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Egitto. Zahi Hawass ha scoperto a Tebe Ovest la “città d’oro perduta”, edificata da Amenhotep III e utilizzata anche da Tutankhamon e Ay: è la più grande città mai trovata, con distretto amministrativo e industriale (“Scoperta paragonabile alla tomba di Tut”). Informazioni sulla vita quotidiana degli antichi egizi. Si spera dia risposte al perché Akhenaten e Nefertari si spostarono ad Amarna

La città d’oro perduta scoperta da Zahi Hawass a Tebe Ovest (foto ministry of Tourism and Antiquities)
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L’egittologo Zahi Hawass già ministro delle Antichità (foto ministry of Tourism and Antiquities)

Dalle sabbie di Luxor-Tebe Ovest riaffiora la “città d’oro perduta” edificata più di 3000 anni fa sotto il regno di Amenhotep III / Amenofi III e utilizzata – dopo la parentesi di Akhenaten – anche da altri due faraoni: Tutankhamon e Ay. Lo ha annunciato lo stesso autore della scoperta, Zahi Hawass, già ministro alle Antichità, alla guida della missione egiziana a Tebe Ovest. “La scoperta di questa città perduta è la seconda scoperta archeologica più importante dalla tomba di Tutankhamon”, assicura Betsy Brian, professore di egittologia alla John Hopkins University di Baltimora (Stati Uniti). “Molte missioni straniere hanno cercato questa città e non l’hanno mai trovata”, ha sottolineato Hawass. “Noi abbiamo iniziato il nostro lavoro alla ricerca del tempio funerario di Tutankhamon perché i templi di Horemheb e Ay sono stati trovati in questa zona, e abbiamo trovato la città d’oro”. Non si sono ancora spenti gli echi della Parata d’Oro dei Faraoni, l’evento – seguito da milioni di appassionati nel mondo – voluto dal presidente Abdel Fatah al-Sisi e organizzato dal ministero per il Turismo e le Antichità per promuovere l’Egitto in occasione del trasferimento di 22 mummie reali dal museo Egizio di piazza Tahrir al nuovo museo nazionale della Civiltà egizia, che dall’Egitto arriva un’altra notizia destinata a fare rapidamente il giro del mondo.

Amuleti rinvenuti nella città d’oro perduta dalla missione egiziana a Tebe Ovest (foto ministry of Tourism and Antiquities)
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La mummia del re Amenhotep III fu trovata nel 1898 nella tomba di Amenhotep II (KV 35), nella Valle dei Re a Luxor (foto ministry of Tourism and Antiquities)

“È la più grande città mai esistita in Egitto”, ha confermato Hawass, “fondata da uno dei più grandi sovrani dell’Egitto, il re Amenhotep III, il nono re della XVIII dinastia, che governò l’Egitto dal 1391 al 1353 a.C. Suo figlio e futuro erede al trono, Amenhotep IV, che poi nella città dell’Aten (Akhetaten / Amarna) si farà chiamare Akhenaten, ha condiviso nella città d’oro gli ultimi otto anni del suo regno. Questa città era il più grande insediamento amministrativo e industriale dell’epoca. Le strade erano fiancheggiate da case, di cui ci sono rimasti alzati fino a 3 metri. L’area di scavo si trova tra il Tempio di Ramses III a Medinet Habu e il Tempio di Amenhotep III a Memnon: la città si estende a Ovest, fino a Deir el-Medina”. E Brian ha aggiunto: “La scoperta della Città Perduta, non solo ci darà un raro sguardo sulla vita degli antichi egizi nel periodo in cui il Regno era più ricco, ma ci aiuterà a far luce su uno dei più grandi misteri della storia: perché Akhenaten e Nefertiti decisero di trasferirsi ad Amarna”. Le ricerche stanno portando infatti gli archeologi allo strato della città nel suo momento d’oro: le informazioni che ricaveranno sono destinate a cambiare le nostre conoscenze su quel periodo storico tra Amenhotep III e Tutankhamon. Cosa è successo veramente? Perché la città è stata abbandonata e la capitale è stata trasferita ad Amarna? E la città fu di nuovo ripopolata quando Tutankhamon tornò a Tebe? Solo ulteriori scavi nell’area riveleranno cosa accadde veramente quasi 3400 anni fa. La scoperta della città perduta permetterà di capire meglio anche alcuni aspetti della vita quotidiana degli antichi egizi, come la tecnica di costruzione e decorazione delle case, gli strumenti usati e l’organizzazione del lavoro. Finora è stata scavato solo un terzo dell’area: la missione continuerà le ricerche, compresa l’area che è stata identificata come possibile sito del tempio funerario di Tutankhamon. “Abbiamo molte informazioni su tombe e templi”, ha sottolineato Hawass, “ma questa è la prima volta che uno scavo rivela segreti sulla vita dei re dell’età d’oro dell’Egitto”.

La città d’oro perduta riemersa dalle sabbie: gli alzati conservati raggiungono anche i tre metri di altezza (foto ministry of Tourism and Antiquities)

Lo scavo è iniziato nel settembre 2020 e in poche settimane, con grande sorpresa del team, file di mattoni di fango hanno iniziato ad apparire in tutte le direzioni. Quello che veniva poco a poco alla luce era il sito di una grande città in buone condizioni di conservazione, con mura quasi complete e con stanze piene di strumenti della vita quotidiana. Gli strati archeologici sono rimasti intatti per migliaia di anni, lasciati dagli antichi residenti come se fosse ieri. La missione egiziana – come detto – ha iniziato a lavorare in quest’area con l’obiettivo di ritrovare il tempio funerario di Tutankhamon, realizzato dal re Ay, il successore di Tutankhamon, su un sito che più tardi sarebbe finito adiacente al lato meridionale del Tempio di Ramses III a Medinet Habu. Gli egittologi ritengono che il tempio di Ay possa essere appartenuto prima a Tutankhamon poiché lì furono trovate due statue colossali del giovane re. La parte settentrionale del tempio è ancora sotto la sabbia.

Città d’oro perduta a Tebe Ovest: iscrizioni geroglifiche trovate su tappi di argilla di vasi di vino (foto ministry of Tourism and Antiquities)
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Applique rinvenute nello scavo della città d’oro perduta a Tebe Ovest (foto ministry of Tourism and Antiquities)

Il primo obiettivo della missione è stato datare questo insediamento. Iscrizioni geroglifiche trovate su tappi di argilla di vasi di vino e riferimenti storici ci dicono che l’insediamento era costituito da tre palazzi reali del re Amenofi III, nonché dal centro amministrativo e industriale del Regno. Un gran numero di reperti archeologici, come anelli, scarabei, vasi di ceramica colorata e mattoni di fango recanti i sigilli del cartiglio del re Amenhotep III, hanno confermato la datazione della città. Dopo soli sette mesi di scavi, sono state scoperte diverse aree o quartieri. Nella parte meridionale, la missione ha trovato una panetteria, una zona di cottura e preparazione dei cibi, completa di forni e deposito di vasellame. Dalle sue dimensioni, possiamo affermare che la cucina accoglieva un numero molto elevato di lavoratori e dipendenti. La seconda area, ancora scoperta parzialmente, rappresenta il distretto amministrativo e residenziale, con unità più ampie e ben disposte. Quest’area è recintata da un muro a zig-zag, con un solo punto di accesso che conduce a corridoi interni e zone residenziali. L’unico ingresso ci fa pensare che fosse un  sistema di sicurezza, che permetteva di controllare l’ingresso e l’uscita da aree chiuse. I muri a zig-zag sono uno dei rari elementi architettonici dell’antica architettura egizia, utilizzati principalmente verso la fine della XVIII dinastia. La terza area è l’officina. Da un lato, l’area di produzione dei mattoni di fango utilizzati per la costruzione di templi e annessi. I mattoni hanno sigilli recanti il ​​cartiglio del re Amenhotep III (Neb Maat Ra). Dall’altro, un gran numero di stampi da colata per la produzione di amuleti e delicati elementi decorativi. Questa è un’ulteriore prova della vasta attività in città per la produzione di decorazioni sia per i templi che per le tombe.

La strana sepoltura di un bovide scoperta nella città d’oro perduta a Tebe Ovest (foto ministry of Tourism and Antiquities)

In tutte le aree scavate, la missione ha trovato molti strumenti utilizzati in una sorta di attività industriale come la filatura e la tessitura. Sono state portate alla luce anche scorie di lavorazione del metallo e del vetro, ma l’area principale di tale attività deve ancora essere scoperta. All’interno di una delle stanze sono state trovate due insolite sepolture di una mucca o di un toro. Sono in corso indagini per determinare la natura e lo scopo di questa pratica. E ancora più notevole è la sepoltura di una persona trovata con le braccia tese lungo i fianchi, e resti di una corda avvolta intorno alle ginocchia. La posizione della sepoltura e la deposizione di questo scheletro sono piuttosto strane e sono in corso ulteriori indagini. È stato inoltre ritrovato un contenitore contenente due galloni di carne essiccata o bollita (circa 10 kg) che reca una preziosa iscrizione: “Anno 37, carne condita per la terza festa di Heb Sed dal macello del recinto per bestiame di Kha fatta dal macellaio luwy”. Questa preziosa informazione non solo ci dà i nomi di due persone che hanno vissuto e lavorato nella città, ma conferma anche che la città era attiva e ha determinato il tempo della co-reggenza del re Amenhotep III con suo figlio Amenhotep IV / Akhenaten. La missione ha anche trovato un testo inciso sull’impronta di un sigillo che recita: “gm pa Aton” che può essere tradotto come “il dominio dell’abbagliante Aten”, e questo è il nome di un tempio costruito dal re Akhenaten a Karnak. A nord dell’insediamento è stato anche scoperto una grande necropoli, la cui estensione non è stata ancora determinata, e la missione ha scoperto un gruppo di tombe scavate nella roccia di varie dimensioni, a cui si accede tramite scale scavate nella roccia, che mostrano una caratteristica comune alla costruzione delle tombe nella Valle dei Re e nella Valle dei Nobili. Gli scavi sono ancora in corso e la missione prevede di scoprire tombe incontaminate piene di tesori.

Egitto. Il ministero dà l’annuncio atteso da mesi e rinviato più volte: il 3 aprile ci sarà la parata d’oro per le vie del Cairo, cioè lo spostamento in corteo di 22 mummie reali dal museo Egizio al nuovo museo nazionale della Civiltà Egizia. “Un evento unico, irripetibile”

“Un evento unico che il mondo attende…”. Il ministero per il Turismo e le Antichità dell’Egitto ne è sicuro. È la Pharaohs’ Golden Parade, la parata reale, cioè lo spostamento di 22 mummie reali dal museo Egizio di piazza Tahrir al nuovo museo nazionale della Civiltà egizia di Al-Fustat al Cairo e dovrebbe essere inaugurato (e il condizionale è d’obbligo) entro quest’anno, 2021. Del resto anche lo stesso spostamento in pompa magna, con un corteo per le vie della città del Cairo, era stato annunciato nel 2019 da Zahi Hawass e avrebbe dovuto tenersi nell’estate di quell’anno. Poi fissato per marzo 2020, e nuovamente rinviato per lo scoppio della pandemia. È passato “qualche” mese, ma stavolta sembra la volta buona. Da giorni la capitale egiziana è attraversata da un convoglio speciale che sta mettendo a punto le prove generali della parata faraonica. “Non perdete questo evento impareggiabile, succede una volta nella vita”, annuncia il ministero. “Restate sintonizzati sui nostri canali social per la parata d’oro dei faraoni il 3 aprile 2021!”

Le mummie reali erano state scoperte nel 1881 in una cachette di Deir el Bahari. Tra queste 18 faraoni e 4 regine del Nuovo Regno, con nomi famosi come Tutmosi, Amenofi, Seti, Ramses. E dal 1902 sono ospitate nella “sala delle mummie” del museo Egizio del Cairo. Ma la sala non fu sempre aperta al pubblico. Il primo fu re Fouad I (1917-1936) che decise di sottrarle alla vista dei visitatori. E lo stesso fece il presidente Sadat (1971-1980), ritenendo che fosse più appropriato concedere la pace dovuta alle mummie, ponendo anche la questione della loro ri-sepoltura. La sala espositiva rimase quindi chiusa fino al 1982. Nel 1985 è stata riaperta al pubblico una selezione di mummie di re e regine del Nuovo Regno di cui è visibile solamente il volto, come si vede nel video realizzato nel dicembre 2020 da L’Alba News, sito di notizie in tempo reale con approfondimenti su fatti più importanti accaduti in Egitto, Italia, mondo arabo, ed estere. E ora 22 mummie reali raggiungeranno la loro nuova dimora, il museo nazionale della Civiltà Egizia. Sarà proprio il 3 aprile 2021? Lo vedremo presto.

Egitto. La Tac alla mummia di Seqenenre-Taa II il Valoroso, studiata da Zahi Hawass e Sahar Saleem, getta nuova luce sul sovrano della XVII dinastia: “Era in prima linea con i suoi soldati, fu catturato e ucciso dagli Hyksos in un rito sacrificale. Il suo martirio accelerò la liberazione e riunificazione dell’Egitto”

La mummia di Seqenenre-Taa II è stata sottoposta a una scansione Tac (foto ministry of Tourism and Antiquities)

È passato alla storia come il Coraggioso, il Valoroso: Seqenenre-Taa II, sovrano della XVII dinastia, regnò l’Alto Egitto alla fine del Secondo periodo intermedio, quando il Basso Egitto era occupato dagli Hyksos, una dinastia regnante straniera che si impadronì del delta nel nord del Paese per circa un secolo (1650-1550 a.C.). Fu proprio lui che da Tebe iniziò la guerra contro gli Hyksos che sarebbero stati cacciati dall’Egitto solo dal secondo figlio di Seqenenre-Taa II, Ahmose I, col quale iniziava la XVIII dinastia. Il re Valoroso trovò la morte proprio in battaglia per mano degli Hyksos: i suoi imbalsamatori avevano abilmente nascosto alcune ferite alla testa, ma ora i risultati delle scansioni della TC della mummia dell’antico re egiziano hanno rivelato con più precisione le circostanze della sua morte: “Fu martirizzato per il bene di riunificare l’Egitto nel XVI secolo a.C.”. Lo hanno annunciato Zahi Hawass, il famoso archeologo ed ex ministro delle Antichità, e Sahar Saleem, professore di Radiologia alla facoltà di Medicina dell’università del Cairo, che hanno esaminato la mummia del re Seqenenre-Taa II mediante tomografia computerizzata (TAC) e hanno pubblicato la loro ricerca il 17 febbraio 2021 sulla rivista scientifica “Frontiers in Medicine”.

La mummia di Seqenenre-Taa II fu scoperta nel nascondiglio reale di Deir el-Bahari nel 1881 (foto ministry of Tourism and Antiquities)

La mummia di Seqenenre-Taa II fu scoperta nel nascondiglio reale di Deir el-Bahari nel 1881 e fu sbendata da Gaston Maspero nel 1886 che la esaminò per la prima volta e lasciò una vivida descrizione delle ferite che uccisero il faraone: “Non si sa se cadde sul campo di battaglia o se fu vittima di qualche complotto; l’aspetto della sua mummia prova che morì di morte violenta intorno ai quarant’anni d’età. Due o tre uomini, assassini oppure soldati, devono averlo accerchiato e ucciso prima che qualcuno potesse soccorrerlo. Un colpo di scure deve aver reciso parte della guancia sinistra, esposto i denti, fratturato la mascella e averlo fatto cadere a terra privo di sensi; un altro colpo deve aver gravemente lesionato il cranio, e un pugnale o giavellotto ha tagliato e aperto la fronte un poco sopra l’occhio. Il suo corpo deve essere rimasto per qualche tempo là dov’era caduto: una volta ritrovato, la decomposizione era già cominciata e la mummificazione dovette essere compiuta in fretta, meglio che si poté”. Negli anni ’60 del Novecento la mummia fu studiata ai raggi X. Questi esami hanno indicato che il re defunto aveva subito diverse gravi ferite alla testa; tuttavia, non c’erano ferite al resto del corpo. Le teorie sulla causa della morte del re differivano, poiché alcuni credevano che il re fosse stato ucciso in una battaglia, forse per mano dello stesso re Hyksos. Altri hanno indicato che Seqenenre potrebbe essere stato ucciso da una cospirazione mentre dormiva nel suo palazzo. A causa delle cattive condizioni della mummia, alcuni hanno suggerito che la mummificazione potrebbe essere avvenuta in fretta lontano dal laboratorio di mummificazione reale.

Le mani deformate della mummia di Seqenenre-Taa II (foto ministry of Tourism and Antiquities)

Zahi Hawass e Sahar Saleem hanno presentato una nuova interpretazione degli eventi prima e dopo la morte del re Seqenenre-Taa II, basata sulla ricostruzione dell’immagine TC bidimensionale e tridimensionale utilizzando tecnologie informatiche avanzate. Le mani deformate indicano che Seqenenre-Taa II potrebbe essere stato catturato sul campo di battaglia: le sue mani erano state legate dietro la schiena, così da impedirgli di difendersi “dal feroce attacco alla sua faccia”. La TAC della mummia di Seqenenre-Taa II ha rivelato i dettagli delle ferite alla testa, comprese quelle che non erano state scoperte in precedenti esami ed erano state abilmente nascoste dagli imbalsamatori.

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L’egittologo Zahi Hawass già ministro delle Antichità (foto ministry of Tourism and Antiquities)

Le scansioni TC hanno aiutato a studiare molte mummie reali egiziane e determinare l’età alla morte, il sesso e il modo in cui sono morte. Questo studio TC ha determinato che Seqenenre-Taa II aveva circa quarant’anni al momento della sua morte, in base alla forma delle ossa (come l’articolazione della sinfisi pubica) fornendo la stima più accurata fino ad oggi. Zahi Hawass e Sahar Saleem sono pionieri nell’uso delle scansioni TC per studiare diverse mummie reali del Nuovo Regno, inclusi re guerrieri famosi come Thutmosi III, Ramses II e Ramses III; tuttavia, Seqenenre-Taa II sembra essere l’unico tra loro ad essere stato in prima linea sul campo di battaglia.

La punta di una lancia usata dagli Hyksos conservata al museo Egizio del Cairo (foto ministry of Tourism and Antiquities)
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Un’ascia degli Hyksos conservata al museo Egizio del Cairo (foto ministry of Tourism and Antiquities)

La ricerca ha incluso anche uno studio di varie armi Hyksos conservate al museo Egizio del Cairo, tra cui un’ascia, una lancia e diversi pugnali. Saleem e Hawass hanno confermato la compatibilità di queste armi con le ferite riscontrate sulla mummia di Seqenenre-Taa II: “Il re fu ucciso da più colpi da diverse angolazioni da diversi aggressori Hyksos che hanno usato armi diverse”, spiegano i due ricercatori. “Seqenenre-Taa II fu piuttosto ucciso in un’esecuzione cerimoniale. Ciò conferma che Seqenenre era davvero in prima linea a rischiare la vita con i suoi soldati per liberare l’Egitto”.

Le profonde ferite sul cranio di Seqenenre-Taa II rivelate dalla Tac (foto ministry of Tourism and Antiquities)

Inoltre, la Tac ha rivelato importanti dettagli sull’imbalsamazione del corpo di Seqenenre-Taa II. Ad esempio, gli imbalsamatori utilizzavano un metodo sofisticato per nascondere le ferite sulla testa del re sotto uno strato di materiale per imbalsamazione che funziona in modo simile alle otturazioni utilizzate nella moderna chirurgia plastica. Ciò significa che la mummificazione è stata effettivamente eseguita in un laboratorio di mummificazione reale piuttosto che in un luogo mal preparato, come precedentemente suggerito.

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La mummia di Ahmose conservata al museo di Luxor (foto ministry of Tourism and Antiquities)

Questo studio fornisce infine importanti nuovi dettagli su un punto cruciale nella lunga storia dell’Egitto. “La morte di Seqenenre-Taa II stimolò i suoi successori a continuare la lotta per unificare l’Egitto e per fondare il Nuovo Regno. In una stele nota come la Tavola di Carnavaron, rinvenuta nel Tempio di Tebe di Karnak, sono registrate le battaglie combattute da Kamose, figlio di Seqenenre-Taa II, contro gli Hyksos. Kamose cadde morto durante la guerra contro gli Hyksos, e fu Ahmose, il secondo figlio di Seqenenre-Taa II, a completare l’espulsione degli Hyksos. Li combatté, li sconfisse e li inseguì fino a Sharuhen, principale piazzaforte dei sovrani Hyksos (l’odierna Gaza in Palestina), e riunì l’Egitto”.

“In memoria di Edda Bresciani”: l’università di Pisa dedica alla “sua” professoressa, tra le più grandi esperte al mondo di Egittologia, il ricordo dell’allieva Marilina Betrò, e ripropone la Laudatio pronunciata da Lucia Tongiorgi Tomasi accademica dei Lincei nel 2012 alla consegna del premio Pantera d’Oro

Anche la Sfinge piange la scomparsa di Edda Bresciani. Con questa immagine di affetto e partecipazione, l’università di  Pisa, dove la grande egittologa ha insegnato dal 1968 (l’ateneo pisano creò la cattedra proprio per lei) e della quale era poi diventata professore emerito, ha aperto sul sito istituzionale la pagina “In memoria di Edda Bresciani”, tra le più grandi esperte al mondo di Egittologia. Nel 1979 era stata insignita dall’università di Pisa con l’Ordine del Cherubino e nel 2014 l’Associazione Laureati dell’Ateneo Pisano le aveva assegnato il riconoscimento del “Campano d’Oro”. La professoressa è morta il 29 novembre 2020 nella clinica Barbantini di Lucca, dove era ricoverata per una grave patologia. Era nata a Lucca il 23 settembre 1930, città dove è cresciuta e ha sempre vissuto. Prima laureata in Egittologia in Italia e prima donna di ruolo in cattedra per l’Egittologia, si era specializzata in archeologia e filologia, e nelle lingue antiche come ieratico e demotico, copto e aramaico, studiando a Parigi, a Copenaghen, al Cairo. Mercoledì 2 dicembre 2020, all’obitorio di Lucca, l’ultimo saluto, in forma privata. In memoria della professoressa Edda Bresciani il sito dell’università di Pisa (In memoria della Professoressa Edda Bresciani | Egittologia Pisa (unipi.it) pubblica il ricordo scritto dalla professoressa Marilina Betrò, sua allieva, e ripropone l’intervento tenuto nel 2012 dalla professoressa Lucia Tongiorgi Tomasi, allora delegata dell’Ateneo per la Cultura e anch’essa socia nazionale dell’Accademia dei Lincei, in occasione del conferimento della “Pantera d’oro” a Edda Bresciani da parte della Provincia di Lucca.

L’egittologa Edda Bresciani in missione nel sito di Medinet nell’oasi del Fayyum
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Marilina Betrò, docente di Egittologia e Civiltà Copta all’università di Pisa

“Ricordo di Edda Bresciani” di Marilina Betrò, professoressa di Egittologia e Civiltà Copta. “Il mio cellulare è pieno dei suoi whatsapp, stringhe colorate di immagini, messaggi icastici, divertenti, graffianti, punteggiati di emoj, per lei nuovi geroglifici che combinava e dominava, scriba eccellente anche in questi. Il vuoto enorme del suo silenzio ora lo sommerge, mi sommerge. Aveva compiuto 90 anni lo scorso 23 settembre, una delle ultime telefonate con lei che già non stava bene, la festa che avrei voluto farle per quell’occasione rimandata “a quella per i 100”, come ci dicemmo. Per chi l’ha conosciuta e ha studiato alla sua scuola parlarne ora solo come della “egittologa” Edda Bresciani sembra far torto a quello che era il suo spirito multiforme, la cultura immensa, la curiosità versatile, insaziabile. Egittologa era, certo – e grande: studiosa conosciutissima, ammirata e amata nell’ambiente scientifico internazionale, demotista geniale, archeologa che ha legato il suo nome a siti interi dell’Egitto (la sua Medinet Madi, la Saqqara saitica e persiana, dove con lei ho mosso i miei primi passi, ancora studentessa, Tebe); autrice di libri su cui si sono formate e si formano generazioni di egittologi: Letteratura e poesia dell’antico Egitto. Cultura e società attraverso i testi; Nozioni elementari di grammatica demotica; I testi religiosi dell’antico Egitto; La porta dei sogni. Interpreti e sognatori nell’Egitto antico. Ed era tantissime altre cose: Accademica dei Lincei, Socia corrispondente dell’Académie des Inscriptions et Belles-Lettres di Parigi, medaglia d’oro della Presidenza della Repubblica per la Cultura e l’Arte, qui a Pisa Professore Emerito, insignita dell’Ordine del Cherubino,

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La consegna del “Campano d’Oro” a Edda Bresciani

del Campano d’Oro e, come amava dire, “lucchese sì ma anche divenuta pisana dopo aver ricevuto, la Benemerenza di San Ranieri, prima donna ad esserne insignita”. Ma soprattutto, al di là dei titoli e delle onorificenze, personalità irripetibile, irridente, irriverente, ironica, soprattutto auto-ironica, maestra unica: la provocazione – a pensare, a guardare il mondo da prospettive inedite, da sentieri mai battuti – era la sua maieutica. Addio, Edda, ti ricordo qui con uno dei tuoi bellissimi haiku, uno dei pochi malinconici: Bussa alla porta / portato dal vento – / un ramo secco (Edda Bresciani, Pisa ETS, 2016)”.

La professoressa Edda Bresciani accanto a una statua leonina a Medinet Madi nel Fayyum (foto unipi)
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Lucia Tongiorgi Tomasi, accademica dei Lincei

Discorso tenuto in occasione della Cerimonia del Conferimento della Pantera d’Oro alla professoressa Edda Bresciani (9 giugno 2012) di Lucia Tongiorgi Tomasi (Accademia Nazionale dei Lincei). “Come delegata della Cultura dell’Ateneo Pisano, è per me un onore e un piacere esprimere la mia profonda ammirazione per l’insigne egittologa Edda Bresciani che l’Amministrazione Provinciale di Lucca ha giustamente insignito della prestigiosa onorificenza della “Pantera d’oro”, attribuita annualmente alle personalità che hanno onorato la città. A ragione Edda Bresciani, “lucchese doc”, è solita definirsi anche un “po’ egiziana”, ed è indubbio che il suo nome è noto alla comunità scientifica di tutto il mondo per le rilevanti scoperte frutto della sua attività di scavo nel paese del Nilo e per le sue pubblicazioni diventate ineludibile materia di studio per chiunque affronti lo studio dell’antico Egitto. Conosco Edda da molti anni come collega dell’Università di Pisa. Se nella Facoltà di Lettere è stata un vero e proprio ”mito”, il suo nome si impone tra i più autorevoli docenti e le “glorie” dell’Ateneo pisano. Apprezzata per la statura scientifica, è stata molto amata anche per le doti umane e morali e per la carica di vitale simpatia, che hanno fatto sì che divenisse maestra di svariate generazioni di studenti e amica generosa di molti colleghi. Anche in Egitto ha costantemente rappresentato un punto di riferimento, ottenendo sempre, se pure in complicati contesti politici e culturali, l’appoggio delle autorità e la stima degli archeologi che si sono spesso aggregati alle sue missioni. Esperienza straordinaria è ascoltare Edda Bresciani, sia che tenga una conferenza per specialisti, sia che racconti ad amici episodi della sua vita avventurosa di studiosa, spesso sapientemente frammisti a gradevoli curiosità aneddotiche e sempre accolti con ammirazione e magari con una punta di benevola invidia da chi ha prudentemente privilegiato lo studio nel chiuso delle biblioteche, perché la sua fine sensibilità l’ha sempre consigliata su come conquistare e catturare le emozioni dell’uditorio. In particolare sa attrarre i giovanissimi, affascinati dai racconti sull’antico Egitto offerti con linguaggio piano e accattivante, ma scientificamente ineccepibile. La sua agile penna sa trattare complessi argomenti storici e letterari (si vedano i saggi dedicati al diritto, ai sogni e all’antica poesia egiziana), e linguistici (di grande significato gli studi sul demotico). Non vanno poi dimenticate i raffinati esercizi poetici suggeriti dall’amata cultura giapponese. Nell’Ateneo pisano, dove si è formato ed ha insegnato uno dei fondatori dell’egittologia, quell’Ippolito Rosellini compagno di Champollion nella spedizione franco-toscana in Egitto e in Nubia, Edda Bresciani ha raccolto l’eredità di insigni maestri come Giovanni Pugliese Carratelli e Sergio Donadoni, contribuendo ad arricchire l’Università con punte di eccellenza nell’ambito di questi studi (compresa la fondazione nel 1978 della rivista scientifica “Egitto e Vicino Oriente”). Non a caso le è stato conferito l’Ordine del Cherubino ed è stata nominata Professore Emerito, riconoscimenti dovuti dei numerosi di cui è stata insignita, tra cui quello di membro dell’Accademia dei Lincei, attribuito a pochissime donne. Anche successivamente all’andata in pensione, l’Università di Pisa ha ritenuto opportuno affidarle la delega a rappresentarla nei progetti da lei diretti in terra d’Egitto. Ma già nel 1994 l’Ateneo aveva voluto promuovere un bel documentario dedicato alle sue scoperte della necropoli del Medio Regno a Khelua nel Fayyum, significatamene intitolato “Pisa chiama Fayyum”. Edda Bresciani ha legato dunque il suo nome a prestigiose campagne di scavo e a importanti ritrovamenti cui ha dedicato impegno e fatiche fisiche non indifferenti. È necessario infatti spogliare la figura dell’archeologo dall’aura romantica che spesso l’accompagna agli occhi dei non addetti al mestiere. Accanto ad una solida cultura frutto di impegno indefesso, alla passione per il proprio lavoro e alla presenza di un sottile intuito, non va dimenticato lo sforzo di un lavoro durissimo sul campo, i disagi di un clima spesso avverso, la risolutezza che esige l’addestramento e il coordinamento degli operai con i quali non è facile intendersi anche linguisticamente. Ebbene, l’intelligenza, l’energia, il piglio e la carica umana di Edda hanno sempre avuto ragione su difficoltà di fronte alle quali altri si sarebbero arresi e non pochi, dai funzionari agli studiosi, dai tecnici agli architetti, dagli studenti fino ai semplici operai, la ricordano con affetto. Impossibile enumerare in breve spazio i rilevanti ritrovamenti frutto delle missioni di scavo da lei dirette in varie regioni egiziane. Ricordo solo quelle condotte tra il 1970 e il 1971 ad Assuan, quelli a Gurna dal 1973 al 1981 dove è stato completato il ritrovamento del tempio funerario di Thutmosi IV, fino ai primi scavi di Saqqara dal 1975, dove emerse una eccezionale tela funeraria dipinta che oggi fa bella mostra di sé al Museo del Cairo.

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La guida archeologica su Medinet Madi nel Fayyum (Egitto)

Rivestono poi un particolare significato i più recenti e fortunati scavi condotti a Medinet Madi nel Fayyum che hanno consentito di sottrarre alle sabbie desertiche le rovine di una longeva città, un unicum che vanta più di 4000 anni per essere stata faraonica, ellenistica, romana e infine bizantina. Nel sito è stato organizzato uno straordinario parco archeologico giustamente definito dall’archeologo egiziano Zahi Hawass “la Luxor del Fayyum”. Un emozionante “romanzo a puntate” hanno costituito i racconti di Edda al ritorno di ogni spedizione che illustravano il ritrovamento del tempio C, dove erano allevati i piccoli coccodrilli da mummificare richiesti dai pellegrini, quello del Castrum romano dotato di un complesso sistema idraulico, e del profondo pozzo sacro, fino alla scoperta di alcune statue leonine, tra cui si impone una naturalistica leonessa, un tocco di “femminilità” molto gratificante. Non va dimenticato che Edda Bresciani, che ha al suo attivo più di 400 pubblicazioni, tra cui alcuni volumi splendidamente illustrati da grafici, mappe, fotografie, è anche un’estimatrice delle applicazioni informatiche. Con l’ausilio di specialisti ha infatti prodotto alcuni Cd-rom multimediali che permettono affascinanti visite virtuali ai siti archeologici a cui ha legato il suo nome. Ma Edda non è una scienziata esclusivamente coinvolta nello specialismo delle proprie ricerche: la sua sconfinata curiosità l’ha portata a indagare con straordinario acume argomenti molto diversi, non ultimo la cultura e l’arte giapponese, una passione che si concretizzata in una rara e straordinaria collezione di “netsuke”. Se mi è permesso concludere con un episodio personale, non posso non ricordare il piacere che provo nel leggere di prima mattina le email che Edda sovente mi invia e alle quali affida pensieri, citazioni e immagini spesso riferiti al mondo egiziano cui ha brillantemente dedicato la sua vita affascinante e la sua acuta intelligenza”.

Egitto. Nella necropoli di Saqqara la missione egiziana scopre 100 sarcofagi inviolati e sigillati di 2500 anni fa, 40 statue dorate di Ptah Soker, 20 scatole di legno di Horus, e poi statuette, amuleti, ushabti e 4 maschere in cartonnage dorato. I sarcofagi andranno tra il Grand Egyptian Museum, il National Museum of Egyptian Civilization, il museo della Nuova Capitale Amministrativa e il museo Egizio di piazza Tahrir. Le mummie al National Museum of Egyptian Civilization

I sarcofagi in legno inviolati e sigillati, risalenti a 2500 anni fa, scoperti dalla missione egiziana nella necropoli di Saqqara (foto Ministry of Tourism and Antiquities)
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Il ministro al Turismo e alle Antichità Khaled el Anani parla davanti alla distesa di sarcofagi scoperti a Saqqara (foto Ministry of Tourism and Antiquities)

Cento sarcofagi in legno di 2500 anni fa, inviolati e sigillati, ancora in ottime condizioni, contenenti mummie ben conservate, alcune accompagnate con ricchi ornamenti all’interno di pozzi funerari; quaranta statue (alcune dorate) di Ptah Soker, dio della necropoli di Saqqara, venti scatole di legno del dio Horus, due statue di “Phnomus “, una alta 120 cm e l’altra 75 cm, in legno di acacia. Oltre a numerose statuette, amuleti, ushabti e 4 maschere in cartonnage dorato. I ritrovamenti risalgono all’epoca delle dinastie dal VI al IV secolo a.C. e alla dinastia dei Tolomei (IV-I sec. a.C.). È l’ultima scoperta archeologica della missione egiziana dalla necropoli di Saqqara annunciata dal ministro al Turismo e alle Antichità Khaled el Anani alla presenza del maggiore generale Ahmed Rashid, governatore di Giza; l’ambasciatore Badr Abdel Aty, assistente ministro degli Affari Esteri per gli Affari Europei; Mostafa Waziri, Segretario Generale del Consiglio Supremo delle Antichità; il maggiore generale Atef Moftah, supervisore del Grand Egyptian Museum e l’area circostante, e Ahmed Ghoneim, CEO del National Museum of Civilization; Al-Tayeb Abbas, viceministro per gli Affari archeologici presso il Grand Egyptian Museum, e un certo numero di funzionari del ministero, oltre ad alcuni personaggi pubblici e artisti egiziani.

Le statue dorate di Ptah Soker, dio della necropoli di Saqqara, trovate dalla missione egiziana a Saqqara (foto Ministry of Tourism and Antiquities)

L’area di Saqqara – nota al mondo per la piramide a gradoni di Djoser – non finisce mai di stupire. “È la terza grande scoperta fatta negli ultimi tre anni di campagna di scavo nella stessa zona da archeologi egiziani nell’ambito di una missione egiziana”, ha sottolineato con un certo orgoglio il segretario dello Sca, Mostafa Waziri. “Un’area già nota per i ricchi ritrovamenti in passato, come le tombe dei nobili, in cui è stata ritrovata la sacra necropoli di gatti, animali e uccelli. Senza dimenticare la grande scoperta fatta questa primavera della tomba di Wahty, un sacerdote della V dinastia, che ha fatto il giro del mondo”.

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La pulitura delle statue di Ptah Soker scoperte a Saqqara (foto Ministry of Tourism and Antiquities)

È toccato al ministro Khaled el Enani introdurre la scoperta con la proiezione di un cortometraggio sui momenti del ritrovamento. “Questa nuova scoperta rappresenta una continuazione dell’ultima scoperta annunciata lo scorso ottobre, e non siamo certo alla fine della ricerca. Altri ritrovamenti saranno annunciati a breve. Ma prima dobbiamo completare l’estrazione dei sarcofago già individuati per poter poi continuare l’esplorazione dei pozzi al momento ostruiti proprio dalle casse di legno”. I cento sarcofagi appena scoperti saranno distribuiti tra il  Grand Egyptian Museum, il National Museum of Egyptian Civilization, il museo della Nuova Capitale Amministrativa e il museo Egizio di piazza Tahrir. Quelli che saranno trasferiti in quest’ultimo museo arricchiranno la mostra di sarcofagi aperta per celebrare il 118° anniversario della fondazione del museo.

La pulitura di un sarcofago scoperto a Saqqara (foto Ministry of Tourism and Antiquities)

“La scoperta che oggi illustriamo”, ha ribadito il ministro, “non sarà l’ultima nel 2020. Il dottor Zahi Hawass mi ha informato pochi giorni fa di un nuovo ritrovamento a Saqqara. Ma ci vorranno alcune settimane per poterlo presentare al mondo. Lo faremo entro la fine di dicembre o l’inizio del 2021. Ed entro l’anno – ha continuato – apriremo le gallerie Centrale e delle Mummie nel museo nazionale della Civiltà Egizia: evento che sarà accompagnato da una grande parata per trasportare le mummie reali dal museo Egizio di Tahrir alla loro nuova sede”.

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I tecnici procedono alla radiografia della mummia durante la presentazione della scoperta archeologica a Saqqara (foto Ministry of Tourism and Antiquities)

Durante la presentazione della scoperta archeologica, è stato aperto un sarcofago e la mummia al suo interno è stata scansionata con una radiografia. Il segretario dello Sca, Mostafa Waziri, ha sintetizzato il risultato dell’esame radiografico: “Si tratta di un maschio, la sua altezza oscillava tra 165 e 175 cm, era in buona salute durante la sua vita e probabilmente è morto tra i 40 anni e 45 anni”.

Egitto. La missione archeologica egiziana nella necropoli di Saqqara conferma l’eccezionalità della scoperta in tre pozzi sacri. Il ministro: “Siamo arrivati a 59 sarcofagi in legno ancora sigillati, di 2500 anni fa; 28 statue del dio Ptah Sokar e un gran numero di amuleti e ushabti. E non è finita”

L’impressionante distesa dei sarcofagi scoperti dalla missione archeologica egiziana a Saqqara alla presentazione agli ambasciatori e ai media (foto Ministry of Tourism adn Aniquities)

Cinquanta sarcofagi, tutti integri. E la ricerca non è ancora finita! Da quando, ai primi di settembre, il ministro delle Antichità e del Turismo,  Khaled el-Anani, aveva annunciato l’eccezionale scoperta nell’area della necropoli di Saqqara di un pozzo sacro con una decina di sarcofagi inviolati da parte della missione archeologica egiziana diretta da Mostafa Waziri, segretario generale del Consiglio Supremo delle Antichità, è stato tutto un susseguirsi di nuove scoperte all’interno di pozzi funerari nell’area delle antichità di Saqqara: 59 bare di legno chiuse ancora nelle loro condizioni iniziali della loro deposizione 2500 anni fa; 28 statue del dio della necropoli di Saqqara, Ptah Sokar e un gran numero di amuleti, statue ushabti e reperti archeologici. Numeri impressionanti presentati dal ministro egiziano al-Anani in un affollato incontro sotto un tendone nell’area della necropoli di Saqqara dove, davanti una sessantina di ambasciatori stranieri, arabi e africani al Cairo e delle loro famiglie, e di numerose agenzie di stampa locali e straniere, giornali e canali televisivi, sono stati distesi i sarcofagi in legno colorati scoperti dalla missione archeologica  egiziana accatastati uno sull’altro in tre pozzi sepolcrali a diverse profondità che vanno dai 10 ai 12 metri.

Uno dei sarcofagi in legno dipinto risalente all’epoca tarda trovati in un pozzo sacro a Saqqara (foto Ministry of Tourism and Antiquities)

“Questo è un giorno importante per l’Egitto”, ha esordito el-Anani: “Questa scoperta conferma l’unicità dell’Egitto riconosciuta da tutto il mondo. E la partecipazione oggi di tanti ambasciatori di 43 Paesi amici dell’Egitto e di media stranieri ne è la conferma”. Il ministro ha ricordato le tappe delle ricerche della missione egiziana in un’area, quella di Saqqara, particolarmente importante, Patrimonio dell’Umanità dal 1979, famosa per la piramide a gradoni di Djoser, che è stata riaperta al pubblico proprio nel marzo 2020 dopo un lungo restauro, iniziato nel 2006 e interrotto nel 2011 e completato nuovamente con un finanziamento egiziano di 150 milioni di sterline: “Inizialmente, tra la fine di agosto e il primi di settembre 2020 sono stati scoperti 3 pozzi contenenti 13 bare; due settimane dopo sono state trovate altre 14 bare, e ad oggi siamo arrivati a 59 (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2020/09/21/egitto-la-missione-archeologica-egiziana-nella-necropoli-di-saqqara-ha-scoperto-27-sarcofagi-di-epoca-tarda-risalenti-a-2500-anni-fa-ancora-sigillati-il-ministro-el-anani-una-scoperta-mo/). Ma non è ancora finita. Abbiamo trovato altri strati di bare che verranno illustrati più avanti”. Khaled el-Anani ha spiegato che i sarcofagi trovati sono in buone condizioni di conservazione e conservano ancora i loro colori originali: “I primi studi effettuati dagli archeologi rivelano che risalgono alla XXVI dinastia e che appartengono a un gruppo di sacerdoti, diplomatici anziani e personalità di spicco nella società”. E poi l’annuncio ufficiale: “Questi sarcofagi saranno trasferiti al Grand Egyptian Museum per essere esposti nella sala di fronte a quella dedicata alla presentazione del nascondiglio di Al-Asasif, vicino al tempio della regina Hatshepsut (riva occidentale dell’odierna Luxor), trovato dalla missione archeologica egiziana nel 2019, dove sono state scoperte circa 32 bare chiuse ancora perfettamente integre di sacerdoti, alcune donne e bambini risalenti alla XXI-inizio XXII dinastia”.

Khaled el-Anani, ministro del Turismo e delle Antichità dell’Egitto, alla presentazione della scoperta degli oltre 50 sarcofagi di 2500 anni fa nell’area archeologica di Saqqara (foto Ministry of Tourism and Antiquities)

“Questa è la prima scoperta archeologica annunciata in piena crisi da coronavirus”, ha sottolineato el-Anani, che ha ringraziato i suoi colleghi che lavorano nel Consiglio Supremo delle Antichità guidato da Mostafa Waziri, segretario generale del Consiglio, soprattutto per il loro lavoro in circostanze difficili e ardue, il che conferma comunque che le ripercussioni del Covid-19 non hanno impedito il completamento del loro lavoro, nel rispetto di meticolose misure precauzionali per garantire la sicurezza a tutti gli archeologi, restauratori, lavoratori e partecipanti nella missione. “Oggi la maggior parte delle scoperte archeologiche egiziane sono nelle mani degli egiziani, archeologi dipendenti del Consiglio supremo delle antichità”, orgoglioso di far parte di questa squadra in cui è entrato dal 2016. “E un grazie anche alla Banca Nazionale d’Egitto per aver sponsorizzato questo evento”.

Il ministro Khaled el-Anani e il segretario dello Sca Mostafa Waziri (foto Ministry of Tourism and Antiquities)

Le fasi della scoperta sono state ricordate anche da Mostafa Waziri, segretario generale del Consiglio supremo delle Antichità: “La missione ha iniziato i lavori di scavo lo scorso agosto, quando sono state trovate 13 bare e con il proseguimento degli scavi, gli archeologi hanno scoperto altre 14 bare, fino a quando il numero di bare è arrivato a  59. Trovate anche 28 statue in legno del dio Ptah Sokar, che è il dio principale della necropoli di Saqqara, oltre a un gran numero di statue e amuleti ushabti in maiolica, nonché una statua in bronzo del dio Nefertum, adorato a Memfi, dove era considerato figlio di Ptaḥ e di Sakhmis. La statuetta, intarsiata con pietre preziose, come agata rossa, turchese e azzurro, è alta 35 cm, e sulla base c’è un’iscrizione che porta il nome del suo proprietario, il sacerdote Badi-Amon”.

Alla presentazione della scoperta archeologica è intervenuto anche il famoso egittologo Zahi Hawass, che ha descritto l’emozione provata all’apertura di un sarcofago che conteneva ancora la mummia (come si vede nel cortometraggio sulla scoperta mostrato al pubblico presente, e qui sopra riprodotto), apertura avvenuta in occasione del suo sopralluogo a Saqqara su invito del ministro del Turismo e delle Antichità: “Il momento dell’apertura della bara per la prima volta non può essere descritto: lo si vede nei giovani archeologi egiziani che partecipano a queste missioni. E sono particolarmente felice del successo della missione archeologico guidata da Mostafa Waziri”. E ha aggiunto: “Queste scoperte archeologiche sono avvenute non in un’area qualsiasi: qui si trovano alcune tra le tombe più famose, tra cui la tomba di Maya “nutrice del re Tutankhamon”, la tomba del primo ministro durante il regno di re Amenhotep III, o la tomba di Pay e Raia”.

Road to Rome. A Vittorio Veneto la mostra “30 anni per Abydos – Egitto”: esperienze di Paolo Renier dal 1989 al 2019 con testimonianze fotografiche e ricostruzioni del tempio di Seti I. Primo passo verso la grande mostra di Roma

La locandina della mostra “30 anni per Abydos – Egitto” di Paolo Renier a Vittorio Veneto

Road to Rome. Se fossimo in ambito calcistico questo sarebbe l’incipit dell’iniziativa di Paolo Renier “30 anni per Abydos – Egitto”. Perché la mostra che il 31 agosto 2019 alle 18 apre alla Rotonda Villa Papadopoli di Vittorio Veneto (Tv) potrebbe essere considerata una prova generale, o almeno il primo step, verso l’obiettivo prestigioso: la Grande Moschea di Roma. Grazie infatti all’interessamento dell’Accademia d’Egitto a Roma e di Mariapia Ciaghi, direttrice de “Il Sextante”, Editoria-Comunicazione-Eventi di Roma, il complesso disegnato da Paolo Portoghesi potrebbe ospitare al suo interno, dove ci sono spazi notevoli adatti a esposizioni significative, le gigantografie di rilievi e architetture di Abydos e i plastici dei suoi monumenti più significativi realizzati da Paolo Renier con la collaborazione di Maurizio Sfiotti. Senza dimenticare che c’è un’altra sede espositiva prestigiosa che si è detta interessata al lavoro del fotografo (anche se il termine è riduttivo) trevigiano: è Villa Manin di Passariano (Ud), la dimora dell’ultimo doge di Venezia.

Andreas M. Steiner, direttore di Archeo

In attesa del “gran salto”, godiamoci l’esposizione di Vittorio Veneto che ripercorre i 30 anni di esperienze di Paolo Renier in Egitto, e in special modo ad Abydos, a partire proprio da quel 1989, lontano ormai ma che segnò una svolta nella vita di Renier, quando realizzò il suo primo viaggio in Egitto, partecipando a un tour promosso dalla rivista Archeo, diretta da Andreas M. Steiner con il quale nel tempo è nata una stretta amicizia. Non è un caso che proprio Steiner sia tra gli invitati d’onore alla vernice vittoriese. Dopo quel viaggio memorabile per Paolo, ne seguirono molti altri: 30 anni ininterrotti all’insegna del motto “Rispetto, conoscenza, valore” che è diventato un po’ il mantra di Renier. “È proprio in questo contatto diretto con l’Antico Egitto”, spiega, “in questo vivere quasi in simbiosi con la città sacra ad Osiride che mi resi conto che proprio in questo sito nasce la storia della regalità e monumentalità dei Faraoni”.

La stanza del sarcofago nell’Osireion ad Abydos (foto Paolo Renier)

Il fotografo Paolo Renier con l’egittologa Carla Alfano

L’egittologo Sergio Donadoni nel suo studio a Roma (foto Paolo Renier)

Anni di viaggi, ma anche di incontri e di eventi. Uno dei primi, e tra i più importanti, fu la piccola mostra fotografica su Abydos negli spazi dell’Accademia d’Egitto a Roma, nel 2004, con la presentazione dell’egittologa Carla Alfano: piccola ma sufficiente per far conoscere a tutti le capacità e gli obiettivi di Paolo Renier e, soprattutto, il suo amore per Abydos. Ma in quell’occasione non fu presentata solo la mostra fotografica ma anche il libro “Abydos, Egitto” che Renier scrive con il cuore: un viaggio emozionale di immagini e testi alla scoperta della città sacra ad Osiride, un reportage praticamente irripetibile – visto il degrado che ha colpito molti monumenti, a partire da quello più simbolico, l’Osireion – che incontra l’entusiasmo e l’approvazione del decano degli egittologi, Sergio Donadoni, il quale – nella prefazione – ha parole di ammirazione per la sensibilità di Renier fotografo nel solco di una tradizione che affonda nell’Ottocento. Tra gli invitati alla vernice di Roma c’era anche Roberto Giacobbo, all’epoca direttore del programma Voyager su Rai3 che nel febbraio 2005, memore della mostra all’Accademia d’Egitto, invitò Renier come fotografo in una spedizione In Egitto: “Fu in quell’occasione – ricorda – che ebbi modo di conoscere e di lavorare con Zahi Hawass, il più famoso egittologo egiziano, allora segretario del Consiglio supremo delle Antichità”.

Paolo Renier con l’archeologo Stephen P. Harvey dell’università di Chicago ad Abydos (foto Graziano Tavan)

Paolo Renier ad Abydos con l’egittologo Gunter Dreyer dell’università Tedesca del Cairo (foto Graziano Tavan)

È dalla mostra di Roma che nasce l’idea di un viaggio in Egitto, invitato dall’allora ministro egiziano alla Cultura, Farouk Hosny, incontrato nel suo ufficio al Cairo, e mirato su Abydos per incontrare i protagonisti, cioè i direttori delle missioni archeologiche ad Abydos. Così nel dicembre 2004 Paolo Renier spiega il suo progetto di valorizzazione di Abydos al responsabile della missione tedesca, Gunter Dreyer, lo scopritore a Umm el-Ghaab, nella zona Sud-Ovest di Abydos, dei primi ideogrammi e segni di scrittura databili a 5200 anni fa: straordinari reperti, iscritti su piccole tavolette in avorio o in pietra, testimonianze delle prime dinastie dei faraoni, oggi conservate al museo Egizio del Cairo e all’università tedesca al Cairo. E ancora, ecco l’incontro con gli egittologi americani Stephen P. Harvey, dell’università di Chicago, scopritore dell’ultima piramide (siamo ormai nel Medio Regno) nella zona a sud, vicino alle montagne, dove invece sono state trovate tracce dell’uomo preistorico di 200mila anni fa, e Matthew Adams, dell’università di New York, impegnato nella zona di Shunet el-Zebib, nella grande muraglia del faraone Khasekhemwy (2700 a.C.), un monumento in mattoni crudi con mura perimetrali alte anche 15 metri e larghe 4-5, che racchiudono un grande spazio vuoto, il cui significato e utilizzo lascia aperti ancora molti interrogativi.

Paolo Renier mostra le straordinarie immagini della stanza del sarcofago dell’Osireion di Abido

In questi anni, tra il 2003 e il 2005, Paolo Renier realizza la sua opera più preziosa: la ricognizione fotografica a 360 gradi del soffitto astronomico dell’Osireion. “Riuscii a entrare nella Stanza del Sarcofago con grande difficoltà”, racconta, ancora emozionato, “rischiando anche la vita, perché si camminava in un acquitrino putrido pieno di larve pericolose e su un pavimento irregolare, scivoloso e pieno di buche, purtroppo invisibili per la scarsa illuminazione e l’acqua melmosa. Ma sentivo che dovevo farcela, perché umidità e pipistrelli, insieme all’incuria dell’uomo, stavano minando irrimediabilmente l’integrità della stanza segreta del faraone Seti I”. E continua: “Feci varie riprese del soffitto, con i suoi bellissimi rilievi che raffigurano due scene della dea Nut”. È qui che incontra un altro egittologo, James Westerman, incaricato dal governo egiziano di studiare la provenienza e i livelli in continuo movimento dell’acqua ancora presente nel canale attorno all’isola centrale dell’Osireion. Un modo per cercare di capire i segreti di questo tempio, molto particolare, un unicum, con dieci pilastri in granito rosa di 80-90 tonnellate l’uno e un canale attorno all’isola centrale profondo una quindicina di metri. “Westerman con le sue ricerche geologiche”, interviene Renier, “è riuscito a definire quando fu costruito il tempio dell’Osireion, datandolo almeno al 4000/5000 a.C., quindi prima dei faraoni. Mi piace pensare che Seti I abbia scoperto e capito l’importanza di questo monumento e abbia deciso di costruire qui il suo tempio, inglobando l’Osireion, probabilmente per riti straordinari, legati probabilmente ai livelli della sua acqua purificatrice. Non dimentichiamo che l’Osireion è così chiamato perché gli antichi egizi ritenevano che custodisse la testa di Osiride”.

La locandina della mostra “Il tempio di Osiride svelato. L’Antico Egitto nell’Osireion di Abydos” al museo Archeologico nazionale di Firenze nel 2009

Il Progetto Abydos e le mostre. Ormai Paolo Renier e il suo Progetto Abydos per la conoscenza e la valorizzazione del sito sono una realtà. È il momento di allargare la platea. Vengono così organizzate alcune mostre che allargano le conoscenze e le collaborazioni. Si inizia nel 2006 con “Abydos, Egitto. Ricostruzione scenografica del sito di Abydos” nella prestigiosa cripta della basilica di San Lorenzo a Firenze, con il contributo di Maria Cristina Guidotti direttrice del museo Egizio di Firenze. L’anno successivo la stessa mostra viene proposta al Palazzo del Turismo al Lido di Jesolo (Ve), e nel 2008 passa nell’aula magna dell’istituto scolastico di Tarzo (Tv). Nel 2009 Renier torna a Firenze con “Il tempio di Osiride svelato. L’Antico Egitto nell’Osireion di Abydos”. Stavolta siamo nel cuore archeologico di Firenze. La mostra infatti viene ospitata nella sezione Egizia del museo Archeologico nazionale di Firenze, dove, con la direttrice Maria Cristina Guidotti, viene proposto un percorso di documenti fotografici e gigantografie insieme a splendidi reperti egizi del museo fiorentino.

Manifesto della mostra “Il tempio di Osiride svelato” alla Scuola Grande di S. Giovanni Evangelista a Venezia

La locandina della mostra “L’Osirion di Abydo. Viaggio nel cuore spirituale dell’Antico Egitto” nelle antiche scuderie di Dolo (Ve)

Nel 2012 la mostra diventa sempre più ricca. Alla Scuola Grande di San Giovanni Evangelista a Venezia va in scena “Il tempio di Osiride svelato”, mostra allestita tra un antico cimitero coperto e l’annessa bellissima chiesa di S. Giovanni Evangelista. “Non abbiamo mai visto un allestimento così in sintonia con le nostre particolari sale: Renier è riuscito a sposare i nostri ambienti religiosi con la spiritualità dell’Antico Egitto”, il commento del Guardian Grande della Scuola. Per l’occasione il museo Egizio di Firenze ha messo a disposizione ben 23 reperti tra cui un sarcofago con la dea Nut, restaurato e presentato per la prima volta, che dialogava idealmente con le raffigurazioni della dea Nut del soffitto astronomico riprodotto, grazie alle immagini di Renier, nella cappella centrale dell’altare della chiesa. A Venezia intervengono Matthew Adams dell’università di New York, Emanuele Ciampini dell’università Ca’ Foscari di Venezia e Alessandro Roccati dell’Accademia delle Scienze di Torino. Nel 2013 con la mostra “L’Osirion di Abydo. Viaggio nel cuore spirituale dell’Antico Egitto” nelle antiche scuderie di Dolo (Ve), Renier con l’egittologa di Ca’ Foscari, Federica Pancin, “ricrea” l’Osireion, la tomba di Osiride, cioè il luogo più sacro nella città più sacra dell’Egitto dei faraoni: Abydo, a 150 chilometri da Luxor, ai margini dei deserto occidentale, è la città di Osiride, il dio dell’Oltretomba ma anche della Rinascita, per tremila anni meta di pellegrinaggi dal faraone all’egiziano comune; la città dove le prime dinastie (solo dalla V le sepolture monumentali sono state spostate a nord, nella piana di Giza) hanno posto le loro tombe; la città che prima il faraone Seti I (XIX dinastia) e poi il figlio Ramses II hanno monumentalizzato (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2013/11/30/in-riva-al-brenta-losireion-di-abydo-e-i-misteri-dellantico-egitto/).

Maurizio Sfiotti durante i rilievi dell’Osireion ad Abydos, in Egitto

Il plastico dell’Osireion realizzato da Maurizio Sfiotti: in primo piano il Corridoio ipogeo

Nel 2014 un nuovo salto di qualità con la mostra a Palazzo Sarcinelli di Conegliano (Tv): “Egitto. Come faraoni e sacerdoti nel tempio di Osiride custodi di percorsi ormai inaccessibili” con la collaborazione dell’egittologa di Ca’ Foscari, Federica Pancin (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2014/09/09/lantico-egitto-a-conegliano-nella-mostra-a-palazzo-sarcinelli-viaggio-alla-scoperta-dei-misteri-di-osiride-ad-abido-dalla-stanza-del-sarcofago-con-il-soffitto-astronomico-in-scala-11-al-co/). La mostra è preceduta da un ennesimo viaggio-missione ad Abido. Stavolta ad accompagnare Renier c’è Maurizio Sfiotti, presidente dell’associazione culturale Osireion di Abydos, che realizza i rilievi necessari a realizzare in scala 1:20 i modellini del tempio di Seti I con le sette cappelle e dell’Osireion, ma anche le misure esatte del soffitto astronomico della Stanza del Sarcofago. Questi modellini vengono esposti proprio nella mostra di Conegliano. E, per la prima volta, è possibile toccare con mano il soffitto astronomico della stanza del sarcofago a ridosso dell’Osireion di Abido, posizionato con tutto il suo straordinario potere comunicativo in verticale in uno sviluppo che avvolge il visitatore.

Paolo Renier tra i pannelli della mostra a Vittorio Veneto (foto Graziano Tavan)

Nel 2015, grazie all’invito e alla collaborazione della associazione Zheneda e di Ceneda Arte e Cultura, Renier approda per la prima volta alla Rotonda Villa Papadopoli di Vittorio Veneto (Tv) con la mostra “Egitto. Il tempio del faraone Seti I: le sacre rappresentazioni” (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2015/04/24/lantico-egitto-a-vittorio-veneto-il-tempio-del-faraone-seti-i-ad-abido-nella-mostra-di-paolo-renier-alla-rotonda/), un allestimento del tutto originale dove, ovviamente, non manca l’esposizione in scala 1:1 del soffitto astronomico dell’Osireion di Abido (vero unicum che può permettersi di mostrare solo Paolo Renier) e un excursus su Abido, la città sacra dedicata a Osiride il dio dell’Aldilà e della resurrezione. Ma stavolta il focus è incentrato tutto sul grande faraone Seti I, il padre di Ramses II, sotto il cui regno l’arte egizia toccò uno dei suoi punti più elevati, un vero “rinascimento”. Tre anni dopo Renier è ancora a Vittorio Veneto con “Rispetto, Conoscenza e valore. 1989-2018, Paolo Renier per Abydos-Egitto” dove Renier presenta un racconto particolare in cui il protagonista è proprio lui o, meglio, la sua trentennale esperienza dedicata all’antico Egitto, tra incontri, scoperte e documenti fotografici (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2018/05/21/1989-2018-paolo-renier-per-abydos-egitto-a-vittorio-veneto-il-fotografo-trevigiano-racconta-per-immagini-e-emozioni-la-sua-trentennale-esperienza-dedicata-alla-citta-sacra-dei-fara/).

Franco Naldoni, ricercatore dell’associazione Archeosofica di Firenze, esperto di Egittologia

E siamo al 2019. Ancora a Vittorio Veneto, con “30 anni per Abydos – Egitto. Esperienze di Paolo Renier dal 1989 al 2019. Testimonianze fotografiche, ricostruzioni del tempio di Seti I”, a cura di Paolo Renier e Maurizio Sfiotti, in collaborazione con le associazioni Zheneda, Osirion Abydos, Archeosofica, aperta alla Rotonda Villa Papadopoli fino al 13 ottobre 2019. All’inaugurazione, sabato 31 agosto 2019, alle 18.30, Renier e Sfiotti insieme a Franco Naldoni dell’associazione Archeosofica di Firenze anticiperanno, con approfondimenti, alcuni temi che saranno trattati nella prossima grande mostra. Road to Rome.

Egitto. Sulle note della “Marcia trionfale” dell’Aida la statua colossale di Ramses II trasportata nella sede definitiva, il Grand Egyptian Museum a Giza. Entro la fine dell’anno accoglierà i visitatori nella prima sala aperta del Gem, che sarà il più grande museo monotematico del mondo, all’ombra delle piramidi. Ecco le cifre faraoniche del progetto

Il corteo con i due camion che sostengono il peso della statua monumentale di Ramses II verso il Gem

Le protezioni in gommapiuma attorno alla statua di Ramses II durante il trasporto al Gem (foto Khaled Elfioi)

Quattrocento metri. Solo quattrocento metri è durato l’ultimo viaggio di Ramses II alla sua dimora definitiva. Ma è stato un trasferimento degno di un grande faraone. Il trasferimento della statua colossale di Ramses II, alta 12 metri per 83 tonnellate di granito rosso, dal sito temporaneo sull’altopiano di Giza al Grande museo egizio di Giza, il Gem (Grand Egyptian Museum), alla periferia ovest del Cairo, destinato a diventare il più grande museo monotematico del mondo, è stata un’autentica sfida tecnologica, programmata già dal 2002, che il governo egiziano ha trasformato in un evento mediatico globale, alla presenza del ministro delle Antichità Khaled el-Enany, del ministro della Cultura Inas Abdel Dayem, di Zahi Hawass probabilmente il più famoso egittologo al mondo, insieme ad ambasciatori, scienziati, egittologi e giornalisti, il tutto ripreso passo passo dalla televisione di Stato. Per coprire il breve tratto ci sono volute dieci ore: la grande statua, in piedi, ancorata su due grandi camion dal fondo piatto, procurati dalla Arab Contractors, e protetta da abbondanti salsicciotti di gomma piuma, era preceduta da un drappello di soldati a cavallo e annunciata dalla fanfara militare con le note non solo dell’inno nazionale della Repubblica araba d’Egitto ma anche della Marcia trionfale dell’Aida di Verdi con Radames che “torna vincitor”. Un vero trionfo. Del resto è noto che la grande statua di Ramses II è considerata un simbolo culturale e artistico per tutti gli egiziani, e un tesoro nazionale che è stato onorato con il suo posizionamento al Gem. “Sarà la prima statua che i turisti vedranno una volta entrati nel grande museo”, ha sottolineato il ministro delle Antichità che non ha mancato di elogiare “gli sforzi compiuti dalle varie istituzioni e ministeri egiziani, nonché la cooperazione tecnica e finanziaria egiziano-giapponese, per il loro duro e accurato lavoro che ha contribuito al successo del trasferimento della statua”.

La statua di Ramses II all’arrivo sotto le coperture del Grand Egyptian Museum a Giza

La statua di Ramses nel sito provvisorio di Giza

La statua di Ramses quando era in piazza della stazione

È stato questo il terzo spostamento della statua colossale di Ramses II, realizzata 3200 anni fa, e scoperta nel 1820 dall’esploratore ed egittologo genovese Giovanni Battista Caviglia nel Grande Tempio di Ptah vicino a Menfi, capitale dell’Antico Regno d’Egitto, oggi a una ventina di chilometri a sud del Cairo. La statua fu trovata rotta in sei pezzi. Fu tentato più volte di ricomporla con un restauro, ma ci si riuscì solo alla metà del Novecento. Fu allora che ci fu il primo spostamento dal luogo del ritrovamento al Cairo. Fu infatti il primo ministro egiziano Gamal Abdel Nasser che nel 1955 decise di portare la grande statua, stabilizzata all’interno da barre di ferro, nella grande piazza Bab Al-Hadid, cioè della grande stazione ferroviaria nel cuore del Cairo. E da allora la piazza prese il nome ed è nota come piazza Ramses. Col passare del tempo, però,  Ramses Square si rivelò un luogo inadatto, poiché la statua era esposta a inquinamento corrosivo e vibrazioni costanti provenienti dal traffico e dalle metropolitane. Il governo egiziano decise allora di trasferire la statua in una posizione più appropriata. Siamo al secondo trasferimento: nell’agosto 2006 Ramses II dalla piazza della stazione viene portato In un sito temporaneo sull’altopiano di Giza, quindi vicino a quella che era già stata individuata come la sua destinazione finale, il Gem, raggiunta con il terzo trasferimento, il 25 gennaio 2018.

Rendering del Gem progettato da Heneghan Peng Architects con il posizionamento della statua di Ramses II

Il Grand Egyptian Museum di Giza, destinato a surclassare in grandezza quello delle antichità egizie nella centralissima piazza Tahrir e ad ospitare il tesoro di Tutankhamon, è stato progettato da Heneghan Peng Architects che si sono aggiudicati il concorso del 2002. Il Gem doveva essere inaugurato nel 2011. L’apertura è però slittata di anno in anno, tra crisi politiche e finanziarie. Ma forse stavolta ci siamo, almeno per un’apertura parziale, anche grazie al cospicuo contributo nipponico ricordato anche dal ministro el-Enany.  Lo ha confermato anche Mostafa Waziri, segretario del Consiglio supremo delle Antichita: “L’inaugurazione parziale del Gem è prevista per ottobre 2018, comunque entro la fine dell’anno. L’inaugurazione finale non prima del 2022”. L’obiettivo del Governo egiziano è di attrarre 4 milioni di visitatori l’anno, raddoppiando i numeri dell’Egizio del Cairo, pari a 2,5 milioni di visitatori. Comunque anche l’apertura parziale è stata definita un “importante avvio per il turismo” in Egitto da Rania el-Mashat, il nuovo ministro del Turismo, settore in crisi causa di rivoluzioni e terrorismo. “L’apertura parziale prevede l’esposizione di circa 5mila oggetti”, ha previsto il ministro el-Enany. “Assieme al colosso di Ramses II, all’entrata del museo saranno collocati altri 87 importanti reperti”. E prima di ottobre dal museo Egizio di piazza Tahrir arriveranno al Gem altre 43 statue.

L’impressionante cantiere del Grand Egyptian Museum a Giza (foto Maurizio Zulian)

Masterplan del gem (da Il giornale dell’architettura.com)

Ma che cos’è esattamente il Grand Egyptian Museum di Giza? Un’idea ben precisa ce la dà Pier Paolo Raffa, consulente del progetto di allestimento del Gem, che ne ha parlato in un’intervista a “Il giornale dell’architettura.com”. “Il Gem – esordisce – è una monumentale porta per viaggiare nel passato dei faraoni. A 25 km dal centro della moderna città del Cairo e ad appena due dalle piramidi della piana della città storica di Giza, il Grand Egyptian Museum acquista dalla scelta di questa localizzazione una forte identità museale, rito di passaggio dal presente – il Cairo – allo spazio a parte della storia – Giza”. L’opera è faraonica, quasi una sfida all’unica tra le sette meraviglie del mondo antico giunta sino ai giorni nostri, la piramide di Cheope, che sorge a pochi passi. Impressionanti i numeri del cantiere: 5mila addetti che si alternano in tre turni, su 480mila mq di terreno (una superficie oltre otto volte quella della base della Grande piramide). Questa superficie è distribuita tra il museo vero e proprio, il centro conferenze (oltre 130mila mq) e un complesso di edifici con funzioni ausiliarie: laboratori di restauro, biblioteca, children museum e un altro museo dedicato ai visitatori diversamente abili, oltre a caffè, ristoranti e bookshop (più di 30mila mq), cui si aggiungono 300mila mq di aree a verde, incluso un museo open air. “Anche la facciata, strutturata sul modello del cosiddetto triangolo di Sierpinski”, spiega Raffa, “rivestita in pietra traslucida, è concepita per dialogare con i bianchi calcari, lucidi e lisci, che rivestono le piramidi di fronte”.

Rendering del Grand Egyptian Museum di Giza con la vista dall’interno sulla grande piramide (da Il giornale dell’architettura.com)

“Si stima che l’impatto sull’economia dell’Egitto sia di 840 milioni di dollari, tra costruzione del complesso architettonico e operazioni varie annesse, comprese le ricadute su un comparto turistico che deve fare i conti con l’incertezza politica. Il nuovo museo accoglierà 100mila reperti. Soltanto 5500 riguardano la collezione di Tutankhamon, il cui trasferimento dopo 84 anni dallo storico museo del Cairo, da dove proverranno anche gli ingenti pezzi dai depositi mai esposti prima, è già iniziato”. Il GEM – ricorda Raffa – nasce, infatti, per rispondere principalmente all’esigenza di maggiori e più adeguati spazi, oltre a migliori condizioni di conservazione per le collezioni, costrette, per non dire ormai affastellate, in locali inadeguati nella sede storica in piazza Tahrir. Basti pensare che proprio la collezione del faraone bambino è circoscritta a due gallerie in un’unica sala, uno spazio davvero esiguo per un repertorio di tale calibro. “Il museo è strutturato su una serie di livelli che vanno da un parvis monumentale esterno ad una zona coperta: due aree che il visitatore attraverserà muovendosi verso una grande scalinata che sale ad un livello, vetrato e panoramico, da dove avrà la vista sulle piramidi, proprio dall’interno del museo. Quest’ampia rampa ospiterà una selezione di sculture monumentali distribuite su tutta la sua lunghezza, mentre su entrambi i lati si svilupperanno due vaste zone espositive, le gallerie vere e proprie. Quella principale ospiterà unicamente la collezione Tutankhamon, presentata attraverso un allestimento museografico avanzatissimo. Un’interessante peculiarità di questo museo sarà che, nelle sue molteplici zone espositive distribuite su circa 93mila mq, si rappresenteranno molte tipologie del museo moderno: il GEM sarà per questo anche un esempio unico di come la museografia contemporanea può proporre la comunicazione culturale, la conservazione, la ricerca e le molte istanze del museo moderno, sempre in sviluppo”.

Egitto. Scoperta all’ombra della piramide di Chefren la tomba a mastaba di Hetpet, sacerdotessa di Hathor, la dea dell’amore. Eccezionale lo stato di conservazione degli affreschi con scene di vita quotidiana

Un funzionario del ministero egiziano delle Antichità dentro la tomba di Hetpet, sacerdotessa di Hator di 4400 anni fa (foto di Mohamed el-Shahed)

Si chiamava Hetpet. Era sacerdotessa di Hathor, la dea dell’amore e della bellezza. Ma questo era solo uno dei titoli di questa donna vissuta 4400 anni fa, il cui status sociale era di alto livello e aveva rapporti con il Palazzo Reale durante la V dinastia dell’Antico Regno (2500 – 2350 a.C.), per intenderci quella immediatamente successiva alla dinastia dei faraoni costruttori delle piramidi della piana di Giza. Una donna influente, dunque. Non stupisce quindi che la sua tomba (che sembrerebbe indipendente, cioè non collegata a uno sposo) sia stata posta proprio nella necropoli occidentale di Giza, a un passo dalla piramide di Chefren. Il ritrovamento della tomba di Hetpet è la prima grande scoperta del 2018 in Egitto, annunciata dal ministro delle Antichità, Khaled El-Enany, in una conferenza stampa mondiale tenutasi davanti alla tomba scoperta alla presenza del governatore di Giza e degli ambasciatori di molti Paesi, come riportato dal quotidiano cairota El Ahram sull’edizione di domenica 4 febbraio 2018.

La tomba a mastaba di Hetpet nella piana di Giza vicino alla piramide di Chefren

Mustafa Waziri, segretario generale del Consiglio supremo delle Antichità, all’ingresso della tomba di Hetpet (foto di Amr Abdallah Dalsh)

In realtà la tomba della “sacerdotessa dell’amore” è stata scoperta qualche mese fa, nell’ottobre 2017, da una missione archeologica egiziana diretta da Mustafa Waziri, segretario generale del Consiglio supremo delle Antichità, durante i lavori di scavo vicino alla piramide di Chefren, in un’area oggetto fin dal 1843 di ricerche da parte di diverse missioni archeologiche tra cui alcune guidate del noto egittologo Zahi Hawass. Si tratta di una mastaba, cioè una tomba monumentale costituita da un “gradone” troncoconico, tipica delle fasi più antiche dell’Egitto faraonico,  realizzata in blocchi di calcare e pareti in mattoni di fango. Nel sepolcro sono stati rinvenuti un santuario a forma di “L” con un lavacro di purificazione e contenitori per incenso e offerte votive.

Lo straordinario stato di conservazione degli affreschi all’interno della tomba di Hetpet (foto di Mohamed el-Shahed)

Ma sicuramente l’aspetto più importante della tomba di Hetpet, sottolineato dal ministro El-Enany, è lo straordinario stato di conservazione degli affreschi che rivestono le pareti, dai colori ancora vividi, dove possiamo ammirare scene di vita quotidiana tra danze, suoni e offerte alla sacerdotessa: scene di caccia e pesca, coltivazione dei campi, macellazione, fusione dei metalli, conciatura del cuoio o fabbricazione di imbarcazioni di papiro. Gli archeologi egiziani hanno rinvenuto “pitture murali molto raffinate e in uno stato di conservazione molto buono” che raffigurano Hetpet ma anche due scimmie, all’epoca dei faraoni considerati animali domestici: una “mentre balla davanti un’orchestra” durante il banchetto funebre, l’altra “mentre coglie frutti” da un albero e li pone in una cesta. Scene simili sono state già rinvenute in altre tombe, ad esempio in una dell’Antico Regno a Saqqara, ma in quel caso la scimmia balla davanti ad un singolo chitarrista e non a un’intera orchestra.

Il corridoio a “L” all’interno della mastaba della sacerdotessa di Hathor a Giza (foto di Mohamed el-Shahed)

Nel 1909 un esploratore britannico individuò dei sepolcri in questa zona, recuperando dei blocchi di pietra che inviò a Berlino, dove si trovano tuttora. Quei blocchi venivano da una struttura appartenuta a una donna che portava lo stesso nome, Hetpet. Il ministro El-Enany ha spiegato che ora sarà compito degli egittologi verificare se c’è una relazione tra la tomba appena scoperta e i monumentali blocchi recuperati nella necropoli occidentale di Giza 109 anni fa.

Egitto. Scoperti alla periferia del Cairo, dove tremila anni fa sorgeva la grande città di Eliopoli, i frammenti di una statua colossale di Ramses II. Probabilmente veniva dal tempio che il grande faraone della XIX dinastia aveva costruito proprio a Eliopoli. Entusiasmo delle autorità egiziane

Bambini di el-Matariya, un sobborgo del Cairo, si fotografo accanto al frammento della statua colossale di Ramses II appena scoperta

La cartina del Basso Egitto con al centro il sito di Eliopoli

“Una delle più importanti scoperte dell’Egitto”: il ministro egiziano delle Antichità, Khaled al-Anani, ha usato tutti i mezzi a sua disposizione per far sapere al mondo della scoperta da parte di un gruppo di archeologi egiziani e tedeschi dei frammenti di una statua colossale di Ramses II alla periferia del Cairo, nel sobborgo di el-Matariya, oggi poco più di una baraccopoli annessa alla zona industriale, ma quattromila anni fa sede di Eliopoli, una delle più importanti città dell’Antico Egitto, che ospitava – tra l’altro – un grande tempio solare analogo – si ritiene – a quello di Abu Gurab, tra la piana di Giza e Saqqara. “Abbiamo visto il busto e una parte della testa, poi la corona e ancora un frammento dell’orecchio e dell’occhio destro”, continua il ministro. “Accanto alla statua gigante anche un’altra di circa un metro del faraone Seti II, entrambi appartenenti alla XIX dinastia”. E conclude: “Il colosso di Ramses II appena rinvenuto a el-Matariya verrà con tutta probabilità esposto all’ingresso del Grande museo egizio che dovrebbe essere inaugurato il prossimo anno al Cairo”. Non è una novità che le autorità egizie sfruttino le nuove scoperte come promozione della terra dei faraoni, in questo Zahi Hawass è stato insuperabile, ma oggi l’Egitto ha particolarmente bisogno di rialzare attenzione e interesse dei viaggiatori internazionali che latitano dallo scoppio della rivoluzione nel 2011. Il Paese ha bisogno dei turisti. Non è un caso che proprio l’Egitto sia stato il Paese ospite d’onore della recente edizione di TourismA, il salone internazionale dell’archeologia, a Firenze.

Archeologi e autorità, tutti attorno al frammento della testa colossale di Ramses II scoperta al Cairo

Entusiasta anche il capo del dipartimento Antichità egiziane del dicastero, Mahmud Afifi, parlando della monumentale statua di Ramses II in quarzite, ritornata alla luce spezzata in grandi pezzi. E il capo della missione egiziana, il professor Ayman al-Ashmawy:  “Proprio a Eliopoli sono stati trovati in passato rovine di un tempio dedicato al grande faraone che ha governato dal 1279 al 1213 a.C. che era uno dei più grandi dell’antico Egitto visto che raggiungeva il doppio delle dimensioni del tempio di Karnak a Luxor”. E ora i frammenti di una statua monumentale che secondo Zahi Hawass  “in considerazione delle dimensioni della statua, non possono che appartenere a Ramses II e non a un qualsiasi altro re antico”.

L’escavatrice al lavoro per sollevare la testa di Ramses II a el-Matariya

Per sollevare l’enorme testa, trovata separata dal busto, è stato utilizzato un carrello elevatore, mentre il resto della statua, del peso di 7 tonnellate, è stato recuperato con corde e paranchi. Il ministero delle Antichità, viste le non poche polemiche sollevate sul web, ha negato che la gigantesca statua del faraone possa essere stata danneggiata da una scavatrice durante i lavori di recupero: “Soltanto la testa è stata spostata utilizzando la scavatrice. Il tutto è avvenuto sotto la supervisione del team di archeologi tedeschi autore del ritrovamento. Sono state inoltre utilizzate travi di legno e sughero per evitare danni”.  Anche il capo il capo della missione archeologica Dietrich Raue assicura che la scultura non è stata danneggiata durante lo spostamento, sottolineando anche che diversi monumenti subirono danni in epoca greco-romana.