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Torino. Al museo Egizio è iniziato il trasloco delle opere destinate alla mostra “I creatori dell’Egitto eterno. Scribi, artigiani e operai al servizio del faraone” nella Basilica palladiana di Vicenza

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Sistemazione nelle casse delle opere del museo Egizio di Torino per la mostra “I creatori dell’Egitto eterno” a Vicenza (foto museo egizio)

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Imballaggio delle opere del museo Egizio di Torino per la mostra “I creatori dell’Egitto eterno” a Vicenza (foto museo egizio)

 Destinazione Vicenza. Da qualche giorno è iniziato il trasloco dal museo Egizio di Torino di quelle opere destinate alla grande mostra “I creatori dell’Egitto eterno. Scribi, artigiani e operai al servizio del faraone” che apre il 22 dicembre 2022 nella Basilica palladiana di Vicenza.

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Locandina della mostra “I creatori dell’Egitto Eterno” alla Basilica Palladiana di Vicenza dal 22 dicembre 2022 al 7 maggio 2023

Tutte le opere, dopo un attento esame del loro stato di conservazione, vengono avvolte in uno strato di carta velina che protegge la superficie da abrasioni e dal contatto con gli altri materiali di imballaggio; successivamente vengono posizionate in casse, in alloggiamenti fatti su misura per ogni singola opera. Questi alloggiamenti sono realizzati con ETHAFOM, polietilene espanso, o da uno strato di gommapiuma. Infine, i reperti vengono bloccati in modo che non possano muoversi durante il trasporto e la cassa viene chiusa per essere riaperta solo all’arrivo alla destinazione.

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Lo spostamento della triade Amon e Mut tra Ramses II dal museo Egizio di Torino con destinazione Vicenza (foto museo egizio)

 

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L’imballaggio della triade Amon-Ramses II-Mut al museo Egizio di Torino per la spedizione a Vicenza (foto museo egizio)

Tra queste opere c’è la triade col dio Amon e la dea Mut che abbracciano il faraone Ramesse II, al centro. Un’opera molto pesante. “Per poterle sollevare con la gru a portale”, spiega Marco Rossani, responsabile Collection Management, “sono necessarie delle cinghie della resistenza adatta che lavorano sulle aree solide della statua. Per far sì che la cinghia non crei danni la si ricopre con tessuti speciali e poi tutta la scultura viene rivestita con una pellicola di plastica. A questo punto – continua-, i tecnici devono essere molto bravi a imbragare nel modo giusto la scultura e centrare bene il suo baricentro in modo che non si sbilanci mentre viene movimentata; in questo caso viene posta direttamente sulla base della cassa su cui viaggerà. Il resto della cassa gli viene costruito tutt’attorno: una volta messo il primo guscio della cassa, la scultura viene bloccata all’interno con delle ghigliottine sagomate sulla forma della scultura stessa. A quel punto, chiuse le ghigliottine, si chiude il secondo guscio e la cassa può essere movimentata con un transpallet (un muletto manuale)”.

Torino. Al museo Egizio conferenza dell’egittologa Martina Terzoli su “Oggetto e materialità in dialogo: Amuleti e faïence nella collezione del Museo Egizio”. Incontro in presenza e on line

torino_egizio_conferenza-amuleti-in-faience_martina-terzoli_locandinaIl museo Egizio di Torino conserva un corpus di circa 2000 amuleti, realizzati in materiali diversi: in gran parte faïence, ma anche avorio, legno, osso, bronzo, argilla, cera, blu egizio e pietre dure. I reperti giungono nella collezione del museo in tempi diversi, principalmente attraverso acquisti e donazioni, mentre solo una piccola parte proviene da scavo. Lo studio di questi oggetti è reso pertanto difficoltoso dalla carenza di informazioni, derivata principalmente dal fenomeno della vendita nel mercato antiquario. Giovedì 1° dicembre 2022, alle 18, nella sala Conferenze nuovo appuntamento con le conferenze scientifiche a cura del Dipartimento Collezione e Ricerca del museo Egizio. Martina Terzoli, egittologa del museo Egizio, guida alla scoperta di amuleti e faïence con la conferenza “Oggetto e materialità in dialogo: Amuleti e faïence nella collezione del Museo Egizio”. Introduce: Enrico Ferraris, curatore del museo Egizio. L’ingresso è libero fino a esaurimento posti. La conferenza sarà trasmessa anche in streaming sulla pagina Facebook e sul canale YouTube del Museo. Il programma di incontri è realizzato in collaborazione con il Dipartimento di Studi Storici dell’Università di Torino.

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Martina Terzoli, curatrice della mostra “Esplorare il mondo della magia: amuleti e faïence”, tra gli amuleti del museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Il museo Egizio ha dato avvio a un ampio progetto di ricerca, che muove le basi da una prima e approfondita analisi di carattere egittologico. Lo studio dei reperti è poi integrato da una serie di indagini scientifiche condotte sugli amuleti in faïence, in collaborazione con ISPC-CNR di Catania, MIT di Boston e Università di Torino. L’interpretazione combinata dei dati emersi permetterà di ottenere nuovi dati utili alla ricostruzione dei processi di produzione, mostrando come la cooperazione tra egittologia e archeometria sia ormai fondamentale nel panorama della ricerca scientifica.

Bologna. Al via “IMAGINES. Obiettivo sul passato”, rassegna del documentario archeologico promossa dal Gruppo archeologico bolognese giunta alla 20.ma edizione: due giornate con film introdotti dagli esperti e dai protagonisti, aperto dal film di Alberto Castellani sull’Afghanistan

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L’esterno della Mediateca di San Lazzaro di Savena (Bo) che ospita la rassegna IMAGINES del gruppo archeologico bolognese (foto gabo)

Il Gruppo archeologico bolognese accende la ventesima candelina di “IMAGINES. Obiettivo sul passato”, rassegna del documentario archeologico, tradizionale appuntamento di fine autunno atteso dagli appassionati, organizzato insieme al museo della Preistoria “Luigi Donini” di San Lazzaro, col patrocinio del Comune di Bologna e del Comune di San Lazzaro. IMAGINES è in programma sabato 3 e domenica 4 dicembre 2022 nella sala eventi della Mediateca Comunale di San Lazzaro di Savena (Bo). Un’edizione ancora in forma ridotta, come nel 2021, ma non per questo meno ricca: tre film per giornata introdotti da esperti. L’ingresso è libero e gratuito fino ad esaurimento dei posti disponibili. Non è obbligatorio l’uso della mascherina per tutta la durata della manifestazione. Il suo utilizzo è vivamente consigliato alle persone fragili. Al termine di ogni giornata di IMAGINES sarà estratto fra i presenti un abbonamento annuale alla rivista Archeologia Viva. Inoltre, domenica 4 sarà estratta la partecipazione gratuita ad un viaggio di un giorno organizzato da Insolita Itinera per il Gruppo Archeologico Bolognese.

SABATO 3 DICEMBRE 2022. Alle 15.30, inizio delle proiezioni con il film “Afghanistan, tracce di una cultura sfregiata” (Italia, 2022; 52’) di Alberto Castellani, che dà voce e spazio al dolore, alla sofferenza ma anche alla lotta per resistere e salvare il patrimonio, della nazione e del popolo afghano. L’Afghanistan, il cui patrimonio è sottoposto a sistematico saccheggio, rischia di perdere la propria identità e di svegliarsi dal caos attuale senza la coscienza di possedere una storia. L’Archeologia con le sue capacità di scoprire e ricostruire il passato può fornire un prezioso contributo per la sua rinascita (vedi “Afghanistan: tracce di una cultura sfregiata”: il regista veneziano Alberto Castellani svela in anteprima il suo nuovo film che racconta di un Paese martoriato, un popolo umiliato, una cultura millenaria e un patrimonio archeologico ricchissimo a rischio; con il contributo dei massimi esperti in materia | archeologiavocidalpassato). Il film sarà introdotto dal regista Alberto Castellani. Segue il film “L’antichità svelata” di Claudio Busi (30’), introdotto da Gabriele Nenzioni, direttore del museo della Preistoria “Luigi Donini” di San Lazzaro di Savena (Bo).

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Il tempio di Amnehotep II (Amenofi II) a Tebe Ovest (foto khekeru.ch)

Dopo l’intervallo, proiezione del film “Una stagione di scavo sui resti del tempio di Amenhotep II a Tebe Ovest” di Claudio Busi (30’) introdotto dal regista Claudio Busi, speleologo, viaggiatore e film-maker. Il tempio di Amenhotep II venne sommariamente scavato, insieme ad altre strutture templari, da Sir William Matthew Flinders Petrie, che pubblicò i risultati della sua indagine in Six Temples at Thebes 1896. Nel 1997 il CEFB ha riaperto le ricerche sul sito del tempio funerario di Amenhotep II.

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Le ricche necropoli della città di Spina furono scoperte nel 1922

Comacchio_mostra-spina-100_locandinaDOMENICA 4 DICEMBRE 2022. Le proiezioni iniziano alle 15.30 con il film “Gli architetti del deserto” di Joseph C. Sousa (43’) introdotto da Silvia Romagnoli, archeologa e travel designer. Seguono due film per ricordare i 100 anni dalla scoperta dell’antica città di Spina: “La scoperta di Spina. I personaggi” di Cesare Bornazzini (33’) e “Le tombe di Spina” di Salvatore Aurigemma (17’) introdotti da Silvia Romagnoli. La necropoli della città greco-etrusca di Spina, nelle Valli di Comacchio fu scoperta il 23 aprile 1922. La scoperta del sito è legata alle opere di bonifica del primo dopoguerra, come ricostruisce Nereo Alfieri in “Spina. Storia di una città tra Greci ed etruschi” (catalogo mostra, 1994). La prima comunicazione, infatti, è dell’ingegner Aldo Mattei, direttore della sezione staccata del Genio civile a Comacchio, con una lettera alla soprintendenza agli Scavi e Monumenti archeologici di Bologna: “Nella valle Trebba (Valli settentrionali di Comacchio), in cui è stata compiuta la bonifica idraulica a cura dello Stato e dove si stanno facendo da Comuni interessati opere di bonifica agraria, è stato scoperto casualmente da un operaio un sepolcreto probabilmente dell’epoca etrusca: così almeno ritengo vai vasi istoriati scoperti”. Le campagne di scavo, condotte fino al 1935 dal neo soprintendente Salvatore Aurigemma nell’area di Valle Trebba portarono alla luce la zona settentrionale della necropoli di Spina con più di 1200 sepolture i cui materiali sono oggi esposti al museo Archeologico nazionale di Ferrara (vedi Comacchio. A Palazzo Bellini apre la mostra “Spina 100. Dal mito alla scoperta” per le celebrazioni nazionali del centenario della scoperta della città etrusca di Spina (1922-2022) | archeologiavocidalpassato). Dopo l’intervallo, la rassegna si conclude con il film “I luoghi del mito. Demetra e Kore” di Gaspare Mannoia (30’) introdotto da Giuseppe Mantovani, Vicedirettore del Gruppo Archeologico Bolognese e curatore di IMAGINES.

 

Torino. Debutta il 24 novembre il podcast “Alla ricerca della vita”, un progetto del museo Egizio, prodotto da Piano P: 6 episodi, a cadenza settimanale, con protagonisti altrettante voci e racconti di archeologi, antropologhe, conservatori e genetiste

torino_egizio_podcast-alla-ricerca-della-vita_locandinaUn viaggio tra musei e laboratori in 6 episodi, con protagonisti altrettante voci e racconti di archeologi, antropologhe, conservatori e genetiste. È “Alla ricerca della vita” il podcast del Museo Egizio, che debutta sulle principali piattaforme il 24 novembre 2022 per raccontare, a cadenza settimanale fino alla fine di dicembre, come mummie e resti umani siano al centro di cure di archeologi, antropologhe e restauratori e genetiste, pronti a tutelarli e a ricostruire le loro storie, così lontane nel passato, eppure, così simili alle nostre, in musei, parchi archeologici e laboratori scientifici. A condurci in questo viaggio “Alla ricerca della vita”, è la giornalista scientifica Giulia Alice Fornaro, che collabora con “Le Scienze”, “Mind” e “la Repubblica”, ed è redattrice del portale frida.unito.it dell’università di Torino con cui ha contribuito alla produzione di diversi podcast, tra cui “Da clima a fondo”, che ha ricevuto la Menzione speciale “Rossella Panarese” del Climate Change Communication Award 2021 assegnata in collaborazione con Radio3 Scienza.

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L’archeologo Paolo Del Vesco, curatore al museo Egizio di Torino (foto museo Egizio)

Prodotto da Piano P, piattaforma italiana di podcast giornalistici da 4 milioni di visitatori, “Alla ricerca della vita” parte proprio da Torino, dal museo Egizio, dove il curatore ed egittologo Paolo Del Vesco ci racconta di una mummia di un’adolescente di 4mila fa, conservata ed esposta al museo Egizio, per poi allargare lo sguardo agli studi, alla ratio e alle implicazioni etiche alla base delle scelte espositive del Museo, improntate alla preservazione e al rispetto di mummie e resti umani. Un tema di grande complessità su cui la comunità scientifica internazionale si è più volte interrogata, anche a partire dalla scelta del Manchester Museum nel 2008, di coprire alcune mummie in esposizione, scelta che generò aspre critiche da parte del pubblico. I visitatori chiesero a gran voce di svelare nuovamente le mummie, non per curiosità morbosa, ma perché rivendicavano il diritto alla conoscenza. Un fatto che a cascata aprì una riflessione all’interno della comunità degli egittologi e diede il la a sondaggi nei musei europei.

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Sala “Alla ricerca della vita” nel museo Egizio di Torino: una delle sei mummie scelte e studiate per presentare le varie fasi della vita nell’Antico Egitto (foto museo egizio)

La riflessione coinvolse anche i curatori del museo Egizio e portò poi all’inaugurazione di un nuovo percorso espositivo, nell’estate del 2021, dopo la pandemia, intitolato proprio “Alla ricerca della Vita” (vedi Torino. Il museo Egizio apre la nuova sala “Alla ricerca della vita” con una teca allestita per contenere 91 mummie. Tra queste, sei scelte per raccontare le varie fasi dell’esistenza, dalla gravidanza all’età avanzata, nell’Antico Egitto. Riflessione sull’esposizione di resti umani e implicazioni etiche | archeologiavocidalpassato). Si tratta di un percorso permanente che mette sotto i riflettori 6 mummie di uomini e donne dell’antico Egitto, nelle diverse tappe dell’esistenza e in epoche differenti, dalla fase in cui la vita è appena sbocciata fino alla morte, da un feto a una persona anziana, con l’obiettivo dichiarato di spostare l’attenzione del visitatore sulla vita e sulla quotidianità nell’antichità, per accendere un faro su aspetti storiografici meno noti e sulle implicazioni etiche dell’esposizione delle mummie. Come a dire, che nel museo Egizio più antico al mondo, che nel 2024 celebrerà il suo bicentenario, le collezioni non sono un’entità statica. E anzi manufatti e mummie spesso sono al centro di ricerche, indagini a cavallo tra scienza e archeologia, sul filo della memoria, dell’etica e quindi della cura.

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Alice Paladin, antropologa fisica di Eurac Research (Bolzano)

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Cristina Cattaneo, professore di Medicina legale all’università di Milano

 

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Erika Grasso, antropologa culturale e africanista al Maet (unito)

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Martina Terzoli, tra gli amuleti del museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Dal museo Egizio il focus si sposta su Pompei, dove Valeria Amoretti, responsabile del Laboratorio di Scienze applicate del parco archeologico di Pompei ricostruisce le varie fasi del recupero di resti umani nello scavo archeologico: dal rinvenimento, alla documentazione, all’immagazzinamento. Il lavoro su questo tipo di reperti comporta l’intervento di più esperti. Non appena un archeologo trova dei resti interviene l’antropologo fisico, per evitare che nessun elemento o dato vada perso nelle operazioni di recupero. L’analisi dei resti umani antichi, visti come dei veri e propri archivi biologici dell’umanità è al centro della puntata dedicata ad Alice Paladin, responsabile del Laboratorio di antropologia dell’Istituto per lo studio delle mummie dell’Eurac Research di Bolzano. La ricostruzione dell’identità e della memoria è invece il tema toccato da Cristina Cattaneo, responsabile scientifica del Labanof (Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense) di Milano. E infine il significato e il trattamento in altre culture dei resti umani sono al centro della puntata in cui l’ascoltatore incontra Erika Grasso, antropologa culturale e africanista presso il Maet (il museo di Antropologia ed Etnografia del Sistema museale di ateneo dell’università di Torino). Per l’ultima puntata del podcast si torna al museo Egizio, dove la curatrice Martina Terzoli ci accompagna alla scoperta degli amuleti, specchio dell’identità degli antichi egizi, delle loro paure e delle loro credenze, piccoli oggetti che accompagnavano le persone in vita, ma anche alla morte.

Al museo Egizio di Torino i protagonisti scientifici della mostra “I creatori dell’Egitto eterno. Scribi, artigiani e operai al servizio del faraone” hanno presentato l’evento a un mese dall’apertura in Basilica Palladiana di Vicenza: oltre 180 oggetti (tra cui una ventina dal Louvre) danno uno spaccato della vita quotidiana in Egitto 3500 anni fa

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Locandina della mostra “I creatori dell’Egitto Eterno” alla Basilica Palladiana di Vicenza dal 22 dicembre 2022 al 7 maggio 2023

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Corinna Rossi (politecnico di Milano) (foto graziano tavan)

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Cédric Gobeil (museo Egizio Torino) (foto graziano tavan)

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Paolo Marini (museo Egizio Torino)

Poco meno di un mese per il grande evento che in Basilica Palladiana a Vicenza chiude il ciclo “Grandi mostre in Basilica”: parliamo della mostra “I creatori dell’Egitto eterno. Scribi, artigiani e operai al servizio del faraone”, dal 22 dicembre 2022 al 7 maggio 2023. Curata dal direttore del museo Egizio di Torino Christian Greco, da Corinna Rossi, professore associato di Egittologia al Politecnico di Milano, da Cédric Gobeil e Paolo Marini, egittologi e curatori dell’Egizio, la mostra restituisce uno spaccato della vita quotidiana nell’antico Egitto, con un focus particolare su Tebe, l’odierna Luxor, e Deir el-Medina, il villaggio, fondato intorno al 1500 a.C., dove scribi, disegnatori e artigiani lavoravano per costruire e decorare le tombe dei faraoni nelle Valli dei Re e delle Regine, plasmando l’immaginario dell’antica civiltà nata sulle rive del Nilo.

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La Basilica Palladiana nel cuore di Vicenza, capolavoro di Andrea Palladio, sede della mostra “I creatori dell’Egitto Eterno” (foto comune di vicenza)

Il progetto “Grandi Mostre in Basilica” è ideato e promosso dal Comune di Vicenza e dal museo Egizio, con il patrocinio della Regione Veneto e della Provincia di Vicenza, in collaborazione con il Centro Internazionale di Studi di Architettura “Andrea Palladio” e la Fondazione Teatro Comunale Città di Vicenza. La promozione e l’organizzazione sono curate da Marsilio Arte, che ne pubblica il catalogo. Tra i partner dell’esposizione Intesa Sanpaolo e Gallerie d’Italia – Vicenza, Fondazione Giuseppe Roi, AGSM AIM, Confindustria Vicenza, LD72, Beltrame Group ed Euphidra.

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La presentazione della mostra “I creatori dell’Egitto Eterno” al museo Egizio di Torino: da sinistra, il sindaco Francesco Rucco, l’assessore Simona Siotto, il direttore delle Gallerie d’Italia Michele Coppola, e il direttore dell’Egizio Christian Greco (foto graziano tavan)

I protagonisti scientifici e politici della mostra “I creatori dell’Egitto eterno. Scribi, artigiani e operai al servizio del faraone” si sono ritrovati al museo Egizio di Torino a quattro settimane dal taglio del nastro per la presentazione ufficiale davanti a un nutrito gruppo della stampa specializzata e a egittologi, ricercatori e restauratori convenuti per conoscere in anteprima il grande evento culturale che ha convolto in prima linea tutto lo staff tecnico-scientifico del museo Egizio con la collaborazione del museo del Louvre di Parigi.

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Stele dedicata da Smen, al fratello Mekhimontu e a sua moglie Nubemusekhet (Nuovo Regno, XVIII dinastia) da Deir el Medina, conservata al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

L’esposizione riunisce infatti più di 180 oggetti: oltre ai reperti dell’Egizio, ci sono una ventina di prestiti dal Louvre di Parigi. In esposizione capolavori della statuaria, sarcofagi, papiri, bassorilievi, stele scolpite e dipinte, anfore e amuleti. Molti i tesori che verranno svelati in occasione dell’esposizione, tra cui il sarcofago antropoide di Khonsuirdis e il celebre corredo della regina Nefertari, che torna in Italia, a Vicenza, dopo diversi anni di tour all’estero. Installazioni multimediali e riproduzioni in 3D arricchiscono il percorso espositivo: tra le curiosità la storia in 3D del sarcofago dello scriba Butehamon, che restituisce al visitatore quasi una biografia dell’oggetto a partire dalla sua costruzione e l’istallazione multimediale che svela i segreti del Papiro della tomba del faraone Ramesse IV.

“Chiudiamo un ciclo importante”, interviene il sindaco di Vicenza Francesco Rucco, “con una mostra sugli Egizi guidata da Christian Greco il direttore del museo Egizio, che oggi ci ospita per la presentazione. Sarà un bellissimo connubio tra Vicenza città del Palladio e Torino che ospita il museo Egizio. Quindi una collaborazione all’interno del monumento nazionale di Vicenza, una valorizzazione anche del nostro territorio che avrà sicuramente un grande riscontro nazionale”. E continua: “La Basilica palladiana, Monumento nazionale e una delle massime espressioni architettoniche di Andrea Palladio, è il luogo più visitato e ammirato di Vicenza. La mostra sugli Egizi – osserva – chiuderà il ciclo delle tre Grandi mostre, avviato nel 2019, con un evento internazionale che sta già suscitando notevole interesse. La mostra segue l’esposizione “La Fabbrica del Rinascimento” in cui i visitatori hanno potuto approfondire la conoscenza del Cinquecento a Vicenza, periodo di invenzioni che hanno reso la città veneta un territorio dinamico e vivace sotto il profilo economico e culturale. Attraverso reperti dell’antico Egitto, tra cui sarcofagi, statue monumentali e oggetti preziosi, che verranno esposti nel grande salone della Basilica, sarà possibile un confronto tra l’operosità di Vicenza nel Rinascimento e Deir el-Medina, il villaggio egiziano in cui vissero gli artigiani che costruirono e decorarono le tombe reali della Valle dei Re e delle Regine, sulla sponda occidentale del Nilo, di fronte alla capitale Tebe”.

“Questa mostra”, sottolinea Simona Siotto, assessore ala Cultura del Comune di Vicenza, “è innanzitutto un’operazione culturale. Portare 180 pezzi, di cui 170 dal museo Egizio nella Basilica Palladiana che è monumento nazionale, patrimonio mondiale dell’Unesco, non è stato affatto semplice. Il senso però è quello di valorizzare un luogo straordinario, che però è anche piuttosto complesso perché è molto grande, e di renderlo se possibile ancora più bello attraverso una mostra che vuole insegnare qualcosa. Io ci tengo sempre a dirlo: non c’è grande cultura se non c’è una scelta dietro. E queste sono le uniche mostre che mi sento di organizzare. Apriamo il 21 dicembre una mostra che resterà aperta fino al 7 maggio 2023, e che va a investigare su quello che era la quotidianità anche nell’antico Egitto, coloro che in qualche modo hanno creato la prima grande architettura, messa all’interno di una delle opere più belle del più grande architetto del Cinquecento, che ha insegnato che attraverso la bellezza si trasformano le città. Un insegnamento di cui vogliamo essere testimoni ancora oggi”.

“La mostra nasce per rendere omaggio a Vicenza con un progetto culturale che potesse legarsi e sposarsi con quanto si è fatto negli ultimi tre anni in Basilica”, ricorda Christian Greco, “e su quanto può funzionare all’interno del tessuto culturale di Vicenza. Allora, dopo la grande mostra sul Rinascimento, facciamo una mostra che ci parla di coloro che erano i creatori dell’Egitto eterno, ovvero gli operai, gli artigiani, gli artisti che hanno collaborato per creare le tombe e le tombe erano – potremmo definirlo il metaverso – lo spazio in cui il defunto entrava in una nuova dimensione, doveva essere assimilato al dio Sole e viaggiare in un periplo costante attorno alla Terra. Parlare quindi di quale era la concezione teologica della trasformazione che il defunto aveva dopo la fine della vita terrena in quello che gli Egiziani chiamano “la nuova nascita” era fondamentale, però noi lo volevamo fare raccontando la storia delle donne e degli uomini, la storia delle persone che hanno vissuto a Deir el Medina, uno dei pochi insediamenti culturali che noi abbiamo in cui troviamo dei frammenti di vita quotidiana: e a questa prima parte abbiamo dedicato uno spazio espositivo molto importante. E quindi ci racconterà delle vite di creatori dell’Egitto eterno e poi di come la tomba diventasse un elemento di trasformazione del defunto”. E continua: “Si è trattato di un lavoro sugli archivi e sulla materialità degli oggetti. Il tutto per permettere al visitatore di intraprendere un viaggio nella Tebe del Nuovo Regno, di conoscere coloro che lavorarono nelle necropoli reali e comprendere quali fossero gli elementi iconografici e testuali che rendevano la tomba una “casa per l’eternità”, una dimensione nuova dove il sovrano poteva intraprendere il suo viaggio e iniziare la wehem meswt, la sua rinascita”.

“Il tema di questa mostra”, entra nel merito la curatrice Corinna Rossi, “è la creazione dell’Egitto che noi conosciamo, nel senso che gli operai di Deir el Medina che realizzarono le tombe dei faraoni, in realtà realizzarono-materializzarono l’Aldilà degli Egizi, e quindi lo resero luogo, lo decorarono in maniera che questo luogo potesse ospitare il faraone e condurlo alla vita eterna. Ovviamente le tombe dei faraoni erano paradigmatiche, ma a seguire tutte le tombe di nobili e di chi se lo poteva permettere tendevamo a mantenere gli stessi criteri. Questa mostra è dedicata alle persone che hanno realizzato le immagini che fanno parte proprio dello stesso immaginario dell’antico Egitto per noi: tantissimi oggetti dell’Antico Egitto che conosciamo in realtà venivano creati per accompagnare appunto i defunti nell’Aldilà. Quindi è una mostra un po’ a cavallo tra la vita prima della morte e la vita dopo la morte”.

Torino. Al museo Egizio per “Incontro con gli autori”, in presenza e on line, presentazione del libro “I segreti di Tutankhamon” di Valentina Santini in dialogo con la curatrice del museo Egizio Federica Facchetti

torino_egizio_conferenza-libro-i-segreti-di-tutankhamon_santini_locandinaGrazie al ritrovamento degli splendidi oggetti che erano parte del corredo funerario del giovane faraone, nel XX secolo esplose una vera e propria Tut-mania, che influenzò architettura, musica, letteratura e ogni altra forma d’arte. Tutankhamon iniziò a dettare moda più di qualsiasi altro stilista al mondo, divenne fonte di ispirazione più di qualsiasi altra musa, e affascinò l’immaginario collettivo più di qualsiasi altro personaggio. Ancora oggi, quando si pensa a un faraone, il rimando è quasi automatico: chi, se non Tutankhamon? Per “Incontro con gli autori” al museo Egizio di Torino, Valentina Santini, autrice del libro “I segreti di Tutankhamon”, in dialogo con la curatrice del museo Egizio Federica Facchetti, presenterà il volume edito da Longanesi giovedì 24 novembre 2022 alle 18 nella sala Conferenze del museo Egizio. L’evento è in lingua italiana. Ingresso libero fino ad esaurimento posti. La conferenza sarà trasmessa anche in streaming sulla pagina Facebook e sul canale YouTube del Museo Egizio

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La copertina del libro “I segreti di Tutankhamon. Storia di un faraone tra mito e realtà” (Longanesi) di Valentina Santini

“I Segreti di Tutankhamon” (Longanesi). A cento anni dalla scoperta della tomba di Tutankhamon, un saggio che svela fatti e curiosità su uno dei ritrovamenti archeologici più sensazionali di tutti i tempi. Un viaggio avvincente attraverso il passato e le sabbie della Valle dei Re per conoscere più da vicino i segreti del faraone bambino. Il 4 novembre 1922 il piccone di un operaio colpì il primo gradino di una scala davanti alla tomba già nota di Ramses VI. L’egittologo inglese Howard Carter, ormai sfinito e prossimo a interrompere gli scavi, seguì quegli scalini uno dopo l’altro con il cuore che gli martellava nel petto finché non si trovò di fronte all’accesso di una porta in pietra. Quello che scoprì entrando da quel passaggio avrebbe cambiato le sorti dell’archeologia: la prima tomba di un faraone praticamente intatta. La casa che avrebbe dovuto ospitare la vita ultraterrena di Tutankhamon era stipata di migliaia di oggetti preziosi, statue divine e umane, letti, un trono, armi e gioielli e di alcuni dei reperti più incredibili, famosi e misteriosi di tutta la Storia come i feti mummificati delle figlie del faraone, la maschera in oro e lapislazzuli che copriva il suo volto e il pugnale forgiato con ferro e nichel di origine  meteoritica: tutti gli ingredienti del mito e della Tut-mania che a partire dagli anni Venti si sarebbe diffusa in tutto il mondo. A distanza di cento anni, il fascino che Tutankhamon esercita su di noi e sulla cultura pop è ancora profondo.

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L’egittologa Valentina Santini

Valentina Santini è dottoranda in Egittologia al dipartimento di Studi classici, Storia antica e Archeologia dell’università di Birmingham e, dopo aver lavorato al museo Egizio di Torino, è ora egittologa e addetta alla comunicazione al centro studi CAMNES (Center for Ancient Mediterranean and Near Eastern Studies) di Firenze. Le sue ricerche si concentrano sull’antico Egitto e in particolare sugli aspetti della vita spirituale del popolo del Nilo.

Egitto. In attesa dell’apertura ufficiale (con tutto il tesoro di Tutankhamon), il Grand Egyptian Museum a Giza apre al pubblico la piazza, la Sala Grande, giardini, ristoranti e servizi per i turisti

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Veduta panoramica del cantiere del Grand Egyptian Musem (Gem) del Cairo (foto ministry of Tourism and Antiquities)

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Il ministro egiziano del Turismo e delle Antichità, Ahmed Issa (foto ministry of tourism and antiquities)

Il centenario della scoperta della tomba di Tutankhamon nella valle dei Re a Tebe Ovest (4 novembre 1922 – 2022) è passato senza l’attesa apertura del Grand Egyptian Museum dove è esposto l’intero tesoro di Tutankhamon spostato nella nuova “casa” dal museo Egizio e dai depositi di piazza Tahrir al Cairo. Ancora una volta le autorità egiziane hanno preso tempo in attesa di essere pronti ad accogliere turisti da tutto il mondo, come ha annunciato il nuovo ministro al Turismo e alle Antichità Ahmed Issa, con un incremento del 25-30% annuo. Intanto il Grande Museo Egizio inizierà a ospitare alcuni eventi speciali e ricevere gruppi di visitatori per visite limitate in alcune sezioni e aree all’interno del museo. Rimarranno chiuse però fino all’apertura ufficiale le altre sezioni e aree interne del GEM, ovvero le sale principali e le due sale di Tutankhamon.

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La piazza dell’Obelisco Sospeso davanti al Grand Egyptian Museum a Giza (foto ministry of tourism and antiquities)

Durante questa fase, il pubblico potrà visitare la Piazza dell’Obelisco Sospeso, la sala principale nota come Sala Grande, il museo dei Bambini e un’esperienza di realtà virtuale, giardini, ristoranti, caffè e negozi che includono i principali marchi egiziani.

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La statua di Ramses II nella sala principale del Grand Egyptian Museum a Giza (foto ministry of tourism and antiquities)

Entrando nella sala principale del Grande Museo Egizio, i visitatori potranno anche vedere molte antichità uniche come la statua di Ramses II, le dieci statue del faraone Sesostri, la famosa Lista dei re di Saqqara e la stele di Merneptah o Vittoria stele, oltre a due statue di faraoni di epoca tolemaica.

Venezia. Mostra “Tutankhamon. 100 anni di misteri”: visita guidata col curatore prof. Damiano. 1. parte: il progetto espositivo e il ruolo delle repliche

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La locandina della mostra “Tutankhamon. 100 anni di misteri. 1922-2022” aperta dal 29 ottobre 2022 a Palazzo Zaguri a Venezia

I numeri sono da record quelli proclamati per la mostra “Tutankhamon. 100 anni di misteri: 1922-2022” del trecentesco Palazzo Zaguri di Venezia, prodotta da Italmostre e allestita da Venice Exhibition: 3000 mq divisi in 36 stanze su 5 piani con più di 1250 tesori e oggetti esposti. E già si annuncia l’apertura straordinaria di Natale dal 26 al 31 dicembre 2022 e dal 2 all’8 gennaio 2023, dalle 10 alle 19 (ultimo ingresso alle 18), e domenica 1° gennaio 2023, dalle 14 alle 18 (ultimo ingresso alle 17). E allora cerchiamo di conoscere meglio questa esposizione con una guida speciale, il curatore della mostra il prof. Maurizio Damiano, uno dei massimi esperti di egittologia in Europa con 25 pubblicazioni tradotte in 50 lingue e collaboratore di molti programmi scientifici nelle più importanti emittenti televisive. Lo faremo a puntate con degli interventi “live” del prof. Damiano.

Il progetto. “Il progetto è un vecchissimo sogno”, spiega Damiano ad archeologiavocidalpassato.com. “In questi 43 anni di carriera tante volte mi sono trovato faccia a faccia con Tutankhamon e sognavo di fare qualcosa di grande ma anche nell’ottica di ciò che io faccio nel mio lavoro e con i miei allievi. Io nei corsi di Egittologia parto sempre dall’ambiente. E anche in questa mostra ho voluto inserire l’ambiente in un percorso che fosse di formazione mentale. Noi dobbiamo capire che siamo tutti figli della nostra storia. La libertà di pensiero è un’illusione. Noi siamo liberi di pensare in base agli input che ci sono arrivati nel corso della nostra vita. Quindi l’ambiente è fondamentale. Quella civiltà è così perché è nata lì. Qualche chilometro più in là, come in Mesopotamia, è totalmente diversa. Quindi per me è sempre importante partire da questo. Poi in mostra ho proposto una riflessione. Noi siamo così legati agli oggetti originali. Adesso che gli originali devono essere salvaguardati e non si muovono più, allora non vale più? No di certo. Questi oggetti, che siano repliche o originali, continuano a parlare. Continueranno sempre a parlare perché ci devono trasmettere il messaggio degli antichi egizi. Per questo – conclude – il progetto mi sta a cuore”.

Film “Tutankhamon, l’ultima mostra”. Prima di continuare nella visita guidata alla mostra di Palazzo Zaguri è bene fare un passo indietro. A maggio 2022 la promozione è stata massiccia. Parlo del film “Tutankhamon. L’ultima mostra” diretto da Ernesto Pagano e prodotto da Laboratoriorosso e Nexo Digital: un racconto straordinario con immagini ad altissima definizione, a cento anni dalla scoperta della tomba del faraone che ha rivoluzionato la storia dell’archeologia. Il film fa riferimento alla mostra “KING TUT. Treasures of the Golden Pharaoh” con 150 reperti provenienti dal corredo funerario del faraone della XVIII dinastia d’Egitto. La mostra, itinerante dal 2018 al 2020, era stata organizzata dal Consiglio Supremo delle Antichità egiziano in collaborazione con diverse istituzioni museali che ha visto come prima meta Los Angeles, seguita poi da altre dieci tappe nel mondo, sfruttando il fatto che in quel periodo ci sarebbe stato il trasferimento di una cospicua parte della collezione del museo di piazza Tahrir al Cairo (il museo Egizio storico) al GEM (il Grand Egyptian Museum realizzato sulla Piana di Giza), dove alla sua inaugurazione verrà esposto per la prima volta in assoluto l’intero corredo funerario di Tutankhamon. I profitti di questo tour sono stati investiti nella costruzione del GEM ed in parte destinati agli scavi di diversi siti archeologici in terra d’Egitto. Al termine della mostra i manufatti sono tornati nell’antica Kemet per non uscirne mai più; a dichiararlo è stato lo stesso Mustafa Waziry, segretario generale del Consiglio Supremo delle Antichità, il quale ha affermato che dopo questa lunga trasferta i reperti resteranno in Egitto “nei secoli dei secoli”.

Repliche sì o no? “La colonna portante della mostra”, spiega il prof. Damiano, “è proprio questo aiutare al salvataggio dei reperti originali e al contempo continuare a farli parlare. Anni fa il ministero egiziano ha stabilito che finita l’ultima mostra con i pezzi originali del tesoro di Tutankhamon questi sarebbero tornati in Egitto, sarebbero stati messi nel nuovo museo, il GEM Grand Egyptian Museum, e da quel momento non si muoverà più nemmeno uno spillo di Tutankhamon per sempre. Però il Governo egiziano ha finanziato milioni di dollari per creare un’impresa – adesso ce ne sono diverse – per fare delle repliche quasi perfette, perché per legge ci devono esserci piccoli dettagli diversi, riconoscibili solo dagli specialisti, altrimenti sarebbero classificati come falsi. Con queste repliche l’Egitto può continuare a dare il messaggio, e a Tutankhamon di girare il mondo. È bello vedere gli originali, però gli oggetti egizi, tutti gli oggetti egizi parlano, ci danno un messaggio. Quindi questo messaggio, con repliche perfette, deve continuare a girare per il mondo salvaguardando gli originali. E questo – conclude – ci permette di vedere qui a Venezia più cose di quante ce ne fossero esposte nel museo del Cairo. Ovviamente non nel Gem dove ci sarà tutto il tesoro di Tutankhamon, anche quanto era rimasto nei magazzini”.

Firenze. Chi era davvero Tutankhamon? Rispondono Massimiliano Franci e Valentina Santini nell’incontro “Tutankhamon oltre il mito” promosso da CAMNES

firenze_ex-chiesa-san-jacopo_conferenza-tutankhamin-oltre-il-mito_locandinaChi era davvero Tutankhamon? La cultura moderna quanto è ancora influenzata dalla sua leggenda? Nel mese del centenario della scoperta della sua tomba, CAMNES (Center for Ancient Mediterranean and Near Eastern Studies) di Firenze continua a celebrare Tutankhamon, stavolta con un incontro dedicato a “sfatare i miti” che ruotano attorno alla figura del giovane faraone. L’appuntamento – a ingresso libero – è venerdì 18 novembre 2022, alle 16, alla ex-chiesa di San Jacopo in Campo Corbolini, in via Faenza 43 a Firenze con “Tutankhamon oltre il mito”. Cosa sappiamo davvero di Tutankhamon? Quanto è sottile il filo che divide la leggenda dalla realtà? Cosa si intende per Tut-mania? Com’è nata la “maledizione” della sua mummia? Un incontro a cura di Massimiliano Franci e Valentina Santini per parlare del faraone, ma anche e soprattutto del ragazzo Tutankhamon, a cento anni da una delle scoperte archeologiche più celebrate di tutti i tempi.

Torino. Per il ciclo nel “Laboratorio dello Studioso” del museo Egizio la mostra “Esplorare il mondo della magia: amuleti e faïence” a cura di Martina Terzoli: viaggio tra le credenze, i desideri e le paure degli antichi Egizi per capire la mentalità e le pratiche magiche e religiose

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Nella mostra “Esplorare il mondo della magia: amuleti e faïence” sotto la lente di ingrandimento gli amuleti del museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Si sono riaperte le porte del Laboratorio dello Studioso del museo Egizio di Torino per “Esplorare il mondo della magia: amuleti e faïence”, la nuova mostra a cura di Martina Terzoli aperta dal 7 novembre 2022 all’8 gennaio 2023, ultimo appuntamento dell’anno del ciclo di mostre che accompagna i visitatori dietro le quinte del museo Egizio, alla scoperta dell’attività scientifica, condotta dai curatori e dagli egittologi del Dipartimento Collezione e Ricerca. Sotto la lente di ingrandimento gli amuleti, oggetti piccoli ma dal grande significato. Dal carattere magico, gli amuleti erano adoperati per contrastare insidie e paure della vita di tutti i giorni e, soprattutto, per assicurarsi un cammino sereno nell’aldilà.

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Martina Terzoli, curatrice della mostra “Esplorare il mondo della magia: amuleti e faïence”, tra gli amuleti del museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Una selezione di 61 amuleti permette al visitatore di compiere un viaggio tra le credenze, i desideri e le paure degli antichi Egizi e di approfondirne la mentalità e le pratiche magiche e religiose.   Gli amuleti e le tecniche per produrli, infatti, rappresentano ancora un aspetto poco indagato dagli studi egittologici. Nel 2021 il museo Egizio, in collaborazione con il Cnr di Catania, il Mit di Boston e l’università di Torino ha avviato una serie di indagini archeometriche, tuttora in corso, sugli amuleti realizzati in faïence, finalizzata ad analizzare i processi di produzione e le loro trasformazioni nel corso del tempo. Tra i ricercatori coinvolti c’è la curatrice della mostra, Martina Terzoli, egittologa specializzata all’università di Milano, che ha preso parte a diversi scavi archeologici in Italia, Iraq e in Egitto e che dal 2019 lavora all’Egizio.

Con l’intervista rilasciata sui canali social del museo Egizio si può conoscere meglio Martina Terzoli, curatrice della mostra “Esplorare il mondo della magia: amuleti e faïence”, e scoprire – ad esempio – qual è il reperto più fragile che le è capito tra le mani o come è diventata egittologa. Proprio con la curatrice della mostra sono previste due visite guidate da un’ora: la prima mercoledì 23 novembre 2022 e la seconda martedì 13 dicembre 2022, entrambe alle 16.30.  La partecipazione è consentita a un massimo di 25 persone con prenotazione online; il costo è di 7 euro a persona (escluso il biglietto d’ingresso).  Acquista il biglietto QUI.

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Amuleti del museo Egizio di Torino nella mostra “Esplorare il mondo della magia: amuleti e faïence” (foto museo egizio)

Questi oggetti dal carattere magico erano utilizzati per contrastare insidie e paure della vita di tutti i giorni e, soprattutto, per assicurarsi un cammino sereno nell’aldilà. Finalizzati alla protezione di chi li indossava, erano pertanto utilizzati sia in vita che dopo la morte e raffiguravano ogni cosa esistente: dagli animali agli elementi del cosmo, dalle divinità agli emblemi regali. Gli amuleti, perciò, sono in grado di raccontare la percezione che gli antichi egizi avevano del mondo circostante e dei suoi pericoli e di come cercassero di contrastarli.

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Amuleto a occhio udjat, realizzato in faïence, che risale al Terzo Periodo Intermedio (1076-722 a.C.) conservato al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Al centro della mostra un occhio udjat, realizzato in faïence, che risale al Terzo Periodo Intermedio (1076-722 a.C.), accompagnato da altri tre occhi udjat, realizzati sempre nello stesso materiale, ma con caratteristiche diverse. L’udjat è uno dei simboli più diffusi in forma di amuleto, che compare già a partire dall’Antico Regno (2592-2118 a.C.) e rimane in uso per moltissimo tempo. È legato al racconto mitologico di Horus e Seth, incarnazione del bene e del male, dell’ordine e del Caos. Horus, nella battaglia contro Seth, viene ferito ad un occhio e poi guarito dalle abilità magiche e mediche di Thot. Il nome del segno, infatti, significa “integro”. L’amuleto conferiva quindi una protezione magica, in grado di garantire l’integrità fisica e la rinascita di chi lo indossava sia in vita sia dopo la morte.

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Amuleti del museo Egizio di Torino nella mostra “Esplorare il mondo della magia: amuleti e faïence” (foto museo egizio)

In esposizione anche una selezione di oggetti realizzati in faïence, un materiale ricavato artificialmente, ampiamente apprezzato per le sue superfici colorate e brillanti e le sue caratteristiche simboliche. Particolare attenzione è data alle tecniche di lavorazione di questo materiale e alle modalità di realizzazione degli oggetti.