Archivio | aprile 2020

#iorestoacasa. “Passeggiate del Direttore”: con il sesto appuntamento su “Ernesto Schiaparelli, la M.A.I e il Partage” il direttore Greco chiude il racconto della storia pluricentenaria del museo, descritta nella sezione ipogea

Il sesto appuntamento con le “Passeggiate del direttore” dedicata a “Ernesto Schiaparelli, la M.A.I e il Partage” completa la visita della sezione ipogea del museo Egizio di Torino e con essa la storia pluricentenaria dell’istituzione culturale piemontese. Il direttore Christian Greco inizia presentandoci la figura di Ernesto Schiaparelli che rappresenta un tassello fondamentale nella storia del museo Egizio. “Nel 1894”, ricorda Greco, “70 anni dopo la fondazione del museo, Schiaparelli, che era già stato per 14 anni direttore del museo Egizio di Firenze (1880-1894), arriva a Torino e comprende subito che il ruolo della collezione non è più quello che aveva avuto un tempo. La collezione è sì importante ma altri musei europei stanno avendo un ruolo importante anche perché loro stanno scavando in Egitto. E capisce quindi che non basta più solo acquisire nuovi reperti e andare in Egitto per acquistare nuovi reperti, ma che bisogna cominciare a scavare: dare un contesto archeologico agli oggetti, capire da dove essi vengono. Investigare dei siti e poi portare gli oggetti in museo contestualizzati, capendone al storia. Per cui l’oggetto non è più il tesoro singolo ma è il documento storico che ci permette di capire un sito, un paesaggio, una fase storica dell’Antico Egitto”.

Ernesto Schiaparelli e i suoi strumenti da lavoro (dalla mostra “M.A.I,.”, foto Graziano Tavan)

Schiaparelli ottiene da Gaston Maspero, Direttore del servizio di Antichità, la possibilità di operare degli scavi in Egitto. “A dire il vero lui può scegliere dove scavare in Egitto”, continua il direttore. “Ma per far questo servivano dei finanziamenti, finanziamenti che Schiaparelli chiede al ministero per gli Affari esteri, il quale però indica di rivolgersi al ministero per la Pubblica istruzione. Per un po’ i due ministeri si rimpallano la richiesta finché nel 1903 c’è l’ok e si può finalmente fondare la Missione Archeologica Italiana (M.A.I.) in Egitto. Dal 1903 al 1920 ci saranno 12 campagne fondamentali che da Nord a Sud permetteranno di documentare l’Antico Egitto e di scavare in vari siti, e permetteranno soprattutto di incrementare la collezione perché Schiaparelli porterà a Torino più di 35mila reperti”.

La cartina dell’Egitto con le missioni archeologiche di Ernesto Schiaparelli (dalla mostra “M.A.I.”, foto Graziano Tavan)

La macchina fotografica di Ernesto Schiaparelli (dalla mostra “M.A.I.”, foto Graziano Tavan)

Come operava Schiaparelli? “Il compagno di lavoro fedele di Schiaparelli era la macchina fotografica. In maniera quasi ossessiva faceva documentare tutte le fasi dello scavo: il momento della scoperta, il momento in cui l’oggetto veniva messo all’interno delle casse e veniva trasportato. Questa documentazione oggi ci permette di capire dove aveva scavato e a volte di ricostruire la stratigrafia. Il museo Egizio conserva 14mila lastre fotografiche inedite del periodo degli scavi. E 39 metri lineari di archivio che ci permettono di capire fase dopo fase”. Schiaparelli scava a Eliopoli, a Giza, a Ossirinco, ad Ashmunein, ad Asyut, ad Hammamiya, a Qaw el Kebir, a Deir el Medina, a Tebe Ovest, dove scopre il villaggio degli artisti del faraone. Andrà poi nella valle delle Regine, a Gebelein, fino ad arrivare ad Aswan. “È questo anche il momento in cui l’Egitto comincia a interrogarsi su quale debba essere il rapporto con i Paesi che vengono a scavare in Egitto, quale debba essere la regolamentazione. È allora che cominciano a essere inserite le leggi del Partage, che permette ai Paesi stranieri di scavare in Egitto ma con l’obbligo di lasciare in Egitto gli oggetti più belli, mentre gli altri vengono portati all’estero con permessi di esportazione. Schiaparelli accresce le collezioni e trasforma il museo Egizio da antiquario ad archeologico”.

Il tempio di Ellesija donato dall’Egitto all’Italia e conservato al museo Egizio di Torino

Il telegramma di Giulio Farina al ministro Bottai (foto museo Egizio)

La storia del museo Egizio si chiude con un momento tragico. Siamo nel 1942. È il periodo dei bombardamenti. Giulio Farina è alla guida del museo. La città di Torino viene bombardata e Giulio Farina il 2 dicembre 1942, che vorrebbe subito evacuare le collezioni, scrive un telegramma al ministro della Pubblica istruzione, Bottai, di venire lui a vedere com’è la situazione. Ma ormai è tardi. L’8 dicembre 1942 il museo viene bombardato. Colpite tra l’altro le vetrine con i reperti che vengono da Gebelein. “Questo forse è il momento più drammatico per il museo”, ricorda Greco. “Le collezioni poi verranno evacuate e portate al castello di Agliè, fuori Torino, con i mezzi della Wehrmacht, e poi riportati alla fine della guerra con i mezzi alleati. Il museo Egizio riaprirà nel 1946, uno dei primi in Italia tra i grandi musei”. C’è un ultimo grande reperto che arriva al museo Egizio, il tempio di Ellesija, che si vedrà alla fine delle passeggiate. Verrà dato al museo in base a un decreto presidenziale di Nasser nel 1970 per ringraziare l’Italia per quanto ha fatto per la salvaguardia dei monumenti durante la campagna Unesco, quando i monumenti dell’antico Egitto rischiavano di essere sommersi dalle acque del lago Nasser.

Ercolano. Eccezionale scoperta: per la prima volta al mondo trovati i resti vetrificati di cervello umano. Erano in una vittima dell’eruzione del 79 d.C.. Lo studio, frutto della collaborazione dell’università Federico II di Napoli e del parco, pubblicato sul New England Journal of Medicine. Il prof. Petrone, autore della scoperta, racconta la ricerca nei “Lapilli di Ercolano”

I resti vetrificati di cervello umano studiati dall’università Federico II di Napoli (foto Petrone)

A guardarlo sembra uno scarto di lavorazione, un grumo di vetro caduto durante la produzione. E invece rappresenta una delle più grandi scoperte dell’archeologia degli ultimi anni: rinvenuti i resti di cervello di una vittima dell’eruzione del 79 d.C. nella città di Ercolano. La conservazione di tessuto cerebrale è un evento estremamente raro in archeologia, ma è la prima volta in assoluto che vengono scoperti resti umani di cervello vetrificati per effetto del calore prodotto da un’eruzione. Ancora una volta, l’antica Ercolano si impone al centro dell’attenzione internazionale grazie ad una nuova sensazionale scoperta ad opera di un team di antropologi e ricercatori guidato da Pier Paolo Petrone dell’università Federico II di Napoli, che da anni studia gli effetti delle eruzioni del Vesuvio sul territorio campano e le popolazioni che lo hanno abitato nel passato. Ed è lo stesso prof. Petrone a raccontare questa eccezionale scoperta nella quarta clip dei “Lapilli del parco archeologico di Ercolano”.

Il Collegio degli Augustali di Ercolano dove è conservato lo scheletro del Custode (foto Petrone)

Il prof. Pier Paolo Petrone, antropologo forense dell’università Federico II di Napoli

La notizia della scoperta era stata data alla fine di gennaio 2020, poco prima dell’esplosione dell’emergenza da coronavirus, che ha cambiato l’approccio al patrimonio culturale italiano, chiuso al pubblico per decreto. Infatti proprio al 23 gennaio 2020 il New England Journal of Medicine, prestigiosa rivista medica leader a livello mondiale, aveva pubblicato i risultati di uno studio sui resti di materiale cerebrale rinvenuti in una delle vittime dell’eruzione, il cui scheletro si trova ancora oggi in uno degli ambienti di servizio del Collegio degli Augustali. Allo studio hanno preso parte il direttore del Parco Francesco Sirano, insieme al prof. Piero Pucci del CEINGE – Biotecnologie Avanzate e il prof. Massimo Niola dell’università di Napoli Federico II, insieme a ricercatori dell’università di Cambridge. L’eruzione, che nel 79 d.C. colpì con valanghe di cenere bollente Ercolano e Pompei uccidendo all’istante tutti gli abitanti, in poche ore seppellì l’intera area vesuviana fino a 20 km di distanza dal vulcano. Negli anni ’60, durante gli scavi condotti dall’allora soprintendente Amedeo Maiuri, nella cenere vulcanica furono rinvenuti un letto ligneo e i resti carbonizzati di un uomo, che gli archeologi ritengono fosse il custode del Collegio consacrato al culto di Augusto. Nell’ambito di una decennale collaborazione scientifica con Francesco Sirano, recenti indagini sul campo, condotte da Pier Paolo Petrone, hanno portato alla scoperta nel cranio della vittima di materiale vetroso, nel quale sono state identificate diverse proteine ed acidi grassi presenti nei tessuti cerebrali e nei capelli umani. L’ipotesi degli studiosi è che l’elevato calore sia stato letteralmente in grado di bruciare il grasso e i tessuti corporei della vittima, causando la vetrificazione del cervello.

Il letto carbonizzato con il corpo del Custode scoperto da Maiuri ad Ercolano nel 1961 (foto Petrone)

Il racconto del prof. Pier Paolo Petrone, antropologo forense e direttore del Laboratorio di Osteobiologia Umana e Antropologia Forense, Dipartimento di Scienze Biomediche Avanzate presso l’università di Napoli Federico II. “Ancora una volta – sottolinea – le ricerche condotte in collaborazione con il parco archeologico di Ercolano ci hanno permesso come università di Napoli, in particolate come laboratorio di Antropologia forense presso il dipartimento di Scienze biomediche avanzate della Federico II, di giungere a una scoperta eccezionale, quella dei resti vetrificati di un cervello dallo scheletro del cosiddetto Custode, una vittima dell’eruzione, un giovane uomo, rinvenuto nel 1961 dal direttore dell’epoca, Amedeo Maiuri, all’interno di un letto ligneo completamente carbonizzato e sepolto dalle ceneri. Per fortuna il direttore dell’epoca ha pensato di musealizzare questo reperto e noi, dopo 60 anni, abbiamo scoperto che all’interno del cranio di questa vittima si sono preservati dei resti vitrei, vetrificati, del cervello di questo individuo. Questa è stata una scoperta eccezionale pubblicata il 23 gennaio scorso dal New England Journal of Medicine, la massima rivista di medicina al mondo, che appunto riporta i risultati di questo studio che ci ha permesso, attraverso una serie di analisi, biomolecolari e di proteomica, di rinvenire e di scoprire all’interno di questi resti una serie di acidi grassi, tipici dei trigliceridi del cervello umano, e anche dei capelli umani, ma soprattutto una serie di sette proteine degli enzimi altamente rappresentati in tutti i tessuti cerebrali umani: parliamo di amigdala, cerebrocertex, ipotalamo, e così via”.

Una tavoletta in legno carbonizzato con iscrizione da Ercolano (foto da “Ercolano tre secoli di scoperte”, a cura di M. Borriello, M. P. Guidobaldi, P. G. Guzzo, Napoli 2008)

“Quindi – continua – una scoperta oggettivamente unica al mondo in quanto mai prima d’ora né in campo archeologico né tanto meno in ambito medico-legale o forense è stato mai prima scoperto un residuo del genere. La vetrificazione è nota in archeologia ma riguarda essenzialmente reperti vegetali. Infatti anche noi abbiamo scoperto, sempre nel sito di Ercolano, dei frammenti di legno carbonizzato in parte vetrificati. Quindi questo ancora una volta ci fa sottolineare l’importanza della collaborazione tra l’università di Napoli e il parco archeologico di Ercolano, in particolare nella persona del direttore Francesco Sirano, che da anni ci dà la possibilità di studiare questi reperti fondamentali sia per quanto riguarda lo studio della storia, dell’archeologia, della cultura romana e della popolazione di Ercolano, ma anche soprattutto se vogliamo dal punto di vista del rischio vulcanico cui qui sono esposti oltre 3 milioni di persone oggi a Napoli. Il Vesuvio dista solo sei chilometri da Ercolano e poco più del doppio da Napoli. Questo tipi di studi – conclude – sono fondamentali da vari punti di vista, e così si aggiungono ad altri ancora in corso molto importanti che spero presto potranno portare ulteriori grandi risultati”.

Ercolanesi sorpresi dall’eruzione sull’antica spiaggia di Ercolano (foto Graziano Tavan)

Le fogne dell’Insula Orientalis II di Ercolano oggetto di scavo archeologico (foto archivio Hcp)

“Sin dalle eccezionali scoperte avvenute all’inizio degli anni ‘80 del 900 presso l’antica spiaggia, il campione antropologico offerto dal sito di Ercolano si è rivelato di estremo interesse”, dichiara il direttore Sirano. “Gli studi di antropologia fisica sono ora supportati da analisi di laboratorio sempre più sofisticate. Stiamo inoltre associando ad esse innovative ricerche sul DNA degenerato che, come sembrano dimostrare lavori di prossima edizione da parte del prof. Petrone, ha ancora racchiuse in sé alcune parti della sequenza del codice in grado di chiarire origine e grado di parentela delle vittime ritrovate nelle rimesse delle barche presso l’antica spiaggia. Questi straordinari dati possono peraltro confrontarsi con quelli derivanti dalle analisi sui materiali organici e sui coproliti rinvenuti nel corso degli scavi nelle fogne sotto il cardo V (scavi condotti in collaborazione con la Fondazione Packard) che hanno chiarito tanti aspetti del regime alimentare e contribuito ad arricchire il quadro delle più frequenti patologie che affliggevano gli abitanti di Herculaneum. Se pensiamo a tutto quanto conosciamo attraverso la variegata documentazione scrittoria antica formata da documenti pubblici e privati (epigrafi su marmo, tavolette cerate, papiri, graffiti) – conclude il direttore – davvero si comprendono l’inestimabile valore e le potenzialità ancora inespresse da questo prezioso sito UNESCO che il Parco Archeologico conserva e valorizza in un’ottica di ricerca aperta e multidisciplinare”.

#iorestoacasa. Altri cinque nuovi “Bollettini” del direttore Zuchtriegel dal parco archeologico di Paestum: da una domus romana al comitium, al tempio della Pace. Focus sulla Tomba del Tuffatore

Record di visitatori al parco archeologico di Paestum prima dell’emergenza coronavirus (foto parco archeologico Paestum)

La comunicazione dal parco archeologico di Paestum e Velia non si ferma. Ecco altri cinque “bollettini” del direttore del parco, Gabriel Zuchtriegel, comunicazioni video realizzati fin dai primi giorni della chiusura per decreto e che in questi giorni sono stati messi in linea sul canale YouTube, con l’obiettivo – nell’impegno #iorestoacasa – di far conoscere Paestum da una prospettiva interna, quella di chi quotidianamente vive il museo e l’area archeologica. Ecco, dunque, il racconto di approfondimenti, aneddoti, anticipazioni e curiosità con riprese dagli scavi, dal museo, dagli uffici e dai depositi.

Con il bollettino numero 6 il direttore Zuchtriegel comunica le ultime decisioni relative agli scavi PON Cultura e Sviluppo: lo scavo del tempietto dorico è sospeso. Il personale fa sempre più fatica a raggiungere il sito archeologico e quindi si è deciso di mettere in sicurezza l’area e predisporre una sorveglianza speciale in attesa di poter riprendere, superata l’emergenza sanitaria. “È tempo di fare squadra per superare questo momento di crisi, il sereno tornerà su Paestum e su tutta l’Italia”.

Ecco il bollettino numero 7 del Parco Archeologico di Paestum girato all’interno di una abitazione di epoca romana, oggetto dei recenti lavori previsti dal PON Cultura e Sviluppo. “Approfittiamo di questi giorni per rimanere nelle nostre abitazioni nell’attesa di poter tornare a vivere tempi migliori”. La struttura dell’abitazione è quella tipica dei romani: un ingresso, un cortile con un impluvium per la raccolta dell’acqua piovana che veniva poi convogliata in una piccola cisterna domestica. “La villa – spiega Zuchtriegel – è stata realizzata su un impianto del III-II sec. a.C. che ospitava una fornace per la ceramica di anfore destinate a contenere olio e vino prodotto nel territorio di Paestum ed esportato in altre regioni del Mediterraneo. Questa era di certo la casa di una ricca famiglia. I poveri abitavano spesso in spazi dentro queste domus: sono piccoli ambienti che si aprivano sulla strada. Un po’ come i bassi di Napoli. In questi spazi ridotti si svolgeva tutta la vita della famiglia: mangiare, dormire, ma anche attività commerciali. Così il mono-bilocale diventava anche bottega”.

Una passeggiata con il direttore Gabriel Zuchtriegel nella Paestum romana per il bollettino numero 8 del Parco Archeologico di Paestum e Velia. “Voi restate a casa, a raccontarvi di Paestum ci pensiamo noi”. Paestum diventa romana nel 273 a.C. Vengono qua coloni romani che parlano latino e che cambiano tutto il volto della città. Il tempio di Nettuno rimane in uso, ma viene ridisegnato lo spazio centrale della città. L’agorà dei greci diventa il forum, che viene realizzato sul modello di Roma. Il direttore Zuchtriegel inizia la passeggiata dal comitium, a forma circolare con gradini, dove si svolgevano le assemblee del popolo. “Questo monumento – spiega Zuchtriegel – che poteva contenere poche centinaia di persone, ci permette di farci un’idea della consistenza del numero di coloni giunto alle rive del Sele. Qui si deliberava della sorte della città”. Qui c’è anche il cosiddetto tempio della Pace, dove sono in corso nuovi scavi archeologici da parte dell’università di Bochum (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/09/18/due-scoperte-in-pochi-giorni-a-paestum-nel-santuario-di-athena-una-testa-tardo-arcaica-forse-parte-di-una-metopa-nel-tempio-della-pace-un-frammento-di-scultura-architettonica/). “Non è ancora ben chiaro il rapporto tra il comitium e il tempio che sembra tagliare l’anello circolare. Allora ci si chiede se il tempio c’era già prima del comitium, come sembrano suggerire recenti ritrovamenti sotto l’altare davanti al tempio. Probabilmente esisteva un tempio che viene rispettato al momento della realizzazione del comitium. Poi i romani decisero di ampliare il tempio e così tagliarono il comitium”.

La ricostruzione, in dimensioni monumentali, della Tomba del Tuffatore per la mostra “Paestum – una città del Mediterraneo antico” a Chengdu (foto parco archeologico Paestum)

Con il bollettino numero 9 il Parco Archeologico di Paestum e Velia dà a tutti una fantastica notizia: PAESTUM RIAPRE, PER ORA IN CINA, di cui archeologiavocidalpassato ha dato tempestivamente informazione (https://archeologiavocidalpassato.com/2020/03/18/paestum-riapre-per-ora-in-cina-dopo-lo-stop-per-il-coronavirus-riapre-a-chengdu-la-mostra-paestum-una-citta-del-mediterraneo-antico-zuchtriegel-un-segnale-di-s/): “Paestum riapre, per ora in Cina. Ricordate quanto avevamo scritto ai primi di dicembre 2019? “La Tomba del Tuffatore come non si è mai vista. È stata ricostruita in dimensioni monumentali più grandi del vero a Chengdu, capoluogo del Sichuan, provincia cinese con 90 milioni di abitanti, per la mostra “Paestum – una città del Mediterraneo antico” organizzata dal Parco Archeologico di Paestum in collaborazione con il Museo del Sichuan” dove sarebbe dovuto rimanere aperta fino al 26 febbraio 2020 (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/12/16/i-tesori-del-parco-archeologico-di-paestum-sbarca-in-cina-aperta-a-chengdu-la-mostra-paestum-una-citta-del-mediterraneo-antico-con-134-preziosi-reperti-dai-depositi-che-c/). Ma all’indomani dell’emergenza sanitaria che ha messo in ginocchio la Cina anche la mostra “Paestum – una città del Mediterraneo antico” è stata chiusa. Fino alla notizia giunta ieri: da oggi, 18 marzo 2020, in Cina sarà nuovamente possibile ammirare i 134 reperti provenienti dai depositi di Paestum: la speranza è che anche il Parco Archeologico di Paestum e gli altri istituti culturali possano riaprire al più presto le porte ai visitatori per continuare a comunicare a tutti la storia e la cultura italiana”.

Il bollettino numero 10 del Parco Archeologico di Paestum e Velia è dedicato alla celeberrima Tomba del Tuffatore. Chi è quel giovane che si tuffa da una specie di piattaforma nell’acqua, probabilmente il mare? A più di 50 anni dalla sua scoperta gli studiosi continuano a interrogarsi sull’immagine della lastra di copertura della tomba. “Interessante – spiega il direttore del parco – è una recente teoria che, in base a riscontri con il mondo greco e soprattutto etrusco, potrebbe rappresentare una prova di coraggio durante l’ephebìa, quel periodo tra adolescenza ed età adulta”. In quella fase della vita i giovani venivano mandati in zone liminali della città a sostenere una specie di servizio militare, dove erano chiamati a superare prove di coraggio. Si andava via da casa ancora ragazzi e ci si tornava adulti. “Trovo questa ipotesi particolarmente intrigante – continua Zuchtriegel – perché permetterebbe di collegare questa immagine a una prassi elitaria della città antica di Paestum all’inizio del V sec. a.C. E questo ci permetterebbe anche di non vedere in questa raffigurazione un’immagine astratta, ma un paesaggio reale che si può apprezzare ancora oggi nel Cilento dove spesso le colline arrivano fino al mare. Di certo questa non è l’ultima parola di una discussione che dura ormai da 50 anni, ma certo è uno stimolo importante”. Il direttore si sofferma sulla figura del tuffatore che è colto in un momento sospeso nell’aria, durante il volo. “Il giovane ha gli occhi aperti. È lucido e guarda quello verso cui sta andando incontro, l’acqua. Non chiude gli occhi, non perde la testa, ma consapevolmente supera questa prova di coraggio”.

#iorestoacasa. Il direttore del parco, Massimo Osanna, ci fa scoprire un altro monumento particolare del Foro triangolare di Pompei: un edificio rettangolare ritenuto un heroon, ma che probabilmente era un altare per gli olocausti

Il direttore generale del parco archeologico di Pompei, Massimo Osanna, in questo nuovo video per gli appassionati che sono a casa parla di un luogo particolarmente misterioso del Foro triangolare di Pompei. Un edificio rettangolare, probabilmente a cielo aperto, che ingloba un recinto più piccolo, posto immediatamente a ridosso del tempio arcaico. Si è pensato che fosse un heroon, un luogo di culto dedicato all’eroe, in questo caso ad Eracle che a Pompei ebbe un ruolo così importante da esserne designato come fondatore. “Ma ci potrebbero essere anche altre ipotesi, altre suggestioni”, spiega Osanna. “Forse questo non è altro che un altare. Gli altari sono di solito davanti ai templi: questo è proprio in asse con la scalinata d’ingresso, quindi sarebbe nel luogo ideale per poter individuare un altare”. Ma perché un altare così strano? “Forse era un altare destinato a sacrifici particolari, che richiedevano un fuoco particolarmente corposo perché c’erano delle vittime da sacrificare con un rito che i greci chiamavano olocausto, quel rito in cui si bruciavano completamente le vittime da dedicare alla divinità”. Mentre in altri riti si bruciano le vittime dividendone una parte per gli dei e una parte per gli uomini, che quindi possono anche mangiare queste carni, nel rito che prevede l’olocausto la vittima viene completamente bruciata all’interno dell’altare. “E forse questo è proprio il caso dell’altare nel foro triangolare di Pompei”. Questo luogo è un po’ misterioso anche per la sua cronologia. “Si è pensato che fosse un luogo antico dove qui si svolgevano dei riti già prima della colonia romana. Gli scavi più recenti mostrano invece una situazione diversa. Il muro che recinge l’altare è stato realizzato dopo il terremoto del 62 d.C., quindi era uno di quei luoghi ristrutturati per consentire, in questo caso, il prosieguo del culto. Dell’altare del periodo arcaico ormai non abbiamo più traccia”.

#iorestoacasa. “Il porto fluviale di Aquileia e i commerci” con Cristiano Tiussi è il tema della terza “pillola video” proposta dalla Fondazione Aquileia

“Il porto fluviale di Aquileia e i commerci” con protagonista Cristiano Tiussi, archeologo e direttore della Fondazione Aquileia è il tema della terza “pillola” video proposta dalla Fondazione Aquileia che apre virtualmente le porte della città antica al pubblico, in questo momento di chiusura forzata, aderendo alla campagna del MiBACT #iorestoacasa. Oggi chi visita le rovine, ancora ben conservate, della sponda e delle banchine di carico e scarico, dei piani inclinati e delle rampe di raccordo con le vie urbane fatica a immaginare che sotto la passeggiata della cosiddetta “via Sacra” si aprisse un bacino fluviale largo quasi cinquanta metri, nel quale approdavano imbarcazioni di diversa stazza, provenienti da tutto il Mediterraneo; oppure, che alle spalle della banchina si sviluppasse un lunghissimo edificio, con tre soli accessi collegati ai piani inclinati.

Il porto fluviale di Aquileia è uno degli esempi meglio conservati di struttura portuale del mondo romano (foto Gianluca Baronchelli)

Il porto fluviale è uno degli esempi meglio conservati di struttura portuale del mondo romano e sorgeva sull’antico corso del Natisone e Torre, che costeggiava a est l’antica città e che in questo punto aveva una larghezza di quasi cinquanta metri. Le strutture, scavate negli anni Trenta del secolo scorso, si sviluppavano per più di trecento metri lungo la sponda destra del fiume, a ridosso delle mura di età repubblicana. Sovrappostosi ad un più antico impianto, il porto fluviale fu completamente ristrutturato all’inizio del I secolo d.C., con un nuovo complesso di banchine e un lungo edificio retrostante, che si apriva verso il fiume. Tre rampe, oblique rispetto al prospetto delle banchine, consentivano il collegamento con la viabilità urbana. Ulteriori trasformazioni risalgono all’età di Costantino il Grande (306- 337 d.C.) pochi anni prima che, proprio sopra le banchine, venissero erette le nuove mura di cinta, che decretarono, assieme al restringimento dell’alveo, il progressivo abbandono del porto.

#iorestoacasa. Il parco archeologico di Paestum è chiuso al pubblico, ma la cultura non si ferma. Per gli appassionati il direttore Zuchtriegel posta dei “Bollettini”, comunicazioni video per far conoscere Paestum da una prospettiva interna, quella di chi quotidianamente vive il museo e l’area archeologica. Ecco i primi cinque

Il tempio di Nettuno a Paestum (foto parco archeologico Paestum)

Gabriel Zuchtriegel li chiama “Bollettini”, termine particolarmente in sintonia con questi tempi di emergenza sanitaria che si combatte contro un nemico invisibile: sono comunicazioni video dal parco archeologico di Paestum e Velia, realizzati fin dai primi giorni della chiusura per decreto e che in questi giorni sono stati messi in linea sul canale YouTube, con l’obiettivo – nell’impegno #iorestoacasa – di far conoscere Paestum da una prospettiva interna, quella di chi quotidianamente vive il museo e l’area archeologica. Ecco, dunque, il racconto di approfondimenti, aneddoti, anticipazioni e curiosità con riprese dagli scavi, dal museo, dagli uffici e dai depositi. Intanto cosa fa un Parco archeologico senza visitatori, chiuso per via dell’emergenza sanitaria? A Paestum e Velia, la risposta è: si prepara alla riapertura con corsi di formazione offerti al personale. “L’obiettivo”, spiega il direttore del parco Zuchtriegel, “è che anche i colleghi che non hanno mansioni tali da poterle svolgere da casa non siano penalizzati in questa situazione, dovendo consumare ferie e recuperi; anzi, vogliamo usare il tempo per prepararci al meglio per la riapertura, ovviamente da casa. Quando si riapriranno le porte del parco, e speriamo che sarà presto, troverete una squadra ancora meglio preparata grazie a un programma che valorizza conoscenze e competenze presenti all’interno della struttura che saranno condivise attraverso la rete”. Intanto per noi che restiamo a casa ci godiamo questo filo diretto con il Parco. Ecco i primi cinque “bollettini”.

La bellezza di Paestum abbatte ogni confine fisico e arriva fin nelle nostre case. Ecco il bollettino numero 1 del Parco Archeologico di Paestum e Velia in cui il direttore Gabriel Zuchtriegel ci racconta alcune pillole di archeologia. Comincia presentando il santuario meridionale meglio noto come il Tempio di Nettuno e la cosiddetta Basilica, perché in realtà non si sa a quali divinità fossero dedicato questi edifici sacri. Questi due templi sono tra i meglio conservati del periodo (V sec. a.C.) in tutto il Mediterraneo. “Forse c’era un tempio di Hera, forse uno di Apollo: ma non sappiamo quale”, spiega il direttore. “Un culto di Apollo, che era anche un dio medico, era molto importante a Paestum, la Poseidonia dei greci. Nella Magna Grecia e in Sicilia Apollo e Poseidone erano le divinità molto seguite perché proteggevano i coloni che venivano qua dalla Grecia per fondare nuove città. E tra gli aspetti molto importanti in tutti questi santuari c’è l’acqua: e qui, davanti ai due templi, c’è una struttura sulla quale ancora si discute. È il cosiddetto orologio d’acqua. Sicuramente non era un orologio d’acqua, ma è altrettanto certo che aveva a che fare con l’acqua: ci sono i canali, c’è la cisterna sotto il pavimento. Proprio qui è stata trovata una stele con iscritto il nome di Chirone, il centauro anche lui legato alla medicina, alla guarigione, alla saggezza antica”.

A Paestum continuano i lavori PON Cultura e Sviluppo lungo le mura dell’antica città. Nel bollettino numero 2 del Parco Archeologico di Paestum e Velia il direttore Gabriel Zuchtriegel racconta i lavori in corso: restauri, manutenzioni e anche qualche saggio di scavo. “Uno di questi cantieri”, spiega il direttore, “si trova proprio sul tempietto dorico di inizio V sec. a.C. che abbiamo trovato nel giugno 2019 (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/09/27/paestum-lancia-una-raccolta-fondi-con-lartbonus-per-riportare-alla-luce-il-tempio-dorico-individuato-allinizio-dellestate-lungo-le-mura-emersi-alcuni-frammenti-di-un-edificio-sacr/). E continuano a uscire nuovi elementi, come un frammento di sima (grondaia) del tetto, con ancora tracce del colore originario sulla decorazione a palmette”. E anche in questo tempietto, come già visto davanti al tempio di Nettuno, era presente l’acqua. “È stato trovato un frammento di louterion, grande bacile che era posizionato all’ingresso dei luoghi sacri per l’abluzione rituale”. Lo scavo del tempietto è lungo la cinta muraria che sta tornando alla luce insieme agli elementi del crollo dell’edificio sacro: parte di un fregio a triglifo, blocchi di colonne. “È emerso anche, proprio in questi primi giorni di marzo 2020, una parte dello stilobate (la base dove poggiavano le colonne) ancora in situ”.

Il Parco Archeologico di Paestum è chiuso al pubblico, ma l’attività degli uffici, seppur in forma molto ridotta, continua. Nel bollettino numero 3 del Parco Archeologico di Paestum e Velia si racconta cosa succede “dietro le porte” di un museo chiuso.

Dallo scavo PON Cultura e Sviluppo continua il racconto del direttore Gabriel Zuchtriegel. Il bollettino numero 4 ci aggiorna sul tempietto dorico e sui riti che si svolgevano in questa zona vicino le mura dell’antica città di Poseidonia. Lo scavo ha restituito più di duecento pezzi del tempietto dorico (colonne, fregio, architrave,) e poi la base dell’edificio con gli incavi dove veniva posto il perno che fissava la posizione delle colonne. “Si comincia già ad avere un’idea dell’impianto complessivo”, spiega Zuchtriegel. “Doveva essere un piccolo tempio periptero, cioè circondato di colonne su tutti i quattro i lati, fatto molto strano per un edificio piccolo: questo doveva essere di 4 colonne sui lati corti e 7 su quelli lunghi”. E continuano a venire alla luce anche nuovi elementi sulla ritualità. È stata trovata una piccola statuina in terracotta di età ellenistica. Rappresenta la testa di una donna con una ricca capigliatura e una specie di cappuccio sulla testa. “Questa statuetta ci racconta di una ritualità quotidiana in cui uomini e donne, giovani e adulti venivano qua. Questo era un luogo vissuto con processioni, musica, feste, rituali, sacrifici. Questo tempietto, vicino alle mura, faceva parte di una serie di santuari che circondava la città a creare una specie di protezione sacra dello spazio urbano”.

Ecco il bollettino numero 5 dal museo di Paestum: ci si prepara alla riapertura sfruttando questo tempo per fare un po’ di manutenzione ai reperti.

#iorestoacasa. “Passeggiate del Direttore”: nel quinto incontro il direttore del museo Egizio ci ricorda il ruolo di Vidua nella nascita del museo, ci riporta alle atmosfere dell’Ottocento con le sale storiche, e ci fa conoscere il Canone Regio

Le “Passeggiate del direttore”, pensate nell’impegno lanciato dal Mibact #iorestoacasa, sono giunte alla quinta puntata dedicata al ruolo ricoperto da Carlo Vidua nella nascita del museo Egizio, alla concezione del museo per tutto l’Ottocento, resa oggi dalle cosiddette Sale storiche, fino a conoscere uno dei papiri più famosi e importanti conservati a Torino, il Canone Regio. La “passeggiata” inizia da una vetrina che conserva alcune statuette lignee (ushabti) con il cartiglio del faraone Seti I, gentilmente prestate dal museo civico di Casale Monferrato, perché dà modo al direttore Christian Greco di parlare della figura e del ruolo di Carlo Vidua, conte di Conzano, originario proprio di Casale Monferrato, esploratore, collezionista, viaggiatore. “Intorno al 1819 Vidua si reca in Egitto – ricorda Greco – dove probabilmente vede una lista manoscritta di Bernardino Drovetti con l’intera collezione. E allora scrive immediatamente a Prospero Balbo, presidente dell’accademia delle Scienze di Torino, perché insista con il re Vittorio Emanuele I per l’acquisto della collezione. A Balbo scrive: “Solo se Torino acquisterà questa collezione l’Italia (che in realtà non esisteva ancora, non era stata ancora unificata) sarà un grande Paese”. E aggiunge: “Questo perché avrà il primo museo Egizio in Torino, la prima Galleria in Firenze, e il più grande museo di Antichità classiche in Roma”. Ecco il valore che veniva dato alla cultura e il valore dell’investimento davvero lungimirante che i Savoia decisero di fare con questo museo. La cultura come colonna identitaria di un Paese, e mi piace pensare che non a caso proprio Torino, Firenze e Roma si siano passate il testimone per essere capitale di questo Paese grazie anche alla forza che hanno delle collezioni che esse custodiscono”.

Le due tele di Lorenzo Delleani del 1871 con il museo Egizio e il museo di Scienze naturali (foto museo egizio)

Si torna alla storia del museo: nel 1824 la collezione Drovetti arriva a Torino e il museo arriva nel Palazzo dell’Accademia delle Scienze che da allora è la sede dell’Egizio. Nel 1832 si decide di unificare la collezione, che in parte era all’università, insieme alle antichità classiche. E così nasce il regio museo di Antichità ed Egizio. “Nell’800 il museo è essenzialmente un luogo di studio”, spiega il direttore. “Lo vediamo molto bene in un quadro di Lorenzo Delleani, che rappresenta il direttore e altri studiosi con il libro in mano che leggono le stele e cercano di capire cosa vi sia scritto. La collezione serve dunque a studenti e studiosi per capire l’Antico Egitto, perché proprio in queste sale si andava via via scrivendo la storia dell’Antico Egitto”. Proprio recentemente il museo Egizio ha voluto ricreare questa atmosfera allestendo le cosiddette Sale storiche (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/12/27/torino-il-museo-egizio-apre-al-pubblico-nuovi-spazi-dedicati-al-racconto-della-propria-storia-allestite-cinque-nuove-sale-fra-cui-quella-dedicata-alla-fedele-ricostruzione-di-un-ambiente-museale-de/) dove troviamo una vetrina originale dei primi allestimenti del museo dove sono stati posti gli oggetti così come erano esposi nell’Ottocento: raccolti per tipologie e senza didascalie, perché il museo è un luogo di studio dove studenti e studiosi vengono per approfondire, per capire, per cercare di mettere su carta qua era l’antica civiltà egizia. O ancora una vetrina con un sarcofago che ricorda quanto si vede nel dipinto di Delleani. In queste sale è stato infine possibile riunificare ciò che era stato separato nel 1939: come il medagliere dei sovrani d’Egitto in epoca greca (da Tolomeo I Soter a Cleopatra VII) e romana (imperatori fino ad Adriano), gentilmente concesso dai musei Reali di Torino, dove – appunto nel 1939 – è stata spostata dal palazzo dell’Accademia delle Scienze la collezione di antichità.

La ricostruzione di una sala del museo con l’allestimento come era nell’800 (foto museo egizio)

Tra i documenti meravigliosi che il museo conserva c’è il papiro di Torino, la lista reale di Torino: il Canone Regio. È uno dei documenti più importanti che esistono al mondo. In ordine cronologico raccoglie il nome dei sovrani che si sono succeduti alla guida dell’Egitto. È una lista di 77 nominativi che vanno dall’epoca di Narmer all’età ramesside, con alcune epurazioni: non ci sono i faraoni che non vengono ritenuti degni di essere ricordati, o quanti sono oggetto di damnatio memoriae. “Ma grazie a questa lista”, sottolinea Greco, “confrontata con la lista cronologica di Manetone, è stato possibile costruire quella colonna dorsale cronologica dell’Antico Egitto per ricostruire la storia di questa civiltà. Questa lista la vide Champollion in Egitto: gli venne portata una tavola lunga quasi tre metri con una serie di frammenti di papiro e lui capì immediatamente la valenza di quel papiro tanto che disse che si trovava davanti a un documento così importante che non osava nemmeno respirare nel timore che il suo respiro condannasse all’oblio il nome di faraoni conservati per secoli”.

San Pietroburgo. Secondo appuntamento dal museo Ermitage a sostegno dell’Italia dedicato a “Venezia nella Venezia del Nord. Canaletto, Marieschi e Guardi” con Irina Artemieva

L’imponenza del Palazzo d’Inverno del museo Ermitage di San Pietroburgo (foto Graziano Tavan)

Dopo lo straordinario successo della prima diretta in italiano trasmessa il 26 marzo dalle sale dell’Ermitage sul canale YouTube, secondo appuntamento dal museo Ermitage a sostegno dell’Italia in questo difficile momento, per raccontare la grande arte italiana custodita nel museo russo. Giovedì 2 aprile 2020 alle 18, la puntata è stata dedicata a “Venezia nella Venezia del Nord. Canaletto, Marieschi e Guardi”.

“Ricevimento dell’Ambasciatore Francese a Palazzo Ducale” dipinto da Canaletto e conservato al museo dell’Ermitage di san Pietroburgo (foto Ermitage)

I massimi protagonisti del vedutismo, il famoso genere pittorico del paesaggio urbano fiorito a Venezia nel Settecento, sono straordinariamente rappresentati nelle collezioni del museo di San Pietroburgo. Canaletto, Guardi, Bellotto, Marieschi e Carlevarjis raffigurano nelle loro tele, nel corso del XVIII secolo, palazzi e chiese, calli e canali della Serenissima – città tra le più amate dalla corte degli zar – innovando il senso della luce e la tecnica della rappresentazione in pittura. E del resto quale città meglio di Venezia, dove si fondono l’immagine e la maestosità degli edifici, può offrire straordinari scorci? ““Ah, signori miei, che città magnifica è questa Venezia!”, così si entusiasma per la città lagunare Anton P. Čechov. “Immagina una città fatta di caso e di chiese tante quante mai ne hai ancora vedute: un’architettura incantevole, ogni cosa grandiosa e leggera, come una gondola in una forma di uccello. Case e chiese simili han potuto costruirle solo uomini forniti di un gusto artistico e musicale eccelso e dal temperamento leonino”.

Ad accompagnarci tra i capolavori dell’Ermitage è Irina Artemieva, grande studiosa dell’arte italiana, conservatrice della pittura veneta del Museo di San Pietroburgo e condirettrice di Ermitage Italia.

#iorestoacasa. “Passeggiata archeologica” da Nord a Sud con i video promossi dal Mibact per portare il patrimonio culturale nella casa degli italiani in piena emergenza da coronavirus: “La cultura non si ferma”

#iorestoacasa è l’invito che da qualche settimana è chiesto a tutti noi, un mantra che ci accompagna in ogni comunicazione ufficiale. Lo ha recepito molto bene il ministero per i Beni e le Attività culturali che però assicura: “La cultura non si ferma”. E lancia una serie di brevi video promozionali per far conoscere, stando a casa, le bellezze del nostro patrimonio culturale. Ecco una breve carrellata di immagini, da Nord a Sud, che diventa una vera e propria “passeggiata archeologica”.

Il museo Archeologico nazionale di Aquileia è tra le principali e più antiche istituzioni museali del Friuli Venezia Giulia. Inaugurato il 3 agosto del 1882, e rinnovato il 3 agosto 2018, è parte del Polo museale del Friuli Venezia Giulia e conferito in uso alla Fomdazione Aquileia. Il complesso museale, con la sua notevole estensione e l’ingente ed eccezionale collezione archeologica, fortemente legata al territorio e alle indagini archeologiche effettuate nel sito, rappresenta una delle più importanti istituzioni museali dell’Italia settentrionale.

Museo Archeologico nazionale del Mare di Caorle. La visita inizia con “TERREDACQUE da mostra a museo”, allestita già nel 2014 dall’allora Soprintendenza per i beni archeologici del Veneto. In queste sale, situate al primo piano del Museo, sono stati esposti i reperti più significativi rinvenuti a Caorle e in siti limitrofi, databili in un ampio arco cronologico che va dall’età del Bronzo recente (XIII—prima metà XII secolo a.C.) all’epoca moderna. Nelle sale al piano terra è invece raccontata la storia del brick Mercurio, un’imbarcazione da guerra a due alberi, armata con due vele quadre e una vela trapezoidale con un solo ponte, costruita in età napoleonica e ceduta dai Francesi alla flotta italiana. Il vascello saltò in aria il 22 febbraio del 1812, perché colpito al Santa Barbara, cioè nelle polveri poste a poppa, durante la battaglia di Grado, combattuta dagli Italo-francesi contro gli Inglesi.

Museo Archeologico nazionale di Ferrara. Allestito nel cinquecentesco palazzo tradizionalmente attribuito a Ludovico Sforza detto il Moro, Duca di Milano, appartenne in realtà ad Antonio Costabili, segretario di Ludovico e personalità di spicco della corte del Duca Ercole I d’Este, palazzo progettato da Biagio Rossetti per Antonio Costabili, il museo conserva le testimonianze della necropoli e dell’abitato di Spina, il fiorente porto commerciale etrusco che tra il VI e il III sec. a.C. rappresentò uno dei centri focali della regione. Sono esposti alcuni dei corredi ritrovati nelle oltre 4.000 tombe, reperti di impressionante bellezza tra cui spicca un’imponente raccolta di vasi attici a figure rosse del V sec. a.C. Recentemente ampliato e riallestito con apparati all’avanguardia, il museo vanta una Sala del Tesoro affrescata dal Garofalo, la Sala delle Piroghe, imbarcazioni monossili di età tardo romana (III-IV secolo d.C.), e la Sala degli Ori con gioielli d’oro, argento, ambra e pasta vitrea risalenti al V e IV sec. a.C. Al piano terra, quattro sale – di cui due affrescate dal Garofalo e dalla sua scuola – sono dedicate “alla città dei vivi”, all’abitato di Spina, ai culti e ai miti, ai popoli e alle scritture. Chiude il percorso una delle “biblioteche virtuali” che introduce alla necropoli. Il piano nobile, in consonanza con l’originario allestimento degli anni Trenta, è dedicato alla necropoli della città etrusca e annovera capolavori della pittura vascolare attica, bronzi etruschi, preziosi oggetti di importazione da tutto il Mediterraneo.

Il Colosseo, il Foro e il Palatino risplendono in questo video realizzato in piena emergenza coronavirus per permettere alle persone di continuare a godere del patrimonio culturale nazionale. Dall’attenzione alle famiglie con le numerose attività e laboratori per bambini e ragazzi alle attività di studio e ricerca, con la possibilità di ammirare luoghi meno noti come la domus di Scauro; dagli scavi realizzati insieme a studenti e specializzandi per la formazione specialistica sul campo ai percorsi multimediali attraverso i luoghi di Nerone, Augusto e Livia; dalle opere di manutenzione e restauro all’Arco di Tito, con l’inconsueto accesso a una scala interna al monumento trionfale, al lavoro quotidiano del personale nel Parco Archeologico del Colosseo. Questo e molto altro è visibile nel video che illustra uno dei luoghi iconici del patrimonio culturale mondiale, pronto ad accogliere nuovamente appena possibile chi vorrà godere dal vivo dei suoni e delle luci che animano le memorie più preziose della nostra storia.

“Classico pop”: curioso video con i tesori del museo nazionale Romano. Nato nel 1889 come uno dei principali centri di cultura storica ed artistica dell’Italia unita, oltre ad accogliere ed esporre le opere di collezioni storiche passate allo Stato e le numerose antichità che emergevano dai lavori di adeguamento di Roma al suo nuovo ruolo di Capitale del Regno d’Italia, il Museo era destinato ad accrescere il patrimonio storico ed artistico della città e contribuire con esso nel modo più efficace all’incremento della cultura. Circa un secolo dopo la sua istituzione nelle Terme di Diocleziano, il Museo è stato riorganizzato in quattro sedi distinte: alle Terme si sono aggiunti Palazzo Massimo, Palazzo Altemps e la Crypta Balbi.

Le Terme di Diocleziano, che fanno parte del museo nazionale Romano, rivivono in questa ricostruzione 3D, che mostra gli straordinari resti del grande impianto d’età imperiale come appariva ai Romani del IV secolo d.C.

Il Parco Archeologico dell’Appia Antica si sviluppa da Porta Capena sino alla località di Frattocchie nel comune di Marino, tra la via Ardeatina e l’Appia Nuova, includendo la Valle della Caffarella e l’area di Tormarancia. Il Parco Archeologico ha in consegna un ampio tratto dell’antica via Appia, di proprietà del Demanio dello Stato, dal civico n. 195 fino alla località di Frattocchie, con i monumenti sui lati, e i siti di Cecilia Metella e Castrum Caetani, Capo di Bove, Villa dei Quintili e Santa Maria Nova, il Parco delle Tombe della via Latina, il complesso degli Acquedotti, la Villa dei Sette Bassi, l’Antiquarium di Lucrezia Romana.

Museo e parco archeologico Nazionale di Egnazia. Il museo, intitolato a Giuseppe Andreassi, direttore del museo e dell’area archeologica dal 1976 al 1985 e Soprintendente Archeologo della Puglia dal 1990 al 2009, sorge all’esterno delle mura di cinta dell’antica Gnathia, nell’area della necropoli messapica. La città, citata dagli autori classici per la sua posizione geografica privilegiata, fu scalo commerciale strategico nel collegamento tra Occidente e Oriente. Della fase messapica di Egnazia restano le poderose mura di difesa e le necropoli, con tombe a fossa, a semicamera e le monumentali tombe a camera. Della città romana si possono ammirare i resti della Via Traiana, della Basilica Civile con l’aula delle Tre Grazie, del Sacello delle divinità orientali, della piazza porticata, del criptoportico e delle terme. Tra gli edifici di culto cristiano, sorti tra il IV ed il VI sec. d.C., si segnalano la Basilica Episcopale con il battistero e la Basilica Meridionale, originariamente pavimentate con mosaici. Il nuovo museo è stato inaugurato nel luglio 2013. Il percorso espositivo, diviso in 7 sezioni, narra le vicende che hanno caratterizzato la ricerca archeologica ad Egnazia e l’evoluzione storica del sito dal XVI sec. a.C. fino al XIII secolo d.C., epoca dell’abbandono.

Anfiteatro Romano di Lecce. Collocato nel cuore di Lecce, in piazza S. Oronzo, l’Anfiteatro romano testimonia l’importanza raggiunta dall’antica Lupiae in epoca imperiale. Scoperto agli inizi del Novecento, dell’edificio originario è oggi visibile circa un terzo, con parte dell’arena e della cavea, mentre la restante porzione è celata al di sotto della piazza e dei fabbricati prospicenti.

Museo Archeologico Nazionale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia è stato istituito nel 1969 e intitolato al conte Vito Capialbi (1790-1853). Erudito del luogo animato da spirito antiquario, per primo raccolse e custodì le testimonianze della vita della città, ricostruendone la storia dalla fondazione della colonia locrese di Hipponion alla costituzione della colonia romana di Valentia. Dal 1995 il Museo ha sede nel Castello Normanno-Svevo della città che, nella sua struttura originaria e più antica, risale all’epoca di Federico II. I materiali esposti provengono dagli scavi effettuati nella città e nel suo territorio a partire dalle prime ricerche effettuate da Paolo Orsi nel 1921. Accanto ai reperti rinvenuti nelle indagini archeologiche, sono presenti quelli provenienti dalle prestigiose raccolte Capialbi, Cordopatri e Albanese. Le collezioni del Museo illustrano la storia e l’archeologia del territorio, dalla preistoria (primo piano) all’età greca (piano terra e primo piano) e a quella romana e medioevale (piano terra). L’allestimento, basato su criteri cronologici e topografici, ha inizio con manufatti di età protostorica e con reperti provenienti dagli scavi condotti nelle aree sacre della città magnogreca. L’area sacra di Scrimbia ha restituito manufatti databili tra la fine del VII e la fine del V secolo a.C. Il piano terra espone reperti ritrovati nelle necropoli di Hipponion (fine VII – IV secolo a.C.), tra i quali spicca una laminetta aurea attestante il culto orfico con un’iscrizione in dialetto dorico-ionico che fornisce consigli per il passaggio del defunto nel mondo dei morti. L’itinerario prosegue con i materiali di età romana. All’archeologia subacquea è dedicata ampia attenzione: tra i vari reperti viene presentata la ricostruzione parziale della chiglia di un’imbarcazione e alcune anfore e ancore di diverse epoche rinvenute in buona parte nei fondali vibonesi.

Con i bronzetti nuragici del museo Archeologico nazionale “Giorgio Asproni” di Nuoro alcuni consigli per chi è costretto a stare a casa. Il museo è stato inaugurato nel 2002, nel palazzo ottocentesco appartenuto a Giorgio Asproni, intellettuale e uomo politico sardo del XIX secolo. L’esposizione offre un’intensa testimonianza del ricco patrimonio paleontologico e archeologico proveniente dalla provincia di Nuoro: dalle testimonianze di vertebrati del Monte Tuttavista e della Grotta Corbeddu, ai reperti del Paleolitico di Ottana ed alla collezione di oggetti di vita quotidiana del Neolitico. Seguono i materiali delle culture dell’Età del Rame di Filigosa, Abealzu, Monte Claro, del vaso Campaniforme e della cultura di Bonnanaro, a cui si data lo scheletro di Sisaia, ritrovato nell’omonima grotta. Gli oggetti del periodo nuragico, l’età del Bronzo e del Ferro provengono da importanti siti quali Su Tempiesu ad Orune, Sa Sedda ‘e Sos Carros, ad Oliena; la collezione include inoltre la ricostruzione della fonte sacra di Oliena.

#iorestoacasa. La Fondazione Aquileia presenta la seconda “pillola video” su “Il patrimonio epigrafico di Aquileia” accompagnati dal prof. Claudio Zaccaria

“Il patrimonio epigrafico di Aquileia” è il tema affrontato in questa seconda “pillola video” promossa dalla Fondazione Aquileia che apre virtualmente le porte al pubblico, in questo momento di chiusura forzata, e aderisce alla campagna del MiBACT #iorestoacasa con questa proposta on-line: dieci narratori d’eccezione protagonisti di altrettante “pillole video”. Per questo secondo focus siamo accompagnati da Claudio Zaccaria, professore emerito dell’università di Trieste. “Aquileia romana”, spiega il prof. Zaccaria, “si caratterizza per la grande quantità dei suoi monumenti, soprattutto quelli iscritti: peculiarità questa che colloca Aquileia tra le grandi città del mondo antico. In Italia è la terza città romana per documenti che sono arrivati fino a noi. Questa documentazione è praticamente esclusiva per molti aspetti della storia di Aquileia che non ci sono raccontati da altre fonti, come le fonti storiche e le fonti letterarie, che si limitano a pochi accenni sulla città”. La maggior parte delle iscrizioni sono funerarie. “C’è una forte tensione a fare il monumento anche quando le risorse sono scarse”, continua Zaccaria. “Chi può di più paga uno scalpellino più abile, si fa fare sul monumento una decorazione che può rappresentare la professione del defunto o figure simboliche dell’aldilà. Questi monumenti volevano raccontare le storie delle persone. È questa una rappresentazione sociale molto efficace, un’umanità che si autorappresenta attraverso forme varie”.