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Firenze. L’accademia toscana “La Colombaria” organizza “La Tarquinia degli Spurinas”, giornata di studi, in presenza e on line, in ricordo di Mario Torelli

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Il prof. Mario Torelli, etruscologo, archeologo, docente di archeologia e storia dell’arte greca e romana, è morto all’età di 83 anni nel settembre 2020

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Copertina del libro “Gli Spurinas. Una famiglia di principes nella Tarquinia della “rinascita” “

“Scrivere una storia di famiglia per epoche diverse da quella moderna è quasi sempre un azzardo”, scriveva Mario Torelli nella premessa del suo libro Gli Spurinas. Una famiglia di principes nella Tarquinia della “rinascita” (L’Erma di Bretschneider, 2019). “Nelle mani di un archeologo la vicenda di una famiglia antica, così come ce la fanno conoscere iscrizioni e rare e occasionali menzioni delle fonti letterarie, solo di rado è riuscita a diventare trama storica significativa, da leggere eventualmente sullo sfondo di eventi più generali, capaci di dare un senso a comportamenti, a documenti figurati o a evidenze monumentali. La famiglia al centro di queste pagine è quella degli Spurinas-Spurinnae, una potente gens tarquiniese, forse la più potente della città nella prima metà del IV secolo a.C., emersa come tutte le altre dell’età della “rinascita” dalla “notte oligarchica” del V secolo a.C. Di costoro ci parlano alcuni eccezionali documenti epigrafici in latino, i c.d. Elogia Tarquiniensia, fatti incidere su una lastra di marmo in età giulio-claudia; abbiamo così i resti della breve biografia, redatta secondo le regole codificate degli elogia latini, di tre personaggi vissuti fra la fine del V e la metà del IV secolo a.C., il capostipite Velthur Spurinna Lartis f., e il figlio e il nipote (o il figlio natu minor) di questi, Velthur Spurinna Velthuris f. e Aulus Spurinna Velthuris f. Queste brevi biografie, giunte a noi purtroppo con gravi lacune, erano destinate a fornire allo spettatore l’identità di tre statue, ovviamente perdute, erette all’inizio dell’età imperiale per celebrare gli antenati (pretesi) di una famiglia senatoria romana di fresca nomina, quella dei Vestricii Spurinnae nel luogo più augusto della città, il grandioso tempio poliadico di Tarquinia detto dell’Ara della Regina, dove si concentravano le memorie religiose più importanti della città e, per aspetti particolari come l’aruspicina, dell’intera nazione etrusca”.

firenze_la-tarquinia-degli-spurinas_giornata-di-studi_locandinaProprio in ricordo di Mario Torelli, che è mancato nel settembre 2020 (vedi Archeologia in lutto. È morto Mario Torelli, grande etruscologo, archeologo e docente di Archeologia e Storia dell’Arte greca e romana. Stava preparando una grande mostra su Pompei e Roma | archeologiavocidalpassato), l’Accademia toscana di Scienze e Lettere “La Colombaria” organizza in presenza nella propria sede, in via Sant’Egidio 23 a Firenze, e on line (Link al collegamento zoom ID riunione: 862 4690 8148), una giornata di studi dal titolo “La Tarquinia degli Spurinas”. Appuntamento venerdì 13 maggio 2022, alle 10. La giornata di studi si apre con i saluti istituzionali: Sandro Rogari (accademia “La Colombaria”), Giuseppe Sassatelli (istituto nazionale di Studi Etruschi ed Italici), Concetta Masseria (università di Perugia), Massimo Osanna (università “Federico II” di Napoli; ministero della Cultura). Introduce i lavori Stefano Bruni (università di Ferrara). Alle 11, PRIMA SESSIONE, presieduta da Luciano Agostiniani (accademia “La Colombaria”). Intervengono: Tonio Hoelscher (università di Heidelberg) su “Pompe funebri tra Grecia, Roma e Tarquinia”; Lucio Fiorini (università di Perugia) su “Arath Spuriana, la Tomba dei Tori e Tarquinia arcaica”; Luca Cerchiai (università di Salerno) su “Le Tombe dell’Orco e gli Spurina: elogio di un paradigma”. 14.30, SECONDA SESSIONE, presieduta da Giuseppe Sassatelli (istituto nazionale di Studi Etruschi ed Italici). Intervengono: Carmine Ampolo (Scuola Normale Superiore) su “Gravisca e la riscoperta degli empori (tra ‘epigrafia, culti e storia’)”; Vincenzo Bellelli (Cnr; parco archeologico di Cerveteri e Tarquinia) su “Note tarquinesi”; Giovanna Bagnasco (università di Milano) su “Un volto nuovo per un’antica dea. Il Mediterraneo e Tarquinia in epoca ellenistica”; Attilio Mastrocinque e Fiammetta Soriano (università di Verona) su “Il Foro romano di Tarquinia”; Stefano Bruni (università di Ferrara) su “Quinto Spurina, exemplum virtutis dal mondo antico alle soglie dell’umanesimo”.

Rovereto. Sta per avere un volto il bambino di 10 anni morto più di 4mila anni fa nelle grotte di castel Corno (Tn) e trovato nella campagna di scavo del museo civico di Rovereto nel 1998. Presto una pubblicazione sul sito preistorico delle grotte di Castel Corno

Cranio di bambino di 10 anni dal sito preistorico delle grotte di Castel Corno (Tn) conservato al museo civico di Rovereto (foto fmcr)

Sta prendendo forma il volto del bambino di Castel Corno di più di quattromila anni fa. Nel 1998 il museo civico di Rovereto ha realizzato uno scavo nelle grotte di Castel Corno, a circa 800 metri di altitudine tra i paesi di Patone e Lenzima, nel comune di Isera (Trento), dove è stata rinvenuta una necropoli del Bronzo Antico le cui prime sepolture risalgono addirittura all’Età del Rame. Sono stati trovati anche i resti di un bambino sepolto all’età di 10 anni.

Una fase degli scavi archeologici all’interno delle grotte di Castel Corno (Tn) (foto fmcr)

Nelle immediate vicinanze del castello medievale di Castel Corno un intricato labirinto di grotte formate da una frana fu infatti utilizzato nell’età del Bronzo antico (2200-1650 a.C.) a scopo cultuale e funerario. Il sito è stato oggetto di numerose campagne di scavo dal 1960 ad oggi; le ultime ricerche, condotte nel 1998-‘99 da parte del museo civico di Rovereto, hanno messo in luce numerosi reperti (vasellame, strumenti in pietra e in osso, resti di ossa umane e animali ed elementi d’ornamento, fra cui un “brassard” in pietra verde), oggi conservati ed esposti nelle sale museali.

Viviana Conti impegnata nella ricostruzione del volto del bambino di Castel Corno (foto fmcr)

Viviana Conti, che sta seguendo un progetto di WeScup – il servizio civile trentino al museo di Rovereto nell’area Archeologia, sta ricostruendo il volto di questo bambino grazie all’esperienza acquisita con la Laurea Magistrale in Arti Forensi in Gran Bretagna. Partendo dal teschio ritrovato ne è stata fatta una riproduzione digitale e una prima ricostruzione del volto in 2 dimensioni con Photoshop. Poi il modello di teschio è stato stampato con una stampante 3D e ricoperto prima ricostruendo i muscoli e poi con una finta pelle, fatta di un materiale utilizzato anche per le protesi cinematografiche che renderà l’effetto finale molto realistico anche al tatto.

Una pagina dei Diari di scavo che riporta le caratteristiche del teschio trovato nelle grotte di Castel Corno (Tn) (foto fmcr)
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Sezione delle grotte di Castel Corno e localizzazione dei sondaggi eseguiti, rielaborata da Regola (foto fmcr)

È in fase di preparazione una pubblicazione sul sito preistorico delle grotte di Castel Corno a cura di Maurizio Battisti della Fondazione museo civico di Rovereto e Umberto Tecchiati dell’università di Milano che comprende anche questo interessante progetto. Ma a breve verrà pubblicato anche un approfondimento sul sito del museo. “Le sepolture, purtroppo depredate da scavi abusivi”, scrivono Battisti e Tecchiati, “sono databili tra la fine dell’Età del Rame e la prima Età del Bronzo. Quasi tutte le ossa provengono dalla Grotta 3. Le ossa e i denti, in numero di 190, rinvenuti in questa grotta, sono di almeno 1 feto, 3 subadulti rispettivamente di circa 8 anni e 2 di circa 11 anni, e 2 adulti di sesso indeterminato. L’unico reperto scoperto nella Grotta 1 è una vertebra di un adulto. Solo un radio e un’ulna retti, e il loro controlaterale, sono stati trovati in connessione e così tante ossa rimangono non attribuite. Sono presenti ipoplasia dello smalto e cribra orbitali, carie, tartaro e abrasione dentale. In generale, la situazione dentale mostra molte anomalie di crescita, magari di carattere ereditario o di aspetto endemico della popolazione. Inoltre, le ossa mostrano un ritardo di crescita per quanto riguarda l’invecchiamento dentale. L’unico teschio e il frammento di fibula mostrano aree carbonizzate probabilmente dovute ad eventi tafonomici (fossilizzazione) o a rituali post-deposizionali”.

Noceto (Pr). Ci siamo: con l’inaugurazione del museo della Vasca Votiva si compie l’atto finale di un cammino durato, tra scavo, restauro e ricostruzione, 15 anni. Al pubblico si offre un’esperienza immersiva, multisensoriale e multimediale, nella pianura padana terramaricola di 3500 anni fa

Ebbene ci siamo! Venerdì 8 ottobre 2021, alle 10.30, verrà inaugurato il museo della Vasca Votiva di Noceto in provincia di Parma. La Vasca rappresenta, per dimensioni, caratteristiche, significato e grado di conservazione, un “unicum” a livello europeo, tale da innovare profondamente le conoscenze scientifiche sull’ Età del Bronzo. Si tratta infatti di un monumento senza confronti fra le strutture lignee datate a questo periodo.

Il trasporto dei pesanti vetri per l’allestimento delle vetrine del museo della Vasca Votiva a Noceto (Pr) (foto mic-ero)
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L’assemblaggio dei legni che costituivano la vasca votiva per l’allestimento del museo della Vasca Votiva a Noceto (Pr) (foto mic-ero)

Fervono gli ultimi preparativi per completare il museo entro il taglio del nastro. “I contenuti delle vetrine sono al loro posto”, raccontano i tecnici al lavoro in queste ore: “le prove fatte, seppure con supporti di fortuna, hanno facilitato il lavoro e in diversi casi si è riusciti a mettere anche qualche reperto in più rispetto a quanto ipotizzato. Il momento più difficile per le vetrine non è stato dunque l’allestimento dei reperti, bensì quello della messa in posto dei vetri. Alcuni di essi, particolarmente grandi, rischiavano addirittura di non passare dalla porta di ingresso! Ben sei persone sono state necessarie per movimentarli e, con estrema attenzione, indicazioni di manovra nonché qualche brivido, anche questi hanno varcato la fatidica porta. Davanti alla vetrina di destinazione sono stati puliti fuori e dentro, poi montati: questo era l’altro momento delicatissimo, perché i vetri così grandi e con i bordi molati in obliquo a 45 ° (per meglio far combaciare gli angoli delle diverse lastre) rischiano, per un colpo anche piccolo, di creparsi. Contemporaneamente altri professionisti hanno messo in funzione i dispositivi multimediali (per la verità non tanti), altre persone hanno sistemati un po’ di posti a sedere; poi è toccato alla vasca, riemersa dai teli un po’ impolverata ma senza aver perso nulla del suo fascino. Un po’ di maquillage a anche lei è a posto!”.

Con l’apertura del museo si compie l’atto finale di un cammino durato, tra scavo, restauro e ricostruzione, 15 anni, che ha visto collaborare in totale unità di intenti tutte le Istituzioni coinvolte. Oltre al Comune di Noceto, il progetto, infatti, ha interessato, sia in termini di finanziamento, sia in termini di collaborazione scientifica, il ministero della Cultura nonché l’università di Milano con il Dipartimento di Scienze della Terra “A. Desio” (professori Mauro Cremaschi prima, e Andrea Zerboni poi). Fondamentali sono stati anche gli ulteriori finanziamenti che l’Amministrazione Comunale ha ottenuto da parte della Regione Emilia-Romagna e della Fondazione Cariparma.

Locandina per l’inaugurazione del museo Archeologico Vasca votiva di Noceto (Pr)

Programma della giornata. Alle 10.30, inaugurazione e saluti istituzionali: Fabio Fecci, sindaco del Comune di Noceto; Corrado Azzollini, segretario regionale del ministero della cultura per l’Emilia-Romagna; Cristina Ambrosini, direttrice del Servizio Patrimonio Culturale dell’Emilia-Romagna; Marco Masetti, direttore del Dipartimento di Scienze della Terra “A. Desio”; Franco Magnani, presidente della Fondazione della Cassa di risparmio di Parma; Andrea Corsini, assessore al Turismo della Regione Emilia-Romagna. Alle 11.10, intervengono: Maria Bernabò Brea su “La Vasca di Noceto nel contesto dell’Età del Bronzo”; Mauro Cremaschi, docente dell’università di Milano, su “La struttura della Vasca: dallo scavo al museo”; Angela Mutti, funzionaria archeologa del MiC su “Il contenuto della Vasca: dallo scavo al museo”; Guillaume Pacetti, architetto “Il progetto del museo”.

La sistemazione nel museo della Vasca votiva di Noceto (Pr) dei reperti dell’Età del Bronzo da contesto terramaricolo (foto mic-ero)

Il percorso museale e l’organizzazione degli spazi, risultato di un accurato progetto architettonico, offriranno al visitatore un’esperienza immersiva, multisensoriale e multimediale. Oltre alla Vasca Votiva, elemento centrale di potente capacità attrattiva, nel museo saranno esposti un numero sorprendente di oggetti caratteristici della cultura terramaricola che caratterizzava circa 3500 anni fa, la quasi totalità della pianura Padana e la cui storia viene raccontata attraverso testi, immagini, ricostruzioni, video e dispositivi interattivi. Nella giornata di venerdì 8 ottobre 2021 a partire dalle 15 sarà possibile effettuare un breve tour all’interno del museo con ingressi ogni mezz’ora circa su prenotazione al numero 340 1939057. Da sabato 9 ottobre 2021 il museo sarà aperto dal giovedì alla domenica con i seguenti orari: 10-13 e 15-18 fino al 31 ottobre, poi 10-13 e 14-18.

Negrar. Nel sito archeologico di Colombare l’università di Milano ha scoperto la prima uva della Valpolicella: 6300 anni fa questo frutto veniva già consumato. “Ma attenzione: per ora nella terra dell’Amarone non si può parlare di vino del Neolitico. Non ci sono ancora le prove. Dobbiamo continuare le ricerche. Che però costano e richiedono tempo”

L’annuncio in locandina era dei più accattivanti per la Valpolicella, terra in provincia di Verona da sempre vocata alla vitivinicoltura: “6300 anni fa la prima uva della Valpolicella. Presentazione degli scavi dell’università di Milano alle Colombare di Negrar di Valpolicella”. E le aspettative sono state rispettate dagli intervenuti all’incontro in Azienda Agricola Villa Spinosa a Negrar di Valpolicella (Vr): Roberto Grison, sindaco di Negrar di Valpolicella; Vincenzo Tinè, soprintendente Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza; Brunella Bruno, responsabile tutela archeologica Verona città e parte comuni della provincia; Paola Salzani, co-direttrice scientifica di progetto; Umberto Tecchiati, direttore scientifico dello scavo e docente di Preistoria ed Ecologia preistorica dell’università di Milano; Cristiano Putzolu del Laboratorio di Preistoria Protostoria ed Ecologia Preistorica del Dipartimento di Beni Culturali e Ambientali dell’università di Milano (PrEcLab).

Ricerche nel sito archeologico di Colombare di Negrar di Valpolicella (foto PrEcLab)

“A quasi 70 anni dalle prime indagini a cura del museo di Storia Naturale di Verona”, spiegano al PrEcLab di Milano, “è stato compiuto un notevole salto in avanti nella conoscenza del sito di Colombare di Negrar e del suo paleoambiente. Grazie alle collaborazioni con le università di Mannhein e di Bologna per le datazioni al radiocarbonio e soprattutto con l’ateneo di Modena e Reggio Emilia per le analisi archeobotaniche, è stato possibile non solo estendere l’arco di vita del villaggio a quasi 3000 anni di frequentazione, ma anche scoprire la più antica attestazione della vite in Valpolicella, i cui frutti erano conosciuti già 6300 anni fa. Le analisi del paleoambiente, perno delle ricerche dell’équipe milanese, collocano insomma il sito archeologico di Colombare di Negrar nel cuore di un comprensorio ricco di potenzialità naturali, confermando la vocazione produttiva di quest’area del Veneto. Un elemento di continuità straordinario tra passato e presente, che potrà essere confermato solo dalle analisi dei nuovi campioni raccolti durante la campagna di scavo 2021, giunta al termine”.

Ricerche nel sito archeologico di Colombare di Negrar di Valpolicella (foto PrEcLab)

Ma attenzione a non fare confusione o non azzardare conclusioni al momento premature. “Parliamo di uva, non di vino”, ribadiscono gli esperti del PrEcLab di Milano. “Siamo consapevoli del fascino suscitato dalla notizia. Eppure, per correttezza nei confronti del territorio, non ci pare giusto fare credere ciò che non è ancora stato dimostrato. 6300 anni fa si produceva il vino in Valpolicella? Al momento, dobbiamo dire che non lo sappiamo. Però sappiamo che si mangiava l’uva. La più antica uva della Valpolicella. È una notizia meravigliosa! Prima o poi, ci piacerebbe dirvi che qui si faceva anche il primo vino del territorio. Ma non è il momento. Questi dati non li abbiamo. Non ancora. Servono più ricerche, più analisi. Più fondi. Forse, più voglia del territorio stesso di riscoprirsi. Noi crediamo fortissimamente in questa ricerca. Crediamo possa fare bene a tutti: istituzioni, imprese locali, abitanti. Ma solo se vi raccontiamo davvero le cose come stanno e ci diamo la possibilità di riscoprire il passato insieme, un passo alla volta. Per questo, per noi, mettere i puntini sulle i è così importante”.

Ricerche nel sito archeologico di Colombare di Negrar di Valpolicella (foto PrEcLab)

Storia e sviluppo delle ricerche a Colombare di Negrar. “Partiamo da una premessa”, spiegano gli esperti del PrEcLab: “Le nostre ricerche stanno dando ottimi frutti. Le analisi di laboratorio hanno rivelato la presenza di pollini di vite negli strati archeologici. Questo ci ha fatto ipotizzare che la pianta della vite, probabilmente ancora selvatica, fosse comunque accudita già nel Neolitico e sfruttata per i suoi frutti. Da quel che sappiamo finora possiamo ipotizzare che alle Colombare, nel Neolitico, si mangiasse l’uva. Non sappiamo altro”.

Ricerche nel sito archeologico di Colombare di Negrar di Valpolicella (foto PrEcLab)

“È impossibile che a Negrar 6300 anni fa ci fosse il vino? No”, assicurano al PrEcLab, giusto per non spegnere i legittimi entusiasmi dimostrati dal territorio. “Ma per poterlo affermare servono altri elementi. Per esempio, avere tracce di vino nei contenitori di ceramica. Ciò non significa che siamo alla ricerca spasmodica di tracce di vino nei contenitori. Dipenderà molto dalla qualità dei reperti trovati e dalla possibilità di raccogliere campioni. Insomma – concludono -, per ora niente vino. Siamo certi solo del consumo dell’uva 6300 anni fa. In quello che oggi è uno dei principali distretti del vino in Italia. Cosa significa? In pratica, che siamo di fronte a una bellissima notizia, ma che per parlare esplicitamente di vino Neolitico a Negrar… dobbiamo continuare le ricerche. Che però costano e richiedono tempo”.

A Noceto (Pr) si stanno ultimando gli ultimi lavori in vista dell’inaugurazione del museo Archeologico della Vasca Votiva, un unicum a livello europeo che innova le conoscenze scientifiche sull’Età del Bronzo. Gli archeologi anticipano qualche curiosità sugli oggetti ritrovati e qualche ipotesi sull’utilizzo rituale della vasca

Locandina per l’inaugurazione del museo Archeologico Vasca votiva di Noceto (Pr)

Alla vigilia di Ferragosto dal segretariato dell’Emilia Romagna del ministero della Cultura con l’augurio di “Buone vacanze” c’era stato anche un arrivederci importante: “Ci vediamo il 1° ottobre 2021 a Noceto, in provincia di Parma, per l’inaugurazione del museo Archeologico della Vasca votiva”. La Vasca Votiva rappresenta un unicum a livello europeo tale da innovare profondamente per dimensioni e caratteristiche le conoscenze scientifiche sull’Età del Bronzo. Si tratta infatti di un monumento senza confronti fra le strutture lignee pre-protostoriche europee. Il museo di Noceto è stato costruito proprio per ospitare esclusivamente questo incredibile reperto e gli oggetti ritrovati al suo interno. Ma non sarà aperto il 1° ottobre. L’attesa cerimonia è stata fatta slittare di una settimana. L’appuntamento è per venerdì 8 ottobre 2021, a Noceto (Pr), in via Ignazio Silone 1, per l’inaugurazione del museo Archeologico della Vasca votiva. L’inaugurazione sarà in presenza nel rispetto delle norme anti-Covid. Per accedere sarà necessario essere dotati di Green Pass. Diretta sul profilo Facebook del Comune di Noceto @ComuneNoceto.

Dettaglio della vasca votiva al centro del nuovo museo Archeologico di Noceto (Pr) (foto Mic-ERO)

Programma della giornata. Alle 10.30, inaugurazione e saluti istituzionali: Corrado Azzollini, segretario regionale del ministero della Cultura per l’Emilia-Romagna; Andrea Corsini, assessore al Turismo della Regione Emilia-Romagna; Fabio Fecci, sindaco del Comune di Noceto; Elio Franzini, magnifico rettore dell’università di Milano; Marco Masetti, direttore del dipartimento di Scienze della Terra “A. Desio”; Franco Magnani, presidente della Fondazione della Cassa di risparmio di Parma; Cristina Ambrosini, direttore del servizio Patrimonio culturale dell’Emilia-Romagna. Alle 11.10, intervengono: Maria Bernabò Brea su “La Vasca di Noceto nel contesto dell’Età del Bronzo”; Mauro Cremaschi, docente dell’università di Milano su “La struttura della Vasca: dallo scavo al museo”; Angela Mutti, funzionaria archeologa del Mic su “Il contenuto della Vasca: dallo scavo al museo”; Guillaume Pacetti, architetto “Il progetto del museo”.

Oggetti recuperati dalla vasca votiva pronti per essere sistemati nelle vetrine del nuovo museo Archeologico di Noceto (Pr) (foto Mic-ERO)

Intanto prosegue a ritmo serrato il completamento dell’allestimento. “Allestire una vetrina”, spiega lo staff tecnico sul sito del segretariato regionale del Mic, “è operazione appassionante ma al tempo stesso fonte di preoccupazione, perché maneggiare i reperti comporta sempre un certo rischio. Per di più, quando si prepara un nuovo allestimento non basta spostare un oggetto da un posto all’altro, ma occorre provare più versioni espositive fino a raggiungere quella ottimale. La situazione è ancora più complessa quando il nuovo allestimento è completamente da realizzare: in questo caso sono addirittura da calcolare le dimensioni delle vetrine, la tipologia dei basamenti interni e finanche dei singoli supporti. Non sempre però si dispone di uno spazio e, ancor più, dell’attrezzatura di scena per effettuare queste prove come davvero si vorrebbe. E qui entra in gioco la capacità di immaginazione e l’inventiva degli archeologi, abituati a soluzioni improvvisate degne di un MacGyver o di Archimede pitagorico: i più svariati tipi di oggetti (purché stabili!) diventano utili per una simulazione”.

Prove di allestimento di una vetrina del nuovo museo Archeologico Vasca votiva di Noceto (Pr) (foto Mic-ERO)
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Proposta di allestimento di alcuni oggetti lignei recuperati dalla vasca votiva di Noceto (Pr) (foto Mic-ERO)

“Per buona parte dei reperti di Noceto”, continuano i tecnici, “nastro di carta e metro, cassette di svariato materiale, fogli per appunti e macchine fotografiche sono stati più che sufficienti per simulare perimetri di vetrine, suddividere gli spazi interni, riprodurre piani espositivi di diversa altezza, fissare le soluzioni individuate. La stessa procedura era però impossibile per i reperti lignei, troppo delicati per essere ripetutamente maneggiati e spostati. Per loro si è dunque fatto ricorso al modellino in scala: in parte con il vecchio stile (forbici per ritagliare le figurine, cartoncino e colla), in parte con tecniche più moderne, ossia con un programma di grafica. Il timore che la versione reale non fosse all’altezza del modello c’era, ma oggi, ad allestimento avviato, il risultato ci sembra niente male”.

Alcuni vasi in ceramica recuperati dalla vasca votiva di Noceto (Pr) (foto Mic-ERO)

La vasca conteneva ben 100/150 vasi interi o “ricomponibili”: si tratta di un ristretto numero di vasi integri, molti vasi “ricomponibili”, ossia in frammenti ma pressoché completi, e altri mancanti di qualche parte che potrebbe essere andata perduta durante lo scavo. “Quasi tutti i vasi rinvenuti nei pressi del fondo della vasca”, intervengono gli archeologi impegnati nelle ricerche, “erano ad esempio “ricomponibili”; sono stati i primi ad esservi depositati e hanno subito più degli altri il peso dei sedimenti e dei manufatti che li hanno coperti. Molti dei vasi “integri” provengono invece da livelli più alti, dove si sono conservati perché probabilmente sottoposti a una pressione minore”.

Vasi ricomposti dopo il restauro, provenienti dalla vasca votiva di Noceto (Pr) (foto Mic-ERO)
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Un vaso in ceramica al momento dello scavo della vasca votiva di Noceto (Pr) (foto Mic-ERO)

“Poi ci sono i vasi scompleti, mancanti di qualche parte”, continuano: “è vero che tali parti potrebbero essere andate perdute in scavo, ma se così non fosse? Se questi vasi fossero stati deposti nella vasca già privati di un frammento o di una parte perché l’offerente desiderava conservare un legame con la divinità destinataria, condividendo con lei un oggetto investito di un importante significato? Bisogna infine dire che la vasca conteneva anche migliaia di frammenti ceramici; dunque come escludere del tutto l’ipotesi che alcuni oggetti fossero intenzionalmente frammentati e poi deposti, oppure che una semplice parte di vaso fosse ritenuta sufficiente a rappresentare, simbolicamente, l’intero dono? Per verificare queste ipotesi bisognerebbe esaminare migliaia di frammenti, cercare quelli cha attaccano e procedere, fino a dove il puzzle lo consente, con la ricomposizione. Oggi un’operazione del genere è quasi un sogno, ma in futuro chissà!”.

Fusaiole e pesi da telaio ritrovati nella vasca votiva di Noceto (Pr) (foto Mic-ERO)
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Nel disegno un’ipotesi di ricostruzione e utilizzo del telaio nell’Età del Bronzo (foto Mic-ERO)

“Tra i diversi oggetti in terracotta ritrovati nella vasca”, ricordano gli archeologi, “c’erano una ventina di fusaiole e alcuni (4) pesi da telaio. Fusaiole e pesi si rinvengono abbastanza facilmente negli abitati, mentre gli elementi lignei cui sono associatisi trovano in casi rarissimi: dalla vasca provengono invece almeno tre fusi, bastoncini con le due estremità assottigliate e appuntite e un altro manufatto forse usato con il telaio. Il fuso, con il movimento rotatorio impressogli dalla filatrice, trasforma in filo la matassa informe di fibre, lana o lino, avvolta su una conocchia (o rocca) retta dalla filatrice stessa con l’altro braccio; le fusaiole, infilate nella punta inferiore del fuso, gli garantiscono stabilità durante la rotazione. I fili sono poi collocati su un telaio verticale, tenuti tesi con il peso legato alla loro estremità inferiore; i fili verticali costituiscono l’ordito e un altro filo, intrecciato trasversalmente ai primi con l’aiuto di una spoletta (o navicella), dà origine alla trama. In epoca preistorica filatura e tessitura erano praticate in ambito familiare e dalle donne, comprese quelle appartenenti alle classi sociali più elevate; sappiamo tutti che Penelope, pur regina, trascorreva gran tempo al telaio. E non vorremo certo dimenticare la Bella addormentata, caduta vittima del malefico incantesimo proprio pungendosi con un fuso!”.

Fusaiole affiorano durante lo scavo della vasca votiva di Noceto (Pr) (foto Mic-ERO)

“Tornando a filatura e tessitura, come interpretare la presenza entro la vasca di oggetti legati a queste attività?”, si chiedono gli esperti. “Un’ipotesi è che nella mitologia di molte culture antiche, anche di aree distanti tra loro, vita e destino dell’uomo sono spesso assimilati a un filo, retto, avvolto e troncato da apposite figure divine e che, sempre nel mondo antico, si riteneva spesso che il passaggio tra mondo dei vivi e mondo dei morti avvenisse attraverso l’acqua”.

Alcuni vasi trovati impilati uno sull’altro sul fondo della vasca votiva di Noceto (Pr) (foto Mic-ERO)

“Uno dei temi più dibattuti nel corso dello scavo”, spiegano ancora gli archeologi sul sito del segretariato regionale del Mic, “era con quali criteri e, soprattutto, in che modo erano affidati alla vasca gli oggetti che conteneva? Innanzitutto si può constatare che i primi vasi deposti si distribuivano lungo i lati Nord ed Est, formando delle piccole concentrazioni alternate a spazi vuoti. Forse perché questi lati erano quelli rivolti verso il villaggio e quindi i primi a cui si giungeva? E perché le concentrazioni? Corrispondevano forse a offerte effettuate in momenti diversi ma sempre dallo stesso punto del bordo, forse più facilmente accessibile? Ed è possibile che ognuna fosse ricollegabile o addirittura riservata a una stessa famiglia o a un clan familiare?”.

Piccola concentrazione di vasi ritrovati lungo un bordo della vasca votiva di Noceto (Pr) (foto Mic-ERO)

“Quando poi i doni più antichi e le travi basali erano già sepolti dai sedimenti – continuano -, le offerte (peraltro mai interrotte) si fanno di nuovo numerose. Che fosse in atto una carestia o fosse necessaria una maggiore produttività dei terreni per l’aumento della popolazione? A differenza dei doni più antichi, le offerte di questa fase si concentrano nell’angolo Nord-Est, che viene riempito da un enorme numero di vasi”.

Proposta di ricostruzione dei riti alla vasca votiva di Noceto (Pr) (foto Mic-ERO)
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Nel disegno un’ipotesi di come venivano depositati gli oggetti sul fondo della vasca votiva di Noceto (Pr) (foto Mic-ERO)

“A criteri precisi sembra poi rispondere la distribuzione dei principali manufatti in legno; aratri e vanghe, i più grandi attrezzi ritrovati entro la vasca, erano tutti in corrispondenza di angoli. Rami, intrecci, ghirlande sembrano invece distribuirsi un po’ su tutta la superficie, forse perché, a differenza degli oggetti pesanti che andavano subito a fondo, potevano galleggiare sulla superficie prima di affondare. Infine si tende a pensare che gli oggetti fossero delicatamente posati lungo il bordo, a pelo d’acqua, ma non possiamo non notare alcune stranezze: alcuni vasi sono esattamente sovrapposti tra loro, un grosso vaso rovesciato e privo di fondo era ben lontano dal bordo vasca. Come spiegare questi aspetti? Casualità forse o, come scherzosamente ipotizzato, dovremmo davvero pensare che a qualcuno spettasse l’onore (o l’onere?) di tuffarsi per andare a deporre gli oggetti? Incarico, almeno dal nostro punto di vista, poco attraente e nemmeno agevole data la presenza di un reticolo di travi anche alla sommità della vasca”.

Milano. L’università statale e l’Ambasciata d’Italia in Egitto dedicano una giornata a ricordare il salvataggio dei templi di File a 40 anni dalla straordinaria impresa con la presentazione del volume “File, la Perla del Nilo salvata dalle acque. Il contributo italiano”: incontro in presenza su invito e in streaming

File, tempio sommerso durante la piena del Nilo, secondo pilone, veduta da ovest. Foto di Alexandre Varille, anni 1940. Stampa su carta fotografica (Archivi Egittologia Università di Milano)

Quarant’anni fa, era il 1980, grazie alla collaborazione tra Egitto e Italia, si concludeva l’epica impresa del salvataggio del magnifico complesso faraonico sorto sul Nilo: i templi di File. A quella straordinaria impresa l’università statale di Milano e l’Ambasciata d’Italia in Egitto dedicano la giornata del 21 settembre 2021  con l’incontro “File salvata dalle acque. Alla Statale gli archivi di un’impresa straordinaria”, promosso con la partecipazione dell’Istituto Italiano di Cultura – Centro Archeologico Italiano al Cairo. Appuntamento in Sala Rappresentanza della sede di via Festa del Perdono dell’Università Statale, alle 11 (ingresso su invito e solo con Green Pass), in diretta sul canale YouTube d’Ateneo @UnimiVideo. L’evento sarà l’occasione per presentare il volume “File, la Perla del Nilo salvata dalle acque. Il contributo italiano”, curato dall’Ambasciata d’Italia al Cairo e dall’Istituto Italiano di Cultura – Centro Archeologico Italiano al Cairo e stampato dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato attraverso il prestigioso marchio Libreria dello Stato.

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Giampaolo Cantini, ambasciatore d’Italia al Cairo

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Patrizia Piacentini, egittologa dell’università di Milano (foto mudec)

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Giuseppina Capriotti Vittozzi (Centro Archeologico Italiano – Istituto Italiano di Cultura del Cairo)

La giornata sarà aperta, alle 11, dai saluti istituzionali del rettore Elio Franzini, della prorettrice a Ricerca e Innovazione Maria Pia Abbracchio, e da Claudia Berra, direttrice del dipartimento di Studi letterari, filologici e linguistici dell’Ateneo milanese. Ai saluti istituzionali seguirà l’intervento (da remoto) di Giampaolo Cantini, ambasciatore d’Italia in Egitto, su “L’Italia in Egitto: l’anniversario di una grande impresa”. Quindi, alle 11.30, gli interventi in presenza: Patrizia Piacentini, ordinario di Egittologia (Università di Milano), su “L’archivio Condotte negli Archivi di Egittologia dell’Università degli Studi di Milano”; Matteo Uggetti, commissario straordinario della Società Italiana per Condotte d’Acqua S.p.A., su “Le Condotte in Egitto”; Giuseppina Capriotti Vittozzi, Centro Archeologico Italiano – Istituto Italiano di Cultura del Cairo, presenta il volume “File, la Perla del Nilo salvata dalle acque. Il Contributo dell’Italia”, Roma, Poligrafico e Zecca dello Stato, 2021; Antonio Palma, presidente del Poligrafico e Zecca dello Stato Italiano, su “Il volume su File nel Catalogo della Libreria dello Stato”. Chiude, alle 12.10, la proiezione del video “Egyptian-Italian Cooperation for the Preservation of the Egyptian Cultural Heritage”.

Il tempio di Iside sull’isola di File vicino ad Assuan (Egitto)

Il volume raccoglie gli Archivi della Società Italiana per Condotte d’Acqua SpA (donati nel dicembre 2020 all’università di Milano) che ripercorrono la straordinaria impresa che 40 anni fa permise di salvare dalle acque, in seguito alla costruzione della Grande Diga di Assuan a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso, i monumenti dell’antica File e altri monumenti della Nubia, come quelli di Abu Simbel, che sarebbero andati definitivamente perduti. Nell’ambito della Campagna UNESCO (1960-1980), infatti, i monumenti furono salvati grazie a un intervento di traslazione altamente specialistico, nel quale l’Italia ebbe un ruolo importante. L’ultimo salvataggio fu quello di File, dove i lavori furono portati a temine dalla Società Italiana Condotte – Mazzi Estero (mentre il precedente intervento ad Abu Simbel era stato messo in atto da Impregilo).

L’università di Macerata lancia “PAST – L’Umanesimo che sa comunicare: Professioni per la comunicazione dell’Antico”, master annuale di II Livello per laureati in discipline umanistiche interessati agli aspetti relativi alla comunicazione e alla divulgazione del passato delle civiltà mediterranee. Bando a luglio. Ecco il comitato scientifico

Si chiama PAST – L’Umanesimo che sa comunicare: professioni per la comunicazione dell’Antico. È il Master annuale di II Livello, promosso dall’università di Macerata, indirizzato a laureati in discipline umanistiche, in possesso di Laurea magistrale presso una Università italiana o straniera riconosciuta, interessati agli aspetti relativi alla comunicazione e alla divulgazione del passato delle civiltà mediterranee. Il bando per la prima edizione di PAST per l’anno accademico 2021-2022 sarà pubblicato a luglio 2021. Il Master promuove la partecipazione – in qualità di docenti – di studiosi ed esperti del settore provenienti dall’Accademia e di professionisti del mondo dell’editoria e dell’imprenditoria. A integrazione della didattica frontale sono previste esercitazioni e attività laboratoriali, seminari e Masterclass di approfondimento. Il tratto distintivo del Master è la forte interazione tra il mondo universitario e della ricerca e il mondo del lavoro, che prevede, tra l’altro, un periodo di stage obbligatorio presso aziende leader del settore. A conclusione del Master lo studente sarà seguito nell’ideazione di un project work in uno degli ambiti definiti nell’offerta formativa (scrittura, audiovisivo, edutainment). Il Master è rivolto sia a giovani che desiderino completare la loro formazione con una declinazione professionalizzante, sia a professionisti che già operano nei settori dei Beni culturali che desiderino maturare e approfondire competenze specifiche nell’ambito della comunicazione e dei Social Media.

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Scorcio del teatro romano di Sabratha in Libia (foto unimc)

Presentazione. Storia e archeologia del Mediterraneo antico sono il focus di questo master che l’università di Macerata dedica a laureati di formazione umanistica e a professionisti del settore dei Beni culturali per farne dei Comunicatori dell’antico. Il Master intende formare figure professionali, altamente qualificate, spendibili negli ambiti del giornalismo scientifico e divulgativo, nella documentaristica storica e nel cinema archeologico, nell’editoria anche digitale e con particolare riferimento all’infanzia, nell’edutainment, nella comunicazione e didattica museale. I profili in uscita potranno mettere a frutto le conoscenze solidamente maturate nell’ambito della storia e dell’archeologia del Mediterraneo antico, al fine di realizzare prodotti culturali a contenuto storico di alta divulgazione scientifica: libri, blog, piattaforme digitali, podcast, fumetti, videogames, film, serie tv, programmi televisivi, documentari, progetti culturali museali.

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Dettaglio dell’arco di Settimio Severo a Leptis Magna in Libia (foto unimc)

Obiettivi. Unire la formazione storica, artistica e archeologica di base con le competenze tecniche e specifiche nella comunicazione dei contenuti di settore a un pubblico eterogeneo è l’obiettivo del master PAST. Il pubblico della comunicazione dell’antico può essere composto da specialisti così come da professionisti di diversa formazione appartenenti a generazioni differenti o con profili socio-culturali variegati. Il percorso di studi del master mira dunque da un lato a rafforzare la conoscenza metodologica e storiografica del passato, attraverso la selezione e l’utilizzo delle fonti, dall’altro a sviluppare la capacità creativa del saper raccontare in maniera efficace utilizzando media e forme espressive diversi. Sono figure professionali altamente qualificate e spendibili in diversi ambiti quelle formate da questo master. Dal giornalismo scientifico e divulgativo alla documentaristica storica e del cinema archeologico, passando per l’editoria (anche digitale) riferita all’infanzia, all’edutainment, alla comunicazione e alla didattica museale. I profili in uscita potranno mettere a frutto le conoscenze solidamente maturate nell’ambito della storia e dell’archeologia del Mediterraneo antico.

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La prof.ssa Simona Antolini (foto unimc)

Vediamo i componenti del comitato scientifico. Simona Antolini (direttore del consiglio direttivo): professore associato all’università di Macerata, è un’epigrafista dell’età romana. È responsabile dello studio delle iscrizioni greche e latine nell’ambito di diverse missioni archeologiche. I suoi principali campi di indagine sono: l’epigrafia municipale dell’Italia medio-adriatica, l’epigrafia rupestre, l’epigrafia in lingua greca e latina della Cirenaica, dell’Illiria meridionale e dell’Epiro, di Creta.

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L’archeologa Giorgia Cappelletti (foto unimc)

Giorgia Cappelletti: laureata in Archeologia e culture del mondo antico a Bologna, ha lavorato come archeologa nella sezione di Preistoria del Muse – Museo delle Scienze di Trento. Oggi scrive testi ed esercizi per le antologie scolastiche Mondadori, svolge laboratori didattici nelle scuole elementari e pubblica libri per bambini con l’editore Erickson. Dal 2019 collabora con il Centro studi Archeostorie®.

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La giornalista archeologa Cinzia Dal Maso (foto unimc)

Cinzia Dal Maso: cammina e scrive di archeologia, comunicazione dei beni culturali, uso contemporaneo del passato, turismo culturale, ecoturismo. Collabora con Repubblica, Il Sole 24 ore e dirige Archeostorie Magazine (www.archeostorie.it), osservatorio sulle forme di comunicazione dei beni culturali e della storia. Con il Centro studi Archeostorie® aiuta musei, istituzioni culturali e imprese a raccontare il proprio patrimonio in modo preciso, coinvolgente, distintivo.

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L’illustratore Andrea Dentuto (foto unimc)

Andrea Dentuto: illustratore per libri, insegnante di disegno, animatore e fumettista, ha iniziato a pubblicare poco dopo aver compiuto 20 anni su riviste a diffusione nazionale, ha realizzato illustrazioni per agenzie pubblicitarie, filmati animati come regista, trasferendosi poi in Giappone per 10 anni, dove ha pubblicato per editori come Mainichi Shinbun e Futabasha.

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Il direttore artistico Dario Di Blasi (foto unimc)

Dario Di Blasi: direttore artistico del Firenze Archeofilm Festival dal 2018, ha guidato dal 1990 al 2017 la Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico a Rovereto e, più di recente, l’Archeo Cine Mann del Museo Archeologico di Napoli. Collabora nell’organizzazione di decine di manifestazioni che coniugano cinema e archeologia in Italia e all’estero.

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Il regista Eugenio Farioli Vecchioli (foto unimc)

Eugenio Farioli Vecchioli: autore e regista televisivo. Si è specializzato in comunicazione della scienza alla SISSA di Trieste. Lavora in TV dal 1998. Dal 2010 la sua attività si è concentrata sulla produzione di documentari dedicati al patrimonio archeologico e storico-artistico. Attualmente è il responsabile editoriale dei programmi di Rai Cultura dedicati al patrimonio culturale e realizzati in collaborazione con il ministero della Cultura.

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Il comunicatore Sandro Garrubbo (foto unimc)

Sandro Garrubbo: museante, docente, autore. Nei beni culturali dal 1987, ha studiato Scienze della Comunicazione. Da 27 anni in servizio al museo Archeologico “Antonino Salinas” di Palermo, è dal 2014 Social Media Strategist dello stesso museo. Insegna “Lab. Professionale di Comunicazione delle Istituzioni Culturali” all’università di Palermo. Coautore di saggi e articoli sulla comunicazione dei beni culturali.

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Il professor Sauro Gelichi (foto unimc)

Sauro Gelichi: professore ordinario di Archeologia Medievale all’università Ca’ Foscari di Venezia. Si occupa di storia dell’insediamento e della “cultura materiale” nel medioevo. È direttore del CeSAV (Centro Studi di Archeologia Venezia), della SAAME (Centro Interuniversitario per la storia e l’archeologia dell’alto medioevo). È direttore responsabile delle riviste “Archeologia Medievale” e “Rivista di Archeologia”.

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Il professor Anton Giulio Mancino (foto unimc)

Anton Giulio Mancino: professore associato di Storia del cinema all’università di Macerata, collabora con le riviste “Bianco e Nero”, “Cinecritica”, “Cineforum”, “8½”, “Fata Morgana”, il programma di Rai Radiotre “Wikiradio” e il quotidiano “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Ha redatto numerose voci dell’Enciclopedia del Cinema Treccani e del Dizionario biografico degli italiani e per Einaudi del Dizionario dei registi del cinema mondiale.

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La professoressa Silvia Maria Marengo (foto unimc)

Silvia Maria Marengo: professore ordinario di Storia romana all’università di Macerata, fa parte della XVI commissione dell’Unione Accademica Nazionale per i supplementi ai corpora delle iscrizioni greche e latine. È responsabile del progetto di collaborazione fra l’università di Macerata e l’università di Zagabria per lo studio delle iscrizioni di Salona. La sua attività di ricerca riguarda principalmente la storia romana delle Marche e l’epigrafia della Cirenaica.

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Il professor Emanuele Papi (foto unimc)

Emanuele Papi: professore ordinario di Archeologia classica all’università di Siena, è direttore della Scuola Archeologica italiana di Atene dal 2016. Ha condotto scavi e ricerche a Roma sul Palatino, a Hephaestia (Lemnos) in Grecia, a Dionysias in Egitto, a Thamusida, Lixus, Sala, Zilil e Volubilis in Marocco. Si occupa di Mediterraneo antico, società e città, economia dell’impero romano, storia delle rovine. È autore di diverse monografie.

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Il professor Roberto Perna (foto unimc)

Roberto Perna: professore associato in Archeologia classica all’università di Macerata. Dal 1996 al 2007 incaricato dalla Provincia di Macerata per la consulenza in materia di Beni Culturali: archeologici, storico-artistici ed architettonici. Si occupa di topografia antica e di gestione del patrimonio archeologico e culturale. Ha elaborato e realizzato progetti finalizzati alla tutela, gestione e valorizzazione del patrimonio culturale in Italia e in Albania.

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Il professor Luca Peyronel (foto unimc)

Luca Peyronel: professore ordinario di Archeologia e Storia dell’arte del Vicino Oriente Antico all’università di Milano, dirige scavi e progetti di ricerca in Turchia, Siria ed Iraq e si occupa soprattutto di economia antica, artigianato, commerci e interazioni culturali del mediterraneo orientale e Asia occidentale durante l’età del bronzo. Ha fondato e coordinato il laboratorio Archeoframe di comunicazione e valorizzazione dei beni culturali dell’università Iulm di Milano.

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La professoressa Jessica Piccinini (foto unimc)

Jessica Piccinini: ha lavorato come Wissenschaftliche Mitarbeiterin all’università di Vienna e ha svolto attività di ricerca in numerose università e istituti, come il Center of Hellenic Studies dell’università di Harvard a Washington DC, la Scuola Archeologica Italiana di Atene. Dal 2018 insegna Storia greca all’università di Macerata. Si interessa di storia politica e religiosa della Grecia Nord-occidentale e dell’Adriatico dall’età arcaica a quella ellenistico-romana.

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Il radiofonico Sebastian Paolo Righi (foto unimc)

Sebastian Paolo Righi: ama ascoltare e raccontare storie, davanti a un microfono o dietro a un mixer. Soprattutto se parlano di arte, sperimentazione, innovazione sociale e culturale. Fondatore e Station Manager di NWRadio e Podcast Producer per NWFactory, ha curato regia e produzione di Branded Podcast e serie narrative di successo quali La Bestia Feroce, La Nube – Disastro a Bophal e Bistory – Storie dalla storia.

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La professoressa Maria Antonietta Rizzo (foto unimc)

Maria Antonietta Rizzo: professore associato di Etruscologia e antichità italiche prima nell’università Carlo Bo di Urbino, poi in quella di Macerata. Ha condotto scavi, restauri e ricerche in Etruria (Cerveteri), in Grecia (Gortina di Creta, Rodi) ed è direttore delle missioni dell’università di Macerata in Libia (Leptis Magna e Sabratha). Direttore della rivista “Libya Antiqua”, ha curato allestimenti di musei, e organizzato mostre e convegni nazionali ed internazionali.

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Il professor Ignazio Tantillo (foto unimc)

Ignazio Tantillo: professore ordinario all’università di Napoli L’Orientale, è uno storico dell’età romana e della tarda antichità. Si interessa di storia politica e culturale dal III al VI secolo, dell’Africa romana e della sua amministrazione civile e militare, di Cassiodoro e dell’Italia Ostrogota,  della città di Leptis Magna e della Tripolitania, della provincia di Creta e di Gortina nel IV secolo d.C., dello statue habit tra II e VI secolo d.C., dell’epigrafia dell’Italia e delle province, latine ed ellenofone.

Torino. Al museo Egizio Anna Consonni del museo Egizio di Firenze su “Gli annessi economici nord del Ramesseum: nuove prospettive di ricerca. Gli scavi italiani nel quadro della Missione franco-egiziana”. Conferenza on line in collaborazione con Acme

Dal 2017 un gruppo di ricerca italiano è associato agli scavi condotti dalla Missione franco-egiziana sull’area del Ramesseum, diretta da Christian Leblanc nell’ambito della missione archeologica francese di Tebe Ovest (MAFTO), in partnership con il Centro di Studi e Documentazione sull’Antico Egitto (CEDAE, Egyptian Ministry of Antiquities), l’associazione per la salvaguardia del Ramesseum (ASR) e il Centro di Egittologia Francesco Ballerini (CEFB). Martedì 13 aprile 2021, alle 18, il museo Egizio di Torino in collaborazione con ACME (associazione amici collaboratori del museo Egizio di Torino) presenta la conferenza egittologica online “Gli annessi economici nord del Ramesseum: nuove prospettive di ricerca. Gli scavi italiani nel quadro della Missione franco-egiziana”, tenuta da Anna Consonni, curatrice della sezione “Museo Egizio” presso il museo Archeologico nazionale di Firenze, che si focalizzerà sugli scavi italiani al Ramesseum. La conferenza si terrà in italiano e sarà introdotta da Christian Greco, direttore del museo Egizio. L’incontro verrà trasmesso in diretta streaming sulla pagina Facebook e sul canale YouTube del museo Egizio.

Gli annessi nord del Ramesseum a Tebe Ovest affidati agli archeologi italiani (foto museo Egizio)

Agli archeologi italiani è stata affidata in particolare la ripresa degli scavi negli “annessi nord”, una serie di strutture in mattoni crudi, che coprono un’area di circa 12mila mq ed erano parte del complesso economico-amministrativo del Tempio. La destinazione originaria di questi ambienti, indagati nei secoli passati in modo non esaustivo, non è in molti casi ancora chiara. Allo stesso modo necessita di essere meglio definita la dinamica complessa di riutilizzo che l’area ha subito a partire dal Terzo Periodo Intermedio. Le nuove ricerche, condotte con l’ausilio di moderne metodologie e un approccio multidisciplinare, hanno già consentito di raccogliere nuove interessanti informazioni.

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L’archeologa Anna Consonni, curatrice del museo Egizio di Firenze

Anna Consonni si è laureata in Egittologia all’università di Milano e specializzata nella stessa università in Preistoria e Protostoria, e ha conseguito il dottorato in Egittologia all’università di Pisa con una tesi sulle ceramiche provenienti dai contesti funerari presenti sull’area del Tempio di Milioni di Anni di Amenhotep II a Luxor (Egitto). Ha partecipato a numerosi scavi preistorici e protostorici in Italia, sia da libero professionista che in collaborazione con Università e Istituti di Ricerca, partecipando inoltre a diverse missioni archeologiche in Egitto. Dal 2018 al 2020 è stata funzionario archeologo al museo Archeologico nazionale di Taranto dove è stata curatore delle sezioni dedicate alla Preistoria-Protostoria e alla cultura indigena, e responsabile dell’area operativa “Educazione e Ricerca, Servizi al Pubblico” e dei Servizi educativi. Da gennaio 2021 è in servizio al museo Archeologico nazionale di Firenze, come curatore della sezione “Museo Egizio”.

“Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri”: nella sesta clip del museo Egizio protagonista Verbano Cusio Ossola e Giuseppe Botti, papirologo e primo esperto di scrittura demotica in Italia

Sesta tappa, Verbano Cusio Ossola. Il viaggio proposto dal museo Egizio di Torino tocca Verbano Cusio Ossola con la sesta delle otto clip del progetto “Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri” in collaborazione con il Centro Studi Piemontesi e il patrocinio della Regione Piemonte. “Vi porteremo in giro per il Piemonte per raccontarvi storie di uomini audaci e appassionati di antico Egitto”, spiegano al museo. “Toccheremo tutte le province piemontesi, incontreremo le storie di personaggi vissuti tanto tempo fa: numismatici, viaggiatori, archeologi, architetti e collezionisti che, “parlando” in piemontese (sottotitolata in italiano), racconteranno perché c’è un museo Egizio proprio a Torino!”. La sesta puntata è dedicata a Verbano Cusio Ossola e Giuseppe Botti (1889-1968), papirologo e primo esperto di scrittura demotica in Italia, raccontata in piemontese da Albina Malerba, direttrice Centro studi piemontesi.

Il papirologo e demotista Giuseppe Botti da Vanzone (Verbano Cusio Ossola) (foto museo Egizio)

1914, Vanzone con San Carlo, provincia di Verbano Cusio Ossola. Seduto sulla scalinata della chiesa, un giovane tiene la testa tra le mani, una lacrima gli riga il volto mentre continua a sussurrare: “Non è vero, non è vero niente”. La leggenda narrava che Vanzone dovesse il suo nome alla capacità di essere sempre “avanzato”, risparmiato dalle epidemie e così era sempre stato. Eppure la sua amata Peppina non ce l’aveva fatta, a soli 24 anni era morta di spagnola proprio a Vanzone, il paese in cui erano nati entrambi, dove facevano ritorno ogni estate e dove si erano promessi amore eterno fin dall’infanzia. Quel giovane inconsolabile è Giuseppe Botti (1889-1968), si è formato in ambienti religiosi e si è appena laureato all’università di Torino con una tesi sulla letteratura cristiana. Ed è proprio per quel dolore lacerante che decide che nel suo cuore ci sarà solo più posto per una grande passione, l’unica che non lo abbandonerà mai e a cui dedicherà l’intera vita: gli studi e la ricerca umanistica. “Isepon”, come lo chiamano in famiglia, torna a Vanzone ogni estate, ma vive a Torino dove insegna in vari licei e continua a studiare, ottenendo anche il diploma in Filologia Classica. Anche la civiltà faraonica lo appassiona e diventa un assiduo frequentatore del museo Egizio, dove scopre che questa affascinante civiltà ha sviluppato tre tipi di scrittura: geroglifica, ieratica e demotica. Siamo negli anni ’20 del Novecento. Apprende che il geroglifico, già decifrato da Champollion quasi 100 anni prima, era utilizzato sui monumenti e sugli oggetti per riportare parole sacre. Lo ieratico veniva invece usato dagli antichi egizi alfabetizzati ed era usato per semplificare i geroglifici. Ma è il demotico a sedurlo, una scrittura che sembra fatta per scrivere velocemente, così come usano la stenografia negli uffici. Ed effettivamente scopre che gli egizi la usavano per i documenti amministrativi. Ernesto Schiaparelli, direttore del museo torinese, è molto colpito dall’intuito e dal rigore del Botti, lo incoraggia nello studio del demotico e lo guida nell’ordinamento dei papiri torinesi. E lui non si risparmia, frequenta corsi di specializzazione e intrattiene scambi con egittologi stranieri che ne apprezzano la vivacità intellettuale e la competenza. Nel 1939 esce un suo studio che la consacra come primo demotista nella storia dell’Egittologia italiana. Con l’umiltà e la sobrietà che gli è propria, pubblica altri studi di rilievo che gli consentono una rapida ascesa nel mondo accademico. Giuseppe Botti inizia a insegnare all’università di Firenze, poi vince il concorso per la prima cattedra italiana di Egittologia presso l’università di Milano. E infine, a 67 anni, viene chiamato all’università La Sapienza di Roma dove appassiona e forma generazioni di egittologi. Si dedica a loro come fossero suoi figli, quella famiglia a cui ha dovuto rinunciare in gioventù perdendo la sua Peppina. Dal 1968 riposano insieme a Vanzone, il loro paese natale all’ombra del Monte Rosa.

Gli eccezionali ritrovamenti tra le sabbie di Assuan nella tomba-necropoli scoperta dalla missione italo-egiziana diretta da Patrizia Piacentini: a TourismA l’egittologa dell’università di Milano porterà il pubblico dentro lo scavo

Gli occhi di un leopardo fanno capolino tra le sabbie di Assuan nella tomba AGH026 nell’ambito della missione italo-egiziana (foto EIMAWA)

Gli occhi di un leopardo hanno fatto capolino tra le sabbie di Assuan. Occhi vivaci e terribili, simbolo di forza e determinazione che quell’animale rappresentava per gli antichi egizi. Non è facile trovare la figura di un leopardo – dicono gli egittologi – e questo rafforza l’eccezionalità di una scoperta nell’ambito di una scoperta già eccezionale di suo quella fatta dalla missione archeologica di Patrizia Piacentini (università di Milano) e del ministero egiziano alle Antichità ad Assuan: una tomba-necropoli con 35 mummie, sarcofagi, anfore, vasi e cartonnages, utilizzata per più di un millennio, tra il VII sec. a.C. e il III sec. d.C., per la sepolture delle genti del luogo. “L’anello mancante dal tardo-faraonico al periodo romano”, ha commentato la Piacentini che venerdì 21 febbraio 2020 alle 14 a TourismA, il salone internazionale dell’Archeologia e del Turismo Culturale (organizzato da Archeologia Viva al Palazzo dei Congressi di Firenze fino a Domenica 23), guiderà il pubblico fin dentro allo scavo.

Foto di gruppo della missione di scavo italo-egiziana EIMAWA 2019 (foto università di Milano)

Dopo i primi sopralluoghi nel luglio 2018, la missione la missione di scavo italo-egiziana (Egyptian-Italian Mission at West Aswan – EIMAWA 2019), tra gennaio e febbraio 2019 ha portato alla luce ad Assuan una nuova tomba, completamente nascosta sotto sabbia e detriti, probabilmente utilizzata dal periodo tardo-faraonico al periodo romano: una scoperta importantissima per gli studi funerari dell’Antico Egitto: si conoscevano le tombe del 3000 e del 2000 a.C., il periodo tardo-faraonico, greco e romano era l’anello mancante. Gli scavi hanno mappato circa 300 tombe databili tra il VI secolo a.C. e il IV secolo d.C., situate sulla riva occidentale di Assuan, nell’area che circonda il Mausoleo dell’Aga Khan (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/04/24/egitto-la-missione-archeologica-di-patrizia-piacentini-universita-di-milano-e-del-ministero-egiziano-alle-antichita-scopre-ad-assuan-una-tomba-necropoli-con-35-mummie-sarcofagi-anfore-vasi-e-car/).

Il frammento con il leopardo, dopo la pulizia, scoperto dalla missione italo-egiziana ad Assuan (foro EIMAWA)

Il pubblico potrà così scoprire i “tesori” restituiti dalla tomba AGH026, come i frammenti del coperchio di un sarcofago sul quale era rappresentato niente meno che il muso di un leopardo (simbolo di forza e determinazione) dipinto con colori vivacissimi. Una rarità assoluta così come l’incredibile ritrovamento in una stanza accanto, di resti vegetali che si è scoperto poi essere pinoli. Un rinvenimento quanto mai eccezionale in Egitto, dal momento che la pianta era di importazione.

L’eccezionale ritrovamento di pinoli nella tomba AGH026 dalla missione italo-egiziana ad Assuan (foto EIMAWA)

L’uso dei pinoli è conosciuto ad Alessandria d’Egitto nella preparazione di salse e piatti citate nell’Apicius, una collezione di ricette raccolte a Roma nel primo secolo d.C. da Marco Gavio, all’epoca dell’imperatore Tiberio. “Ci piace immaginare”, commenta la Piacentini durante la presentazione di TourismA 2020, “che le persone sepolte nella tomba di Assuan amassero questo seme raro, tanto che i loro parenti deposero accanto ai defunti una ciotola che li conteneva affinché potessero cibarsene per l’eternità”.