche; la seconda piramide di Huaca Rajada è stata costruita intorno al 700 d.C. da una cultura più tarda. Molti huacas – diversamente dalla tomba di Sipan – sono stati saccheggiati dagli spagnoli durante e dopo la conquista dell’impero Inca.
Gli esami sullo scheletro hanno stabilito che il Signore di Sipan era alto all’incirca 1,63 metri e che morì a 35-45 anni. I suoi gioielli e ornamenti, che comprendevano un copricapo, una maschera, un pettorale d’oro con la testa di un uomo e il corpo di un polpo, collane, anelli da naso, orecchini e altri oggetti, confermano che il Signore di Sipan era del rango più alto. La maggior parte degli ornamenti erano di oro, argento, rame e pietre semi-preziose. Ma non era solo. Sepolto con il Signore di Sipán c’erano altre sei persone: tre giovani donne (probabilmente mogli o concubine che sarebbero morte qualche tempo prima), due maschi (probabilmente guerrieri), e un bambino di circa nove o dieci anni. I resti di un terzo maschio (forse pure lui guerriero) è stato trovato sul tetto della camera funeraria seduto in una nicchia che si affaccia sulla camera. C’era anche un cane che era probabilmente l’animale preferito dal Signore di Sipan. I guerrieri che furono sepolti con il Signore di Sipán avevano i piedi amputati, come per impedire loro di lasciare la tomba. Le donne erano vestite in abiti cerimoniali. Oltre alle persone, gli archeologi hanno trovato nella tomba un totale di 451 oggetti cerimoniali e le offerte (beni di sepoltura), ed i resti di numerosi animali, tra cui un cane e due lama.
A Genova in mostra il meglio dell’archeologia precolombiana dell’Ecuador. Intanto l’Italia restituisce l’intera collezione Pavesi (687 reperti) all’Ecuador
L’Italia riconsegna all’Ecuador 687 reperti archeologici precolombiani, cioè l’intera collezione Pavesi di proprietà del Comune di Genova: dopo la collezione Norero e la collezione Dogana questa è l’ultima operazione di restituzione di antichità allo Stato di provenienza in ottemperanza alla Convenzione Unesco 1970. Il sindaco di Genova Marco Doria e il console dell’Ecuador a Genova Esther Cuesta hanno firmato l’intesa in occasione dell’apertura della mostra “Ecuador al mundo: un viaje por su historia ancestral” che racconta 11mila anni di archeologia nel Paese dell’America Latina: dal periodo pre-ceramico (11000-4000 a.C.) all’impero Inca ( 1470-1534 d.C.). La mostra, aperta fino al 6 luglio al Castello D’Albertis, presenta una selezione di 218 reperti, tra i più rappresentativi tra quelli presenti nelle tre collezioni precolombiane recuperate a Genova: la collezione Norero, 3504 pezzi, la collezione Pavesi, 687 pezzi e la collezione Dogana di Genova, 667 pezzi. “La restituzione – interviene Esther Cuesta Santana – è una opportunità importante per la nostra storia e per la nostra cultura ancestrale e la mostra Ecuador al Mundo contribuisce a portare una maggiore interculturalità in una città che adesso sento anche un po’ mia”. E il sindaco: “Le definizioni “civiltà pre-colombiane” o “pre-ispaniche” pongono al centro il punto di vista occidentale mentre è molto più corretta la definizione “cultura ancestrale”, riportata nella mostra al Castello D’Albertis, che fa riferimento al passato senza riferirsi allo spartiacque della conquista da parte di culture all’epoca più forti militarmente”.
Il Castello D’Albertis è diventato museo delle Culture del mondo nel 2004, due anni dopo che la famiglia del senatore Vicente Norero ha donato a Genova una collezione di reperti precolombiani ecuadoriani. “Da allora – spiega l’assessore alla cultura Carla Sibilla – il museo ha valorizzato questo patrimonio per far conoscere agli italiani la storia dell’archeologia dell’Ecuador, Paese che vanta la prima ceramica del continente americano con le figurine della cultura Valdivia (4000 a.C.), e per farla “riscoprire” ai cittadini ecuadoriani ormai residenti a Genova”.

Due statuine della cultura Valdivia (4000 a.C.) che ha restituito le più antiche ceramiche dell’America Latina
La mostra, come si diceva, approfondisce le diverse culturali della storia antica dell’Ecuador attraverso più di 200 reperti preispanici in ceramica, conchiglia e metallo, appartenenti ai diversi periodi culturali dell’archeologia dell’Ecuador. E, scorrendo le relazioni degli archeologi, si evidenza che c’è un elemento comune a tutti i gruppi che si sono avvicendati nella storia ecuadoriana: lo scambio di conoscenze sull’uso delle materie prime, come l’ossidiana e la conchiglia spondylus, sulle tecniche per la realizzazione di oggetti di uso quotidiano e cerimoniale, e sulle pratiche agricole e commerciali, che permisero alle diverse popolazioni di sostentarsi con prodotti di uso domestico e beni di lusso. “Protagonisti della mostra – spiega la curatrice del museo delle Culture del mondo-Castello d’Albertis, Maria Camilla de Palma -, sono figurine umane declinate nelle diverse tappe della vita, e rappresentazioni di animali riprodotti per la loro valenza mitica e simbolica: in vasi, in stampi per tessuti e pittura corporale, in fischietti o maschere, in utensili per la vita domestica o cerimoniale, come macine per cereali o offerte funerarie. Essi compaiono nelle diverse aree geografiche testimoniando la cosmo-visione delle diverse culture nel tempo”.
La mostra, nell’ultima sezione, evidenzia “il ruolo del patrimonio culturale nella definizione dell’identità interculturale e plurietnica dell’Ecuador, e sottolinea come, nella accezione dinamica della identità, il recupero dei beni, oltre che dei saperi, faccia parte dell’identità ecuadoriana stessa, e come, per ovviare alla dispersione dei reperti archeologici appartenenti al patrimonio nazionale, la repubblica dell’Ecuador abbia recentemente implementato linee di azione internazionali per la restituzione dei suoi beni culturali”.

La curatrice del museo delle Culture del mondo-Castello d’Albertis, Maria Camilla de Palma, in una missione in un sito precolombiano
Maria
Camilla de Palma, insieme al console Esther Cuesta Santana, sta già pensando al “dopo restituzione”: come consentire, dopo la partenza delle collezioni per l’Ecuador, a genovesi ed ecuadoriani la possibilità di ammirare anche la cultura dell’Ecuador nell’ambito del museo delle culture del mondo? “Innanzitutto con una sala che “racconti” la storia della restituzione dei reperti archeologici e, forse, chiedendo allo stato dell’Ecuador una piccola selezione di opere da inserire nell’esposizione permanente. Ovviamente in comodato d’uso. Anzi, d’esposizione”.






























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