Al via la rassegna “Scena mitica. Incontri con i mondi classici”: un viaggio nel mito tra “Storie di seduzione e castigo” e la riscoperta del cinema classico d’autore. A Pompei e Stabia lectiones e reading teatrali con Leda, Arianna e Diana: tre donne, tre miti classici. A Castellammare “Che cosa è stato il cinema italiano”

L’affresco con Leda e il Cigno, rinvenuto negli scavi della Regio V alla fine del 2018, è una delle più importanti scoperte recenti a Pompei (foto parco archeologico Pompei)
Leda, Arianna e Diana. Tre donne, tre miti classici, tre racconti di passioni e tormenti. Con altrettante donne in scena: Elena Bucci, Valentina Carnelutti, Federica Rosellini. Apre con queste “storie di seduzione e castigo” la prima parte della rassegna “Scena mitica. Incontri con i mondi classici” organizzata dal Parco archeologico di Pompei con la collaborazione dell’associazione A voce Alta. Un progetto che, fin dal titolo, amplia il concetto di ‘classico’, estendendolo al contemporaneo, secondo una prospettiva multifocale e angoli visuali differenti. Ecco perché si parla di mondi classici, al plurale. Due incontri al Teatro grande di Pompei (11 e 25 settembre 2020) e uno a Villa Arianna di Stabia (18 settembre 2020) dedicati alla mitologia antica, e una seconda parte “Che cosa è stato il cinema italiano” nei mesi di ottobre e novembre, con la visione di classici d’autore restaurati, presso il Cinema Montil di Castellammare. Ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria.

Locandina della rassegna “Scena mitica. Incontri con i mondi classici” organizzata dal Parco archeologico di Pompei con la collaborazione dell’associazione A voce Alta
Il progetto è organizzato dal Parco archeologico di Pompei con la collaborazione dell’associazione A voce alta, presieduta da Marinella Pomarici. La curatela è e di Massimo Osanna, direttore del Parco Archeologico di Pompei e di Gennaro Carillo, professore ordinario di Storia del pensiero politico nell’università Suor Orsola Benincasa di Napoli e alla Federico II. Per la sezione cinema ci si vale della collaborazione di Stefano Francia di Celle, Direttore del Torino Film Festival e curatore della sezione Classici della Mostra del Cinema di Venezia. La rassegna si è avvalsa, inoltre, della collaborazione del Cinema Montil e di Surf Film. Informazioni per gli spettacoli. Teatro Grande e Villa Arianna: la partecipazione agli incontri è gratuita su prenotazione obbligatoria al seguente indirizzo mail scenamitica@gmail.com per un massimo di 200 persone. La disposizione del pubblico sarà soggetta alle misure di distanziamento sociale previste dalla normativa sanitaria in corso. Cinema Montil: partecipazione gratuita fino ad esaurimento posti. Il calendario delle proiezioni sarà a breve comunicato sul sito www.pompeiisites.org. Prenotazione obbligatoria al seguente indirizzo mail: scenamitica@gmail.com.

L’affresco di Arianna e Teseo che ha dato il nome alla Villa Arianna di Stabia (foto parco archeologico di Pompei)
La rassegna “Scena mitica. Incontri con i mondi classici” è divisa in due sezioni. La prima “Storie di seduzione e castigo” ha in programma tre incontri di riflessione sul mito tra letteratura e teatro e prevede le letture di tre Signore della scena italiana. Si parte con Leda e il cigno, l’11 settembre 2020 (alle 17.30) al Teatro Grande degli Scavi con una Lectio di Laura Pepe e la lettura scenica di Elena Bucci. Segue il 18 settembre 2020, a Villa Arianna di Stabia (ore 17.30), con Arianna e Teseo, la Lectio di Corrado Bologna, accompagnata dalla lettura scenica di Valentina Carnelutti. E di nuovo al Teatro Grande di Pompei, il 25 settembre 2020 (alle 17.30) l’appuntamento dedicato al mito di Diana e Atteone, Lectio di Gennaro Carillo e lettura scenica di Federica Rosellini. “Tre temi mitici che hanno avuto grande fortuna iconografica a Pompei e a Stabia e che saranno destinati a lunga durata nell’immaginario dell’Europa occidentale”, spiega Massimo Osanna. “Il titolo scelto, “Storie di seduzione e castigo”, identifica nell’eros e nella hybris (la tracotanza) il denominatore comune di questi meravigliosi racconti immorali, che tanto turbavano, attraendolo, Platone. Un denominatore che si salda perfettamente ai percorsi di ricerca, ed espositivi, da tempo intrapresi dal Parco Archeologico di Pompei: dalla mostra Venustas – che è una mostra sulla grazia e la bellezza, nonché sulla seduzione – e al film appena prodotto sul tema dell’eros, con Isabella Rossellini, in uscita a novembre nelle sale cinematografiche”.
La seconda parte della rassegna “Che cosa è stato il cinema italiano” in programma al cinema Montil di Castellammare di Stabia, avrà inizio con Viaggio in Italia di Rossellini, al quale seguirà la proiezione di un campione rappresentativo non solo dei migliori restauri degli ultimi anni, ma soprattutto di una stagione in cui il cinema italiano riusciva a cogliere i tratti distintivi dell’ethos nazionale e al tempo stesso si affermava nel mondo come un modello di linguaggio nuovo. Una stagione aurea, e per molti versi irripetibile. Le opere selezionate – Una giornata particolare di Ettore Scola, I mostri e Il sorpasso di Dino Risi, La donna scimmia di Marco Ferreri, Todo modo di Elio Petri – offrono uno spaccato che, per quanto parziale, aiuta a comprendere il valore assoluto di quei classici, immuni dall’usura del tempo. Un’opportunità unica per apprezzare pagine così cruciali, e globalmente riconosciute della nostra cultura, vedendo o rivedendo le pellicole – al cinema – restituite in forma smagliante. “Il legame tra un classico restaurato e Pompei è in sé”, dichiara Gennaro Carillo, “non solo perché in uno di questi titoli, Viaggio in Italia di Rossellini, Pompei e l’archeologia giocano un ruolo decisivo, ma perché questi classici hanno in comune con Pompei la caducità, l’estrema vulnerabilità, quella deteriorabilità che soltanto l’amorevolezza e la costanza di una cura scientificamente rigorosa possono contrastare. Non solo: il classico, che è un’opera senza tempo (o comunque senza scadenza: se Sciascia paragonava alle uova i libri normali, Pontiggia definiva i classici i contemporanei del futuro), vive nella sua tradizione, che è fatta di riusi e di abusi, di volgarizzamenti e trivializzazioni, di deferenza e infedeltà”.
“Lapilli di Ercolano”: con la 16.ma clip il direttore Sirano ci porta all’interno di uno dei luoghi più rappresentativi della città di Herculaneum: la sede degli Augustali. Qui recentemente è stata fatta una scoperta scientifica di rilevanza internazionale: il ritrovamento di resti del cervello vetrificato di una vittima dell’eruzione del 79 d.C.
Il parco archeologico di Ercolano è aperto regolarmente al pubblico, dopo il lockdown, ma il suo direttore Francesco Sirano continua a regalarci approfondimenti esplorando i luoghi e le storie di Ercolano. Questa volta, con al 16.ma clip dei “Lapilli del parco archeologico di Ercolano”, ci troviamo all’interno di uno dei luoghi più rappresentativi della città di Herculaneum: la sede degli Augustali. I suoi ambienti sono stati oggetto di una recentissima opera di restauro e di una scoperta scientifica di rilevanza internazionale: il ritrovamento di resti del cervello vetrificato di una vittima dell’eruzione del 79 d.C. (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2020/04/07/ercolano-eccezionale-scoperta-per-la-prima-volta-al-mondo-trovati-i-resti-vetrificati-di-cervello-umano-erano-in-una-vittima-delleruzione-del-79-d-c-lo-studio-frutto-della-collaborazion/).

La sede degli Augustali, nel cuore di Ercolano, ritmata dalle grandi colonne. In primo piano le basi che sorreggevano le statue di Augusto e Cesare (foto Graziano Tavan)
Tra i pochi monumenti pubblici dell’antica Ercolano, uno dei più chiari esempi è rappresentato senz’altro dal sacello degli Augustali. L’Augusteo era un grande edificio porticato, da cui provengono statue, affreschi importantissimi, che si trovava proprio nelle vicinanze del foro. “Appena entrati – spiega Sirano – ci accolgono quattro grandi colonne che ci impressionano per l’altezza e la potenza: esse dividono lo spazio in tre navate e, sull’asse di fronte a noi, un sacello. Questo edificio è stato interpretato come la sede degli Augustali sulla base di un’iscrizione di marmo dell’età di Augusto, una dedica ad Augusto fatta da due liberti, due fratelli, che troviamo qui esposta. Ma oltre questa iscrizione ufficiale, abbiamo anche dei graffiti molto interessanti che si trovano ripetuti su cinque righe su una delle colonne. Alcuni hanno anche al rubricatura, cioè il rosso, per essere più evidenti. Si legge: vi prego, vi invito a votare nella curia augustana. La curia, in latino, è il luogo dove si riuniscono delle persone. Curia augustana fa pensare effettivamente alla sede degli Augustali. Il collegio degli Augustali era formato da liberti, schiavi liberati, che si applicavano al culto imperiale. Non appena entrati su due basi, ancora presenti, si trovavano le statue di Augusto e di Cesare, recuperate all’epoca degli scavi borbonici che parzialmente esplorarono questi ambienti”. Stando al centro dell’edificio si apprezza meglio lo splendido restauro di Maiuri con gli architravi di legno ancora perfettamente conservati e i caratteristici spaccati assonometrici che Maiuri lascia nella parte superiore per far vedere le altre testate di trave originarie ma anche la presenza di un piano superiore che era frequentato e abitato contemporaneamente all’uso di questo edificio.
La cella viene creata in un secondo momento, probabilmente dopo il terremoto del 62 d.C. “Quindi qui era la sede di riunione del collegio degli Augustali – continua Sirano – e, dopo il 62, viene anche realizzato questo piccolo sacello di culto che aveva al centro una base, che oggi vediamo qui spogliata dei suoi marmi, probabilmente sempre per il passaggio degli scavatori borbonici, sulla quale doveva esserci una statua dell’imperatore regnante. Questo ce lo segnala la presenza sull’asse di questa base di una corona che ci ricorda la corona di quercia che si trovava al di fuori della casa degli imperatori sul Palatino. Uno dei migliori esempi di pittura di IV stile pompeiano di Ercolano è rappresentato proprio dal decoro di questo sacello. Ma non solo le pitture. Anche i pavimenti sono di eccezionale rilevanza, oggetto insieme a tutto l’edificio di un recentissimo restauro: i pavimenti in marmi policromi africani, il pavimento di cocciopesto e tutto il resto della struttura fino ai tetti di questo edificio. La zoccolatura delle pareti è formata da marmi africani di grandissimo pregio e sostiene la decorazione dipinta in IV stile pompeiano”.
Le pitture di IV stile pompeiano raffigurano delle architetture fantastiche, candelabri, esili colonne di varia tipologia e al centro grandi quadri mitologici. Quello che si vede su una delle pareti laterali rappresenta Ercole che guarda verso Acheloo, personificazione di un fiume della Grecia, che ha rapito Deianira, la futura sposa di Ercole. “Molto interessante questa rappresentazione perché è stata messa in relazione con il posizionamento topografico di Ercolano, proprio al confine del territorio di Neapolis, la colonia greca Napoli, la quale si chiamava in un primo momento, come tutti sanno, Partenope. Partenope è una delle sirene, figlia di Acheloo. Alcuni studiosi hanno messo in relazione questa raffigurazione con un simbolismo di rivendicazione di rapporti politici, interpretabili in senso positivo e negativo con la vicina Napoli”.
Sulla parete opposta, protagonista è sempre Ercole, un Ercole ormai maturo che è glorificato: la sua apoteosi. Ha la corona di fiori dei beati sulla fronte e si trova comodamente seduto di fronte a Hera-Giunone, la moglie di Giove, e a Minerva. In alto si vede un arcobaleno che raffigura in maniera simbolica il sommo Giove. “L’apoteosi di Ercole è ovviamente qualcosa che ci si aspetta nel sacello degli Augustali”, riprende Sirano. “Ercole è la divinità che come è noto dà il nome alla città. Quindi questa è una città erculea per eccellenza e non ci meravigliamo di ritrovare continui richiami alla mitologia di questo eroe famoso nel mondo romano per la sua forza e la sua capacità di risolvere brillantemente qualsiasi impresa anche quelle che gli esseri umani non riuscivano fino a quel momento a superare”.
È probabile che tra le trasformazioni di questo edificio, avvenute dopo il terremoto del 62 d.C., ci fosse anche la creazione di una piccola cameretta, a spese di una delle due navate, con un semplice tramezzo di legno che in questa suggestiva ricostruzione ha racchiuso sia le parti ricostruite che alcuni frammenti del legno originario con una finestrella, che si vede ancora ben conservata sotto la teca, e che è stata considerata la cella ostiaria, cioè il posto dove si trovava il custode dell’edificio.

Il letto carbonizzato con il corpo del Custode scoperto da Maiuri ad Ercolano nel 1961 (foto Petrone)
Superata la porta ci troviamo subito di fronte a quella che è stata una delle scoperte più importanti effettuata da Maiuri durante i suoi scavi: un letto, formato in parte da muratura in parte da tutta una struttura in legno, sul quale fu ritrovato il cadavere di un giovane di circa 27-28 anni, colui che si considera il custode dell’edificio. “È molto interessante che l’archeologo Maiuri abbia scelto di non completare lo scavo di questo scheletro in posizione prona, quindi faccia a terra. E probabilmente egli voleva lasciare alle future generazioni la continuazione della scoperta. Nell’ambito della revisione di tutto il materiale antropologico ritrovato a Ercolano, insieme all’università “Federico II” recentemente abbiamo effettuato alcuni lavori di pulizia. E l’antropologo Pier Paolo Petrone è riuscito a ritrovare alcune strutture cristalline, localizzate proprio nella zona del cranio dello scheletro, che sono state attribuite a materiale organico. Non solo, ma soprattutto a materiale che componeva la massa cerebrale di questo sfortunato abitante di Ercolano. Questo ha aperto un nuovo capitolo nella storia degli studi di antropologia fisica e di archeologia di Ercolano – conclude Sirano – dai quali ci attendiamo grandi novità”.
Festa europea della Musica 2020, il Covid non ferma gli studenti dei licei musicali della Città Metropolitana di Napoli: domenica concerto in streaming da remoto tra le domus del Parco Archeologico di Ercolano, il MAV e la Reggia di Portici
L’emergenza epidemiologica da coronavirus non ha fatto venir meno la voglia degli allievi dei licei musicali e coreutici della Città Metropolitana di Napoli di celebrare anche l’edizione 2020 della Festa europea della Musica. Alla loro maniera, naturalmente, ovvero suonando con cuore e passione. Certo, con modalità nuove, con la maggior parte delle performance eseguite da remoto, ma senza rinunciare, tuttavia, ad immergersi nei luoghi dell’arte e della cultura. E così, anche quest’anno, protagonisti, insieme ai ragazzi dei licei, saranno il Parco Archeologico e il Museo Archeologico Virtuale (MAV) di Ercolano e la Reggia di Portici, che ospiteranno alcune esibizioni soliste live – nel rispetto delle dovute prescrizioni – per un concerto che vedrà suonare e danzare virtualmente insieme ben 1.400 ragazzi e che sarà trasmesso in diretta streaming domenica 21 giugno 2020, alle 10, sui canali social della Città Metropolitana di Napoli, promotrice della manifestazione. Precisamente, il concerto – che durerà circa un’ora e mezza – sarà trasmesso su Metronapoli.it, l’e-magazine istituzionale della Città Metropolitana, sul canale Youtube Metronapolitv (https://www.youtube.com/user/MetroNapoliTV) e sui profili Facebook (https://www.facebook.com/citta.metropolitana.napoli/), Instagram e Twitter dell’Ente. L’evento è promosso dalla Città Metropolitana di Napoli e si svolge in collaborazione con la Fondazione Cives – MAV di Ercolano, il parco archeologico di Ercolano e il dipartimento di Agraria dell’università di Napoli ‘Federico II’, che ha sede nella Reggia di Portici.
Domenica mattina dunque, alle 10, sui canali social della Città Metropolitana e dei partner dell’iniziativa sarà trasmesso il concerto con cui gli allievi dei licei musicali e coreutici dell’area vorranno celebrare l’edizione 2020 della Giornata europea della Musica. Dai Queen a Bach, dai Coldplay a Beethoven, i 1.400 ragazzi degli 11 licei musicali e coreutici della Città Metropolitana mescoleranno generi e tendenze in una kermesse di grande suggestione che ne esalterà le capacità. E i ragazzi stessi esalteranno la bellezza dei nostri luoghi d’arte: alcuni di loro suoneranno e danzeranno, infatti, nel dovuto rispetto delle prescrizioni anticontagio, tra le domus del parco archeologico di Ercolano, le ricostruzioni 4D del MAV e le maestose sale della Reggia borbonica di Portici.
“Sostengo con forza la celebrazione di questa festa da parte delle ragazze e dei ragazzi dei nostri licei musicali”, ha affermato il sindaco metropolitano, Luigi de Magistris. “Ricordo la bellezza delle edizioni passate ma ritengo che anche quella di quest’anno, nonostante che si svolga da remoto, sarà ricca di suggestione e ci farà vivere delle belle emozioni. Celebriamo il connubio vincente tra musica e giovani affinché questa festa possa davvero rappresentare il segnale della rinascita del nostro territorio dopo l’emergenza Covid, con l’auspicio di ritrovarci tutti al più presto nelle strade e nelle piazze all’insegna della cultura e della musica”. E il direttore del parco archeologico di Ercolano, Francesco Sirano: “Per rispettare le condizioni di sicurezza degli studenti, del personale e dei visitatori del Parco quest’anno la Festa della Musica si è trasferita in remoto, nel senso che offriremo a tutto il nostro pubblico attraverso i canali social una formidabile serie di interventi di musica, canto e danza realizzati da brillanti giovani allievi dei licei coreutici e musicali della Città Metropolitana di Napoli in video realizzati tra le domus e i monumenti della città antica. Sperando di potere presto condividere la musica dal vivo, proprio alla musica e a tutte le meravigliose arti ad essa collegate dedichiamo questa giornata, di nuovo nella riproposta sinergia con la Città Metropolitana, il Mav con la Fondazione Cives, la Reggia di Portici, in un evento volto a sostenere le attività teatrali, musicali e coreutiche in un momento tanto delicato per il settore”. “La musica è un linguaggio universale che abbatte ogni barriera”, ha aggiunto Luigi Vicinanza, presidente della Fondazione CIVES che gestisce il MAV. “E a maggior ragione in questo momento, nel quale dobbiamo mantenere un certo distanziamento, la musica unisce ancora di più con gioia, felicità e speranza”.
Nel programma steso con la supervisione del consigliere metropolitano delegato Michele Maddaloni le suggestioni non mancheranno. Dall’arpa suonata nella sala del MAV che riproduce l’affresco, rinvenuto negli scavi di Ercolano, proprio della suonatrice di arpa, che fonderà insieme passato e presente, all’inno della repubblica partenopea di Cimarosa suonato da un’orchestra di pianoforti; dalla fabbrica del blues (“The blues factory”) dell’olandese Jacob de Haan eseguita dall’orchestra dei 55 fiati della Città Metropolitana alla fantasia in fa minore di Telemann che vedrà una coppia di ballerini danzare nella piscina cruciforme degli Scavi sulle note di un flauto solista; dalle chitarre che faranno risuonare le sale della Reggia di Portici su un brano di Sylvius Leopold Weiss del ‘700, il periodo in cui la dimora borbonica fu realizzata per volere di Carlo III, fino a ‘O sole mio suonata da 75 chitarre e mandolini dell’orchestra dei plettri; dai Queen a Bach, dai Coldplay a Beethoven, dalla Nutatta ’e sentimento a Kabelevsky: gli allievi dei licei mostreranno tutta la loro poliedrica bravura in un concerto che si annuncia memorabile. La scaletta prevede una performance corale della durata di circa 3-4 minuti per ognuno degli undici licei partecipanti, una per ciascuna delle 4 orchestre della Città Metropolitana (plettri, fiati, percussioni e sinfonica costituite trasversalmente da allievi di tutti i licei metropolitani) più undici performance soliste (una per istituto) realizzate negli spazi più affascinanti degli Scavi, della Reggia e del Mav.
Daranno vita a questa grande kermesse, ancorché virtuale, i licei musicali “Melissa Bassi e Margherita di Savoia” di Napoli, “Grandi” di Sorrento, “Moscati” di Sant’Antimo, “Munari” di Acerra, “Severi” di Castellammare di Stabia, “Albertini” di Nola, “Rosmini” di Palma Campania e “Pitagora – Croce” di Torre Annunziata, il liceo musicale e coreutico “Boccioni Palizzi” di Napoli e il liceo coreutico “Pascal” di Pompei. “Quest’anno la Festa della Musica è particolare”, ha affermato il consigliere Maddaloni, “però siamo felici che diversi ragazzi abbiano la possibilità di esibirsi nei luoghi dell’arte e della cultura. Un ringraziamento agli uffici della Città Metropolitana, a tutte le istituzioni, ai professori e agli alunni che hanno consentito questo appuntamento. Ci auguriamo che questo sia un segnale di ripartenza”.
#iorestoacasa. Pasqua social per il museo Archeologico nazionale di Napoli. Viaggio nell’alimentazione dei romani attraverso alcuni reperti conservati al Mann
La Pasqua social del museo Archeologico nazionale di Napoli non riguarda soltanto i depositi del Museo (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2020/04/11/iorestoacasa-pasqua-social-per-il-museo-archeologico-nazionale-di-napoli-incursione-tra-i-tesori-conservati-nei-ricchi-depositi-con-anteprima-della-mostra-di-luigi-spina-sing-sing-il-cor/), ma traccia anche dei particolari itinerari tematici per i cyber visitatori: tra i motivi da approfondire, in sintonia con il periodo, c’è l’alimentazione, grazie alla riproposizione online dei contenuti della mostra “Res rustica. Archeologia e botanica nel 79 d.C.”. Spaziando tra gli affreschi pompeiani ed i reperti di archeobotanica studiati dal Dipartimento di Agraria dell’Ateneo federiciano, viene così composto un fantasioso menu dei romani per le festività 2020, con un racconto, per immagini e parole, sul grano, che oggi è la base di “casatielli” e pastiere, e sulle mandorle, tipiche della colomba.
Buona Pasqua 2020, a tavola con i Romani! “Partiamo dal grano e dal pane, per conoscere l’alimentazione degli antichi! Riscopriamo, così, la mostra “Res rustica. Archeologia e botanica nel 79 d.C.” , in programma al Mann da novembre 2018 a marzo 2019. Iniziamo con il grano, base per le specialità pasquali, dal casatiello alla pastiera. Esiste anche oggi la pastiera di farro, cereale utilizzato sia come farina che come grano. Nei materiali conservati al Mann, nella celebre collezione dei commestibili valorizzata dalla mostra, il cereale più comune è proprio il farro. È un frumento a semina autunnale che matura in estate e, dopo la trebbiatura, richiede un processo di pulitura che liberi le cariossidi dai loro involucri, le glume. Il farro è il cereale che, a Pompei, è la base per il pane: un ingrediente per focacce e zuppe, usato da solo e mescolato con altri cereali e legumi. Di origine medio-orientale, il farro nel mondo antico era già coltivato da Babilonesi ed Egizi”.
Ora è il momento di pensare alla colomba, partendo da un’antichissima coppetta con mandorle. “Chiaro è il significato simbolico della colomba pasquale secondo la religione cristiana: richiama pace, salvezza e resurrezione. L’origine del dolce è un po’ meno certa. Una leggenda ricorda che, quando il Re longobardo Alboino riuscì finalmente a conquistare Pavia nel 572 d.C., i cittadini blandirono il nuovo sovrano solo con soffici dolci di pane a forma di colomba. Eppure, la storia più attendibile del dolce risale agli anni ’30 del Novecento: a Milano, la colomba pasquale fu “inventata” per mantenere attivi gli stabilimenti della Motta utilizzando lo stesso impasto del panettone, pur creando un differente prodotto su cui si decise di utilizzare le mandorle. Il mandorlo è un albero originario delle montagne dell’Asia centrale: inizia ad essere coltivato in queste regioni almeno 6000 anni fa e viene introdotto in Italia in epoca imprecisata. È il primo albero da frutto a fiorire. Le mandorle sono già abbondantemente presenti tra i materiali conservati al Mann”.

Cestini con formaggio su affresco da villa Arianna di Stabiae conservato al museo Archeologico di Napoli (foto Mann)
Buona Pasqua 2020 con un affresco del Mann proveniente dalla Villa Arianna di Stabiae. Grazie alla nostra esposizione “Res rustica. Archeologia e botanica nel 79 d.C.” abbiamo approfondito alcuni importanti aspetti dell’alimentazione dei romani. “Come ci ricorda quest’affresco, che rappresenta cestini di formaggio (verosimilmente ricotta) ed un fascetto di asparagi, la dieta degli antichi era varia. Se dovessimo immaginare un cittadino di Pompei vegetariano, sicuramente la sua dispensa avrebbe contenuto papaveri, agretti, ruta, bietole, porri, rape, menta, zucca e, naturalmente, asparagi, di cui parla anche Plinio. Eppure molti amavano i prodotti caseari: con il latte, si producevano diversi tipi di formaggio e ricotta fresca. Ed in giorni in cui gustiamo la ricotta salata, così come fave e formaggio, è bello ricordarlo…”.
Ercolano. Eccezionale scoperta: per la prima volta al mondo trovati i resti vetrificati di cervello umano. Erano in una vittima dell’eruzione del 79 d.C.. Lo studio, frutto della collaborazione dell’università Federico II di Napoli e del parco, pubblicato sul New England Journal of Medicine. Il prof. Petrone, autore della scoperta, racconta la ricerca nei “Lapilli di Ercolano”
A guardarlo sembra uno scarto di lavorazione, un grumo di vetro caduto durante la produzione. E invece rappresenta una delle più grandi scoperte dell’archeologia degli ultimi anni: rinvenuti i resti di cervello di una vittima dell’eruzione del 79 d.C. nella città di Ercolano. La conservazione di tessuto cerebrale è un evento estremamente raro in archeologia, ma è la prima volta in assoluto che vengono scoperti resti umani di cervello vetrificati per effetto del calore prodotto da un’eruzione. Ancora una volta, l’antica Ercolano si impone al centro dell’attenzione internazionale grazie ad una nuova sensazionale scoperta ad opera di un team di antropologi e ricercatori guidato da Pier Paolo Petrone dell’università Federico II di Napoli, che da anni studia gli effetti delle eruzioni del Vesuvio sul territorio campano e le popolazioni che lo hanno abitato nel passato. Ed è lo stesso prof. Petrone a raccontare questa eccezionale scoperta nella quarta clip dei “Lapilli del parco archeologico di Ercolano”.
La notizia della scoperta era stata data alla fine di gennaio 2020, poco prima dell’esplosione dell’emergenza da coronavirus, che ha cambiato l’approccio al patrimonio culturale italiano, chiuso al pubblico per decreto. Infatti proprio al 23 gennaio 2020 il New England Journal of Medicine, prestigiosa rivista medica leader a livello mondiale, aveva pubblicato i risultati di uno studio sui resti di materiale cerebrale rinvenuti in una delle vittime dell’eruzione, il cui scheletro si trova ancora oggi in uno degli ambienti di servizio del Collegio degli Augustali. Allo studio hanno preso parte il direttore del Parco Francesco Sirano, insieme al prof. Piero Pucci del CEINGE – Biotecnologie Avanzate e il prof. Massimo Niola dell’università di Napoli Federico II, insieme a ricercatori dell’università di Cambridge. L’eruzione, che nel 79 d.C. colpì con valanghe di cenere bollente Ercolano e Pompei uccidendo all’istante tutti gli abitanti, in poche ore seppellì l’intera area vesuviana fino a 20 km di distanza dal vulcano. Negli anni ’60, durante gli scavi condotti dall’allora soprintendente Amedeo Maiuri, nella cenere vulcanica furono rinvenuti un letto ligneo e i resti carbonizzati di un uomo, che gli archeologi ritengono fosse il custode del Collegio consacrato al culto di Augusto. Nell’ambito di una decennale collaborazione scientifica con Francesco Sirano, recenti indagini sul campo, condotte da Pier Paolo Petrone, hanno portato alla scoperta nel cranio della vittima di materiale vetroso, nel quale sono state identificate diverse proteine ed acidi grassi presenti nei tessuti cerebrali e nei capelli umani. L’ipotesi degli studiosi è che l’elevato calore sia stato letteralmente in grado di bruciare il grasso e i tessuti corporei della vittima, causando la vetrificazione del cervello.

Il letto carbonizzato con il corpo del Custode scoperto da Maiuri ad Ercolano nel 1961 (foto Petrone)
Il racconto del prof. Pier Paolo Petrone, antropologo forense e direttore del Laboratorio di Osteobiologia Umana e Antropologia Forense, Dipartimento di Scienze Biomediche Avanzate presso l’università di Napoli Federico II. “Ancora una volta – sottolinea – le ricerche condotte in collaborazione con il parco archeologico di Ercolano ci hanno permesso come università di Napoli, in particolate come laboratorio di Antropologia forense presso il dipartimento di Scienze biomediche avanzate della Federico II, di giungere a una scoperta eccezionale, quella dei resti vetrificati di un cervello dallo scheletro del cosiddetto Custode, una vittima dell’eruzione, un giovane uomo, rinvenuto nel 1961 dal direttore dell’epoca, Amedeo Maiuri, all’interno di un letto ligneo completamente carbonizzato e sepolto dalle ceneri. Per fortuna il direttore dell’epoca ha pensato di musealizzare questo reperto e noi, dopo 60 anni, abbiamo scoperto che all’interno del cranio di questa vittima si sono preservati dei resti vitrei, vetrificati, del cervello di questo individuo. Questa è stata una scoperta eccezionale pubblicata il 23 gennaio scorso dal New England Journal of Medicine, la massima rivista di medicina al mondo, che appunto riporta i risultati di questo studio che ci ha permesso, attraverso una serie di analisi, biomolecolari e di proteomica, di rinvenire e di scoprire all’interno di questi resti una serie di acidi grassi, tipici dei trigliceridi del cervello umano, e anche dei capelli umani, ma soprattutto una serie di sette proteine degli enzimi altamente rappresentati in tutti i tessuti cerebrali umani: parliamo di amigdala, cerebrocertex, ipotalamo, e così via”.

Una tavoletta in legno carbonizzato con iscrizione da Ercolano (foto da “Ercolano tre secoli di scoperte”, a cura di M. Borriello, M. P. Guidobaldi, P. G. Guzzo, Napoli 2008)
“Quindi – continua – una scoperta oggettivamente unica al mondo in quanto mai prima d’ora né in campo archeologico né tanto meno in ambito medico-legale o forense è stato mai prima scoperto un residuo del genere. La vetrificazione è nota in archeologia ma riguarda essenzialmente reperti vegetali. Infatti anche noi abbiamo scoperto, sempre nel sito di Ercolano, dei frammenti di legno carbonizzato in parte vetrificati. Quindi questo ancora una volta ci fa sottolineare l’importanza della collaborazione tra l’università di Napoli e il parco archeologico di Ercolano, in particolare nella persona del direttore Francesco Sirano, che da anni ci dà la possibilità di studiare questi reperti fondamentali sia per quanto riguarda lo studio della storia, dell’archeologia, della cultura romana e della popolazione di Ercolano, ma anche soprattutto se vogliamo dal punto di vista del rischio vulcanico cui qui sono esposti oltre 3 milioni di persone oggi a Napoli. Il Vesuvio dista solo sei chilometri da Ercolano e poco più del doppio da Napoli. Questo tipi di studi – conclude – sono fondamentali da vari punti di vista, e così si aggiungono ad altri ancora in corso molto importanti che spero presto potranno portare ulteriori grandi risultati”.
“Sin dalle eccezionali scoperte avvenute all’inizio degli anni ‘80 del 900 presso l’antica spiaggia, il campione antropologico offerto dal sito di Ercolano si è rivelato di estremo interesse”, dichiara il direttore Sirano. “Gli studi di antropologia fisica sono ora supportati da analisi di laboratorio sempre più sofisticate. Stiamo inoltre associando ad esse innovative ricerche sul DNA degenerato che, come sembrano dimostrare lavori di prossima edizione da parte del prof. Petrone, ha ancora racchiuse in sé alcune parti della sequenza del codice in grado di chiarire origine e grado di parentela delle vittime ritrovate nelle rimesse delle barche presso l’antica spiaggia. Questi straordinari dati possono peraltro confrontarsi con quelli derivanti dalle analisi sui materiali organici e sui coproliti rinvenuti nel corso degli scavi nelle fogne sotto il cardo V (scavi condotti in collaborazione con la Fondazione Packard) che hanno chiarito tanti aspetti del regime alimentare e contribuito ad arricchire il quadro delle più frequenti patologie che affliggevano gli abitanti di Herculaneum. Se pensiamo a tutto quanto conosciamo attraverso la variegata documentazione scrittoria antica formata da documenti pubblici e privati (epigrafi su marmo, tavolette cerate, papiri, graffiti) – conclude il direttore – davvero si comprendono l’inestimabile valore e le potenzialità ancora inespresse da questo prezioso sito UNESCO che il Parco Archeologico conserva e valorizza in un’ottica di ricerca aperta e multidisciplinare”.
Paestum. Giornata di presentazione delle indagini archeologiche nel parco archeologico
Giornata speciale, venerdì 21 febbraio 2020, a Paestum dedicata alla presentazione delle indagini archeologiche nel parco archeologico. Intenso il programma con inizio alle 10 con i saluti e la presentazione del direttore del parco archeologico di Paestum e Velia, Gabriel Zuchtriegel. Seguono gli interventi: “Nuovi scavi dall’area dell’Athenaion: la campagna del 2019” di Fausto Longo e Maria Luigia Rizzo (università di Salerno); “New light once more on the temple of Athena” di Albert e Rebecca Ammerman (Colgate University of New York); “Saggi di scavo nell’agorà di Poseidonia” di Emanuele Greco e Marina Cipriani (Fondazione Paestum); “Gli scavi dell’unior a Poseidonia-Paestum [campagne 2018/2019]” di Laura Ficuciello (università di Napoli “L’Orientale”); “La casa dei sacerdoti nel santuario meridionale: i dati provenienti dalla recente indagine” di Giovanni di Maio e Serenella Scala (Parco Archeologico di Paestum e Velia – Geomed); seguo il dibattito. Dopo il coffee break, “Dati preliminari sulla campagna di scavo 2019 nell’abitato preromano di Paestum: le nuove sequenze stratigrafiche dalla porzione centrale e settentrionale della domus II nell’IS 2” di Rachele Cava e Guglielmo Strapazzon (Parco Archeologico di Paestum e Velia – Cooperativa Archeologia); “Le fornaci dell’insula 10-12: testimonianze di un impianto produttivo coloniale” di Francesco Mele, Rosa De Venezia, Jessica Elia, Manuela Ferraioli, Letterio Giordano (Parco Archeologico di Paestum e Velia – Ganosis/Edilco); “Santuario di Hera al Sele: la ricerca continua” di Bianca Ferrara (università di Napoli “Federico II”); “La tutela archeologica nel territorio di Paestum” di Maria Tommasa Granese (Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Salerno e Avellino). Dopo il dibattito, le conclusioni di Gabriel Zuchtriegel.
La doppia erma di Erodoto/Tucidide dal museo Archeologico nazionale di Napoli alla Corte Europea di Giustizia: è la terza “ambasciatrice” del Mann in mostra temporanea al Palais lussemburghese, nuova prestigiosa collaborazione internazionale col progetto Obvia dell’università Federico II
Dopo quelle di Seneca e di Pseudo Seneca ecco l’erma bifronte di Erodoto/Tucidide. La destinazione è sempre la stessa: la Corte di Giustizia dell’Unione Europea. La provenienza sempre la stessa: il museo Archeologico nazionale di Napoli. Dal 29 gennaio 2020 la cerimonia inaugurale dell’esposizione temporanea della doppia erma che, grazie al progetto Obvia, resterà al Palais lussemburghese per 18 mesi. “Per la terza volta il museo Archeologico nazionale di Napoli è orgoglioso di prestare alla Corte di Giustizia un capolavoro archeologico estremamente significativo”, ricorda il direttore del Mann, Paolo Giulierini. “Si tratta infatti di un’erma di età imperiale romana con due titani della storiografia a confronto: Erodoto e Tucidide. Entrambi non scrivono in un comodo studiolo. Erodoto è un profugo cacciato dalla patria per motivi politici, e si arricchisce con viaggi e permanenze che lo vedono collegare, idealmente, almeno l’Anatolia, Babilonia, l’Egitto, Atene e la Magna Grecia. Tucidide ad un certo punto pare che sia stato esiliato da Atene in Macedonia per aver fallito un incarico militare contro gli Spartani ed abbia appoggiato, dopo il primitivo sogno di Pericle, il regime oligarchico ateniese controllato da Sparta. E tuttavia, pur nella imperfezione e difficoltà delle vite dei due personaggi, nell’opera si coglie la potenza delle idee, che acquisiscono un valore eterno e la volontà di conservare la memoria, patrimonio fondante dell’identità dei popoli. Non c’è giustizia senza storia, e non ci può essere giustizia senza memoria. Questo è il messaggio che il Mann e Napoli portano alla Corte in questa nuova occasione. Grazie al Presidente di averci dato nuovamente voce”.
La doppia erma di Erodoto/Tucidide (II sec. d.C.) del museo Archeologico nazionale di Napoli è partita nei giorni scorsi alla volta della prestigiosa istituzione lussemburghese: l’opera, esposta al Palais per 18 mesi, è la terza “ambasciatrice” del Mann alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Grazie al progetto “Obvia-out of boudaries viral art dissemination”, realizzato in rete con l’università di Napoli “Federico II”, la doppia erma di Erodoto/Tucidide è il nuovo prestito che unisce il Mann e la Corte di Giustizia dell’UE: la scultura è stata preceduta dall’Erma di Socrate (nel 2017, prima opera italiana in assoluto “ospitata” nel Palazzo lussemburghese) e dallo Pseudo Seneca. “Obvia, Out Of Boundaries Viral Art Dissemination è un progetto universitario adottato del Mann che nasce da un Protocollo d’intesa”, dichiara Daniela Savy, ricercatrice di Diritto dell’Unione europea e docente di Diritto europeo dei beni culturali, “tra l’università Federico II ed il museo Archeologico, per la promozione dell’immagine del Museo sul piano nazionale ed internazionale ai fini dell’audience development inteso quale aumento della partecipazione dei pubblici. Arte senza confini, quindi, per coinvolgere anche altre Istituzioni pubbliche di rilievo internazionale nell’attività di disseminazione della conoscenza delle opere custodite nel Museo”.
Il prestito della Doppia Erma alla Corte di Giustizia dell’UE in Lussemburgo inaugura una nuova stagione di prestigiose relazioni internazionali, nell’ottica della valorizzazione del patrimonio museale. “È un onore per la Corte di Giustizia dell’Unione europea continuare la proficua collaborazione con il museo Archeologico nazionale di Napoli ed accogliere presso la propria sede la doppia erma di Erodoto/Tucidide”, dichiara la prof.ssa Lucia Serena Rossi, giudice italiano presso la Corte di Giustizia dell’Unione europea. “Questa nuova opera, preceduta dall’Erma di Socrate e dallo Pseudo Seneca, si distinguerà tra i capolavori, provenienti da tutto il mondo, esposti presso il Palais della Corte di Giustizia e testimonierà la ricchezza dei nostri Musei nonché la grande sensibilità per la divulgazione del nostro patrimonio culturale in una delle più autorevoli sedi istituzionali europee. La Corte di Giustizia, pertanto, non può che essere lieta ed orgogliosa di ricevere questa nuova e prestigiosa testimonianza della cultura italiana”.
Una scelta densa di significato, dunque, per la nuova esposizione temporanea di un capolavoro del museo Archeologico alla Corte di Giustizia dell’UE: replica di modelli statuari bronzei risalenti al IV sec. a.C. , di cui è attestato un esiguo numero di copie di età romana, l’opera doveva far parte di un’antica galleria di erme bicipiti in un edificio pubblico nell’area degli Horti Maecenatis all’Esquilino. Le teste dei due storici sono legate, eppure guardano in diverse direzioni, confermando i concetti di continuità e differenza, tipici della Doppia Erma: da una parte vi è Erodoto, definito da Cicerone “il padre della storiografia”, fondatore di un metodo rigoroso di analisi dei fatti, grazie a cui sono esaminate non soltanto le ragioni degli avvenimenti, ma anche le connessioni multidisciplinari del discorso; dall’altra Tucidide, “lo storico della ragione”, lucidissimo narratore ed implacabile testimone della Guerra del Peloponneso, raccontata con rigore ed attenzione alla matrice economica del conflitto. Il pensiero di Erodoto e Tucidide è alla base della cultura occidentale ed è stato riferimento imprescindibile, per gli studiosi di qualsiasi epoca, nel dibattito sui concetti di città, democrazia, giustizia.
Dai calchi di Pompei alle mummie egizie: al museo Egizio di Torino, dopo Napoli-Pompei, secondo atto della conferenza internazionale “Human remains: ethics, conservation, display”. Antropologi, medici, universitari, ricercatori, funzionari, direttori di musei affrontano il problema della conservazione e della visualizzazione dei resti umani

La locandina della sessione al museo Egizio di Torino della conferenza internazionale “Human remains: ethics, conservation, display”
“Human remains: ethics, conservation, display”, atto secondo. Al museo Egizio di Torino. Dai calchi di Pompei alle mummie egizie. Quanto è lecito esporre un corpo umano al pubblico? Il corpo ha ancora dei diritti? O tali diritti vengono considerati di minore importanza rispetto al valore scientifico che racchiude? Un corpo umano può essere proprietà di un ente o esso ne è solo il custode? Quali diritti hanno le comunità di eredità (cioè quelle che con quei corpi hanno ancora un legame)? A queste e a molte altre domande rispondono, ciascuno dal suo punto di vista, antropologi, medici, universitari, ricercatori, funzionari, direttori di musei, chiamati a confrontarsi nella conferenza Internazionale che, dopo la tappa di maggio al parco archeologico di Pompei e all’università Federico II di Napoli, approda al museo Egizio di Torino lunedì 30 e martedì 1° ottobre 2019, col coordinamento scientifico di Massimo Osanna (università Federico II), Christian Greco (museo Egizio), Valeria Amoretti (parco archeologico di Pompei) e Paolo Del Vesco (museo Egizio) (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/05/21/dai-calchi-di-pompei-alle-mummie-egizie-tra-pompei-e-napoli-la-conferenza-internazionale-human-remains-ethics-conservation-display-antropologi-medici-universitari-ricercatori/). Tutelare, conservare, esporre i resti umani consegnatici in maniera straordinaria dalla storia, assicurando il più alto rispetto etico di questo patrimonio unico, è il delicato compito di alcune istituzioni come il parco archeologico di Pompei e il museo Egizio di Torino, partner del progetto, accomunato dalle stesse problematiche, in particolare riguardo alle mummie. Come il precedente evento, la conferenza di Torino intende affrontare il problema della conservazione e della visualizzazione dei resti umani (http://www.humanremains.org), ma con particolare attenzione alle mummie, data la natura della collezione del museo Egizio.
Nella piena consapevolezza del fatto che non esiste una risposta unica alla questione dell’accettabilità o meno dell’esposizione umana e che una varietà di strategie espositive sono state adottate da diverse istituzioni sulla scena internazionale, questi giorni di studio vogliono dare voce alla vasta gamma di approcci a una questione così delicata. L’apertura a discipline al di fuori dell’Egittologia rimane un prerequisito indispensabile per il dibattito sull’esibizione umana. Da qui il desiderio di coinvolgere antropologi fisici e culturali, biologi, restauratori, sociologi, curatori e operatori di musei, medici legali e paleopatologi. La conferenza sarà divisa in tre sezioni: I vivi e i morti; Preservare il corpo, preservare la mummia; Musei e mostre: casi studio. Questioni etiche e punti di discussione. Alla fine della conferenza, le questioni più urgenti e i principali punti di riflessione emersi negli ultimi due giorni saranno discussi e discussi tra tutti i partecipanti.
“Dei Uomini Eroi”: al museo Ermitage di San Pietroburgo la più grande mostra su Pompei mai realizzata in Russia con 200 opere dal museo Archeologico nazionale di Napoli e dal parco archeologico di Pompei

L’arco trionfale fulcro della mostra “DEI, UOMINI, EROI. Dal museo Archeologico nazionale di Napoli e dal parco archeologico di Pompei” al museo Ermitage di San Pietroburgo (foto Paolo Soriani)

I firmatari del protocollo di San Pietroburgo: da sinistra, Massimo Osanna (Pompei), Paolo Giulierini (Mann), Michail Piotrovskij (Ermitage)
Dei Homines Heroes: la scritta in caratteri cubitali latini campeggia sul grande arco trionfale rosso pompeiano, colore che avvolge tutto l’ambiente circostante. Attraversare quell’arco significa fare un viaggio indietro nel tempo di duemila anni e approdare in una città romana particolare, speciale: Pompei. Siamo a San Pietroburgo, al museo statale dell’Ermitage, per la precisione nelle ampie sale del Manege del Piccolo Ermitage (un palazzo a due piani eretto tra il Palazzo d’Inverno, antica residenza imperiale dei Romanov, e il Nuovo Ermitage, il primo palazzo in Russia a venire espressamente costruito per ospitare le collezioni del Museo). È qui che, ancora per pochi giorni – fino al 23 giugno 2019 -, si potrà attraversare quell’arco trionfale, fulcro della mostra “DEI, UOMINI, EROI. Dal museo Archeologico nazionale di Napoli e dal parco archeologico di Pompei”, e immergersi nell’atmosfera dell’antica Pompei. La fine improvvisa di Pompei – avvenuta tra il 24 agosto o, come suggerirebbero anche le più recenti scoperte, in ottobre (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/10/16/pompei-la-scoperta-di-uniscrizione-a-carboncino-nella-casa-con-giardino-sposterebbe-la-datazione-delleruzione-del-vesuvio-del-79-d-c-da-agosto-a-ottobre-lannuncio-durante/) – ha in molti casi cristallizzato scene, situazioni e persone, colte di sorpresa in quel tragico momento, nelle attività consuete. Una città intera, con le sue case, gli edifici pubblici, le vie, i negozi, le fabbriche, i templi e i mercati, con i suoi abitanti ma anche con i tanti oggetti in uso nei diversi ambienti, è stata riportata in luce a partire dal 1748 e continua tuttora a rivelare nuovi siti e nuove opere. Poi, a fine giugno, le quasi 200 opere, tra affreschi, statue, mosaici, bronzi e preziosi vetri, torneranno a Napoli e Pompei.

Il rosso pompeiano domina nell’allestimento della mostra “Dei, uomini, eroi” all’Ermitage di San Pietroburgo (foto Paolo Soriani)
A 185 anni dalla prima mostra su Pompei in Russia – era il 1834 -, sempre a San Pietroburgo, mostra che, nonostante fosse esposto un solo dipinto “L’ultimo giorno di Pompei” di Karl Brjullov, fu un successo clamoroso, fortemente ispiratore e in merito al quale scrissero anche Puskin e Gogol, l’esposizione “DEI, UOMINI, EROI. Dal museo Archeologico nazionale di Napoli e dal parco archeologico di Pompei” verrà ricordata in Russia come la più importante mai realizzata su Pompei e sulle città vesuviane, grazie ai capolavori che i due partner Italiani – il Mann, vero forziere di testimonianze delle città sepolte dal Vesuvio nel 79 a.C., e il parco archeologico di Pompei – hanno concesso alla luce dell’importante accordo di collaborazione sottoscritto nel 2015 con il museo statale Ermitage. “Dei, uomini, eroi”, organizzata dal Dipartimento di Antichità Classiche dell’Ermitage, guidato da Anna Trofimova, è curata per la parte italiana da Paola Rubino De Ritis, Valeria Sanpaolo e Luana Toniolo, con la direzione scientifica di Paolo Giulierini, direttore del Mann, e Massimo Osanna, professore ordinario all’università di Napoli “Federico II” e Alfonsina Russo, direttrice ad interim del parco archeologico di Pompei; per il museo Ermitage è curata dalla stessa Anna Trofimova e Andrey Zuznecov. L’esposizione si avvale del supporto organizzativo di Villaggio Globale International, della collaborazione di Ermitage Italia, dell’Ambasciata d’Italia a Mosca, del Consolato Generale d’Italia e dell’Istituto Italiano di Cultura di San Pietroburgo, ed è accompagnata nel nostro Paese da catalogo Electa, con contributi di Luigi Gallo, Massimo Osanna, Federica Rossi, Valeria Sanpaolo, Luana Toniolo e Anna Trofimova.
“Siamo orgogliosi di aver portato per la prima volta una mostra epocale su Pompei all’Ermitage”, commenta Paolo Giulierini, direttore del Mann. “Si tratta in fondo di quei tesori che determinarono la rinascita del gusto per l’antico, il Neoclassicismo, di cui la mostra di Canova in corso al Mann, promossa con il museo Ermitage, dà conto. In questo quadro europeo si deve cogliere pertanto l’operazione culturale che lega Napoli e San Pietroburgo, intimamente connesse anche dalla musica e dall’architettura settecentesca, con sviluppi futuri che vanno ben oltre le esposizioni”. E Alfonsina Russo, al momento dell’inaugurazione della mostra (aprile 2019), direttrice ad interim di Pompei: “Come all’epoca degli Zar, infervorati dalle suggestioni dei ritrovamenti e delle decorazioni delle case pompeiane, anche oggi l’interesse per Pompei travalica i confini nazionali. Oggi, senz’altro, con una prospettiva scientifica e grazie alla stretta sinergia tra grandi Istituzioni, quali quelle coinvolte per questa grande mostra che dimostrano di essere capaci di diffondere il senso profondo della cultura e della storia italiana e di saper valorizzare gli aspetti più artistici, a volte quelli meno conosciuti, di una civiltà che ci ha rappresentato e condotto al presente. Dei, Uomini, Eroi sintetizza già dal titolo, e dunque attraverso i reperti e gli affreschi esposti, quelli che erano i protagonisti attorno ai quali ruotava la vita dei pompeiani. Dai cittadini, impegnati nelle attività di tutti i giorni, di cui Pompei ci ha lasciato testimonianze uniche, agli Dei e agli Eroi da cui traevano ispirazione e che per questo erano presenti nelle raffinate decorazioni parietali, e non solo della domus, pompeiane”.

L’affresco con Dioniso e Arianna dalla Casa del Bracciale d’Oro di Pompei (foto parco archeologico di Pompei)
Vediamo di scoprire un po’ meglio i tesori che da Napoli e Pompei sono giunti sulle rive della Neva, a San Pietroburgo. Dunque gli “Dei” e gli “Eroi” innanzitutto: non solo quelli presenti nei decori e nelle opere di edifici pubblici come l’imponente “Erma di Mercurio” dal Tempio di Apollo o il Busto di Giove dal Capitolium, dedicato a Giove, Giunone e Minerva – entrambi in prestito dal Mann – ma anche e soprattutto all’interno della mura domestiche, nei Larari, nelle cucine e negli Atri. Gli splendidi affreschi con “Zeus in trono” dalla Casa dei Dioscuri e “Achille e Briseide” dalla Casa del Poeta Tragico (Mann), il “Dioniso e Arianna” e “Alessandro e Rossane” dalla Casa del Bracciale d’Oro e “Eracle e Deianira” e “Giunone ed Ebe” dalle ville di Stabia del parco archeologico di Pompei e ancora l’eccezionale tarsia in marmo con “Scena dionisiaca” riemersa dalla Casa dei Capitelli colorati, conservata nelle collezioni del museo Archeologico nazionale di Napoli, raccontano le gesta di divinità e eroi, rappresentandoli secondo l’uso del tempo da soli o con gli attributi che ne rendono immediata l’identificazione. L’usanza di ornare i giardini con raffigurazioni di divinità è testimoniata da statue come quelle provenienti dalla Villa A di Oplontis – la piccola e raffinata Venere realizzata verso la fine del I secolo a. C., che ancora conserva labili tracce di colore, o la statua di Nike – mentre i rilievi neoattici in mostra, inseriti a Pompei lungo le pareti delle abitazioni, ricordano la moda del tempo e l’interesse dei proprietari per le opere della Grecia.
Tuttavia il grande merito degli scavi vesuviani, promossi negli ultimi due decenni della prima metà del XVIII secolo da Carlo III di Borbone nelle città di Pompei, Ercolano e Stabiae, è stato quello di regalarci un inedito spaccato della vita quotidiana degli antichi romani, fino a quel momento pressoché sconosciuta; è in questo senso che la sezione della mostra dedicata agli “Uomini”, ricca anche delle rappresentazioni scultoree e pittoriche delle élites cittadine, assume particolare rilevanza. Dell’impressionante mole di oggetti d’uso comune riemersi a Pompei – crateri in bronzo, suppellettili in vetro e ceramica, pentole e padelle – sono stati selezionati per la mostra di San Pietroburgo esemplari di grande interesse, suddivisi per tipologia e materiali, che consentono di ricostruire le usanze, i commerci, le attività artigianali e quelle quotidiane: dall’educazione alla tavola. Un braciere dalla terme Stabiane ormai in disuso, uno scaldaliquidi in bronzo dalla Villa di Arianna di Stabia, con rubinetto a testa di leone e tre cigni ad ali spiegate sul bordo del fornello, alti candelabri per illuminare i triclini o un cratere come quello di Giulio Polibio ageminato con effetti policromi; così come la bellissima cassaforte in ferro e bronzo con complessi e ingegneristici sistemi di chiusura, posta solitamente nell’atrio, lì dove il padrone di casa presentava se stesso, e – ancora – tavoli di marmo riccamente decorati (bellissimo quello prestato dal parco archeologico di Pompei con due animali fantastici) illustrano tanti aspetti degli usi pompeiani.

Il rilievo da Pompei del capomastro (structor) Diogenes mostra gli strumenti utilizzati per le attività edili (foto parco archeologico di Pompei)
Il rilievo del capomastro (structor) Diogenes mostra gli strumenti utilizzati per le attività edili – un filo a piombo, una cazzuola, una mazza a taglio ortogonale, uno scalpello e un archipendolo – e i 4 affreschi dai praedia della ricca pompeiana Giulia Felice, offrono uno sguardo emozionante sui piccoli, grandi fatti che si svolgevano nel foro, in una giornata di mercato (le nundinae): “Vendita di vasellame”, “Vendita di tessuti” “Lettura di editto”, “Punizione dello scolaro”. Quindi, da Napoli, oggetti di grande raffinatezza e prestiti eccezionali, come l’assoluto unicum del “Vaso blu”, capolavoro in vetro blu e cammeo che costituisce una delle opere iconiche del Mann (scoperto dai Borbone nella necropoli di Pompei nel 1837) e le lastre in vetro cammeo di “Arianna” e “Dioniso e Arianna” dal parco archeologico di Pompei.
Non si potevano dimenticare il teatro e i giochi gladiatori. Ricchi arredi in marmo per i giardini delle case pompeiane recanti a rilievo raffigurazioni teatrali, così come le matrici in gesso di maschere selezionate per l’occasione testimoniano la passione degli abitanti di Pompei per il teatro, mentre affreschi, elmi e schinieri in bronzo, decorati con scene mitologiche che raccontano a loro volta di Dei ed Eroi – riaffiorati dalle ceneri del tempo – ricordano ai visitatori dell’Ermitage l’importanza e la diffusione nel mondo romano dei giochi gladiatori, tanto amati dal popolo, e fanno sognare le meraviglie conservate in Italia nelle due prestigiose sedi campane. “Dei, Uomini, Eroi” è dunque un evento di assoluto rilievo per Napoli e per il museo russo. È nota del resto la passione degli Zar e delle classi aristocratiche russe per Pompei, testimoniata anche dalla presenza di un nucleo di antichità pompeiane all’Ermitage e dal travolgente gusto “alla pompeiana” diffuso nelle decorazioni di palazzi, suppellettili e nella letteratura della Grande Madre Russia. Così come è noto l’interesse che il mondo e la cultura russi hanno sempre dimostrato per le città vesuviane, la costiera amalfitana e le isole campane, specialmente Capri, a partire dai vedutisti che hanno immortalato nelle opere i paesaggi italici. Un amore evidente anche ai tempi di Caterina la Grande, quando le musiche di Cimarosa e Paisiello allietavano i teatri e la corte di San Pietroburgo.

Il corridoio sopraelevato della sala del Maneggio con l’esposizione di documenti storici (foto Paolo Soriani)
Ma non è finita. Nel corridoio sopraelevato sono esposti per l’occasione documenti storici – foto ottocentesche, stampe antiche, volumi e acquarelli – su Pompei e gli scavi in corso a quel tempo e, vera chicca, una selezione di circa 70 opere di proprietà dell’Ermitage, in gran parte mai esposte prima d’ora e conservate nei depositi, provenienti dalle antiche città vesuviane. Si tratta per lo più di doni, come nel caso della statua di “Bambino con un uccellino” (un marmo alto 65 cm) o della “Bilancia a stadera con un busto di Caligola” rinvenuti a Pompei nel 1845 e nel 1846 alla presenza di Nicola I e regalati allo Zar dal re di Napoli Ferdinando II. Una testimonianza concreta dei rapporti e dell’amicizia che ha sempre legato Napoli alla Russia.










































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