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Le origini di Jesolo, l’Equilo tardoantica-altomedievale: nuove scoperte dagli scavi dell’università di Venezia in località le Mure. Il punto in un servizio su Archeologia Viva di luglio/agosto 2020

L’antico molo con i buchi dei pali delle bricole dell’antica Equilo scoperti a Jesolo nella campagna di scavo 2020 dell’università Ca’ Foscari diretta da Sauro Gelichi (foto unive)

Il litorale di Jesolo ai limiti della laguna nord di Venezia

Un molo, bricole e una piroga: sono i nuovi ritrovamenti dello scavo di Equilo-Jesolo a ridosso del Canale di San Mauro, che confermano la vocazione tipica di questo territorio lagunare. Una campagna di scavo ricca di soddisfazioni quella che Ca’ Foscari, sotto la direzione del prof. Sauro Gelichi, sta proseguendo nella località “Le Mure” di Jesolo, grazie anche all’amministrazione comunale che ha investito permettendo ai ricercatori di gettare nuova luce sulla storia della città. I risultati della campagna 2020 aggiungono un nuovo tassello alla ricca e complessa storia di questo territorio nel corso del Medioevo, che l’équipe di archeologia medievale del dipartimento di Studi umanistici di Ca’ Foscari aveva cominciato a svelare nel 2011 (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2014/01/17/le-origini-di-jesolo-lequilo-altomedievale-riemergono-dagli-scavi-delluniversita-di-venezia-in-localita-le-mure/). Proprio sulle ricerche archeologiche di Jesolo / Equilo tra tarda antichità e Medioevo un ampio servizio curato da Sauro Gelichi, Alessandra Cianciosi e Silvia Cadamuro, sulla rivista “Archeologia Viva” di luglio-agosto 2020 (n° 202) fa il punto sui risultati raggiunti.

Così appariva la cattedrale di Santa Maria Assunta nella campagna alla periferia di Jesolo agli inizi del Novecento (la foto è anteriore al 1903). Come si può vedere si tratta di una costruzione grandiosa, paragonabile alla basilica di San Marco in Venezia (foto unive)

Il prof. Sauro Gelichi dell’università Ca’ Foscari di Venezia

“Il progetto archeologico su Jesolo”, spiega il prof. Sauro Gelichi, direttore dello scavo e del Centro Interuniversitario per la Storia e l’Archeologia dell’Alto Medioevo, “che il nostro ateneo sta portando avanti in accordo e cooperazione con l’amministrazione comunale e con la soprintendenza, si sta configurando come uno dei più organici e promettenti avviati in regione negli ultimi anni. I risultati scientifici conseguiti hanno rivelato un sito del più alto interesse storico ed archeologico: il passato di Equilo sta facendo emergere una storia ricca di implicazioni politiche, sociali, culturali, funzionale a comprendere meglio le vicende di tutta l’area lagunare veneziana e delle zone contermini. Una storia che si intreccia con quella dell’antica Altino e, poi, della vicina Cittanova e della più lontana, ma sempre presente, storia di Venezia. La ricerca archeologica ha messo in luce straordinarie ed inedite narrazioni ma anche realtà materiali di notevole consistenza e valore, come ad esempio i dimenticati resti del cosiddetto monastero di San Mauro. Così si rende sempre più necessario avviare un processo di restauro e valorizzazione (a cui l’Università sta lavorando in accordo con l’amministrazione e la soprintendenza), che recuperi al meglio tutte queste testimonianze (le nuove ma anche le vecchie messe in luce negli scavi della cattedrale), per recuperarle e riproporle, opportunamente tradotte, in un percorso di conoscenza e di riappropriazione collettiva. Un percorso che dovrebbe avere diversi punti ‘forti’ (accanto ai ruderi della cattedrale, i resti del monastero di San Mauro e la Torre di Caligo) e che, assieme ad uno spazio idoneo dove esporre i reperti mobili e opportune ricostruzioni e ambientazioni digitali, sia in grado di affascinare ed istruire i cittadini ma anche le migliaia di turisti che affollano, d’estate, le spiagge di questa bellissima cittadina”.

I ruderi del campanile di S, Maria Assunta di Equilo

L’abitato dell’antica Jesolo sorgeva su un’isola, l’insula Equilus, oggi terraferma per effetto delle piene del Piave e delle bonifiche. Basta percorrere i pochi chilometri che separano i famosi lidi dal centro storico – affacciato questo sulla Piave Vecchia e sulla Paluda (l’estremità nord-orientale della laguna di Venezia) – e osare oltre dove finisce la città verso la campagna, per imbattersi nei ruderi ancora notevoli di un monumento un tempo grandioso: la chiesa cattedrale di Equilo, costruita molto probabilmente nel XII secolo. Quei ruderi martoriati sono lì a ricordarci un passato che la stessa comunità di Jesolo stenta a riconoscere, reciso com’è dal Medioevo in avanti. La Jesolo attuale è appunto l’erede dell’antica Equilo, insediamento ricordato in uno sparuto gruppo di documenti scritti medievali e abbandonato a partire dal XIII secolo. In casi come questo solo l’archeologia può tentare di riannodare i fili con la storia, dandole un senso e una profondità.

Scavi in corso nel grande edificio usato come “albergo” nella mansio attiva sull’isola di Equilo fra IV e V secolo. Ognuno degli ambienti che vediamo affiancati in serie serviva per dormire e farsi da mangiare (foto unive)

Per prima cosa è stata progettata una campagna di ricognizioni e analisi geo-archeologiche, con il fine di ricostruire, nei limiti del possibile, l’antica situazione ambientale di quest’area oggi perilagunare in rapporto con le possibili zone abitate. Da ciò è emerso il quadro di un insediamento che doveva svilupparsi su un arcipelago di barene o isolotti separati da canali alla foce dell’estuario della Piave Vecchia. Si trattava, dunque, di una posizione particolarmente favorevole, che spiega anche il motivo della colonizzazione di queste aree all’interno di una laguna separata dal mare da relitti di antichi cordoni costieri. Aree che gli scavi hanno dimostrato essere frequentate almeno dall’epoca medio imperiale (II-III sec. d.C.), quando vi si raccoglieva la conchiglia murex per produrre la porpora, attività probabilmente collegata con l’industria laniera della vicina città romana di Altinum (Altino). Così si spiega anche la fondazione, intorno al IV secolo, di una grande mansio nell’ambito di una rete di collegamenti interna alla laguna. Sono stati gli scavi più recenti a mettere in evidenza questa importantissima lontana fase insediativa e a far emergere strutture collegate con la ricezione e lo stazionamento di persone, animali e merci. Peraltro si tratta di una tra le stazioni di posta meglio conservate e documentate archeologicamente nel nostro Paese. Tuttavia la vita di questa mansio dovette essere piuttosto breve. Gli anni turbolenti del V secolo, coincidenti con lo stesso dissolvimento dell’Impero romano d’Occidente, sono lo spazio storico all’interno del quale possiamo datare l’incendio e l’abbandono delle strutture di questa mansio, che non furono più rioccupate, se non in maniera episodica.

Foto aerea delle due zone di scavo a Jesolo/Equilo: le Mure e San Mauro (foto unive)

Dopo il rinvenimento della mansio tardo antica, nel 2018 gli archeologi si erano concentrati nell’area di San Mauro, a nord della località “Le Mure”, scavata per la prima volta nel 1954 da G. Longo, assistente della soprintendenza Archeologica di Padova che vi aveva identificato i resti del monastero di San Mauro, citato nelle fonti medievali. I primi lavori di scavo avevano portato al ritrovamento di una piccola chiesa triabsidata, dotata di arredi architettonici tipicamente altomedievali, affiancata da altre strutture murarie più recenti, forse collegate al monastero. Ma in seguito le rovine erano state lasciate in stato di abbandono.

Foto zenitale da drone del complesso religioso di San Mauro sull’isola di Equilo attivo a partire dal IX secolo e per tutto il Medioevo nell’ambito di un’intensa attività di bonifica del territorio a fini agricoli (foto unive)

La campagna di scavo 2018, ha ridato nuova vita a questo sito proseguendo l’indagine dell’intera area di San Mauro per comprendere lo sviluppo dell’abitato di Equilo a nord dell’isola tardoantica (già indagata tra 2013-2016), riportando alla luce le eventuali strutture del complesso religioso, almeno quelle che potevano essersi conservate sotto il peso delle macerie e valutandone lo stato di conservazione. L’indagine del 2018, svolta sempre in collaborazione con il Comune di Jesolo e con la soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per il Comune di Venezia e Laguna, ha riportato alla luce l’abside laterale della chiesa confermando, da una parte, i risultati dello scavo svoltosi nel 1954 e raccogliendo, dall’altra, numerosi dati del tutto inediti. È stato possibile infatti individuare e indagare depositi mai scavati in precedenza, sia all’interno che all’esterno dell’edificio e datare la formazione di questa porzione dell’insula Equilo al VII secolo d.C. Inaspettato il rinvenimento di 15 sepolture di adulti e bambini, appartenenti al cimitero annesso alla chiesa, per ora indagato solo parzialmente. Eccezionale è stata la messa in luce delle fondazioni del campanile di cui si era persa memoria, costituite da un esteso basamento in legno e da perimetrali spessi ben 160 cm, costruiti con grandi pietre squadrate.

Particolare di una sepoltura del cimitero di Equilo (VI-VII sec. d.C.). Come unico oggetto di corredo funebre vediamo un pettine in osso a doppia fila di denti, un tipo di manufatto che ricorre spesso nelle tombe altomedievali (foto unive)

La lunga stagione dell’Alto Medioevo. Durante il VI secolo tutta quanta l’area dovette passare nelle disponibilità della Chiesa. A questo periodo viene datato l’edificio religioso con mosaici, a cui abbiamo fatto riferimento prima , che rappresenterebbe il primo segno tangibile della presenza di un vescovo a Equilo, altrimenti documentata dalle fonti scritte solo a partire dal IX secolo. Altro segno di un controllo ecclesiastico dell’area sempre nel VI secolo è poi costituito da un cimitero, composto da inumazioni di nuclei familiari. Siamo giunti così all’Alto Medioevo. Finora gli scavi hanno restituito poche testimonianze di questo periodo, se non le fasi più antiche di una chiesa (IX secolo) che stanno venendo alla luce nell’area del già citato “monastero di San Mauro”. Tuttavia di una comunità equilense abbiamo notizie dirette da fonti scritte che si riferiscono a questo luogo, come quelle che compaiono nel testamento (829) redatto dal duca veneziano Giustiniano Particiaco, oltre che da elementi scultorei, come l’eccezionale frammento di sarcofago di un certo Antoninus tribunus (rappresentante della classe dirigente) e di sua moglie, databile sempre nel IX secolo.

Dallo scavo archeologico di Jesolo / Equilo a un percorso di visita permanente: amministrazione comunale e università Ca’ Foscari studiano il piano di fattibilità (foto unive)

La memoria del passato per gli abitanti e gli ospiti. Una storia così rilevante ha necessità di essere ricostruita, ma anche raccontata. E per farlo devono esistere luoghi e modi adatti. L’amministrazione comunale di Jesolo, di concerto con l’università Ca’ Foscari, sta dunque studiando un piano di fattibilità, non solo per recuperare e restaurare sul posto i resti della cattedrale e del “monastero di San Mauro”, ma anche per creare un percorso di visita che possa degnamente illustrare queste vicende. L’obbiettivo è restituire una fetta di quel passato non solo alla comunità, ma anche a coloro che durante il periodo estivo scelgono Jesolo come luogo di vacanza: un modo per valorizzare con contenuti diversi quella vocazione all’ospitalità che, già dall’età Tardoantica, il luogo dimostrava di possedere.

Per le Giornate europee dell’archeologia la Sabap-Bo propone video su recenti indagini archeologiche, sulla valorizzazione del teatro romano di Bologna, e su due grandi mostre degli anni scorsi

La soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le Province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara non rinuncia a festeggiare l’archeologia e per le Giornate europee dell’archeologia 2020 propone al pubblico video relativi a indagini archeologiche dirette nei territori di competenza (Cattedrale di Reggio Emilia – scavi e restauro dei mosaici di una preesistente domus, Ospitale di Colombaro di Formigine-MO, Pieve di San Venanzio presso Coccanile, Fraz. di Copparo-FE), la prima valorizzazione del teatro romano di Bologna, attualmente in fase di riprogettazione, e due mostre già concluse (On the Road, via Emilia 187 a.C.-2017, Reggio Emilia, Palazzo dei Musei, 25 novembre-1° luglio 2018; Medioevo svelato. Storie dell’Emilia-Romagna attraverso l’archeologia, Bologna, Museo Civico Medievale, 17 febbraio-17 giugno 2018).

Con il decurione Giulio Valente in un viaggio nel passato ispirato alla mostra “On the road – Via Emilia 187 a.C. – 2017” (Musei Civici di Reggio Emilia, 25 novembre 2017 – 1° luglio 2018). La mostra, curata da Luigi Malnati e Roberto Macellari, su allestimento dell’arch. Italo Rota, è stata promossa dal Segretariato regionale del ministero dei Beni e delle Attività culturali e Turismo, dalla Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, ed i Musei Civici di Reggio Emilia. La via Aemilia, costruita dal console Marco Emilio Lepido nel 187 a.C. tra Piacenza e Rimini, segnò il confine fra l’Italia romana e un nord abitato da popolazioni “altre”, ma presto diventò anche l’asse portante delle comunicazioni padane, oltre che il collante di genti parlanti lingue e portatrici di culture diverse. La mostra riuniva più di 400 reperti e presentava un focus sulla città di Reggio Emilia, antica Regium Lepidi, unica città che conserva nel proprio il nome del console che costruì la strada, e che viene percorsa dal decurione del filmato. Collegate a On the road si sono tenute altre esposizioni come quella al Credito Emiliano, Regium Lepidi underground, dove ancora oggi sono visibili strutture e reperti di epoca romana; ed Ego sum via. Via Aemilia, Via Christi, al museo Diocesano, sulla diffusione del primo cristianesimo lungo la strada.

“Medioevo svelato. Storie dell’Emilia-Romagna attraverso l’archeologia” (museo civico Medievale di Bologna, 17 febbraio 2018 – 17 giugno 2018). La mostra, promossa dalla Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, è stata curata da Sauro Gelichi e da Luigi Malnati. L’iniziativa consente di viaggiare nell’arco di un Millennio (dal IV secolo agli inizi del Trecento) in una regione in cui ancora oggi sono profondamente radicati i confini fisici e gastronomici tra Emilia longobarda e Romagna bizantina. Il racconto si dipana attraverso l’esposizione di oltre 300 reperti, recuperati dalle intense ricerche archeologiche condotte in tutta l’Emilia-Romagna negli ultimi 40 anni, contribuendo alla formazione di un condiviso patrimonio di conoscenze, idee e valori connessi a questo lungo e complesso percorso storico. Troverete ulteriori informazioni sui temi trattati dalla mostra nella descrizione del video.

Il teatro romano di Bologna. Le strutture del teatro Romano di Bologna sono emerse in occasione di lavori di ristrutturazione di un palazzo del centro cittadino. La valorizzazione del teatro si collega alla destinazione commerciale dell’edificio che li ospita. Il filmato offre una visione della prima destinazione commerciale dell’edificio (metà anni ’90); oggi è in fase di elaborazione un nuovo progetto che prevede una maggiore integrazione tra le attività commerciali e l’apporto culturale del manufatto antico.

Tesserae versicolores. Il mosaico tardo-romano dalla Cattedrale di Santa Maria Assunta di Reggio Emilia. L’area della Cattedrale e del Palazzo Vescovile corrispondeva in età romana a due isolati centrali di Regium Lepidi che dovevano collocarsi in prossimità del foro. Nella prima età imperiale questi erano occupati da alcuni edifici variamente articolati, ma, tra l’ultimo quarto del III e il IV secolo d.C., venne attuata una imponente ristrutturazione, frutto di un progetto unitario di costruzione di un edificio, esteso forse per un intero isolato e affacciantesi sul limite occidentale dell’area forense. Di questo complesso edilizio è stato rinvenuto un pavimento a mosaico che doveva appartenere all’ambiente più importante della domus e di cui il video mostra la scoperta ed il restauro.

“Sorvolo” sui resti delle strutture medievali del monastero-ospitale di Colombaro (Formigine, MO). Nell’ottobre 2017 sono terminate le indagini archeologiche a Colombaro di Formigine, nell’area di pertinenza comunale adiacente alla Chiesa di S. Giacomo Maggiore. Gli scavi hanno individuato un grande complesso architettonico risalente al XII-XIII secolo (riferibile all’antico monastero-ospitale di Colombaro) di cui sono riusciti a evidenziare la planimetria pressoché completa.

La scoperta della pieve altomedievale di S. Venanzio nei pressi di Coccanile di Copparo (FE). Nel letto del canale Naviglio nei pressi di Coccanile, fraz. di Copparo (FE), sono venuti alla luce i resti di una delle più antiche pievi del territorio di Ferrara, databile al VI-VII secolo, e della necropoli ad essa associata.

Archeologia medievale. A cinque anni dalla scoperta del più grande cimitero medievale ebraico noto in Italia, esce il libro “Il cimitero ebraico medievale di Bologna: un percorso tra memoria e valorizzazione” a cura di Curina e Di Stefano

Gli scavi archeologici al cimitero ebraico medievale di Bologna hanno rinvenuto 408 sepolture (foto Cooperativa Archeologia)

Anello d’oro recuperato dagli scavi del cimitero ebraico medievale di Bologna (foto Roberto Macrì)

Soppresso 450 anni fa, col tempo se n’erano perse le tracce del cimitero ebraico medievale di Bologna, citato dalle fonti storiche e documentarie, anche se una tradizione popolare non ha mai dimenticato la presenza degli “orti degli ebrei”. Ci ha pensato l’archeologia. Tra il 2012 e il 2014 l’area di via Orfeo a Bologna è stata oggetto di ricerche archeologiche che hanno individuato il cimitero ebraico medievale, il più grande finora noto in Italia con le sue 408 sepolture, il quale è stato oggetto e punto di partenza di un progetto di valorizzazione del patrimonio culturale ebraico del capoluogo felsineo. “È la più vasta area cimiteriale medievale mai indagata in città, testimone di eventi che hanno radicalmente mutato la storia e la vita di una parte della popolazione bolognese tra il XIV e il XVI secolo. Per 176 anni è stato il principale luogo di sepoltura degli ebrei bolognesi ma dopo le bolle papali della seconda metà del Cinquecento -che autorizzano la distruzione dei cimiteri ebraici della città- sopravvive per secoli solo nel toponimo di Orto degli Ebrei”, avevano raccontato alla presentazione della scoperta Renata Curina e Valentina Di Stefano, archeologhe della soprintendenza, e Laura Buonamico di Cooperativa Archeologia, che hanno seguito le ricerche archeologiche (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/01/02/archeologia-medievale-scoperto-in-via-orfeo-a-bologna-il-cimitero-ebraico-soppresso-450-anni-fa-con-le-sue-408-sepolture-e-il-piu-grande-ditalia-e-il-secondo-in-europa-sara-il-fulcro-di-un/).

Il sepolcreto si colloca nei pressi del monastero di San Pietro Martire, nell’isolato compreso tra via Orfeo, via de’ Buttieri, via Borgolocchi e via Santo Stefano (foto Sabap – Bo)

Il sepolcreto si colloca nei pressi del monastero di San Pietro Martire, nell’isolato compreso tra via Orfeo, via de’ Buttieri, via Borgolocchi e via Santo Stefano. “Le fonti d’archivio riportano che quest’area fu acquistata nel 1393 da un membro della famiglia ebraica dei Da Orvieto (Elia ebreo de Urbeveteri)”, spiegano le tre archeologhe, “per poi essere lasciata in uso agli ebrei bolognesi come luogo di sepoltura. Questa funzione permane fino al 1569, quando l’emanazione di due Bolle Papali condanna le persone di religione ebraica ad abbandonare le città dello Stato Pontificio e ad essere cancellate dalla memoria dei luoghi dove avevano vissuto e operato. Uno degli effetti più violenti di queste persecuzioni è l’autorizzazione a distruggere i cimiteri e a profanare le sepolture ebraiche presenti in città. Una damnatio memoriae che riesce solo in parte visto che negli atti e registri degli anni seguenti, ma soprattutto nella consuetudine orale, quell’area continua ad essere indicata come Orto degli Ebrei”.

Preziosi anelli rinvenuti nell’area del cimitero ebraico di via Orfeo

La copertina del libro di Renata Curina e Valentina Di Stefano “Il cimitero ebraico medievale di Bologna: un percorso tra memoria e valorizzazione”

L’analisi dei dati archeologici condotta dalla soprintendenza, lo studio antropologico sugli inumati effettuato dall’università di Bologna e la costante collaborazione della Comunità Ebraica Bolognese – il tutto con il sostegno della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna – hanno aperto la strada a un processo di conoscenza più sistematico su periodi e aspetti della storia di Bologna, delle sue tradizioni e delle abitudini di vita dei suoi abitanti. Ora, a pochi anni da questa eccezionale scoperta e grazie al contributo della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, esce il volume curato dalle archeologhe Renata Curina e Valentina Di Stefano “Il cimitero ebraico medievale di Bologna: un percorso tra memoria e valorizzazione” che viene presentato giovedì 11 luglio 2019, alle 17, nel Salone d’Onore di Palazzo Dall’Armi Marescalchi, via IV Novembre n. 5 a Bologna, sede della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara. Intervengono: Giusella Finocchiaro, presidente Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna; Cristina Ambrosini, soprintendente Archeologia, belle arti e Paesaggio di Bologna; Daniele De Paz, presidente Comunità Ebraica di Bologna; Alberto Sermoneta, rabbino capo Comunità Ebraica di Bologna; Sauro Gelichi, università Ca’ Foscari Venezia; Daniela Rossi, soprintendenza speciale Archeologia, belle arti e Paesaggio di Roma. Il volume, tredicesimo della collana DEA, Documenti ed Evidenze di Archeologia, della soprintendenza, documenta gli studi e le ricerche effettuate nell’ultimo lustro e offre abbondante materia di riflessione per individuare modalità di restituzione della memoria e di valorizzazione di questo importante patrimonio culturale ebraico di Bologna.

La locandina della mostra “LA CASA DELLA VITA. Ori e Storie intorno all’antico cimitero ebraico di Bologna”

Per gli interessati, fino al 6 gennaio 2020 è allestita al MEB – Museo Ebraico di Bologna in via Valdonica 1/5 a Bologna la mostra “La Casa della Vita. Ori e Storie intorno all’antico cimitero ebraico di Bologna”, visitabile da domenica a giovedì, dalle 10 alle 17.30, venerdì (dalle 10 alle 15.30), chiusa sabato e festività ebraiche. “La Casa della Vita” o Beth ha-Chaim è uno dei modi con cui gli ebrei indicano tradizionalmente il cimitero (Beth ha-kevaroth): “… ti ho posto davanti la vita e la morte … scegli dunque la vita, onde tu viva, tu e la tua progenie” Deuteronomio (30,19). La mostra consente di ripercorrere, in modo globale e sistematico, la storia di una minoranza, dei suoi usi, della sua cultura e delle sue interazioni con la società cristiana del tempo (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2019/06/19/bologna-ad-alcuni-dalla-scoperta-in-citta-del-piu-importante-cimitero-ebraico-finora-noto-in-italia-apre-la-mostra-la-casa-della-vita-ori-e-storie-intorno-allantico-cimitero-ebrai/).

A Bologna due giorni di studi con archeologi ed esperti a confronto su scoperte e dati archeologici più significativi emersi dagli scavi di epoca medievale più recenti. Una panoramica su quasi un millennio di storia a margine della mostra “Medioevo svelato”

Bacino (piatto) in maiolica con l’immagine di frate Simone dalla facciata di San Giacomo Maggiore di Bologna

Manifesto della mostra “Medioevo svelato” a Bologna

Archeologi ed esperti a confronto sulle infinite sfaccettature del Medioevo: una panoramica su quasi un millennio di storia, dalla tarda antichità  (IV-V secolo) agli inizi del Trecento. È quanto si propone di affrontare la due giorni del convegno “Medioevo al margine”, promosso da soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, istituto per i Beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna e università Ca’ Foscari di Venezia a margine della mostra “Medioevo svelato. Storie dell’Emilia-Romagna attraverso l’archeologia” in corso al museo civico Medievale di Bologna fino al 17 giugno 2018 (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/03/01/quarantanni-di-ricerche-lungo-la-via-emilia-nella-mostra-medioevo-svelato-storie-dellemilia-romagna-attraverso-larcheologia-al-museo-medievale-di-bologna/). Il convegno “Medioevo al margine” punta a sviluppare ulteriormente gli argomenti affrontati nella mostra, passando in rassegna le scoperte e i dati archeologici più significativi emersi dagli scavi di epoca medievale effettuati in anni recenti. I vari interventi coprono un arco cronologico di quasi un millennio (dal IV-V secolo agli inizi del Trecento) tracciando un quadro delle trasformazioni delle città tardo-antiche e degli insediamenti rurali, evidenziando il potere dei nuovi ceti dirigenti (Goti, Bizantini e Longobardi) attraverso la ritualità funeraria. In occasione del convegno viene presentato il catalogo scientifico della mostra a cura di Sauro Gelichi, Massimo Medica e Cinzia Cavallari.

Pettine in osso al momento del rinvenimento a Rimini

Il pettine in osso scoperto a Rimini dopo il restauro nei laboratori della soprintendenza

La locandina del convegno “Medioevo al margine” a Bologna

Veduta dall’altro dell’area di scavo 2017 nella Casa del Fabbro (foto Paolo Nanni)

Appuntamento dunque mercoledì 30 e giovedì 31 maggio 2018 all’auditorium della Regione Emilia-Romagna in viale Aldo Moro a Bologna (ingresso libero).  Intenso il programma. Si inizia mercoledì 30 maggio 2018, alle 10, con i saluti di  Roberto Balzani, presidente dell’istituto per i Beni Artistici Culturali e Naturali della Regione Emilia-Romagna. Seguiranno gli interventi di Sauro Gelichi e Luigi Malnati su “Le ragioni di una mostra e di un convegno. Introduzione”; Giancarlo Grillini su “Analisi scientifiche dei lapidei e delle malte della cripta dell’Abbazia di Valsenio (RA)”; Katiuscia Doppiu e Isabella Rimondi su “La cintura ageminata di Rezzanello (PC): un contributo alla lettura dopo i recenti restauri”; Monica Zanardi del laboratorio di restauro della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio Bo-Mo-Re-Fe su “Il restauro del pettine in osso di via A. Da Brescia, Rimini”. Alle 13 pausa, si riprende alle 15, con Paolo De Vingo su “La necropoli longobarda di Spilamberto: un centro di potere e di scambio nel Modenese altomedievale”; Massimiliano David su “Ostia tardoantica. La lenta agonia di una città alla luce della ricerca archeologica”; Francesca Romana Stasolla su “Aspetti archeologici della vita sociale di una città del pieno medioevo: spazi di vita e di lavoro a Cencelle”; Sauro Gelichi e Luigi Malnati, con la presentazione del volume “Medioevo svelato. Storie dell’Emilia-Romagna attraverso l’archeologia”, catalogo della Mostra, Bologna 2018; Maria Grazia Fichera su “Elementi di cintura bronzei di tradizione bizantina: confronto fra contesti siciliani e contesti dell’Emilia-Romagna”; Fabio Bracci e Alessandro Alessio Rucco su “Claterna: le trasformazioni di una città tardoantica attraverso l’evidenza della domus del Fabbro”; Alberto Stignani su “Alcuni dati preliminari sui rinvenimenti numismatici della domus del Fabbro”; Renata Curina, Valentina Di Stefano e Mauro Librenti su “Il cimitero ebraico medievale di Bologna. Considerazioni preliminari”.

La cella vinaria della villa romana di Bordonchio (Rimini)

Ricostruzione della trasformazione del castrum in fortilizio signorile (XIII – XIV secolo)

Seconda giornata di convegno di studi giovedì 31 maggio 2018. Si inizia alle 9.30 con Cristian Tassinari su “Le ultime fasi della villa di Bordonchio (RN)”; Cristina Anghinetti, Manuela Catarsi e Patrizia Raggio su “Una necropoli gota lungo l’antica strada Parma-Lucca”; Francesca Frasca e Adelmo Garuti su “Tecniche orafe di età medievale”; Daniele Sacco e Siegfried Vona su “Archeologia medievale nella provincia di Rimini: la riorganizzazione del tessuto insediativo nel Medioevo”; Fabrizio Benente e Giada Molinari su “Le città della Liguria marittima tra V e VIII secolo: evidenze di crisi e di trasformazione del paesaggio urbano”; Sara Campagnari e Mauro Librenti su “Il castrum di Vicolongo a Novi di Modena. L’evoluzione di un castello nella pianura modenese”; Enrico Cirelli e Debora Ferreri su “Il castello di Rontana (Brisighella, RA)”; Claudio Negrelli, Marco Palmieri e Tiziano Trocchi su “Un villaggio medievale al nuovo sottopasso della SP3. Funo e la pianura bolognese tra X e XIII secolo”. Alle 13 pausa. Si riprende alle 15, con Fabrizio Benente e Simona Caleca su “L’Alta Valle Scrivia tra fonti documentarie e fonti archeologiche: popolamento e fortificazioni dell’habitat tra XII-XVI secolo”; Manuela Catarsi su “Da Fidenza a Borgo San Donnino”; Chiara Guarnieri su “Ferrara, da città in legno a città in mattoni: nuovi dati dalle indagini archeologiche urbane”; Matteo Casadei, Cinzia Cavallari e Claudio Negrelli su “Cesena, il palinsesto di via Strinati dalla tarda antichità all’età postmedievale”; Lara Sabbionesi su “Pro maiore sanitate hominum civitatis… et burgorum: lo smaltimento dei rifiuti nelle città medievali dell’Emilia-Romagna”; Simone Biondi e Cinzia Cavallari su “Archeologia urbana a Cesena, piazza della Libertà”. I lavori si concludono alle 18.

A Nonantola, che conserva uno dei più importanti complessi benedettini d’Europa, a confronto i maggiori specialisti dell’archeologia medievale europea nel convegno “Nonantola e l’archeologia dei monasteri alto-medievali in Europa. Vecchie questioni, nuove ricerche”. E poi visite guidate gratuite al monastero nascosto: gli archeologi svelano la millenaria storia di S. Silvestro di Nonantola

L’abbazia di San Silvestro a Nonantola, in provincia di Modena

Sant’Anselmo, fondatore dell’abbazia di Nonantola, scolpito sul portale, opera dei seguaci di Wiligelmo

Costruzione dell’ababzia di Nonantola (disegno Saame)

Il duca Anselmo costruì la chiesa dei Santi Apostoli nel 752, dando vita al monastero benedettino, avamposto longobardo sulle direttrici tra Bologna, Piacenza e Verona. Ma è con l’arrivo all’abbazia, solo pochi anni dopo, delle spoglie di San Silvestro che il monastero crebbe in potenza. Attorno sorse il paese, direttamente alle dipendenze dell’abate che grazie alle donazioni di Carlo Magno divenne un vero e proprio signore feudatario. Quel paese si chiama Nonantola,  in provincia di Modena, ancora oggi famoso per uno dei più celebri complessi benedettini dell’Europa medievale, al pari delle potenti abbazie di Cluny e Canterbury. Nell’abbazia di Nonantola soggiornò l’imperatore Lotario I. Qui un altro imperatore, Carlo il Grosso, incontrò papa Martino. Mentre papa Adriano III, morto nelle vicinanze mentre era in viaggio per Worms, qui venne sepolto. Oggi Nonantola è un caso esemplare nel quadro della ricerca storico-archeologica della nostra penisola. Dal 2001 Nonantola è infatti al centro di un importante progetto di ricerca archeologica diretto da  Sauro Gelichi dell’università Ca’ Foscari di Venezia grazie al quale è stato possibile indagare il complesso abbaziale di S. Silvestro di cui, fino ad oggi, si aveva notizie soltanto grazie alla documentazione archivistica, e il borgo che vi si è sviluppato intorno e sull’intero territorio di riferimento. L’università Ca’ Foscari di Venezia, sotto la direzione scientifica di Gelichi, ha realizzato un progetto di ricerca di notevole rilievo scientifico che ha portato alla realizzazione di otto anni di campagne di scavo con gli studenti dell’Università, il tutto in stretta collaborazione con la soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara. I dati emersi dagli scavi hanno dato vita a una collana di pubblicazioni, a numerose visite guidate e conferenze, all’allestimento di mostre temporanee, alla riorganizzazione della sezione medievale del museo civico di Nonantola e alla realizzazione dell’aula didattica “Magazzini di Storia”, ampiamente utilizzata per svolgere laboratori storico-archeologici con le scuole.

Il complesso abbaziale benedettino di Nonantola

La locandina del convegno internazionale “Nonantola e l’archeologia dei monasteri alto-medievali in Europa. Vecchie questioni, nuove ricerche”

Sabato 14 aprile 2018, dalle 9.30, Nonantola ospita un importante convegno internazionale, “Nonantola e l’archeologia dei monasteri alto-medievali in Europa. Vecchie questioni, nuove ricerche”, a cura di Sauro Gelichi e Richard Hodges, che concentrerà l’attenzione sui più recenti e innovativi studi relativi all’archeologia monastica altomedievale. Il convegno internazionale di studi è promosso da Comune di Nonantola, università Ca’ Foscari e museo di Nonantola, in collaborazione con soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, ArcheoNonantola e Abbazia di Nonantola, e con il sostegno di IBC Regione Emilia-Romagna (L. R. 18/2000) legato al progetto “Longobardi al confine”. Il convegno, importante momento di confronto e di approfondimento con i maggiori specialisti dell’archeologia medievale europea, sarà l’occasione per presentare il volume “Nonantola 6. Monaci e contadini. Abati e re. Il monastero di Nonantola attraverso l’archeologia (2002-2009)”, a cura di Sauro Gelichi, Mauro Librenti e Alessandra Cianciosi. La sesta pubblicazione della collana archeologica su Nonantola illustrerà i risultati delle campagne estive di scavi svolti dell’università dal 2002 al 2009 nel giardino dell’abbazia di San Silvestro in regime di concessione ministeriale, con la collaborazione e il sostegno della Soprintendenza prima Archeologica, poi Archeologia, belle arti, paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara (SABAP-BO). Il convegno e la presentazione del volume rappresentano la fase conclusiva di un progetto di ricerca esemplare che ha prodotto sei pubblicazioni scientifiche, mostre, visite guidate e nuovi percorsi archeologici all’interno del Museo di Nonantola  e del borgo.

Visite guidate con gli archeologi all’abbazia di Nonantola

E il giorno successivo, domenica 15 aprile, alle 16 e 17, visite guidate gratuite “Il monastero nascosto. Gli archeologi svelano la millenaria storia di S. Silvestro di Nonantola” con ritrovo davanti all’ingresso del giardino abbaziale in via Marconi 1. Gli archeologi Mauro Librenti e Alessandra Cianciosi illustreranno le nuove scoperte emerse dagli scavi archeologici nel giardino abbaziale, la mostra permanente esposta nell’aula didattica Magazzini di Storia e il terzo piano del museo di Nonantola. Gradita la prenotazione al numero 059896656 oppure all’indirizzo museo@comune.nonantola.mo.it

Scavi archeologici in via Oppio a Nonantola

Alessandra Cianciosi dell’università di Venezia

Il prof. Sauro Gelichi dell’università di Venezia

Intenso il programma del convegno internazionale di studi “Nonantola e l’archeologia dei monasteri alto-medievali in Europa. Vecchie questioni, nuove ricerche” di sabato 14 aprile 2018, al teatro Troisi, in viale delle Rimembranze 8, a Nonantola (Modena). Si inizia alle 9.30 con i saluti di Stefania Grenzi, assessore alla Cultura del Comune di Nonantola; 10, introduzione di Sauro Gelichi, università Ca’ Foscari di Venezia; 10.30, Gabor Thomas, university of Reading: “Monasteries and Places of Power in Anglo-Saxon England: Connections, Relationships and Interactions”; 11, Thomas Kind, university of Frankfurt: “Fulda – archaeological evidences from a Carolingian monastic town in solitudine Buchonia”; 12, Alfons Zettler, Historisches Institut, Dortmund: “Reichenau: the archaeology of a Continental monastery island”; 12.30, John Mitchell, già university of East Anglia: “The idea of the early medieval monastery: the example of San Vincenzo al Volturno”. Nel pomeriggio, alle 15, Fabio Saggioro e Maria Bosco dell’università di Verona, e Andrea Breda della soprintendenza Belle Arti e Paesaggio per le Province di Bergamo e Brescia: “Ricerche archeologiche sul monastero di San Benedetto di Leno (secoli VII-XI)”; 16, saluti di Federica Nannetti, sindaco del Comune di Nonantola; di Valeria Cicala dell’Istituto per i Beni Artistici, Culturali e Naturali dell’Emilia-Romagna; Luigi Malnati, soprintendente Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara; don Alberto Zironi, priore del Capitolo Abbaziale; Loris Sighinolfi, presidente di ArcheoNonantola; 16.30, Sauro Gelichi, Mauro Librenti e Alessandra Cianciosi, università Ca’ Foscari di Venezia, presentano il volume “Nonantola 6. Monaci e contadini. Abati e re. Il monastero di Nonantola attraverso l’archeologia (2002-2009)”; 17.30, conclusioni di Richard Hodges, American University of Rome.

Gli studenti universitari impegnati negli scavi archeologici in piazza Liberazione a Nonantola

Copertina del libro, “Nonantola 5. Una comunità all’ombra dell’abate. I risultati degli scavi archeologici di piazza Liberazione”

Recentemente a Nonantola è stato presentato un altro libro, “Nonantola 5. Una comunità all’ombra dell’abate. I risultati degli scavi archeologici di piazza Liberazione”, a cura di Mauro Librenti e Alessandra Cianciosi. Nel giugno 2015 l’amministrazione comunale, all’interno di un progetto di riqualificazione urbana cofinanziato dalla Regione Emilia-Romagna che ha interessato il centro storico di Nonantola, aveva avviato i lavori di rifacimento di piazza Liberazione, già oggetto nel 2004 di sondaggi archeologici da parte dell’università da cui erano emersi la chiesa di San Lorenzo e un cimitero. Per questa ragione è stato realizzato un nuovo progetto di ricerca grazie al quale, nei mesi di luglio e agosto 2015,  gli studenti di archeologia medievale dell’ateneo veneziano si sono potuti cimentare nello scavo stratigrafico della piazza, sotto la direzione scientifica della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara e dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Questi scavi hanno portato in luce per intero l’area pertinente la chiesa di San Lorenzo (XI-XIV secolo), alcune sepolture collocate dietro le absidi e ampie porzioni di pavimentazione della piazza trecentesca in mattoni e ciottoli. Proprio lo scavo di Piazza Liberazione è il protagonista del volume curato da Mauro Librenti e Alessandra Cianciosi. Lo scavo di piazza Liberazione ha reso possibile un progetto di riallestimento della sezione medievale del museo di Nonantola, in collaborazione con l’università Ca’ Foscari e la soprintendenza Archeologia, che prevede l’esposizione dei reperti rinvenuti in piazza, i plastici delle tre fasi principali dello scavo, un touch-screen che presenta tutti gli scavi eseguiti negli anni nel centro storico di Nonantola e, nell’ottica di museo diffuso, una cartellonistica archeologica collocata nei luoghi in cui sono stati effettuati sondaggi di scavo nel borgo (Nonantola Sotto-Sopra).

Bologna. Incontri per approfondire la mostra “Medioevo svelato. Storie dell’Emilia-Romagna attraverso l’archeologia”, dalla conferenza del Gabo al ciclo del museo civico Medievale

Manifesto della mostra “Medioevo svelato” a Bologna

Il Gruppo archeologico bolognese iscritto ai Gruppi archeologici d’Italia

Farsi un’idea della mostra “Medioevo svelato. Storie dell’Emilia-Romagna attraverso l’archeologia”, in corso al museo civico Medievale di Bologna fino al 17 giugno 2018, prima di andarla a visitare. L’occasione è offerta dall’incontro di martedì 6 marzo 2018 alle 21 al centro sociale “G. Costa” di via Azzo Gardino a Bologna, promosso dal Gruppo Archeologico Bolognese nell’ambito del ciclo di conferenze “Comunicare l’archeologia” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/02/03/al-via-gli-incontri-del-gabo-comunicare-larcheologia-un-viaggio-alla-scoperta-di-etruschi-goti-bizantini-longobardi-veneti-antichi-celti-romani-pop/). Cinzia Cavallari, archeologa della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, illustrerà la mostra, curata da Sauro Gelichi (università Ca’ Foscari di Venezia) e Luigi Malnati (soprintendenza di Bologna) che è un viaggio nel tempo di quasi un Millennio che racconta le trasformazioni delle città e del territorio e l’affermarsi dei nuovi ceti dirigenti goti, bizantini e longobardi (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/03/01/quarantanni-di-ricerche-lungo-la-via-emilia-nella-mostra-medioevo-svelato-storie-dellemilia-romagna-attraverso-larcheologia-al-museo-medievale-di-bologna/). Partendo da un’istantanea sulle città nell’alto Medioevo, profondamente ridimensionate rispetto alla vitalità dei secoli precedenti e contrapposte al dinamismo del nuovo emporio commerciale di Comacchio (Fe), lo sguardo si allarga alla riorganizzazione delle campagne dove fioriscono castelli, villaggi, borghi franchi, pievi e monasteri. La narrazione termina ciclicamente con la rinascita delle città in età comunale. A questa fase Bologna fornisce un contributo eccezionale con lo straordinario recupero -dalla collocazione originaria- dei bacini (piatti) in maiolica datati agli inizi del XIV secolo, rinvenuti alla sommità della chiesa di San Giacomo Maggiore durante i lavori di restauro dell’edificio. Oltre a testimoniare una vocazione decorativa specificamente programmata e realizzata in città, uno di questi piatti riporta il ritratto emblematico di frate Simone, identificabile molto probabilmente con l’omonimo sindaco del convento di San Giacomo.

Il prof. Sauro Gelichi dell’università Ca’ Foscari di Venezia

Luigi Malnati, soprintendente archeologo

Al via anche il ciclo di conferenze promosso dal museo civico Medievale nella sala delle Arche, sempre alle 17, a corollario della mostra “Medioevo svelato. Storie dell’Emilia-Romagna attraverso l’archeologia”. Si inizia mercoledì 7 marzo 2018 con la conferenza “Raccontare il Medioevo” a cura di Sauro Gelichi (università Ca’ Foscari di Venezia). Mercoledì 21 marzo 2018, il soprintendente Luigi Malnati parlerà di “Archeologia medievale e tutela del patrimonio archeologico: lo sviluppo di una disciplina e le sue conseguenze nelle buone pratiche di archeologia nelle soprintendenze”. Si passa quindi a mercoledì 9 maggio 2018 con la conferenza dell’orafo Adelmo Garuti e dell’archeologa Francesca Frasca su “La collezione di strumenti orafi di Adelmo Garuti (Sasso Marconi). Un artigiano contemporaneo svela le tecniche di età medievale”. Ultimo incontro mercoledì 16 maggio 2018 con “Comunicare il Medioevo per immagini” a cura di Riccardo Merlo, autore dei disegni ricostruttivi in mostra.

Quarant’anni di ricerche lungo la via Emilia nella mostra “Medioevo svelato. Storie dell’Emilia-Romagna attraverso l’archeologia” al museo Medievale di Bologna: viaggio in 300 reperti dal IV al XIV secolo tra Goti, Longobardi e Bizantini

Il missorium d’argento cesenate (piatto di uso simbolico-celebrativo) che testimonia la vita agiata di un possidente terriero nella tarda antichità (foto Graziano Tavan)

Manifesto della mostra “Medioevo svelato” a Bologna

Il logo del progetto “2200 anni lungo la via Emilia”

Quarant’anni di ricerche archeologiche in Emilia-Romagna, quando a coordinarle c’era una sola soprintendenza, concentrate in una piccola ma preziosa mostra, “Medioevo svelato. Storie dell’Emilia-Romagna attraverso l’archeologia”, aperta fino al 17 giugno 2018 al museo civico Medievale di Bologna: un inedito e originale viaggio dal IV-V secolo agli inizi del Trecento tra Goti, Longobardi, Bizantini e nuovi centri di potere (castelli, monasteri, edifici di culto e Comuni). In un certo senso è il regalo alla sua regione e a Bologna di Luigi Malnati, curatore con Sauro Gelichi, soprintendente archeologo, da quarant’anni in prima linea nella tutela e nella ricerca del passato. Questa di Bologna, terza esposizione del progetto “2200 anni lungo la Via Emilia” dopo Modena (“Mutina splendidissima”) e Reggio Emilia (“On the road – Via Emilia 187 a.C. – 2017”), potrebbe essere infatti la sua ultima mostra da operativo, a poche settimane dal pensionamento, un modo per sottolineare – se ancora ce ne fosse bisogno – l’importanza della presenza di operatori qualificati in archeologia medievale per la tutela e la salvaguardia del territorio. Promossa da soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara e Istituzione Bologna Musei | Musei Civici d’Arte Antica, la mostra presenta oltre 300 reperti: dal missorium d’argento cesenate (piatto di uso simbolico-celebrativo) che testimonia la vita agiata di un possidente terriero nella tardantichità alle fibule di età gota rinvenute a Imola, dai reperti longobardi recuperati nella necropoli di Ponte del Rio di Spilamberto al servizio di vasellame in argento di età bizantina proveniente da Classe, dai bicchieri in legno rinvenuti a Parma al bacino in maiolica recuperato dalla facciata della chiesa di San Giacomo Maggiore.

Il tesoretto scoperto casualmente nel 1957 in via Crispi a Reggio Emilia (foto Graziano Tavan)

La mostra è articolata in sei sezioni. La I sezione è incentrata sul tema della “Trasformazione delle città”, ossia sull’evoluzione dei centri di antica fondazione, in rapporto ai cambiamenti socio-economici e all’organizzazione delle nuove sedi del potere sia laico che ecclesiastico. In Emilia, in particolare a partire dal III secolo, si assiste a una sorta di destrutturazione residenziale, a una riduzione del perimetro urbano e a un potenziamento delle opere difensive. Al contrario, in Romagna, l’attività edilizia è particolarmente fiorente proprio nel V-VI secolo, in concomitanza con le vicende che condussero Ravenna ad assurgere al ruolo di capitale dell’Impero d’Occidente. Significativi in questo racconto appaiono alcuni oggetti-simbolo: i tesori, riserve di valore accantonate dai proprietari nella disattesa speranza di recupero (oreficerie, vasellame in metalli di pregio e oggetti liturgici) da Reggio Emilia, Cesena, Rimini e Classe e reperti databili entro il VI secolo da Parma e da Ravenna. Tra questi tesoretti spicca quello rinvenuto casualmente nel 1957 in quella che oggi è via Crispi a Reggio Emilia: in un condotto idrico riutilizzato come contenitore c’erano due coppe in argento, una coppia di orecchini e due singoli in oro con granati, un orecchino con terminazione a poliedro con granati, tre orecchini in oro con perle, una coppia di orecchini in oro e smeraldi, una croce e due pendenti di collana, una fibula a croce in oro, una coppia di fibule a staffa in argento dorato, quindici anelli e un puntale da cintura in argento niellato.

Reperti dal complesso monumentale tardo antico noto come “villa di Teodorico” a Galeata (foto Graziano Tavan)

La II sezione, imperniata sulla “Fine delle ville” prende in esame l’insediamento rurale di tipo sparso, già tipico delle villae e delle fattorie di età imperiale fino al VI-VII secolo; per quanto fortemente ridimensionato, tale modello mostra in alcuni settori dell’Emilia (come a Baggiovara di Modena dove nella tomba 21 del Vi sec. sono stati trovati un boccale in ceramica a rivestimento rosso, tre monete in bronzo e vaghi di collana a pasta vitrea) una sostanziale tenuta, se non una ripresa in età tardo antica, attraverso il fenomeno del recupero degli spazi secondo esigenze di carattere funerario e produttivo, che sottendono l’articolazione del quadro socio-economico dell’epoca, strettamente interrelato all’inserimento e/o all’integrazione di comunità alloctone (come i Goti e i Longobardi) nelle proprietà rurali. Al contrario, in Romagna sono stati individuati complessi residenziali da porre in relazione con una committenza elitaria, riconoscibile nella corte imperiale romana e gota (Russi-Ra e Galeata-Fc): tali abitazioni di pregio evidenziano il ruolo dei nuovi ceti dirigenti, anticipando le trasformazioni che condurranno ai grandi cambiamenti dell’alto Medioevo. In un pozzo in uso dall’età romana imperiale al VII secolo all’interno della cucina della villa romana di Russi, nel 1998 sono stati trovati un’anfora vinaria di importazione dall’Anatolia sud-occidentale, una brocca e un’anforetta in ceramica a rivestimento rosso. Invece dal complesso monumentale tardo antico noto come “villa di Teodorico” a Galeata provengono tubi fittili delle terme del palatium, due fibule in bronzo a croce greca, tre monete in bronzo (di Teodorico e del successore Atalarico) e un frammento di olla in ceramica grezza.

Corno potorio in vetro dalla necropoli longobarda di Spilamberto (Modena)

Corredo della tomba femminile 62 della necropoli di Spilamberto (foto Graziano Tavan)

I grandi mutamenti e, in particolare, l’ideologia funeraria di VI-VII secolo caratterizzano la III sezione “Nuove genti, nuove culture, nuovi paesaggi”: la tarda antichità (IV-V sec.) e l’alto medioevo (VI-VII sec.) questi cambiamenti consistono in un revival della sepoltura abbigliata (il defunto veniva inumato vestito) e nell’utilizzo più frequente di oggetti di corredo. In Emilia-Romagna c’è una sostanziale continuità tra età romana e gota (Parma, Imola – ricco corredo da Villa Clelia, Bentivoglio-Bo) e una forte differenziazione tra territori soggetti ai Longobardi (Emilia) e ai Bizantini (Romagna, qui rappresentata da Faenza e da Rimini). In particolare i rituali di morte dei Longobardi appaiono strettamente connessi con i modi di trasmissione del potere nella società dei vivi: gli elementi di corredo sembrano scelti di volta in volta per ostentare prestigio sociale negoziato localmente da parte di quelle popolazioni che nel corso del VI e VII secolo acquisiscono una supremazia politica all’interno del territorio dell’impero. Tra i reperti, selezionati prevalentemente nei territori di Parma e Piacenza, emergono – per la chiara presenza di simboli identificativi di rango – gli straordinari corredi del sepolcreto di Spilamberto (Mo). Dalla tomba maschile 37 evidenti elementi del guerriero come la cuspide di lancia, l’umbone di scudo, la spatha, la lama di coltello, due fibbie; mentre dalla tomba femminile 62 appartenente a una donna di rango ecco la sella plicatilis (sgabello pieghevole) in ferro, il corno potorio in vetro, il guanto da combattimento con manico d’avorio e maglie di ferro (simbolo di potere), la fibula discoidale in lamina d’argento dorata con cammeo centrale, paste vitree e perle di fiume incastonate nella corona, la brocca in bronzo, la lucerna in ceramica invetriata, filo aureo, due conchiglie marine, bottiglia in vetro, vaghi in pasta vitrea, anello in bronzo, fibbia di cintura in argento, bicchiere fittile “a sacchetto”, pettine a doppia file di denti e spillone in osso.

Le matrici da Comacchio e la capsella da Cividale (foto Graziano Tavan)

Allo sfarzo di alcuni manufatti dalle sepolture fanno riscontro i pochi materiali recuperati nei contesti urbani regionali (Parma, Fidenza-Pr, Rimini e Ravenna) della IV sezione “Città ed empori nell’alto Medioevo”. All’opposto, nell’VIII secolo spicca per vitalità e capacità economica l’emporio commerciale di Comacchio (Fe), importante centro lagunare aperto, in cui l’acqua gioca il ruolo fondamentale di via di comunicazione, trasporto e smistamento delle merci. Gli scavi e le ricerche archeologiche degli ultimi anni hanno recuperato reperti decisamente eccezionali, qui esposti, come una matrice per lettere in bronzo e un’altra per cammei vitrei bicolore, provenienti dagli scavi del 2008 in piazza XX Settembre a Comacchio. In vetrina anche una capsella per reliquie di fine IX secolo: viene da Cividale, ma il cameo con busto maschile su uno degli spioventi sembra realizzata con la matrice di Comacchio.

Reperti da Sant’Agata Bolognese (foto Graziano Tavan)

Con la V sezione “Villaggi, castelli, chiese e monasteri: la riorganizzazione del tessuto insediativo” vengono evidenziate le nuove forme d’insediamento tra l’VIII e il XIII secolo: castelli (Canossa, Re), villaggi di pianura (Fraore, Pr), talvolta fortificati (S. Agata Bolognese), borghi franchi (Castelfranco Emilia, Mo), chiese rurali perfettamente integrate nella rete itineraria (Pieve di S. Vitale-Carpiteti, Re – Pieve di Casola Valsenio, Ra), e il ruolo dei monasteri (Bobbio, Pc e Nonantola, Mo) incaricati del perpetuarsi della memoria dei defunti e della trasmissione della cultura.  Le chiese erano spazi di devozione, di celebrazione della liturgia e di dispensazione dei sacramenti. I monasteri, invece, erano luoghi di vita comunitaria, di trasmissione del sapere (attraverso gli scriptoria), ma anche centri di organizzazione della proprietà fondiaria, strumenti di potere nelle strategie familiari delle aristocrazie, pedine nello scacchiere politico.

L’eccezionale croce viaria lapidea del 1143 recuperata nel 2013 sotto il portico della chiesa di S. Maria Maggiore a Bologna (foto Graziano Tavan)

Boccali in maiolica del XIII secolo dal pozzo dentro la chiesa di Santa Croce di Ravenna (foto Graziano Tavan)

Il racconto termina ciclicamente – grazie alla VI sezione “Dopo il Mille: la rinascita delle città”– con il ritorno al tema dell’evoluzione dei centri urbani, fotografati nella nuova fase di età comunale: Ferrara (di cui sono esposti oggetti di straordinario valore perché conservati nonostante la deperibilità del materiale, il legno), Rimini e Ravenna, caratterizzate da rinnovato dinamismo, e Bologna, rappresentata dalla più antica croce viaria lapidea (anno 1143) recuperata nel 2013 sotto il portico della chiesa di S. Maria Maggiore (via Galliera). È in questo periodo che si cristallizza anche la nostra idea di Medioevo, perché la realtà materiale di quegli anni è ancora visibile sotto i nostri occhi (mura, chiese, torri, palazzi). Le storie dell’Emilia-Romagna si concludono a Bologna con altri eccezionali rinvenimenti dall’ex Sala Borsa e dalla chiesa di S. Giacomo Maggiore, edificio alla sommità del quale sono stati recuperati dalla collocazione originaria i bacini (piatti) in maiolica databili agli inizi del XIV secolo. Oltre alla testimonianza di una vocazione decorativa specificamente programmata e realizzata a Bologna, in uno di questi contenitori emerge la figura emblematica del ritratto di frate Simone, identificabile molto probabilmente con l’omonimo sindaco del convento di S. Giacomo.

A Bologna “Medioevo svelato. Storie dell’Emilia-Romagna attraverso l’archeologia”: grazie alle scoperte archeologiche degli ultimi 40 anni, una mostra al museo civico Medievale ricostruisce la storia dell’intera regione scritta da Goti, Longobardi e Bizantini dal IV-V secolo agli inizi del XIV

Fibula gota dagli scavi di Villa Clelia a Imola in mostra a Bologna in “Medioevo svelato”

Il manifesto della mostra “Mutina Splendidissima. La città romana e la sua eredità” al Foro Boario di Modena dal 25 novembre 2017 all’8 aprile 2018

La locandina della mostra “On the road – Via Emilia 187 a.C. – 2017” a Reggio Emilia

L’ingresso del museo civico Medievale di Bologna

Da una parte c’è l’Emilia, tributo alla strada romana costruita nel 187 a.C. dal console Marco Emilio Lepido; dall’altra la Romagna, dove Ravenna assurge al rango di ultima capitale dell’Impero Romano d’Occidente (402-476 d.C.). Emilia e Romagna: un matrimonio recente ma un fidanzamento lunghissimo e non sempre pacifico. Nel 7 d.C. l’imperatore Augusto definisce i confini delle 11 regioni d’Italia chiamando questo territorio Regio VIII Aemilia. I contorni sono più o meno quelli attuali ed è all’interno di questo limes geografico che ricama la storia, modificando usanze, articolando mestieri, differenziando dialetti, mettendo radici persino nella gastronomia, con il culto emiliano del suino e quello romagnolo dell’ovino, in particolare il castrato. Tradizioni che sanciscono i confini fluidi ma tangibili che nell’alto Medioevo separavano le terre occidentali, soggette alla conquista longobarda, da quelle orientali della Romagna bizantina. Dopo Modena con la mostra “Mutina splendidissima” e Reggio Emilia con la mostra “On the road – Via Emilia 187 a.C. – 2017”, Bologna si inserisce nel programma culturale che celebra i 2200 anni lungo la Via Emilia con un’importante mostra archeologica sul medioevo emiliano-romagnolo. Dal 17 febbraio al 17 giugno 2018 il capoluogo felsineo ospita al Lapidario del museo civico Medievale l’esposizione “Medioevo svelato. Storie dell’Emilia-Romagna attraverso l’archeologia”, a cura di Sauro Gelichi dell’università Ca’ Foscari di Venezia e Luigi Malnati della soprintendenza di Bologna, promossa da soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara e Istituzione Bologna Musei, Musei Civici d’Arte Antica  in collaborazione con segretariato regionale del MiBACT per l’Emilia-Romagna, Regione Emilia-Romagna, IBC Istituto per i beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna, soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini, soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Parma e Piacenza, complesso monumentale della Pilotta e Polo Museale dell’Emilia-Romagna. “Medioevo svelato” è un viaggio nel tempo di quasi un Millennio che racconta le trasformazioni delle città e del territorio e l’affermarsi dei nuovi ceti dirigenti goti, bizantini e longobardi: castelli, monasteri, edifici di culto e Comuni, i nuovi centri di potere, hanno scritto la storia dell’intera regione dal IV-V secolo agli inizi del XIV.

Il prezioso “missorium” d’argento rinvenuto a Cesena, un piatto di uso simbolico-celebrativo

Un corno potorio longobardo dalla necropoli di Ponte del Rio di Spilamberto

“L’Emilia-Romagna”, spiegano i curatori, “fornisce uno spazio di ricerca privilegiato per analizzare la delicata fase che traghetta il mondo antico verso l’età moderna, con tutto il suo portato di innovazione e conservazione. Una transizione che si riverbera in ogni aspetto della vita politica, economica, sociale e culturale, rappresentando un momento decisivo nella costruzione di nuovi assetti di potere e nuove identità. Da global a local, diremmo oggi, dalla globalizzazione dei romani ai particolarismi del medioevo. Grazie all’archeologia e alle intense ricerche che hanno interessato questa regione negli ultimi 40 anni, possiamo accostarci in modo inedito e originale al lungo periodo che va dal IV-V secolo agli inizi del Trecento”. La parola spetta agli oggetti: dal missorium d’argento cesenate (piatto di uso simbolico-celebrativo) che testimonia la vita agiata di un possidente terriero nella tarda antichità alle fibule di età Gota rinvenute a Imola, dagli strepitosi reperti longobardi recuperati nella necropoli di Ponte del Rio di Spilamberto al servizio liturgico in argento di età bizantina (piattello più sette cucchiai) proveniente da Classe, dai bicchieri in legno rinvenuti a Parma al bacino (piatto) in maiolica recuperato dalla facciata della chiesa di S. Giacomo Maggiore, ogni reperto racconta con nuove chiavi di lettura questo lungo e complesso percorso storico.

Bacino (piatto) in maiolica con l’immagine di frate Simone dalla facciata di San Giacomo Maggiore di Bologna

Valva di matrice lapidea per la lettera “N” da Comacchio

L’esposizione offre una panoramica del territorio regionale attraverso quasi un millennio di storia: più di 300 reperti (327 ma in realtà molti di più perché ad esempio gli elementi di una cintura sono considerati un’unità, così come una coppia di orecchini, un pettine con astuccio o le perle di una collana) tracciano il quadro di una narrazione che va dalla Tarda antichità (IV-V secolo) al Medioevo (inizi del Trecento). L’Emilia-Romagna fornisce una prospettiva di ricerca privilegiata per la comprensione dei fenomeni complessi che nella delicata fase di passaggio al Medioevo investono non solo gli aspetti politici, sociali ed economici ma la stessa identità culturale del mondo classico. Partendo da un’istantanea sulle città nell’alto Medioevo, profondamente ridimensionate rispetto alla vitalità dei secoli precedenti e contrapposte al dinamismo del nuovo emporio commerciale di Comacchio (FE), lo sguardo si allarga alla riorganizzazione delle campagne dove fioriscono castelli, villaggi, borghi franchi, pievi e monasteri. La narrazione termina ciclicamente con la rinascita delle città in età comunale. A questa fase Bologna fornisce un contributo eccezionale con lo straordinario recupero -dalla collocazione originaria- dei bacini (piatti) in maiolica datati agli inizi del XIV secolo, rinvenuti alla sommità della chiesa di San Giacomo Maggiore durante i lavori di restauro dell’edificio. Oltre a testimoniare una vocazione decorativa specificamente programmata e realizzata in città, uno di questi piatti riporta il ritratto emblematico di frate Simone, identificabile molto probabilmente con l’omonimo sindaco del convento di San Giacomo.

La card musei per il progetto “2200 anni lungo la via Emilia”

“Medioevo svelato” allarga all’intera Emilia-Romagna il raggio di azione del progetto “2200 anni lungo la Via Emilia” offrendo al pubblico una promozione particolare legata alla Card Musei Metropolitani Bologna: grazie a una convenzione tra i Comuni di Bologna, Modena, Parma e Reggio Emilia, i possessori della Card avranno diritto all’ingresso con biglietto ridotto alle mostre “Mutina splendidissima” (Modena, Foro Boario, fino all’8 aprile 2018) e “On the road. Via Emilia 187 a.C. – 2017” (Reggio Emilia, Palazzo dei Musei, fino al 1° luglio 2018). Reciprocamente, i possessori di biglietto delle due esposizioni di Modena e Reggio Emilia avranno diritto alla riduzione sul titolo d’ingresso per la mostra al museo civico Medievale di Bologna. Nel caso di Parma, l’accordo prevede un impegno congiunto per la comunicazione del nuovo Spazio “Aemilia 187 a.C.”, inaugurato a dicembre 2017 nel sottopasso Ponte Romano e accessibile gratuitamente. A tutti coloro che presenteranno un biglietto di ingresso per il museo Archeologico nazionale di Parma sarà inoltre riconosciuta la tariffa ridotta per visitare la mostra “Medioevo svelato”.

La Via Emilia: ecco il ricco calendario di grandi mostre, presentazione di ricerche e scoperte archeologiche, ricostruzioni 3D, cyber archeoologia ed eventi per celebrare i 2200 anni dalla fondazione romana di Mutina, Parma e Regium Lepidi. Si inizia da Reggio Emilia, poi Parma e Modena, per finire a Bologna col Medioevo svelato

La passeggiata nella storia lungo la via Emilia comincia da Reggio Emilia, la romana Regium Lepidi, l’unica città della regione che conservi nel proprio nome il ricordo del suo fondatore, il console Marco Emilio Lepido, eponimo anche della via Aemilia. La mostra “Lo Scavo in Piazza. Una casa, una strada, una città” (dall’8 aprile al 3 settembre 2017) che documenta la storia di un quartiere suburbano, alla luce degli scavi archeologici in piazza Vittoria, ha aperto ufficialmente il ricco programma di eventi (mostre, ricostruzioni e di eventi, progettati per coinvolgere pubblici diversi) nell’ambito del progetto “2200 anni lungo la via Emilia” che vuole celebrare i 2200 anni dalla nascita romana di tre città: Mutina (Modena) e Parma divenute colonie nel 183 a. C. e Regium Lepidi (Reggio Emilia), istituita come forum negli stessi anni. E poi, con un ulteriore passo nel tempo e nello spazio lungo la stessa strada, l’approdo a Bologna, dove al centro dell’attenzione ci sarà il Medioevo emiliano – romagnolo. La via Emilia, dunque, come arteria unificante della regione che tuttora ne conserva il nome, arteria che diventa un itinerario per scoprirne la storia antica e gli aspetti che hanno contribuito a definire l’identità delle città e del territorio che collega. Le iniziative (come annunciato da archeologiavocidelpassato, vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/04/05/via-aemila-183-a-c-2017-2200-anni-dalla-fondazione-di-modena-e-parma-e-di-li-a-poco-di-reggio-con-un-unico-comun-denominatore-la-strada-voluta-dal-console-marco-emilio-lepido-che-ancor/) sono state presentate a Palazzo Venezia a Roma in un incontro al quale sono intervenuti Graziano Delrio, ministro delle Infrastrutture e dei trasporti; Maria Utili, dirigente della direzione generale Archeologia Belle arti e Paesaggio del Mibact; Edith Gabrielli, direttrice del Polo Museale del Lazio; Luigi Malnati, soprintendente Archeologia, Belle arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara; Valeria Cicala, funzionaria istituto Beni artistici, culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna; Gian Carlo Muzzarelli, sindaco di Modena; Federico Pizzarotti, sindaco di Parma; Raffaella Curioni, assessore a Educazione e Conoscenza del Comune di Reggio Emilia; Bruna Gambarelli, assessora a Cultura e Progetto nuove centralità culturali nelle periferie di Bologna; Francesca Piccinini, direttrice dei Musei Civici di Modena in rappresentanza del coordinamento del progetto “2200 anni lungo la Via Emilia”. Il programma, hanno ricordato gli intervenuti, intende non solo valorizzare le origini romane di Modena, Parma e Reggio Emilia, ma contestualizzarle nell’ambito del ruolo svolto fino ai nostri giorni dalla strada che le collega. Il ponte fra romanità e contemporaneità è rappresentato con linguaggi diversi che vanno dall’esposizione dei reperti agli incontri di approfondimento scientifico, dalla narrazione alla street art, dalla multimedialità al gioco in un susseguirsi di eventi che accompagneranno tutto il 2017. E allora vediamo un po’ meglio l’articolato calendario.

Le iniziative di Regium Lepidi

Il tracciato della Via Emilia ancora ben visibile in centro a Reggio Emilia (foto Carlo Vannini)

Come si diceva, si inizia da Reggio Emilia dove, tra 2017 e 2018, i musei Civici e la soprintendenza, prendendo il via dalle recenti scoperte archeologiche in città, propongono un articolato programma di mostre ed eventi destinati a valorizzare i primordi del fenomeno urbano in Emilia. La mostra “Lo Scavo in Piazza. Una casa, una strada, una città”, a Palazzo dei Musei di Reggio fino al 3 settembre, presenta i materiali provenienti dal recente scavo di piazza della Vittoria: i pavimenti a mosaico di una domus, una lucerna figurata, una selezione dei pezzi più notevoli del Tesoro romano-barbarico, un frammento di scuola antelamica attribuibile alla fabbrica del Duomo e decine di altri reperti (coppe, anelli, monete). “È qui che passa la cosiddetta Via obliqua”, spiegano gli organizzatori, “una strada di orientamento anomalo – in deroga al perfetto reticolo ortogonale della città romana incentrato sulla via Emilia – che inciderà sulla fisionomia urbana fino al pieno medioevo”. Con questi e altri reperti di epoca romana e medievale, emersi nei diversi interventi di restauro e riqualificazione di spazi pubblici ed edifici privati, la mostra illustra – con apparati innovativi – la storia e le trasformazioni avvenute nel quartiere urbano situato nel settore nord-occidentale dell’antica Regium Lepidi.

Full immersion nella Reggio romana con le installazioni multimediali di Francesco Forte

Dall’8 aprile 2017 il Palazzo dei Musei con la “Sala Regium Lepidi 3D” dà vita a un museo virtuale permanente all’insegna della Cyber Archeologia. Oggi come allora, immersi nell’architettura dell’antica Regium Lepidi, quando i romani ne percorrevano le strade in toga e calzari, si potrà vivere un’esperienza unica, che consente una full immersion nella città antica grazie a sofisticate apparecchiature all’avanguardia come i caschi immersivi Oculus Rift, le postazioni olografiche di Z-space, le proiezioni 3D di Dreamoc, i QR code in realtà aumentata e la visualizzazione stereo-immersiva del paesaggio archeologico. Il progetto, destinato a porre Reggio Emilia sempre più in prima linea per capacità di innovazione, è basato su uno studio approfondito del patrimonio archeologico di età romana presente a Reggio Emilia ed elaborato e gestito da Maurizio Forte della Duke University, nonché noto studioso nel campo della cosiddetta virtual archeology. Lo scopo finale della narrazione digitale è aprire diverse prospettive nell’immaginazione virtuale della città, producendo nuove interpretazioni sul tessuto urbano.

“Cinema tra le rovine” a Reggio Emilia

Nei quattro giovedì sera di luglio (6, 13, 20 e 27) alle 21 si svolge “Cinema tra le Rovine 20 anni dopo”. Nel ventennale della rassegna serale estiva ambientata tradizionalmente nel Giardino archeologico del Palazzo dei Musei di Reggio Emilia, dove fanno da suggestiva cornice i monumenti funerari di età imperiale romana, si propongono quattro serate con un programma di proiezioni di film muti di ambientazione antico-romana, con accompagnamento musicale dal vivo del maestro Marco Dalpane. Il genere storico archeologico verrà illustrato di volta in volta da celebri critici cinematografici. Nella serata conclusiva verrà proposto il capolavoro di Stanley Kubrik “Spartacus”, con il commento di un archeologo.

Fibula aurea dal tesoro tardoantico di Reggio Emilia (foto Marco Ravenna)

Maurizio Forte in una postazione Z-Space

Nel tardo autunno poi il secondo evento espositivo: la mostra “La buona strada. Regium Lepidi e la via Aemilia” (23 novembre 2017 – 8 aprile 2018), documenta la fortuna della strada sino al Medioevo e riporta l’attenzione sulla figura del costruttore, il console Marco Emilio Lepido. La via Emilia, il cui tracciato è già testimoniato in parte in epoca preromana, non ha mai cambiato il suo percorso, almeno nello spazio urbano, come dimostra un recente scavo che ha rivelato la sovrapposizione di ben otto livelli di pavimentazioni stradali con il medesimo orientamento, dall’età augustea ai giorni nostri. Dopo avere presentato la strada in tutto il suo sviluppo con un focus sulla figura del costruttore e sui trasporti in età romana, la mostra si concentra sul tratto compreso fra il corso del Secchia e quello dell’Enza, cioè il territorio reggiano; mentre sul piano temporale abbraccia un arco di storia fra l’età etrusca e il Medioevo, con principale attenzione sul periodo romano e uno sguardo finale contemporaneo. Ricostruzioni di mezzi di trasporto e apparecchiature all’avanguardia come i caschi Oculus Rift, le postazioni olografiche di Z-space, le proiezioni 3D di Dreamoc, i QR code consentiranno di conoscere meglio l’antica Regium Lepidi.

Gli eventi di Parma 2200

Numerosi sono gli eventi che la Città di Parma ha ideato per i 2200 anni lungo la via Emilia. Tra questi, il ciclo di conferenze e visite guidate “Fondazione Città di Parma 183 A.C.” sulle tracce della Parma romana, gli incontri de “Il Battistero si svela”, dedicati a uno dei monumenti simbolo della città, le esposizioni, come “Archeologia e alimentazione nell’eredità di Parma romana” (Galleria S. Ludovico, 2 giugno – 16 luglio 2017), che ripercorrerà le origini della cultura alimentare parmense, o “Alla scoperta della Cisa Romana” (Palazzo Bossi Bocchi, 8 ottobre – 17 dicembre 2017), con gli esiti della ricerca archeologica sul Monte Valoria. La mostra “Archeologia e alimentazione nell’eredità di Parma romana” propone un’esperienza in cui ricostruzioni multimediali di oggetti, ambienti e stimoli sensoriali, assieme a reperti archeologici, permettono di esplorare le tracce della romanizzazione del territorio. Mediante analogie tra oggetti antichi e moderni si potranno riconoscere saperi tecnici di una cultura lontana arrivati fino a oggi. Il percorso espositivo, arricchito dalla ricostruzione in 3D della forma urbis romana di Parma, a cura dell’associazione culturale 3D Lab, continua con l’itinerario “Parma Sotterranea” dove si potranno visitare i luoghi più significativi della città antica e si completa, dall’autunno, con un’applicazione per smartphone che, utilizzando la realtà aumentata, ricostruirà le architetture più importanti. Arricchiscono il programma il concorso tematico per giovani illustratori, la creazione di “Aemilia 187 a.C.”, un nuovo spazio pubblico museale nell’area del Ponte Ghiaia, la “Festa della storia” incentrato sui 2200 anni della fondazione cittadina e un importante convegno scientifico internazionale (12-13 dicembre).

Il ritrovamento dei resti del ponte romano a Parma negli scavi degli anni Sessanta del Novecento

Con “Aemilia 187 a. C.” (ottobre 2017), nell’area di Ponte Ghiaia, torna alla luce un pezzo dell’antica Parma romana: cardine delle celebrazioni dei 2200 anni di fondazione della città, “Aemilia 187 a.C.” è un importante progetto di riqualificazione dell’area di Ponte Ghiaia, che comprende un percorso pedonale archeologico urbano su diversi livelli e uno spazio-laboratorio polifunzionale gestito dall’università di Parma. L’intervento prevede inoltre l’esposizione di oltre 170 reperti, ritrovati durante gli scavi della “Nuova Ghiaia”, di cui il Ponte Romano stesso costituisce “il reperto” per eccellenza.

Gli eventi di Mutina splendidissima

Frammento di decorazione parietale con rilievo in stucco di prima età imperiale, con figura di offerente, da una lussuosa villa del suburbio di Mutina

“Definita da Cicerone firmissima et splendidissima, importante città romana dell’Italia settentrionale”, spiegano i promotori del progetto, “Mutina si trova al di sotto delle strade del centro storico, custodita dai depositi delle alluvioni che si verificarono in epoca tardoantica”. Con le celebrazioni del 2017 si vuole rendere percepibile la realtà sepolta attraverso una serie di eventi e una grande mostra dal titolo “Mutina Splendidissima” (25 novembre 2017 – 8 aprile 2018) che ne racconti attraverso nuove scoperte le origini, lo sviluppo e l’eredità lasciata alla città moderna. Già Plinio ricordava che Mutina basava la sua ricchezza su tre produzioni di eccellenza: lane, ceramica pregiata e vino. “Nuove ricerche”, sottolineano gli archeologi, “hanno fatto ritrovare tracce tangibili dell’economia della lana e individuare ville che ne controllavano il commercio. Le lane modenesi erano tra le più pregiate e ricercate dell’impero, tanto da essere ricordate ancora nell’Editto dei prezzi, nel III secolo d.C.  Recentissime scoperte hanno portato alla luce decorazioni parietali con scene figurate tracciate con pigmenti pregiati, stucchi a rilievo ed elementi d’arredo di elevato pregio artistico, equiparabili a quelli provenienti da Pompei”.  Coniugando dati epigrafici e storici verranno resi noti i profili dei Mutinenses: dai primi coloni ai cittadini emigrati in altre regioni dell’impero. Geologia, archeobotanica e archeozoologia permettono poi di ricostruire l’assetto ambientale, idrografico e geologico di 2200 anni fa. Alluvioni e terremoti, che hanno profondamente mutato il paesaggio antico, sono interpretati alla luce dei recenti fenomeni naturali che hanno colpito il territorio modenese e la pianura padana. Un ricco repertorio di opere testimonia come la memoria di quel passato sia diventata nei secoli un’eredità che Modena ha interpretato in un dialogo continuo con la città romana, che ha svolto un ruolo significativo nella costruzione dell’identità culturale e artistica cittadina, soprattutto nella fase di costruzione della cattedrale romanica – ora Patrimonio Unesco – e durante il Rinascimento, quando il riferimento all’Antico orientava  le scelte politiche, il vivere sociale e il linguaggio artistico. Nella mostra, reperti e opere d’arte accostati a preziose testimonianze da numerosi musei italiani, si affiancano a ricostruzioni virtuali a cura di Altair4 Multimedia, ricostruzioni a grandezza naturale, digital storytelling, laboratori didattici.  Alla mostra allestita negli spazi del Foro Boario si collegano le esposizioni curate da Galleria e Biblioteca Estense. In calendario anche altri eventi che vanno dalla street art 3D con artisti internazionali a creare varchi illusori verso il sottosuolo (12 – 14 maggio), alla rievocazione storica (7-10 settembre), alle narrazioni di Ert Fondazione Emilia Romagna Teatro (28 ottobre) che coniugano antiche e moderne abilità imprenditoriali da Mutina al Mef Museo Enzo Ferrari.

Rendering dell’evento “Varchi nel tempo. Tra archeologia e street art 3D”

Dal 12 al 14 maggio 2017 nel centro storico, si potrà dunque assistere a “Varchi nel tempo. Tra archeologia e street art 3D”. Mutina è una città sepolta dalle alluvioni che a partire dal III secolo d.C. ricoprirono e custodirono nel tempo case, edifici pubblici e strade che successivamente l’archeologia ha riconosciuto fino a ricomporre un quadro dell’impianto urbano. In attesa della mostra “Mutina Splendidissima”, i luoghi della città sepolta che si aprivano lungo la Via Aemilia si svelano attraverso illusionistici sprofondamenti nel sottosuolo realizzati da “street artisti” internazionali che per la prima volta coniugano all’archeologia urbana la loro maestria nel realizzare vere e proprie voragini 3D. Gli stessi luoghi saranno visitabili attraverso elaborate ricostruzioni virtuali on line realizzate da Altair 4 Multimedia. Nello stesso fine settimana (13 – 14 maggio) un evento legato al vino Lambrusco ambientato a Palazzo dei Musei ospita “Dall’uva perusinia al Lambrusco”. “Mutina va fiera dell’uva perusinia, d’acino nero, il cui vino sbianca nel giro di 4 anni”, scrive Plinio nel I secolo d.C. Dall’antenato del Lambrusco a oggi, un percorso sulle tracce di una secolare tradizione di eccellenza fra degustazioni dalle migliori cantine emiliane, incontri con esperti e visite alle raccolte del Palazzo dei Musei. Poi, dal 7 al 10 settembre nel verde del grande parco Ferrari ritornano le ricostruzioni storiche di “Mutina Boica” intitolate nel 2017 “La fondazione. 183 a.C.” Il grande evento di rievocazione storica, giunto alla nona edizione, è dedicato alla fondazione di Mutina, avvenuta poco dopo la costruzione della Via Aemilia, e si svolge alternando campi storici, laboratori e spettacoli con centinaia di rievocatori dall’Italia e dall’estero. Un modo nuovo e coinvolgente di raccontare e rivivere vicende e personaggi di un antico passato. E una ulteriore modalità espressiva racconterà la romanità di Modena dal 15 al 17 settembre 2017 con un intervento artistico “site specific” in concomitanza con il Festival Filosofia 2017 sul tema delle “arti”. Su una parete dello storico edificio ex caserma Santa Chiara sarà realizzata un’immagine dedicata a Mutina. L’autore, Eron, è un artista italiano pioniere del writing in Italia, tra i più dotati e virtuosi interpreti della scena internazionale dell’arte urbana. Invece il 3 giugno al teatro Storchi in calendario lo spettacolo “La città sepolta”, scene corali, monologhi e danze con protagonisti gli studenti del liceo classico Muratori – San Carlo guidati dal regista Tony Contartese (collaborazione Musei Civici e associazione culturale Sted).  Le narrazioni di Ert Emilia Romagna Teatro Fondazione (28 ottobre) dal titolo “Ars tua, Ars mea: fabrica nostra” coniugano antiche e moderne abilità imprenditoriali da Mutina al Mef Museo Enzo Ferrari in occasione della ricollocazione della stele dei Lolli, portata in luce alcuni anni fa davanti alla casa natale di Enzo Ferrari.

Gli eventi a Bologna

Corno potorio in vetro dalla necropoli longobarda di Spilamberto (Modena)

Bologna, antica colonia latina lungo la Via Aemilia, ospita al museo civico Medievale la mostra “Medioevo svelato. Storie dell’Emilia-Romagna attraverso l’archeologia” (dal 24 novembre 2017 al 2 aprile 2018), che consente di viaggiare nel tempo per quasi un Millennio (dal V secolo agli inizi del Trecento) in una regione in cui ancora oggi sono profondamente radicati i confini fisici e gastronomici tra Emilia longobarda e Romagna bizantina (Ravenna). Il racconto si dipana dalle trasformazioni delle città tardoantiche all’evoluzione degli insediamenti rurali, evidenziando il potere dei nuovi ceti dirigenti (Goti, Bizantini e Longobardi) attraverso la ritualità funeraria. Dopo un’istantanea sulle città nell’alto Medioevo, profondamente ridimensionate rispetto alla vitalità dei secoli precedenti, e contrapposte al dinamismo dei nuovi empori commerciali (Comacchio nel Ferrarese), lo sguardo si allarga alla riorganizzazione delle campagne (villaggi, castelli, borghi franchi, pievi e monasteri). La narrazione termina ciclicamente con la rinascita delle città, studiate nella nuova fase di età comunale. La mostra è curata da Sauro Gelichi (professore ordinario di Archeologia Medievale all’università Ca’ Foscari di Venezia) e Luigi Malnati (soprintendente Archeologia, Belle arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le Province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara).

Le origini di Jesolo, l’Equilo altomedievale, riemergono dagli scavi dell’università di Venezia in località Le Mure

Il litorale di Jesolo ai limiti della laguna nord di Venezia

Il litorale di Jesolo ai limiti della laguna di Venezia: il territorio era abitato già in antico

Il territorio di Jesolo, sulla costa veneziana, sta svelando le sue origini antiche, quando il nucleo abitato faceva riferimento a Equilo, diocesi lagunare altomedievale: un insediamento del V secolo d.C. e tredici sepolture di epoca tardo-medievale sono il risultato della prima campagna di scavi condotta nell’area archeologica “Le Mure” del comune di Jesolo dallo staff di Archeologia Medievale dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, sotto la direzione scientifica del prof. Sauro Gelichi.

L'area archeologica Le Mure o Antiche Mura a Jesolo Paese

L’area archeologica Le Mure o Antiche Mura (V-XII sec.)  a Jesolo Paese

A restituire nuove informazioni sulla storia di Jesolo nella seconda metà del I millennio d.C. è quindi ancora una volta la località Le Mure o Antiche Mura, ai limiti dell’abitato di Jesolo Paese, ad alcuni chilometri dal mare, alla fine della via che non a caso è chiamata “delle Antiche Mura”: il toponimo deriva dalla presenza dei resti tuttora visibili della cattedrale, ridotti ormai ad un breve tratto in elevato dell’abside sud orientale e di alcune murature, alle fondazioni delle navate, del muro di facciata e del campanile antistante. Qui in più riprese la soprintendenza ai Beni archeologici del Veneto, con brevi saggi di scavo, ha rivelato le origini della tradizione religiosa della comunità di Equilo, salvando il salvabile: la cattedrale, già in rovina nel 1800, aveva subito la distruzione definitiva durante la Prima Guerra Mondiale. E nel 1944, nel timore di uno sbarco alleato in Adriatico, era stato edificato dall’esercito tedesco un sistema di bunker in cemento armato, tuttora esistente, che danneggiò l’area archeologica distruggendo parte del presbiterio e della sottostante cripta. Ma se la cattedrale di Santa Maria Assunta (XI sec.) era già nota, con la sua pianta a croce libera (schema caratteristico dell’edilizia sacra medievale del nord Adriatico) che rinvia alla terza basilica di San Marco –quella del doge Contarini- e in ambito orientale al S. Giovanni di Efeso e ai SS. Apostoli di Costantinopoli, solo con i saggi di scavo del 1960-‘63 sono state trovate – sotto la cattedrale – le fondazioni di una chiesa altomedievale precedente, a pianta rettangolare (m 25 x 14) con absidi semicircolari iscritte, preceduta da un nartece sul quale si aprivano tre accessi alla chiesa: risalente alla metà del VI-VII secolo d.C., era pavimentata con un bellissimo tappeto musivo policromo. E negli anni 1985 e 1987, le nuove indagini stratigrafiche, condotte da Michele Tombolani, portarono all’individuazione di una chiesa paleocristiana sottostante quella dei mosaici, con aula rettangolare (m 12 x 8) e abside esterna, databile al V secolo d.C. Tra i numerosi reperti all’epoca rinvenuti, molte anfore e ceramica fine da mensa d’importazione nord-africana, vetri e lucerne.

Il prof. Sauro Gelichi dell'università Ca' Foscari di Venezia

Il prof. Sauro Gelichi dell’università Ca’ Foscari di Venezia

Dall’inizio degli anni Duemila l’Insegnamento di Archeologia Medievale dell’Università Ca’ Foscari di Venezia è impegnato in progetti di ricerca legati agli ambienti lagunari e peri-lagunari. Finora le ricerche si sono concentrate all’interno della laguna di Venezia (con gli scavi nelle isole di San Giacomo in Paludo e San Lorenzo di Ammiana): “Gli scavi”, spiega il prof. Gelichi, “hanno avuto come principale obiettivo la ricostruzione dei processi insediativi che tra la Tarda Antichità e l’Alto Medioevo hanno ridisegnato la fisionomia di questi spazi. In questa ottica, è emerso con sempre maggiore chiarezza il ruolo svolto, proprio in tali periodi, da uno di questi centri, cioè Jesolo, oggi in un’area peri-lagunare”.

I ruderi del campanile di S, Maria Assunta di Equilo

I ruderi del campanile di S, Maria Assunta

Così nel 2011 fu stipulata la prima convenzione di collaborazione tra il Dipartimento di Studi Umanistici e il Comune di Jesolo che ha portato, in collaborazione con la soprintendenza per i Beni archeologici del Veneto, alla prima campagna di survey. “Ciò ci ha permesso di valutare la consistenza dei depositi alluvionali e delle bonifiche in alcuni punti cruciali del territorio jesolano e, in particolare, nella zona corrispondente all’isola su cui sorgeva l’abitato medievale di Equilo, a nord e a sud della cattedrale medievale: la mappatura e lo studio dei materiali rinvenuti, hanno fornito nuovi dati sugli aspetti economici, sociali e commerciali che hanno caratterizzato l’insediamento di Equilo nel periodo compreso tra il IV secolo e il XIII secolo e hanno dimostrato come il sito di Jesolo sia un caso particolarmente promettente nello studio del popolamento dell’arco dell’alto Adriatico”. Da qui la nuova convenzione stipulata tra l’Università e il Comune di Jesolo e la concessione di scavo assegnata dal ministero per i Beni e le Attività culturali, in accordo con la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto, per la prima campagna di scavo del settembre 2013 con l’obiettivo di analizzare e valutare il deposito conservato all’interno dei terreni a nord dell’area archeologica “Le Mure – S. Maria Assunta”.

Gli scavi archeologici dell'università Ca' Foscari a Le Mure di Jesolo

Gli scavi archeologici dell’università Ca’ Foscari a Le Mure di Jesolo

“Due le zone di scavo aperte nell’area per una superficie totale di circa 230 mq”, spiegano Silvia Cadamuro, Alessandra Cianciosi e Claudio Negrelli, che hanno coordinato le attività sul campo, sotto la direzione del prof. Gelichi. “Una frazione di area cimiteriale verosimilmente altomedievale, in cui sono state scavate e documentate 13 sepolture singole, e parte di un insediamento di V secolo con strutture in tecnica mista, riconducibili a tipologie già note, anche in laguna, per il periodo post-antico. I dati acquisiti nel corso dell’indagine, una volta rielaborati e messi a confronto con quanto già si sapeva, permetteranno di ampliare le nostre conoscenze sulla storia economica e sociale di questo territorio e dei suoi abitanti e delineeranno in maniera più chiara il ruolo svolto da Equilo e dalla sua comunità tra antichità e medioevo”.