Al museo Egizio di Torino incontro con Julia Budka che presenta le ultime scoperte sulle ceramiche votive ad Osiride sotto la XXV dinastia trovate nella necropoli di Umm el-Qaab ad Abydos, la città sacra al dio dell’Oltretomba
Il sito di Abido, 550 chilometri a Sud del Cairo, sulla sponda occidentale del Nilo dal quale dista una ventina di chilometri, era considerato sacro dagli Egizi che qui ritenevano fosse sepolto il dio Osiride. Una delle più famose necropoli del sito è Umm el-Qaab, il cui nome moderno significa “Madre dei cocci”, poiché l’intera area è disseminata di frammenti di vasi di offerte fatte nel corso dei secoli, testimoni del culto di Osiride. Martedì 9 aprile 2019, alle 18, il museo Egizio di Torino ospiterà la conferenza in inglese “Ceramic votive offerings for Osiris: new evidence from Umm el-Qaab (Offerte votive in ceramica per Osiride: nuove prove da Umm el-Qaab)” tenuta dalla professoressa Julia Budka, dal 2015 professore di Archeologia e Arte egiziana alla Ludwig Maximilians Universität München. I suoi campi di specializzazione sono l’archeologia egiziana e la ceramica; conduce scavi in Sudan e in Egitto, sia in insediamenti che in siti funerari, in particolare a Luxor (Tebe), Elefantina, Abido e l’isola di Sai. La conferenza sarà introdotta dalla curatrice Federica Facchetti e verrà anche trasmessa via streaming sulla pagina Facebook del Museo. Ingresso libero in sala conferenze fino a esaurimento posti.
Dal 2007, il grande corpus di ceramiche associate al culto di Osiride a Umm el-Qaab è oggetto di studio nell’ambito di un progetto di ricerca del German Archaeological Institute del Cairo. La ceramica testimonia attività cultuali dal tardo Antico Regno, attraverso tutte le fasi della storia egizia, fino all’Epoca Tolemaica, Romana e Copta. Secondo la ceramica, uno dei periodi più importanti per il culto di Osiride a Umm el-Qaab è chiaramente la XXV dinastia (744–656 a.C.), formata da un gruppo di sovrani di provenienza nubiana. Recenti ricerche sul campo hanno portato ad un notevole aumento della comprensione della natura, della data, delle dimensioni e della variabilità dei depositi di ceramica in situ nei dintorni della tomba di Djer, faraone della I dinastia (5mila anni fa) che è stata reinterpretata come tomba di Osiride dalle dinastie del Nuovo Regni. La professoressa Budka presenterà il quadro rituale per il culto di Osiride, compresi i riferimenti alle fonti testuali, i resti architettonici e il paesaggio sacro di Abido.
“Nell’ambito del progetto “Culto di Osiride a Umm el-Qaab” dell’Istituto Archeologico Tedesco al Cairo, a Umm el-Qaab di Abydos”, spiega Julia Budka sul “Bullettin de liaison de ceramique egyptienne”, “sono stati documentati numerosi vasi ceramici che testimoniano un primo picco di notevole attività, dopo il Periodo Dinastico Antico, durante la XIX dinastia. Un aumento e una rinascita dell’attività cultuale nel sito avvennero specialmente durante la XXV e XXVI dinastia. L’importanza generale di Abydos durante il primo millennio a.C. si riflette anche nella ceramica votiva depositata a Umm el-Qaab, e questo vale anche per il periodo libico. Una notevole quantità di vasetti votivi e coppe offerte possono essere datati alla XXII dinastia”. E continua: “Tra la ceramica votiva a Osiride di Umm el-Qaab è stato trovato un considerevole numero di frammenti di vasi di grandi dimensioni destinati allo stoccaggio: sono i cosiddetti zîr, termine arabo per indicare dei vasi in terracotta di forma panciuta ad Abydos presumibilmente utilizzati per la conservazione dell’acqua. Oltre ai singoli vasi ricostruiti, più di 20 piccoli frammenti indicano una quantità totale di circa 100 di questi serbatoi di stoccaggio molto grandi”.
“Gli aspetti rituali dell’acqua e in particolare il suo importante ruolo all’interno del culto di Osiride sono ben noti”, continua Budka. “L’acqua versata nella tomba di Osiride a Umm el-Qaab potrebbe avere diverse implicazioni: come l’inondazione del Nilo e quindi la fertilità del dio; il ringiovanimento il dio rinfrescando il suo cuore attraverso la libagione o annaffiando le piante alla tomba come incarnazioni del dio rivissuto rispettivamente come parti del boschetto sacro presso la tomba del dio. Data la posizione della tomba ad Abydos, c’era bisogno di immagazzinare acqua non solo per le libagioni, ma anche per le persone che compivano atti rituali e che partecipavano alle processioni. Tranne che per un sottile strato di limo rimasto all’interno di alcuni vasi, non ci sono tracce di alcun contenuto dei vasi zîr di Umm el-Qaab. Sebbene manchi la prova, è molto probabile l’uso di questi vasi come vasi d’acqua. Fino ai giorni nostri i vasi zîr sono usati per immagazzinare acqua potabile per il consumo umano”.
Medio Egitto. Ad Antinoupolis, la città romana voluta dall’imperatore Adriano per il favorito Antinoo c’è un tempio ramesside di 1400 anni prima. Ne parla, con le ultime scoperte, l’egittologa Giulia Rosati al museo Egizio di Torino

La locandina dell’incontro con Giulia Rosati al museo Egizio di Torino sul tempio ramesside di Antinoupolis
Poco meno di 300 chilometri a Sud del Cairo, e a una decina da Beni Hasan, nel Medio Egitto sorgono le rovine della città di Antinoupolis, città fondata nel 130 d.C. dall’imperatore Adriano in memoria del suo favorito Antinoo, che secondo la tradizione si sarebbe lasciato annegare nel fiume per salvare il suo imperatore, come vaticinato da un oracolo. Tra le rovine di questa città romana si notano i resti di un tempio realizzato circa 1400 anni prima da Ramses II, riutilizzando gran parte di materiali di Tell el-Amarna, la città del faraone eretico Akhenaten. Prenderà spunto da questo tempio l’incontro con l’egittologa Giulia Rosati al museo Egizio di Torino. Appuntamento martedì 26 marzo 2019 alle 18 nella sala conferenze dell’Egizio. Giulia Rosati parlerà di “Un tempio per Amon e per tutti gli dei nella Città di Antinoo: antichi e nuovi culti nella fondazione di Adriano”. La conferenza sarà introdotta dal direttore del museo Egizio, Christian Greco. Gloria Rosati è professore associato di Egittologia all’università di Firenze dal 2007. Fin dal 1978 ha partecipato alle campagne di scavo dell’università di Firenze ad Antinoupolis, in Medio Egitto, e sta portando a compimento, assieme all’architetto M. Coppola, l’edizione del tempio di Ramses II. Nel corso degli anni ha partecipato a campagne in Egitto (Luxor) e Sudan (Gebel Barkal) dirette dall’università di Roma La Sapienza, e ha fatto pratica di testi funerari e rituali su papiro in scrittura ieratica, contribuendo al riordino della collezione dell’Istituto Papirologico “G. Vitelli” – Università di Firenze.
“Sebbene privo dei muri e delle coperture”, spiegano gli studiosi, “del tempio ramesside di Antinoupolis restano le colonne di corte e sala ipostila e – caso raro – gli architravi dell’ipostila e della terrazza orientale della corte. Ne è stata ormai definita correttamente la pianta e si possono fare ipotesi sulle fasi costruttive. Ufficialmente dedicato ad Amon, di fatto sono le grandi divinità nazionali e locali che vi hanno spicco. Ulteriori conoscenze sulla sua decorazione derivano incredibilmente dalle indagini archeologiche condotte nella città, dove materiali originariamente nel tempio sono stati a loro volta riusati. È recentissima poi una scoperta archeologica inattesa, nella quale si ritrovano geroglifici di età adrianea”.
L’appassionante racconto delle campagne archeologiche dell’antico Oriente da metà Ottocento a oggi rivive nell’incontro al museo Egizio di Torino con Paolo Matthiae che presenta il suo ultimo libro “Dalla terra alla storia. Scoperte leggendarie di archeologia orientale”

La maschera funeraria di Tutankhamon: uno dei tesori trovati da Carter e Carnarvon nella tomba del giovane faraone
L’appassionante racconto delle campagne archeologiche dell’antico Oriente da metà Ottocento a oggi, dalla decifrazione delle due scritture più antiche dell’umanità alle prime epiche imprese alla ricerca di Ninive, alle grandi scoperte nella Valle dei Re a Tebe, da Ebla, Qatna e Aleppo in Siria a Nimrud e Sippar in Mesopotamia, a Troia e Hattusa in Anatolia, ad Abido e Amarna in Egitto, fino a Gerusalemme in Palestina. Sarà un incontro particolarmente appassionante quello con Paolo Matthiae, il noto archeologo del Vicino Oriente, che mercoledì 20 marzo 2019, alle 12, nella sala conferenze del museo Egizio di Torino, nell’ambito del ciclo “Incontro con gli autori”, presenta il suo ultimo libro “Dalla terra alla storia. Scoperte leggendarie di archeologia orientale” (Einaudi). Come il titolo del volume fa intendere, Matthiae parte dalle evidenze archeologiche (e anche dalle fonti testuali) per ricostruire la storia culturale, politica ed economica dell’intera area vicino orientale: Anatolia, Siria, Mesopotamia e Levante, e anche l’Egitto. Il volume è suddiviso in dodici capitoli, ognuno dei quali è dedicato ad un sito chiave; la scelta di questi siti non è casuale, ma si tratta di luoghi che sono stati al centro di grandi scoperte archeologiche e continuano ad essere oggetto di nuove analisi e studi anche recenti. Tre siti sono egiziani, rispettivamente Abido, Avaris e Amarna, tre si trovano in Siria, Ebla, Qatna e Aleppo, due sono anatolici, Hattusa e Troia, uno è nel Levante, Gerusalemme, e tre si riferiscono all’area mesopotamica, Nimrud, Babilonia e Sippar. Ingresso libero in sala conferenze fino a esaurimento posti. Al termine della conferenza sarà possibile acquistare il libro “Dalla terra alla storia. Scoperte leggendarie di archeologia orientale” di Paolo Matthiae.

Il sito di Ebla in Siria: dal 2011, con lo stop alle missioni archeologiche a causa della guerra, non c’è più manutenzione. La città del III millennio a.C. si sta distruggendo
Dialogheranno con Paolo Matthiae il direttore Christian Greco, il prof. Stefano de Martino e la prof.ssa Clelia Mora. Paolo Matthiae è accademico dei Lincei, già professore di Archeologia e Storia dell’Arte del Vicino Oriente all’università di Roma “La Sapienza”. Dal 1963 ha diretto lo scavo nel sito siriano di Tell Mardikh, l’antica città di Ebla. Matthiae è autore di moltissimi volumi e saggi scientifici. Dopo le distruzioni operate dall’Isis in Siria e Iraq, Matthiae si è molto impegnato sul tema della protezione del patrimonio culturale in aree di guerra, pubblicando recentemente anche il volume “Distruzione, Saccheggi e Rinascite”, o organizzando mostre e convegni. Stefano de Martino è professore ordinario al dipartimento di Studi storici dell’università di Torino, dove insegna Ittitologia e Civiltà dell’Anatolia preclassica. È direttore scientifico del Centro Ricerche Archeologiche e Scavi di Torino per il Medio Oriente e l’Asia. È coordinatore del dottorato dell’università di Torino “Technology Driven Sciences: Technologies for the Cultural Heritage”. È autore di saggi e volumi sulla storia, la civiltà e la lingue degli Ittiti e dei Hurriti; fa parte del team internazionale che studia e pubblica le tavolette in lingua hurrita rinvenute nel sito di Ortaköy (Turchia). Clelia Mora è professore ordinario al dipartimento di Studi umanistici dell’università di Pavia, dove insegna Storia del Vicino Oriente antico e Storia, epigrafia e sistemi di scrittura nel Vicino Oriente antico. Dal 2000 al 2010 ha collaborato con la missione archeologica francese attiva a Terqa in Siria e dal 2010 è responsabile del Progetto Kinik Höyük, nell’ambito del quale sono condotte indagini archeologiche in Cappadocia in sinergia con la New York University.
Uno dei maggiori protagonisti dell’archeologia orientale rievoca origini, sviluppi e risultati delle più affascinanti imprese degli ultimi decenni. Sempre attento a rilevare, nel passaggio suggestivo dalla terra dello scavo all’interpretazione della storia, l’inestimabile contributo che le scoperte recano alla ricostruzione di un lontano passato fondamentale per lo sviluppo della civiltà umana, che vide il sorgere e l’affermarsi delle prime città, dei primi stati territoriali, dei primi imperi a vocazione universale nella storia mondiale. “Le scoperte rievocate e illustrate nelle pagine di questo libro hanno in comune alcune caratteristiche fondamentali. In primo luogo, sono il frutto, in modi certo diversi, di esplorazioni archeologiche sistematiche di lungo periodo. In secondo luogo, sono state realizzate, approssimativamente, nell’ultimo mezzo secolo. In terzo luogo, a un giudizio oggettivo e di nuovo in modi diversificati, hanno avuto un significato rivoluzionario. Il loro valore leggendario dipende, da un lato, dal forte impatto di innovazione che è tipico di tutte e, dall’altro, dal loro carattere inatteso e sorprendente. La notevole varietà di queste scoperte, in ambiti differenziati della ricerca storica, ha inciso, volta a volta, sulla storia politica, sulla storia religiosa, sulla storia sociale, sulla storia economica, sulla storia artistica, sulla storia letteraria e, in diversi casi, su più di una di esse…Se è vero che non v’è nulla di più concreto e reale di una scoperta archeologica, è altrettanto vero che le interpretazioni prime di quella scoperta, che sono un’esperienza esaltante, non hanno nulla di definitivo perché esse sono solo un contributo, primario e fondamentale, alle innumerevoli valutazioni storiche future. Le interpretazioni che per ciascuna delle scoperte raccolte in questo saggio sono qui presentate, spesso già oggetto di accesi dibattiti negli ambienti scientifici, nella maggior parte dei casi sono di questo tipo ed esprimono solo una parte iniziale del lungo loro tragitto, di fatto inesauribile, dalla terra alla storia”.
Firenze Archeofilm 2019 dedicato a Sebastiano Tusa, l’archeologo scomparso nel disastro aereo in Etiopia. Ecco l’ultima sua intervista, rilasciata da Tusa a TourismA. Il programma della prima giornata del festival
“Il mestiere dell’assessore, che non conoscevo, se fatto bene ti prende – direi – quasi anche la notte… per cui per me continuare a fare l’archeologo è stato molto difficile. Lo riesco a fare solo la sera, tardi, quando rientro a casa… Io continuo caparbiamente perché prima di tutto è una passione e poi perché ritengo sia importante continuare le ricerche già iniziate e soprattutto perché penso che non farò l’assessore a vita…”. Inizia così l’intervista – l’ultima intervista purtroppo prima della sua tragica morte in Etiopia – che l’archeologo Sebastiano Tusa, nella veste di assessore ai Beni culturali della Regione siciliana, ha rilasciato agli organizzatori di Tourisma 2019, dove – come avevamo scritto – il 23 febbraio 2019 era intervenuto in un confronto sul cosiddetto “ponte Morandi” di Agrigento (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2019/03/11/archeologia-in-lutto-nel-disastro-aereo-del-boing-737-precipitato-in-etiopia-e-morto-larcheologo-sebastiano-tusa-siciliano-doc-docente-di-paletnologia-e-archeologia-marina-ha-creato-la-so/). E ora, all’indomani del terribile schianto del Boing 737 dell’Ethiopian Airlines da Adis Abeba a Nairobi, precipitato sei minuti dopo il decollo, dove Tusa, con altri 156 passeggeri, ha trovato la morte, il direttore di Archeologia Viva, Piero Pruneti, non solo mette a disposizione di tutti (lo pubblichiamo anche noi con piacere), ma, di concerto con il direttore di Firenze Archeofilm Dario Di Blasi, ha deciso di dedicare proprio all’archeologo Sebastiano Tusa l’edizione 2019 di Firenze Archeofilm, il festival di Archeologia, Arte e Ambiente in programma al cinema La Compagnia di Firenze da mercoledì 13 a domenica 17 marzo 2019, oltre ottanta film provenienti da tutto il mondo, tra cui moltissime anteprime, che accompagneranno il pubblico a spasso nel tempo e tra i luoghi più remoti del pianeta (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2019/03/05/firenze-archeofilm-2019-ecco-il-programma-delle-cinque-giornate-di-proiezioni-con-una-sessantina-di-film-in-concorso-da-una-ventina-di-paesi-alla-fine-saranno-consegnati-tre-premi/).

Il manifesto della seconda edizione di Firenze Archeofilm, festival internazionale di archeologia arte ambiente
Cinque giorni di grandi film. Si potrà così entrare, per la prima volta dopo trent’anni dall’ultima missione, nella Piramide di Giza al seguito dell’equipe di archeologi che hanno scoperto una nuova camera segreta. Oppure, restando in Egitto, capire chi fu davvero il faraone bambino, Tutankhamon, tra miti, leggende e false maledizioni. Spazio anche alle realtà di casa nostra con un filmato che ripercorre le gesta del toscano Girolamo Segato, l’uomo che pietrificava i corpi, mentre si potrà assistere alle prime visite turistiche a Pompei negli anni sessanta attraverso filmati originali. Ci si potrà poi avvicinare alle civiltà più lontane da noi come quella delle antiche città di pietra ormai inghiottite dalla giungla in Tanzania, o, salire sulle vette dell’Himalaya dove sono state scoperte alcune mummie perfettamente conservate risalenti a 5000 anni fa. Creta e i resti del famoso labirinto del Minotauro, le imprese navali dei Vichinghi, la corsa contro il tempo degli archeologi nelle zone di guerra, la celebre Battaglia di Canne (in 3 D) e il mercato nero dei fossili di dinosauri in Mongolia solo alcuni degli altri argomenti proposti al pubblico. Sarà quest’ultimo che, in veste di giuria popolare, potrà votare i film in concorso attribuendo così il “Premio Firenze Archeofilm” alla pellicola più gradita.

La maschera funeraria di Tutankhamon: uno dei tesori trovati da Carter e Carnarvon nella tomba del giovane faraone
Prima giornata, mercoledì 13 marzo 2019. Si inizia con la Cina per sapere di più sulle straordinarie “ruote idrauliche” capaci fin dall’antichità di sfruttare la potenza del fiume Giallo per l’irrigazione dei campi. Un’arte perduta nel ventunesimo secolo, rinata oggi grazie ad un lontano discendente dell’inventore. Sarà poi la volta di Tutankhamon con un film che cerca di indagare su chi sia stato veramente questo personaggio: un fragile bambino o un signore della guerra? Spazio anche ai misteri di casa nostra dove, in una piccola chiesa delle Marche, gli archeologi stanno cercando di risalire alle ultime ore di vita di ben 18 mummie perfettamente conservate. Una sfida a bordo di alcuni kayak lungo le antiche rotte di navigazione nei Caraibi è oggetto invece della pellicola che documenta un progetto di archeologia sperimentale senza precedenti. E ancora il pubblico potrà conoscere l’Irlanda tra Neolitico e presente dove sull’orlo di vertiginose falesie incontriamo ancora oggi abitanti/custodi di questo paesaggio. Si resta al Nord col film che porta alla riscoperta della verità sui leggendari Vichinghi e il loro viaggio epico verso le Americhe. E ancora. “Creta e il Mito del labirinto”, il titolo del film che illustra la grande capacità del popolo minoico nella costruzione di edifici che hanno alimentato la leggenda. Prende le mosse da uno dei “gialli” più antichi il film che indaga sulla scomparsa dell’Uomo di Neanderthal improvvisamente 30.000 anni fa. Genocidio, epidemie, cambiamenti climatici? Il regista del film accompagna il pubblico attraverso una sorta d’indagine criminale nei laboratori forensi di tutto il mondo. Infine uno sguardo all’ambiente e alle criticità del nostro tempo con uni straordinario viaggio in Artico, al momento il luogo più fragile del pianeta a causa del riscaldamento globale.
La donna al tempo dei faraoni: al museo Egizio di Torino visita guidata speciale nel giorno della Festa della donna, con ingresso gratuito a tutte le donne
Dea, sposa, madre, regina, e talora anche faraone. Ma sempre donna. E nell’Antico Egitto, come scrive Edda Bresciani, “la donna godette di un grado di autonomia e di importanza sociale e giuridica superiore alla maggior parte dei popoli antichi. Sposata o no, essa deteneva il diritto di proprietà (che conservava durante il matrimonio), poteva essere soggetto giuridico e disporre liberamente dei propri beni. Ci furono donne che arrivarono a regnare e donne che furono divinizzate”. Venerdì 8 marzo 2019, nel giorno della Festa della Donna, il museo Egizio di Torino propone una visita guidata speciale, oltre che a garantire l’ingresso gratuito a tutte le donne che si presenteranno alla biglietteria del museo. Alle 16.10 parte la speciale visita guidata dal titolo “La donna al tempo dei faraoni”. La visita, prevista per un pubblico di adulti, permetterà di riscoprire la vita delle donne nell’antico Egitto: dalla quotidianità fino al ruolo ricoperto nei riti funerari, attraverso una dettagliata analisi dei corredi privati rinvenuti nelle tombe. Il percorso, di circa due ore, permetterà di apprezzare gli equilibri tra la sfera maschile e femminile nelle differenti situazioni di vita e terminerà al cospetto di una delle divinità femminili più note: la dea leonessa Sekhmet, simbolo di forza e potere, femminilità e maternità. La prenotazione è obbligatoria, telefonando al 011 4406903 o scrivendo a info@museitorino.it. Per partecipare, è richiesto un contributo di 7 euro, oltre al biglietto di ingresso (necessario solamente per gli uomini).
Firenze Archeofilm 2019: ecco il programma delle cinque giornate di proiezioni, con una sessantina di film in concorso da una ventina di Paesi. Alla fine saranno consegnati tre premi

Il manifesto della seconda edizione di Firenze Archeofilm, festival internazionale di archeologia arte ambiente
Una sessantina di film in concorso da una ventina di Paesi e una decina fuori concorso: è tutto pronto per la seconda edizione di Firenze Archeofilm, Festival internazionale del Cinema di Archeologia Arte e Ambiente, in programma dal 13 al 17 marzo 2019 al Cinema La Compagnia di Firenze, organizzato da Archeologia Viva (Giunti Editore) con la direzione artistica di Dario Di Blasi. Le edizioni video a cura di Fine Art Produzioni – Augusta (Sr); la voce di Davide Sbrogiò; le traduzioni di Stefania Berutti, Carlo Conzatti, Sara Loprieno, Marco Martignone, Giulia Pruneti, Martina Scarcelli, Valeria Volpe. “Le immagini dipinte e incise nelle grotte preistoriche dell’Addaura , di Levanzo o della Liguria, le pietre e resti di centinaia di siti archeologici di Roma, Ercolano, Stabia , Agrigento, Sardegna , mosaici e straordinari oggetti ed affreschi conservati in antiche città distrutte come Pompei, Aquileia, Selinunte, Morgantina e in piccoli e grandi musei archeologici quali Volterra, Metaponto, Paestum, Taranto, Napoli, Siracusa, Torino, Palermo”, interviene Dario Di Blasi, “suggeriscono migliaia di racconti di storie umane liete e drammatiche , di pace e di guerra , umane appunto. Ho citato solo alcuni luoghi ma tutto il paesaggio storico dell’Italia intera potrebbe inondare il mondo di storie e di racconti di uomini che sono vissuti prima di noi e il cinema è e potrebbe essere molto di più un veicolo straordinario per proporci storie e racconti così come le fiabe che sussurravano, a noi bambini, genitori e nonni. Fiabe e storie per la nostra conoscenza, per il nostro sapere, in definitiva cultura”.

La maschera funeraria di Tutankhamon: uno dei tesori trovati da Carter e Carnarvon nella tomba del giovane faraone
Firenze Archeofilm inizia mercoledì 13 marzo 2019. Il programma del mattino (9.30 – 13.30), dopo i saluti, apre con “Splendidissima Civitas” di Rui Pedro Lamy (Portogallo, 2017; 20’). In Portogallo, dove ora sorge il villaggio di Bobadela, i Romani fondarono una “splendidissima civitas”, la città più splendida, come la chiamarono quasi 2000 anni fa. Il suo vero nome ci è sconosciuto, ma sappiamo che fu fondata sotto Augusto e che qui vennero eretti quelli che erano gli edifici tipici di una città romana, tra cui il foro e l’anfiteatro, destinato agli spettacoli e ai combattimenti tra gladiatori. La monumentalità di questi spazi pubblici testimonia l’importanza che ricopriva la città, che doveva rappresentare tutto il potere di Roma. Seguono “Still Turning” di Jesse Pickett (Canada, 2017; 10’). “Tutankhamon, i segreti del faraone: un re guerriero / Toutankhamon, les secrets du pharaon: un roi guerrier” di Stephen Mizelas (Regno Unito, 2017; 50’). Tutankhamon è uno degli ultimi faraoni della XVIII dinastia. Il suo favoloso tesoro, scoperto intatto quasi un secolo fa, ne ha fatto il faraone più famoso e più studiato della storia. Il corredo della sua tomba è una fonte inestimabile di informazioni sull’antico Egitto, ma anche su questo giovane re, il cui regno è ancora un mistero per gli archeologi. Chi era veramente? Un fragile re-bambino o un signore della guerra? Morì di malattia o venne ucciso in battaglia? Tre oggetti con cui il faraone riposa aiutano gli archeologi a rivelare il suo vero volto… “Manohar Ambanagri” di Rahul Narwane (India, 2017; 13’). “La Chiesa dei morti” di Lara Agnoletti (Italia, 2018; 30′). A Urbania, nelle Marche, nall’interno di una piccola chiesa, sono conservate 18 mummie. Oltre che per il numero di corpi rinvenuti, questo sito ha da sempre attratto studiosi e ricercatori per il grado di conservazione che i morti presentano. In alcune mummie è infatti possibile osservare ancora i muscoli in tensione, le parti cartilaginee e i tratti somatici. Così, grazie alla semplice osservazione diretta è possibile risalire alla causa di morte e allo stile di vita. Attraverso le interviste di studiosi e ricercatori italiani, il documentario ricostruisce le ultime ore di vita di tre delle 18 mummie. “The place before me / O lugar antes de mim” di Karla Nascimento (Brasile, 2018; 52’). Documentario incentrato sul sito archeologico di Gruta das Pedras Brilhantes (Grotta delle Pietre Brillanti), a São Desidério, un comune del Brasile nello Stato di Bahia. La grotta, così chiamata per la presenza di pietre luminose, continua a intrigare gli archeologi, che non hanno ancora raggiunto un accordo per spiegare questa caratteristica. La luminosità potrebbe essere originata da una reazione chimica naturale, da un’azione umana o forse dalla combinazione dei due elementi… “Pasión Amerindia” di David Bottome (Venezuela, 2018; 17’). Il film racconta le tappe più significative della cosiddetta “Sfida dei Caraibi”, un progetto di archeologia sperimentale finalizzato a ripercorrere, a bordo di kayak, le antiche rotte di navigazione pre-ispaniche compiute dai nativi americani. Un modo per riscoprire le fasi più significative e ingiustamente dimenticate della storia latino americana prima del periodo ispanico. Per risvegliare nel pubblico il rispetto e l’ammirazione che tali radici dovrebbero meritare. Chiude la mattinata, fuori concorso, “Il passeggero artista” di Damiano Falanga (Italia, 2018; 5’).

Una scena del film “Creta, il mito del Labirinto / Crète, le mythe du Labyrinthe” di Mikael Lefrançois, Agnès Molia
Il pomeriggio (15-19) di mercoledì 13 marzo 2019 apre con il film “Puzzle Azilien” di Alexis Villaine, Nicolas Baker (Francia, 2018; 6’). Seguono i film “Céide Fields” di Davide Gambino, Gabriele Gismondi (Italia, 2018; 50’). Céide Fields è un luogo che racconta le origini del paesaggio coltivato e di un passato remoto che si è a lungo negato allo sguardo. Indossando una lente narrativa è possibile osservare questa apparente invisibilità dietro cui si cela un complesso crocevia tra archeologia, agricoltura e allevamento, tra pratiche didattiche e necessario sviluppo turistico, tra pressanti questioni ambientali, climatiche ed energetiche. Ai confini del continente europeo, nel nord-ovest dell’Irlanda, sull’orlo di vertiginose falesie, tra luoghi umidi e animali da allevamento, incontriamo i custodi di questo paesaggio che si interrogano sulle comunità del Neolitico e che guardano verso un incessante scambio transgenerazionale. “Creta, il mito del Labirinto / Crète, le mythe du Labyrinthe” di Mikael Lefrançois, Agnès Molia (Francia, 2018; 26’). Creta, tra il 3000 e il 1400 a.C., fu la culla della prima grande civiltà del mondo greco: i minoici. Primo popolo europeo a padroneggiare la scrittura, hanno costruito sontuosi edifici dall’architettura complessa e monumentale. I miti greci sono stati a lungo sfruttati per spiegare queste strutture, fino ai recenti scavi che hanno infine portato alla decodificazione di questi edifici. “I misteriosi manoscritti di Shiva / Les mystérieux manuscrits de Shiva” di Pierre de Parscau, Nicolas Baker (Francia, 2018; 7’). Chiude il pomeriggio “Vichinghi riscoperti / Vikings unearthed” di Harvey Lilley, Paula S. Apsell (Regno Unito, 2016; 120’). Un film che ci porta alla scoperta della verità sui leggendari Vichinghi e il loro epico viaggio nelle Americhe. Questi guerrieri scandinavi, famigerati per le loro temibili incursioni, erano però anche esperti navigatori, abili commercianti e coraggiosi esploratori. Tra prove archeologiche ed eccezionali ricostruzioni il film ci porta nel mondo di questi intrepidi avventurieri.
Il programma della sera (20.45-23) di mercoledì 13 marzo 2019 inizia col film “Vivere tra le rovine / Living amid the ruins” di Isılay Gürsu (Turchia, 2017; 14’). Il film esamina la complessa relazione tra archeologia e società contemporanea, concentrandosi su come le comunità che abitano vicino ai siti archeologici siano influenzate dal contesto in cui vivono. Il cortometraggio conduce lo spettatore nell’antica regione della Pisidia, sulla catena montuosa del Tauro nel sud-ovest della Turchia. Segue “Fortificazioni, città e ardesie: la Raya all’inizio del Medioevo / Fortificaciones, poblados y pizarras: la Raya en los inicios del Medievo” di Pablo Moreno Hernández (Spagna, 2018; 11’). Chiude “Chi ha ucciso i Neandertal? / Qui a tué Néandertal?” di Thomas Cirotteau (Francia, 2017; 90’). 350mila anni fa, una specie umana stava dominando il mondo, nonostante le dure condizioni del pianeta. Erano i Neandertal. Nel corso di migliaia di anni, questi raccoglitori-cacciatori riuscirono a sviluppare una cultura complessa… Poi circa 30.000 anni fa questi uomini, donne e bambini scomparvero per sempre, e il perché rimane ancora un mistero. Genocidio, epidemie, cambiamenti climatici, consanguineità, diluizione genetica… Molte sono le ipotesi principali. Per chiarire l’enigma, il film porta avanti una sorta di indagine criminale, guidandoci nei laboratori forensi di tutto il mondo e nelle principali regioni abitate dai Neandertal.
Giovedì 14 marzo 2019, seconda giornata. Il programma del mattino (9.30-13) apre col film “Antiquarium – Memorie dal passato” di Giovanni Giordano (Italia, 2018; 30’). Un viaggio all’interno della mostra “Memorie dal passato”, dove il nostro conduttore ci accompagnerà all’interno dei locali dell’Antiquarium di Gravellona Toce in Piemonte. Scopriremo la storia dei rinvenimenti della necropoli di Pedemonte, degli scavi degli anni ‘50 e del principale artefice della scoperta, Felice Pattaroni. Seguono i film “Le statue in bronzo del Quirinale. Un esperimento archeologico / Die Bronzestatuen vom Quirinal. Ein archäologisches Experiment” di Elli Gabriele Kriesch (Germania, 2018; 13’). “Città misteriose: Toscana” di Luca Trovellesi Cesana (Italia, 2015; 23’). Esistono luoghi in Italia dove nulla è stato lasciato al caso. Dove tutto ciò che è visibile conserva la memoria di fatti inquietanti e messaggi indecifrabili, spesso ignoti agli stessi abitanti. Nell’episodio, dedicato alla Toscana, si parla dell’eclettico Girolamo Segato, l’uomo che “pietrificava i corpi”, della celebre Congiura dei Pazzi e del discusso DNA degli Etruschi… “Misteriose scoperte nella Grande Piramide / Mysterious discoveries in the Great Pyramid” di Florence Tran (Francia, 2017; 52’). La Grande Piramide di Giza continua a esercitare un fascino irresistibile. Nel novembre 2017, il team di ricerca di Scan Pyramids ha annunciato una scoperta storica: utilizzando una tecnologia all’avanguardia e non invasiva, ha scoperto nuove cavità all’interno della Grande Piramide. Il film mostra come questi esploratori moderni siano giunti a questa scoperta epocale. Testimonia la prima missione scientifica nella piramide di Cheope autorizzata dal governo egiziano dopo 30 anni. “La Stele della Tempesta / The Tempest Stela” di Olivier Vandersleyen (Belgio, 2017; 64’). Cinquant’anni fa, l’egittologo belga Vandersleyen tradusse una stele rinvenuta poco dopo la fine della seconda guerra mondiale a Karnak, vicino Luxor, in Egitto. La stele descrive la terribile tempesta in Egitto che invita chiaramente a badare alle Piaghe d’Egitto, come descritto nel libro dell’Esodo. Nel 2014, una ricerca dell’Università di Chicago ha confermato un legame tra la Stele della Tempesta e la catastrofica eruzione di Thera, il vulcano di Santorini che distrusse metà dell’isola 3500 anni fa. Fu forse questo disastro a portare alla fuga di massa di un intero popolo? Se l’eruzione potesse essere datata con precisione, questo renderebbe possibile fissare una data dell’Esodo.
Il pomeriggio (15-19) di giovedì 14 marzo 2019 apre con il film “Il mistero delle pietre falliche dell’Etiopia / The mystery of Ethiopia’s phallic stones” di Alain Tixier (Francia, 2018; 52’). Una squadra di archeologi europei ha scoperto un sito megalitico dieci volte più grande del sito di Carnac in Bretagna. Su uno scosceso restringimento della Rift Valley, nel cuore dell’Etiopia, si ergono diverse migliaia di monoliti di grandi dimensioni e di inconfondibile forma fallica, la cui origine sembra essere a dir poco misteriosa. Un team multidisciplinare sta per effettuare scavi al fine di datare questa straordinaria eredità megalitica abbandonata da una civiltà totalmente sconosciuta agli storici… Gli archeologi tenteranno di scoprire come e perché questi enormi falli di pietra siano stati modellati ed eretti in una regione così remota. Seguono “La storia dimenticata degli Swahili / L’histoire oubliée des Swahilis” di Raphael Licandro, Agnès Molia (Francia, 2018; 26’). Lungo la costa orientale dell’Africa, il popolo degli Swahili a lungo ha intrigato gli scienziati. Divennero musulmani molto prima dell’islamizzazione dell’Africa, e la loro lingua, lo swahili, è infusa con l’arabo. Si ritiene che in questa zona, tra il X e il XV secolo, gli Swahili avessero costruito dozzine di opulente città in pietra. Oggi queste città sono scomparse, inghiottite dalla giungla, insieme a un’intera parte della storia del popolo swahili. Tuttavia, grazie agli scavi condotti a Kilwa, la città-stato in pietra più maestosa della Tanzania, una squadra di archeologi sta facendo luce sul passato dimenticato degli Swahili. “La strada per il Regno / Droga do Królestwa / The road to the Kingdom” di Zdzisław Cozac (Polonia, 2018; 52’). Il film ripercorre la storia delle origini della Polonia, uno dei più grandi paesi dell’Europa centro-orientale, le cui radici risalgono alla metà del X secolo. Il film mostra come Mieszko I, fondatore del Regno di Polonia, prese gradualmente il controllo del territorio compreso tra l’Oder e la Vistola gettando così le basi per la fondazione del Regno. Il regista esamina le varie regioni dell’attuale Polonia per individuare eventuali tracce della presenza di Mieszko e del suo esercito. “Pastori nella grotta / Shepherds in the cave” di Anthony Grieco (Canada, 2016; 84’). Un team internazionale di restauratori e archeologi iniziano i lavori di restauro su alcuni affreschi medievali all’interno di un sistema di antiche grotte nel territorio di Altamura, in Puglia. Sfidando la burocrazia locale e l’abbandono sistemico dei siti archeologici, la squadra incontra una comunità di pastori e migranti che hanno usato le caverne per secoli, scoprendo così una cultura ancora viva che per prima cosa è importante conservare.
Il programma della sera (20.45-23) di giovedì 14 marzo 2019 si apre con il film fuori concorso “Il tempo dell’impero” di Damiano Falanga (Italia, 2018; 4’). Seguono i film “Siria. Gli ultimi difensori del Patrimonio dell’Umanità / Syrie. Les derniers remparts” di Jean-Luc Raynaud (Francia, 2017; 53’). Questa è la storia di una catena umana composta da cittadini disarmati, pacifisti e in rivolta che rappresentano le ultime barriere protettive a difesa del Patrimonio Culturale dell’Umanità: uomini sul campo, in Siria e in Iraq, che rischiano la vita, con l’aiuto di quelli che, in esilio, li sostengono a distanza. La loro missione è salvare ciò che può ancora essere salvato della loro eredità e identità culturale. Uomini che lavorano nell’ombra e rifiutano la scomparsa della loro cultura. “I primi uomini dell’Himalaya / Les premiers hommes de l’Himalaya” di Clark Liesl (Regno Unito, 2017; 53’). Nella regione del Mustang, in Nepal, migliaia di grotte ospitano tombe con mummie estremamente ben conservate, oltre a manoscritti, ceramiche e gioielli datati dal 2500 a.C. al 1400 d.C. Ma la scoperta più incredibile si trova nel DNA rinvenuto che spiega come questi homo sapiens sapiens siano riusciti ad adattarsi e sopravvivere a un clima estremo e a tale altitudine. Una scoperta che potrebbe trasformare la nostra coscienza sull’evoluzione dell’essere umano.
Venerdì 15 marzo 2019, terza giornata. Il programma del mattino (9.30-13) apre col film “Pinturas Huerta del capellan” di Antonio Nevado (Spagna, 2018; 12’). Seguono i film “Alla ricerca dei secoli bui / W poszukiwaniu sredniowiecza” di Jakub Stepnik (Polonia, 2018; 8’). “C’era una volta Iato” di Donatella Taormina (Italia, 2017; 20’). Sullo sfondo di scenari e personaggi realizzati con ombre cinesi, dodici ragazzi narrano la storia di Iato, da città elimo-sicana a ultima roccaforte musulmana di Sicilia in lotta contro Federico II di Svevia. Il corto, estremamente originale per la trovata artistica e narrativa, è stato realizzato in ambito scolastico durante un progetto dedicato alla storia del monte Iato. “Choquequirao, la geografia sacra degli Incas / Choquequirao, la géographie sacrée des Incas” di Agnès Molia, Nathalie Laville (Francia, 2017; 26’). Ultimi arrivati sulla scena andina, nel XV secolo gli Incas costruirono il più grande impero che l’America avesse mai visto. Sebbene non conoscessero né la scrittura né la ruota, gli Incas si rivelarono geniali architetti, costruendo enormi edifici in pietra e terrazze a più livelli per l’agricoltura. “Oman, il tesoro di Mudhmar / Oman, le trésor de Mudhmar” di Cédric Robion (Francia, 2017; 52’). Un team di scienziati francesi sta conducendo importanti scavi in Oman. Il loro obiettivo è capire come gli abitanti di queste terre siano riusciti a prosperare in un ambiente così ostile, creando tecnologie innovative per la gestione dell’acqua. Il documentario segue l’équipe di giovani archeologi ai quali il deserto riserverà non poche sorprese nel corso di questa emozionante avventura archeologica nel cuore del Medio Oriente. “In morte di un archeologo. Winckelmann, Trieste e il riscatto di una città” di Piero Pieri (Italia, 2017, 58’). L’8 giugno 1768 Johann Joachim Winckelmann, studioso di chiara fama, Prefetto delle Antichità del Vaticano, ideatore della scienza archeologica e della moderna storia dell’arte, muore assassinato a Trieste. L’assassino, Francesco Arcangeli, viene rapidamente catturato, processato e giustiziato. Gli atti del processo rivelano la modernità dell’approccio alle indagini ma lasciano tuttavia molti dubbi sul reale movente di quel sanguinoso crimine. “Il “ragazzo” con la Nikon – Libia. Antiche architetture berbere” di Lucio Rosa (Italia, 2019; 31’). Le antiche oasi che i berberi di Libia “vestirono” di una splendida architettura, oggi sono quasi tutte abbandonate e cadute nel degrado. È un mondo che sta scomparendo non essendoci più grande interesse per il recupero e per la conservazione della memoria e della storia. Inoltriamoci in questi luoghi, percorriamo queste strade, visitiamo quanto di prezioso rimane di un tempo antico: le architetture sublimi di antiche sontuose dimore, le elaborate architetture con cui si innalzavano magazzini fortificati, i villaggi che accoglievano i mercanti.
Il pomeriggio (15-19) di venerdì 15 marzo 2019 apre con il film “Olimpia, le origini dei Giochi / Olympie, aux origines des Jeux” di Olivier Lemaitre (Francia, 2016; 52’). Sia santuario religioso che sito sportivo, Olimpia fu, per quasi mille anni, sede dei giochi più prestigiosi dell’antica Grecia. Gli archeologi hanno indagato gran parte del sito e hanno rinvenuto grandi quantità di ceramiche dipinte che rappresentano gli atleti. Ma queste scene sono una rappresentazione accurata della realtà? Utilizzando ricostruzioni e immagini tridimensionali, il documentario riporta in vita le meraviglie passate di Olimpia e immerge lo spettatore nel cuore dei celebri Giochi. Seguono i film “Tavsan Adası” di Gerhard Lampe (Germania, 2017; 44’). Un team dell’Halle Institute of Media, autorizzato ad accompagnare la campagna di scavi sulla penisola di Mileto nel 2015, ha potuto così documentarne i risultati più importanti. Grazie alla scoperta di François Bertemes di un porto cittadino dall’età del Bronzo sull’isola Tavsan Adası, adesso è possibile ricostruire importanti aspetti della cultura minoica e dimostrare come il commercio minoico fosse molto più grande di quanto si pensasse in precedenza. “#inminimismaxima” di Pierre Gaignard, Laura Haby (Francia, 2018; 52’). “La natura è la più grande nelle piccole cose” (Plinio il Vecchio). È a partire da piccoli indizi, scoperti metodicamente nella terra, che gli studiosi di Preistoria restituiscono i modi di vita dei nostri avi. Questo film ibrido, artistico e archeologico, invita a pensare l’Umanità di ieri guardando quella di oggi e viceversa. L’archeologo e il regista si confrontano con l’assenza di documenti scritti col medesimo sguardo etnografico. “Sekar Arum – La forgiatura del Gamelan giavanese / Sekar Arum – Forging the Javanese Gamelan” di Maurice Gunning (Indonesia-Irlanda, 2017; 5’). “Il sarcofago ghiacciato della Mongolia / Le sarcophage glacé de Mongolie” di Cédric Robiom (Francia, 2013; 52’). Nelle steppe ghiacciate dell’Altai, una spedizione archeologica franco-mongola si accinge a scavare la sepoltura di 2.300 anni di un guerriero scita. Attratti dall’insolita situazione, alcuni nomadi kazaki hanno allestito il loro accampamento estivo vicino agli scavi. Dunque l’archeologia e l’etnologia collaborano per rivelare inquietanti somiglianze tra questi due popoli separati da 2000 anni.
Il programma della sera (20.45-23) di venerdì 15 marzo 2019 inizia con il film “Mesopotamia in memoriam. Appunti su un patrimonio violato” di Alberto Castellani (Italia, 2019; 50’). Il film intende proporre un’indagine sul “passato” e sul “presente” della Mesopotamia e in particolare sulla grande stagione della nascita e dello sviluppo della cultura urbana in Iraq. Grazie al secolare apporto della ricerca archeologica emerge nella “terra tra i due fiumi” una lunga storia fatta di insediamenti e di figure entrate nel mito. Segue il film “L’enigma della tomba celtica / L’énigme de la tombe celte” di Alexis de Favitsky (Francia, 2017; 90’). Fine 2014: a Lavau, vicino a Troyes, nello Champagne francese, alcuni archeologi dell’Inrap riportano alla luce una necropoli dell’età del Ferro in cui fanno una scoperta straordinaria: sotto un enorme tumulo, in una camera funeraria di 14 metri quadrati, c’è uno scheletro adornato con bellissimi gioielli. Il suo corpo è circondato da oggetti di lusso, tra cui un servizio di piatti che comprende anche magnifici pezzi greci ed etruschi. La tomba di questo ricco uomo celtico morto nel V secolo a.C., ormai soprannominato “il principe di Lavau”, costituisce una delle più importanti scoperte archeologiche in ambito europeo.
Sabato 16 marzo 2019, quarta giornata. Il programma del mattino (9.30-13.30) inizia con il film fuori concorso “La Villa dei Quintili, la tenuta e il Casale di Santa Maria Nova” di Roberto Bonavenia (Italia, 2018; 7’). Seguono i film “ArtQuake” di Andrea Calderone (Italia, 2017; 60’). L’Italia vive una condizione unica al mondo: possiede un patrimonio storico artistico inestimabile e presenta un elevato rischio sismico. ArtQuake affronta questa situazione eccezionale approfondendo il rapporto tra comunità umane, fenomeni naturali e creazione artistica, un rapporto che il terremoto ogni volta mette in crisi e riafferma. “Scritto sulla pietra / Nebeshteh bar Sang / Written in stone” di Farhad Pakdel (Iran, 2014; 17’). “Gladiatori, il ritorno / Gladiateurs, le retour” di Emmanuel Besnard, Gilles Rof (Francia, 2016; 26’). Oltre quindici secoli dopo la loro scomparsa, i gladiatori sono tornati nell’anfiteatro di Arles in Francia, con combattimenti e corsi di formazione. Promotore di questo ritorno è l’esperto di arti marziali Brice Lopez, che da vent’anni dedica la sua vita a ricostruire meticolosamente le regole e il contesto di queste antiche battaglie. Con il suo team offre ai ricercatori e al pubblico una nuova visione, lontana dalle fantasiose versioni hollywoodiane, di quello che è stato il primo grande spettacolo nella storia dell’umanità. “Il papiro dimenticato della Grande Piramide / Le Papyrus oublié de la Grande Pyramide” di Williams Gwyn (Regno Unito, 2017; 90’). Per migliaia di anni, la Grande Piramide di Giza ha esercitato il suo forte fascino e molti archeologi hanno voluto capire i segreti della sua costruzione. Oggi il mistero è finalmente rivelato. La scoperta del papiro più antico mai trovato in Egitto permette di rispondere a tutte queste domande: chi erano gli operai e quanti erano? Quali erano i loro strumenti? Con quali mezzi sono stati trasportati i blocchi di pietra?… Scritto da un certo Merer, uomo di fiducia del faraone Cheope, questo registro è una miniera di informazioni per la missione archeologica franco-egiziana che l’ha rinvenuto nel 2013 nel sito di Wadi el-Jarf. Un’indagine archeologica unica che getta finalmente luce sulla costruzione della Grande Piramide.
Il pomeriggio (15-19.30) di sabato 16 marzo 2019 apre con il film “La donna a Pompei” di Oreste Tartaglione (Italia, 1966; 11’). Seguono i film “Apud Cannas” di Francesco Gabellone (Italia, 2017; 16’). La battaglia di Canne, la “battaglia per eccellenza”, studiata dai militari di ogni tempo per una strategia bellica che ha fatto scuola, viene da molti descritta con notevoli differenze di vedute. In questo film animato, su base 3D, lo studio diretto delle fonti viene coniugato con l’uso delle tecnologie per la rappresentazione e la comunicazione di quegli eventi, i protagonisti, le condizioni politiche e sociali di contesto. “Pompei 3D, una storia sepolta” di Maria Chiffi (Italia, 2015; 26’). L’obiettivo del film-documentario è quello di ricreare in 3D, luoghi, ambienti e situazioni esattamente come erano in origine, allo scopo di condurre i visitatori/spettatori in una sorta di “viaggio nel tempo” e poter rivivere virtualmente uno dei siti archeologici più importanti della storia. “The Big Dig archeological site animation” di Rob Boyd (Australia, 2018; 9’). “Pecunia non olet. L’odore dei soldi nell’antica Pompei” di Nicola Barile (Italia, 2018; 40’). Come avrebbe detto Vespasiano “pecunia non olet”, ma i soldi, anche a Pompei, un odore ce l’avevano. A volte sgradevole, come l’afrore dei copri nei lupanari, il sudore dei vogatori, il pesce marcio nel garum, l’urina per smacchiare; a volte piacevole, come quello delle profumerie e delle panetterie. Un viaggio negli odori dell’antica Pompei, che oggi il nostro olfatto non riesce più a percepire. “I dimenticati di Laninca / Les oubliés de Laninca” di Pierre-Jean Micaelli (Francia, 2019; 55’). A Lano, un villaggio al centro della Corsica, la scoperta nel 2015 di un tesoro archeologico di grande importanza, segna la comunità scientifica e l’inizio di tre anni di scavi su una falesia con corde e cantieri di fortuna. Dopo ore di difficili riprese e di montaggio, il documentario, con le immagini originali del momento della scoperta, è un invito a condividere un tuffo nella Storia dell’Umanità. “I Beja, un popolo antico” di Alfredo e Angelo Castiglioni (Italia, 2018; 40’). Un viaggio di ritorno a Berenice Pancrisia, la città “tutta d’oro” degli antichi egizi, attraverso un’area abitata dai Beja-Bisharin, un’etnia ancora poco conosciuta del Deserto Nubiano. La semplice vita di questa popolazione è documentata attraverso le immagini girate nel corso della missione archeologica in Sudan. “I primi sciamani del Sud Africa / Le premiers chamanes d’Afrique du Sud” di Nathalie Laville, Agnès Molia (Francia, 2018; 26’). In nessun’altra parte del mondo è stato riscontrato un numero così elevato di testimonianze di arte rupestre. Ma cosa ci dicono queste opere? Quali messaggi, quali storie hanno lasciato questi antichi pittori? Dopo anni di ricerche, gli archeologi sono finalmente riusciti a decodificare queste immagini, scoprendo così la vita privata dei primi sciamani del Sud Africa…
Il programma della sera (20.45-23) di sabato 16 marzo 2019 apre con il film “Versailles, il palazzo riscoperto del Re Sole / Versailles, rediscovered palace of the Sun King” di Marc Jampolsky (Francia, 2018; 52’). La nuova tecnologia all’avanguardia ci ha fornito i mezzi per esplorare le strutture architettoniche, non più visibili all’occhio umano. Nel film, usiamo queste tecniche vengono sfruttate per rivisitare il palazzo originale, la maggior parte del quale scomparso da tempo, con immagini 3D. È un viaggio attraverso la vita di Versailles, dalla sua ideazione da parte di Luigi XIV al sito storico così come lo vediamo oggi. Seguono i film “Tulsa” di Parviz Shojaei (Iran, 2018; 7’). “Lago di Ginevra: lo tsunami gigante / Lake Geneva: the giant tsunami” di Laurent Graenicher (Francia-Svizzera, 2018; 52’). Un millennio e mezzo fa, Ginevra fu distrutta da un’onda gigantesca. Grazie alle indagini condotte dagli scienziati e con l’aiuto di immagini e animazioni generate al computer, capiremo cosa è successo 1500 anni fa e, in particolare, che una catastrofe della stessa portata potrebbe ripetersi di nuovo non solo nello stesso luogo ma anche in tutti i laghi del mondo.
Quinta giornata domenica 17 marzo 2019. Il mattino (10-14) inizia con il film “I leoni di Lissa” di Nicolò Bongiorno (Italia-Croazia, 2018; 90′). Il documentario evoca la storia della leggendaria battaglia navale di Lissa (1866), scontro simbolo e icona della marineria moderna. Attraverso un mosaico di suggestioni visive, storiche e mitologiche, lo spettatore viaggia con grandi maestri dell’esplorazione subacquea fino al grembo profondo di un capitolo dimenticato dell’Unità d’Italia. Un’immersione di grande importanza scientifica e archeologica, raccontata come una fiaba moderna. Seguono due film fuori concorso: “L’arte in guerra” di Massimo Becattini (Italia, 2016/2017; 64′). Il film racconta la storia di quegli italiani che con coraggio e scaltrezza si impegnarono nella salvezza del patrimonio artistico nazionale nel corso della Seconda Guerra Mondiale. È la storia di Rodolfo Siviero, agente dei servizi segreti e doppiogiochista, e poi di Emilio Lavagnino, funzionario del Ministero a Roma, e infine di Pasquale Rotondi, Soprintendente alle Gallerie delle Marche. Tre uomini, tre storie che si intrecciano nella stessa battaglia contro i saccheggi artistici dei nazisti e che proteggeranno dalle bombe alleate opere d’arte di inestimabile valore. “Michelangelo – Infinito” di Emanuele Imbucci (Italia, 2018; 93′). Un film-evento in cui lo spettacolo del cinema incontra l’emozione dell’arte. Un ritratto avvincente dell’uomo e dell’artista Michelangelo, genio assoluto dell’arte universale, raccontato con riprese di forte impatto. Michelangelo (E. Lo Verso) e Vasari (I. Marescotti) ci conducono con le loro interpretazioni nel ‘mondo di Michelangelo’, attraverso accurate ricostruzioni storiche, in un’esperienza di pura bellezza e poesia.

La giuria del premio Francovich con al centro Syusy Blady, i due registi Marco Melluso e Diego Schiavo, e l’attore Luciano Manzalini sul palco di Tourisma (foto Graziano Tavan)
Il pomeriggio di domenica 17 marzo 2019, gran finale del Firenze Archeofest, inizia alle 16 con il film fuori concorso “La Signora Matilde. Gossip dal Medioevo” di Marco Melluso, Diego Schiavo (Italia, 2017; 50′). Documentario e finzione si mescolano in un film dai toni divertenti che racconta vicende, successi e gossip di Matilde di Canossa, una delle donne più potenti e glamour del passato. Il film intende raccontare la Storia e i suoi protagonisti in un’ottica nuova e con un taglio ironico, con l’obiettivo di coinvolgere e avvicinare il grande pubblico, anche quello più giovane. Una brillante interpretazione di Maurizia Giusti (Syusy Blady) che insieme ai registi ha vinto il premio “R. Francovich” 2018 per la divulgazione del Medioevo. Segue la cerimonia di premiazione con la consegna del Premio “Firenze Archeofilm” al documentario più votato dal pubblico; del Premio “Università di Firenze” assegnato dalla giuria composta da: Domenico Lo Vetro, Silvia Pezzoli, Federico Pierotti; e del Premio “Museo e Istituto Fiorentino di Preistoria Paolo Graziosi” al miglior film di archeologia preistorica, assegnato dalla giuria composta da: Fabio Martini, Federico Pierotti, Massimo Tarassi. Quindi il film fuori concorso “Il cacciatore di dinosauri” di Massimiliano Sbrolla (Italia, 2018; 45’). Proiezione in collaborazione con National Geographic Il bacino del Nemegt nel deserto del Gobi in Mongolia è la perla della paleontologia mondiale per l’incredibile conservazione dei fossili e per la ricchezza dei giacimenti. La ricerca sul terreno si basa su mappe disegnate a mano e l’esplosione del mercato nero dei fossili ha decimato importanti giacimenti. Federico Fanti, paleontologo ed esploratore National Geographic, coordinerà l’unica missione internazionale a guida italiana composta da 15 esperti. Chiude la seconda edizione di Firenze Archeofilm la proiezione del film vincitore.
Pronto il calendario del ciclo di incontri “…comunicare l’archeologia…” del gruppo archeologico bolognese: dalla grotta di Fumane agli scavi in Oman a un report sull’Antico Egitto, dal museo Classis alla villa dei mosaici di Spello, dal Lupus Italicus ai Pelasgi
Nove incontri per “…comunicare l’archeologia…”: è quanto si propone il Gruppo archeologico bolognese con il tradizionale ciclo di conferenze del primo semestre 2019 che spazierà dall’arte paleolitica alla paleontologia, dai nuovi musei archeologici ai risultati delle missioni archeologiche in Oman, dai collegamenti transappenninici ai segreti dei pelasgi, prevedendo anche per questa primavera escursioni con visite guidate a grandi mostre archeologiche in collaborazione con Insolita Itinera – Viaggi nella storia e nel paesaggio. Il Gruppo archeologico bolognese, costituito nel 1991, aderisce – lo ricordiamo – ai Gruppi Archeologici d’Italia, in collaborazione con i quali sono promosse campagne di ricerca, scavi e ricognizioni d’interesse nazionale, alle quali è dedicata soprattutto la stagione estiva, in collaborazione con le competenti Soprintendenze Archeologiche. Da anni il Gabo collabora con il museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto, il museo della Preistoria “Luigi Donini” di San Lazzaro di Savena e il museo della Civiltà Villanoviana (Muv) di Castenaso (Bo). Tutti gli incontri si tengono il martedì alle 21 al centro sociale “G. Costa”, in via Azzo Gardino 48 a Bologna.
Si inizia martedì 12 febbraio 2019, con il prof. Giuseppe Sassatelli, già professore ordinario di Etruscologia e Antichità Italiche all’università di Bologna, come presidente di RavennAntica presenta il nuovo gioiello gestito dalla Fondazione: “Classis-Ravenna: Museo della città e del territorio. Un itinerario archeologico per raccontare la storia” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/11/30/lattesa-e-finita-sabato-1-dicembre-classis-ravenna-museo-della-citta-e-del-terrirorio-scrigno-della-memoria-del-territorio-apre-le-porte-nellex-zuccherificio-impo/). E pochi giorni dopo, sabato 16 febbraio 2019, il Gabo promuove una gita a Classe alla scoperta del nuovo museo, accompagnati dall’archeologa Erika Vecchietti. Il ciclo di conferenze riprende martedì 26 febbraio 2019, con “La grotta di Fumane: sulle tracce degli antenati tra la Valpolicella e i monti Lessini” presentata dall’ archeologa Maria Longhena che sabato 13 aprile 2019 accompagnerà gli appassionati del Gabo in gita a Fumane (Vr).

Il manifesto della mostra “Annibale. Un mito mediterraneo” a Palazzo Farnese di Piacenza dal 16 dicembre 2018 al 17 marzo 2019
Quattro gli incontri in marzo. Martedì 5 marzo 2019, Gabriele Nenzioni, direttore del museo della Preistoria di San Lazzaro di Savena (Bo); Elisabetta Cilli, dei Laboratori di Antropologia Fisica e Dna Antico, dipartimento Beni Culturali dell’università di Bologna (sede di Ravenna), e Davide Palumbo, di Biosfera Itinerari Porretta Terme (Bo), ci faranno scoprire “Il lupo che venne dal freddo: dai reperti dell’ex Cava Filo l’origine del lupo italiano (Canis Lupus Italicus)”. Sabato 9 marzo 2019, viaggio a Piacenza per la mostra “Annibale. Un mito mediterraneo” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/12/11/annibale-un-mito-mediterraneo-a-piu-di-duemila-anni-dalla-disfatta-alla-trebbia-alle-porte-di-piacenza-delle-legioni-romane-ad-opera-dei-cartaginesi-annibale-torna-a-piacenza-co/) con le archeologhe Erika Vecchietti e Maria Longhena. Durante la gita soste a Vigoleno e alla chiesa abbaziale e rotonda di S. Giovanni di Vigolo Marchese. Martedì 12 marzo 2019, l’archeologa Erika Vecchietti illustrerà “La Villa dei Mosaici di Spello” che a fine mese, sabato 30 e domenica 31 marzo 2019 sarà inserita nel programma delle visite della gita a Spoleto e Spello. Martedì 19 marzo 2019, Maurizio Cattani, professore associato all’università di Bologna, docente di Preistoria e Protostoria, presenta “Nuove indagini e ricerche dagli scavi archeologici di UniBo in Oman”. Chiude gli incontri del mese, martedì 26 marzo 2019, Claudio Busi, cultore di storia, documentarista e viaggiatore, con un report di viaggio in Egitto e la proiezione del documentario “I fotografi dei faraoni”.
In aprile, interessato dal lungo ponte di Pasqua-25 Aprile-1° Maggio, due soli incontri: martedì 9 aprile 2019, Giuseppe Rivalta, antropologo, biospeleologo e viaggiatore, percorrerà “Le vie transapenniniche nell’antichità”. E martedì 16 aprile 2019, si affronta “La questione pelasgica. Le mura ciclopiche nel Lazio meridionale”, con l’archeologa Erika Vecchietti, che poi accompagnerà il gruppo alla scoperta del Lazio meridionale nel viaggio prevista dal 18 al 23 giugno 2019. Il ciclo “…comunicare l’archeologia…” del primo semestre 2019 chiude martedì 14 maggio, con l’archeologa Daniela Ferrari che intratterrà il pubblico su “I colori del potere”.
Egitto. Dopo dieci anni di studi e lavori del Getty Conservation Institute completato il restauro della Tomba di Tutankhamon per salvarla dal degrado causato da migliaia di visitatori: un intervento complesso su graffi, polvere e muffe. Creata una terrazza panoramica per il pubblico

Howard Carter e Lord Carnarvon nella tomba di Tutankhamon scoperta nella Valle dei Re nel novembre 1922
Dieci anni: tanti ne sono passati per restaurare e quindi salvare per le generazioni future la Tomba di Tutankhamon (KV62), scoperta nella Valle dei Re nel 1922 da Howard Carter, oggi patrimonio dell’Umanità. Ma ne è valsa la pena, come è stato sottolineato in questi giorni a Luxor in un convegno in cui sono stati presentati ufficialmente i risultati del progetto di restauro per ridurre l’impatto di graffi, polvere e muffe favorite dall’umidità creata dai turisti, sviluppato dal ministero egiziano delle Antichità e dal Getty Conservation Institute di Los Angeles. L’intervento ha interessato una superficie di 110 mq, coinvolgendo team di una dozzina di restauratori alla volta, con un piano d’intervento quinquennale dal 2009 al 2014: ma per gli effetti della rivoluzione in Egitto del 2011 i lavori sono arrivati fino all’inizio del 2019. Ora, dopo 10 anni di restauro e di ingressi limitati ai visitatori, la tomba di Tutankhamon torna a splendere, grazie alle nuove tecniche usate: un sistema di ventilazione e filtrazione dell’aria ha permesso di eliminare polvere e biossido di carbonio dalla tomba e di ridurre l’umidità. Per proteggere i dipinti murali della camera del sarcofago è stata costruita una terrazza panoramica, che permette di ammirarli, senza avvicinarsi.

Le macchie marrone presenti sulle pitture murali della camera funeraria della Tomba di Tutankhamon (foto Getty Conservation Institute)

Alta tecnologia per lo studio dello stato di salute delle pitture murali della Tomba di Tutankhamon (foto Getty Conservation Institute)
In realtà le sfregiature di macchie nere che segnano le pitture murali della camera funeraria erano già state notate all’epoca dello scavo nel 1923, senza mai accertarne però l’origine o la causa. In compenso, dagli anni ’30 del secolo scorso, da quando cioè la tomba fu aperta alle visite, ha visto un sempre maggiore degrado provocato dall’umidità e dai microorganismi portati al suo interno dal pubblico. Le autorità egiziane hanno espresso particolare preoccupazione per il fatto che un gran numero di visitatori potrebbe contribuire al deterioramento fisico della tomba. Di qui l’accordo del Consiglio Supremo delle Antichità (Sca) in Egitto con il Getty Conservation Institute per un progetto di conservazione e gestione della tomba di Tutankhamon (KV 62). Il progetto segue una metodologia di conservazione che tenga conto dei dati archeologici, storici, artistici e il significato della tomba. Il team GCI-SCA ha lavorato per studiare e investigare queste preoccupazioni e per progettare e attuare un piano per la conservazione e la gestione della tomba e dei suoi dipinti murali che garantiranno la sua futura conservazione.

Studi approfonditi delle pitture murali della Tomba di Tutankhamon (foto Getty Conservation Institute)
Il progetto è stato diviso in tre fasi. Durante la prima fase (2009-2011), il lavoro ha riguardato la ricerca e la valutazione di fondo, la preparazione di una registrazione accurata delle condizioni della tomba e dei suoi dipinti murali, l’analisi scientifica dei materiali e delle tecniche dei dipinti, lo studio delle condizioni ambientali, e diagnosi delle cause del loro deterioramento. I risultati di questa ricerca determinano le esigenze di conservazione.

La balconata riservata al pubblico per ammirare la camera funeraria di Tutankhamon (foto Getty Conservation Institute)

I restauratori intervengono sulle pitture murali della Tomba di Tutankhamon (foto Getty Conservation Institute)
La seconda e la terza fase (2012-2014) erano previste in tre anni, slittati poi – come detto – fino alla fine del 2018. La seconda fase si è concentrata su test, valutazione e implementazione di interventi appropriati per la tomba e le sue pitture murali e lo sviluppo di un piano di monitoraggio delle condizioni a lungo termine. Anche l’infrastruttura tombale (passerelle, barriere protettone, illuminazione e segnaletica) è stata aggiornata e migliorata durante questa fase insieme a raccomandazioni per limitare i numeri dei visitatori. Durante tutto il corso del progetto, i conservatori, gli scienziati e il personale di SCA hanno seguito una formazione in materia di conservazione e gestione dei siti.

Veduta panoramica della Valle dei Re con l’ingresso della Tomba di Tutankhamon (foto Getty Conservation Institute)
Nella terza fase, i risultati del progetto sono stati valutati e diffusi al pubblico sia professionale che pubblico attraverso supporti cartacei, visivi e basati sul web. L’obiettivo – hanno spiegato i tecnici – è stato promuovere buone pratiche di conservazione e gestione in Egitto, migliorare le capacità professionali del personale SCA e promuovere la comprensione da parte del pubblico delle pratiche di conservazione.
Al Castello del Buonconsiglio di Trento la mostra “Sotto il cielo d’Egitto. Un capolavoro ritrovato di Francesco Hayez” che richiama la seduzione di un mondo esotico e lontano

“Riposo durante la fuga in Egitto”, il capolavoro ritrovato di Francesco Hayez in mostra al Castello del Buonconsiglio a Trento
Non si tratta di una mostra di archeologia. Ma è una mostra che in qualche modo è “conseguenza” dell’archeologia o, meglio, dell’egittologia che in età moderna si declina anche nel filone dell’egittomania diffusasi in Europa dopo al spedizione di Napoleone in Egitto. Ecco dunque la mostra “Sotto il cielo d’Egitto. Un capolavoro ritrovato di Francesco Hayez”, curata da Emanuela Rollandini, e aperta fino al 24 febbraio 2019 al Castello del Buoncosiglio di Trento. Anche qui si parla di “scoperta” che nelle dinamiche è molto simile a un ritrovamento in un deposito museale. La mostra è infatti dedicata allo straordinario “Riposo durante la fuga in Egitto” realizzato nel 1831 da Francesco Hayez, il più grande interprete della pittura romantica in Italia. Recentemente rintracciato in collezione privata, è un dipinto rimasto celato agli sguardi del pubblico da quel lontano anno, quando lo si poté vedere a Milano, esposto alla frequentatissima rassegna dell’Accademia di Brera. Fu commissionato dal trentino Simone Consolati, mecenate e amatore delle belle arti, collezionista di opere contemporanee e di capolavori antichi. In particolare di quelli provenienti dal castello del Buonconsiglio, salvati dalla dispersione e riconsegnati dai suoi eredi, che legarono così il loro nome alla storia del museo. La pala di Hayez si pone al centro di una trama di rimandi, capaci di restituire la vivacità del contesto culturale trentino che, in età romantica, mantiene un costante legame con Milano, riconosciuta come la “novella Atene delle Arti”.

La maschera funeraria in foglia d’oro della collezione Taddeo Tonelli conservata al Castello del Buonconsiglio di Trento
Il tema del “Riposo durante la fuga in Egitto” richiama la seduzione di un mondo esotico e lontano, evocato in mostra dalla splendida maschera funeraria egizia in foglia d’oro della collezione Taddeo Tonelli (ufficiale dell’impero asburgico, il quale raccolse questi reperti nella prima metà dell’Ottocento e successivamente lì donò al municipio di Trento nel 1858), da piccole sculture di idoli e volumi illustrati. Hayez lo descrive in un paesaggio ricco di dettagli: la palma da dattero ombreggia il colosso di Ramsés II che affonda nella sabbia e nasconde in parte San Giuseppe che abbevera l’asino nelle acque del Nilo. Lontano, sullo sfondo, si intravedono le piramidi di Giza, un viale di arieti, templi e una coppia di obelischi che richiamano il complesso di Karnak. Al centro, gli assoluti protagonisti della scena: la Madre e il Bambino. Lui porge dei datteri in un gesto affettuoso, ma allo stesso tempo portatore di un significato simbolico: le foglie sono acuminate come spine e lasciano presagire il destino futuro. Una splendida pagina del cosiddetto “taccuino giallo” di Hayez, presente in mostra, è dedicata agli studi per questo nudo di bimbo, colto di spalle e di fronte, variamente atteggiato, in una sequenza progressiva che giunge, nella combinazione di distinti schizzi, in prossimità della postura definitiva. Ma quel tenerissimo nudo non incontrò la piena approvazione del committente e Hayez ci regala, nella bella pagina di una lettera, una riflessione che spiega il suo legame con la grande tradizione della pittura italiana: “d’altronde nelle chiese di Roma, di Venezia e di tutta Italia ne ho veduti parecchi di così nudi ed ho azzardato di farlo anch’io”.
Nel percorso espositivo sarà affiancata da una quindicina di opere. In particolare la “Vergine Addolorata” proveniente dal MAG-Museo Alto Garda di Riva del Garda e la “Madonna con Bambino e devota” della Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia permettono di contestualizzare il dipinto entro una omogenea serie tematica, evidenziando la genialità e l’indiscussa modernità di Hayez anche nel genere sacro. Ma sono soprattutto gli inediti disegni preparatori di questi dipinti, individuati presso le collezioni dell’Accademia di Belle Arti di Brera, a farci entrare nello studio dell’artista, per seguire da vicino il momento segreto dell’elaborazione creativa. Nell’Anno Europeo del Patrimonio culturale, la mostra è l’occasione per raccontare la relazione virtuosa fra il museo, la soprintendenza per i Beni culturali della Provincia autonoma di Trento e i lungimiranti collezionisti, nonché gli enti prestatori, che operando in sinergia hanno dato forma a un condiviso progetto di tutela, ricerca e valorizzazione.














































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