Archivio | gennaio 2022

Firenze. Al museo Archeologico nazionale, dopo due anni di pausa forzata, riprendono gli “Incontri al museo”. Apre Paolo Persano su “Antiope perde la testa! Nuove ricerche sulle sculture frontonali del tempio di Apollo Daphnephoros a Eretria”

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Mario Iozzo, direttore del Maf

La conferenza di Paolo Persano, dottore di Ricerca in Archeologia Classica, su “Antiope perde la testa! Nuove ricerche sulle sculture frontonali del tempio di Apollo Daphnephoros a Eretria” riapre nono ciclo di “Incontri al Museo” dell’Archeologico nazionale di Firenze: anche quest’anno studiosi e appassionati di archeologia e storia dell’arte condivideranno con il pubblico la comune passione per le antiche civiltà nelle conferenze in programma, come di consueto il giovedì alle 17, al piano terra del museo, sempre a ingresso libero. Il primo incontro, già in calendario per giovedì 2 aprile 2020, e poi cancellato per lo scoppio della pandemia, è in programma giovedì 27 gennaio 2022, alle 17, al museo Archeologico nazionale, in piazza SS. Annunziata 9b, a Firenze. “Dopo due anni di pausa forzata per l’emergenza sanitaria che ha rivoluzionato le nostre vite”, afferma il direttore del Maf, Mario Iozzo. “Il museo Archeologico riapre i battenti al suo affezionato pubblico che da quasi un decennio partecipa assiduamente al periodico ciclo di conferenze. La nuova serie, tra gennaio e marzo 2022, grazie alla cortesia e disponibilità di colleghi e illustri studiosi di archeologia, spazia anche questa volta dalla preistoria, con le eclatanti scoperte effettuate proprio in Toscana e che hanno cambiato la storia dell’umanità, ad aspetti di storia e cultura della Grecia, della Magna Grecia, dell’Etruria, dell’antico Egitto, del mondo piceno e di quello romano, con interessanti proposte su iconografie e rituali funerari, fino ai legami che connettono Firenze e Atene tra Medioevo e Rinascimento. Il ciclo comprende non soltanto il resoconto di recenti fruttuose ricerche inedite di giovani studiosi, ma anche le relazioni delle tre nuove curatrici delle sezioni Egizia ed Etrusca del Museo, alle quali va il nostro benvenuto”.

L’amazzone romana, probabilmente pertinente al frontone del tempio di Apollo Daphnephoros di Eretria, conservata alla Centrale Montemartini di Roma (foto musei in comune)
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Paolo Persano, dottore in ricerca di Archeologia classica

Nella sua tesi “Scultura greca del tardo arcaismo: un nuovo esame delle sculture frontonali del tempio di Apollo Daphnephoros a Eretria”, tesi di perfezionamento in Archeologia e Storia dell’arte alla Scuola Superiore Normale di Pisa Paolo Persano nel 2017 giunge a queste conclusioni: “Nel 1975, nel suo ultimo contributo, rimasto incompiuto, Ranuccio Bianchi Bandinelli assimilò i monumenti antichi a figure della geometria solida, poliedri: Ogni faccia del poliedro rispecchia un particolare elemento – sociale, economico, politico – che entra come componente del tutto e ciascuna faccia è al tempo stesso subordinata all’insieme e in qualche misura determinante per esso. L’insieme non sarebbe valido se ne mancasse una. Tale modello interpretativo conserva una sua utilità ancora oggi e si può adottare anche nella discussione delle sculture del tempio di Apollo Daphnephoros a Eretria: un approccio olistico deve esser finalizzato a considerare più facce di questo poliedro. Procedendo in tale prospettiva, si possono passare in rassegna alcuni aspetti del contesto su cui si è concentrata la presente ricerca. Ricostruzione – Esistono dei pezzi, fra cui la testa già collocata su Antiope, che con qualche plausibilità possono essere riferiti al frontone orientale del tempio, dove bisogna immaginare comparisse il dio dedicatario, forse in associazione con la sorella Artemide, divinità di assoluto rilievo nel pantheon eretriese e oggetto di culto a pochi metri di distanza dal frontone orientale. Il frontone occidentale rimane al momento l’unico per cui si possa proporre una ricostruzione. Il soggetto è un’amazzonomachia con il ratto di Antiope da Teseo: rispetto alla ricostruzione precedente si possono evidenziare alcune significative variazioni: • La testa non era posta sul corpo di Antiope, né può esser attribuita plausibilmente ad altre figure del frontone occidentale. La testa di Antiope doveva invece esser volta anch’essa verso sinistra, come documenta la posizione delle spalle. • I cavalli non erano quattro, ma solamente due e non erano in movimento, ma fermi, come consente di ricostruire l’esame dei frammenti riferibili a questo gruppo. • La gamba conservata della figura D non è compatibile con un’amazzone soccombente, ma considerando l’angolo d’incidenza del femore sulla tibia, deve esser riferita a una figura in movimento verso destra. La sua posizione nello spazio frontonale non può al momento esser determinata. • L’amazzone a terra (E) era verisimilmente raffigurata nell’atto di strapparsi una freccia dal corpo e al frammento di bacino deve con ogni probabilità esser associato un braccio con resti di una freccia. • Il guerriero (F) non era in atto di attaccare, ma era raffigurato mentre cadeva a terra: la posizione delle spalle e del braccio sinistro consentono solo tale ricostruzione. La sua posizione nello spazio frontonale non può al momento esser determinata. • L’amazzone romana (G), probabilmente (ma non sicuramente) pertinente al frontone eretriese, deve esser collocata nella metà del frontone a destra di Atena, in visione di tre quarti. Considerando la sua conformazione, l’ipotesi più probabile è che fosse raffigurata nell’atto di incordare il suo arco. • L’amazzone con la pardalis (H) era volta verso sinistra, ma non è possibile ricostruire con certezza il suo gesto. Le dimensioni ridotte rispetto alle altre figure frontonali obbligano a porre la statua non lontana da una delle due estremità”.

firenze_Maf-logoI prossimi “Incontri al museo 2021-2022”. Giovedì 17 febbraio 2022, Mino Gabriele (università di Udine) su “I sette talismani dell’Impero”; giovedì 10 marzo 2022, Claudia Noferi (Firenze, museo Archeologico nazionale) su “Finché morte non ci riunisca. La figura dell’Antenato e l’idea di “Aldilà” nell’ideologia funeraria etrusca”; giovedì 24 marzo 2022, Gianfranco Adornato (Scuola Normale Superiore di Pisa) su “I pinakes di Locri: ermeneutica e intermedialità”; giovedì 7 aprile 2022, Anna Consonni (Firenze, museo Archeologico nazionale) su “Passammo alla pretesa tomba d’Osiamandias, che non è altro che un Ramesseion…”. I recenti scavi negli annessi economici nord del Ramesseum a Tebe; giovedì 28 aprile 2022, Barbara Arbeid (Firenze, museo Archeologico nazionale) su “Bronzetti votivi zoomorfi in Etruria: animali, uomini e divinità fra simbolo e rito”; giovedì 12 maggio 2022, Graziella Becatti (Université Catholique de Louvain, Belgio) su “Hypnos-Somnus: il dio del sonno, un demone custode”; giovedì 26 maggio 2022, Elena Ghisellini (Università di Roma 2, Tor Vergata) su “Nerone e l’arte greca”.

Padova. Giornata inaugurale (in presenza e on line) dell’anno accademico della Scuola di Specializzazione in Beni archeologici dell’università di Padova diretta da Massimo Vidale. Intervento di Dario Di Blasi su “Archeologia e cinema”

L’Anno Accademico 2021/2022 della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dell’università di Padova, diretta da Massimo Vidale, nell’ambito del Dipartimento dei Beni culturali diretto da Jacopo Bonetto, apre ufficialmente con una giornata inaugurale in presenza nell’aula Sartori del Palazzo Liviano di Padova e on line (su piattaforma zoom, link ID 832 2706 9671). Appuntamento giovedì 27 gennaio 2022 al quale sono invitati a partecipare i dottorandi, gli specializzandi, gli studenti e tutti gli interessati. Si inizia alle 9, con i saluti e la presentazione della giornata da parte del prof. Massimo Vidale. Alle 9.20, intervento della dott.ssa Alessandra Lighezzolo (Ufficio stage e tirocini Università di Padova); 10, presentazione dei corsi per l’A.A. 2021/2022 da parte dei docenti; 12.30, intervento del dr. Dario Di Blasi (direttore artistico di Firenze Archeofilm) sul tema “Archeologia e cinema”. Alla mattinata parteciperà la dott.ssa Elena Pettenò (soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Venezia e le province di Βelluno, Padova e Treviso).

Napoli. “E Adone non lo sa…”: al museo Archeologico nazionale la mostra di Gaetano Di Riso. Dodici tele e due installazioni lignee per reinterpretare la statua di Adone di Capua che appartiene alle collezioni del Mann

L’Adone di Capua esposto nella sezione Campania romana al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Luigi Spina)
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Vernice della mostra “e Adone non lo sa…” di Gaetano Di Riso mercoledì 26 gennaio 2022 al museo Archeologico nazionale di Napoli

L’Adone di Capua, marmo che risale al II sec. d.C., decorava l’Anfiteatro Campano di Santa Maria Capua Vetere, e dalla prossima estate sarà inserita nel nuovo allestimento della sezione Campania Romana del museo Archeologico nazionale di Napoli. Nell’iconografia antica, il bellissimo giovane, amato da Venere, rappresentava lo spirito della primavera e la natura che rifiorisce. Partendo da questa suggestione, l’artista Gaetano Di Riso applica il linguaggio dell’arte contemporanea alla rilettura del mito. Così un capolavoro della statuaria antica viaggia attraverso i secoli, rivelandosi uno e centomila, come rivela la mostra “E Adone non lo sa…”, in programma al museo Archeologico nazionale di Napoli dal 26 gennaio (vernissage alle 17) al 25 aprile 2022, nella quale Di Riso presenta dodici tele ispirate alla celebre scultura che appartiene alle collezioni del Mann.

Una delle tele di Gaetano Di Riso ispirate all’Adone di Capua, esposte al Mann (foto mann)
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“Dodecaedro Adone”: installazione lignea di Gaetano Di Riso al Mann (foto mann)

La mostra del Mann, patrocinata dalla Fondazione Banco di Napoli e sponsorizzata dalla Fondazione Plart, raccoglie dodici tele, accostate a un’installazione lignea intarsiata (non casuale il titolo: dodici facce) e a tre panche che riproducono le suggestioni tratte dalla figura scultorea. Adone diviene creatura surreale e, in un certo senso, legata alla dimensione urbana: nei quadri, in cui sono predominanti i colori da sogno dell’azzurro e del blu sfumato, il giovane è profilo protettivo che sorvola e osserva la città, in pose che riecheggiano la fantasia di Marc Chagall (tela “La distanza); è ponte fra passato e presente come suggerisce il suo busto tagliato in una raffigurazione; si trasforma in creatura antropomorfa come custode di una memoria antica.

Una delle tele di Gaetano Di Riso ispirate all’Adone di Capua, esposte al Mann (foto mann)

Al visitatore il compito di andare a caccia di simboli, perdendosi nelle due sale della mostra (94 e 95, accanto al Plastico di Pompei): con resa calligrafica, infatti, Di Riso non si discosta mai dall’originale scultoreo, sempre ben riconoscibile per quanto trasfigurato. La scommessa dell’artista è suggerire un percorso altro, che non rifugge dalle citazioni dotte, come nel caso delle tele “Divina Commedia” e “Villa dei Misteri”: “Ho cominciato a lavorare sulla statua portandola simbolicamente in giro intorno ai luoghi dell’arte, è stato come documentarmi e dimostrare la mia interpretazione dei fatti. Eravamo io e Adone, viaggiatori sulla terra. Abbiamo volato su paesaggi, ponti, case, abbiamo conosciuto gli elementi, creando nuove configurazioni”, commenta Gaetano Di Riso.

Una delle tele di Gaetano Di Riso ispirate all’Adone di Capua, esposte al Mann (foto mann)

Gaetano Di Riso (Lettere, 1949) ha partecipato a diverse rassegne artistiche, in Italia e all’estero: “Misure uniche – Aspects de la peinture italien­ne contemporaine” (Lyon, Lisbona, Bruxelles, Grenoble);  “Il progetto dell’Essenza”, che parte dal museo Sursoch di Beirut e si conclude nel 1998 ad Ankara; “Linee dell’arte Italiana degli Anni Novanta” (Serbia, Romania, Croazia); “Noi”, Istituto Francese di Napoli, Città Del Vaticano, Morconi (BN); “Lo sguardo delle muse” (Parabita/Lecce) e “Farmacopea” (Napoli). Ha presentato sue opere in diverse personali, tra cui “Del cielo e della terra” (1994) all’Istituto italiano per gli studi filosofici di Napoli e “Cavalli” (2005) al Palazzo Reale di Napoli.

Taranto. Per i “Mercoledì del MArTA” appuntamento on line col numismatico Giuseppe Sarcinelli dell’università del Salento, che dialoga con Eva Degl’Innocenti, direttrice del museo Archeologico nazionale, su “Visitare Tarentum a 20 sesterzi al giorno. Guida per una vacanza low cost nella città dei due mari sotto l’Impero”

Locandina dell’incontro on line “Visitare Tarentum a 20 sesterzi al giorno. Guida per una vacanza low cost nella città dei due mari sotto l’Impero”

Tornano i “Mercoledì del MArTA” che, grazie alle conferenze di studiosi ed esperti provenienti da tutto il mondo, rappresentano un luogo virtuale in cui approfondire la conoscenza, allargando il più possibile la platea di pubblico. “Dobbiamo ringraziare tutti coloro che, in questo anno difficile appena conclusosi, hanno accolto il nostro invito ad aprire una finestra sul mondo e parlare alla community del MArTA, mettendo a disposizione tutta la loro conoscenza”, commenta la direttrice del MArTA Eva Degl’Innocenti. Si ricomincia dunque mercoledì 26 gennaio 2022, alle 18, in diretta on line sui canali YouTube e Facebook del Museo, con la conferenza “Visitare Tarentum a 20 sesterzi al giorno. Guida per una vacanza low cost nella città dei due mari sotto l’Impero” di Giuseppe Sarcinelli, numismatico, responsabile tecnico del Laboratorio di Studio e della documentazione informatizzata delle evidenze numismatiche dell’università del Salento, e coordinatore per l’Italia meridionale nell’ambito del “Flame Project” dell’università di Princeton (Usa) per lo studio dei rinvenimenti monetali bizantini nel Mediterraneo.

Monete romane conservate al museo Archeologico nazionale di Taranto (foto MArTa)
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Giuseppe Sarcinelli (università del Salento)

Un viaggio nella Taranto in piena età imperiale che come nelle più moderne guide turistiche indicherà con precisione, nell’ambito della conferenza, quale era al tempo la stagione migliore per visitare la meta, quali percorsi si sarebbero potuti fare, dove si sarebbe potuta cercare ospitalità, cosa visitare e cosa mangiare. Tutto con venti sesterzi, l’antica moneta romana in uso a quei tempi. “A gennaio e febbraio infatti”, spiega la direttrice del MArTA, Eva Degl’Innocenti, “daremo voce alla moneta spiegando come un pezzo di metallo possa diventare testimone della storia. “Scopo del gioco”, anticipa Giuseppe Sarcinelli, “sarà quello di dare la parola direttamente alla moneta che uscirà dalla borsa del nostro viaggiatore, accompagnandoci negli itinerari, nelle giornate a spasso per la città dei due mari, e trasformandosi da semplice pezzo di metallo a strumento vivo”. Le conferenze dedicate al tema “Dare voce alla moneta”, si terranno anche per tutti i Mercoledì di febbraio 2022. A Marzo, i “Mercoledì del MArTA” faranno tappa in Sicilia, mentre ad aprile i focus si sposteranno sul tema dell’archeologia funeraria. A maggio e giugno si torna al mare con approfondimenti dedicati alla città di Taranto e al Mediterraneo.

Napoli. Al museo Archeologico nazionale presentazione del libro “Il Patrimonio culturale tra la transizione digitale, la sostenibilità ambientale e lo sviluppo umano” a cura di Anna Rosa Genovese

Copertina del libro “Il Patrimonio culturale tra la transizione digitale, la sostenibilità ambientale e lo sviluppo umano”

“Il Patrimonio culturale tra la transizione digitale, la sostenibilità ambientale e lo sviluppo umano” a cura di Rosa Anna Genovese (Giannini Editore, Napoli 2021) contiene i contributi, culturali e scientifici, risultato del ricco confronto, multi e interdisciplinare, svoltosi in occasione del congresso nazionale promosso il 14 giugno 2021, in ricordo di Roberto Di Stefano, su “Il Patrimonio culturale tra la transizione digitale, la sostenibilità ambientale e lo sviluppo umano”, che si è avvalso della attiva partecipazione online di 150 esperti, giovani ricercatori ed allievi universitari, specializzati e specializzandi. Mercoledì 26 gennaio 2022, alle 15.30, il libro curato da Rosa Anna Genovese è presentato all’auditorium del museo Archeologico nazionale di Napoli. Per partecipare all’incontro, necessario essere in possesso di Green Pass rafforzato e indossare mascherina FFP2. L’obiettivo è stato quello di sviluppare azioni per la conservazione, il restauro, la tutela e la valorizzazione del Patrimonio culturale, favorendo l’equilibrata transizione, digitale ed ecologica, per cercare di uscire più forti e più coesi dalla crisi pandemica e promuovere azioni di sviluppo, sociale ed umano, a beneficio della Comunità e delle attuali e future generazioni. Gli importanti saggi degli autorevoli esperti intervenuti, raccolti nel volume, testimoniano l’avanzamento raggiunto, anche attraverso esempi di metodiche innovative ed indagini integrate, per il Restauro urbano, architettonico ed archeologico e per un modello di ‘Economia circolare’ che promuove il senso di Comunità e genera coesione sociale ed integrazione attraverso la rigenerazione delle città. Il programma. Alle 15.30, saluti e introduzione di Paolo Giulierini, direttore del Mann. Relazioni: Leonardo Di Mauro, università Federico II di Napoli; Aurelio Musi, università di Salerno; Amerigo Restucci, università IUAV di Venezia; Simonetta Valtieri, università Mediterranea di Reggio Calabria. Alle 17, riflessioni conclusive: Rosa Anna Genovese, università Federico II di Napoli; Pasquale De Toro, CSN ICOMOS; Maurizio Di Stefano, Comitato Italiano ICOMOS; Massimiliano Campi, università Federico II di Napoli; Maria Chiara Pozzana, associazione Firenze Greenway; Mario Losasso, università Federico II di Napoli; Luigi Fusco Girard, università Federico II di Napoli.

Roma. Il parco archeologico del Colosseo per celebrare il compleanno dell’imperatore Adriano (24 gennaio) ha prodotto un video che “restituisce” il meraviglioso tempio di Venere e Roma, il più grande edificio sacro dell’impero, progettato da Adriano

Il cantiere di restauro del Tempio di Venere e Roma al Foro Romano visto dal Colosseo (foto PArCo)

Il 24 gennaio del 76 d.C. nasceva a Italica, in Hispania Baetica, Publius Aelius Traianus Hadrianus, l’imperatore Adriano. Il parco archeologico del Colosseo ha deciso di celebrare questo giorno con un video (creative director Flaviano Pizzardi, immagini e droni Invidio srl) che racconta e restituisce alla comprensione di tutti il meraviglioso tempio che proprio Adriano progettò, dedicato alla dea Roma Aeterna e alla dea Venus Felix. La pianta del Tempio di Venere e Roma è caratterizzata da due celle orientate in senso opposto e precedute da un vestibolo. Della cella rivolta verso il Colosseo, dedicata a Venere, rimane solo l’abside, mentre nella cella opposta, dedicata a Roma, venne costruito già nel secolo VIII un oratorio in onore dei Santi Pietro e Paolo, poi trasformato nella chiesa di Santa Maria Nova, e dal XV secolo in Santa Francesca Romana. Tra settembre 2020 e luglio 2021 il Tempio è stato interessato da importanti interventi di restauro conservativo, realizzati dal Parco archeologico del Colosseo con una sponsorizzazione tecnica della Maison Fendi, in virtù dei quali l’iconico monumento è tornato interamente accessibile al pubblico.

Su un alto basamento che affaccia sulla Valle del Colosseo si erge il tempio che Adriano volle dedicare alla dea Roma Aeterna e alla dea Venus Felix. Si tratta del più grande edificio sacro costruito dai romani, uno dei più grandi dell’antichità. Il tempio fu costruito a partire dal 121 d.C. su progetto dello stesso imperatore che, come racconta l’Historia Augusta (Hist. Aug. Hadr., 19.12), dovette per prima cosa rimuovere dall’area il celebre Colosso neroniano, operazione per cui impiegò ben 24 elefanti, traslando la statua nella posizione in cui è ancora oggi ricordata nei pressi dell’Anfiteatro Flavio. L’imperatore inaugurò l’edificio nel 136 o 137 d.C. al rientro dalla Giudea, ma a completarlo fu Antonino Pio nel 141 d.C. Oltre alle dimensioni straordinarie (oltre 100 m x 50 in pianta e circa 30 metri in altezza) il monumento era caratterizzato da un disegno del tutto originale, secondo quello stile eclettico tipico delle architetture adrianee che combinavano le proporzioni e la spazialità ellenistica con l’urbanistica e la tecnica costruttiva romana. Le colonne del tempio, tra quelle in marmo proconnesio dei portici e quelle in granito grigio del peristilio, dovevano essere oltre duecento.

Le imponenti vestigia del Tempio di Venere e Roma nel Foro romano (foto Electa / Stefano Castellani)

Ciò che resta oggi del tempio è il frutto di restauri eseguiti da Massenzio a seguito del disastroso incendio del 307 d.C. Egli apportò alcune modifiche alla struttura, come l’inserimento delle colonne in porfido e la creazione di due absidi con copertura a volta e decorazione a cassettoni. I lacunari erano decorati con stucchi che, come i recenti restauri hanno dimostrato, erano almeno in parte rivestiti a foglia d’oro, mentre sulle pareti rifulgevano incrostazioni variopinte realizzate in alabastro, cipollino e serpentino. Sia l’anastilosi delle colonne in porfido, sia il restauro del pavimento marmoreo sono frutto di interventi realizzati tra il 1932 e il 1935 sotto la direzione di Alfonso Bartoli. La pavimentazione della cella di Roma costituisce uno dei maggiori esempi di opus sectile a grande modulo che ornavano gli edifici pubblici e di culto dell’Urbe e i restauri di epoca fascista ne hanno ricomposto, secondo il gusto e le conoscenze dell’epoca, la pregiata decorazione in marmo pavonazzetto e porfido rosso. Le parti mancanti vennero integrate con pezzame degli stessi litotipi antichi e le lacune vennero ricostruite per ripristinare la visione d’insieme della pavimentazione.

La maschera di Agamennone è vera o falsa? Incontro on line per “Comunicare l’antico” promosso dal parco archeologico di Naxos Taormina sul preziosissimo reperto in oro scoperto da Schliemann e conservato ad Atene. Confronto tra due archeologi esperti: Massimo Cultraro, profondo conoscitore di Schliemann, e Lorenzo Nigro, archeologo del Vicino Oriente, che ha sollevato dubbi sull’autenticità della maschera

Maschera funeraria conosciuta come la “maschera di Agamennone”. Maschera d’oro del XVI secolo a.C. trovata da Schliemann nella tomba V a Micene nel 1876 e conservato al museo Archeologico nazionale di Atene (foto archeologico atene)

“Senza di lui la storia della Grecia Antica non sarebbe stata la stessa”, afferma Massimo Cultraro, archeologo, dirigente di ricerca al CNR-ISPC Catania e docente di Preistoria e Archeologia Egea all’università di Palermo. “Sto parlando di Heinrich Schliemann, l’imprenditore tedesco col pallino dell’archeologia passato alla storia per aver dimostrato l’esistenza di Troia, per aver scoperto l’antica città di Micene e il leggendario Tesoro di Priamo (centinaia di pezzi in oro misteriosamente scomparsi al termine della Seconda Guerra mondiale)”. Proprio Schliemann, del quale Il 6 gennaio 2022 sono ricorsi i 200 anni dalla nascita, sarà il protagonista del primo appuntamento dell’anno con “Comunicare l’antico”, il ciclo di incontri organizzati dal parco archeologico Naxos Taormina e Naxos Legge – Festival delle narrazioni della lettura e del libro. E non perché questo uomo coltissimo, intraprendente e poliglotta – parlava 25 lingue – ha scavato anche in Sicilia, e nella stessa Taormina, dove si è fermato alcuni giorni nel novembre del 1875 per curiosare fra le Naumachie. No, si parlerà di un preziosissimo reperto in oro, la famosa maschera di Agamennone, oggi pezzo forte del museo Archeologico nazionale di Atene, sospettato, da alcuni decenni, di essere un falso. Quindi la domanda: sarà vera o no?

Locandina dell’incontro on line “Schliemann e la maschera di Agamennone” promosso dal parco archeologico Naxos Taormina
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L’archeologo Massimo Cultraro

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L’archeologo Lorenzo Nigro

Appuntamento on line (i tempi impongono prudenza, ma così tutti potranno seguirlo) martedì 25 gennaio 2022, alle 19, con “Schliemann e la maschera di Agamennone. Tra autenticità e contraffazione” in compagnia di due eccezionali e preparatissimi studiosi, gli archeologi Massimo Cultraro e Lorenzo Nigro. Introduce Gabriella Tigano, direttore del parco archeologico Naxos Taormina; modera Fulvia Toscano, direttore artistico di Naxos Legge e presidente dell’archeoclub Naxos-Taormina-Valle Alcantara. Diretta streaming sulla pagina Facebook del parco archeologico Naxos Taormina. Massimo Cultraro, profondo conoscitore di Schliemann e autore di numerose pubblicazioni a lui dedicate, replicherà all’interessante e provocatoria ipotesi che Lorenzo Nigro, professore ordinario di Archeologia e Storia dell’Arte del Vicino Oriente Antico e di Archeologia Fenicio-Punica alla Sapienza di Roma, ha lanciato in una recente intervista rilasciata ad Andrea Cionci, storico dell’arte, giornalista e scrittore, che si occupa di storia, archeologia e religione, nella quale dichiara: “La maschera potrebbe essere, non solo un falso, ma anche una straordinaria BURLA che resiste da 149 anni” (vedi La Maschera di Agamennone una burla? Il prof Nigro: forse un “autoritratto” di Schliemann – Libero Quotidiano).

Heinrich Schliemann, morto a Napoli nel 1890

“La Maschera di Agamennone”, afferma Nigro a Cionci, “potrebbe essere nient’altro che un RITRATTO GIOVANILE dello stesso Schliemann. I baffi ci sono, l’ovale del viso anche, come nella foto che l’archeologo avrebbe potuto affidare a un parente orafo della moglie qualche giorno prima del ritrovamento”. Una beffa per i suoi nemici archeologi, un po’ come quella delle false sculture di Modigliani del 1984. Schliemann avrebbe potuto screditare i suoi critici, all’occorrenza, rivelando lo scherzo, ma nel 1890 morì, a soli 68 anni, portandosi il segreto nella tomba. Assumono così un profumo ironico le sue note sulla maschera in “Micene: una narrazione di ricerche” (1880): “Anche la barba è ben rappresentata, e in particolare i baffi, le cui estremità sono rivolte verso l’alto a punta, a forma di mezzaluna, niente di nuovo sotto il sole. Non ci sono dubbi sul fatto che gli antichi micenei usassero l’olio o una sorta di pomata per acconciarsi i capelli. […] Nessuno dubiterà per un momento che fossero destinate a rappresentare i ritratti del defunto […] Gli antichi orafi micenei potevano fare quanto qualsiasi orafo moderno”. “L’autoritratto-beffa – spiega Cionci – è una spiegazione coerente al mistero di “un falso che non sembra un falso”. Il museo archeologico di Atene, a parer nostro, dovrebbe consentire senza timori l’esame con la fluorescenza a raggi X o sui minerali contenuti nel metallo: se il pezzo dovesse risultare autentico, tanto meglio. In caso contrario, si potrebbe puntare sulla genialità di questo scherzo, che racconta molto di più di una fiabesca attribuzione ad Agamennone: sarebbe il simbolo della necessità costante per gli studiosi di dubitare, dello humor di un grandissimo archeologo sui generis, della continuità del mito che si sviluppa nel corso della storia”.

La cosiddetta Tomba di Agamennone a Micene (foto paesionline.it)

Sulla querelle è intervenuta recentemente anche Mariangela Galatea Vaglio, dottore in Storia antica alla Sapienza di Roma, insegnante e scrittrice di saggi e racconti storici, sul suo sito ValigiaBlu (vedi I dubbi sulla maschera di Agamennone, Heinrich Schliemann e la fantarcheologia – Valigia Blu). E dopo aver ripercorso le vicende storiche delle scoperte archeologiche di Schliemann, aver ricostruito la sua figura e i suoi epigoni, si chiede: alla fine la Maschera di Agamennone è un falso? “Probabilmente – scrive – non lo sapremo con certezza mai. Al di là dei dubbi basati sullo stile (effettivamente la maschera presenta dei tratti diversi dalle altre che risultano trovate nel medesimo contesto) e dall’usura (sembrerebbe meno rovinata e quindi forse più recente) anche facendo esami e analisi di laboratorio oggi sarebbe difficile risolvere il dubbio. Ma è poi così importante determinare se la maschera sia un falso? Forse no. Oggi il contesto archeologico miceneo è stato tracciato sulla base di migliaia di scavi e indagini in tutta la Grecia e anche nel resto del Mediterraneo, per cui, anche se la maschera fosse un falso, la nostra conoscenza dell’età micenea non verrebbe sconvolta”.

Creta. Bilancio della campagna di ricerca dell’università di Verona nel sito archeologico di Afratì-Arkades dell’Età del ferro, diretta da Diana Dobreva: “Restituiremo nella loro forma originaria i luoghi della terra di Minosse”

Veduta panoramica del sito archeologico dell’età del ferro di Afratì-Arkades, nella parte centro meridionale dell’isola di Creta (foto diana dobreva / univr)

Com’era Creta durante l’età del Ferro? Una nuova campagna di ricerca, condotta dall’università di Verona tra l’8 e il 13 novembre 2021, contribuirà a rispondere a questa domanda grazie all’utilizzo di un drone che ha sorvolato il sito archeologico di Afratì-Arkades, nella Creta centro-meridionale. La campagna di rilievi ha permesso di creare una nuova base cartografica del sito, scoperto da archeologi italiani agli inizi del secolo scorso, ricostruendo dei modelli che restituiscono nella loro forma originaria i luoghi della terra di Minosse. I risultati ottenuti supporteranno il riesame critico delle passate ricerche nella prospettiva di gettare nuova luce su uno dei più rilevanti contesti del periodo geometrico-orientalizzante cretese. Tutto questo grazie alle nuove tecnologie utilizzate in ambito archeologico. Oggi, grazie alla fotogrammetria con drone, il rilievo 3D dalle foto acquisite permette di procedere alla modellazione tridimensionale dei siti all’interno dei quali si trovano i monumenti d’interesse storico-archeologico, sviluppando ogni punto sulla base delle coordinate acquisite.

I dottorandi Giacomo Fadelli e Andrea Zemignani dell’università di Verona con il drone sul sito di Afratì-Arkades a Creta (foto diana dobreva / univr)

Il progetto, guidato da Diana Dobreva ricercatrice d’ateneo veronese in Archeologia classica, con la collaborazione dei dottorandi Giacomo Fadelli e Andrea Zemignani, si è svolto nell’ambito di una collaborazione scientifica tra la Scuola di dottorato in Scienze umanistiche dell’università di Verona e la Scuola archeologica italiana di Atene. Le ricerche sono state condotte con il patrocinio della Scuola archeologica italiana di Atene e in accordo con la Soprintendenza archeologica di Heraklion.

Il colle di Profìtis Ilìas, nel sito archeologico di Afratì-Arkades, a Creta, già studiato all’inizio del Novecento (foto diana dobreva / univr)
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Diana Dobreva dell’università di Verona

“I dati raccolti”, spiega Dobreva, “permetteranno di realizzare la prima pianta archeologica del sito di Arkades localizzato nei pressi del villaggio di Afratì, nella Pediada meridionale. I nuovi rilievi fotogrammetrici, ad esempio, hanno georeferito con precisione le evidenze archeologiche portate alla luce sul colle di Profìtis Ilìas, oltre cent’anni fa. Queste comprendono alcune strutture dell’abitato e della necropoli pertinenti alle fasi di età geometrica e arcaica dell’antico insediamento. La necropoli si distingue in particolare nel coevo panorama cretese per la straordinaria complessità e la ricchezza dei corredi, i quali comprendono un variegato campionario di ceramica locale a decorazione dipinta e numerosi materiali d’importazione, espressioni dell’ampia rete d’interconnessioni culturali mediterranea. I dati acquisiti – prosegue la ricercatrice – contribuiranno alla reinterpretazione del sito di Afratì-Arkades, una delle più interessanti realtà archeologiche della Creta centro-meridionale. Questa, oltre che a supportare il riesame in corso di studio da parte di Giacomo Fadelli delle passate ricerche italiane, potrà essere utile alle autorità greche competenti e alle comunità locali nella prospettiva di futuri progetti di valorizzazione”.

Napoli. All’università Federico II presentazione del libro “Quartiere della Cultura. MANN, UNINA e Invitalia per la rigenerazione urbana” che raccoglie le esperienze del partenariato pubblico tra il Mann, la Federico II e Invitalia

Nuovo incontro per raccontare il Quartiere della Cultura: lunedì 24 gennaio 2022, alle 11, nell’aula Guarino dell’università di Napoli “Federico II”, in corso Umberto I 40, presentazione del volume “Quartiere della Cultura. MANN, UNINA e Invitalia per la rigenerazione urbana” (Editoriale Scientifica). La giornata, aperta con i saluti di Matteo Lorito, rettore dell’università Federico II; Sandro Staiano, direttore del dipartimento di Giurisprudenza; e Andrea Mazzucchi, direttore del dipartimento di Studi umanistici, vedrà gli interventi di Antonio Pescape, delegato alla Innovazione e terza missione; Mita Marra, docente di Politiche economiche; Angelo Abignente, docente di Filosofia del diritto e commissione terza missione – Dipartimento di Giurisprudenza. Saranno presenti gli autori Paolo Giulierini, Daniela Savy, Francesco Bifulco e Vittorio Fresa.

Copertina del libro “Quartiere della Cultura. MANN, UNINA e Invitalia per la rigenerazione urbana” (Editoriale Scientifica)

L’iniziativa rientra nelle attività messe in campo a seguito dell’accordo di partenariato pubblico tra il Mann, la Federico II e Invitalia, per mettere in rete Arte, Accademia ed Imprenditoria per creare nuovi progetti di sviluppo interessate a valorizzare il territorio partenopeo. Il progetto, presentato a settembre 2020, è raccontato nel volume sul Quartiere della Cultura, pubblicato dall’Editoriale Scientifica (si scarica al seguente link: https://www.editorialescientifica.com/shop/autori/savy-d/quartiere-della-cultura-detail.html): premesse scientifiche, metodologia, casi studio, percorsi di selezione delle imprese culturali e creative sono analizzati nella pagine del rapporto. Circa 1.2 milioni di euro sono stati gli investimenti attivati a seguito di 100 contatti. Dieci le imprese finanziate grazie allo sportello costituito dal museo Archeologico nazionale di Napoli, dall’Ateneo Federiciano e da Invitalia: e non ci si ferma qui, perché in prospettiva saranno create nuove partnership. Una pratica virtuosa che ha, come effetto indiretto, il rilancio dell’economia del territorio, fra tipicità ed eccellenze. “I Musei non possono pensare di aver estrinsecato la propria missione, esclusivamente ampliando le collezioni visitabili”, ha commentato il direttore del Mann, Paolo Giulierini: “a questo fondamentale ruolo si deve accoppiare la capacità di dialogare con il territorio, restituendo qualcosa ai cittadini. E’ un dovere cui non possiamo sottrarci”.

Schermata app ExtraMann del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)

Daniela Savy, docente all’Ateneo federiciano e referente del progetto Obvia- Out of boundaries viral art dissemination, ha ripercorso le attività portate avanti sin dall’inizio della direzione Giulierini: “Il Museo si è aperto alla città: non è solo importante raccontare l’aumento dei visitatori, ma anche focalizzare le energie creative che sono il sostrato di questo percorso. La rete Extramann, le azioni di promozione congiunta con i teatri e con le accademie, il premiato lavoro nell’Aeroporto di Napoli sono solo alcuni tasselli di un viaggio che nasce dall’ascolto della città”. Francesco Bifulco, che insegna alla Federico II e firma con Paolo Giulierini, Daniela Savy e Vittorio Fresa il volume sul quartiere della cultura, ripercorre i tasselli della nursery di ascolto e selezione delle imprese creative: 500 ore di interlocuzione, 12 focus one to one per 600 idee proposte, 12 progetti in progress e 4 iniziative definite. Numeri cui risponde il sostegno finanziario, come ha commentato Vittorio Fresa (Invitalia): “Siamo portati a concentrarci sulle risorse economiche. L’importante è trovare e valorizzare le idee buone, che provengono da giovani e giovanissimi, così come da chi ha maturato esperienze nel settore”.

Schermata app ExtraMann per interazione utenti (foto mann)

Un taglio intergenerazionale che anima anche la app Extramann, presentata da Ilaria Vitellio: i 33 siti culturali cittadini, nella rete attivata dal Museo,  saranno interconnessi grazie al programma scaricabile da sistemi Android e Apple. Le attrazioni culturali saranno raggiungibili in modo rapido e intuitivo, grazie ad uno schema in cui l’utente diviene centrale. I mappers, infatti, potranno restituire un feedback sulla propria visita, caricando foto, video e condividendo racconti in un’architettura sempre rispettosa della privacy dei partecipanti.

Egitto. Il cda del Grand Egyptian Museum ha fatto il punto sull’andamento dei lavori: il museo completato al 99%. Al Gem già trasferiti oltre 55mila reperti; più di 4500 del tesoro di Tutankhamon in 85 delle 107 vetrine previste

Veduta panoramica del cantiere del Grand Egyptian Musem (Gem) del Cairo (foto ministry of Tourism and Antiquities)
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La riunione del cda del Gem con il ministro del Turismo e delle Antichità Khaled El-Anany (foto ministry of Tourism and Antiquities)

Il 99% dei lavori del Grand Egyptian Museum del Cairo è stato completato. Ben 85 delle 197 vetrine dedicate al tesoro di Tutankhamon sono state riempite. E complessivamente al Gem sono già stati trasferiti oltre 55mila reperti. È quanto emerso nella recente riunione del Consiglio di Amministrazione della Grand Egyptian Museum Authority, nella sede del ministero a Zamalek, presieduta dal ministro del Turismo e delle Antichità Khaled El-Anany. È stato il maggiore generale Atef Moftah,  supervisore generale del progetto del Grande Museo Egizio e dell’area circostante, a informare i membri del consiglio sui risultati raggiunti: il completamento del progetto del museo è giunto complessivamente al 99%. E nello specifico, l’implementazione dei sistemi elettromeccanici ha raggiunto il 96% e quella dei sistemi di comunicazione e assicurazione ICT al 90%. “Per quanto riguarda i lavori di valorizzazione dell’area circostante”, specificato sempre Atef Moftah, “i cantieri esterni e gli impianti sono stati completati al 98%, le strade circostanti al 92%, e il fronte verso le piramidi ha raggiunto oltre il 99%”. E intanto sono arrivati al 100% i lavori della struttura in cemento e metallo per il Museo delle barche di Cheope. E si sta cercando la soluzione architettonica per aumentare la capacità di parcheggio dei veicoli dagli attuali 1300 a 2000 posti auto. Infine Al-Tayeb Abbas, assistente ministro del Turismo e delle Antichità per gli Affari Archeologici del Gran Museo Egizio, ha passato in rassegna lo stato di avanzamento dei lavori all’interno: “L’ingresso e la grande scala sono al 99%,  e le finiture della sala del tesoro di Tutankhamon sono al 99%, e i manufatti sono stati collocati in 85 delle 107 vetrine, cioè più di 4500 reperti dei tesori del giovane re”.