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Torino. Doppia visita guidata col curatore Alessandro Girardi alla mostra “Baciare la terra per il signore degli dèi: la statua stelofora di Neferhebef”, nuova proposta del ciclo nel “Laboratorio dello Studioso”: Girardi guiderà i partecipanti alla scoperta delle statue stelofore e diverse stele, strumento comunicativo molto versatile nell’antico Egitto

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Alessandro Girardi curatore della mostra “Baciare la terra per il signore degli dèi: la statua stelofora di Neferhebef” (foto museo egizio)

Ultimi posti disponibili per la visita guidata del 20 aprile 2023 alla mostra “Baciare la terra per il signore degli dèi: la statua stelofora di Neferhebef”, accompagnati dal curatore Alessandro Girardi. Fino al 28 maggio 2023, la statua stelofora di Neferhebef, che raffigura un uomo inginocchiato con le mani protese in avanti a reggere una stele, è infatti il reperto sotto la lente della nuova mostra del ciclo “Nel Laboratorio dello Studioso”, a cura di Alessandro Girardi. Grazie alla ricerca è stato possibile risalire al nome del proprietario e anche alle sue cariche. Due le visite guidate in programma col curatore Alessandro Girardi: la prima appunto il 20 aprile, l’altra il 17 maggio 2023, sempre alle 16.30. La visita dura 60 minuti. Massimo 25 partecipanti.

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La statua stelofora di Neferhebef conservata al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

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Stele esposte alla mostra “Baciare la terra per il signore degli dèi: la statua stelofora di Neferhebef” al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Cosa c’è di più bello che ascoltare le storie degli oggetti dalla viva voce di chi fa ricerca ogni giorno? Ogni reperto può celare mille storie e gli studiosi possono rivelarcele in modo appassionante e coinvolgente e farci sentire più vicini ai tesori che il museo Egizio di Torino custodisce nelle sale e nei magazzini. Il reperto rappresenta un elemento di evoluzione dei cosiddetti stelofori, delle statue che raffigurano un uomo inginocchiato con le mani protese in avanti a reggere una stele. La statua contiene delle iscrizioni con un’invocazione al dio Amon e, nonostante la provenienza incerta, grazie proprio all’iscrizione è stato possibile risalire al nome del proprietario, Neferhebef, ed anche alle sue varie cariche. In questa visita Alessandro Girardi guiderà i partecipanti alla scoperta delle statue stelofore e altre statuette provenienti da contesti funerari e templari. Sono inoltre esposte diverse stele, strumento comunicativo molto versatile nell’antico Egitto.

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Dettaglio della statua stelofora di Neferhebef conservata al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

L’analisi di questa statuetta, delle iscrizioni e dell’iconografia della stele permette di datare l’oggetto al Nuovo Regno, più specificamente tra la XVIII e la XIX dinastia (1479 – 1213 a.C. circa). Durante questo periodo storico si assiste ad uno sviluppo della devozione religiosa nella sfera privata. Tale fenomeno è particolarmente evidente nello spazio pubblico del tempio, dove vengono deposte statue ed altri oggetti votivi a favore degli dèi. Al contempo si assiste, inoltre, ad uno sviluppo della statuaria privata.

Egitto. Scoperta a Saqqara la tomba di Panehsy (periodo Ramesside, 1250 a.C.) e quattro cappelle funerarie dalla missione del museo Egizio di Torino, il ministero delle Antichità egiziano e il museo nazionale di Leiden. Greco: “Lo scavo permette la ricontestualizzazione archeologica di monumenti, rilievi e statue, giunti nelle collezioni europee nel XIX secolo”

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La tomba di Panehsy (1250 a.C.) scoperta a Saqqara dalla missione internazionale del museo Egizio di Torino, del ministero delle Antichità egiziano e del museo nazionale di Leiden (foto museo egizio)


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Lara Weiss (museo di Leiden) e Christian Greco (museo Egizio di Torino) a Saqqara nello scavo di Tomba di Panehsy (foto museo egizio)

La quinta e ultima settimana di scavo della missione congiunta del museo Egizio di Torino, del ministero egiziano del Turismo e delle Antichità e del museo delle Antichità di Leiden a Saqqara si è chiusa con l’annuncio di una importante scoperta: gli archeologi italiani, egiziani e olandesi hanno trovato una tomba di 3200 anni fa (primo periodo Ramesside, 1250 a.C.). Apparteneva a Panehsy, che era il responsabile del tempio dedicato al dio Amon. La spedizione archeologica, sotto la direzione del direttore dell’Egizio, Christian Greco, e della curatrice della Collezione Egiziana e Nubiana del Museo di Leiden, Lara Weiss, ha inoltre portato alla luce alcune cappelle funerarie, tra cui quella dell’artigiano Yuyu. La scoperta getta nuova luce sullo sviluppo della necropoli di Saqqara, nel periodo Ramesside. Saqqara è la necropoli della capitale dell’antico Egitto Menfi, che stando alla tradizione egizia fu fondata nel 3000 a.C. dal re Menes, il primo faraone dell’Egitto unito.

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Christian Greco, direttore del museo Egizio di Torino, nello scavo di Saqqara (foto museo egizio)

“Lo scavo a Saqqara, iniziato nel 1975 dal Egypt Exploration Society e dal museo nazionale delle Antichità di Leiden”, spiega il direttore Greco, “è finalizzato alla ricontestualizzazione archeologica di monumenti, rilievi e statue, giunti nelle collezioni europee nel XIX secolo. Nel 2015 il museo Egizio è diventato partner della missione. L’archeologia oggi mira a ricostruire la biografia di questi oggetti, perché si possa meglio comprendere la storia economica e sociale dell’antico Egitto. Il ritrovamento della cappella di Yuyu ne è l’esempio plastico, in questo gli stipiti di porta provenienti da questo monumento e conservati oggi al Musée de Picardie ad Amiens possono essere finalmente compresi e contestualizzati”.

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La tomba di Panehsy a Saqqara: ha la forma di un tempio, con un ingresso monumentale e una corte con portico colonnato (foto museo egizio)

La tomba di Panehsy ha la forma di un tempio, con un ingresso monumentale e una corte con portico colonnato al cui centro c’è un pozzo che dà accesso alle camere sepolcrali ipogee. Sul lato ovest la corte è chiusa da tre cappelle. Il complesso funerario di forma rettangolare, di 13,4 metri per 8,2 metri, confina a sud con la celebre tomba di Maya, alto funzionario, responsabile del tesoro del faraone Tutankhamon. I muri di mattoni crudi della struttura superiore della tomba di Paneshy sono ancora in piedi e raggiungono un’altezza di un metro e mezzo e sono decorati da ortostati, lastre di rivestimento in pietra calcarea, che mostrano rilievi colorati in cui si distinguono il proprietario della tomba Panehsy e sua moglie Baia, cantante di Amon, e diversi sacerdoti e portatori di offerte. Il nome di Panehsy significa il Nubiano, ma questo non necessariamente è una indicazione delle sue origini. Con l’aggiunto “da Menfi”, Panehsy vuole sottolineare il suo legame con questa città, un importante centro amministrativo e religioso al tempo in cui visse Panehsy, che quindi potrebbe essere nato lì.

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Tomba di Panehsy a Saqqara: rilievo con la dea Hathor, rappresentata nella sua tipica iconografica di mucca che esce dalla montagna (foto museo egizio)


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Tomba di Panehsy a Saqqara: pulizia dei rilievi (foto museo egizio)

Il nome Panehsy era relativamente comune a quel tempo, ma questo specifico responsabile del tempio che veniva da Menfi era sconosciuto agli studiosi fino ad oggi. La rappresentazione più bella di Panehsy è quella in cui è impegnato ad adorare la dea Hathor, rappresentata nella sua tipica iconografica di mucca che esce dalla montagna. Al di sotto, Panehsy e sua moglie Baia siedono insieme davanti ad una tavola. Un uomo calvo con una pelle di leopardo che gli cinge le spalle si trova di fronte alla coppia deceduta. È il sacerdote che si occupa del culto funerario dei defunti. Lui versa una libagione d’acqua. Il testo in geroglifico identifica il sacerdote come Piay, lo scriba della tavola sacrificale e forse il secondo di Panehsy. Il titolo suggerisce che Piay fosse subordinato al proprietario della tomba Panehsy. Non era così strano che Piay si occupasse del culto della morte del suo superiore, anche se idealmente questo compito spettava al figlio maggiore del defunto. Si può quindi ipotizzare che forse Panehsy non avesse figli.

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L’area di scavo della missione italo-egizio-olandese a Saqqara vicino alla piramide di Djoser (foto museo egizio)


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Lara Weiss (museo di Leiden) e Christian Greco (museo Egizio di Torino) nella missione di scavo a Saqqara (foto museo egizio)

A Est della tomba di Panehsy, gli archeologi italiani, egiziani e olandesi hanno scoperto quattro cappelle funerarie più piccole, una delle quali apparteneva a Yuyu, artigiano responsabile della produzione delle lamine d’oro presso il tesoro del faraone. La cappella di Yuyu misura solo 1 metro per un metro e 15 cm. Molto affascinanti le decorazioni e i dettagli della decorazione del muro. In questa cappella funeraria, quattro generazioni della famiglia di Yuyu erano rappresentate in splendidi rilievi colorati. Si vede il corteo funebre di Yuyu e il rituale dell’apertura della bocca, momento supremo del funerale, oltre alla venerazione della dea vacca hathorica e della barca del dio locale di Saqqara, Soqar. Un altro ritrovamento degno di nota nell’area est della tomba di Panehsy è una cappella, ancora anonima, con una rara rappresentazione del proprietario della tomba e della sua famiglia, il cui stile artistico potrebbe ispirarsi alle statue vicino alla tomba di Maya e Merit.

È uscito per Gangemi editore International il libro “Jebel Barkal. Mezzo secolo della Missione Archeologica Italiana in Sudan” a cura di Emanuele Ciampini e Francesca Iannarilli che raccoglie il risultato di mezzo secolo di lavoro, ereditato, rivisto e ripensato nel sito meroitico di Jebel Barkal

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Copertina del libro “Jebel Barkal. Half a century of the Italian Archaeological Mission in Sudan / Jebel Barkal. Mezzo secolo della Missione Archeologica Italiana in Sudan” a cura di Emanuele Ciampini e Francesca Iannarilli

Mesi di scrittura e rilettura, ma soprattutto anni di scavo: ecco il libro “Jebel Barkal. Half a century of the Italian Archaeological Mission in Sudan / Jebel Barkal. Mezzo secolo della Missione Archeologica Italiana in Sudan” a cura di Emanuele Ciampini e Francesca Iannarilli (Gangemi editore), in inglese, che raccoglie il risultato di mezzo secolo di lavoro, ereditato, rivisto e ripensato, fornendo finalmente una panoramica completa e informata dei principali aspetti dell’ambientazione storica, architettonica e materiale del sito Meroitico di Jebel Barkal. La Missione Archeologica Italiana in Sudan è stata fondata nel 1973 e da allora svolge un intenso e continuo lavoro nel sito UNESCO di Jebel Barkal, l’antica città di Napata. Cinque decenni di scavi e ricerche hanno portato alla luce un quartiere reale del periodo meroitico, caratterizzato dal Palazzo del re Natakamani (I secolo d.C.) e dai numerosi edifici di diversa destinazione e stile architettonico che lo circondano. Pertinenti a questi edifici sono anche numerosi manufatti che testimoniano una cultura materiale ricca di originalità e influenze mediterranee.

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Il prof- Emanuele Ciampini. direttore della Missione archeologica italiana in Sudan (foto mai-sudan)

Emanuele M. Ciampini è professore associato di Egittologia all’università Ca’ Foscari di Venezia. È autore di numerosi libri e articoli scientifici di egittologia e studi nubiani, e direttore della Missione Archeologica Italiana in Sudan a Jebel Barkal.

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Francesca Iannarilli, field director della Missione Archeologica Italiana in Sudan (foto mai-sudan)

Francesca Iannarilli è assegnista di ricerca all’università Ca’ Foscari di Venezia. Come field director della Missione Archeologica Italiana in Sudan, si occupa di ricerca, formazione e divulgazione relative al sito di Jebel Barkal.

Vicenza. A Palazzo Chiericati presentazione del libro “Nella terra di Pakhet” (Marsilio Arte) di Maurizio Zulian e Graziano Tavan: occasione per parlare di un Egitto “nascosto” dove lavorarono scribi, artigiani operai, non meno bravi dei colleghi della Valle dei Re, anche se ai più sconosciuti, ma che contribuirono comunque all’idea di Egitto eterno

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Maurizio Zulian e Graziano Tavan con Christian Greco, direttore del museo Egizio di Torino, alla mostra “I creatori dell’Egitto eterno” in Basilica Palladiana di Vicenza

“I creatori dell’Egitto eterno”: così li ha chiamati Christian Greco, direttore del museo Egizio di Torino. Sono gli scribi, gli artigiani, gli operai al servizio del faraone. Vivevano in un villaggio pensato e organizzato proprio per loro a Tebe Ovest, oggi chiamato Deir el Medina, per poter essere operativi nelle vicine valle dei Re e valle delle Regine. Ma non furono gli unici. C’è una grande fascia dell’Antico Egitto, che noi oggi chiamiamo Egitto Centrale (a grandi linee tra il Cairo e Luxor, cioè esattamente dal governatorato di Beni Suef, appena a Sud del Cairo, a quello di Sohag, che finisce ad Abydos) dove furono realizzate sontuose tombe per principi, governatori, nomarchi. E anche per un faraone, Akhenaten, noto per essere l’artefice di una rivoluzione religiosa monoteista, che proprio nel deserto lontano da Tebe fece costruire la nuova capitale, Akhetaten, dove andò a vivere con la moglie Nefertiti. È questo un Egitto “nascosto”, lontano dai percorsi turistici, perché sostanzialmente chiuso ai visitatori, e spesso anche agli stessi studiosi. Ma c’è un libro che colma questa lacuna “Nella terra di Pakhet. Carnet de voyage nelle province centrali dell’Alto Egitto. Appunti di trent’anni di esplorazioni” (Marsilio Arte) di Maurizio Zulian e Graziano Tavan, con la prefazione di Edda Bresciani.

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La copertina del libro “Nella terra di Pakhet. Carnet de voyage nelle province centrali dell’Alto Egitto. Appunti di trent’anni di esplorazioni” di Maurizio Zulian e Graziano Tavan (Marsilio Arte)

Zulian e Tavan presenteranno il libro proprio a Vicenza, in concomitanza con la grande mostra “I creatori dell’Egitto eterno” in Basilica palladiana, promossa dal museo Egizio di Torino. Appuntamento nel salone d’Onore di Palazzo Chiericati, sabato 22 aprile 2023, alle 16.30, grazie alla generosa disponibilità del Comune di Vicenza – Assessorato alla Cultura, e all’assessore Simona Siotto. “Nella terra di Pakhet” non è una guida archeologica tout court né un libro fotografico sull’Egitto, ma è un viaggio, emozionale e scientifico al contempo, alla scoperta appunto di questo Egitto “nascosto”: “Un’ampia regione che trova la sua espressione “mitologica” nel titolo principale del libro Nella terra di Pakhet;  Pakhet  era una dea leonessa, un felino potente “grande di magia”, con caratteri che l’avvicinavano sia a Bastet-la-gatta sia a Sekhmet-la-leonessa,  e  la cui  area di culto era appunto nell’Egitto centrale”, scrive nella prefazione la compianta professoressa Edda Bresciani, tra i più grandi egittologi del Novecento, che ha seguito passo-passo la realizzazione di questo libro – praticamente uno dei suoi ultimi lavori, che purtroppo non ha fatto in tempo a vedere stampato -, intervenendo anche con proprie ricerche inedite.

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Maurizio Zulian in una delle sue missioni esplorative nell’Egitto Centrale

Ad accompagnarci in questo viaggio di scoperta ed esplorazione è Maurizio Zulian che in trent’anni, come un novello Flaubert, ha girato in lungo e in largo l’Egitto Centrale, visitando personalmente anche più volte tutti i siti, raccogliendo sui suoi taccuini una messe di informazioni, archiviando decine di migliaia di fotografie (oggi parte dell’Archivio on line della Fondazione Museo Civico di Rovereto), incontrando direttori di missioni archeologiche da ogni parte del mondo e confrontandosi con loro. Con più di 800 foto inedite e il racconto in prima persona sui 31 siti archeologici più importanti dell’Egitto Centrale, il lettore si immedesima esploratore al fianco di Zulian, entra nelle tombe precluse al pubblico, ammira i vasti paesaggi della valle del Nilo, conosce riti millenari e usi e costumi moderni. Ma il libro “Nella terra di Pakhet” di 576 pagine (Marsilio Arte) è anche occasione di ricerca e approfondimento, grazie al ricco apparato bibliografico, curato da Graziano Tavan: bibliografia, indici analitici, glossario e tavole cronologiche.

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La splendida raffigurazione in bassorilievo dipinto del cane di Pepiankh il Medio dalla TOMBA D2 di Meir, in Egitto (foto maurizio zulian)

A Vicenza, attraverso una carrellata di immagini suggestivi, Zulian e Tavan ci porteranno alla scoperta di questi siti, tra tombe monumentali che nulla hanno da invidiare alle più note della valle dei Re, templi rupestri, stele incise nella roccia per la propaganda reale. Si passerà da delicati affreschi che tratteggiano la vita quotidiana a quelli che narrano gli impegni ufficiali del faraone o descrivono le attività della caccia o del lavoro nei campi, fino ai momenti ludici. C’è un mondo da scoprire che le fotografie di Maurizio Zulian rivelano al grande pubblico. E con una sorpresa finale: perché nel libro è presentata anche una tomba inedita le cui decorazioni sono mostrate per la prima volta, e la cui storia è tutta da raccontare.

Torino. Al museo Egizio l’egittologa Silvia Zago (università di Liverpool) parlerà di “Storie dell’altro mondo: la morte e l’aldilà nell’antico Egitto”. Conferenza, in presenza e on line, in collaborazione con Acme

torino_egizio_conferenza-storie-dell-altro-mondo_la-mortre-e-l-aldilà-nell-antico-egitto_silvia-zago_locandinaLa credenza nell’esistenza di una vita dopo la morte è uno degli aspetti più caratteristici della cultura egizia, che conosciamo grazie a numerosissime fonti scritte e archeologiche. Se ne parla martedì 4 aprile 2023 nel nuovo appuntamento con le conferenze organizzate con l’Associazione ACME, Amici e Collaboratori del Museo Egizio: alle 18, in sala conferenze, interviene Silvia Zago (università di Liverpool) su “Storie dell’altro mondo: la morte e l’aldilà nell’antico Egitto”. L’ingresso è libero fino a esaurimento posti. Conferenza in italiano. La conferenza sarà trasmessa anche in streaming sulla pagina Facebook e sul canale YouTube del Museo. Il programma di incontri è realizzato in collaborazione con il dipartimento di Studi storici dell’università di Torino. Introduce Paolo Marini, curatore del museo Egizio. Le fonti scritte e archeologiche, tuttavia, offrono una visione tutt’altro che unitaria del mondo che gli egiziani credevano li aspettasse nell’aldilà, la Duat. Essa poteva essere dipinta come un accogliente grembo celestiale o come un ambiente sotterraneo irto di ostacoli, o con caratteristiche miste, a seconda dei contesti e delle funzioni che si trovava ad avere all’interno del complesso quadro di nozioni cosmologiche relative all’esistenza oltremondana. La conferenza esplorerà i vari aspetti della concettualizzazione della Duat nel corso dei secoli basandosi sui testi funerari, che erano iscritti sulle pareti delle tombe e su oggetti del corredo funerario, e che erano finalizzati ad accompagnare i defunti nel loro viaggio eterno e a permetterne la rinascita.

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L’egittologa Silvia Zago con il libro “A Journey through the Beyond”

Silvia Zago è docente di Egittologia al dipartimento di Archeologia, Civiltà Classiche ed Egittologia dell’università di Liverpool e visiting professor al dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere dell’università di Pisa. Ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Civiltà del Vicino e Medio Oriente (Egittologia) all’università di Toronto, dove ha anche insegnato la storia e la lingua egiziana per diversi anni. Ha inoltre conseguito la Laurea Magistrale in Lingue e Culture del Vicino e Medio Oriente (Egittologia) all’università di Pisa e la Laurea Triennale in Conservazione dei Beni Culturali (Archeologia del Vicino Oriente Antico) all’università Ca’ Foscari di Venezia.  Silvia è specializzata nella religione e testi funerari dell’antico Egitto, e in particolare l’evoluzione nel tempo dei concetti dell’aldilà, argomento su cui ha recentemente pubblicato la monografia A Journey through the Beyond: The Development of the Concept of Duat and Related Cosmological Notions in Egyptian Funerary Literature (Columbus, GA: Lockwood Press, 2022). La sua ricerca include anche le pratiche magiche e rituali, la concettualizzazione e l’uso dei paesaggi sacri nell’antico Egitto, e i contatti interculturali e la trasmissione del sapere nell’Egitto Greco-Romano. Dal 2021 è membra della Royal Historical Society di Londra.

Torino- Al museo Egizio presentazione del libro “La Formula della Creazione” di Michelangelo Pistoletto che dialoga con il direttore Christian Greco

torino_egizio_libro-la-formula-della-creazione_pistoletto_locandinaNel suo nuovo libro, edito da Cittadellarte-Fondazione Pistoletto, Michelangelo Pistoletto racconta in 31 passi il percorso umano e artistico che lo ha portato a definire la Formula della Creazione. Da lui stesso chiamata anche Formula della Vita. Il libro sarà presentato il 30 marzo 2023, alle 18, in sala conferenze del museo Egizio di Torino. L’autore Michelangelo Pistoletto dialoga con il direttore Christian Greco. Posti disponibili con prenotazione su https://www.eventbrite.it/…/biglietti-m-pistoletto… L’incontro si può seguire in diretta streaming sui canali Facebook e YouTube del museo Egizio.

Torino. 2300 reperti antichi del museo Egizio digitalizzati e interamente accessibili sui progetti Wikimedia grazie alla collaborazione con Wikimedia Italia e Creative Commons Italia. Un esempio da seguire per i musei italiani

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Operatori al lavoro per caricare le immagini dal sito del Museo su Wikimedia Commons (foto museo egizio)

Sono 2300 i reperti del museo Egizio digitalizzati e accessibili su Wikimedia, su un patrimonio di circa 40mila conservati a Torino all’interno del museo più antico al mondo dedicato alla civiltà nilotica. È il primo risultato della convenzione quadriennale stipulata nel 2022 tra Wikimedia Italia, museo Egizio e Creative Commons Italia, che prevede una collaborazione tra gli enti per rendere disponibili on line le riproduzioni fotografiche e i contenuti delle collezioni del museo Egizio, adottando gli strumenti e le licenze Creative Commons. Grazie a questa collaborazione, saranno rese disponibili online le immagini di migliaia di reperti custoditi al museo Egizio, insieme ai dati relativi alla cronologia, alla provenienza dei reperti e ai loro materiali. Si tratta di materiale che arricchisce in maniera puntuale e con testi scientificamente corretti le voci di Wikipedia nelle varie edizioni linguistiche e che permette di facilitare la ricerca su internet di immagini, dati e informazioni sulle collezioni del museo Egizio. Nel quadro della collaborazione tra il Museo, Wikimedia e Creative Commons, Wikimedia Italia sta caricando le immagini provenienti dal sito del Museo dedicato alla collezione su Wikimedia Commons, la più grande banca dati al mondo che già ospita oltre 90 milioni di immagini liberamente utilizzabili, e Wikidata, il database collaborativo che favorisce la ricerca di contenuti online.

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Il direttore del museo Egizio di Torino, Christian Greco (foto museo Egizio)

“I musei sono l’enciclopedia materiale delle generazioni che ci hanno preceduto”, dichiara Christian Greco, direttore del museo Egizio. “Come sottolinea l’articolo 9 della nostra Costituzione, la Repubblica custodisce il patrimonio culturale e la ricerca tecnico-scientifica. Le nostre collezioni, quindi, appartengono alla res pubblica e rappresentano un pezzo di memoria collettiva che le generazioni precedenti ci hanno lasciato in eredità. Dunque, per far vivere la collezione, per far in modo che lo studio si sviluppi e che si sviluppi l’industria culturale e creativa, c’è necessità assoluta che tutte le collezioni siano accessibili a tutti e in ogni luogo”. E Iolanda Pensa, presidente di Wikimedia Italia: “L’apertura del museo Egizio è un importante esempio di come le istituzioni hanno l’opportunità di aprirsi al pubblico, essere accessibili e inclusive e potenziare la propria funzione al servizio della società, in collaborazione con Wikipedia, i progetti Wikimedia e usando strumenti e licenze libere Creative Commons. Siamo molto felici di sostenere il museo Egizio in questo percorso e siamo a disposizione per affiancare tutte le altre istituzioni italiane che vogliono adottare l’Open Access e muoversi sempre di più verso la definizione di museo dell’International Council of Museums (ICOM), che li vuole proprio accessibili, inclusivi e aperti al pubblico”. “L’esperienza con il museo Egizio può fare da modello apripista per tutte le istituzioni che intendono condividere il proprio patrimonio culturale con la collettività”, dichiara Deborah De Angelis, lead di Creative Commons Italia. “Realizzando la missione che le caratterizza di conservazione e divulgazione della cultura e del sapere. La cultura aperta si identifica in uno spazio di libertà e di condivisione, nel quale è possibile per chiunque, in modo democratico ed egualitario, avere accesso alla conoscenza in ogni parte del mondo, per non perdere le opportunità offerte dalle tecnologie emergenti e sostenere l’innovazione e il progresso sociale, nonché incentivare le forme di creazione collaborativa”.

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Una pagina del sito web del museo Egizio “Turin Papyrus Online Platform” (foto museo Egizio)

L’Egizio è tra i musei all’avanguardia in Italia sulla digitalizzazione e sul tema dell’Open Access. Già prima della pandemia aveva lanciato il Turin Papyrus Online Platform (TPOP), vincitore del Premio del Patrimonio/ Premio Europa Nostra 2020 nella categoria “Ricerca”, che contiene fotografie ad alta risoluzione, descrizioni in inglese e talvolta traslitterazioni e trascrizioni geroglifiche di una parte dei 700 manoscritti, interi o riassemblati, e oltre 17mila frammenti di papiro, che documentano più di 3000 anni di cultura materiale scritta in sette scritture e otto lingue, conservati nella papiroteca del Museo. Un work in progress volto a rendere accessibile la Collezione papiri dell’Egizio, che è esposta in minima parte.

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Home page delle Collezioni online del museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Sul sito http://collezioni.museoegizio.it i visitatori e studiosi possono consultare una selezione di quasi 3000 dei circa 4000 oggetti della collezione del museo Egizio. Le immagini sono scaricabili e riutilizzabili liberamente sotto licenza Creative Commons CC BY 2.0. Mentre nell’autunno 2021 è iniziata la digitalizzazione dell’archivio storico fotografico del Museo, che custodisce circa 45mila suddivise tra lastre in vetro e su celluloide, stampe ottocentesche e novecentesche, diapositive, che documentano un arco temporale tra la seconda metà dell’Ottocento e i primissimi anni Duemila e che documenta per immagini le Missioni archeologiche italiane dal 1903 al 1937 in 14 località in Egitto, che portarono a Torino oltre 30mila reperti. L’archivio storico fotografico digitale l’anno scorso è stato insignito del Premio Museo Open Culture Italia, ideato da Icom-Italia (International Council of Museum), Wikimedia Italia e Creative Commons Italia. Nell’ambito di questa strategia volta a digitalizzare e a portare sui pc di appassionati e studiosi i reperti dell’antico Egitto, si inserisce la collaborazione con Wikimedia e Creative Commons. tutti_musei_su_wikipedia_logoLa collaborazione tra Wikimedia Italia e il museo Egizio può essere d’esempio per molti altri musei italiani più cauti rispetto al tema dell’open access. Per facilitarli, Wikimedia Italia ha lanciato “Tutti i musei su Wikipedia”, promosso in collaborazione con ICOM Italia, Creative Commons Italia, il Dipartimento di Economia e Statistica “Cognetti de Martiis” dell’Università di Torino, con il co-finanziamento di Wikimedia Foundation. L’iniziativa ha l’obiettivo di invitare tutte le oltre 3000 istituzioni culturali italiane a collaborare con Wikipedia e i progetti Wikimedia, accompagnandole nell’elaborazione di una Open Access Policy e nella pubblicazione di una selezione di immagini e documenti con strumenti e licenze libere. È rivolta a tutti i musei del territorio italiano, che grazie a questa collaborazione possono raggiungere nuovi visitatori e studiosi attraverso internet.

Firenze. Al Palazzo dei Congressi al via tourismA 2023: tre giornate per la nona edizione con decine di incontri, centinaia di relatori, stand, laboratori didattici, lezioni di geroglifico, mostre, cinema, premi internazionali, installazioni multimediali, musei digitali, archeodegustazioni, performance teatrali

È tutto pronto per “tourismA 2023”, al Palazzo dei Congressi di Firenze dal 24 al 26 marzo 2023, organizzata da Archeologia Viva. Taglio del nastro venerdì 24 marzo 2023, alle 10.30, nell’atrio, alla presenza del presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani. Nel cuore della capitale mondiale dell’arte, la nona edizione si annuncia ancor più densa di contenuti con tre intere giornate dedicate a nuove proposte di viaggio, personaggi ed esperti in discipline storico-archeologiche-ambientali, decine di incontri, centinaia di relatori, stand, laboratori didattici, lezioni di geroglifico, mostre, cinema, premi internazionali, installazioni multimediali, musei digitali, archeodegustazioni di pietanze etrusco-romane, performance teatrali. Tra i “big” ricordiamo la storica e scrittrice Eva Cantarella, il filologo Luciano Canfora, il geologo Mario Tozzi, il medivista Franco Cardini, il paleoantropologo Giorgio Manzi, l’archeologo Giuliano Volpe, il regista Eugenio Farioli Vecchioli, l’attore e conduttore tv Fabio Troiano, il genetista Guido Barbujani, l’immunologa Antonella Viola… Ingresso libero e gratuito.

Spulciamo un po’ il ricco programma. VENERDÌ 24 MARZO 2023. In auditorium, 9-13: “SAVE ART 2023 BRUTTO È BELLO”, l’estetica del “brutto” nella storia dell’arte e nel costume; 14.30-18: XIX INCONTRO NAZIONALE DI ARCHEOLOGIA VIVA, prima parte. In sala Verde, 11-13: “TOSCANA TERRA ETRUSCA”, il prodotto Turistico omogeneo e la promozione; 14.30-17.30: “SULLE VIE DEI BRONZI”, sculture in bronzo e bronzo dorato dai musei delle Marche. In sala Onice, 9.30-13.15: “ITER 2023”, Archeologia Patrimonio e Ricerca italiana all’estero – L’Archeologia italiana per l’UNESCO; 14-18: “RISCHI E RISORSE”, la risposta delle comunità preistoriche alle sfide ambientali. In sala Limonaia, 16.30-18: “FARE TURISMO CULTURALE OGGI”, l’esperienza turistica nel patrimonio culturale: innovazione digitale al servizio di destinazioni e operatori. In sala 4, 12-13.30: “CORTONA E L’EGITTO”, il nuovo allestimento al MAEC; 14-15: “TECNOLOGIE DEL LEGNO”, assemblaggio, curvatura, calafataggio: il legno fra protostoria e storia come elemento portante delle civilizzazioni; 15.15-17.45: “ARCHEONUTRIZIONE”, com’eravamo… Come mangiavamo… In sala 9, 9-13: “ARCHEOLOGIA IN ASIA OCCIDENTALE”, i progetti dell’Università di Firenze – Dipartimento SAGAS; 14-18: “LA VIA LATTEA”, maternità e infanzia dall’Antichità alla Collezione Bellucci. Grotta Lattaia (Cetona – Si) e il Culto del latte.

PROGRAMMA SABATO 25 MARZO 2023. In auditorium, 9.15-14.45: XIX INCONTRO NAZIONALE DI ARCHEOLOGIA VIVA, seconda parte; 12-13: SAMI – Società Archeologi Medievisti Italiani, PREMIO “RICCARDO FRANCOVICH”; 15-18: “NEL NOME DI IPPOCRATE”, il viaggio della medicina tra archeologia, storia e scienza: alla ricerca di un linguaggio comune tra cultura scientifica e cultura umanistica. In sala Verde, 9.15-11.30: “PIETRE PARLANTI NELLA PREISTORIA”, la statuaria dell’età del Rame all’origine delle civiltà europee; 12-13.30: “LA SARDEGNA NEL MONDO”, promozione tramite il racconto archeologico; 14-18: “CORSICA ETRUSCA”, progetto di ingegneria culturale con obiettivi economici, scientifici ed educativi. In sala Onice, 11.15-13.30: “ROMAGNA EMPIRE”, il piacere del viaggio sulle tracce della storia; 14.30-18: “ARCHEOLOGIA IN TOSCANA”, professione, ricerca e tutela. In sala Limonaia, 9.30-13: “VIAGGI DI CULTURA E ARCHEOLOGIA”, rassegna di itinerari turistico-culturali; 14.30-16: “TURISMO CULTURALE SOSTENIBILE”, il turismo culturale come driver di sviluppo sostenibile per comunità e destinazioni; 16.30-18: “INVITO AD AQUILEIA”. In sala 4, 11.30-13: “I GRECI DI SICILIA. LE CITTÀ”, dibattito aperto sulla colonizzazione dell’Isola; 14.30-16: “PICENI JOINED THE CHAT”, nuove prospettive, nuovi format, nuovi linguaggi, nuovi modi di raccontare l’archeologia e la storia; 16.15-18.30: “CONSORZIO TURISTICO DEI LAGHI”, cultura, ambiente e sviluppo territoriale nel cuore della Sardegna, a cura di Consorzio Turistico dei Laghi – Cagliari. In sala 9, 9-13 / 14-18: ArcheoArteCineTeatro, valorizzazione e promozione dei Beni Culturali e di Culto.

PROGRAMMA DOMENICA 26 MARZO 2023. In auditorium, 8.20-17.30: XIX INCONTRO NAZIONALE DI ARCHEOLOGIA VIVA, terza parte. In sala Verde, 9.30-10.45: “SIMPOSIO ETRUSCO – ELLENICO”, Toscana Promozione Turistica presenta il primo “Simposio Etrusco-Ellenico” nel sito di Aristotele; 11-13: “ARCHEOLOGICAL & CULTURAL TOURISM AWARD”; in sala Onice, 9.45-13: “MEMORIE DI PIETRA”, iI parchi archeologici si raccontano. In sala 4, 9-13: “VETULONIA 2023”, meraviglie del MANN in mostra al MuVet e nuove scoperte dalle Terre degli Etruschi. In sala 9, 9-10.45: “TREXENTA EXPERIENCE”, progetto di turismo esperienziale in Sardegna; 11-13.30: “SISTEMA MUSEALE ARCIPELAGO TOSCANO”, progetti e buone pratiche di valorizzazione per i siti museali e aree archeologiche delle isole toscane.

Bologna. Al museo civico Archeologico il ritorno delle due mummie dalla mostra di Bolzano è occasione per un approfondimento del progetto “Mummies. Il passato svelato” con tre incontri sul loro studio diagnostico e sul loro restauro conservativo

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La mummia di donna col sudario dipinto al rientro al museo civico Archeologico di Bologna: da destra a sinistra, Paola Giovetti, direttrice del museo Archeologico; Eva Degl’Innocenti, direttrice del Settore Musei Civici Bologna; Daniela Picchi, responsabile della Collezione egiziana del museo e Elena Cané, restauratrice del museo (foto bologna musei)

bolzano_noi-tech-park_mostra-mummies_locandinaLe mummie sono tornate a casa. E il museo civico Archeologico di Bologna apre un nuovo capitolo per la valorizzazione di una parte importante della propria collezione egizia. La due mummie – la mummia di donna con il sudario dipinto e la mummia di fanciullo con tre tuniche – sono state esposte nella mostra “Mummies. Il passato svelato”, organizzata al NOI Teck Park di Bolzano dal 2 settembre al 20 ottobre 2022, nell’ambito del 10th World Congress on Mummy Studies (WMC 2022). Ora, in occasione del loro ritorno a Bologna, il museo civico Archeologico promuove un ciclo di conferenze per condividere con un pubblico più ampio di quello specialistico i risultati dell’importante lavoro interdisciplinare condotto con numerose e prestigiose collaborazioni, in cui sarà possibile ripercorrere la storia di due antichi egiziani e il loro viaggio per giungere fino a oggi. Seguendo il filo di trama e ordito saranno svelate anche altre storie di restauri e tessuti antichi. Tre gli incontri previsti, a ingresso gratuito, nella Sala Risorgimento del museo. Si inizia sabato 18 marzo 2023, alle 17, Irene Tomedi (Accademia Tessile Europea di Bolzano) su “Conservare tessuti antichi: dalla Sacra Sindone alle tuniche egiziane”; seguono sabato 25 marzo 2023, alle 17, Daniela Picchi (museo civico Archeologico di Bologna), Alice Paladin e Marco Samadelli (Eurac Research) su “Storia di una ‘bella’ egiziana da Tebe Ovest”; chiudono sabato 1° aprile 2023, alle 17, Paola Buscaglia e Roberta Genta (Centro di Restauro e Conservazione “La Venaria Reale”) su “Implicazioni etiche e metodologiche nel restauro di una mummia con sudario dipinto”.

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Bologna, museo civico Archeologico: tomografia assiale computerizzata della mummia con il sudario dipinto (foto Paolo Bondielli e Marcello Garbagnati MediterraneoAntico)

Grazie a una proficua collaborazione scientifica avviata nel 2019 con l’Istituto per lo studio delle mummie di Eurac Research di Bolzano, è stato possibile realizzare l’articolato progetto “Mummies. Il passato svelato” finalizzato alle indagini diagnostiche e al trattamento conservativo di due rare mummie umane custodite nei magazzini del museo dalla fine degli anni Settanta: la mummia con il sudario dipinto e la mummia di fanciullo con tre tuniche, appartenenti rispettivamente alle collezioni formate dall’artista bolognese Pelagio Palagi (1775-1860) e da Federico Amici (1828-1907), che ricoprì importanti incarichi in Egitto per conto del Khédive Muhammad Tewfik Pasha (1852-1892). Lo studio antropologico e paleopatologico delle due mummie è stato condotto dall’Istituto per lo studio delle mummie di Eurac Research di Bolzano in collaborazione con il Dipartimento di Radiologia dell’IRCCS Azienda Ospedaliero-Universitaria di Bologna – Policlinico di Sant’Orsola, presso il quale è stato eseguito l’esame tomografico computerizzato utile per ricostruire il profilo biologico dei due individui. Dopo essere stata affidata alle cure del Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale”, la mummia con il sudario riccamente dipinto, appartenuta a una donna vissuta in epoca romana (I-II sec. d.C.), torna ora ad essere esposta in via permanente nella Sezione Egizia del museo. La sua restituzione alla comunità scientifica e alla fruizione pubblica riveste un carattere di eccezionale interesse storico: sono solo due al mondo i resti umani mummificati ancora avvolti in sudari integri di questo tipo e di questa epoca. L’intervento conservativo che ha interessato la seconda, non meno rara, mummia di un fanciullo accuratamente avvolto in tre tuniche, databile all’Egitto Medievale (XIII sec. d.C.), è stato invece svolto dalla restauratrice di tessuti antichi Irene Tomedi dell’Accademia Tessile Europea di Bolzano, già nota per il restauro della Sacra Sindone. In entrambi i casi, gli interventi conservativi sono stati eseguiti in collaborazione con il Dipartimento di Chimica e Chimica industriale dell’università di Pisa.

bolzano_noi-tech-park_mostra-mummies_logoIl tema complesso dell’esposizione delle mummie, e delle relative implicazioni in ambito etico, museologico e giuridico, è oggetto di un irrisolto dibattito. All’esigenza di una cura ed esposizione doverosamente rispettosa dei resti umani, prevista anche dal codice etico dei musei (ICOM), si contrappongono spesso la sovraesposizione mediatica o l’abbandono nei magazzini per difficoltà emotive d’interazione o per un rifiuto ideologico. Il progetto “Mummies. Il passato svelato” supera tali contraddizioni mettendo al centro la dignità dell’individuo e quindi dell’esposizione dei resti umani, che è possibile solo in particolari condizioni. Lo studio antropologico e paleopatologico, l’analisi e il trattamento conservativo dei tessuti hanno permesso di far luce sulla vita di due antichi Egiziani, restituendo loro l’identità perduta e rendendoli testimoni di una storia millenaria che merita di essere conosciuta.

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Bologna, museo civico Archeologico: mummia con il sudario dipinto, lato fronte dopo il restauro conservativo (foto CCR Venaria)

La mummia con il sudario dipinto. La maggior parte delle mummie egizie conservate nel museo civico Archeologico di Bologna apparteneva alla collezione dell’artista bolognese Pelagio Palagi (1775-1860). Tra il 1825 e il 1845 Palagi acquistò oltre tremila antichità egizie che poi offrì a un prezzo agevolato alla sua città natale tramite lascito testamentario. Palagi acquistò la mummia con il sudario dipinto assieme a un migliaio di altri oggetti nel 1831 da Giuseppe Nizzoli, già cancelliere del consolato austriaco in Egitto. Nel Catalogo Dettagliato della Raccolta di Antichità Egizie riunite da Giuseppe Nizzoli, pubblicato ad Alessandria d’Egitto nel 1827, si trova una descrizione utile a comprendere il contesto archeologico di provenienza di questa mummia: “Una mummia di stile greco (senza cassa, perché così ritrovata nelle tombe, con altre in fila) tutta piena di bende con pitture curiosissime, e di un genere tutto differente”. Dopo la morte di Palagi, la mummia e le altre antichità egizie furono trasferite dalla sua casa-museo di Milano a Bologna, dove furono poi esposte a Palazzo Galvani, attuale sede del museo civico Archeologico.

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Bologna, museo civico Archeologico: una fase della spettrofotometria XRF della mummia con il sudario dipinto (foto CCR Venaria)

La mummia femminile con il sudario dipinto è di tipologia rarissima, in quanto ancora ricoperta da un raffinato sudario dipinto che riproduce idealmente i tratti della defunta. Il volto è incorniciato da una lunga chioma nera che termina in folti riccioli ed è trattenuta da una fascia bianca con decorazioni geometriche sulla fronte. Le orecchie, il collo, le braccia e le mani sono impreziosite da gioielli. Ai lati del corpo sono dipinti, dall’alto in basso, due lamentatrici funebri, due urei, gli amuleti djed e tit, due grandi mazzi di fiori di loto. La parte posteriore del sudario non è perfettamente visibile perché coperta dalla resina che lo fissa al corpo. Le indagini diagnostiche, svolte in collaborazione con il Dipartimento di Radiologia dell’IRCCS Azienda Ospedaliero-Universitaria di Bologna – Policlinico di Sant’Orsola, sembrano confermare la provenienza della mummia da una necropoli tebana – il fango trovato sul dorso della mummia ha caratteristiche attribuibili a quell’area – e datano tutti i tessuti – sudario e bende interne – al I-II secolo d.C. Inoltre, la caratterizzazione dei materiali utilizzati per decorare il sudario ha confermato la presenza di sostanze documentate in epoca romana. Anche lo stile pittorico del sudario può essere ricondotto allo stesso periodo storico (I-II secolo d.C.), come dimostra la sua somiglianza con le mummie e i sarcofaghi appartenenti ai membri della famiglia Soter (53-117 d.C.). Il sudario di Bologna non appartiene necessariamente allo stesso contesto archeologico, ma è tipologia paragonabile a quelli del gruppo Soter (53-117 d.C.), la cui tomba è presumibilmente da identificarsi con la TT32 nella necropoli tebana di El-Khokha. A questo gruppo appartiene la mummia di Cleopatra II, figlia di Soter, ora conservata al British Museum, che è l’unica altra mummia dell’epoca con sudario ancora avvolto attorno al corpo.

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Bologna. museo civico Archeologico: fasi del restauro conservativo della mummia col sudario dipinto (foto CCR venaria)

La mummia di Bologna appartiene a una donna, alta circa 153 centimetri, che al momento della morte poteva avere 35-45 anni. L’analisi non ha evidenziato un’unica causa di morte. La donna era affetta da ascessi che comportarono la perdita di alcuni denti in vita. Soffriva di malattie degenerative, come l’artrosi alla spina dorsale e alle articolazioni delle ginocchia. Le abbondanti pieghe della pelle e i residui di tessuto adiposo su fianchi, glutei e cosce suggeriscono una rotondità delle sue forme. Grazie allo sbendaggio virtuale della mummia tramite TAC, è stato osservato che il corpo è in posizione supina, con le braccia stese lungo i fianchi e le gambe dritte. Durante il processo di imbalsamazione, il cervello è stato quasi completamente rimosso attraverso la narice sinistra. Gli organi interni sono stati estratti attraverso un’incisione verticale sull’addome, imbottito poi solo parzialmente con bende imbevute di resina. Il corpo è stato infine ricoperto con un’abbondante colata di resina e rivestito con un bendaggio in tessuti di lino. Le tecniche di imbalsamazione e il raffinato sudario confermano lo stato sociale elevato della defunta. La datazione al radiocarbonio ha attribuito il sudario all’epoca romana (I-II sec. d.C.). L’intervento conservativo, eseguito dal Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale” – in collaborazione con il Dipartimento di Chimica e Chimica industriale dell’università di Pisa e con ISPC CNR Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale (nell’ambito del progetto PAMUS – E-RIHS) – è stato complesso: le diverse tipologie di degrado rendevano poco comprensibili le caratteristiche della policromia del sudario, così come la stratigrafia dei materiali tessili sottostanti. Superfici ancora integre convivevano con ampie lacune e lacerazioni, creando una superficie discontinua e compromessa. L’intervento, dalla pulitura al consolidamento, si è fondato sulla sinergia tra metodi diversi, puntando sia al recupero delle superfici policrome, sia alla conservazione dei tessuti archeologici, nel rispetto etico dei resti umani. Per scegliere in modo consapevole i materiali di intervento è stata condotta un’accurata campagna diagnostica e un’attività sperimentale preliminare al loro utilizzo.

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Bologna, museo civico Archeologico: mummia di fanciullo con tre tuniche, dettaglio della parte anteriore della prima tunica dopo il consolidamento (foto Irene Tomedi)

La mummia di fanciullo con tre tuniche. La mummia di fanciullo con tre tuniche può considerarsi una rara testimonianza del rituale funerario dell’Egitto medievale. Diversamente dalle mummie del periodo faraonico, le più frequenti nelle collezioni museali, il corpo del fanciullo non è stato sottoposto a tecniche di imbalsamazione ma è stato preparato alla sepoltura con una ricca vestizione. La mummia sarà conservata con cura dal museo di Bologna ma non sarà esposta al pubblico, nel necessario rispetto della dignità umana. La mummia proviene dalla collezione di Federico Amici (1828-1907), nato a Roma da una nobile famiglia bolognese, che soggiornò in Egitto dal 1875 al 1890 ricoprendo importanti incarichi per il Khédive Muhammad Tewfik Pasha (1852-1892). Tra questi, il più prestigioso fu l’organizzazione del servizio statistico nazionale dell’Egitto. Amici donò al museo civico di Bologna varie antichità e tra queste la mummia di fanciullo con tre tuniche. Furono presumibilmente i tessuti ad attirare la sua attenzione, perché il corpo del fanciullo era già allora in precario stato conservativo. Nel catalogo della collezione egizia di Bologna, pubblicato nel 1895 da Giovanni Kminek-Szedlo, la mummia è descritta come: “un fanciullo dell’epoca posteriore al retto imbalsamento degli Egiziani, lunga 0,63; è in istato molto trascurato e mancante di testa, e di braccia. I piedi sono scoperti, il resto del corpo è avvolto in un corsetto ed in una specie di gonnella di stoffe diverse”. Il “corsetto”, sovrapposto alle tre tuniche, doveva nascondere alla vista le braccia, che la mummia conserva ancora, a differenza di testa e piedi. Anche del “corsetto” non esiste più traccia.

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Bologna, museo civico Archeologico: mummia di fanciullo con tre tuniche, dettaglio di un ricamo (foto Paolo Bondielli e Marcello Garbagnati MediterraneoAntico)

La mummia, priva di testa e piedi, appartiene a un bambino di 2-3 anni, alto circa 84 cm. Non è stato possibile risalire alla causa di morte, ma dall’analisi paleopatologica è emerso uno stato di stress, in particolare negli arti inferiori, dovuto forse a un’alimentazione inadeguata o a un’infiammazione. La TAC ha evidenziato che il corpo non è stato eviscerato degli organi interni. Il cuore, la trachea, i bronchi e il diaframma si sono mummificati naturalmente. L’esame della pelle, dalla colorazione bruno-rossastra, suggerisce che il corpo sia stato trattato con qualche sostanza per prepararlo alla sepoltura. L’analisi al radiocarbonio, eseguita su un campione di osso e di tunica, ha permesso di datare la mummia al XIII secolo d.C. (Medioevo). L’intervento conservativo, eseguito dalla restauratrice di tessuti antichi Irene Tomedi in collaborazione l’Istituto per lo studio delle mummie di Eurac Research e il Dipartimento di Chimica e Chimica industriale dell’università di Pisa, è stato effettuato trattando le sole vesti di lino che ricoprono il corpo: due tuniche a filo grosso, una tinta in indaco e l’altra ricamata a filo nero sulle maniche, e una sovra-tunica quadrettata e bicolore a filo sottile.

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Bologna, museo civico Archeologico: mummia di fanciullo con tre tuniche, intervento di restauro conservativo (foto Irene Tomedi)

Il precario stato dei resti umani ha reso difficile il trattamento dei tessuti, molto degradati, lacerati e lacunosi. Dopo l’analisi tipologica dello sporco (sabbia, sali, liquidi corporei) depositato sulle fibre, è stata effettuata una prima pulitura con un micro-aspiratore dall’ugello ad ago. Lo sporco penetrato in profondità tra le fibre è stato rimosso tramite tamponamenti con spugnette imbevute in acqua demineralizzata, proteggendo adeguatamente il corpo. Questo trattamento ha permesso di eliminare le pieghe nel tessuto e di comprendere le caratteristiche formali delle tuniche. Il tutto è stato eseguito mettendo in sicurezza le parti fragili con spilli entomologici. Le tuniche di lino a filo grosso sono state poi integrate e consolidate con un tessuto di lino, mentre la sovra-tunica con il velo di Lyone in seta, entrambi adeguatamente tinti e fissati con filo organzino di seta. L’intervento ha restituito alle tuniche solidità e aspetto omogeneo.

Vicenza. Mostra “I creatori dell’Egitto eterno”: conferenza con il curatore Cédric Gobeil a Palazzo Chiericati e ingressi ridotti per la Festa del papà

vicenza_basilica_mostra-i-creatori-dell-egitto-eterno_conferenza-gobeil_locandinaDopo Christian Greco, Corinna Rossi e Paolo Marini, stavolta tocca a Cédric Gobeil. Sarà lui il protagonista della nuova iniziativa di promozione della mostra “I creatori dell’Egitto eterno” in Basilica palladiana fino al 28 maggio. Venerdì 17 marzo 2023, alle 18, Cédric Gobeil, egittologo e curatore del museo Egizio, nel salone d’onore del museo civico di Palazzo Chiericati a Vicenza approfondirà il tema “La vita quotidiana degli antichi egizi alla luce della scoperta di Deir el-Medina”.

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Cédric Gobeil (museo Egizio Torino) (foto graziano tavan)

L’incontro a ingresso libero fino ad esaurimento dei posti disponibili conclude il ciclo di conferenze condotte dai curatori della mostra: Corinna Rossi, docente di Egittologia al Politecnico di Milano, alle Gallerie d’Italia – Vicenza ha tenuto l’incontro dal titolo “La tomba egizia come microcosmo”; Paolo Marini, egittologo e curatore del Museo Egizio, ha discusso di “Timori e speranze a Deir el-Medina. Storie di geni, divinità mostruose e serpenti”, nella sede di Cereal Docks. “Continuiamo a proporre occasioni di approfondimento della grande mostra dedicata agli antichi Egizi in Basilica”, dichiarano il sindaco Francesco Rucco e l’assessore alla cultura Simona Siotto. “Con l’ultimo appuntamento con uno dei curatori, Cédric Gobeil a Palazzo Chiericati, si chiude la rassegna che ha coinvolto anche gli altri due curatori, Corinna Rossi e Paolo Marini, ai cui due interventi ha partecipato un numeroso pubblico di appassionati. Prossimamente organizzeremo nuovi momenti per conoscere più a fondo l’interessante e affascinante civiltà dell’antico Egitto. Proseguono anche le promozioni in mostra in occasione di particolari festività. La prossima sarà la Festa del papà, durante la quale invitiamo i padri, che potranno accedere con il biglietto ridotto, a visitare l’esposizione insieme ai loro figli di ogni età”.

vicenza_basilica_mostra-i-creatori-dell-egitto-eterno_festa-papà_locandinaDomenica 19 marzo 2023, in occasione della Festa del papà, tutti i papà entreranno in mostra con il biglietto ridotto da 11 euro, accompagnati dai loro figli di ogni età. Le tariffe per i figli possono essere consultate al link mostreinbasilica.it/it/info/biglietti. È possibile acquistare il biglietto direttamente in Basilica palladiana, il giorno stesso o online al link https://www.ticketlandia.com/m/i-creatori-dell-eterno-egitto. Domenica 19 marzo la mostra è aperta dalle 10 alle 19 (ultimo ingresso alle 17).

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Il faraone Ramses II tra il dio Amon e la dea Mut, gruppo in granito dal tempio di Amon a Karnak (XIX dinastia, regno di Ramses II, 1279-1213 a.C.), conservato al museo Egizio di Torino (foto graziano tavan)

L’esposizione “I creatori dell’Egitto eterno. Scribi, artigiani e operai al servizio del faraone” è ideata e promossa dal Comune di Vicenza e dal Museo Egizio, con il patrocinio della Regione Veneto e della Provincia di Vicenza, in collaborazione con il Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio e la Fondazione Teatro Comunale Città di Vicenza. La promozione e l’organizzazione sono curate da Marsilio Arte, che ne pubblica il catalogo. I partner dell’esposizione sono Intesa Sanpaolo e Gallerie d’Italia – Vicenza, Fondazione Giuseppe Roi, AGSM AIM, Confindustria Vicenza, LD72, Beltrame Group ed Euphidra. Orari di apertura: martedì, mercoledì e giovedì 10 – 18, venerdì, sabato e domenica 10 – 19. Previste aperture straordinarie. Informazioni: https://www.mostreinbasilica.it/it/.