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Con Archeonaute alla scoperta della Verona “segreta”, romana e paleocristiana, con visite guidate speciali durante le festività: da Corte Sgarzerie alle prime testimonianze cristiane in duomo e S. Stefano

Babbo Natale accoglie i visitatori dell’area archeologica di Corte Sgarzerie a Verona

Festività all’insegna della scoperta della Verona “segreta”, romana e paleocristiana. Un momento di pausa per conoscere il passato di una città, Verona, che offre molte testimonianze monumentali dal passato, ma che sa celare altrettanti tesori da regalare ai più curiosi attraverso gli occhi degli esperti. Di qui le iniziative per le festività dell’associazione Archeonaute: “Abbiamo in serbo un bellissimo regalo di Natale per gli appassionati!”, annunciano. “Aperture natalizie dell’area archeologica di Corte Sgarzerie, con visite guidate alla scoperta della Verona sotterranea. Ad accogliere i graditi ospiti ci sarà anche Babbo Natale”.  Nell’area archeologica di Corte Sgarzerie, dove gli archeologi della soprintendenza hanno messo in luce un tratto del portico sotterraneo (criptoportico) che su tre lati circondava il Capitolium, il principale tempio cittadino dedicato alle tre divinità Giove, Minerva, Giunone, è possibile vedere un suggestivo particolare del crollo delle volte. Fino al IX-X secolo l’edificio sotterraneo fu usato come discarica per immondizie e macerie. Per vedere una ripresa dell’attività edilizia bisogna attendere il XII secolo, quando, nel contesto della fortissima crescita demografica, politica e commerciale che caratterizzò l’età comunale, si insediarono nell’area le casate aristocratiche con le loro torri e le loro attività commerciali. Nell’area archeologica sono visibili i resti di un edificio interrato (cantina?), di una ghiacciaia e di una casa-torre. Gli episodi costruttivi maggiori saranno poi nel Trecento l’edificazione della Loggia delle Sgarzerie e nel Quattrocento del Monte di Pietà. Durante la visita c’è la visione di un video multimediale in italiano con sottotitoli in inglese “Alla Scoperta di Verona Sotterranea. Il Sito Archeologico di Corte Sgarzerie”, documentario di 15’ realizzato nel 2015 dal regista Davide Borra. I resti romani dell’imponente Capitolium di Verona vengono descritti grazie al racconto in prima persona di Scipione Maffei in costume d’epoca. La descrizione dell’area archeologica di Corte Sgarzerie passa attraverso una complessa stratificazione architettonica. Il video è frutto di un grande lavoro di computer grafica e ricostruzioni virtuali. Le visite guidate a cura di un archeologo dell’associazione Archeonaute sono articolate in tre turni (alle 17, alle 18 e alle 19) dei giorni ​27, 28, 29 e 30 dicembre 2017 e dei giorni 2, 3, 4 e 5 gennaio 2018. Per la visita, che dura circa 40 minuti, è richiesto un contributo volontario (minimo 3 euro a persona). I posti sono limitati: è gradita la prenotazione scrivendo ad archeonaute@gmail.com

Tracce paleocristiane nella chiesa di Sant’Elena nel complesso del duomo di Verona

Ma Archeonaute ha pensato di organizzare una visita guidata in città in pieno spirito Natalizio alla scoperta dei primi luoghi della cristianità veronese. L’itinerario si svolge tra il complesso del duomo che, con l’area archeologica presso la chiesa di Sant’Elena e il chiostro della Capitolare, comprende i resti di due basiliche paleocristiane che costituiscono la più antica testimonianza del culto cristiano a Verona, e la chiesa di Santo Stefano, al di là del fiume, dedicata al primo martire cristiano e fondata in epoca paleocristiana, che ospita le sepolture dei primi vescovi veronesi. Una socia di Archeonaute, guida turistica autorizzata del Comune di Verona e archeologa, accompagnerà gli ospiti alla scoperta di questi scrigni semisconosciuti di una Verona antichissima e affascinante. L’appuntamento è per venerdì 29 dicembre 2017. La visita dura un’ora  e mezzo dalle 11 alle 12.30.  Costo: 7 euro a persona (comprensivo di biglietti d’ingresso). I posti sono limitati: prenotazione obbligatoria entro mercoledì 27 dicembre. L’area del duomo di Verona conserva infatti un complesso di edifici di antichissime origini, dall’epoca romana alle strutture paleocristiane più antiche della città, a cui nel corso dei secoli sono stati sovrapposti gli edifici canonicali, la cattedrale maggiore, il battistero di San Giovanni in Fonte e la chiesa di Santa Elena che venne edificata verso la fine dell’VIII secolo per volere dell’arcidiacono Pacifico e consacrata nell’anno 813, sulle fondamenta di una precedente chiesa paleocristiana. Gravemente danneggiata durante il disastroso terremoto che colpì Verona e il nord Italia nel 1117 essa venne celermente ricostruita e nuovamente consacrata nell’anno 1140. Sulla destra dell’ingresso una lapide ricorda che Dante Alighieri il 20 gennaio del 1320 scelse questo luogo per la pubblica lettura della sua opera Quaestio de Aqua et Terra (Questione sull’acqua e sulla terra). La chiesa di Santo Stefano risale invece al V secolo ed è uno degli edifici più antichi della città, che mantiene ancora oggi le originarie mura perimetrali paleocristiane. Le tombe vescovili e le numerose importanti reliquie che in essa sono conservate, fanno ritenere che fu la prima cattedrale di Verona. Venne costruita attorno al 450 d.C. sopra una antica area cimiteriale posta all’esterno delle mura romane, quando iniziò a diffondersi anche in Veneto il culto di Santo Stefano (il primo martire cristiano) le cui reliquie erano state ritrovate nel 415 vicino alla città di Gerusalemme. Una basilica cimiteriale che molto probabilmente fu la prima cattedrale di Verona, come farebbero intuire la presenza delle tombe vescovili del V-IX secolo e l’antica cathedra altomedievale in pietra, conservata nell’abside.

Ancora due venerdì per visitare il cuore antico di Verona: l’area archeologica sotterranea di Corte Sgarzerie con il criptoportico del Capitolium

L’area archeologica di Corte Sgarzerie di Verona con le strutture del criptoportico

Ancora due venerdì per scoprire le bellezze sotterranee dell’area archeologica di Corte Sgarzerie a Verona: un’opportunità da non lasciarsi scappare. Venerdì 25 agosto 2017 e venerdì 1° settembre 2017 sono infatti previste le ultime due aperture straordinarie, dalle 19 alle 21, a cura dell’associazione Archeonaute. Le visite hanno durata di 30 minuti: le visite guidate partono alle 19, alle 19.40, e alle 20.20 circa. È previsto un contributo minimo di 3 euro a persona. Durante la visita c’è la visione di un video multimediale in italiano con sottotitoli in inglese. I posti sono limitati: è gradita quindi la prenotazione scrivendo ad archeonaute@gmail.com (ma è possibile anche aggiungersi al momento, disponibilità permettendo).

La ricostruzione del Capitolium di Verona e del triportico: al di sotto c’era il criptoportico

Sono passati poco più di tre anni e mezzo dalla riapertura dell’area archeologica di Corte Sgarzerie a Verona (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2014/02/01/a-verona-apre-al-pubblico-il-criptoportico-capitolino-in-corte-sgarzerie/) uno straordinario palinsesto di presenze archeologiche che consente di percorrere la storia del cuore antico di Verona dall’età romana al Medioevo. Gli scavi, condotti dalla soprintendenza per i Beni archeologici del Veneto tra 1988 e 2004 sotto la Loggia delle Sgarzerie, con fondi ministeriali e con il sostegno economico di Fondazione Cariverona, hanno messo in luce un tratto del portico sotterraneo (criptoportico) che su tre lati circondava il Capitolium, il principale tempio cittadino dedicato alle tre divinità Giove, Minerva, Giunone.

Visita guidata all’area archeologica di Corte Sgarzerie a Verona

Il criptoportico visitabile nell’area si sviluppava per oltre 200 m sotto il portico. Diviso in due navate larghe 4,5 m da una spina di archi retti da 78 pilastri in pietra e coperta da volte a botte, era debolmente illuminato da finestre “a strombo” affacciate sulla terrazza superiore. Il complesso rimase in vita fino al IV secolo, quando, per effetto dell’affermazione del cristianesimo e probabilmente per un incendio cadde in abbandono. Dopo circa un secolo Teodorico iniziò la sistematica spoliazione dell’edificio per recuperare materiali costruttivi. Il criptoportico continuò a essere usato, ma tra la fine del VII e l’VIII sec. il suo braccio ovest crollò: infiltrazioni d’acqua e probabili eventi sismici ne provocarono il collassamento, facendo crollare di conseguenza anche buona parte del soprastante triportico. Nell’area archeologica di Corte Sgarzerie è possibile vedere un suggestivo particolare del crollo delle volte. Fino al IX-X secolo l’edificio sotterraneo fu usato come discarica per immondizie e macerie. Per vedere una ripresa dell’attività edilizia bisogna attendere il XII secolo, quando, nel contesto della fortissima crescita demografica, politica e commerciale che caratterizzò l’età comunale, si insediarono nell’area le casate aristocratiche con le loro torri e le loro attività commerciali. Nell’area archeologica sono visibili i resti di un edificio interrato (cantina?), di una ghiacciaia e di una casa-torre. Gli episodi costruttivi maggiori saranno poi nel Trecento l’edificazione della Loggia delle Sgarzerie e nel Quattrocento del Monte di Pietà.

Alla ricerca delle lingue perdute: dal retico al venetico, dall’osco-umbro all’etrusco. A Verona seconda tappa del gruppo di ricerca europeo che censisce e valorizza le lingue frammentarie d’Europa

Tavoletta scrittoria con caratteri dell'alfabeto venetico conservata al museo Archeologico atestino di Este

Tavoletta scrittoria con caratteri dell’alfabeto venetico conservata al museo Archeologico atestino di Este

La prof. Simona Marchesini, ricercatrice di Alteritas

La prof. Simona Marchesini, ricercatrice di Alteritas

Alla ricerca delle lingue perdute: dal retico al venetico, dall’osco-umbro all’etrusco. Fa tappa a Verona la Seconda Training School promossa dal gruppo di ricerca europeo AELAW (COST Action “Ancient European Languages and Writings”) costituito nel 2014 per censire e valorizzare le lingue frammentarie d’Europa, di cui l’Italia detiene il primato con oltre 15mila iscrizioni in etrusco, osco, umbro, venetico, messapico, retico, camuno, leponzio e altre lingue di minore entità. A due anni dalla prima scuola di formazione sulle lingue frammentarie della Spagna preromana, tenutosi a Jaca (sui Pirenei), il progetto, finanziato dall’Unione Europea, fa ora tappa nella città scaligera dove dal 5 all’8 settembre 2016 al centro studi sulle interazioni tra popoli Alteritas con sede nel Seminario vescovile. La rete scientifica con capofila l’università di Saragozza, e composta da 24 centri di ricerca e 40 ricercatori, in rappresentanza di 13 Paesi europei, farà il punto sulle iscrizioni italiche di età pre-romana. E c’è anche un obiettivo ambizioso. “Entro il 2019, il gruppo di ricerca si è posto l’obiettivo di pubblicare dei piccoli volumi a scopo divulgativo, restituire ai centri di ricerca e atenei d’Europa validi strumenti di studio di tali lingue, e formare una nuova classe di giovani ricercatori europei”, spiega la vice presidente del progetto Simona Marchesini, coordinatore scientifico di Alteritas, “che tengano vivo lo studio di questo patrimonio culturale che nonostante il notevole rilievo per la storia d’Europa è a rischio smarrimento anche nei vari atenei e centri di ricerca”. Un esempio concreto è dato dalla recente la pubblicazione sul celtiberico, lingua frammentaria della Spagna, a cura del professor Francisco Beltrán.

Bronzetto retico conservato nel museo Retico di San Zeno (Trentino)

Bronzetto retico conservato nel museo Retico di San Zeno (Trentino)

La prof. Marchesini, tra i pochi specialisti al mondo di Messapico e Retico, ne è sicura: “È proprio nella comunicazione dei popoli “minoritari” del mondo antico, dissoltisi nei processi di romanizzazione, infatti, che rinveniamo informazioni utili anche con riguardo ai popoli moderni. Informazioni storiche, geografiche, religiose ma soprattutto anagrafiche: studiando i nomi di persona e la loro mobilità riusciamo a ricostruire la storia sociale di questi popoli, le loro reciproche relazioni e i motivi della loro scomparsa”. E precisa: “Già nel mondo antico infatti i viaggi a lunga distanza, le relazioni commerciali tra comunità consentivano la condivisione di molti aspetti della cultura materiale e immateriale, quali il bere, il mangiare, gli usi del vestire, ma anche aspetti più speculativi come la poesia, la musica o la religione”.

La stele rinvenuta nel sito etrusco del VII-VI sec. a.C. con un'iscrizione in etrusco

La stele rinvenuta nel sito etrusco del VII-VI sec. a.C. con un’iscrizione in etrusco

Molto articolato il programma della tappa veronese coordinata da Francisco Beltrán (Chair), dell’Universidad de Zaragoza, e da Simona Marchesini (Vice Chair), Alteritas di Verona, e con la partecipazione di alcuni dottorandi del dipartimento Culture e Civiltà dell’università di Verona diretto dal prof. Alfredo Buonopane (Storia Romana). Interverranno specialisti delle lingue dell’Italia preromana, da quelle del Nord Italia come il leponzio (presente dal Piemonte al Veneto occidentale), il camuno (in Valcamonica), il retico (lingua dei Reti, stanziati in Trentino, in Alto Adige e in parte del Veneto occidentale) e il venetico (la lingua indoeuropea attestata in Veneto, di cui conosciamo circa 600 iscrizioni), a quelle del Centroitalia, quali l’etrusco, l’osco, l’umbro e altre lingue Italiche, fino a quelle del Sud, tra cui il messapico (in Puglia), l’elimo e il siculo-sicano in Sicilia. E poi ci sarà un collegamento via Skype con il prof. Rex Wallace dell’Università di Amherst (Massachusetts) che sta studiando l’iscrizione di una grande stele etrusca appena emersa da scavi americani sul Mugello (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/08/27/toscana-il-27-agosto-dichiarato-giornata-degli-etruschi-che-apre-le-celebrazioni-etrusche-eventi-in-20-comuni-a-firenze-mostra-dei-tesori-inediti-dellantico-santuario-etr/) e con il gruppo di studio del progetto archeologico di Roca (Melendugno, Puglia) che, grazie a recenti rilevamenti 3D, sta rinnovando il censimento delle centinaia di iscrizioni messapiche ancora inedite, rinvenute nella celebre e affascinante Grotta Poesia.

Simona Marchesini, vice presidente del progetto, coordinatore scientifico di Alteritas

Simona Marchesini, vice presidente del progetto, coordinatore scientifico di Alteritas

Durante il meeting, l’équipe di ricercatori, dottorandi e assegnisti, insieme agli specialisti più accreditati, proseguirà quel confronto portato avanti con periodici incontri in diverse sedi europee per scambiarsi risultati, spunti di metodo, e fare il punto su alcuni gruppi di lingue, determinare i criteri adatti alla pubblicazione di queste risorse, elaborare contenuti per il sito web (http://elaw.unizar.es/), scambiarsi gli strumenti per lo studio delle lingue frammentarie (cosiddette per lo stato in cui ci vengono dal tempo restituite). Alcune di queste, infatti, come il venetico, l’osco umbro, il leponzio e il celtiberico erano imparentate nel ceppo linguistico indoeuropeo. Altre, come l’etrusco e il retico, peraltro correlate, formavano una famiglia linguistica autonoma.

Verona. Il 28 maggio riapre il museo Archeologico al Teatro Romano, totalmente rinnovato e ampliato. Nuovi reperti e una vista privilegiata sulla città

Il 28 maggio 2016 riapre rinnovato il museo Archeologico al Teatro Romano di Verona

Il 28 maggio 2016 riapre rinnovato il museo Archeologico al Teatro Romano di Verona

Il teatro romano di Verona sovrastano dall'ex convento di San Girolamo, sede del museo

Il teatro romano di Verona sovrastano dall’ex convento di San Girolamo, sede del museo

Il 28 maggio 2016 riapre al pubblico il museo Archeologico al Teatro Romano di Verona, totalmente rinnovato ed ampliato nell’ex convento dei Gesuati che sorge dal XV secolo sul fianco del colle di San Pietro a picco sopra il Teatro Romano ed è a questo strettamente collegato. Proprio questa particolarissima collocazione costituisce l’elemento fondamentale ed eccezionale dell’intero complesso: lo splendido panorama del teatro e della città dall’alto consente infatti di mettere immediatamente in relazione ciò che è esposto nel museo col contesto della città. Il rinnovato museo Archeologico di Verona si annuncia un’autentica sorpresa per i visitatori, a iniziare dai veronesi, con una collezione di notevolissimo valore (reperti legati anche alle decorazioni scultoree del teatro Romano e dell’rena) e con nuovissimi apparati didascalici: elementi che, per gli organizzatori, faranno di questo luogo affascinante una delle mete imperdibili di Verona.

Una sfinge romana esposta nel "nuovo" museo Archeologico al Teatro Romano di Verona

Una sfinge romana esposta nel “nuovo” museo Archeologico al Teatro Romano di Verona

Qualche piccola anticipazione prima dell’inaugurazione. Si potrà ora ammirare un Museo Archeologico ricco di reperti di notevolissimo valore – legati anche alle decorazioni scultoree del Teatro Romano e dell’Arena – e di nuovi apparati didascalici: tutti elementi che fanno di questo luogo una delle mete imperdibili di Verona. All’area archeologica si accede dalla strada che costeggia il fiume Adige. Dal rinascimentale Palazzetto Fontana, completamente ristrutturato, si attraversa il teatro romano e si sale al quinto livello da dove inizia la visita del museo. La prima sezione introduce alla Verona romana quando era conosciuta come una città “grande” le cui vestigia sono sopravvissute fino ai giorni nostri. Accanto è la sezione dedicata alle necropoli, impreziosita da una “tomba di medico” dalla presenza di strumenti chirurgici. La visita ci porta quindi a conoscere i grandi monumenti della Verona romana, dall’Arco dei Gavi , con un bel modello di XIX secolo in legno, agli edifici per l’intrattenimento: il grandioso anfiteatro (l’Arena) è illustrato da uno splendido modello di fine del XVIII secolo e da un certo numero di opere d’arte. Ampio spazio è dato al teatro nei suoi vari aspetti: la struttura architettonica, documenti sugli spettacoli , reperti provenienti dagli scavi, sculture che celebrano figure eminenti, e raffinate sculture decorative.

"Nereide": mosaico romano policromo esposto nella chiesetta dell'ex convento

“Nereide”: mosaico romano policromo esposto nella chiesetta dell’ex convento

L’itinerario si completa al piano superiore con la sezione dedicata al santuario delle divinità egizie Iside e Serapide, che fa parte del complesso teatrale. Al piano nobile del monastero vengono presentate le sculture in bronzo e in marmo che ornavano i luoghi pubblici della città romana, cui seguono le sculture provenienti dalle collezioni acquisite dalla città nel corso degli anni: non sono di Verona, ma sono comunque collegate ad essa come rivelano l’entusiasmo per l’antichità di figure eminenti, così come il loro amore per la loro città. Esposte in tre celle del monastero alcuni oggetti di pregio, anche se piccoli, provenienti dal territorio e dalle collezioni del museo: figure in bronzo e tali oggetti della vita quotidiana come vetreria splendidamente colorate. Invece nel chiostro del museo ci non molti esempi di sculture funerarie in pietra, mentre nella piccola chiesa del monastero dei padri gesuiti mosaici in bianco e nero e policromi da Verona e zona circostante. Sulla grande terrazza, da cui si gode un magnifico panorama, esposizione all’aria aperta pietre funerarie e elementi architettonici. La visita si conclude nella sala inferiore che ospita altari e monumenti dedicati alle divinità venerate nel Veronese, ed elementi architettonici altamente raffinati. Per festeggiare la riapertura, dal 28 maggio al 30 giugno 2016 il costo di ingresso al Museo sarà a tariffa unica di 1 euro.

“Il Gatto e l’Uomo”, a Verona in mostra l’affascinante ed enigmatico rapporto nel corso dei secoli con l’animale domestico più diffuso: da divinità nell’Antico Egitto a incarnazione del diavolo nel medioevo al protagonismo dei giorni nostri

"Il Gatto e l'Uomo", la mostra aperta alla Gran Guardia di Verona fino al 29 novembre

“Il Gatto e l’Uomo, dalla preistoria ai giorni nostri”, la mostra aperta alla Gran Guardia di Verona fino al 29 novembre

Da divinità nell’antico Egitto a incarnazione del diavolo nel medioevo cristiano, il legame che unisce il genere umano a quello del gatto, l’animale domestico più diffuso è tra i più affascinanti. E tra i più emblematici. Perché il gatto è l’animale domestico preferito dagli italiani? Perché per gli antichi egizi era un semidio? E cosa c’è dietro il gatto nero e la stregoneria? Chi sono i grandi della storia appassionati del felino che fa compagnia a milioni di famiglie italiane? Le risposte prova a darle ‘Il Gatto e l’Uomo, dalla preistoria ai giorni nostri’, alla Gran Guardia di Verona per tutto il mese di novembre (1-29 novembre 2015), la prima mostra in Italia che indaga sull’enigmatico rapporto con l’animale di casa più misterioso e numeroso (7,4 milioni i gatti in Italia). Alla mostra – ideata dall’esperta, Costanza Daragiati Farinelli e curata dal direttore del Cats Museum di Cattaro (Montenegro), Pier Paolo Pazzi – sono 20 le sezioni tematiche su cui andrà in scena un racconto quasi filologico tra il gatto e l’uomo con fatti, aneddoti, credenze, passioni e curiosità raccontate attraverso centinaia di testimonianze nei secoli tra dipinti, fotografie, stampe antiche provenienti anche dal Cats Museum di Cattaro (Montenegro), da collezionisti privati, dal Museo Correr e Ire di Venezia. Tra le sezioni, il gatto nei giornali, il gatto e la donna, il gatto e la Prima Guerra Mondiale, il gatto nella pubblicità, nel collezionismo e nei dipinti, il gatto e i bambini, il gatto nella musica e nel cinema, il gatto nel moderno, il gatto e i personaggi famosi. “Il gatto – spiega il curatore della mostra e direttore del Cats Museum, Pier Paolo Pazzi – è l’animale più presente nelle nostre case e allo stesso tempo il più imprendibile, imperscrutabile, misterioso compagno di vita dell’uomo. E proprio da questo alone di mistero abbiamo ripercorso la storia del legame tra uomo e gatto”. “Dopo 30 anni di mostre feline – aggiunge l’ideatrice e promotrice della mostra, Costanza Daragiati Farinelli – era per me quasi un dovere cercare di indagare su un rapporto particolare, molto diverso rispetto all’altra grande passione degli italiani: il cane. Una mostra la cui prima tappa è a Verona e che contiamo di sviluppare e portare in altre città italiane ed europee”.

Bastet, nell'Antico Egitto era la dea della femminilità, della maternità e del focolare domestico

Bastet, nell’Antico Egitto era la dea della femminilità, della maternità e del focolare domestico

Se nell’Antico Egitto la dea della femminilità, della maternità e del focolare domestico Bastet era proprio una gatta, nel medioevo cristiano il gatto era considerato l’incarnazione stessa del Male e del Diavolo, protagonista nei raduni stregoneschi o addirittura inserito nella ricetta del “Gato Asado” (gatto arrosto) nel libro di cucina di Ruperto de Nola per il viceré di Napoli nel 1491. Una sezione della mostra sarà dedicata al gatto nero che nella storia vive momenti diversi. Adorato sulle navi romane, che lo accoglievano a bordo per ingraziarsi la divinità Diana affinché vegliasse sulla rotta durante la notte, venne utilizzato come ricatto sul campo nella battaglia di Pelusio, quando i persiani sconfissero gli egiziani che si rifiutarono di combattere dopo aver visto dei gatti legati agli scudi nemici. Libri antichi, riviste e stampe, il gatto è diventato un soggetto anche nelle favole come ne ‘Il Gatto con gli stivali’ ma che originariamente parlava di una gatta. Ed è proprio dalla versione seicentesca della fiaba che deriva il modo di dire “fare la gatta morta”, quando il protagonista disconosce la sua amica felina che, fingendosi morta, mise alla prova la sua fedeltà. L’adagio però potrebbe riferirsi anche alla fiaba di Esopo “il gatto e i topi”, nel quale un famelico gatto intento nella caccia fece credere ai roditori di essere morto.

L'artista Salvator Dalì ritratto con il suo gatto

L’artista Salvator Dalì ritratto con il suo gatto

Anche i personaggi famosi della storia non resistono al fascino ambivalente del gatto: dolce e crudele, attraente e pericoloso insieme. L’imperatrice bizantina Teodora, ad esempio, fece lavorare una scodella d’oro tempestata di gemme dove far servire il cibo alla sua gatta e anche Francesco Petrarca amò così tanto la sua compagna felina che fu ‘seconda solo a Laura’, come recita un’iscrizione marmorea a lei dedicata. Oppure nelle foto che ritraggono star del cinema come Shirley Temple, Ruth Weyher, Sophia Loren, Claudia Cardinale con il proprio amico felino. Fierezza, vanità, indomabilità, ma anche familiarità e dolcezza sono le caratteristiche del rapporto tra il gatto e la donna. Nella mostra si vedrà con decine di esempi come il gatto sia il protagonista della pubblicità rivolta all’universo femminile.

Bastet, la dea gatto come ci è giunta dall'Antico Egitto

Bastet, la dea gatto come ci è giunta dall’Antico Egitto

Tra le aree tematiche ricordiamo: “Il gatto e l’Antico Egitto” e “Il gatto nelle stampe e nei libri antichi”. Gli egizi sono conosciuti come il primo popolo in grado di addomesticare il gatto tanto da elevarlo a divinità. Tra le molteplici rappresentazioni del dio solare Ra, ad esempio, c’è anche quello di un aggressivo gatto maschio che si contrappone al serpente del caos. Bastet invece era la dea dell’amore, della sessualità, della fertilità della famiglia, della casa, dei figli, della musica e della danza – protettrice della maturazione delle messi e dei frutti. La storia del legame nell’Antico Egitto è raccontato alla mostra con pannelli e riproduzioni di statue votive. Risale invece al 1400 la prima menzione del gatto negli incunaboli (libri stampati con la tecnica dei caratteri mobili) e tra i riferimenti più curiosi si annovera il “Llibre del Coch” l’opera del maestro Roberto, cuoco del vicerè di Napoli ai tempi di Ferdinando I d’Aragona. Ma è dalla tipografia Reveneldo e De Zilli di Venezia che nel 1565 esce la stampa di una fiaba destinata a diventare famosa nel mondo: il “Gatto con gli stivali”, o la gatta con gli stivali. Nella sua versione originale, infatti, la fiaba parla di una gatta lasciata in eredità da una povera donna a uno dei suoi tre figli. Da allora il gatto è stato inserito nei libri e stampe più disparati: trattati naturalistici, antologie narrative, testi didattici, libretti d’opera…

Il gatto nero, una delle superstizioni più diffuse

Il gatto nero, una delle superstizioni più diffuse

Non solo esposizione. Durante la mostra saranno organizzati focus tematici e eventi speciali sul rapporto tra il nostro mondo e quello felino. Conoscenza, educazione e sensibilizzazione sono le parole chiave della mostra che parte dell’amore per il gatto e il suo universo per stimolare un dibattito più ampio sulla natura e il rispetto per gli animali. Ecco il calendario degli eventi. Domenica 8 novembre (dalle 14.30 alle 16): “Il gatto nell’occulto e nella superstizione”. Diavolo, portatore di sciagure, creatura malvagia e dotata di poteri oscuri. Il gatto (soprattutto nero) è stato per molti secoli oggetto di superstizione e credenze che resistono ancora oggi. Focus sulla genesi e sull’evoluzione dei tabù legati al gatto. Domenica 15 novembre (dalle 14.30 alle 16): “Il gatto nella storia”. Dal “Felis lunensis” preistorico a divinità nell’antico Egitto in un excursus storico con gli interventi della storica, Giulia Ferri, archeologa preistorica e dell’appassionato di archeologia e antropologia felina, Giuseppe Fornara. Sabato 28 novembre 2015 (dalle 14.30 alle 16): “La selezione dei gatti di razza”. Le caratteristiche dei gatti più belli, il processo di selezione e le ultime tendenze con l’intervento di Flavia Capra, giudice ANFI (Associazione Nazionale Felina Italiana). Domenica 29 novembre (dalle 14.30 alle 16): “Pet therapy e art therapy”. Il rapporto essere umano-animale come strumento di salute e sostegno nella medicina tradizionale. Intervengono: Alessandra Chinaglia e Anna Negrini, psicologhe e Luigi Scapini professore e artista esperto di art therapy.

Le palafitte diventano patrimonio dell’Unesco: a Verona la mostra “PALAFITTE. Un viaggio nel passato per alimentare il futuro” celebra i siti dell’arco alpino e studia l’alimentazione nell’età del Bronzo (II millennio a.C.)

Un archeosub sul sito di una palafitta sui fondali del lago di Garda

Un archeosub sul sito di una palafitta sui fondali del lago di Garda

 

Il logo Unesco dei siti palafitticoli dell'arco alpino

Il logo Unesco dei siti palafitticoli dell’arco alpino

Sono per lo più invisibili, sepolte nei depositi torbosi di antichi laghetti o corsi fluviali, o sommerse lungo le coste degli specchi d’acqua: sono le palafitte dell’arco alpino, che offrono una visione unica della vita nei primi villaggi agricoli. Ma proprio per la loro peculiarità l’Unesco ha inserito le palafitte nel Patrimonio culturale dell’umanità: “momenti fondamentali per capire l’evoluzione delle comunità umane tra il Neolitico e l’età del Bronzo”. Grazie all’abbondante ricchezza di ritrovamenti le palafitte offrono un’immagine precisa e dettagliata di questi periodi preistorici in Europa, dove si sviluppa l’agricoltura, permettendo di fornire dettagli della vita quotidiana, delle pratiche agricole, dell’allevamento di animali e delle innovazioni tecnologiche. Inoltre la dendrocronologia (metodo di datazione che misura gli anelli di crescita degli alberi) permette di datare con precisione le strutture in legno (pali) che compongono le case dei villaggi e che possono raccontare l’evoluzione dell’occupazione dello spazio in intervalli cronologici anche molto lunghi. Questi siti palafitticoli sono la miglior fonte di informazione archeologica a nostra disposizione oggigiorno per approfondire le culture e le popolazioni preistoriche.

Il manifesto della mostra di Verona "Palafitte. Un viaggio nel passato per alimentare il futuro"

Il manifesto della mostra di Verona “Palafitte. Un viaggio nel passato per alimentare il futuro”

Mappa delle aree nell'arco alpino con siti palafitticoli

Mappa delle aree nell’arco alpino con siti palafitticoli

Proprio per far conoscere questi nuovi siti Unesco e al contempo rendere omaggio al tema di Expo 2015, il 2 ottobre 2015 apre a Verona, al museo civico di Storia naturale (dove rimarrà aperta fino al 10 aprile 2016) la mostra ideata e curata da Federica Gonzato, Claudia Mangani e Nicoletta Martinelli, e dedicata all’alimentazione nell’età del Bronzo (II millennio a.C.): “PALAFITTE. Un viaggio nel passato per alimentare il futuro”, promossa dalla soprintendenza Archeologia del Veneto, in collaborazione con le associazioni culturali Il Genio Italiano, Adige Nostro e il Comune di Verona col Museo Civico di Storia Naturale, e con il patrocinio di EXPO – Milano 2015. Scoperte a partire da un secolo e mezzo fa, le palafitte alpine hanno permesso agli specialisti di ricostruire la vita nelle società di agricoltori e allevatori degli ultimi cinque millenni prima di Cristo; hanno contributo ad approfondire il rapporto tra i popoli di cacciatori e raccoglitori della preistoria e le prime grandi civiltà europee. Fra gli oltre 1000 insediamenti conosciuti, 111 (distribuiti fra sei nazioni: Francia, Germania, Italia, Svizzera, Austria e Slovenia) sono stati selezionati per far parte del sito seriale transnazionale Unesco denominato “Siti palafitticoli preistorici dell’arco alpino”. Fra questi, quattro siti si trovano in Veneto: due nella zona di Peschiera del Garda, cioè Belvedere e Frassino; uno nella Bassa veronese, a Tombola di Cerea; e l’ultimo nel Padovano: Laghetto della Costa, vicino ad Arquà Petrarca.

Una coppa con ansa cornuta dell'Età del Bronzo esposta nella mostra di Verona

Una coppa con ansa cornuta dell’Età del Bronzo esposta nella mostra di Verona

La mostra di Verona racconta, attraverso i reperti provenienti dai quattro siti Unesco e da altre palafitte scoperte in Veneto e Lombardia, gli aspetti più significativi del grande tema dell’alimentazione, dalle conoscenze agropastorali alle produzioni degli ingredienti, dalla preparazione dei cibi alla loro conservazione, con particolare attenzione anche ai prodotti secondari. Al visitatore è proposto un percorso che illustra, grazie ai dati scientifici provenienti dalle più aggiornate ricerche e all’osservazione diretta dei reperti esposti, cosa e come mangiavano i nostri antenati palafitticoli. Proprio le particolari condizioni di giacitura in ambiente umido di questi villaggi, infatti, ha permesso la conservazione anche delle materie organiche che hanno fornito agli studiosi molti dati. In mostra sarà così possibile osservare la spiga dal sito del Belvedere di Peschiera del Garda o il panino combusto da Lazise-La Quercia.

Il modellino di un villaggio palafitticolo dell'età del Bronzo

Il modellino di un villaggio palafitticolo dell’età del Bronzo

“Numerosi reperti”, spiegano le curatrici, “sono esposti al pubblico per la prima volta. Segnaliamo in particolare gli oggetti provenienti dal contesto del laghetto del Frassino. Non a caso, proprio un vaso dalla palafitta di Frassino, unico nella sua foggia con quattro versatoi verticali, è stato scelto come “simbolo” della mostra”. Obiettivo della mostra è far conoscere un particolare aspetto della preistoria delle regioni alpine, quando le capanne venivano realizzate su impalcati lignei in ambienti umidi. La mostra è anche occasione per esporre reperti solitamente conservati nei depositi della soprintendenza Archeologia-Nucleo Operativo di Verona, del museo civico di Storia naturale di Verona, del museo Archeologico nazionale Atestino e di alcuni musei civici: Legnago, Cavaion Veronese, Castelnuovo Bariano. “Valorizziamo il patrimonio archeologico, con un’idonea azione didattica a supporto: pannelli con testi originali e immagini aprono finestre di approfondimento immediate e di facile lettura per ogni pubblico”.

Tramonto al museo delle Palafitte del lago di Ledro (foto romano magrone)

Tramonto al museo delle Palafitte del lago di Ledro (foto romano magrone)

La mostra si articola in due sezioni. Nella prima c’è la presentazione del sito seriale transnazionale Unesco “Siti palafitticoli preistorici dell’Arco alpino”: un’alternanza di pannelli e vetrine sui siti Unesco e alcuni siti palafitticoli del Veneto. Nella seconda, l’alimentazione all’epoca delle palafitte. Introduzione alle strategie di sussistenza alimentare, con un focus particolare su agricoltura, caccia, pesca, allevamento, cottura e conservazione dei cibi, oltre alla lavorazione delle materiale prime fornite da queste attività primarie.

Gli antichi catasti di Verona: al museo archeologico di Fratta Polesine in mostra le due preziose lamine bronzee. Video della mostra di Verona

"Gli antichi catasti di Verona": locandina della mostra al museo archeologico nazionale di Fratta Polesine

“Gli antichi catasti di Verona”: locandina della mostra al museo archeologico nazionale di Fratta Polesine

Degli antichi catasti di Verona in mostra per la prima volta a gennaio alla biblioteca Capitolare di Verona si è parlato molto (vedi il post su archeologiavocidalpassato  https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/?s=catasti): la loro eccezionalità lo giustifica ampiamente. Del resto prima della scoperta, nella seconda metà degli anni Novanta nel Criptoportico di Verona, dei due preziosi frammenti bronzei di oltre duemila anni. Non dimentichiamo che prima della scoperta dei catasti di Verona si era a conoscenza solo del catasto di Orange (su pietra) e di Lacimurga (di cui non si conosce il contesto di scavo). “Il primo frammento bronzeo ritrovato, che oggi chiamiamo catasto A”, ricorda Giuliana Cavalieri Manasse, già responsabile a Verona della soprintendenza ai Beni archeologici del Veneto, e maggior studioso dei catasti veronesi, “è stato scavato nell’agosto 1996 da Simon Thompson, che aveva subito riconosciuto si trattasse di una lastra con la registrazione di celle di centuriazione. L’entusiasmo fu contagioso. E si cercò subito sperando di trovare altri frammenti della stessa tavola catastale, ma solo tre anni dopo si recuperò il secondo frammento che, comunque, apparteneva a un altro catasto”. “Il catasto A è un rarissimo esempio di catasto rurale inciso su bronzo (“forma”, in latino)”, continua l’archeologa. “Fu realizzato subito dopo un intervento di centuriazione dell’agro di pertinenza della città, ovvero dopo le operazioni di bonifica, generale riassetto e suddivisione dei terreni, in vista di assegnazioni anche ai veterani delle guerre augustee. In tali documenti che svolgevano al tempo stesso  funzione amministrativo-fiscale, venivano registrate anche le proprietà già esistenti come è il caso per i personaggi menzionati nelle iscrizioni di tre delle sei caselle interamente conservate che non sono nuovi assegnatari, ma da tempo proprietari dei terreni”. Il catasto B è un catasto diverso che censiva sempre delle proprietà terriere ma in questo caso i proprietari erano celti, e non cittadini romani.

Sicuramente la mostra di Verona ha rappresentato un momento importante per la conoscenza di un frammento importante di storia delle istituzioni della Roma antica. Ma la breve esposizione ha impedito a molti appassionati di potere ammirare e studiare le due laminette bronzee. Ma ora c’è una nuova opportunità per vedere i catasti di Verona: per altre tre settimane da domenica 15 marzo al 6 aprile (lunedì dell’Angelo) saranno esposti nella splendida cornice della Villa Badoer a Fratta Polesine, sede del museo Archeologico nazionale di Fratta Polesine. All’inaugurazione della mostra “Gli antichi catasti di Verona”, domenica 15 marzo, alle 15, Giuliana Cavalieri Manasse, già direttore del Nucleo Operativo di Verona della soprintendenza ai Beni archeologici del Veneto, presenterà le due “formae” bronzee esposte. Intanto, pensando a tutti quelli che non hanno potuto vedere i catasti e il documento gaiano in mostra a Verona, Marzia Bersani di Archeonaute onlus (che garantisce le visite guidate al criptoportico di Corte Sgarzerie a Verona) ha chiesto e ottenuto il permesso di pubblicare il video della mostra, che in molti non hanno visto nemmeno all’esposizione poiché non sempre era disponibile personale con capacità tecnologiche tali da attivare il video filmato. E archeologiavocidalpassato lo pubblica ben volentieri.