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Da Ninive a Persepoli, dagli etruschi ai Mochica: appuntamento al IX Aquileia Film Festival. Tre serate con film, conversazioni, libri. E un’anteprima speciale su Caravaggio

La IX edizione di Aquileia Film Festival in piazza Capitolo dal 24 al 27 luglio 2018

Tre serate per esplorare da diverse prospettive, attraverso film e interviste con esperti, l’archeologia con un particolare focus sul Mediterraneo. E un’anteprima eccezionale martedì 24 luglio 2018. Un’occasione preziosa per ricordare il valore del nostro patrimonio culturale e farlo conoscere unendo contenuti rigorosamente scientifici alla spettacolarità del cinema. Ecco la IX edizione di Aquileia Film Festival (25-27 luglio 2018), rassegna internazionale del cinema archeologico, realizzata dalla Fondazione Aquileia in collaborazione con Archeologia Viva, Firenze Archeofilm, il patrocinio del Comune di Aquileia e il sostegno dell’azienda vinicola Jermann: film, conversazioni, libri con appuntamento in piazza Capitolo ad Aquileia (Ud) alle 21, con ingresso libero e gratuito. In caso di pioggia, le proiezioni si svolgeranno nella Sala Romana affacciata su piazza Capitolo (capienza della sala 240 persone, ritiro biglietti all’ingresso fino a esaurimento posti a partire dalle 20 il giorno della proiezione). In collaborazione con Arbor Sapientiae, casa editrice e di distribuzione editoriale specializzata del settore storico-archeologico, verrà allestito in piazza Capitolo un bookshop che proporrà un’ampia scelta di titoli per appassionati e studiosi.

Pubblico in piazza Capitolo ad Aquileia per l’Aquileia Film Festival

Martedì 24 luglio 2018 serata speciale, realizzata in collaborazione con ARTE.it, NEXO Digital e SKY Cinema d’Arte, con la proiezione alle 21, a ingresso libero, in piazza Capitolo di “Caravaggio – l’Anima e il Sangue”, il film che ha da poco vinto il Globo d’Oro come miglior documentario dell’anno e che racconta la vita, le opere e i tormenti del geniale artista. Seguirà una conversazione con Laura Allevi, sceneggiatrice del film, Roberta Conti, responsabile comunicazione Sky Cinema dArte e Eleonora Zamparutti direttore editoriale di Arte.it. Mercoledì 25, giovedì 26 e venerdì 27 luglio 2018 il sito UNESCO di Aquileia sarà animato da tre serate di cinema, archeologia e grandi divulgatori intervistati da Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva: in concorso una selezione di documentari scelti tra il meglio della produzione cinematografica internazionale a tema archeologico e storico tra i quali il pubblico voterà il vincitore del Premio Aquileia, un mosaico realizzato dalla Scuola Mosaicisti del Friuli.

Il generale Fabrizio Parrulli, comandante del nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale

Alberto Angela sarà ad Aquileia

“Viaggeremo nella Mesopotamia settentrionale, cuore dell’impero assiro insieme agli archeologi delle numerose missioni che vi scavano – tra cui la missione dell’Università di Udine da anni impegnata a Ninive in Iraq – e nella Libia degli anni Sessanta attraverso la toccante testimonianza del grande archeologo Antonino Di Vita”, anticipano gli organizzatori. “Percorreremo poi un itinerario alla scoperta del popolo degli Etruschi, ci sposteremo sugli altopiani iraniani di Persepoli e nel deserto peruviano dove i Mochica hanno costruito immense piramidi di argilla”. Ospiti di questa edizione mercoledì 25 luglio il generale Fabrizio Parrulli, comandante dei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale che porterà la testimonianza di chi è in prima linea nella tutela del patrimonio culturale, dalle ultime operazioni condotte per contrastare il traffico illegale di opere d’arte e l’azione dei caschi blu della cultura in zone di guerra e in caso di emergenze, come il sisma nell’Italia centrale. Giovedì 26 luglio l’ospite sarà Valentino Nizzo, etruscologo, da poco più di un anno alla guida del museo Etrusco di Villa Giulia che potrà raccontare tutte le sfide legate alla promozione e valorizzazione di un grande museo e venerdì 27 luglio ritorna sul palco di piazza Capitolo Alberto Angela, da anni amico del Festival, con cui parleremo di divulgazione culturale, delle sue nuove sfide televisive ed editoriali e dei suoi segreti per portare la cultura in prima serata con ascolti da record.

Caravaggio, l’anima e il sangue

Il programma. Martedì 24 luglio 2018, alle 21, Anteprima Aquileia Film Festival: “Caravaggio, l’anima e il sangue” di Jesus Garces Lambert (Italia, 90’), documentario capolavoro di Sky Arte come esempio di diffusione della cultura attraverso il grande cinema. Segue la conversazione a cura di Piero Pruneti con Laura Allevi, sceneggiatrice del film “Caravaggio, l’anima e il sangue”, Roberta Conti, responsabile comunicazione e distribuzione Cinema d’Arte SKY, Eleonora Zamparutti, direttore editoriale Arte.it.

Il film “Enquêtes archéologiques. Persépolis, le paradis perse / Indagini archeologiche. Persepoli, il paradiso persiano” di Angès Molia, Raphaël Licandro

Mercoledì 25 luglio 2018, alle 21: “Mésopotamie, une civilisation oubliée / Mesopotamia, una civiltà dimenticata” di Yann Coquart (Francia, 52’). Lontana dalle principali spedizioni archeologiche del XX secolo per ragioni geopolitiche, la Mesopotamia settentrionale è il cuore dell’impero assiro. Per dieci anni, le porte di questo continente si sono gradualmente aperte e i più grandi archeologi del nostro tempo si sono affrettati a mappare, registrare, cercare, analizzare il territorio. Il film racconta un’incredibile avventura archeologica, tra passato e presente, in cui la conoscenza scientifica diventa una risposta alla barbarie. Segue la conversazione con il gen. B. Fabrizio Parrulli, comandante dei Carabinieri Tutela patrimonio Culturale, a cura di Piero Pruneti. Quindi il film “Enquêtes archéologiques. Persépolis, le paradis perse / Indagini archeologiche. Persepoli, il paradiso persiano” di Angès Molia, Raphaël Licandro (Francia, 26’). Sugli altopiani iraniani si trova la culla di una delle più grandi civiltà di costruttori dell’antichità: i Persiani. Qui hanno edificato un capolavoro di architettura: Persepoli. Fino a oggi, si pensava che il sito si limitasse alla sua terrazza imponente, utilizzata dai re persiani solo qualche mese all’anno. Ma le recenti scoperte rivelano uno scenario completamente diverso, quello di una città tra le più ricche del mondo antico: un Eden tra le montagne persiane.

Valentino Nizzo, direttore del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma

Giovedì 26 luglio 2018, alle 21: “Italia viaggio nella bellezza: La fortuna degli Etruschi” in collaborazione con Rai Storia di Marzia Marzolla, Matteo Bardelli (Italia, 56’). Partendo dai capolavori Etruschi esposti nel museo di Villa Giulia il documentario offre un itinerario inconsueto alla scoperta della fortuna di una delle civiltà più affascinanti dell’Italia preromana, la cui eredità è ancora oggi parte integrante del nostro patrimonio identitario collettivo nazionale ed europeo. Segue la conversazione con Valentino Nizzo direttore del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, a cura di Piero Pruneti. Chiude la serata il film “Enquêtes archéologiques. Le crépuscule des Mochicas / Indagini archeologiche. Il crepuscolo dei Mochica” di Angès Molia, Nathalie Laville (Francia, 26’). Tra il II e l’VIII secolo i Mochica hanno domato il deserto peruviano e costruito immense piramidi di adobe (mattoni di argilla). Recenti scoperte hanno riaperto il dibattito sull’estinzione di questa civiltà. Al contrario di ciò che si pensa, non sarebbe scomparsa a causa di un brusco cambiamento climatico, ma a causa di una rivolta contro la sanguinaria teocrazia al potere.

L’archeologo Antonino di Vita nel film “Storie dalla sabbia” di Lorenzo Daniele

Venerdì 27 luglio 2018, alle 21: “Storie dalla Sabbia. La Libia di Antonino Di Vita” di Lorenzo Daniele (Italia, 28’). “Anni Sessanta: la Libia cambiava pelle in quegli anni. Modernità e tradizione si misuravano, si scontravano. Un mondo si trasformava e io avevo il privilegio di esserne testimone. Ogni giorno mi regalava un tassello nuovo su cui riflettere. Imparai a guardare la realtà in cui mi muovevo senza giudicare, senza pormi sul terreno di una diversità dichiarata. Appresi molto dalle persone più disparate”. La Libia di ieri, quella di oggi, filtrata attraverso i ricordi di uno dei più grandi protagonisti dell’archeologia mediterranea, il professore Antonino Di Vita. Segue la conversazione con Alberto Angela a cura di Piero Pruneti. Chiude la serata l’assegnazione del Premio Aquileia, un pregiato mosaico realizzato dalla Scuola Mosaicisti del Friuli, al film più votato dal pubblico nel corso delle tre serate.

Al via il 30mo campo scuola di Arte rupestre della Valcamonica: tre settimane di ricerca con esperti dal tutto il mondo. A Cerveno ci sono gli Archeoincontri per tutti

Al via il 30mo campo scuola di Arte rupestre della Valcamonica

Arte rupestre della Valcamonica

Ci siamo. È al via il 30mo campo scuola di Arte rupestre della Valcamonica che terrà impegnati i partecipanti per tre settimane dal 19 luglio al 9 agosto 2018. Il campo scuola della Valcamonica, che si tiene a Paspardo, Comune della Valcamonica (Bs), è un’occasione unica per partecipare a ricerche archeologiche sull’arte rupestre. Questa valle alpina può vantare infatti uno dei più importanti esempi di arte rupestre nel mondo e rappresenta il primo sito italiano inserito dall’Unesco nella lista del Patrimonio dell’Umanità. Il team di esperti guiderà i ragazzi nel lavoro di ricerca, utilizzando varie tecniche di registrazione (come il Gps), e confronti con altri esempi d’arte rupestre attraverso escursioni locali ai siti della regione.

Partecipanti a un precedente campo scuola di Arte rupestre della Valcamonica

Nel corso dell’esperienza sono previsti alcuni interessanti interventi. Marisa Down Giorgi del Queensland Museum di Brisbane parlerà di “Carnarvon Gorge, Australia: paesaggi di genere, immagini ricorrenti di figure di fertilità nell’arte rupestre”; Linda Bossoni, archeologa della cooperativa archeologica Le orme dell’Uomo di Cerveno (Bs), introdurrà un tema intrigante: “Ludus in tabula: breve storia dei giochi da tavolo nel mondo antico”; Giorgio Fea, curatore del civico museo di Cherasco (Cn), attraverso lezioni in laboratorio e letture guiderà i partecipanti alla scoperta del misterioso mondo delle monete celtiche: “Alla fine dell’arcobaleno. Una pentola di monete celtiche tra mito e realtà”; Nicoletta Gelfi, altra archeologa della coop di Cerveno, illustrerà invece “Tessuti e telai nell’arte rupestre della Valcamonica”; Giacomo Camuri, filosofo della coop archeologica, ha intenzione di discutere su “L’enigma della Sfinge e i segreti delle Aquane”, che nell’arte rupestre della Valcamonica, sono le Sirene delle Alpi.

La locandina di Archeoincontri 2018 a Cerveno (Bs)

Parallelamente al campo scuola, a Cerveno, nella Casa Museo, sono previsti gli Archeoincontri, aperti al pubblico, con inizio sempre alle 21. Il ciclo apre venerdì 20 luglio 2018 con James D. Kayser della Oregon Archeological Society di Portland (Usa) su “Il potere soprannaturale del castoro presso i Piedi Neri, Usa”; martedì 24 luglio 2018 sarà la volta di Dario Sigari dell’università di Ferrara con un “Breve viaggio nell’arte rupestre paleolitica della penisola italiana”; con Carl Pause del Clemens Sels Museum di Neuss (Germania) venerdì 27 luglio 2018 si cambia periodo: “Ricostruire il mondo dei Romani”; martedì 31 luglio 2018, Silvia Sandrone del museo Dipartimentale di Tenda (Francia) parlerà di “Arte rupestre e depositi votivi: un santuario alpino presso il Colle di Tenda (Alpi Marittime)”; venerdì 3 agosto 2018 Marisa Down Giorgi del Queensland Museum di Brisbane propone al pubblico di appassionati quanto già approfindito con i partecipanti del campo scuola: “Carnarvon Gorge, Australia: paesaggi di genere, immagini ricorrenti di figure di fertilità nell’arte rupestre”; infine martedì 7 agosto 2018 con Yang Cai della Carnagie Mellon University di Pittsburgh si approfondiscono le nuove tecnologie applicate alla ricerca archeologica: “L’utilizzo dei droni in archeologia”.

I Longobardi conquistano la Russia: aperta all’Ermitage di San Pietroburgo la mostra italiana “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” terza tappa del progetto, dopo Pavia e Napoli. Nuovo allestimento che privilegia l’aspetto archeologico nell’ex maneggio di Caterina II

Nella veduta aerea è evidenziato il Piccolo Ermitage tra l’imponenza del Palazzo d’Inverno e la massiccia possanza del cosiddetto Nuovo Ermitage

Il totem che all’Ermitage accoglie i visitatori della mostra “Longobardi- Un popolo che cambia la storia” (foto Graziano Tavan)

Michail Piotrovsky, direttore generale del museo dell’Ermitage (foto Graziano Tavan)

Dall’esterno passa quasi inosservato, schiacciato com’è tra l’imponenza del Palazzo d’Inverno, la sede più famosa del complesso degli edifici del museo statale dell’Ermitage di San Pietroburgo, e la massiccia possanza del cosiddetto Nuovo Ermitage: in mezzo è appunto il Piccolo Ermitage, un edificio a due piani commissionato dall’imperatrice Caterina II all’architetto Yuri Velten che lo realizzò tra il 1764 e il 1766; ampliato tra il 1767 e il 1769 dall’architetto Jean-Baptiste Vallin de la Mothe che costruì un padiglione sul terrapieno del fiume Neva con una grande sala, diversi salotti e un aranceto per il riposo dell’Imperatrice. I padiglioni Sud e Nord sono stati poi collegati dal Giardino pensile (rialzato al livello del primo piano) con gallerie su entrambi i lati che oggi ospitano le collezioni pittoriche del centro Europa e il famoso Pavone-orologio.  Per raggiungere il Piccolo Ermitage si percorrono dei passaggi aerei coperti: dal Palazzo d’Inverno si giunge attraverso l’Antico Egitto, dalla parte del Nuovo Ermitage bisogna superare le antichità greco-romane. Nella sala-corridoio di raccordo del Piccolo Ermitage i rilievi greco-romani risaltano sul rosso delle pareti. È qui che si apre una porta: un cartello indica che da lì, attraverso una scala, si raggiunge il piano terra, dove, fino al 15 luglio 2018, è allestita la mostra temporanea “Longobardi. Un popolo che cambia la storia”, terza tappa che, “dopo Pavia e Napoli, chiude a San Pietroburgo il grande progetto espositivo preparato da specialisti italiani”, come ha ricordato all’inaugurazione il direttore dell’Ermitage, Michail Piotrovsky. “Per gli specialisti russi di alto medioevo questa mostra segna una pietra miliare nella scoperta della prima Europa medievale. Proprio grazie alla consolidata collaborazione tra l’Ermitage e i musei italiani, ora è possibile a un vasto pubblico russo colmare sulla cultura d’Italia quel significativo intervallo storico noto come “secoli bui”, tra la tarda antichità e il medioevo”.

La presentazione della mostra sui Longobardi all’Ermitage: al centro, Michail Piotrovsky. Alla sua destra, Maurizio Cecconi; alla sua sinistra, Pasquale Terracciano e Massimo Depaoli (foto Graziano Tavan)

Pubblico russo alla mostra sui Longobardi all’Ermitage (foto Graziano Tavan)

È infatti la prima volta che in Russia si parla di Longobardi. E che a farlo sia una mostra pensata e prodotta tutta in Italia, da archeologi, storici, storici dell’arte e linguisti italiani, è una soddisfazione e un onore ben sottolineati dall’ambasciatore italiano a Mosca, Pasquale Terracciano (“L’amicizia tra Italia e Russia è confermata anche da questa proficua collaborazione scientifica”), e dal sindaco di Pavia, Massimo Depaoli (“Oggi Pavia è una piccola città, ma per due secoli è stata la capitale del Regno dei Longobardi: poter far conoscere questo importante periodo della nostra storia anche agli amici russi in uno straordinario museo quale è l’Ermitage è veramente gratificante”. Ma attenzione. Se avete visto la mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” nelle precedenti tappe italiane di Pavia e Napoli, scordatevi quell’allestimento e il percorso storico-geografico che veniva individuato negli spazi del castello visconteo e del Mann. A San Pietroburgo la mostra è tutta un’altra cosa. Una scelta “obbligata” dalla location e in sintonia con la tradizione delle grandi mostre dell’Ermitage. Non è un caso che ai due principali curatori, Gian Pietro Brogiolo (università di Padova) e Federico Marazzi (università di Napoli), si sia aggiunto un curatore operativo della mostra nell’Ermitage: Alexei Gennadyevich Furasyev, ricercatore principale del Dipartimento di Archeologia dell’Europa Orientale e della Siberia.

L’allestimento essenziale della mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” nella grande sala dell’ex maneggio del Piccolo Ermitage (foto Graziano Tavan)

Il progetto di restauro e recupero degli spazi dell’ex maneggio e delle ex scuderie del Piccolo Ermitage

Il primo motivo del cambio di allestimento – si diceva – è dovuto allo spazio scelto: l’antico maneggio, una grande sala di quasi duemila metri quadri che su tre lati presenta delle balconate da cui probabilmente si poteva assistere agli esercizi della scuola di equitazione. Il Maneggio è stato “scoperto” solo nei primi anni 2000: “Durante l’esplorazione dell’Ermitage”, spiegano gli architetti che hanno curato il restauro completo nel 2016, “ci siamo imbattuti, nascosti sotto la densa massa del museo, nelle ex scuderie e nel maneggio del complesso del palazzo. Sebbene siano situati al piano terra del Piccolo Ermitage, questi spazi sono rimasti preclusi al pubblico, utilizzati principalmente per riporre mobili, carrozze e altri oggetti di grandi dimensioni dagli anni ’50 del secolo scorso. Prive di decorazioni, le due grandi sale recuperate del Piccolo Ermitage, il Maneggio e le ex Scuderie, si trasformano in una Kunsthalle, un nuovo spazio per mostre temporanee, eventi e sperimentazioni, una condizione radicalmente diversa rispetto al resto del museo”. È evidente, come sottolinea Marazzi, “che in questo salone diventa difficile se non impossibile creare un percorso lineare, e tanto meno proporre su una superficie così estesa anche in alzato il colorato e coinvolgente allestimento proposto dall’architetto Angelo Figus”. Ma il nuovo allestimento rispetta e si inserisce nell’alveo della grande tradizione espositiva dell’Ermitage. “Qui è il trionfo dell’archeologia, nel senso più tradizionale del termine”, interviene Maurizio Cecconi di Villaggio Globale International che ha prodotto la mostra. “In Italia c’era una visione d’insieme della civiltà longobarda. Qui non c’è la storia, c’è l’archeologia. A parlare sono i reperti”.

Frontale del trono d’altare (VIII sec.) in pietra bianca cristallina proveniente da Aquileia (foto Graziano Tavan)

Coppia di fibule in oro da una tomba femminile del VII secolo (foto Graziano Tavan)

E di oggetti in mostra ce ne sono circa 600, la maggior parte dei quali sono reperti archeologici, che permettono di ricostruire tutti i possibili aspetti della vita politica, economica e quotidiana nei ducati longobardi, ma anche il complesso rapporto del Regno Longobardo nel VI-VII secolo con Bisanzio, che mantenne il potere nelle grandi città di Roma e Ravenna, e nell’VIII-IX secolo con lo stato dei Franchi sotto la dinastia carolingia. “La mostra”, sottolineano gli archeologi dell’Ermitage, “è dedicata a un’epoca storica nella storia d’Italia: il periodo del Regno longobardo (568-774 d.C.). L’invasione dei Longobardi, una bellicosa tribù germanica, dall’Europa centrale portò al collasso finale della civiltà del Tardo antico nelle terre delle fiorenti regioni centrali dell’impero romano dove il feudalesimo medievale era ancora in nuce. I numerosi reperti archeologici lasciati da questo popolo illustrano vividamente il corso dell’insediamento dei nuovi conquistatori di quasi tutto il territorio italiano e lo scontro tra due culture. L’inevitabile scomparsa dell’eredità politica della Roma imperiale e il declino di una grande cultura artistica non si rivelarono tuttavia assolutamente fatali. Sulle loro rovine è nato gradualmente un nuovo fenomeno storico: quell’esile ripresa che avrebbe portato a produrre il Rinascimento italiano ha le sue radici nel Regno Longobardo”.

Molta curiosità tra il pubblico per la mostra sui Longobardi, per la prima volta in Russia (foto Graziano Tavan)

Il codice Parchment “Legum Langobardorum” da Cava dei Tirreni (Salerno) (foto Graziano Tavan)

“Negli ultimi quarant’anni”, ricorda Marazzi, “i Longobardi sono stati costantemente al centro dell’attenzione della comunità accademica e del pubblico in generale. Lo studio multidisciplinare di dozzine di manufatti archeologici ha arricchito in modo significativo la nostra conoscenza della cultura materiale, dei legami sociali e dei processi con cui questo popolo si è integrato nel contesto generale dell’evoluzione dei popoli europei tra il periodo di migrazione e l’Alto Medioevo. Assegnando un posto nella Lista del Patrimonio Mondiale ai siti associati ai Longobardi (Italia Langobardorum), l’UNESCO ha affermato l’importanza dell’eredità dei Longobardi come una delle componenti distintive all’interno dell’identità storica italiana”.

Molto apprezzato l’audiovisivo che arricchisce la mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” all’Ermitage (foto Graziano Tavan)

Il catalogo curato dall’Ermitage (foto Graziano Tavan)

A disposizione degli studiosi e degli appassionati russi c’è il catalogo (State Hermitage Publishing House, 2018) che gli esperti dell’Ermitage hanno curato scegliendo e traducendo i saggi presenti sul catalogo italiano con l’aggiunta della prefazione di Mikhail Piotrovsky. Gli autori dei testi – importanti specialisti europei, archeologi, storici e medievali – introducono i lettori agli ultimi risultati delle loro ricerche estremamente durature e profonde. Il catalogo è stato originariamente preparato in italiano per le mostre tenute a Pavia e Napoli. Un piccolo numero di reperti che appaiono nella versione in lingua russa del libro non può essere reso disponibile per la visualizzazione a San Pietroburgo, tuttavia è stato deciso di lasciarli nella pubblicazione in modo da non privare il pubblico russo delle informazioni importanti e contributo estetico fornito da tali articoli.

“Economia della bellezza”: il Future Forum arriva ad Aquileia. Due giorni di studio sullo sviluppo dell’economia attraverso la valorizzazione innovativa dei siti Unesco

Appuntamento ad Aquileia, area archeologica di eccezionale importanza, Patrimonio dell’Umanità, per una due giorni di studio sul futuro della città: il 22-23 marzo 2018 c’è Future Forum ad Aquileia. L’iniziativa rientra nel progetto “Future Forum”, giunto alla quinta edizione, promosso dalla Camera di Commercio di Udine, tra il 9 marzo e il 13 aprile, dal titolo “Economie della bellezza”, lo sviluppo dell’economia attraverso la valorizzazione innovativa dei Siti Unesco. Quest’anno il format è stato rinnovato: oltre a Udine, la manifestazione – con conversazioni, interviste, workshop e conferenze -, è itinerante in varie tappe i quattro siti Patrimonio Unesco della regione: Aquileia, Palmanova, Cividale del Friuli, Forni di Sopra e Tolmezzo, avviando una riflessione con ospiti locali e internazionali su come valorizzare in modo innovativo e proiettato al futuro le nostre preziose vestigia come volano per lo sviluppo dell’intero territorio. Il Forum è partito da Udine, con un incontro tra i principali responsabili delle politiche nazionali e regionali a favore del Turismo e dei Beni e del Patrimonio culturale, sulle prospettive di sviluppo nella gestione di questa nuova economia, come anche nei modelli allestitivi e contenutistici che ne aumentino i gradi di accessibilità per tutti i cittadini.

Rilievi del tempietto longobardo di Cividale del Friuli (foto Ulderica Da Pozzo)

A Cividale del Friuli, che l’Unesco ha scelto con il titolo: “Cividale del Friuli, i luoghi del potere”, Future Forum indaga nelle dimensioni contemporanee in cui si manifestano il potere e l’economia. (con la collaborazione del Festival della Politica di Mestre organizzato dalla Fondazione Gianni Pellicani). Ad Aquileia si riflette con studiosi ed esperti sui casi di scuola di Pompei ed Ercolano e la gestione dei siti archeologici e su come le città d’arte crescono intorno al patrimonio storico-monumentale (con la collaborazione della Fondazione Aquileia). A Palmanova si approfondiranno le ragioni e i vantaggi del lavoro collaborativo e in rete, in ogni settore dell’economia e delle attività, oltre che per i siti UNESCO. Si presenteranno le prospettive internazionali nell’uso delle nuove tecnologie per visitare siti e musei. Palmanova sarà anche sede di un workshop sull’illustrazione e il fumetto, con un Maestro internazionale che, con giovani illustratori e disegnatori italiani, reinterpreterà la Città Fortezza mai attaccata (con la collaborazione dell’Associazione Nova Ludica). A Forni di Sopra (e a Tolmezzo) alcuni dei migliori esperti e protagonisti delle politiche pubbliche europee e nazionali sulla gestione e valorizzazione economica del paesaggio, presenteranno casi e buone pratiche di uso sostenibile e consapevole del patrimonio naturalistico (con la collaborazione di Mecenate90 e la partecipazione di Innovalp).

Veduta aerea del sito archeologico di Aquileia dominato dalla basilica patriarcale

Appuntamento quindi giovedì 22 marzo 2018 alle 17, in sala consiliare del municipio di Aquileia, sito Unesco dal 1998, per la prima giornata del Future Forum dal titolo “Come cresce la città d’arte? Progettare nuova architettura in città d’arte e siti storico-culturali”. Intervengono Pietro Valle, Studio Valle Architetti Associati, Udine e Milano, “Dal Contrasto all’analogia, il dialogo tra l’intervento architettonico contemporaneo e i siti archeologici”; Ugo Carughi, presidente Docomomo Italia, “Napoli. Archeologia e grandi opere urbane”; Luca Caburlotto, direttore polo museale del Friuli Venezia Giulia, MIBACT, e Maria Grazia Santoro, assessore alle Infrastrutture e territorio Regione Friuli Venezia Giulia. Seconda giornata di lavori, venerdì 23 marzo 2018, sempre alle 17, in sala consiliare del Municipio di Aquileia, dal titolo “Patrimomio culturale: passato, presente e futuro. Due esperienze a confronto”. Intervengono Luca Zan, università di Bologna; Luigi Maria Sicca, università di Napoli; Cristiano Tiussi, direttore Fondazione Aquileia;
Gianni Torrenti, assessore alla Cultura Regione Friuli Venezia Giulia; Antonio Giusa,  ERPAC- Ente Regionale Patrimonio Culturale.

La Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico presenta alla Bit di Milano il programma della XXI edizione in cui verrà celebrato il ventennale dell’iscrizione dei siti Unesco di Paestum

La Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico scopre le carte alla Bit. Domenica 11 febbraio 2018, alle 15.30, nello stand Regione Campania della Borsa internazionale del Turismo di Milano sarà presentata la XXI edizione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico, in programma da giovedì 25 a domenica 28 ottobre 2018 a Paestum. L’occasione è data dalla conferenza “Il Sistema Unesco della Campania”, alla quale interverranno Francesco Caruso consigliere ai Rapporti Internazionali e all’Unesco del Presidente della Regione Campania, Nicola Oddati consigliere di amministrazione di Scabec, Francesco Palumbo sindaco di Capaccio Paestum, Rosanna Romano direttore generale per le Politiche culturali e il turismo della Regione Campania, Ugo Picarelli fondatore e direttore della Borsa.

Sempre molto frequentato il salone espositivo della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico

La Borsa, ideata e organizzata dalla Leader srl, con circa 12mila visitatori e 120 espositori di cui 25 Paesi Esteri, gode di prestigiosi patrocini quali ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Unesco, Unwto, Iccrom e ministero degli Affari Esteri e della cooperazione internazionale e si conferma opportunità di business, con il workshop tra la domanda estera selezionata dall’Enit e l’offerta del turismo culturale, e di incontro con i giovani, grazie ai laboratori e alle rievocazioni di ArcheoExperience, la più grande rassegna di archeologia sperimentale in Italia.

Il parco Archeologico di Paestum che ospita la Borsa mediterranea del turismo archeologico

Per Paestum il 2018 è un anno importante: vent’anni fa – era il 1998 – il parco archeologico di Paestum fu inserita nella lista del patrimonio mondiale dell’Unesco insieme al parco nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, il sito archeologico di Velia e la Certosa di Padula. Non è un caso, quindi, che tra le prime anticipazioni del programma della XXI edizione ci sia la celebrazione del 20° anniversario di Paestum nella lista dei siti Unesco. Inoltre, la Bmta è stata inserita dal MiBACT nelle iniziative dell’Anno Europeo del Patrimonio Culturale, voluto dalla Commissione Europea per incoraggiare il maggior numero di persone a scoprire le bellezze d’Europa e a rafforzare il senso di appartenenza a un comune spazio europeo. La Borsa, infatti, con la sua attenzione al dialogo interculturale, ai beni a rischio e con i Premi “Paestum Archeologia” e “Khaled al-Asaad”, è impegnata da anni nel ricordare che il patrimonio è uno strumento fondamentale per il dialogo fra le culture, tanto da essere riconosciuta quale best practice da Unwto e Unesco per il suo contributo.

A quasi 3mila metri di quota, per l’avvio del Lagazuoi Expo, sopra Cortina d’Ampezzo, con panorama mozzafiato sulle Dolomiti, apre la mostra “ÖTZI & VALMO – Quando gli uomini incontrarono le Alpi”: il racconto dei 2700 anni che separano l’Uomo di Mondeval dall’Uomo venuto dal ghiaccio, con i cambiamenti climatici che hanno permesso la colonizzazione delle Alpi e condizionato lo stile di vita dell’uomo

L’Expo Lagazuoi con l’eccezionale panorama sulle Dolomiti (foto Manaz Productions)

La locandina della mostra “ÖTZI & VALMO – Quando gli uomini incontrarono le Alpi” al Lagazuoi Expo

Oetzi visse 5300 anni fa in val Senales, Valmo 8000 anni fa vicino al passo Giau: la magia delle Dolomiti li farà incontrare virtualmente in una location eccezionale, la nuova galleria Lagazuoi EXPO Dolomiti, a 2778 metri di quota, quattro sale su tre piani, lobby, coffee e terrace bar, senza barriere architettoniche sia per l’accesso alla funivia al passo Falzarego che nell’edificio posto sulla vetta del monte Lagazuoi a Cortina d’Ampezzo, accanto allo storico e omonimo rifugio, con un panorama mozzafiato sulle Dolomiti Patrimonio UNESCO. Ospiterà mostre temporanee dedicate alla fotografia, all’arte del passato e a quella contemporanea, alla storia e alla preistoria del territorio. L’inaugurazione ufficiale della straordinaria galleria è prevista per il 2 febbraio 2018. Ma già dal 10 gennaio 2018 apre le sue porte al pubblico per la prima mostra temporanea, “ÖTZI & VALMO – Quando gli uomini incontrarono le Alpi”: fino al 2 aprile 2018 si potranno ammirare i ritrovamenti più rilevanti dei primi abitanti delle Alpi, l’uomo di Similaun e l’uomo di Mondeval, per la prima volta insieme, a raccontarci la vita dell’uomo preistorico in alta quota dopo l’ultima grande glaciazione. La mostra è stata realizzata in collaborazione con il museo Vittorino Cazzetta di Selva di Cadore (BL), l’associazione Tramedistoria, l’università di Ferrara, il Neanderthal Museum di Mettmann (Germania), GEO, il museo Archeologico di Bolzano, l’associazione Amici del Museo della Val Fiorentina.

Ötzi nella ricostruzione di Kellis del museo Archeologico dell’Alto Adige (Bolzano)

Dettaglio della mano ferita di Ötzi, noto anche come mummia del Similaun

Ascia in rame usata da Ötzi

L’Uomo venuto dal ghiaccio (Uomo del Similaun, Ötzi), con gli oggetti che lo accompagnano costituisce il nucleo centrale del museo Archeologico dell’Alto Adige (Bolzano) dove modelli, ricostruzioni, immagini stereoscopiche, video e stazioni multimediali interattive permettono di dare uno sguardo al più remoto passato del versante meridionale della catena alpina, con ricchezza di informazioni e al tempo stesso in modo gradevole.  “Cinquemila anni fa”, spiegano gli esperti del museo altoatesino, “un uomo si avventurò sulle gelide alture dei ghiacciai della Val Senales, dove morì. Nel 19 settembre 1991 venne scoperto per caso, insieme ai suoi abiti e al suo equipaggiamento, mummificato, congelato, un evento sensazionale per l’archeologia e un’istantanea eccezionale, che colse una persona dell’età del rame in viaggio in alta quota”. La notizia del ritrovamento di un cadavere mummificato nelle alte quote della Val Senales varcò i confini locali e nazionali per diffondersi in tutto il mondo. “La persona riemersa da un sonno glaciale di 5300 anni”, continuano gli esperti, “fu subito soprannominata con simpatia Ötzi, dal nome della valle che confina con il luogo del suo ritrovamento, pesava 15 chilogrammi, era alta 1 metro e 60 cm. Accanto a lui si trovarono resti delle sue scarpe, del mantello, della faretra, dei suoi calzoni e, fra l’altro, la straordinaria ascia, lavorata prima a colata e poi saldata, oggetto che per primo, forse, permise una vaga datazione dell’illustre antenato”.

Valmo: la ricostruzione dell’Uomo di Mondeval proposta per la mostra

Calco dello scheletro dell’Uomo di Mondeval

Quattro anni prima, nel 1987, sull’altopiano di Mondeval de Sora, che si trova a monte dell’abitato di Selva di Cadore a quota 2150 metri, fu scoperta una sepoltura mesolitica. L’iniziale segnalazione da parte di Vittorino Cazzetta permise a una equipe di ricercatori di ritrovare lo scheletro di un cacciatore mesolitico vissuto 7500 anni fa. Anche questa scoperta fu di portata mondiale, sia per il fatto che lo scheletro e il ricco corredo funebre erano in uno stato di ottima conservazione ma anche perché fino a quel tempo non si era a conoscenza che i cacciatori mesolitici frequentassero l’alta montagna. Il masso erratico dove è stata ritrovata la sepoltura presumibilmente fungeva da capanno e riparo per i periodi di caccia. Oggi lo scheletro dell’Uomo di Mondeval e l’intero corredo assieme ad altre informazioni sulla vita di questo nostro antico antenato sono visibili al museo Vittorino Cazzetta a Selva di Cadore.

Ricostruzione della sepoltura di Valmo, l’Uomo di Mondeval

Ricostruzione della capanna di Mondeval

Questi due eccezionali frequentatori del comprensorio dolomitico li ritroviamo dunque virtualmente insieme al Lagazuoi EXPO Dolomiti, un nuovissimo centro espositivo e congressuale unico, annesso alla stazione a monte della funivia Lagazuoi a 2732 m di altitudine, dove si arriva in 3 minuti partendo dalla stazione di passo Falzarego. La mostra “ÖTZI & VALMO – Quando gli uomini incontrarono le Alpi” ripercorre come un trailer i 2700 anni che separano questi due uomini, Ötzi, l’Uomo venuto dal ghiaccio (Iceman), vissuto 5300 anni fa in val Senales a 85 km in linea d’aria dal Lagazuoi, e Valmo, l’Uomo di Mondeval, vissuto 8000 anni fa vicino al passo Giau, a 2150 metri di quota e a 8 km in linea d’aria dal Lagazuoi, e illustra i cambiamenti climatici che hanno permesso la colonizzazione delle Alpi e condizionato il loro stile di vita. Per fabbricare i propri utensili Valmo usava la selce e Ötzi anche il rame. Valmo e Ötzi dovevano affrontare il freddo della montagna, procurarsi il cibo e difendere il loro gruppo. La mostra illustra, con repliche e calchi, come abbiano perfezionato le tecniche e le conoscenze fondamentali per vivere in alta quota, un bagaglio di esperienze conosciute da Valmo e trasmesse a Ötzi lungo le 80 generazioni che li separano.

“Le civiltà e il Mediterraneo”: in un eccezionale convegno internazionale i grandi musei si confrontano a Cagliari sul Mediterraneo, per secoli crocevia di culture culla delle più significative civiltà antiche. Così la Sardegna riafferma il suo ruolo centrale nella storia del Mediterraneo e la ricchezza della civiltà nuragica

La reggia nuragica di Barumini, il più famoso complesso della Sardegna

Il tema è di quelli che meritano approfondimenti ai massimi livelli: “Le civiltà e il Mediterraneo”. I protagonisti rappresentano vere eccellenze. Sono il Polo museale della Sardegna, il Provincial Archeology Museum of Alicante, il Museum for Pre and Early History-National Museums di Berlino, l’università di Cagliari, il museo Archeologico nazionale di Napoli, l’Archeological Museum of Thassaloniki di Salonicco, The State Hermitage Museum di San Pietroburgo, il segretariato regionale per la Lombardia, il Museum of Croatian Archeological Monuments di Spalato, il Georgian National Museum of Tbilisi, il Bardo National Museum and National Heritage Institute di Tunisi. E il luogo scelto per mettere i grandi musei a confronto, Cagliari, non è casuale. Venerdì 1° dicembre 2017 la Regione Sardegna chiama a raccolta nel capoluogo sardo i grandi musei in un eccezionale convegno internazionale, per confrontarsi sul Mediterraneo, per secoli crocevia di culture ove sono fiorite le più significative civiltà antiche. Parte di una strategia che mira alla creazione di relazioni e  collaborazioni internazionali,  il convegno – momento di confronto tra esperti e studiosi – riafferma il ruolo centrale della Sardegna nella storia del Mediterraneo e la pregnanza della Civiltà nuragica. E non è tutto. L’appuntamento di venerdì 1° dicembre è il punto di partenza per iniziative a lungo termine che coinvolgeranno Cagliari e più in generale tutta la Regione e che permetterà anche di promuovere di fronte a un parterre internazionale alcune meraviglie della Sardegna. Il relatori infatti il giorno dopo, sabato 2 dicembre, saranno accompagnati dall’assessore regionale al Turismo Barbara Argiolas in visita ad una delle aree archeologiche più interessanti e significative di tutta l’isola: il sito riconosciuto dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità di Su Nuraxi a Barumini, che ospita il più rappresentativo tra i nuraghi complessi e che presenta una stratificazione cultuale di oltre 2000 anni, per un periodo che va dal 1500 a.C. al VII sec. d.C.

La locandina del convegno internazionale “Le civiltà e il Mediterraneo” a Cagliari il 1° dicembre 2017

Appuntamento negli spazi della Manifattura Tabacchi di Cagliari per il convegno internazionale “Le Civiltà e il Mediterraneo” promosso dalla Regione Sardegna – Assessorato Regionale al Turismo, nell’ambito degli interventi legati al turismo sostenibile e allo sviluppo dell’heritage tourism, in collaborazione con il museo statale Ermitage, il Mibact-Polo Museale della Sardegna, la Fondazione Sardegna, il Comune, con il supporto di Ermitage Italia e l’organizzazione di Villaggio Globale International. Chiamati a raccolta nel capoluogo sardo, i direttori o i conservatori del museo statale Ermitage, museo di Preistoria e Storia antica di Berlino, museo del Bardo di Tunisi, museo nazionale Georgiano di Tbilisi, Marq di Alicante, museo dei Monumenti archeologici croati di Spalato, museo Archeologico di Salonicco, Mann di Napoli, museo Archeologico nazionale di Cagliari e l’università di Cagliari, insieme per la prima volta, si misureranno su inedite e suggestive letture dei rapporti che si sono sviluppati nel Mediterraneo in senso centripeto e centrifugo verso il Nord dell’Africa, la penisola iberica e l’Italia, verso l’Illiria e la Grecia, nel Medio Oriente fino al Caucaso e oltre. Momento di approfondimento scientifico e di dialogo multiculturale, il convegno intende essere una piattaforma di discussione capace di generare nuove visioni storiche del e nel Mediterraneo, restituendo alla Sardegna un ruolo di primo piano nel sistema di relazioni e rapporti che hanno disegnato le geografie di ieri e che oggi possono fare dell’Isola un punto di riferimento per la ricerca scientifica e la produzione culturale.

Il museo statale dell’Ermitage di San Pietroburgo

Il convegno nasce dalla collaborazione con il museo statale Ermitage di San Pietroburgo avviata in occasione della candidatura di Cagliari al programma Capitale Europea della Cultura. Una proficua collaborazione che oggi allarga la riflessione sui temi delle civiltà del Mediterraneo attraverso la creazione di una rete di rapporti tra prestigiose istituzioni museali, nell’ambito di un percorso di cui il convegno rappresenta solamente il primo step.  Col coordinamento scientifico di Yury Piotrovsky vice direttore del dipartimento di Archeologia dell’Europa Orientale e della Siberia del museo statale Ermitage, l’obiettivo è di dare pieno risalto alla cultura nuragica, indagando relazioni e rapporti nel periodo 1800-800 a.C. e contribuendo ad affermare una nuova immagine della Sardegna quale destinazione ideale per il turismo culturale e per la ricerca scientifica. Intenso e impegnativo il programma del convegno. Si inizia alle 9.30 con i saluti dei rappresentanti della Regione Sardegna, che ha promosso l’evento – rispettivamente gli assessori al Turismo e alla Cultura Barbara Argiolas e Giuseppe Dessena – e delle istituzioni che hanno dato la loro adesione nel collaborare al progetto: il sindaco di Cagliari Massimo Zedda, il direttore del Polo museale regionale della Sardegna Giovanna Damiani e il Presidente della Fondazione di Sardegna Antonello Cabras. I lavori si articolano in due sessioni (dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 17.30), moderati da Maurizio Cecconi amministratore delegato di Villaggio Globale International e segretario generale di Ermitage Italia, con gli interventi degli studiosi: Yuri Piotrovsky del museo Ermitage, Marco Minoja segretario regionale MIBACT per la Lombardia, Manfred Nawroth del Museum for Pre and Early History-National Museums di Berlino, Paolo Giulierini del Mann di Napoli, Domna Terzopoulou dell’Archaeological Museum of Thessaloniki, Deni Tojčić del Museum of Croatian Archeological Monuments, Roberto  Concas  del  museo Archeologico nazionale di Cagliari, Zurab Makharadze del Georgian National Museum, Josep Albert Cortes i Garrido Fondation del Marq di Alicante, Carlo Luglié dell’università di Cagliari e Fatma Nait-Yghil dell’istituto nazionale del Patrimonio e Musée Bardo di Tunisi.  Le conclusioni, al termine delle sessioni, saranno affidate a Barbara Argiolas e Yuri Piotrovsky.

“L’esercito di terracotta” invade Napoli: in mostra per la prima volta in Italia ben 300 reperti, tra statue, armi, carri, oggetti scoperti nella necropoli di Xian, patrimonio dell’Umanità. Tra questi reperti ben 170 guerrieri del primo imperatore della dinastia Qin, Shi Huang. Viaggio nella Cina di 2200 anni fa

L’impressionante colpo d’occhio dell’esercito di terracotta nel mausoleo del primo imperatore della dinastia Qin, scoperto nel 1974 a Xian in Cina

Era il marzo 1974 quando un contadino di nome Yang Zhifa rinvenne, durante lo scavo di un pozzo, alcune fosse che contenevano statue in terracotta di soldati in armi con tanto di carri e cavalli. Il caso, come spesso succede nelle grandi scoperte dell’archeologia, aveva permesso di rinvenire a Xian (Cina) il mausoleo del primo imperatore cinese della dinastia Qin, Shi Huang (260 a.C. – 210 a.C.), sino ad allora ritenuto scomparso. L’esercito di terracotta di Xian, circa ottomila statue di guerrieri, a difesa della sepoltura di Shi Huang,, una delle scoperte eccezionali del XX secolo, come la tomba del faraone Tutankhamon in Egitto, o le grotte preistoriche di Lascaux in Francia, o la città imperiale inca di Machu Picchu in Perù, dal 1987 è stato inserito nell’elenco del Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco. Per chi ha in programma un viaggio nel capoluogo della provincia cinese di Shaanxi, una delle quattro grandi capitali dell’antica Cina, o per chi la visita del mausoleo di Shi Huang resterà solo un sogno irrealizzabile, Napoli offre fino al 28 gennaio 2018 una straordinaria occasione per un viaggio nell’antica Cina di 2200 anni fa.

Il suggestivo allestimento della mostra “L’esercito di Terracotta e il Primo Imperatore della Cina” (foto Mario Zifarelli)

La cinquecentesca basilica dello Spirito Santo a Napoli

Nella suggestiva cornice della Basilica dello Spirito Santo, nella centralissima via Toledo a Napoli, è allestita la prima italiana della mostra internazionale “L’esercito di Terracotta e il Primo Imperatore della Cina”, a cura di Fabio Di Gioia, l’esposizione più completa mai creata sulla necropoli, sulla vita del Primo Imperatore e sull’Esercito di Terracotta, ottava meraviglia del mondo per l’impatto visivo, perfettamente restituito dall’estensione della Basilica cinquecentesca dello Spirito Santo. In Italia infatti nel 1994 erano stati esposti dieci guerrieri e due cavalli a Venezia e Roma; nel 2008 a Torino erano arrivati solo due guerrieri di terracotta, mentre a Milano nel 2010 sono stati esposti un cavallo, un consigliere, un balestriere e sei lancieri. A Napoli, invece, si possono ammirare ben 300 reperti, tra statue, armi, carri, oggetti scoperti nella necropoli di Xian. Tra questi reperti ben 170 guerrieri; copie fedeli da calchi sugli originali realizzati in Cina da artigiani che hanno seguito le antiche tecniche per ottenere un effetto sovrapponibile agli originali. Disposti nella navata centrale della basilica, i 170 guerrieri offrono un colpo d’occhio suggestivo che riproduce l’esatta disposizione osservabile sul sito originario in Cina. “I pezzi sono stati elaborati fin nel più minuzioso dettaglio da artigiani cinesi appartenenti alla regione degli scavi”, spiegano gli organizzatori, “e realizzati con particolare attenzione ai dettagli al fine di mantenere la stessa bellezza e originalità degli originali. Le statue, le armi, le armature, i carri da guerra, il vasellame e gli oggetti che richiamano alla vita quotidiana dell’antica Cina presenti in mostra, sono stati riprodotti direttamente dagli originali grazie a calchi, ora preziosissimi, che è stato possibile applicare solo una volta. Le sculture sono state rifinite secondo il metodo antico, da artigiani cinesi della regione di Xi’An. La spettacolarità di queste riproduzioni è dovuta al realismo dei magnifici decori ed è rafforzata da affascinanti suggestioni luminose e audiovisive”.

La straordinaria resa di dettagli nei soldati di terracotta in mostra a Napoli

Il manifesto della mostra “L’esercito di terracotta e il primo imperatore della Cina”

“La scelta di Napoli per esporre la grande mostra internazionale sull’Esercito di Terracotta e il Primo Imperatore”, spiega il curatore Fabio Di Gioia, “poggia su importanti affinità culturali. Basti pensare alla grandiosa e vivida operosità che fu necessaria alla realizzazione dell’imponente meraviglia oggi ritrovata nella Necropoli di Xian, all’ingegnosa capacità organizzativa, alla velocità di produzione e alla notevole raffinatezza del lavoro degli artigiani che hanno dato volto e carattere sempre diversi a oltre 8mila sculture”. E continua: “Altro segno di vicinanza culturale con il carattere della città e le sue tradizioni è l’importanza data nel quotidiano al culto dei morti e alla vita oltre la morte. Sempre per analogia, a Napoli anche la scultura in sé, tanto nelle rappresentazioni del sacro quanto in quelle del profano, possiede una particolare forza evocativa. La rappresentazione fisica e tridimensionale della realtà sa essere arte da contemplare e nel contempo strumento molto efficace di comunicazione. Alla medesima combinazione di fattori, il Primo Imperatore della Cina, Qin Shi Huang, affidò, in maniera stupefacente e grandiosa, la sua sicurezza ultraterrena. Nelle nostre intenzioni,  la mostra di Napoli è anche un’occasione importante per collegare e stimolare l’attività di Istituzioni ed eccellenze culturali e del territorio e del bacino regionale. Tale attività darà il via alla programmazione di appuntamenti di grande interesse e occasione di studio per scuole, licei, università e accademie”.

Il carro con quadriga al centro della mostra “L’esercito di terracotta” a Napoli

L’esercito è composto da riproduzioni di guerrieri in terracotta, vestiti con corazze in pietra e dotati di armi, poste di guardia alla tomba dell’imperatore Qin Shi Huang. Di queste statue sono state riportate alla luce circa 8000 guerrieri, 18 carri in legno e 100 cavalli in terracotta. Si tratta di una replica fedele dell’armata che aveva contribuito a unificare la Cina. Tuttavia, nelle fosse sono state trovate poche armi, poiché furono saccheggiate dai ribelli che si insediarono sul trono imperiale: la dinastia Han. Dalle posizioni delle mani e del corpo delle statue, si possono immaginare le tecniche di combattimento di fanti, alabardieri, arcieri e balestrieri. Si combatteva soprattutto a piedi: i carri e i cavalli servivano per dirigere i movimenti della fanteria. La cavalleria fu introdotta più tardi, per affrontare i guerrieri nomadi che in battaglia utilizzavano appunto i cavalli. Le statue colpiscono per il loro realismo e nei particolari: la tecnica usata per realizzarli consisteva nel compattare cerchi di argilla in modo da creare un tubo (il torace) e completate con l’aggiunta di gambe e braccia. La struttura poi veniva ricoperta di blocchetti di argilla per creare le uniformi e poi decorata.

Un soldato dell’imperatore con il suo cavallo nel suggestivo allestimento nella basilica dello Spirito Santo

L’esposizione di Napoli si snoda in 1800 metri quadri all’interno della Basilica di Santo Spirito, riaperta appositamente per questa esposizione, attraversando quella che fu la storia del Primo Imperatore, il suo esercito, le conquiste militari, la creazione e il mantenimento dell’Impero, lo straordinario processo di costruzione dell’Esercito di Terracotta, la tomba dell’Imperatore e gli scavi archeologici. Fanno parte dell’esposizione – come si diceva – 170 soldati in dimensioni reali, quale imponente scenografia di uno spettacolo di luci e suoni, che presenta in maniera viva e vibrante una intera sezione della fossa n.1. Altrettanto spettacolari le repliche identiche dei carri in bronzo scoperti in una delle fosse. Questa esperienza si rivolge ad un pubblico di qualsiasi età. E proprio per poter apprezzare lo splendore di questi tesori, sono state predisposte videoproiezioni di grandi dimensioni, audioguide e zone interattive. Il risultato è l’emozione di un viaggio magnifico in quello che viene considerato, assieme alle sue meraviglie, uno dei fatti storici più rilevanti del mondo.

Il Grande Progetto Pompei protagonista all’Unesco di Parigi come modello da imitare: tavola rotonda della Regione Campania. Il generale Curatoli: “Entro dicembre 2018 la chiusura di tutti i cantieri”. Presentata poi la mostra-evento “Pompei@Madre. Materia Archeologica” dove rari reperti pompeiani dialogheranno con opere d’arte contemporanea

Reperti pompeiani esposti alla mostra al Madre: olla per la bollitura degli alimenti (a sinistra) dalla Casa di Lollius Synhodus,  e situla per attingere l’acqua (a destra) con lapilli dell’eruzione del Vesuvio I sec. d.C. dalla Bottega del Garum (foto Amedeo Benestante)

Il logo del parco archeologico di Pompei

Più che una mostra è un progetto. Si intitola “Pompei@Madre. Materia Archeologica”. È curato da Massimo Osanna, direttore generale del parco archeologico di Pompei, e Andrea Viliani, direttore generale del Madre, il museo d’arte contemporanea Donnaregina di Napoli, e si basa su un rigoroso programma di ricerca frutto dell’inedita collaborazione fra gli Scavi di Pompei e il museo Madre. A partire dal confronto fra le rispettive metodologie di ricerca, ambiti disciplinari, collezioni, “Pompei@Madre. Materia Archeologica” studia le possibili, molteplici relazioni fra patrimonio archeologico e ricerca artistica e propone un dialogo fra straordinari ma poco conosciuti e raramente esposti materiali archeologici di provenienza pompeiana e opere d’arte moderna e contemporanea. La mostra-progetto, che sarà inaugurata il prossimo 18 novembre al museo Madre alla presenza del ministro Dario Franceschini e del presidente della Regione Vincenzo De Luca, è stata presentata martedì 14 novembre 2017 a Parigi dove la Regione Campania ha previsto un doppio appuntamento: nella sede dell’Unesco e all’Istituto Italiano di Cultura, con l’ambasciatore Francesco Caruso, consigliere del presidente Vincenzo De Luca sui temi del patrimonio Unesco – di cui Pompei fa parte – e responsabile del progetto di messa a sistema tutti gli otto beni Unesco della Campania. Un doppio evento che ha sancito la politica di collaborazione e le sinergie tra Regione e Governo sui beni culturali, con particolare attenzione a quelle azioni di valorizzazione e di promozione sui grandi attrattori e il coinvolgimento dei relativi territori.

Il Grande Progetto Pompei protagonista all’Unesco di Parigi come modello da imitare

Protagonista all’Unesco è stato il Grande Progetto Pompei come modello per il restauro, la manutenzione e la valorizzazione, al centro del sistema dei siti Unesco della Campania,  che possa rappresentare un vero elemento di sviluppo culturale ed economico dei territori. La Campania ha proposto una interessante e prestigiosa tavola rotonda che ha fatto il punto sullo stato di Pompei, sulle politiche culturali e sulle azioni inter-istituzionali mirate alla salvaguardia e alla promozione del patrimonio culturale. Dal crollo della Schola Armaturarum agli elogi dell’Unesco: un percorso che ha fatto risalire Pompei in vetta non solo ai siti archeologici più visitati al mondo ma anche tra quelli meglio mantenuti e amministrati. Merito della Direzione del Parco e del pool di esperti del GPP, che ha percepito il sito come una vera e propria città,  organizzando le azioni con una visione urbanistica d’intervento, con la parte di restauri vista nell’ambito di una più ampia messa in sicurezza e funzionalità.

Commissari Ue al parco archeologico di Pompei tra il generale Luigi Curatoli e il direttore Massimo Osanna

Il generale Luigi Curatoli, a capo del GPP, è soddisfatto di quanto raggiunto finora: “Abbiamo stimato di chiudere tutti i cantieri  entro il 2018. Se non ci saranno intoppi potremo riconsegnare il sito alla sua gestione ordinaria”. Sul dopo–grande progetto  è intervenuto anche il direttore generale del parco archeologico di Pompei, Massimo Osanna: “Quella del grande progetto è stata anche l’occasione per impostare una metodologia di lavoro e recuperare personale di cui si sentiva la necessità. Credo che sia importante continuare con la stessa modalità virtuosa e dotare Pompei anche della figura di un direttore di seconda fascia che si occupi esclusivamente della parte amministrativa, esperto di gare e di appalti, con modalità manageriali”. La tavola rotonda, moderata da Francesco Caruso (consigliere sui temi Unesco del presidente della Regione Campania) e presieduta da Stefano De Caro (direttore generale Iccrom) ha visto la partecipazione  dell’ambasciatore rappresentanza permanente Unesco Vincenza Lomonaco,  Francesco Bandarin direttore generale Cultura Unesco, Mounir Bouchenaki consigliere speciale dg Unesco, Christina Cameron esperto Unesco, Philippe Chaix urbanista pianificazione territorio, Maurizio Di Stefano presidente emerito Icomos Italia, Pierpaolo Forte presidente fondazione Donnaregina museo Madre di Napoli, Sylvain Giguere esperto pianificazione territorio Ocde, Pietro Laureano presidente Icomos Italia, Francesca Maciocia direttore generale Scabec, Luisa Montevecchi direttore uff. Unesco Mibact, Neil Young esperto Unesco e Icomos Internazionale.

“L’eruzione del Vesuvio” di Pierre Jacques Volaire conservato al museo e real bosco di Capodimonte

Dopo il Grande Progetto Pompei è stata la volta della mostra “Pompei@Madre. Materia Archeologica(catalogo Electa) protagonista all’Istituto Italiano di Cultura. Il percorso della mostra è concepito e strutturato come una passeggiata circolare fra opere, manufatti, documenti e strumenti connessi alla storia delle varie campagne di scavo a Pompei – materiali che documentano la vita quotidiana della città antica e il ruolo che in essa rivestivano le arti e le scienze – messi a confronto con opere e documenti moderni e contemporanei provenienti dalle collezioni del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, del Museo e Real Bosco di Capodimonte, del Polo Museale della Campania e di importanti istituzioni nazionali e internazionali quali la Biblioteca Nazionale e l’Institut Français di Napoli, la Casa di Goethe e la Biblioteca dell’Istituto Archeologico Germanico di Roma, la Fondation Le Corbusier e l’École Nationale Supérieure des Beaux-Arts di Parigi, oltre che da importanti collezioni private italiane e internazionali. “Ognuna di queste opere e documenti”, spiegano i curatori, “ha continuato a rivendicare, a partire dalla riscoperta del sito pompeiano nel XVIII secolo, il valore e l’ispirazione contemporanei della “materia archeologica” pompeiana, fungendo da catalizzatore fra spazi, tempi e culture differenti, mettendoli a confronto e coniugando fra loro arti visive, letteratura, musica, teatro, cinema ma anche storiografia, cartografia, paletnologia, antropologia, biologia, botanica, zoologia, chimica, fisica, genetica, nonché l’esteso campo delle nuove tecnologie”.

La mostra recupera e rielabora calchi e materiali che non possono essere esposti perché danneggiati dal tempo e dai bombardamenti

Madre, museo di arte contemporanea di Napoli

Con la definizione “materia archeologica”, spiegano al Madre, “è possibile intendere innanzitutto, nel metodo di ricerca proposto da questa mostra, la disciplina in sé dell’archeologia (dal greco ἀρχαιολογία: ἀρχαῖος, “antico”, e λόγος, “studio”), ovvero la ricerca sulle civiltà antiche attraverso lo scavo, la conservazione, la catalogazione, la documentazione e l’analisi di reperti quali architetture, opere d’arte, manufatti d’uso comune, resti organici. Ma la natura frammentaria degli oggetti di studio archeologici e il fatto stesso che l’archeologia debba, per recuperare il passato, agire nel presente, secondo un processo aperto anche all’intuizione e all’interpretazione, suggerisce un’affascinante prossimità fra archeologia e contemporaneità. In questo senso Pompei rappresenta un laboratorio straordinario, una e vera e propria macchina del tempo che, restituendoci la storia di innumerevoli materie immerse nel flusso del tempo storico e naturale, sfuma la differenza fra passato e presente, fra natura e cultura, fra vita e morte, fra distruzione e ricostruzione. A partire dall’eruzione del 79 d.C., che ne decretò un oblio millenario, la riscoperta di questo sito nel 1748 ha trasformato Pompei in un palinsesto della modernità culturale disponibile a sempre ulteriori attraversamenti e narrazioni. Ed è la storia di questa materia al contempo fragile e combattiva che ha permesso a Pompei di continuare ad essere contemporanea, di continuare a proporre la propria “materia archeologica” come una materia ancora oggi contemporanea.
Definendo ipotetici paralleli che attraversano la storia antica, moderna e contemporanea, la mostra racconta quindi la storia di questa “materia” che rivela la reciproca implicazione fra materiali originari e opere d’arte e fra iconografie, tematiche e concetti che tornano ad affiorare nella storia della cultura e dell’arte da oltre due secoli e mezzo”.

“Syria. The making the future”: i workshop estivi di progettazione architettonica dello Iuav di Venezia dedicati alla ricostruzione della Siria. Il rettore: “Non solo temi archeologici, abitativi e architettonici, ma anche la ricostruzione di un’identità culturale forte”

Effetti della guerra in Siria: la distruzione della moschea umayyade di Aleppo

Ricostruire la Siria. Non solo Palmira. Ecco Wave 2017 “Syria. The making the future”, workshop estivi di progettazione architettonica dell’università Iuav di Venezia, dedicata alla ricostruzione della Siria. Hanno lavorato in 1341 per tre settimane a immaginare e progettare il futuro della Siria. Sono stati guidati da 26 architetti provenienti da tutto il mondo, di generazioni e formazioni molto diverse tra loro, ognuno dei quali è stato chiamato a studiare e analizzare un’area geografica specifica del territorio siriano. Si sono confrontati con esperti nei campi della conservazione del patrimonio, dell’architettura e del progetto urbano, dell’emergenza umanitaria e della cultura mediorientale, molti dei quali provenienti dalla Siria e attivi in rinomati studi internazionali. Al termine delle tre settimane di progettazione sono stati presentati i risultati dell’intenso lavoro degli studenti Iuav e dei 150 studenti stranieri ospiti dei workshop W.A.Ve. “I temi che la Siria ci pone oggi non sono solo archeologici, abitativi, architettonici, ma riguardano la ricostruzione di un’identità culturale molto forte”, afferma Alberto Ferlenga, rettore dello Iuav. “Questa edizione di W.A.Ve. rinnova un’attitudine storica della nostra Scuola, quella del prendersi cura, ed è anche un segno di come l’architettura si stia trasformando, sviluppando una nuova e sempre più intensa attenzione ai temi del mondo. Quello di oggi non è un punto di arrivo, ma è una tappa di un percorso iniziato in Iuav due anni fa con l’Omaggio di Venezia a Palmyra ed è il preludio a un intervento operativo, di ricostruzione, che sarà possibile al termine del conflitto”. Che la ricostruzione non sia solo un tema architettonico, ma anche e soprattutto identitario e sociale è stato anche il pensiero di Emanuela Carpani, soprintendente Archeologia Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Venezia e Laguna, che ricorda i 12 siti Unesco presenti in Siria: “La parola ricostruzione è una sconfitta per tutti. Vorremmo più coerenza tra l’outstanding value dei siti UNESCO e le loro politiche di difesa e controllo. I workshop di Iuav non offriranno una soluzione, ma un metodo e una nuova consapevolezza. Auguro che W.A.Ve., questo bellissimo acronimo, porti un’onda di creatività, di progettualità, di futuro”.

La distruzione del tempio di Baal a Palmira da parte dei miliziani dell’Isis

Il mondo della cultura italiana accende dunque un faro sulla ricostruzione in Siria. Lo Iuav di Venezia si presenta come hub di discussione e confronto, avviando, attraverso il programma estivo di architettura W.A.Ve., un processo culturale a supporto della rinascita di questo territorio, una volta terminato il conflitto. Questi sono gli obiettivi di W.A.Ve. 2017, “Syria / The making of the future”, il workshop promosso dall’ateneo veneziano in collaborazione con UN ESCWA, UNESCO e Aga Khan Award for Architecture e sponsorizzato da I-Barbon, che mira a richiamare l’attenzione del mondo globale dell’architettura su un argomento fondamentale ma ancora poco affrontato. “L’intento dell’iniziativa”, spiega Ferlenga, “è di creare un network importante di architetti, esperti locali e globali pronti ad avviare una riflessione sugli strumenti e sui metodi necessari a stabilire una pratica progettuale della ricostruzione di un luogo devastato dalla guerra. Un’opportunità – prosegue il rettore – per riaffermare l’appartenenza della Siria al patrimonio culturale dell’umanità e la responsabilità cosmopolita della sua ricostruzione”.

La presentazione dei progetti realizzati dagli studenti dello Iuav a Wave 2017 “Syria. The making the future”

Veronique Dauge, Head Culture Unit Unesco, sottolinea l’importanza delle iniziative Iuav in favore della Siria, in particolare la Carta della ricostruzione messa a punto dall’Ateneo: “La ricostruzione della Siria implica non solo un intervento nelle città, nei contesti rurali, nei siti archeologici, ma in primo luogo la trasformazione della società”. E Achille Amerio, ultimo ambasciatore italiano in Siria: “Il nostro Paese ha investito in ospedali, agricoltura, energia elettrica, cultura e missioni archeologiche con l’intenzione di creare un indotto che andasse a beneficio delle popolazioni locali. Tutti questi progetti sono stati interrotti. A questo punto bisogna pensare non solo alla ricostruzione, ma anche alla riconciliazione, alla creazione di un nuovo baricentro dell’identità nazionale”. “Pace” è stata la parola chiave dell’intervento di Benno Albrecht, responsabile scientifico del workshop: “Pace come spazio di resistenza umanistica, in cui costruire una nuova cultura architettonica. Iuav si propone come luogo di discussione e di lavoro sulle possibilità che l’architettura ha di lavorare per preservare e ricostruire la pace. Per dirla con le parole di Elio Vittorini all’indomani della seconda guerra mondiale, un luogo dove formare non una cultura che consoli dalle sofferenze, ma una cultura che protegga dalle sofferenze”.

“Omaggio di Venezia a Palmyra تدمر Canto per immagini, parole, suoni”: lo spettacolo dello Iuav

Forte della sua esperienza progettuale, lo Iuav ha messo a punto una Carta di Venezia della ricostruzione in cui sono individuate le azioni necessarie alla rinascita sostenibile dei luoghi distrutti dalla guerra. Negli ultimi anni, in particolare, lo Iuav di Venezia ha promosso numerose iniziative a favore delle città della Siria: lo spettacolo teatrale “Omaggio di Venezia a Palmyra” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/07/03/omaggio-di-venezia-a-palmira-lo-iuav-propone-un-canto-per-immagini-parole-suoni-dedicata-alla-sposa-del-deserto-violentata-dallisis-e-al-suo-custode-dir/) ha portato alla riscoperta delle radici comuni delle due realtà; le conferenze “Urbicide Syria” a Venezia e “Urbicide Iraq Palestine Syria Yemen” a Beirut, hanno coinvolto i maggiori esperti nel campo della ricostruzione; la mostra “Sketch for Syria” è nata da una call internazionale di disegni che ha collezionato più di 150 proposte di architetti da tutto il mondo sulla ricostruzione del paese. Tra le iniziative che confermano l’impegno di Iuav nella ricostruzione rientrano a pieno titolo i workshop W.A.Ve.: occasioni internazionali di confronto e progettazione per giovani studenti.

Uno scatto della mostra “Territori della ricostruzione”, a corollario di Wave 2017

Scopo finale del workshop W.A.Ve. 2017 è la costituzione del SyriaHub Iuav, un think tank che intende fornire una piattaforma apartitica, aperta e collaborativa per la ricerca, la progettazione, la condivisione delle conoscenze e lo sviluppo di capacità relative alla futura ricostruzione della Siria. Con lo Iuav di Venezia in campo anche la Bocconi di Milano (Economia), la Sapienza di Roma (Archeologia) e l’Università di Bologna (Giurisprudenza). “Attraverso lo studio multidisciplinare delle attuali condizioni del territorio siriano e lo sviluppo di soluzioni per l’architettura, l’urbanistica e la gestione dell’ambiente costruito”, conclude Ferlenga, “giovani professionisti internazionali e siriani condivideranno una strategia di restauro urbano sostenibile per la ricostruzione. Il rinnovo della tradizione italiana del restauro urbano può contribuire a preservare il patrimonio culturale e a promuovere la riconciliazione sociale futura nelle città e nei paesi devastati dalla guerra”.