Ad Aquileia in prima assoluta il film “Incanto” che, seguendo gli studi di don Pressacco, ci aiuta a collegare l’Aquileia del I secolo d.C. con Alessandria d’Egitto e a interpretare la nascita e la diffusione del Cristianesimo Aquileiese
“Incanto”: non poteva essere scelto titolo più indicato per il film di Marco D’Agostini: un viaggio di scoperta attraverso la ricerca storica e le intuizioni di don Pressacco, uno dei protagonisti della scena culturale friulana di fine Novecento, che ci aiuta a collegare l’Aquileia del I secolo d.C. con Alessandria d’Egitto e a interpretare la nascita e la diffusione del Cristianesimo Aquileiese. Ecco dunque l‘incanto della basilica e dei suoi splendidi mosaici testimonianza di fede prima ancora che di arte unica. Ecco l’incanto dei ritmi, delle musiche, dei canti che da questa basilica sono stati elementi di identità di un’intera comunità cristiana. Per iniziativa della Fondazione Aquileia, con il patrocinio del Comune di Aquileia, martedì 30 luglio 2019, alle 21, verrà proiettato in prima assoluta sul grande schermo in piazza Capitolo “Incanto”, l’ultimo documentario del regista Marco D’Agostini nato da un progetto dell’Associazione culturale don Gilberto Pressacco e prodotto da Agherose. Il film è stato realizzato con il sostegno di Fondo per l’Audiovisivo del FVG, Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Fondazione Friuli, Fondazione Aquileia, CIRF dell’Università di Udine, patrocinato dalla Società Filologica Friulana e distribuito da Forum editrice. In caso di pioggia la proiezione si svolgerà nella Sala Romana affacciata su piazza Capitolo.
“L’idea del documentario “Incanto” – spiega la produzione Agherose – prende le mosse da una ricognizione sull’operato della figura di don Gilberto Pressacco (1945-1997) protagonista della scena culturale friulana di fine Novecento per le sue originali idee sulle origini e la diffusione del Cristianesimo Aquileiese e per le sue attività di rilievo in campo musicologico e corale. Questi temi, apparentemente localistici, sono in realtà di ampio interesse vista l’importanza storica della città di Aquileia e la diffusione di un insieme di canti corali e danze nelle comunità rurali friulane, portatori di un sistema ritualistico originale e rappresentativo di una pluralità di cristianesimi in tutto il bacino del Mediterraneo. In questo senso, raccontare Gilberto Pressacco è raccontare un caleidoscopio di suggestioni, un gioco di rimandi continuo: dagli studi in ambito musicale – partendo da una delle specificità del canto corale di area aquileiese – fino al tema della danza sacra e popolare. Di ritmo in ritmo, di nota in nota, fino alla ricerca dei lontani ascendenti di queste particolarità, Pressacco con la sua ricerca ha riannodato fili dispersi e sparpagliati dal tempo, giungendo a collegare Aquileia con Alessandria d’Egitto che durante il I sec. d.C. era la vera capitale del Mediterraneo”.
Turrida di Sedegliano è un piccolo centro che sorge a qualche centinaio di metri dal fiume Tagliamento. È qui che Gilberto Pressacco ha vissuto i suoi primi anni assorbendo i ritmi e la cultura di una civiltà contadina oggi scomparsa. Ed è qui che Pasquale Pressacco insieme a fratelli, racconta le atmosfere, la vita in famiglia, il carattere di Gilberto bambino. Durante il loro racconto, Pasquale e i fratelli mostrano le foto un po’ sgualcite e invecchiate, la camera rimasta quella di un tempo, gli spazi dove erano soliti giocare. Questa descrizione del personaggio è arricchita dalle immagini del Tagliamento, luogo dei giochi ma anche dei primi lavori, e dalle testimonianze di Sandro Azaele, prima allievo e poi amico di Pressacco, e da Gianpaolo Gri, compagno di studi e oggi antropologo ed esperto proprio di quella vita contadina che non c’è più.
“Dopo aver introdotto a livello biografico il “personaggio” don Gilberto Pressacco”, continua la produzione, “il film documentario procede su una doppia linea narrativa. Da una parte le ricerche legate al cristianesimo aquileiese e dall’altra alcuni aneddoti di vita ad arricchire il percorso. Nella parte centrale del documentario, quindi, il prete friulano diventerà il tramite attraverso il quale scoprire la sua affascinante ricerca, ricca di suggestioni e approfondimenti storico-religiosi. Rifacendosi anche ad altri studi e collegando spunti e conoscenze anche del campo musicologico, Gilberto Pressacco elaborò una teoria singolare e suggestiva: Aquileia e il territorio della bassa friulana sono stati la culla di una comunità religiosa di “terapeuti” proveniente da Alessandria d’Egitto che ha portato in questo territorio un primo Cristianesimo, probabilmente divulgato direttamente da San Marco. Una teoria che anche all’interno del documentario trova un contrappunto critico da parte di una studiosa e ricercatrice, Emanuela Colombi, docente di Cristianesimo delle origini all’università di Udine. Insieme a Luca De Clara (storico ed insegnante) siamo ad Aquileia, dove vengono illustrati alcuni aspetti cruciali della ricerca di don Pressacco ad un gruppo di studenti. Insieme a loro ci muoviamo all’interno della Basilica di Santa Maria Assunta e tra gli scavi nella zona dei mercati, in cui giovani archeologi stanno operando. Questo percorso è arricchito e intervallato da brevi sequenze di disegno animato che approfondiscono alcuni aspetti della ricerca visualizzando i contenuti e rendendo il tutto fruibile ad un ampio pubblico. Attraverso l’animazione infatti, viviamo le atmosfere del primo secolo dopo Cristo. Con una serie di disegni animati accompagniamo il tragitto di una nave mercantile lungo il mar Adriatico e vediamo sbarcare ad Aquileia, insieme alle merci, un gruppo di uomini con tuniche bianche. Sono loro i terapeuti che opereranno nella città romana e nelle altre zone della bassa friulana. Le immagini d’animazione sono arricchite da suoni, rumori e voci che provengono dalla notte dei tempi. In una sovrapposizione tra passato e presente, alla città di Aquileia del I sec. d.C. con i suoi 200mila abitanti si fondono i mosaici della Basilica giunti intatti fino a noi, testimoni proprio della vita e delle pratiche religiose del tempo; la zona dei mercati, oggi importante sito archeologico; il porto fluviale, luogo strategico per lo scambio di commerciale ma anche culturale”.
“Altro elemento chiave che funge da contrappunto alla narrazione è la musica e il canto corale. Le sequenze di un coro che sta provando alcuni canti tradizionali all’interno di una chiesetta con affreschi del ‘500 del medio Friuli (Santa Marizza), sono l’occasione che ci permette di ascoltare l’intensità del canto polifonico e nello specifico del canto a due cori (es. Scjarazzule Marazzule). La musica corale, con alcune versioni anche di canto gregoriano, ritornerà a cadenzare il racconto fondendosi e costituendo il supporto decisivo per dimensionare con intensità le immagini del territorio della bassa friulana (Aquileia, Grado, Palazzolo dello Stella, Codroipo). Alle immagini di oggi si succederanno anche frammenti di materiali audiovisivi d’archivio che mostrano la direzione del coro e le lezioni-concerto dello stesso Gilberto Pressacco che ha messo in luce più di altri l’originalità del cantare “popolare” e “sacro”. In questo contesto, la testimonianza di Claudio Zinutti, successore alla direzione del coro Candotti, e Milvio Trevisan, suo assistente, saranno fondamentali per approfondire l’aspetto umano e di insegnamento. Nell’ultima parte, coincidente con il racconto dell’ultimo periodo di vita e ricerca di don Gilberto Pressacco, i testimoni incontrati lungo il cammino, tracciano un bilancio della ricerca e dell’importanza del territorio friulano e della sua cultura. Un territorio spesso dimenticato, ma ricco di storia e originalità. Anche in questo caso”, si conclude la presentazione di “Incanto”, “Aquileia e infine Grado, sono i luoghi principali nei quali Sandro Azaele e Luca De Clara, espongono con forza e chiarezza l’importanza del passato da cui proveniamo. Passato ricco di confronto tra culture diverse, originalità musicale e incanto artistico”.
Aquileia Open day: tutte le aree archeologiche e i cantieri di scavo di Aquileia saranno aperti al pubblico che incontrerà sugli scavi archeologi e studiosi
“Open Day” delle aree archeologiche e dei cantieri di scavo ad Aquileia. Segnatevi la data sull’agenda: il primo appuntamento sarà sabato 29 giugno 2019, il secondo sabato 14 settembre 2019. Grazie alla collaborazione tra fondazione Aquileia, soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio del Friuli Venezia Giulia, Comune di Aquileia, università di Padova, di Trieste, di Udine, di Venezia e di Verona, Pro Loco Aquileia, associazione nazionale per Aquileia, Società Friulana di Archeologia tutte le aree archeologiche e i cantieri di scavo saranno aperti al pubblico e archeologi e studiosi aspetteranno cittadini e appassionati sugli scavi per raccontare le ultime scoperte e i risultati delle indagini più recenti. Durante la giornata dedicata alla riscoperta dello straordinario patrimonio archeologico di Aquileia, sito Unesco dal 1998, al mattino tra le 10.30 e le 12.30 e al pomeriggio tra le 15.30 e le 17.30, si possono visitare il foro romano scendendo tra le colonne, il porto fluviale, il sepolcreto, il cantiere delle grandi terme e del teatro, le mura a zig zag e il decumano di Aratria Galla, l’area del fondo Cal con i resti delle antiche domus, lo scavo delle Bestie ferite e di via Gemina, lo scavo dell’area dei mercati e delle antiche mura ai fondi Pasqualis e il fondo Sandrigo accanto al porto. Saranno visitabili anche la domus di Tito Macro sul fondo Cossar, dove si è concluso il primo lotto di lavori per la valorizzazione dell’area e la domus e palazzo episcopale in cui ci si può immergere nella storia di Aquileia. In tutte le aree ci saranno gli archeologi ad accogliere i visitatori e inoltre in piazza Capitolo, al foro, al porto fluviale e all’incrocio di via XXIV Maggio ci saranno dei punti di informazione dove trovare le mappe con l’indicazione delle aree archeologiche.
Svelato giallo archeologico. In Kurdistan iracheno la missione dell’università di Udine ha scoperto il luogo della battaglia di Gaugamela (330 a.C.) dove Alessandro Magno sconfisse il re persiano Dario III. Evento cruciale che fece nascere l’Ellenismo. Col progetto “Terre di Ninive” in sette anni mappati 1100 siti archeologici

Il prof. Daniele Morandi Bonacossi sul campo presso il sito neo-assiro di Chamarash, sulla sponda orientale del lago artificiale di Eski Mosul
È una delle battaglie che hanno segnato la storia: Gaugamela, 331 a.C. In una piana della Mesopotamia settentrionale, le truppe guidate da Alessandro Magno sconfiggono l’esercito persiano del re dei re Dario III, aprendo le porte dell’Oriente ai macedoni dalla Mezzaluna fertile all’altopiano iranico fino alla valle dell’Indo. Fu un evento cruciale: un mondo finiva e iniziava una nuova era, l’Ellenismo, fecondissimo momento di incontro culturale tra Oriente e Occidente. Ma a quasi 23 secoli dall’evento il luogo della battaglia è ancora in discussione, con gli storici e gli archeologi dubbiosi sull’interpretazione dei dati disponibili. Un giallo archeologico che ora è stato svelato dalle ricerche multidisciplinari della missione archeologica nel Kurdistan iracheno dell’università di Udine, guidata dal professore Daniele Morandi Bonacossi, dove è presente dal 2012 con il progetto “Land of Nineveh / Terre di Ninive”. La spedizione, sostenuta da ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale; Agenzia italiana per la Cooperazione allo Sviluppo; ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca; Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia; Fondazione Friuli, ha portato gli archeologi a una scoperta straordinaria: l’identificazione del sito di Gaugamela con l’attuale Tell Gomel, nei pressi dell’odierna Mosul – l’antica Ninive – nel Kurdistan iracheno. L’annuncio a Roma in un’affollatissima conferenza stampa, cui sono intervenuti Andrea Zannini, direttore del dipartimento di Studi umanistici e del Patrimonio culturale dell’università di Udine; Ettore Janulardo , ministero degli Affari Esteri e Cooperazione Internazionale; Ahmad A.H. Bamarni, ambasciatore della Repubblica dell’Iraq in Italia; Alessia Rosolen, assessore Istruzione, Ricerca, Università della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia; Daniele Morandi Bonacossi , direttore del “Land of Nineveh Archaeological Project” e ordinario di Archeologia del Vicino Oriente antico all’università di Udine.

Progetto “Terre di Ninive” in Kurdistan iracheno: mappatura dei 1100 siti individuati dalla missione dell’università di Udine
La spedizione archeologica dell’università di Udine, che coinvolge ogni anno circa 25 specialisti (archeologi, topografi, restauratori, archeobotanici, palinologi, esperti GIS,…) e diversi studenti, indaga la trasformazione del territorio dal Paleolitico al periodo islamico (da un milione di anni fa ad oggi) grazie ad una concessione di ricerca che copre un’area di 3mila kmq, una delle più ampie mai rilasciate in Iraq, che ha consentito al team di scoprire e mappare ben 1100 siti archeologici. Grazie alle riprese con droni, a ortofoto, allo studio della ceramica e agli scavi stratigrafici, è stata ricostruita la storia dell’insediamento e della demografia della regione, che risulta essere una delle zone della Mesopotamia con la più alta densità di siti archeologici (0,7 per chilometro quadrato). E il team del prof. Morandi ha ricevuto l’apprezzamento dell’ambasciatore della Repubblica dell’Iraq Ahmed Bamarni che ha commentato: “La squadra del prof. Daniele Morandi Bonacossi sta svolgendo un considerevole lavoro nella Regione del Kurdistan, e apprezziamo il loro impegno nel recupero del patrimonio culturale iracheno, come la recente identificazione del sito originale della Battaglia di Gaugamela, che vide la vittoria di Alessandro Magno sull’esercito persiano di Dario, evento che rappresenta uno dei momenti storici più significativi della storia regionale e mondiale”. E allora vediamo meglio questa eccezionale scoperta archeologica.
Cosa successe nella piana di Gaugamela nel 331 a.C.? Il re achemenide Dario III era già stato sconfitto da Alessandro Magno due anni prima, nel 333 a.C., a Isso, città costiera nell’Anatolia meridionale, al confine tra la Cilicia e la Siria, con la cattura della moglie, della madre e delle due figlie del re persiano che si era ritirato a Babilonia, per riorganizzare l’esercito. Di quella battaglia ci è rimasta una rappresentazione memorabile nel mosaico scoperto a Pompei nella Casa del Fauno, oggi conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli. La vittoria di Isso aveva dato ad Alessandro il controllo dell’Asia Minore meridionale, e da lì aveva occupato la costa mediterranea dalla Fenicia fino all’Egitto, dove si era fatto consacrare faraone. E arriviamo all’autunno del 331 a.C. Le fonti disponibili sulla battaglia di Gaugamela non sono molte (Arriano con l’Anabasi di Alessandro; Quinto Curzio Rufo con Storie di Alessandro Magno; Diodoro Siculo con Biblioteca storica; Plutarco con Vita di Alessandro), e tutte di storici vissuti molti secoli dopo la spedizione di Alessandro in Asia. Non è quindi facile fare una ricostruzione fedele degli eventi, del numero di soldati e delle perdite della battaglia, ma almeno sul nome del luogo della battaglia sembrano concordare tutti: Gaugamela, nella Mesopotamia settentrionale.
Alessandro guada l’Eufrate senza trovare resistenza ed entra in Mesopotamia. Ma non punta direttamente su Babilonia. Sceglie la strada verso Nord che, una volta superate le colline, portava comunque alla città dove si era acquartierato Dario III. Ciò gli avrebbe reso più facile procurarsi foraggio e provviste, e non avrebbe fatto soffrire alle truppe il caldo estremo del percorso diretto. Alessandro passa anche il Tigri e si verifica un’eclisse lunare, ritenuto un presagio favorevole. E così decide di attaccare i persiani con la sua cavalleria. Alla vista del re macedone la cavalleria persiana fugge. I prigionieri riferiscono che Dario III non è lontano: è accampato a Gaugamela. Lo scontro è epocale. Alessandro riesce ad annullare il divario di forze in campo e a imporsi. Dario III riesce a fuggire ad Arbela (l’odierna Arbil), a un centinaio di chilometri a Est, convinto di poter ancora organizzare una resistenza che ormai appariva disperata anche agli occhi dei suoi più fedeli generali.
La scoperta del sito di Gaugamela. Le fonti – come si diceva – non concordano sul luogo della battaglia. Ma, grazie a un mix di storia antica e nuove tecnologie, filologia e GIS, remote sensing e lavoro sul campo, il team diretto dal prof. Morandi Bonacossi ha raccolto evidenze scientifiche sufficienti per individuare il luogo in cui il condottiero macedone trionfa sull’armata persiana. “La prova regina è lo studio filologico del toponimo del sito di Tell Gomel, che stiamo scavando”, spiega Morandi Bonacossi. È un percorso a ritroso che ci porta dai giorni nostri all’impero assiro. “Proprio sull’acquedotto di Jeruan, monumentale sistema d’irrigazione costruito dal re assiro Sennacherib nel 700 a.C. per portare l’acqua a Ninive e irrigare la pianura circostante”, continua il direttore della missione friulana, “troviamo in un’iscrizione cuneiforme celebrativa dell’epoca del re assiro Sennacherib (704-681 a.C.) che ricorda il sito di epoca assira Gammagara/Gamgamara. Da questo toponimo assiro deriva la dizione greca: da Gamgamara in greco la m diventa u e la r una l che ci dà Gaugamela. Il toponimo si mantiene nei secoli. Così lo troviamo trascritto in epoca medievale (IX sec. d.C.) con una storpiatura dal greco che dà Gogemal, toponimo che a sua volta subisce una corruzione in Gomel che è il nome del sito che stiamo scavando”.

Il rilievo del cavaliere rifacimento di età ellenistica di un precedente monumento assiro del complesso di Khinnis (Kurdistan iracheno) per celebrare la vittoria nella vicina Gaugamela
E poi ci sono i riscontri archeologici. “A ulteriore conferma, le nostre ricerche archeologiche hanno dimostrato che il sito di Gomel, dove si stanno concentrando le nostre ricerche, era solo un piccolissimo villaggio rurale poco prima dell’arrivo di Alessandro in Oriente, ma fu rifondato proprio alla fine del IV secolo a.C., quindi contemporaneamente alla battaglia, e da quel momento si sviluppò come un sito esteso e importante”. Ma non è tutto. Nelle vallate montuose circostanti, sono stati trovati alcuni monumenti rupestri con rilievi che potrebbero essere riconducibili alla presenza di Alessandro Magno. Due di questi potrebbero rappresentare proprio il condottiero a cavallo ed essere considerati monumenti celebrativi della vittoria di Gaugamela. Un rilievo si trova in una valletta della montagna che domina il sito di Gomel, nel complesso rupestre di Gali Zerdak, rilievo conosciuto, ma fortemente compromesso dal tempo e da recenti asportazioni vandaliche: si riesce a vedere una Nike alata che porge una corona a un cavaliere – che potrebbe essere Alessandro – proprio per la vicinanza all’iconografia che troviamo in pitture ellenistiche e tombe macedoni come a Kasta-Anfipoli. La rappresentazione di Gali Zerdak suggerisce agli archeologi friulani che questa potrebbe essere la montagna che, secondo le fonti, dopo la battaglia fu ribattezzata monte Nikatorion, “il monte della vittoria”. L’altro rilievo è ubicato a 20 chilometri di distanza dalla piana individuata come il campo della battaglia di Gaugamela: è il sito di Khinnis, noto dalla metà dell’Ottocento e leggibile ancora all’inizio del ‘900, danneggiato ancor prima dell’arrivo dell’Isis nella regione, più di recente studiato da Julian Reade, dove i re assiri avevano scolpito i loro volti. “Ma in periodo ellenistico”, riprende Morandi Bonacossi, “si interviene su questo rilievo celebrativo, un modo per dare continuità alla simbologia del monumento onorando il generale macedone: si cancella l’antica iscrizione in cuneiforme per aggiungere un cavaliere con la sarissa, la tipica picca macedone, molto simile a quella che vediamo impugnare ad Alessandro nel mosaico di Pompei”. C’è poi un terzo monumento, trovato nel raggio di pochi chilometri da Gomel: il rilievo di Nirok. “L’abbiamo scoperto nell’ambito del progetto Terre di Ninive, e riteniamo sia importantissimo per l’iconografia che rappresenta tre stelle o tre soli. È molto mal conservato, in gran parte distrutto in anni recenti, ma si riconosce il sole argeade o sole di Verghina, simbolo della dinastia macedone”.
“Archeologia ferita”: dalla moschea di Giona distrutta dall’Isis a Mosul al mosaico di Giona. La Fondazione Aquileia presenta il libro “La storia di Giona. Nei mosaici della Basilica di Aquileia”
La campata orientale del mosaico teodoriano dell’aula sud della basilica di Aquileia è interamente occupata dagli episodi della storia biblica di Giona. All’interno di un contesto marino, popolato da pesci (polpi, delfini, seppie, ecc.) e da altri animali (anatre) e ravvivato da scene di pesca, si stagliano i tre momenti principali della saga dell’Antico Testamento. Verso Nord, il profeta è gettato in mare da una barca, sulla quale compare una strana figura di ornate, e inghiottito da un mostro marino; verso Sud, dopo il tondo con l’iscrizione celebrativa di Teodoro, Giona è rigettato dopo tre giorni dal mostro e, nella scena successiva, è colto in riposo sotto una pianta di cucurbitacee. L’intero racconto è un’allegoria della resurrezione di Cristo, e più in generale, del destino ultraterreno che attende coloro che sono stati battezzati. Proprio al mosaico di Giona è dedicato l’incontro di venerdì 1° marzo 2019 alle 18 in sala Ajace a Udine, dove verrà presentato il libro “La storia di Giona. Nei mosaici della Basilica di Aquileia” in un evento voluto da Fondazione Aquileia, università di Udine e Comune di Udine. Il volume, edito da Allemandi, ideato dalla Fondazione Aquileia, è arricchito delle magnifiche fotografie di Elio Ciol che, appesosi alle capriate altissime della Basilica, fotografò dall’alto i mosaici da poco puliti e restaurati. Ne uscì una serie di 12/14 immagini di singolarissima nitidezza e che rendono ogni sfumatura ed ogni dettaglio della Storia di Giona. L’opera, dedicata allo splendido ciclo musivo della storia di Giona nella Basilica di Aquileia, si ricollega al programma “Archeologia Ferita” con cui dal 2015 la Fondazione Aquileia si propone di portare al museo Archeologico nazionale di Aquileia reperti e opere provenienti da musei e siti devastati dal terrorismo fondamentalista. La prima distruzione da parte di Isis di un edificio di culto a Mosul si è verificata proprio a danno della moschea di Giona (Yunus) e della Tomba del Profeta. Ne parleranno, moderati da Omar Monestier, direttore del Messaggero Veneto, Antonio Zanardi Landi, presidente della Fondazione Aquileia, Pietro Fontanini, sindaco di Udine, Alberto Felice De Toni, rettore dell’università di Udine, Daniele Morandi Bonacossi, docente di Archeologia del Vicino Oriente all’università di Udine e Cristiano Tiussi, direttore della Fondazione Aquileia. Ingresso libero fino a esaurimento posti.
Daniele Morandi Bonacossi, docente di Archeologia del Vicino Oriente all’università di Udine, parlerà di distruzione del patrimonio culturale: il primo grande edificio di culto distrutto dall’Isis a Mossul fu la Moschea di Giona (Yunus in arabo) insieme alla Tomba di Giona nel luglio del 2014 (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/03/01/larte-violata-della-mesopotamia-grido-di-dolore-lanciato-dal-prof-brusasco-dalla-platea-di-tourisma-2017-le-immagini-e-le-cronache-delle-distruzioni/).
Cristiano Tiussi, archeologo e direttore della Fondazione Aquileia, nel suo saggio racconta come avvenne la scoperta del mosaico: “I problemi di umidità di risalita lungo i muri perimetrali della basilica avevano reso necessario, infatti, un progetto integrale di risanamento, che fu affidato dalla Imperial-Regia Commissione Centrale per lo Studio e la Conservazione dei Monumenti (K. K. Zentral-Kommission für Erforschung und Erhaltung der Kunst- und Historischen Denkmale) all’ingegnere superiore Rudolf Machnitsch (alias Rodolfo Machini, 1863-1938). I lavori furono seguiti dalla neonata (1906) Società per la Conservazione della Basilica. Inaspettatamente, lo scavo effettuato a ridosso dei muri per verificare quali fossero le condizioni delle fondazioni mise in luce un pavimento musivo, e questo orientò l’indagine in una direzione completamente diversa. Asportato il pavimento della basilica, per tagli trasversali fu effettuato lo sterro delle navate centrale e meridionale, mirando a seguire il mosaico e ad accertarne la reale estensione, senza fare troppa attenzione alle pur interessanti testimonianze di fasi successive. Ad agosto 1909, lo scavo raggiunse e inglobò nei due mesi successivi la zona del saggio eseguito da Niemann e Swoboda. E fu allora che emerse in tutto il loro splendore il ciclo di Giona, l’unica partizione musiva campita su tutta la larghezza dell’edificio, e venne definitivamente confermato il carattere cristiano dei mosaici”.
“Mesopotamia: in memoriam. Appunti su un patrimonio violato”: prime anticipazioni della nuova produzione cinematografica di Alberto Castellani, una miniserie televisiva in uscita nel 2019, con immagini e testimonianze dall’Iraq e dalla Siria prima e dopo l’Isis. Il regista veneziano ospite a Montereale Valcellina per la “serata Palmira”
La Mesopotamia com’era. E com’è oggi la “culla della civiltà” dopo gli sfregi dell’Isis, e non solo. “Mesopotamia: in memoriam. Appunti su un patrimonio violato” è il nuovo film in lavorazione, o meglio la miniserie televisiva in due puntate (una sull’Iraq e l’altra sulla Siria), del regista veneziano Alberto Castellani, ideato sull’onda dell’orrore suscitato per l’eccidio del direttore del museo di Palmira, Khaled Asaad, e denunciato nel film “Khaled Asaad, quel giorno a Palmira” (2015), che si può vedere venerdì 28 settembre 2018, alle 18.30, a Montereale Valcellina (Pn), nella “serata Palmira” con l’intervento del giornalista Graziano Tavan e dello stesso regista.
Il montaggio del nuovo film di Castellani inizierà a giorni (“Devo visionare gli ultimi contributi filmici del prof. Daniele Morandi Bonacossi, direttore della missione archeologica “Terre di Ninive” nel Kurdistan iracheno, poi si comincia la nuova fatica”, annuncia Castellani). Ma archeologiavocidalpassato è in grado di dare qualche anticipazione sul progetto Mesopotamia che rappresenta il ritorno del regista veneziano nelle terre martoriate del Vicino Oriente, e affronta – ora con un respiro più ampio – in termini sociali e culturali il dramma che sta vivendo il Vicino Oriente, e in particolare l’Iraq e la Siria. “È il progetto più ambizioso che ho affrontato in tanti anni di lavoro sul campo – ammette -. Tutto nasce proprio dall’esperienza vissuta nell’incontro con Khaled Asaad. E allora mi sono chiesto: tutto qui? Così ho iniziato a cercare i segni delle ferite inferte dalla guerra e a confrontare la situazione attuale con quella giunta fino a noi, prima dell’Isis, attraverso millenni di storia. Conto di presentare l’opera in una grande rassegna cinematografica internazionale nel corso del 2019”.

Il resgita Alberto Castellani durante le riprese della collezione mesopotamica “Ugo Sissa” a Palazzo Te di Mantova (foto Graziano Tavan)
“C’erano una volta due fiumi, il Tigri e l’Eufrate, e tutt’attorno una terra fertile a forma di mezzaluna, dove nacquero civiltà antiche, a cui si fanno risalire scoperte come la scrittura o la nascita della società urbana. Ora possiamo definirla come la tomba della storia della civiltà”, esordisce Alberto Castellani nel suo studio di Venezia dove sta ultimando la sceneggiatura del programma (ben 160 pagine) e schedando il materiale già girato in musei italiani ed europei. Dietro questo progetto c’è più di un anno di ricerche, sia di materiali di archivio (Castellani ha all’attivo decine di documentari e ore di girato in Vicino Oriente, soprattutto in Siria, prima che arrivassero i miliziani dell’Isis), sia di nuove riprese delle più importanti collezioni mesopotamiche conservate in Europa, sia di contributi filmici di enti vari (dall’università di Udine alla comunità di monaci di Marango, vicino a Caorle, gemellati con una comunità vicino a Mosul, in Iraq). “Ho raccolto immagini al British di Londra, al Louvre di Parigi e al Pergamon di Berlino, dove ci sono le collezioni mesopotamiche più famose, ma anche in piccole collezioni, come quella mesopotamica messa insieme da Ugo Sissa e oggi conservata a Palazzo Te a Mantova”, spiega Castellani. “Inoltre posso contare sulla consulenza di grandi archeologi: Daniele Morandi Bonacossi, ordinario di Archeologia e storia dell’Arte del Vicino Oriente antico all’università di Udine; Paolo Matthiae, già docente di Archeologia e storia del Vicino Oriente antico all’università di Roma “La Sapienza”; Franco d’Agostino, docente di Assiriologia al Dipartimento italiano di Studi Orientali de “La Sapienza”; Massimo Maiocchi, docente di Archeologia del Vicino Oriente all’università Ca’ Foscari di Venezia; Paolo Brusasco, docente di Archeologia e storia dell’Arte del Vicino Oriente all’università di Genova. In più posso contare sul patrocinio di Consiglio d’ Europa- Venezia/ Bruxelles, CEI – Ufficio Comunicazioni Sociali Roma, Ente dello Spettacolo – Roma”.

La distruzione del tempio di Baal Shimin a Palmira, patrimonio dell’Unesco, da parte dei miliziani dell’Isis
Parlando con Castellani si percepisce tutta l’amarezza di chi ha firmato numerosi programmi di taglio archeologico ambientati nel Vicino Oriente ma che vede di giorno in giorno allontanarsi la possibilità di ripercorrere quelle terre con lo spirito di un tempo. “L’elenco di ciò che l’uomo ha perduto è oggi impossibile”, sottolinea Castellani. “Si tratta di saccheggi operati dall’Isis che non hanno alcuna giustificazione: men che meno quella della distruzione dell’ idolatria. Ma anche di razzie operate da regimi diversi e favorite da connivenze colpevoli”. Tra le testimonianze perdute ci sono sculture, tavolette cuneiformi, sigilli cilindrici. “Così risulta difficile se non impossibile per le popolazioni della Mesopotamia”, sottolinea il regista facendo proprie le parole dell’archeologo Paolo Brusasco, “conservare il legame con la propria terra perché sono venuti meno i riferimento storici del mondo di cui sono eredi. Rimane allora soltanto un gigantesco buco nero di smarrimento e di angoscia sociale”. Tutto finito dunque, nessuna speranza per il futuro? “Per dare un senso al domani e alle motivazioni che sottintendono il mio film, mi piace ricordare”, conclude Castellani, “quanto si è chiesto recentemente Domenico Quirico, inviato di guerra de La Stampa: … perché il bassorilievo di un toro antropomorfo del primo millennio assiro fa paura al califfato? – scrive Quirico -. Perché le statue di Mosul spaventano lo stato islamico tanto che i suoi sgherri le fanno a pezzi, si accaniscono su di esse, le gettano al suolo sbriciolate come se fossero nemici armati o ribelli? Perché …le pietre, le statue, i templi parlano. Parlano più dei sermoni e dei discorsi e tutti li possono leggere. Allora bisogna ucciderle, quelle pietre, polverizzarle per affermare che la Storia è stata scritta di nuovo e definitivamente. Altrimenti l’impalcatura della finzione cade, l’avvento islamista diventa arbitrario, incerto, una parentesi che prima o poi finirà”.
Da Ninive a Persepoli, dagli etruschi ai Mochica: appuntamento al IX Aquileia Film Festival. Tre serate con film, conversazioni, libri. E un’anteprima speciale su Caravaggio
Tre serate per esplorare da diverse prospettive, attraverso film e interviste con esperti, l’archeologia con un particolare focus sul Mediterraneo. E un’anteprima eccezionale martedì 24 luglio 2018. Un’occasione preziosa per ricordare il valore del nostro patrimonio culturale e farlo conoscere unendo contenuti rigorosamente scientifici alla spettacolarità del cinema. Ecco la IX edizione di Aquileia Film Festival (25-27 luglio 2018), rassegna internazionale del cinema archeologico, realizzata dalla Fondazione Aquileia in collaborazione con Archeologia Viva, Firenze Archeofilm, il patrocinio del Comune di Aquileia e il sostegno dell’azienda vinicola Jermann: film, conversazioni, libri con appuntamento in piazza Capitolo ad Aquileia (Ud) alle 21, con ingresso libero e gratuito. In caso di pioggia, le proiezioni si svolgeranno nella Sala Romana affacciata su piazza Capitolo (capienza della sala 240 persone, ritiro biglietti all’ingresso fino a esaurimento posti a partire dalle 20 il giorno della proiezione). In collaborazione con Arbor Sapientiae, casa editrice e di distribuzione editoriale specializzata del settore storico-archeologico, verrà allestito in piazza Capitolo un bookshop che proporrà un’ampia scelta di titoli per appassionati e studiosi.
Martedì 24 luglio 2018 serata speciale, realizzata in collaborazione con ARTE.it, NEXO Digital e SKY Cinema d’Arte, con la proiezione alle 21, a ingresso libero, in piazza Capitolo di “Caravaggio – l’Anima e il Sangue”, il film che ha da poco vinto il Globo d’Oro come miglior documentario dell’anno e che racconta la vita, le opere e i tormenti del geniale artista. Seguirà una conversazione con Laura Allevi, sceneggiatrice del film, Roberta Conti, responsabile comunicazione Sky Cinema dArte e Eleonora Zamparutti direttore editoriale di Arte.it. Mercoledì 25, giovedì 26 e venerdì 27 luglio 2018 il sito UNESCO di Aquileia sarà animato da tre serate di cinema, archeologia e grandi divulgatori intervistati da Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva: in concorso una selezione di documentari scelti tra il meglio della produzione cinematografica internazionale a tema archeologico e storico tra i quali il pubblico voterà il vincitore del Premio Aquileia, un mosaico realizzato dalla Scuola Mosaicisti del Friuli.
“Viaggeremo nella Mesopotamia settentrionale, cuore dell’impero assiro insieme agli archeologi delle numerose missioni che vi scavano – tra cui la missione dell’Università di Udine da anni impegnata a Ninive in Iraq – e nella Libia degli anni Sessanta attraverso la toccante testimonianza del grande archeologo Antonino Di Vita”, anticipano gli organizzatori. “Percorreremo poi un itinerario alla scoperta del popolo degli Etruschi, ci sposteremo sugli altopiani iraniani di Persepoli e nel deserto peruviano dove i Mochica hanno costruito immense piramidi di argilla”. Ospiti di questa edizione mercoledì 25 luglio il generale Fabrizio Parrulli, comandante dei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale che porterà la testimonianza di chi è in prima linea nella tutela del patrimonio culturale, dalle ultime operazioni condotte per contrastare il traffico illegale di opere d’arte e l’azione dei caschi blu della cultura in zone di guerra e in caso di emergenze, come il sisma nell’Italia centrale. Giovedì 26 luglio l’ospite sarà Valentino Nizzo, etruscologo, da poco più di un anno alla guida del museo Etrusco di Villa Giulia che potrà raccontare tutte le sfide legate alla promozione e valorizzazione di un grande museo e venerdì 27 luglio ritorna sul palco di piazza Capitolo Alberto Angela, da anni amico del Festival, con cui parleremo di divulgazione culturale, delle sue nuove sfide televisive ed editoriali e dei suoi segreti per portare la cultura in prima serata con ascolti da record.
Il programma. Martedì 24 luglio 2018, alle 21, Anteprima Aquileia Film Festival: “Caravaggio, l’anima e il sangue” di Jesus Garces Lambert (Italia, 90’), documentario capolavoro di Sky Arte come esempio di diffusione della cultura attraverso il grande cinema. Segue la conversazione a cura di Piero Pruneti con Laura Allevi, sceneggiatrice del film “Caravaggio, l’anima e il sangue”, Roberta Conti, responsabile comunicazione e distribuzione Cinema d’Arte SKY, Eleonora Zamparutti, direttore editoriale Arte.it.

Il film “Enquêtes archéologiques. Persépolis, le paradis perse / Indagini archeologiche. Persepoli, il paradiso persiano” di Angès Molia, Raphaël Licandro
Mercoledì 25 luglio 2018, alle 21: “Mésopotamie, une civilisation oubliée / Mesopotamia, una civiltà dimenticata” di Yann Coquart (Francia, 52’). Lontana dalle principali spedizioni archeologiche del XX secolo per ragioni geopolitiche, la Mesopotamia settentrionale è il cuore dell’impero assiro. Per dieci anni, le porte di questo continente si sono gradualmente aperte e i più grandi archeologi del nostro tempo si sono affrettati a mappare, registrare, cercare, analizzare il territorio. Il film racconta un’incredibile avventura archeologica, tra passato e presente, in cui la conoscenza scientifica diventa una risposta alla barbarie. Segue la conversazione con il gen. B. Fabrizio Parrulli, comandante dei Carabinieri Tutela patrimonio Culturale, a cura di Piero Pruneti. Quindi il film “Enquêtes archéologiques. Persépolis, le paradis perse / Indagini archeologiche. Persepoli, il paradiso persiano” di Angès Molia, Raphaël Licandro (Francia, 26’). Sugli altopiani iraniani si trova la culla di una delle più grandi civiltà di costruttori dell’antichità: i Persiani. Qui hanno edificato un capolavoro di architettura: Persepoli. Fino a oggi, si pensava che il sito si limitasse alla sua terrazza imponente, utilizzata dai re persiani solo qualche mese all’anno. Ma le recenti scoperte rivelano uno scenario completamente diverso, quello di una città tra le più ricche del mondo antico: un Eden tra le montagne persiane.
Giovedì 26 luglio 2018, alle 21: “Italia viaggio nella bellezza: La fortuna degli Etruschi” in collaborazione con Rai Storia di Marzia Marzolla, Matteo Bardelli (Italia, 56’). Partendo dai capolavori Etruschi esposti nel museo di Villa Giulia il documentario offre un itinerario inconsueto alla scoperta della fortuna di una delle civiltà più affascinanti dell’Italia preromana, la cui eredità è ancora oggi parte integrante del nostro patrimonio identitario collettivo nazionale ed europeo. Segue la conversazione con Valentino Nizzo direttore del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, a cura di Piero Pruneti. Chiude la serata il film “Enquêtes archéologiques. Le crépuscule des Mochicas / Indagini archeologiche. Il crepuscolo dei Mochica” di Angès Molia, Nathalie Laville (Francia, 26’). Tra il II e l’VIII secolo i Mochica hanno domato il deserto peruviano e costruito immense piramidi di adobe (mattoni di argilla). Recenti scoperte hanno riaperto il dibattito sull’estinzione di questa civiltà. Al contrario di ciò che si pensa, non sarebbe scomparsa a causa di un brusco cambiamento climatico, ma a causa di una rivolta contro la sanguinaria teocrazia al potere.
Venerdì 27 luglio 2018, alle 21: “Storie dalla Sabbia. La Libia di Antonino Di Vita” di Lorenzo Daniele (Italia, 28’). “Anni Sessanta: la Libia cambiava pelle in quegli anni. Modernità e tradizione si misuravano, si scontravano. Un mondo si trasformava e io avevo il privilegio di esserne testimone. Ogni giorno mi regalava un tassello nuovo su cui riflettere. Imparai a guardare la realtà in cui mi muovevo senza giudicare, senza pormi sul terreno di una diversità dichiarata. Appresi molto dalle persone più disparate”. La Libia di ieri, quella di oggi, filtrata attraverso i ricordi di uno dei più grandi protagonisti dell’archeologia mediterranea, il professore Antonino Di Vita. Segue la conversazione con Alberto Angela a cura di Piero Pruneti. Chiude la serata l’assegnazione del Premio Aquileia, un pregiato mosaico realizzato dalla Scuola Mosaicisti del Friuli, al film più votato dal pubblico nel corso delle tre serate.
“La distruzione del patrimonio culturale dell’Umanità”: giornata di studi a Udine promossa da università e fondazione Aquileia con Tim Slade, Paolo Matthiae e Antonio Zanardi Landi per fare il punto sulla devastazione del patrimonio culturale e sulle possibili vie da seguire per proteggere i beni culturali in aree di guerra come l’Iraq
Una giornata per fare il punto della situazione sulla distruzione della memoria dell’umanità attraverso la devastazione del patrimonio culturale e sulle possibili vie da seguire per proteggere i beni culturali in aree di guerra, evidenziando il contributo dato dall’Italia, in particolare in Iraq. La promuove il Dium (dipartimento Studi umanistici e del Patrimonio culturale dell’università di Udine) in collaborazione con la Fondazione Aquileia con il convegno aperto al pubblico “La distruzione del patrimonio culturale dell’Umanità” lunedì 21 maggio 2018 dalle 9 alle 17 in aula Pasolini, nella sede dell’ateneo friulano, in via Gemona 92 a Udine.
Il programma della giornata prevede, alle 9, i saluti del rettore Alberto Felice De Toni, del direttore del Dium, Andrea Zannini, del presidente della Fondazione Aquileia, Antonio Zanardi Landi. Introduzione di Daniele Morandi Bonacossi: “Le ragioni di una giornata di studi sulla distruzione del patrimonio culturale e sul genocidio culturale”, poi dalle 9.40 alle 11, la proiezione del documentario “The Destruction of Memory” di Tim Slade. La guerra contro la cultura ha portato a esiti catastrofici nel secolo passato e non è finita, sta crescendo velocemente. In Siria e Iraq sono stati distrutti millenni di storia, singoli uomini hanno perso la vita per proteggere non solo altri esseri umani ma la nostra identità culturale, per proteggere la memoria delle nostre radici. Basato sul libro “The Destruction of Memory ” di Robert Bevan, il film non racconta solo le azioni di Daesh ma contiene interviste al Direttore generale dell’Unesco, al procuratore della Corte Internazionale per i Crimini di Guerra e a molti esperti internazionali e cerca di capire come siamo arrivati a questo punto.
Dopo il coffee break, alle 11.30, Tim Slade su “Making Memory”, Paolo Matthiae su “La tragedia del patrimonio culturale in Siria e Iraq: dal crimine contro l’identità al crimine contro l’umanità”, Marcello Flores su “Il genocidio culturale da Raphael Lemkin a oggi”. Nel pomeriggio, dalle 14.30, Serena Giusti: “Le implicazioni della securitizzazione del cultural heritage”, Antonio Zanardi Landi: “L’azione della Fondazione Aquileia per innalzare il livello di consapevolezza sulle attuali distruzioni del Patrimonio Culturale e della Memoria”, e poi Fabrizio Parrulli, su “Il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale e la Task Force Unite4Heritage”. Infine, dalle 16 alle 17, tavola rotonda moderata da Antonia Arslan, Daniele Morandi Bonacossi e Andrea Zannini.























































Commenti recenti