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Verona. Nel trentennale della scoperta della necropoli romana di Porta Palio lungo la via Postumia, più di 1400 sepolture, durante i lavori dei Mondiali Italia ’90, mostra archeologica di Comune e Soprintendenza, rinviata per Covid-19. Intanto un video promo

Lo scavo della necropoli romana di Porta Palio a Verona lungo la via Postumia nel 1990 (foto Sabap-Vr)

20 dicembre 1989: durante i lavori per la realizzazione dei sottopassi per i Mondiali ‘Italia ‘90” gli archeologi cominciarono a trovare  le prime sepolture della necropoli romana di Porta Palio. Alla fine dello scavo archeologico saranno più di 1400 le sepolture riportate alla luce. Nel trentennale di quell’importante scoperta archeologica, resa possibile dai lavori di realizzazione delle infrastrutture per i campionati mondiali di calcio del 1990 (sottopasso di Porta Palio, opere in via Albere e circonvallazione dello stadio “Marcantonio Bentegodi”), il soprintendente Vincenzo Tiné e l´assessore ai Rapporti Unesco Francesca Toffali hanno deciso di celebrare la speciale ricorrenza con la realizzazione di una mostra, frutto appunto della collaborazione tra il Comune di Verona – assessorato Rapporti Unesco e la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza.

La locandina della mostra “Verona i Mondiali ’90 e la scoperta della necropoli romana”

La mostra “Verona i Mondiali ’90 e la scoperta della necropoli romana” ripercorre le tappe delle scoperte archeologiche del 1990, ricordando i protagonisti e descrivendo le caratteristiche delle necropoli di Porta Palio, di via Albere e della Spianà. È curata, per la Soprintendenza, da Brunella Bruno e Giulia Pelucchini, per il Comune di Verona da Ettore Napione, responsabile dell´ufficio UNESCO, per l’università di Pavia, da Francesca Picchio, coordinatrice scientifica del laboratorio DAda LAB che, assieme a Francesca Galasso, ha elaborato i disegni, i modelli tridimensionali e le ricostruzioni digitali. “Queste grandi necropoli – sottolineano – hanno significativamente incrementato le conoscenze scientifiche sui rituali di sepoltura di età romana, riservando anche alcune sorprese. Tra queste le modalità anomale di sepoltura per persone giovani morte in modo improvviso o violento e alcuni corredi che fanno intravedere l’orgoglio dei defunti di appartenere a genealogie risalenti ai Veneti antichi”. La mostra del 2021 si svolgerà in collaborazione con la Società di Mutuo Soccorso di Porta Palio.

La vernice della mostra, nel ricordo dei mondiali e di quei giorni precedenti il Natale 1989, quando le ruspe del cantiere stradale intaccarono le antiche sepolture, era programmata nella sede di porta Palio per il 22 dicembre 2020, ma per le restrizioni dovute alla pandemia da Covid-19 l’esposizione è stata rimandata alla primavera del 2021, in una data che sarà definita appena possibile. In attesa dell’inaugurazione, il Comune di Verona e la Soprintendenza hanno pubblicato un video-trailer che anticipa i contenuti dell’esposizione: “Puntiamo ad attirare la curiosità del pubblico e sollecitare la memoria collettiva su uno degli episodi principali della storia della città e della sua archeologia alla fine del XX secolo”.

Il percorso della via Postumia trovato dagli scavi del 1989 al di sotto del piano stradale di corso Cavour a Verona (foto Sabap-Vr)
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Peter Hudson e Giuliana Cavalieri Manasse seguono lo scavo archeologico nel cantiere del sottopasso di Porta Palio (foto Sabap-Vr)

Storia degli scavi. In occasione dei Mondiali del 1990, il sindaco dell’epoca Gabriele Sboarina aveva colto l´occasione di modernizzare la viabilità di accesso allo stadio per migliorare la viabilità complessiva di Verona. Per uno strano, ma non imprevedibile, destino, quell’adeguamento urbanistico e infrastrutturale coincise con la scoperta di un lungo tratto della via Postumia antica, proveniente dall’arco dei Gavi (l’odierno corso Cavour). La via romana era qui associata ad una grande necropoli, databile tra il I e il III secolo d.C. e riservata per lo più ai ceti popolari. Quegli scavi furono seguiti dal direttore del Nucleo Operativo di Verona della Soprintendenza Archeologica del Veneto, Giuliana Cavalieri Manasse, e dall’archeologo inglese Peter J. Hudson per la cooperativa Multiart, incaricata di eseguire le indagini.

Archeologi al lavoro nello scavo al cantiere del sottopasso di Porta Palio a Verona nel 1990 (foto Sabap-Vr)

Il bilancio delle scoperte avvenute tra il 1990 e il 1991 è impressionante anche nei numeri. L’area presso Porta Palio, scavata su una superficie di 3500 mq, ha messo in luce 536 sepolture, costituite per l’87% da incinerazioni e per il 17% da inumazioni. La zona nell’area della Spianà, tra via Prima traversa Spianà (a Nord) e via Albere (a Sud), indagata su una superficie di 8600 mq, ha portato all’identificazione di 807 tombe: 766 incinerazioni e 41 inumazioni. Tra il 2008 e il 2009, proseguendo lungo via Albere, furono portate alla luce altre 104 sepolture, quasi tutte ad incinerazione.

L’appassionante racconto delle campagne archeologiche dell’antico Oriente da metà Ottocento a oggi rivive nell’incontro al museo Egizio di Torino con Paolo Matthiae che presenta il suo ultimo libro “Dalla terra alla storia. Scoperte leggendarie di archeologia orientale”

La maschera funeraria di Tutankhamon: uno dei tesori trovati da Carter e Carnarvon nella tomba del giovane faraone

La locandina dell’incontro con l’archeologo Paolo Matthiae al museo Egizio di Torino

L’archeologo Paolo Matthiae, lo scopritore di Ebla

L’appassionante racconto delle campagne archeologiche dell’antico Oriente da metà Ottocento a oggi, dalla decifrazione delle due scritture più antiche dell’umanità alle prime epiche imprese alla ricerca di Ninive, alle grandi scoperte nella Valle dei Re a Tebe, da Ebla, Qatna e Aleppo in Siria a Nimrud e Sippar in Mesopotamia, a Troia e Hattusa in Anatolia, ad Abido e Amarna in Egitto, fino a Gerusalemme in Palestina. Sarà un incontro particolarmente appassionante quello con Paolo Matthiae, il noto archeologo del Vicino Oriente, che mercoledì 20 marzo 2019, alle 12, nella sala conferenze del museo Egizio di Torino, nell’ambito del ciclo “Incontro con gli autori”, presenta il suo ultimo libro “Dalla terra alla storia. Scoperte leggendarie di archeologia orientale” (Einaudi). Come il titolo del volume fa intendere, Matthiae parte dalle evidenze archeologiche (e anche dalle fonti testuali) per ricostruire la storia culturale, politica ed economica dell’intera area vicino orientale: Anatolia, Siria, Mesopotamia e Levante, e anche l’Egitto. Il volume è suddiviso in dodici capitoli, ognuno dei quali è dedicato ad un sito chiave; la scelta di questi siti non è casuale, ma si tratta di luoghi che sono stati al centro di grandi scoperte archeologiche e continuano ad essere oggetto di nuove analisi e studi anche recenti. Tre siti sono egiziani, rispettivamente Abido, Avaris e Amarna, tre si trovano in Siria, Ebla, Qatna e Aleppo, due sono anatolici, Hattusa e Troia, uno è nel Levante, Gerusalemme, e tre si riferiscono all’area mesopotamica, Nimrud, Babilonia e Sippar. Ingresso libero in sala conferenze fino a esaurimento posti. Al termine della conferenza sarà possibile acquistare il libro “Dalla terra alla storia. Scoperte leggendarie di archeologia orientale” di Paolo Matthiae.

Il sito di Ebla in Siria: dal 2011, con lo stop alle missioni archeologiche a causa della guerra, non c’è più manutenzione. La città del III millennio a.C. si sta distruggendo

Miliziani dell’Is si accaniscono su un lamassu della città assira di Nimrud in Iraq

Il cosiddetto Grande diadema con pendenti dal Tesoro di Priamo, oggi al museo Puskin di Mosca

Dialogheranno con Paolo Matthiae il direttore Christian Greco, il prof. Stefano de Martino e la prof.ssa Clelia Mora. Paolo Matthiae è accademico dei Lincei, già professore di Archeologia e Storia dell’Arte del Vicino Oriente all’università di Roma “La Sapienza”. Dal 1963 ha diretto lo scavo nel sito siriano di Tell Mardikh, l’antica città di Ebla. Matthiae è autore di moltissimi volumi e saggi scientifici. Dopo le distruzioni operate dall’Isis in Siria e Iraq, Matthiae si è molto impegnato sul tema della protezione del patrimonio culturale in aree di guerra, pubblicando recentemente anche il volume “Distruzione, Saccheggi e Rinascite”, o organizzando mostre e convegni. Stefano de Martino è professore ordinario al dipartimento di Studi storici dell’università di Torino, dove insegna Ittitologia e Civiltà dell’Anatolia preclassica. È direttore scientifico del Centro Ricerche Archeologiche e Scavi di Torino per il Medio Oriente e l’Asia. È coordinatore del dottorato dell’università di Torino “Technology Driven Sciences: Technologies for the Cultural Heritage”. È autore di saggi e volumi sulla storia, la civiltà e la lingue degli Ittiti e dei Hurriti; fa parte del team internazionale che studia e pubblica le tavolette in lingua hurrita rinvenute nel sito di Ortaköy (Turchia). Clelia Mora è professore ordinario al dipartimento di Studi umanistici dell’università di Pavia, dove insegna Storia del Vicino Oriente antico e Storia, epigrafia e sistemi di scrittura nel Vicino Oriente antico. Dal 2000 al 2010 ha collaborato con la missione archeologica francese attiva a Terqa in Siria e dal 2010 è responsabile del Progetto Kinik Höyük, nell’ambito del quale sono condotte indagini archeologiche in Cappadocia in sinergia con la New York University.

Il famoso busto della regina Nefertiti, scoperto ad Amarna, conservato al Neues Museum di Berlino

Locandina della mostra sulle scoperte a Qatna, promossa dall’università di Udine a Homs (Siria)

La ricostruzione di Ninive in una stampa antica dà un’idea della magnificenza della capitale assira

Uno dei maggiori protagonisti dell’archeologia orientale rievoca origini, sviluppi e risultati delle più affascinanti imprese degli ultimi decenni. Sempre attento a rilevare, nel passaggio suggestivo dalla terra dello scavo all’interpretazione della storia, l’inestimabile contributo che le scoperte recano alla ricostruzione di un lontano passato fondamentale per lo sviluppo della civiltà umana, che vide il sorgere e l’affermarsi delle prime città, dei primi stati territoriali, dei primi imperi a vocazione universale nella storia mondiale. “Le scoperte rievocate e illustrate nelle pagine di questo libro hanno in comune alcune caratteristiche fondamentali. In primo luogo, sono il frutto, in modi certo diversi, di esplorazioni archeologiche sistematiche di lungo periodo. In secondo luogo, sono state realizzate, approssimativamente, nell’ultimo mezzo secolo. In terzo luogo, a un giudizio oggettivo e di nuovo in modi diversificati, hanno avuto un significato rivoluzionario. Il loro valore leggendario dipende, da un lato, dal forte impatto di innovazione che è tipico di tutte e, dall’altro, dal loro carattere inatteso e sorprendente. La notevole varietà di queste scoperte, in ambiti differenziati della ricerca storica, ha inciso, volta a volta, sulla storia politica, sulla storia religiosa, sulla storia sociale, sulla storia economica, sulla storia artistica, sulla storia letteraria e, in diversi casi, su più di una di esse…Se è vero che non v’è nulla di più concreto e reale di una scoperta archeologica, è altrettanto vero che le interpretazioni prime di quella scoperta, che sono un’esperienza esaltante, non hanno nulla di definitivo perché esse sono solo un contributo, primario e fondamentale, alle innumerevoli valutazioni storiche future. Le interpretazioni che per ciascuna delle scoperte raccolte in questo saggio sono qui presentate, spesso già oggetto di accesi dibattiti negli ambienti scientifici, nella maggior parte dei casi sono di questo tipo ed esprimono solo una parte iniziale del lungo loro tragitto, di fatto inesauribile, dalla terra alla storia”.

Darwin Day a Rovereto. Tre appuntamenti con esperti etologi e biologi nel 210° anniversario della nascita del famoso naturalista britannico: “Il formichiere intelligente”, “Evoluzione a tutta birra”, “Le forme della natura”

Il 12 febbraio si celebra l’anniversario della nascita di Charles Darwin

“Il formicaio intelligente” di Donato Grasso

Tre appuntamenti per celebrare il compleanno di Charles Darwin, il famoso naturalista, biologo e geologo britannico, che formulò la teoria dell’evoluzione delle specie animali e vegetali per selezione naturale, nato proprio il 12 febbraio di 210 anni fa. Li promuove la Fondazione Museo Civico di Rovereto, il CIMeC dell’università di Trento e la Società Museo Civico con il sostegno della Fondazione Caritro. Si inizia proprio martedì 12 febbraio, alle 18, in occasione del Darwin Day, alla Fondazione Museo Civico di Rovereto, con l’incontro con l’etologo Donato Grasso che presenta il suo ultimo libro “Il formicaio intelligente”, edito da Zanichelli. Quali strategie può apprendere l’uomo dal comportamento delle formiche? Si chiede Grasso. Può sembrare strano ma le società di Homo sapiens – fa capire – potrebbero avere molto da imparare dalle colonie di formiche, microcosmi organizzati, efficienti, autonomi, collaborativi. Un super organismo dove i singoli individui, obbedendo ciascuno a semplici regole, fanno emergere complessi comportamenti collettivi da cui senza dubbio si può trarre spunti, studiando il successo evolutivo di questi insetti per inventare applicazioni pratiche utili alla nostra specie.

Donato Grasso, etologo dell’università di Parma, esperto di formiche

Donato Grasso è etologo, professore all’università di Parma ed esperto mirmecologo (studioso di formiche). “Le formiche – spiega – costruiscono nidi complessi, coltivano, allevano, sanno combattere come un esercito addestrato ma senza capi. Le nostre società di Homo sapiens sono molto diverse da quelle delle formiche. Possiamo. Gli algoritmi che si ispirano alle regole di un formicaio sono utili in molti ambiti, dall’ottimizzazione di Internet alla gestione del traffico stradale. Le formiche sanno bene come trovare la via più breve ed evitare ingorghi. Le zattere che formano intrecciando i loro corpi quando il nido viene alluvionato potrebbero ispirare la progettazione di nuovi materiali e di robot autoassemblanti. Alcune specie di formiche potrebbero essere usate nella lotta biologica agli insetti nocivi. Nuove molecole che sono state isolate dal veleno delle formiche potrebbero risultare efficaci contro i ceppi di batteri patogeni super resistenti. Ci sono migliaia di modi diversi di essere formica: frammenti di natura che nascondono tesori preziosi di inimmaginabile bellezza”.

Il prof. Omar Rota-Stabelli della Fondazione Edmund Mach

Gli altri appuntamenti. Venerdì 15 febbraio, alle 18, al Loco’s Bar (via Valbusa Grande, 7 Rovereto), “Evoluzione a tutta birra”. Il racconto di 9000 anni di arte birraia in compagnia di due biologi evoluzionisti: Omar Rota-Stabelli della Fondazione Edmund Mach e Lino Ometto dell’università di Pavia. Ingresso libero. Si chiude domenica 17 febbraio, nella sede di Palazzo Parolari (borgo S. Caterina, 41 Rovereto), con “Le forme della natura. Ali, pinne, uova, semi… a cosa servono?”. Dalle 14.30 alle 18, si fanno scoperte insieme al Museo Civico in un pomeriggio di attività, per conoscere le sorprendenti forme degli esseri viventi e le loro funzioni. Per l’occasione saranno esposti curiosi reperti zoologici risalenti alla metà dell’Ottocento e conservati nei depositi del museo. Le attività sono comprese nel costo del biglietto d’ingresso al museo.

Lutto nella scienza. Si è spento a 96 anni il genetista Luigi Luca Cavalli Sforza, una vita dedicata a smontare il concetto di “razza”. I suoi studi ci hanno permesso di capire da dove veniamo e come ci siamo distribuiti su questo pianeta

Luigi Luca Cavalli Sforza, genetista e antropologo

“Geni, popoli e lingue”, opera fondamentale di Luigi Luca Cavalli Sforza

“Chi siamo. La storia della diversità umana” di Luca e Francesco Cavalli Sforza

Chi siamo noi? La somma di una storia evolutiva che in ogni individuo lascia traccia? O siamo esseri avulsi dal passato, immersi in un presente fluido e “globale”? Quale è la nostra percezione della diversità (sia essa fisica, di razza, di idioma o culturale) e la nostra capacità di accoglierla? La risposta, spiazzando non solo il sentore comune ma soprattutto molti suoi colleghi scienziati, la diede il genetista Luigi Luca Cavalli Sforza gettando le basi della genetica delle popolazioni e dimostrando l’infondatezza scientifica del concetto di razza umana. È stato infatti uno dei primi scienziati a concentrarsi sulle modalità con cui i geni contengono le tracce della storia dell’umanità: i risultati dei suoi sforzi sono contenuti in saggi diventati best seller, primo tra tutti “Geni, popoli e lingue” (Adelphi, 1996). Nel 2013 con il figlio Francesco ha scritto poi il libro divulgativo “Chi siamo. La storia della diversità umana” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2014/02/09/chi-siamo-la-storia-della-diversita-umana-a-milano-incontro-con-luca-e-francesco-cavalli-sforza/). Luigi Luca Cavalli Sforza il 31 agosto 2018 a 96 anni si è spento a Belluno, dove viveva. Pioniere della genetica delle popolazioni, studioso anche di antropologia e linguistica, era nato a Genova il 25 gennaio 1922. La sua carriera scientifica, dedicata a smontare il concetto di “razza”, era cominciata in Gran Bretagna, e fin dagli anni ’50 è proseguita fra Italia, dove insegnava nell’università di Pavia, e gli Stati Uniti, nell’università di Stanford. Il genetista è stato allievo di Adriano Buzzati Traverso, padre della genetica italiana, e fratello dello scrittore Dino. I suoi studi sulla genetica li avviò partendo dal moscerino della frutta e dai batteri, per poi spostare la sua attenzione sull’uomo. Studiò la genetica delle popolazioni e delle migrazioni dell’uomo e le interazioni tra geni e cultura. I suoi studi hanno permesso di ritrovare nell’attuale patrimonio genetico dell’uomo i segni lasciati dai grandi movimenti migratori del passato e delle società multietniche.

A Luigi Luca Cavalli Sforza si deve l’intuizione che esiste una genetica della popolazione

Il genetista Giuseppe Novelli, rettore dell’università di Roma Tor Vergata (foto Angelo Carconi)

Una “perdita immensa” per la genetica italiana e mondiale e per tutto il mondo della ricerca: per il genetista Giuseppe Novelli, rettore dell’Università di Roma Tor Vergata, a Luigi Luca Cavalli Sforza il mondo scientifico deve moltissimo, a partire dalla “grande intuizione di aver capito che esista una genetica di popolazione, una grande disciplina che ci ha permesso di capire da dove veniamo, come ci siamo distribuiti su questo pianeta”. Proprio Novelli sull’agenzia Agi Scienza (https://www.agi.it/blog-italia/scienza/cavalli_sforza_dna-4334536/post/2018-09-01/) dedica un lungo articolo a ricordare il grande genetista. “I geni contengono le istruzioni per costruire cellule, tessuti, organi e organismi completi”, scrive Novelli. “I geni vengono trasmessi dai genitori ai figli attraverso la riproduzione sessuale seguendo particolari modelli di eredità. I geni si distribuiscono nelle varie popolazioni con frequenze diverse rendendo ognuno di noi diverso da un altro per una piccolissima quota di DNA (lo 0.03%): siamo allo stesso tempo uguali e diversi. Ecco questo è l’insegnamento più importante che ci ha dato Luca Cavalli-Sforza. Proprio queste differenze scoperte da lui per la prima volta, sono alla base della medicina personalizzata. La medicina moderna che ci permetterà di curarci in modo preciso, accurato e senza rischi”.

Il manifesto della mostra “Homo Sapiens. La grande storia della diversità umana”, curata da Luigi Luca Cavalli Sforza e Telmo Pievani a Roma tra il novembre 2011 e il febbraio 2012

“Lo studio della distribuzione e della frequenza dei geni nelle diverse popolazioni”, continua Novelli, “è stata la disciplina studiata da Cavalli-Sforza, ovvero la genetica di popolazione. Lo sviluppo di questa scienza ha fornito risposte a numerosi quesiti circa l’origine della nostra specie, le grandi migrazioni che hanno caratterizzato l’evoluzione dell’uomo moderno, il ruolo della selezione naturale nel mantenere le frequenze geniche nelle popolazioni e sul piano applicativo, gli effetti dei programmi di prevenzione e di terapia sulla frequenza dei geni dannosi. Per molto tempo, soltanto i parametri antropologici (colore della pelle, aspetto fisico del corpo, tratti facciali ecc.) venivano utilizzati per descrivere la nostra diversità. Tuttavia, questi caratteri sono fortemente influenzati dall’ambiente e quindi poco adatti a studiare le relazioni tra i popoli e l’evoluzione dell’uomo moderno. Soltanto il confronto tra geni può fornire queste informazioni. La variabilità genica della nostra specie è talmente elevata da consentire la definizione di mappe geografiche basate sulla frequenza di particolari alleli. Proprio l’esistenza di una tale grande variabilità ha permesso a Cavalli-Sforza di dimostrare la non esistenza delle razze nella popolazione umana”.

L’uomo di Neanderthal era cacciatore

“Gli studi di genomica hanno ormai dimostrato che i Neanderthal si incrociarono con i primi esseri umani moderni usciti dall’Africa, e che le popolazioni non africane sono il prodotto di questo mescolamento. Si stima che in media dall’1 al 4 per cento del genoma di un non africano sia costituito da sequenze ereditate dai Neanderthal. Alcune di queste sequenze sarebbero alla base di patologie della pelle, del sistema immunitario, del metabolismo, ma anche dell’apparato riproduttivo e del sistema nervoso, inclusi disturbi depressivi e dipendenza dalla nicotina, oggi presenti nella nostra specie. Sono malattie quindi che ci portiamo dietro da più di quarantamila anni, ereditate dal DNA degli uomini di Neanderthal che ancora è presente nel nostro genoma. Ecco – conclude Novelli – questi sono esempi della straordinaria eredità che Cavalli-Sforza ci lascia. A questo si aggiunge secondo me l’insegnamento più importante: “La scienza fa paura agli ignoranti e quando non fa paura, la scienza delude: ma anche qui per ignoranza (Cavalli-Sforza, 2006)”.

Giochi e spettacoli nel mondo antico. A Reggio Emilia una giornata di studi internazionali sulle nuove scoperte che aprono nuovi scenari nel campo delle indagini sul divertimento nell’antichità

A Reggio Emilia la giornata di studi “Giochi e spettacoli nel mondo antico. Problematiche e nuove scoperte”

Barcellona, Volterra, Reggio Emilia. Ma anche Claterna di Ozzano dell’Emilia, Bologna e Lodi. Luoghi diversi, anche lontani tra loro. Eppure c’è qualcosa che li lega: la scoperta o la riscoperta degli anfiteatri romani  e degli apprestamenti per il divertimento dei legionari al fronte, risultati archeologici importanti che aprono nuovi scenari nel campo delle indagini sul divertimento nell’antichità. Da questa premessa muove la giornata di studio “Giochi e spettacoli nel mondo antico. Problematiche e nuove scoperte”, sabato 24 marzo 2018,  dalle 9.30 alle 18,  alla Fondazione FAR Studium Regiense, in via San Filippo a Reggio Emilia. Promosso da Famiglia Artistica Reggiana Studium Regiense, con la partecipazione di studiosi di prestigiosi atenei italiani e stranieri e di archeologi pubblici e privati (tra cui quelli delle soprintendenze Archeologia, belle arti e paesaggio di Bologna, Mantova e Pisa) questo convegno internazionale, curato da Paolo Storchi (Sapienza Università di Roma – Scuola Archeologica Italiana ad Atene) e organizzato da P. Storchi, E. Badodi e G. Mete, intende presentare le più importanti novità sul tema degli spettacoli e dei giochi nel mondo antico. Curiosità, conferme e sorprese dal “mondo di sotto”, dai  nuovi approcci di ricerca, come la geofisica e le ricostruzioni tridimensionali, all’anfiteatro individuato “scendendo in cantina”, dai ludi gladiatori agli agoni atletici, senza dimenticare i proverbi inventati da greci e romani per parlare del “mondo dello spettacolo” e le nuove prospettive dall’America precolombiana.

I rilievi dell’anfiteatro romano di Volterra (dal sito archeomatica.it)

Ricco il programma che apre alle 9.30, con i saluti di Carlo Baldi (presidente della fondazione FAR Studium Regiense) e delle autorità. Alle 10, iniziano i lavori con la I sessione “Novità dall’Italia. Fra scavi, fonti antiche e nuove tecnologie” moderata da Roberto Macellari (università di Parma). Intervengono: 10.15:  C. Calastri (AnteQuem; Archeoimprese), “Archeologia di cantina: la scoperta dell’anfiteatro di Bologna”; 10.35: R. Curina, M. Molinari, C. Negrelli (soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Ferrara e Reggio Emilia), “Dalla fotografia aerea allo scavo archeologico: il teatro romano di Claterna”; 10.55: E. Sorge (soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le Province di Pisa e Livorno), “La scoperta dell’anfiteatro di Volterra”; 11.15: R. Tosi (università di Bologna), “I Proverbi antichi riguardo gli spettacoli ed i giochi”. Dopo il coffee break, 11.55: P. Blockley; G. Mete (Ra.Ga srl), M. Camorani (G.S.T. srl), P. Storchi (Sapienza università di Roma-Scuola Archeologica Italiana ad Atene), “Elementi di novità dal Reggiano”; 12.15: D. Dininno (università di Pisa), “Il Circo Massimo nell’ambito urbanistico della Regio XI”; 12.35: L. Marsicano, S. Onofri (Sapienza università di Roma), M. Montanari (Open History Map), “Interagire con il passato: il caso del circo di Massenzio”. Pausa pranzo.

I resti dell’arena romana di Milano

Nel pomeriggio, la II sessione “Nuove prospettive nella ricerca italiana”, moderata da Stefano Maggi (università di Pavia). Intervengono: 14.15: M. Bianchini (università della Campania L. Vanvitelli), “Il ruolo dell’opus caementicium nel processo evolutivo dell’architettura anfiteatrale”; 14.35: G. Legrottaglie (università Cattolica di Milano), “L’anfiteatro di Milano fra città e ager”; 14.55: M. Balbo (università di Torino), P. Storchi (Sapienza università di Roma-Scuola Archeologica Italiana ad Atene), “Divertirsi nelle campagne. Il curioso caso dell’Ager Saluzzensis”; 15-15: S. De Francesco, S. Jorio (soprintendenza Archeologica per le province di Lodi, Cremona e Mantova ), G. Mete (museo Archeologico di Laus Pompeia), “L’anfiteatro di Laus Pompeia, tra scavo e geofisica”; 15.35: D. Iacobone (Politecnico di Milano), “Il destino degli anfiteatri dopo l’antichità, nuovi dati”. Segue la III sessione “Principali novità dalle Province dell’Impero e fuori dal mondo romano”, moderata da Damiano Iacobone (Politecnico di Milano). Intervengono: 16.15: T. Wilmott (English Heritage), “Anfiteatri e campi militari in Britannia”; 16.35: T. Hufschmid (University of Basel), “Giochi e svago nella Svizzera romana”; 16.55: D. Bomgarder (university of Winchester), “Una rilettura del concetto di anfiteatro nel mondo romano”; 17.15: J. Sales-Carbonell (universitat de Barcelona), “Ipotesi di riconoscimento dell’anfiteatro di Barcino”; 17.35: G. Carosi (Sapienza università di Roma), “Edifici da spettacolo in area maya, un’analisi topografica”. Alle 17.55, saluti e brindisi di fine lavori.

A Palazzo Leoni Montanari di Vicenza a tu per tu con un capolavoro: il Vaso di Pronomos, straordinario cratere attico “ospite” d’onore della mostra “Dioniso. Mito rito e teatro”. Incontro il 5 marzo con esperti che, partendo dallo studio del vaso, affrontano il tema del teatro classico raffigurato e recitato

Il Vaso di Pronomos, cratere attico della fine del V sec.. a.C. proveniente da Ruvo di Puglia e conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli

Il Vaso di Pronomos, cratere attico della fine del V sec.. a.C. proveniente da Ruvo di Puglia e conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli

Nel dettaglio del Vaso di Pronomos la raffigurazione del flautista Pronomos, musicista beotico molto noto ad Atene

Nel dettaglio del Vaso di Pronomos la raffigurazione del flautista Pronomos, musicista beotico molto noto ad Atene

L’occasione è di quelle ghiotte: visitare la mostra “Dioniso. Mito rito e teatro” aperta alle Gallerie d’Italia di Palazzo Leoni Montanari di Vicenza, e di vivere un’esperienza unica di approfondimento e di racconto con il Cratere di Pronomos, il vaso antico più studiato al mondo, vaso che della mostra berica è l’ospite d’onore. L’appuntamento è per sabato 5 marzo 2016, alle 15, alle Gallerie di Palazzo Leoni Montanari, sede museale di Intesa Sanpaolo a Vicenza, che dedicano un incontro di studi al Vaso di Pronomos, uno straordinario cratere a volute attico della fine del V secolo a.C. proveniente da Ruvo di Puglia, dove fu rinvenuto nel 1835 nella ricca sepoltura di un membro dell’antica aristocrazia locale di inizio IV secolo a.C. Il vaso fu successivamente acquistato dal Real Museo Borbonico di Napoli, l’attuale Museo Archeologico Nazionale, dove ancor oggi è conservato; si tratta di uno dei pezzi d’eccellenza della considerevole collezione ceramica del Mann. “Il cratere (eponimo del pittore cui è stato attribuito)”, spiegano gli archeologi dell’Archeologico di Napoli, “uno dei capolavori della ceramica attica della fine del V sec. a.C., famosissimo per la ricchezza di informazioni che ci dà sul dramma satiresco, sui suoi personaggi, sui costumi, sui musicisti, commemora, come un manifesto, una famosa performance della compagnia teatrale il cui personaggio più importante, data la posizione centrale proprio sotto quella di Dioniso, sembra il flautista Pronomos, un personaggio reale che da altre fonti conosciamo come un musicista beotico famoso nell’Atene dei suoi tempi”.

Le raffigurazioni del vaso di Pronomos nel loro sviluppo orizzontale

Le raffigurazioni del vaso di Pronomos nel loro sviluppo orizzontale

Il Vaso di Pronomos si contraddistingue per la raffinatezza della forma vascolare e per la perizia esecutiva, ma è celebre soprattutto per la scena su di esso rappresentata. Una compagnia teatrale impegnata in un dramma satiresco, ultima esibizione della tetralogia tragica, è colta in uno spontaneo fuori scena: vi sono i musicisti, gli attori in costume e i membri del coro travestiti da satiri che dialogano tra loro o provano un passo di danza. A tale istantanea di vita vissuta dell’Atene del V secolo a.C. partecipa, con una straordinaria incursione dal mondo del mito, Dioniso, dio del teatro, seduto al centro con la sua amata Arianna. Sotto la coppia divina siede, intento a suonare il doppio flauto, Pronomos, noto auleta tebano celebre per le sue qualità e la sua inventiva musicale, che probabilmente commissionò la realizzazione del cratere e da cui il vaso prende il nome.

La scena centrale del vaso di Pronomos con in alto Dioniso e Arianna, e sotto il flautista Pronomos

La scena centrale del vaso di Pronomos con in alto Dioniso e Arianna, e sotto il flautista Pronomos

Nell’incontro di Vicenza si confrontano e si interrogano sul vaso e sulla sua raffigurazione gli archeologi Federica Giacobello (Università degli Studi di Milano) e Maurizio Harari (Università degli Studi di Pavia); il grecista Giuseppe Zanetto (Università degli Studi di Milano) parlerà del dramma satiresco e del teatro ateniese; l’antichista Paola Schirripa (Università degli Studi di Milano) e l’attore regista Tommaso Amadio (co-direttore del Teatro Filodrammatici di Milano) interverranno sul problema della traduzione e messa in scena della tragedia greca nel teatro contemporaneo. Un incontro affascinante, dunque, che affronterà il tema del teatro classico raffigurato e recitato in maniera trasversale, partendo dall’opera per arrivare alle esperienze della drammaturgia contemporanea.

Il manifesto della mostra "Dioniso. Mito, rito e teatro" alle Gallerie di Palazzo Leoni Montanari di Vicenza

Il manifesto della mostra “Dioniso. Mito, rito e teatro” alle Gallerie di Palazzo Leoni Montanari di Vicenza

L’incontro fa parte del ricco programma di iniziative organizzate a corredo della mostra “Dioniso. Mito, rito e teatro”, terzo appuntamento dopo “Le ore della donna” e “Il viaggio dell’eroe” del progetto “Il Tempo dell’Antico, che permette di esporre a rotazione piccoli nuclei di vasi selezionati su base tematica dalla collezione Intesa Sanpaolo di ceramiche attiche e magnogreche, conservata nel deposito di Palazzo Leoni Montanari. è quindi l’occasione, come si diceva, per chi non l’ha ancora fatto, di visitare la mostra aperta fino all’autunno 2016 nelle due sale del piano nobile del seicentesco palazzo. Le raffigurazioni dei vasi narrano culti (come l’orfismo) e riti d’iniziazione, il permeante rapporto uomo-divinità e l’inscindibile legame con il teatro, l’influenza nella società occidentale anche grazie all’apporto del multimediale attraverso dispositivi mobili e touch screen. Ad accogliere il visitatore due ampi vasi a cratere. Nel primo due figure femminili affiancano il simulacro del dio, l’una offerente (con uno stamnos tra le mani), l’altra intenta a suonare un doppio flauto. In quello che la fronteggia, durante un simposio, alcuni giovani si dedicano al gioco del cottabo, sorta di tiro al bersaglio, fruendo di gocce di vino. Nella seconda sala dedicata al tema del teatro spicca in posizione centrale un «ospite illustre»: il vaso di Pronomos, cratere attico concesso in prestito dal museo Archeologico nazionale di Napoli, oggetto dell’incontro di approfondimento. Alla parete: il supporto multimediale ne consente una lettura iconografica puntuale nella percezione del più piccolo dettaglio.

A completare la conoscenza del vaso di Pronomos, si può recuperare su Youtube una ricostruzione tridimensionale della scena tragica raffigurata sul famoso cratere attico.

I satiri vendemmiatori protagonisti a Milano al quinto incontro di “Fuorimostra” di “Mito e Natura”: focus su un kyathos a figure nere del VI secolo a.C.

Kyathos a figure nere con scene di satiri vendemmiatori oggetto dell'incontro per Fuorimostra

Kyathos a figure nere con scene di satiri vendemmiatori oggetto del quinto incontro per Fuorimostra di “Mito e natura” a Milano

Satiri vendemmiatori tra tralci di vite: sono rappresentati su un vaso ceramico del VI secolo a.C., conservato al museo Poldi Pezzoli di Milano e ora temporaneamente esposto a Palazzo Reale di Milano nella mostra “Mito e natura. Dalla Grecia a Pompei”, che chiuderà il 16 gennaio. Proprio da questo prezioso reperto, un kyathos a figure nere, prende le mosse il quinto appuntamento per il “Fuorimostra” di “Mito e Natura”, incontri organizzati dall’Università degli Studi di Milano, in collaborazione con il Comune di Milano, Palazzo Reale ed Electa. Inaugurato il 22 settembre propone 13 incontri dal titolo “Dalla mostra alla città” fino a dicembre 2015 aperti gratuitamente al pubblico. Specialisti ed esperti archeologi, con il coordinamento di Gemma Sena Chiesa, dialogano con il pubblico sui temi dell’arte tra mito e natura nel mondo greco e romano e dell’eredità botanica dell’antica Roma nella natura che ci circonda. Il progetto FuoriMostra si avvale anche di un canale di comunicazione web interamente animato da specializzandi in archeologia dell’Università Statale con la guida di Federica Giacobello: all’iniziativa collaborano sette archeo‐blogger che partendo dal loro lavoro e dalla passione che li motiva studiano con tenacia il passato guardando verso il futuro, divisi tra scavi archeologici e smartphone e tablet con cui raccontano la loro esperienza e la loro conoscenza professionale attraverso il blog (www.mostramitonatura.it/it/blog.html). L’appuntamento è dunque giovedí 5 novembre 2015, alle 18, al museo Poldi Pezzoli di Milano, su “Un vasetto greco e un collezionista illuminato”: introduce Annalisa Zanni, direttore del museo Poldi Pezzoli; interviene Maurizio Harari, università di Pavia. Due satiri vendemmianti, due “occhioni”, due cavalli alati, sono le singolari immagini riprodotte su di un kyathos, o attingitoio attico, dipinto nella tecnica delle figure nere. Ne parlerà Maurizio Harari in una conversazione che muove da una lettura letterale delle figure dipinte, più o meno direttamente pertinenti all’immaginario dionisiaco, mettendo poi in luce, anche in considerazione dell’uso di questa particolare e rara forma vascolare, una trama insospettata di significati e allusioni. Verrà così a confermarsi il ruolo di Dioniso, dio che c’è (e ci guarda) anche quando sembra invisibile.