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Licodia Eubea. All’XI Rassegna del documentario e della comunicazione archeologica la storica Maria Stupia presenta il libro su Claudio, ricostruendo la figura dell’imperatore vittima della storiografia senatoria. E nella terza giornata performance in piazza, corollario della mostra fotografica “Madre Terra, Natura-Naturans. Tra materia, immagine e corpo”

Alessandra Cilio, co-direttrice artistica della Rassegna di Licodia Eubea, intervista la storica Maria Stupia, che ha scritto un libro sull’imperatore Claudio (foto graziano tavan)

L’imperatore Claudio protagonista del primo degli “Incontri di archeologia” in programma venerdì 15 ottobre 2021, seconda giornata dell’XI Rassegna del documentario e della comunicazione archeologica di Licodia Eubea.  Ad approfondire il “discusso” imperatore romano la giovane storica Maria Stupia (che vediamo nel video per archeologiavocidalpassato.com) autrice del libro “Clavdio. L’imperatore fra opposizione e consenso. Dinamiche di esclusione e di integrazione” (Dielle edizioni, 2021). Considerato incapace e succube, Claudio è stato vittima della storiografia senatoria a lui ostile e, più tardi, di molti studi scientifici. In realtà, Claudio non è stato solo homo philologus e storico, ma anche raffinato politico, capace di comprendere a fondo le dinamiche di corte. Consapevole di dover costruire un solido consenso al suo potere, promuove la carriera di uomini fidati e l’ascesa di comunità provinciali come i Galli. I fenomeni di mobilità sociale e integrazione sono, quindi, la cifra distintiva della sua politica e ci permettono di riconsegnare al pubblico un’immagine rinnovata del penultimo imperatore giulio-claudio. Maria Stupia, laureata in Filologia Moderna all’università di Catania con un percorso di studi incentrato sulla storia e con un’attenzione particolare rivolta all’approfondimento della Storia Romana, ha preso parte a numerosi seminari e attività didattiche. Ha in attivo pubblicazioni all’interno di riviste scientifiche come Siculorum Gymnasium e Quaderni Friulani di Archeologia.

Immagine della mostra fotografica di Andrea Iran e Giuseppe La Rosa “Madre Terra, Natura-Naturans. Tra materia, immagine e corpo”

Immagine della mostra fotografica di Andrea Iran e Giuseppe La Rosa “Madre Terra, Natura-Naturans. Tra materia, immagine e corpo”

Dall’impero romano alla Madre Terra. Momento clou della terza giornata della rassegna di Licodia Eubea, sabato 16 ottobre 2021, ad arricchire il programma delle proiezioni, è la performance live di Margherita Peluso e Pamela Vindigni in piazza Stefania Noce, alle 18.30 (replica al Castello Santa Pau, domenica 17 ottobre, alle 10), collegata alla mostra fotografica di Andrea Iran e Giuseppe La Rosa “Madre Terra Natura-Naturans. Tra materia immagine e corpo”, aperta al museo Etnoantropologico “P. Angelo Coniglione” di Licodia Eubea, nei giorni della rassegna dalle 16 alle 22, e ogni sabato e domenica dal 23 ottobre al 14 novembre 2021 dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 20. La prima divinità di culto concepita dall’uomo è senz’altro la Grande Madre, come energia creatrice della natura e degli uomini. Gea e Rea, Pachamama, Ninhursag, Astarte, Hathor poi Iside, Demetra, la stessa Maria di Nazareth: nomi che uniscono differenti culture e tempi, ma che si riferiscono ad un’unica grande fonte di creazione, fertilità, sessualità, nutrimento, nascita. Pamela Vindigni con le sue sculture in terracotta e Margherita Peluso mettono in scena una performance condivisa tra materia e corpo in azione, in cui uomo e natura entrano in contatto, momenti immortalati grazie alle fotografie di Andrea Iran e Giuseppe La Rosa in mostra.

 

Venerdì col Mann protagonista in due prestigiosi festival del cinema archeologico: con il film “Agalma” in concorso al RAM Film Festival di Rovereto, e con il film “Thalassa. Il racconto” in prima internazionale alla XI edizione della rassegna di Licodia Eubea: entrambi visibili anche on line

Il direttore Paolo Giulierini sul set del film “Agalma” di Doriana Monaco (foto Angelo Antolino)

Venerdì di cinema archeologico con protagonista il museo Archeologico nazionale di Napoli. Dal Nord al Sud della Penisola, viaggiando con le emozioni del grande schermo: il MANN porta due opere in concorso, una al I RAM Film Festival di Rovereto, l’altra all’XI edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea.

Poster del film “Agalma” di Doriana Monaco in concorso alla prima edizione di RAM film festival Rovereto Archeologia Memorie (2021)

RAM Film Festival di Rovereto (13/17 ottobre 2021). Nella sezione pomeridiana di venerdì 15 ottobre 2021, va in scena il film “Agalma”, vita al museo Archeologico nazionale di Napoli, film documentario scritto e diretto da Doriana Monaco con le voci di Sonia Bergamasco e Fabrizio Gifuni, che concorre per il Premio Paolo Orsi e per la menzione speciale “Archeoblogger”. Il documentario, già selezionato per le Giornate degli Autori di Venezia 77 è prodotto da Antonella Di Nocera (Parallelo 41 produzioni) e Lorenzo Cioffi (Ladoc) con il museo Archeologico nazionale diretto da Paolo Giulierini; la produzione esecutiva è di Lorenzo Cioffi. Il pubblico potrà seguire la manifestazione in loco e online: sarà possibile, infatti, assistere gratuitamente alla proiezione grazie alla piattaforma digitale raggiungibile dal sito RAM film festival ONLINE | Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico | Fondazione Museo Civico Rovereto (rassegnacinemaarcheologico.it).

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Lo spostamento dell’Atlante Farnese sul set di “Agalma” (foto Angelo Antolino)

Il film, realizzato con il contributo della Regione Campania e in collaborazione con Film Commission Regione Campania, si sintonizza con lo spirito della rassegna trentina che, promossa dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto, sin dal 1990 dedica attenzione ai temi dell’archeologia e della memoria, con uno sguardo privilegiato a tutela e valorizzazione del patrimonio culturale mondiale: in cinquanta (e intensi) minuti, la regista Doriana Monaco segue l’esistenza “dietro le quinte” del MANN, tra lavori di restauro e progetti di allestimento. Filo conduttore della pellicola, la celebrazione dell’impegno e della passione delle persone, che rendono concreto un progetto di promozione culturale.

XI edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea (14-17 ottobre 2021). Non può che partire dalla Sicilia, il viaggio del documentario “Thalassa. Il racconto”, diretto da Antonio Longo e scritto dallo stesso Longo con Salvatore Agizza: venerdì 15 ottobre 2021 (ore 19), il film, prodotto da Teichos srl Servizi e Tecnologie per l’Archeologia e dal Mann, sarà presentato in prima internazionale per la sezione “Cinema e Archeologia” della rassegna. “Thalassa. Il racconto”, in concorso per il Premio Archeoclub d’Italia al film preferito dal pubblico e per il Premio ArcheoVisiva al miglior film, ripercorre, anche grazie a filmati d’archivio di Rai Teche, gli scavi di archeologia subacquea realizzati nelle acque del Sud Italia:

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Frame del film “Thalassa. Il racconto” di Antonio Longo

una vera e propria immersione ricca di suggestioni, per ripercorrere il lavoro che ha permesso di proporre la grande mostra “Thalassa, meraviglie sommerse dal Mediterraneo”, in programma al Mann nella stagione 2019/2020. Da quelle straordinarie ricerche, condotte anche sotto l’egida dell’indimenticabile Sebastiano Tusa, è stato possibile riunire 400 reperti in un unicum espositivo, che ha rappresentato una prospettiva nuova, per complessità di approccio, sui tesori dischiusi dal Mare nostrum. Possibile consultare il calendario della manifestazione dal sito rassegnalicodia.it, mentre la votazione sarà accessibile da streamcult.it.

Licodia Eubea (Ct). Aperta l’XI Rassegna del documentario e della comunicazione archeologica: la presentazione di Alessandra Cilio. Vernice della mostra “Ca semu” di Jay Cavallaro. Pronti per il primo incontro di archeologia: Maria Stupia presenta i suo libro sull’imperatore Claudio

Nell’ex chiesa di San Benedetto e Santa Chiara a Licodia Eubea (Ct) si è aperto il sipario sull’XI Rassegna del documentario e della comunicazione archeologica. Finalmente in presenza senza restrizioni, nel rispetto delle norme sanitarie, e ancora in streaming, per allargare la platea degli appassionati che possono non solo seguire i 19 film in concorso, ma anche votarli, e concorrere così all’assegnazione del Premio Archeoclub d’Italia – Sezione di Licodia Eubea. Quattro giorni intensi (dal 14 al 17 ottobre 2021) intensi: 19 film (sei prime internazionali, quattro prime nazionali, cinque prime regionali), tre incontri di archeologia (Maria Stupia, università di Catania; Filippo Brianni, presidente Archeoclub d’Italia Area Ionica; Lorenzo Nigro, università La Sapienza), due mostre (“Ca semu” e “Madre Terra, Natura-Naturans. Tra materia, immagine e corpo”), una finestra sul documentario siciliano, tre premi (“Archeoclub d’Italia”, assegnato al film più votato dal pubblico; “ArcheoVisiva”, al film migliore selezionato da una giuria internazionale di qualità; “Antonino Di Vita”, assegnato a chi spende la propria professione nella promozione della conoscenza del patrimonio storico-artistico e archeologico), attività didattica per le scuole, e poi visite guidate e aperitivi al museo Archeologico. 

La prima giornata della Rassegna di Licodia ha visto la vernice della mostra fotografica di Giovanni Jay Cavallaro “Cà semu. La Madre Terra” esposta nell’ex chiesa di San Benedetto e Santa Chiara, sede della Rassegna. Il punto di partenza del progetto “Cà semu” di Jay Cavallaro è una vecchia immagine di famiglia: ritrae la mamma Maria Angelina all’età di tre anni assieme alla sorella maggiore nel paese natale di Piedimonte Etneo. Maria Angelina, ancora adolescente, lascia la Sicilia alla volta degli Stati Uniti. Quella foto sbiadita, assieme a poche altre, acquista per chi emigra e la sua famiglia un valore un valore prezioso: assieme al ricordo del momento, essa restituisce il ricordo di una terra ormai distante e inaccessibile. A distanza di anni Giovanni Cavallaro ritorna in quei luoghi; li osserva con la nostalgia ereditata dalla madre, mista allo sguardo nuovo di chi è nato e cresciuto negli Stati Uniti. Ogni scatto rivela un racconto che vive di vita propria; al tempo stesso si inquadra all’interno di un disegno più ampio, diventando segmento di una storia più complessa, di cui sono protagonisti uomini e donne, giovani e anziani, persone, piante e animali.

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Copertina del libro “Claudio” di Maria Stupia (Dielle editore)

Con la seconda giornata, arriva il primo degli “Incontri di archeologia”. Venerdì 15 ottobre 2021, alle 18.30, incontro con Maria Stupia, dell’università di Catania, che presenta il suo libro “CLAVDIO. L’imperatore fra opposizione e consenso. Dinamiche di esclusione e di integrazione” (Dielle editore, 2021) . Considerato incapace e succube, Claudio è stato vittima della storiografia senatoria a lui ostile e, più tardi, di molti studi scientifici. In realtà, Claudio non è stato solo homo philologus e storico, ma anche raffinato politico, capace di comprendere a fondo le dinamiche di corte. Consapevole di dover costruire un solido consenso al suo potere, promuove la carriera di uomini fidati e l’ascesa di comunità provinciali come i Galli. I fenomeni di mobilità sociale e integrazione sono, quindi, la cifra distintiva della sua politica e ci permettono di riconsegnare al pubblico un’immagine rinnovata del penultimo imperatore giulio-claudio.

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Maria Stupia (università di Catania)

Maria Stupia, laureata in Filologia Moderna all’università di Catania con un percorso di studi incentrato sulla storia e con un’attenzione particolare rivolta all’approfondimento della Storia Romana, ha preso parte a numerosi seminari e attività didattiche. Ha in attivo pubblicazioni all’interno di riviste scientifiche come Siculorum Gymnasium e Quaderni Friulani di Archeologia.

XI Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica a Licodia Eubea (Ct): segui i film on line su StreamCult e hai diritto a un coupon gratis dell’editore Dielle

Locandina dell’XI Rassegna del Documentario e della Comunicazione archeologica di Licodia Eubea (Ct) dal 14 al 17 ottobre 2021

Mancano ormai pochi giorni al via dell’XI Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica a Licodia Eubea (Ct) dal 14 al 17 ottobre 2021, organizzata dall’associazione culturale ArcheoVisiva in collaborazione con l’Archeoclub d‘Italia di Licodia Eubea “Mario Di Benedetto”. L’ingresso alle proiezioni e alle mostre è gratuito. Tutte le attività previste si svolgeranno nel rispetto delle vigenti normative anti Covid-19. L’ingresso in sala sarà possibile solo su prenotazione attraverso la piattaforma http://www.eventbrite.it fino all’esaurimento dei posti disponibili. Per partecipare agli eventi e alle proiezioni in sala saranno obbligatori il possesso del Green Pass e l’utilizzo della mascherina. streamcult_logoMa se non avete la possibilità di raggiungere Licodia Eubea, lo storico borgo in provincia di Catania, chi lo vorrà potrà seguire tutta la rassegna on line. Tutto l’evento sarà infatti trasmesso in streaming sulla piattaforma http://www.streamcult.it. Basterà accedere al sito, registrarsi e guardare comodamente da casa i film e le conversazioni in programma, ma anche gli interventi di autori e protagonisti delle opere in concorso. E quest’anno anche con una novità. Tutti gli iscritti alla piattaforma di StreamCult, in occasione dell’XI Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea, hanno diritto a un codice sconto che consentirà di ottenere le spese di spedizione gratuite per gli acquisti sul sito www.dielleditore.com. Il coupon è offerto proprio dall’editore Dielle. Basterà inserire il codice licodia2021 all’interno del carrello d’acquisto. Il coupon è valido fino al 30 novembre 2021 per una spesa minima di 10 euro e solo per l’Italia.

Per gli appassionati ricordiamo qualche numero dell’XI Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea. Diciotto film (sei prime internazionali, quattro prime nazionali, cinque prime regionali), tre incontri di archeologia (Maria Stupia, università di Catania; Filippo Brianni, presidente Archeoclub d’Italia Area Ionica; Lorenzo Nigro, università La Sapienza), una mostra (“Madre Terra, Natura-Naturans. Tra materia, immagine e corpo”), una finestra sul documentario siciliano, tre premi (“Archeoclub d’Italia”, assegnato al film più votato dal pubblico; “ArcheoVisiva”, al film migliore selezionato da una giuria internazionale di qualità; “Antonino Di Vita”, assegnato a chi spende la propria professione nella promozione della conoscenza del patrimonio storico-artistico e archeologico), attività didattica per le scuole, e poi visite guidate e aperitivi al museo Archeologico. 

A Licodia Eubea (Ct) conto alla rovescia per l’XI Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica: 18 film (con 6 prime internazionali), tre premi, incontri con esperti e divulgatori, laboratori didattici e mostre d’arte e fotografia. I direttori artistici: “Col programma 2021 proponiamo una riflessione profonda sull’impatto del nostro passaggio sulla Terra attraverso il tempo e sulla necessità di instaurare con essa un nuovo dialogo”

Diciotto film (sei prime internazionali, quattro prime nazionali, cinque prime regionali), tre incontri di archeologia (Maria Stupia, università di Catania; Filippo Brianni, presidente Archeoclub d’Italia Area Ionica; Lorenzo Nigro, università La Sapienza), una mostra (“Madre Terra, Natura-Naturans. Tra materia, immagine e corpo”), una finestra sul documentario siciliano, tre premi (“Archeoclub d’Italia”, assegnato al film più votato dal pubblico; “ArcheoVisiva”, al film migliore selezionato da una giuria internazionale di qualità; “Antonino Di Vita”, assegnato a chi spende la propria professione nella promozione della conoscenza del patrimonio storico-artistico e archeologico), attività didattica per le scuole, e poi visite guidate e aperitivi al museo Archeologico. licodia-eubea_rassegna-del-documentario-e-della-comunciazione-archeologica-logoEcco i numeri dell’XI Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica a Licodia Eubea (Ct) dal 14 al 17 ottobre 2021, organizzata dall’associazione culturale ArcheoVisiva in collaborazione con l’Archeoclub d‘Italia di Licodia Eubea “Mario Di Benedetto”. L’ingresso alle proiezioni e alle mostre è gratuito. Tutte le attività previste si svolgeranno nel rispetto delle vigenti normative anti Covid-19. L’ingresso in sala sarà possibile solo su prenotazione attraverso la piattaforma http://www.eventbrite.it fino all’esaurimento dei posti disponibili. Per partecipare agli eventi e alle proiezioni in sala saranno obbligatori il possesso del Green Pass e l’utilizzo della mascherina.

Giacomo Caruso, presidente dell’Archeoclub di Licodia Eubea, tra i direttori artistici Lorenzo Daniele e Alessandra Cilio (foto RDCA)
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L’assessore regionale ai Beni culturali e all’Identità siciliana Alberto Samonà (foto RDCA)

“La Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea”, sottolinea Alberto Samonà, assessore regionale dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, “costituisce, in Sicilia, un punto di riferimento ormai indiscutibile sul versante dell’approfondimento delle strategie di comunicazione dell’Antico, in una felice sintesi tra divulgazione intelligente e profondità di conoscenze di settore. Dopo undici anni il Festival è un appuntamento imperdibile per studiosi e appassionati e costituisce anche un piccolo ma prezioso esempio di come un evento culturale possa inserirsi in un territorio in modo armonico, fino a divenirne parte integrante, valore aggiunto, fino a rappresentare, nell’immaginario collettivo, quel territorio stesso”. E il sindaco di Licodia Eubea, Giovanni Verga: “La Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica, giunta alla sua XI edizione, rappresenta per Licodia Eubea un evento di grande valenza culturale, riconosciuto dal mondo scientifico ed archeologico. L’impegno di questa Amministrazione per il futuro è quello di continuare a sostenere l’iniziativa promossa da ArcheoVisiva e dalla sezione locale dell’Archeoclub d’Italia in quanto rappresenta un valido mezzo per promuovere e valorizzare Licodia Eubea, le sue tradizioni e la sua storia millenaria”. Giacomo Caruso, presidente dell’Archeoclub d’Italia di Licodia Eubea: “Quando, undici anni fa – ricorda -, si pensò di dar vita ad una manifestazione che potesse, da un lato, raccontare il meraviglioso mondo della ricerca archeologica e, dall’altro, promuovere un territorio come quello di Licodia Eubea, il cui sviluppo è certamente legato al suo passato e alla sua storia, non avemmo alcun dubbio nell’ideare una rassegna cinematografica e di legarla alla figura del professor Antonino Di Vita, attraverso un premio a lui dedicato, sia perché originario di Licodia Eubea, ma anche perché a lui è intitolata l’istituzione culturale più prestigiosa: il museo civico”.

Locandina dell’XI Rassegna del Documentario e della Comunicazione archeologica di Licodia Eubea (Ct) dal 14 al 17 ottobre 2021

“Fin dalla sua comparsa l’uomo ha sempre interagito con l’ambiente circostante, adattandosi ad esso o modellandolo secondo le proprie necessità, in un equilibrio armonico di cui i paesaggi culturali sono testimonianza”, spiegano Alessandra Cilio e Lorenzo Daniele, direttori artistici del festival. “Nel tempo, però, questa relazione si è fatta complessa e tormentata, a causa di un’azione antropica sempre più aggressiva ed egoistica, i cui effetti oggi sono sotto gli occhi di tutti. La vera emergenza dell’età contemporanea non consiste solo nel salvare i segni del passato dalla dimenticanza, ma anche nel ricucire gli strappi con quella Natura che abbiamo prepotentemente sottomesso ai nostri interessi, individuando delle strategie efficaci che ci consentano di consegnare questo straordinario patrimonio alle generazioni future arricchito di nuovo senso e, soprattutto, in buona salute. È un invito all’azione, a “rimettere insieme i pezzi” -come ben suggerisce il soggetto grafico in copertina- che trova piena eco nei film selezionati per l’edizione 2021 del nostro festival, mostrando ancora una volta come il cinema sia un’efficace cartina al tornasole della nostra epoca, in grado di restituirne la temperie culturale, politica e sociale.

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Lorenzo Daniele e Alessandra Cilio, direttori artistici della Rassegna di Licodia Eubea (foto RDCA)

Diciotto sono i documentari in concorso, italiani e stranieri: li abbiamo scelti per la qualità dei contenuti, ma anche per il taglio fresco e originale con cui portano le loro storie sullo schermo. A far da corredo a questa ricca programmazione filmica, incontri con esperti e divulgatori, laboratori didattici e mostre d’arte e fotografia: modi diversi – concludono – per invitare tutti a una riflessione profonda sull’impatto del nostro passaggio sulla Terra attraverso il tempo e sulla necessità di instaurare con essa un nuovo dialogo. Ché la Terra ha respiro, anima e voce: tutto quello che ci chiede, è di essere ascoltata”.

La consegna del premio “Antonino Di Vita”: da sinistra, i direttori artistici Lorenzo Daniele e Alessandra Cilio, e Francesca Spatafora con Maria Antonietta Rizzo (foto RDCA)

A ripercorrere la storia della rassegna ci pensa Maria Antonietta Rizzo Di Vita, docente di Etruscologia e Antichità Italiche all’università di Macerata. “Partendo dall’esperienza pionieristica dei più importanti festival di settore europei, due giovani entusiasti ed innamorati del loro lavoro, Alessandra Cilio e Lorenzo Daniele, insieme al lungimirante presidente della locale sede dell’Archeoclub d’Italia, Giacomo Caruso, decisero, nell’ormai lontano 2011, di proporre in un piccolo centro della Sicilia un’esperienza innovativa che ponesse al centro dell’attenzione la divulgazione archeologica attraverso la visione di film, incontri ed esperienze didattiche, coinvolgendo in questo ambizioso progetto le autorità locali, l’Università di Catania, le soprintendenze, le scuole. Tutte queste diverse realtà si trovarono insieme, da punti di vista diversi, a riflettere e a confrontare le modalità in cui l’archeologia potesse essere meglio compresa, raggiungendo un pubblico sempre più vasto, nella consapevolezza che solo una condivisa conoscenza ed un interesse diffuso potessero contribuire alla salvaguardia dell’immenso patrimonio culturale che doveva essere trasmesso alle future generazioni. Con il tempo l’attenzione del festival si è allargata a comprendere ogni parte del mondo, come testimoniano la ricchezza e la varietà dei film di registi famosi, ma anche di giovani ricchi di talento, spesso realizzati anche da operatori di soprintendenze e musei, da docenti universitari e direttori di missioni di ricerca e di restauro. Da quella lontana prima edizione, in cui fu istituito il premio Antonino Di Vita, in ricordo dell’illustre archeologo di fama internazionale e di origini licodiane, di cui proprio quest’anno cade il decimo anniversario dalla scomparsa, è stata percorsa una lunga strada, che condurrà certamente ad altri successi e che darà il suo fondamentale contributo per una divulgazione di alto profilo, oltre che per un’opera costante volta alla formazione di una coscienza civile nelle nuove generazioni, verso le quali la direzione artistica del festival ha sempre manifestato un’attenzione particolare”.

“Etiopia. Lontano lungo il fiume”: l’ultimo film di Lucio Rosa è stato scelto per la rassegna di Rovereto e per la rassegna di Licodia Eubea. Foto e immagini, rese più potenti dal viraggio in B/N, raccontano un viaggio che testimonia l’agonia dei popoli indigeni della valle dell’Omo la cui esistenza è gravemente minacciata

La valle dell’Omo, in Etiopia, raccontata dal film di Lucio Rosa (foto lucio rosa)

licodia-eubea_rassegna-del-documentario-e-della-comunciazione-archeologica-logorovereto_ram-film-festival_logo-colori_foto-fmcr.jpg.pngIl suo cuore è sempre in Africa. Lo dimostra anche il suo ultimo film “Etiopia. Lontano lungo il fiume” (Italia, 2021, 43’). Ma stavolta il regista Lucio Rosa, veneziano di nascita e bolzanino di adozione, farà fatica a essere presente in sala alla premier della sua opera, lui che ama confondersi tra il pubblico per cogliere le reazioni in diretta al messaggio lanciato dal grande schermo, perché il film “Etiopia. Lontano lungo il fiume” è stato selezionato sia per la prima edizione di Ram – Rovereto Archeologia Memorie (32ma Rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto), dal 13 al 17 ottobre 2021 (dove sarà proiettato il 13 ottobre) che per l’11ma Rassegna del Documentario e della Comunicazione archeologica di Licodia Eubea, dal 14 al 17 ottobre 2021 (dove sarà presentato il 16 ottobre), . E quest’anno – per una scelta incomprensibile – sono programmate entrambe nella seconda settimana di ottobre (tradizionalmente appannaggio della rassegna siciliana). “Mi sono sempre interessate le culture lontane“, confessa Rosa, “ed eccomi con questo film, che racconta di gruppi etnici che vivono in Etiopia, nel Sud della valle dell’OMO. Conosco abbastanza l’Etiopia per averci lavorato per alcune mie produzioni di film, in tempi ormai lontani. La vera scoperta di questi viaggi è stata l’Africa, un continente dalla storia millenaria, fatto di realtà molteplici e caleidoscopiche, che diventa per me un luogo dell’anima”.

Il regista Lucio Rosa, il “ragazzo con la Nikon (foto lucio rosa)

E così è tornato in campo “il ragazzo con la Nikon” (vedi Il regista Lucio Rosa regala un messaggio di speranza al 2019 con il nuovo film “Il ragazzo con la Nikon”, realizzato assemblando migliaia di foto di antichi villaggi, antiche dimore, antichi magazzini berberi: omaggio d’amore alla Libia che oggi per lui è “irraggiungibile” | archeologiavocidalpassato) ed ecco il nuovo film, con foto e immagini filmate originariamente a colori, e poi virate in BN, “il vero colore della fotografia e del cinema…”: “Con la macchina fotografica e  l’essenzialità del bianco e nero – che strappa via l’inutile colore che rende troppo vasto, e nello stesso tempo ridotto, il campo delle emozioni da tradurre -, abbiamo voluto documentare  quello che, oggi ancora, rimane di questa “anima originaria”  di popoli eredi di storie millenarie e di una cultura che li rende unici al mondo, “storie” di realtà complesse e sfuggenti”. E continua: “Adopero il mio obiettivo per raccontare il presente e il passato di questa Terra, delle sue genti, alcune delle quali oggi a rischio di estinzione. Tutto ciò mi ha condotto a una ricerca continua nel Continente che ci ha dato la vita, e mi ha permesso di “raccontare” infinite storie di varia umanità, di entrare nella gente per comprenderne l’animo e la loro vicenda umana colma di insidie ma  non solo”.

Il regista Lucio Rosa tra i Mursi in Etiopia (foto lucio rosa)

Per realizzare il film Lucio Rosa si è avvalso di immagini realizzate negli anni 2014, 2015, 2016, mixate con filmati, alcuni dei quali (come l’abbattimento delle foreste, o l’agricoltura con aratro) sono stati raccolti nel suo “enciclopedico archivio”. Ma il testo è attuale, ed è al contempo un appello disperato per queste popolazioni a rischio e al contempo un atto di denuncia in un contesto geo-politico difficile: “Descrivo la situazione attuale di decadenza e di pericolo di estinzione di queste genti, di queste fragili culture. Le usanze, gli stili di vita ancestrali di queste genti, rimasti intatti per millenni grazie al loro totale isolamento, costituivano un vero museo etnografico vivente. Ma ci ha pensato l’uomo moderno a distruggere questa umanità diversa e straordinaria, “strappandola” dal proprio mondo”. Alla fine di questo viaggio, Lucio Rosa si chiede: “Siamo stati, forse, testimoni dell’agonia di questi popoli indigeni che hanno la loro esistenza gravemente minacciata e che vanamente lotteranno contro “golia” per mantenere intatta la loro identità?”.

La cartina della valle dell’Omo, nel Sud dell’Etiopia, con i gruppi etnici che qui vi vivono (foto lucio rosa)

La valle dell’OMO. “È un’Africa profonda, quella del Sud della valle dell’Omo”. Il racconto di Lucio Rosa si snoda tra frammenti di filmati e fotografie che fissano volti, gesti, tradizioni di questi popoli lontani. “Il tempo resta sospeso, quasi voltando le spalle. Si cela nel lungo passato, dal quale emergono tracce tuttora vivide. Natura e uomo indissolubilmente intrecciati danno forma e razze ed etnie adagiate su un mosaico inclinato e multiforme. Noi occidentali dobbiamo denudarci senza indugio per tentare di cogliere le anime originarie e ancestrali della valle dell’Omo. Solo così può emergere un pensiero d’Africa remota, in equilibrio sui pilastri ancestrali della magia e delle origini dell’uomo. Un microcosmo fragile e compatto preserva i tratti dei Karo, dei Konso, dei Mursi, degli Hamer, dei Dassanech… Eppure, perfettamente visibili, queste isole arcaiche non si sottraggono del tutto alla vista delle nostre presunte civiltà globalizzate. La minaccia resta intatta. La distruzione di queste fragili culture è sempre una previsione per taluni fin troppo facile. Sarà così?”.

Donne Dassanech al lavoro davanti a una capanna del villaggio (foto lucio rosa)

Gruppo etnico DASSANECH. Nella parte più meridionale della valle dell’Omo, non lontano dal delta del fiume che si spinge in Kenya verso il lago Turkana, vivono i Dassanech, il “Popolo del delta”. I Dassanech sono  una popolazione seminomade di circa 30mila individui. Parlano un idioma che appartiene al ceppo linguistico delle lingue cuscitiche ed è il gruppo tribale che vive nella zona più meridionale dell’Etiopia. I Dassanech sono tradizionalmente dediti alla pastorizia e gli uomini sono spesso lontani dai villaggi con le mandrie costretti a spostarsi alla ricerca di nuovi pascoli e dell’acqua necessaria per la vita degli armenti. L’agricoltura non è comunque estranea alla cultura dei Dassanech che riescono a praticarla  esclusivamente in prossimità del corso del fiume Omo, dato che il clima estremamente arido lo impedisce nel resto del loro territorio. Il fiume fornisce in abbondanza l’acqua necessaria. È una lotta continua per avere qualche alternativa al pasto quotidiano, solitamente composto da latte, miglio o sorgo, l’alimento principale nella dieta dei Dassanech. La carne appare solo in certe particolari occasioni di festa.

Le ricche collane e l’elaborata acconciatura di una donna Dassanech (foto lucio rosa)

I Dassanech prestano molta cura al loro aspetto. Donne, ma anche gli uomini, non si sottraggono al voler apparire. Collane, bracciali, orecchini, la fanno da padroni. Si indossano a tutte le età. Sono  come una seconda pelle. Le donne raccolgono i capelli in complicate acconciature che identificano anche il loro status sociale. Una consuetudine delle giovani Dassanech è quella  di praticarsi un foro sotto il labbro inferiore per inserirvi delle piume. Può sembrare una civetteria, ma si tratta di una usanza molto antica.

Uomini Karo lungo la riva orientale del fiume Omo (foto lucio rosa)

Gruppo etnico KARO. Lungo le rive dell’Omo inferiore si incontrano i villaggi dei Karo, una popolazione di poco più di 1000 individui la cui sopravvivenza è seriamente minacciata. “Un tempo, i Karo, vivevano su entrambe le sponde del fiume ma, a causa dei conflitti sanguinosi degli anni tra il 1980 ed il 1990 con la tribù dei Nyangatom, loro storici avversari, sono stati costretti a migrare sulla riva orientale. Per il continuo pericolo di aggressioni, sempre possibili, i villaggi dei Karo sono protetti da recinti di rami e piccoli tronchi. Guerrieri armati vigilano giorno e notte, sulla vita della comunità. Per le armi ci pensa il Sudan, sempre un solerte fornitore”. Il popolo dei Karo è comunque destinato ad estinguersi e nei pochi villaggi ancora esistenti sopravvivono solo alcune centinaia di individui. Basterebbe una epidemia per causare la loro estinzione. Inoltre sono molte le ragazze Karo che preferiscono sposare uomini di un gruppo etnico più forte che offra loro maggior sicurezza. È nel gruppo etnico degli Hamer, che le giovani Karo sperano di trovare “l’anima gemella” che possa offrire loro una vita confortevole.

Donna Borana con il figlioletta (foto lucio rosa)

Gruppo etnico BORANA, “genti dell’aurora” in lingua Boru. Sono un gruppo etnico che vive distribuito nel sud dell’Etiopia, Oromia, tra il lago Stefania e l’arido Nord del Kenya. Appartengono al vasto gruppo degli Oromo che occupa buona parte dell’Etiopia e di cui ritengono  essere “l’etnia primigenia”. Parlano un dialetto della lingua Oromo l’afaani Boraana. Si stima siano tra i 400 e i 500mila individui, sparsi nei due paesi e divisi in più di un centinaio di clan. Sono pastori semi-nomadi. Allevano zebù, mucche, ovini, che forniscono latte e carne per le esigenze alimentari. Vivono in raggruppamenti di poche capanne circolari. Alla base della cultura dei Borana vige il concetto dell’ordine, dell’equilibrio fra giovani e anziani, fra uomini e donne, e fra tutto ciò che  è fisico e quello che è spirituale. Se perdi l’equilibrio, entri nel regno del caos.

Una delle strette stradine che corrono all’interno di un villaggio Konso (foto lucio rosa)

Gruppo etnico KONSO. Tra le colline a sud del lago Chamo, in un territorio montagnoso che si estende lungo il margine orientale della valle dell’Omo ad una altezza intorno ai 1500 metri, vivono i Konso, un popolo di agricoltori sedentari. I villaggi dei Konso, a scopo difensivo, sono arroccati sulle falesie che dominano le ampie vallate. Legno e pietra sono gli elementi che caratterizzano questi insediamenti. I Konso sono una popolazione di circa 20.000 individui. Possono essere di religione cattolica, cristiana-ortodossa o musulmana, ma effettuano ancora riti pagani propri della religione animista. Sono un popolo unito da una forte solidarietà. I Konso abitano un vasto territorio. Vivono sparpagliati in 48 villaggi e suddivisi in 9 clan esogamici.

La decorazione del viso di una donna Hamer (foto lucio rosa)

Gruppo etnico HAMER, una popolazione di circa 50mila individui. Le origini di questo popolo sono ignote, ma alcuni racconti tradizionali riferiscono che gli Hamer discendono dall’unione di tribù che provenivano dal Nord, dall’Est e dall’Ovest, e che, migrate verso Sud, si sono stabilite in questi luoghi sulle montagne a Nord del lago Turkana. Gli Hamer vivono in villaggi tradizionali, dove abitano più famiglie imparentate tra loro ma dove ogni famiglia vive nella propria capanna. Il bestiame per gli Hamer, oltre ad essere una importante fonte per la sopravvivenza e uno status symbol. Un uomo è tanto più ricco quanti più capi di bestiame possiede, inoltre per potersi sposare deve pagare un prezzo ai genitori della sposa quantificato in capi di bestiame. Gli Hamer prestano molta attenzione e dedicano molto tempo alla cura del loro aspetto fisico. Un segno di una certa ambizione nell’apparire si intuisce, sia tra le donne che tra gli uomini, nella cura, quasi maniacale,  con cui ornano il proprio corpo.

La cerimonia del “salto dei tori” tra gli Hamer (foto lucio rosa)

L’usanza più radicata e controversa della cultura Hamer è la cerimonia del “salto dei tori”, Uklì Bulà, una prova di coraggio e di forza, prova che consiste nel correre sulle schiene di una fila di tori affiancati, senza cadere. L’iniziato,”ukuli”, nell’idioma degli Hamer, secondo consuetudine si è rasato metà del capo e attende impaziente che giunga il suo momento per entrare in campo. L’attesa è lunga ed estenuante e il sole è già scomparso oltre la corona di montagne quando si dà il via alla “cerimonia”. Si tratta di un evento molto atteso, che richiama sempre molta gente anche da villaggi lontani. La prova dell’Uklì Bulà è preceduta da un “prologo” che agli occhi di noi occidentali può apparire arcaico e cruento.

Una coppia del gruppo etnico Arbore tra le capanne del villaggio (foto lucio rosa)

Gruppo etnico ARBORE. In vicinanza del lago  Chew Bahir, (si legge ciù bahìr) ex lago Stefania, nella regione sud-occidentale della valle dell’Omo, vive il popolo degli Arbore, un gruppo etnico che non supera i 4mila individui. Sono di religione islamica, ma sono ancora molto presenti credenze tradizionali. L’allevamento del bestiame è la loro principale risorsa, rappresenta la primaria fonte di sussistenza e, come per molti altri popoli che vivono in queste regioni, è anche indice di appartenenza ad una classe socio-economica elevata. Per antica tradizione le ragazze non ancora sposate hanno il capo rasato. È un simbolo di verginità. Dal collo delle donne scendono a grappoli numerose collane di perline multicolori. Oggi le perline hanno perso  il fascino del vetro al quale si è sostituita la volgare e grossolana plastica.

Donne Mursi con il caratteristico piattello labiale (foto lucio rosa)

Gruppo etnico MURSI. Nei territori situati al confine settentrionale del parco Mago, incontriamo i Mursi, un  popolo di circa 8mila individui. Un gruppo tribale che ha vissuto isolato per secoli dal resto della società etiope e dall’influsso straniero. Ma dagli ultimi decenni non è più così e sono rare le possibilità di incontrare un gruppo che abbia mantenuto integri gli elementi culturali originari. Ogni incontro con questa cultura deve avvenire quasi in silenzio, con molto rispetto. L’usanza del piattello labiale, caratteristica delle donne Mursi, per alcuni antropologi, pare abbia avuto origine nel periodo della tratta degli schiavi. Il volto così sfigurato poteva essere un deterrente, un modo per deprezzare la donna e quindi utile a dissuadere gli schiavisti dal portarla via e una opportunità di salvezza per lei. Il piattello labiale è un segno di prestigio per la donna che lo porta ma è anche un segno di ricchezza. Sicuro è il valore economico del piattello. Più grande è, maggiore sarà il numero di capi di bestiame che la sua famiglia chiederà al pretendente per cederla in sposa.

Sesto appuntamento con “Storie di vita”: la rubrica prodotta da Streamcult, in streaming e on demand, condotta da Dario Di Blasi che stavolta incontra il direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, Paolo Giulierini, che ha fatto del Mann un centro di promozione culturale per la città, il territorio, il Paese, dialogando con il mondo

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Dario Di Blasi, direttore artistico di Firenze Archeofilm

Paolo Giulierini, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, è il protagonista del sesto appuntamento con la rubrica “Storie di vita” da seguire on line in streaming e on demand giovedì 22 aprile 2021, alle 17. La rubrica si basa sulle relazioni e i rapporti di conoscenza acquisiti nel mondo dell’archeologia e del cinema da Dario Di Blasi, direttore del Firenze Archeofilm, curatore per più di 30 anni di manifestazioni cinematografiche dedicate all’archeologia, all’etnografia e all’antropologia culturale. Prodotta da StreamCult in collaborazione con la Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea, “Storie di vita” è un format di approfondimento culturale che vede importanti personalità del campo dell’archeologia, della cinematografia e della cultura raccontarci le loro esperienze, le loro passioni e il loro lavoro.

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I direttori Paolo Giulierini (Mann) e Michail Piotrovsky (Ermitage) a San Petroburgo

“Alcuni anni fa – spiega Dario Di Blasi – mi sentivo più o meno agente di commercio, o meglio rappresentante di cinema archeologico perché, in un’ottima iniziativa della Regione Toscana Le notti dei musei, giravo nei piccoli musei toscani di Chianciano, Murlo, Pisa, Siena, Cetona, Sarteano e Cortona per presentare l’archeologia, appunto, attraverso il cinema. In quell’occasione conobbi Paolo Giulierini direttore all’epoca del museo dell’Accademia etrusca di Cortona, un museo piccolo ma significativo, a parer mio, anche solo per lo splendido e unico lampadario etrusco. Come abbia fatto Paolo Giulierini con l’esperienza di un piccolo museo – continua Di Blasi – a trasferirsi al museo Archeologico nazionale di Napoli, forse il più bello e ricco di patrimonio in reperti al mondo, lo voglio proprio chiedere in questa conversazione. Forse sarò impertinente, ma vorrò capire anche come abbia fatto a entrare così in sintonia con Napoli e a imprimere una vertiginosa sequenza di eventi al Mann e a trovare un giusto e dignitoso equilibrio nello scambio internazionale di reperti archeologici e d’arte con grandi e prestigiose istituzioni culturali internazionali, come l’Ermitage di San Pietroburgo, riuscendo a dimostrare come sia importante il Patrimonio storico e culturale del nostro paese, l’Italia! Il museo Archeologico di Napoli, con  le iniziative di Giulierini, non potrà più essere identificato come il museo di Pompei, Ercolano o Stabia. È il museo che raccoglie e presenta tutto il Mondo Antico con le sue sale e con i ricchissimi magazzini chiamati confidenzialmente Sing Sing”.

L’arco trionfale fulcro della mostra “DEI, UOMINI, EROI. Dal museo Archeologico nazionale di Napoli e dal parco archeologico di Pompei” al museo Ermitage di San Pietroburgo (foto Paolo Soriani)

“Questa conversazione con Paolo Giulierini – anticipa Di Blasi – risponde anche alla polemica avviata giorni fa da Tommaso Montanari al seguito di un’interrogazione parlamentare su prestiti e scambi di opere d’arte che il Mann fa e mette in opera con importanti istituzioni culturali internazionali e sul supporto di privati di cui in alcuni casi si avvale per poterli realizzare. Io penso, in poche parole, che il Mann faccia bene a diffondere cultura e conoscenza permettendo di far conoscere la ricchezza storico archeologica del nostro Paese, l’Italia, attraverso mostre internazionali in cui viene precisato il contesto da cui provengono le opere e in cui viene garantita la sicurezza nel trasporto. In qualche misura questi scambi internazionali consegnano nuovamente dignità al nostro Paese che ha permesso, anni addietro, scambi capestro di opere, mascherati da restituzioni come nel caso della collezione degli argenti di Morgantina, restituiti, si fa per dire, dal Metropolitan Museum di New York. Un’obiezione potrebbe essere plausibile nel caso in cui il prestito di un’opera privasse il Mann o qualsiasi altro museo di un qualche cosa di identitario per la stessa istituzione o per il luogo vedi Il Caravaggio di Siracusa”. 

Quinto appuntamento con “Storie di vita”: la rubrica prodotta da Streamcult, in streaming e on demand, condotta da Dario Di Blasi che stavolta incontra il regista Nicolò Bongiorno, che ha vinto l’ultima edizione di Firenze Archeofilm col film “I Leoni di Lissa”

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Dario Di Blasi, direttore artistico di Firenze Archeofilm

Il regista Nicolò Bongiorno è il protagonista del quinto appuntamento con la rubrica “Storie di vita” da seguire on line in streaming e on demand giovedì 15 aprile 2021. La rubrica si basa sulle relazioni e i rapporti di conoscenza acquisiti nel mondo dell’archeologia e del cinema da Dario Di Blasi, direttore del Firenze Archeofilm, curatore per più di 30 anni di manifestazioni cinematografiche dedicate all’archeologia, all’etnografia e all’antropologia culturale. Prodotta da StreamCult in collaborazione con la Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea, “Storie di vita” è un format di approfondimento culturale che vede importanti personalità del campo dell’archeologia, della cinematografia e della cultura raccontarci le loro esperienze, le loro passioni e il loro lavoro.

Nicolò Bongiorno ha prodotto, scritto, diretto e interpretato numerosi film documentari per la televisione, come “Viaggio verso casa” (1998), “Esodo” (2007), “Rol – Un mondo dietro al mondo” (2007), “Cervino” (2015). Ha inoltre esordito come scrittore con la biografia del padre “La versione di Mike”. È socio fondatore e presidente della Fondazione Mike Bongiorno per la quale realizza e supervisiona i progetti editoriali, multimediali e benefici a impatto sociale. “Ho visto due film di Nicolò Bongiorno”, interviene Di Blasi: “I Leoni di Lissa e Songs of the Water Spirits. Sono rimasto colpito dalla grande curiosità, attenzione e rispetto che Nicolò ha verso le culture che incontra e dalla sua necessità di descrivere e documentare la dignità di uomini e donne che vivono con soddisfazione e felicità, vite difficili e precarie”.

“Dedico questo premio a tutti gli amanti del mare”, ha commentato commosso il regista presente alla premiazione. “Molto devo a mio papà, Mike; che per primo mi ha trasmesso la passione per il mare. Quest’opera è stata per me un viaggio anche interiore nello spazio e nel tempo. Dedico questa mia vittoria al grande archeologo subacqueo Sebastiano Tusa, tragicamente scomparso”. È uno dei passaggi dell’intervista (che qui proponiamo) realizzata a Nicolò Bongiorno subito dopo la consegna del premio “Firenze Archeofilm” 2019 da parte del direttore di Archeologia Viva, Piero Pruneti. “I Leoni di Lissa” (Italia, 2019; 76’) è uno splendido documentario realizzato da Allegria Films per la regia di Nicolò Bongiorno che ripercorre, esplora e cerca di ricostruire, attraverso una coraggiosa discesa negli abissi, le vicende della battaglia di Lissa. Saliamo così a bordo di una sorta di astronave-sarcofago che conserva al suo interno una memoria che non si è mai spenta. Come colonna sonora del documentario è stato scelto un lavoro di Matteo Milani, Lis02er, che fa parte di una raccolta più completa. Un viaggio narrativo all’interno del suono, dove ognuno dei dieci frammenti rappresenta un momento emotivo, cristallizzato emotivamente, ciascuno diverso, ma parte di un tutto.

Quarto appuntamento con “Storie di vita”: la rubrica prodotta da Streamcult, in streaming e on demand, condotta da Dario Di Blasi che stavolta incontra il regista veneziano Alberto Castellani, che ha documentato popoli, culture e religioni per comprendere radici, Storia, Spiritualità nei territori che sono stati la culla dell’umanità

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Dario Di Blasi, direttore artistico di Firenze Archeofilm

Il regista veneziano Alberto Castellani è il protagonista del quarto appuntamento con la rubrica “Storie di vita” da seguire on line in streaming e on demand giovedì 8 aprile 2021. La rubrica si basa sulle relazioni e i rapporti di conoscenza acquisiti nel mondo dell’archeologia e del cinema da Dario Di Blasi, direttore del Firenze Archeofilm, curatore per più di 30 anni di manifestazioni cinematografiche dedicate all’archeologia, all’etnografia e all’antropologia culturale. Prodotta da StreamCult in collaborazione con la Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea, “Storie di vita” è un format di approfondimento culturale che vede importanti personalità del campo dell’archeologia, della cinematografia e della cultura raccontarci le loro esperienze, le loro passioni e il loro lavoro.

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Il regista veneziano Alberto Castellani

Appuntamento dunque giovedì 8 aprile 2021 alle 17 con Alberto Castellani in streaming sul sito www.streamcult.it e sui canali social di StreamCult (Facebook e YouTube). La stessa puntata resterà visibile on demand per permettere a chiunque, nelle settimane a seguire, di poterla vedere. “Ci sono persone che il cinema lo hanno nel sangue da sempre”, spiega Dario Di Blasi, “tra queste c’è sicuramente Alberto Castellani che da buon veneziano ha intrapreso la via dell’Oriente per documentare popoli, culture, religioni con la sua macchina da presa. Una curiosità profonda lo guida: comprendere le radici, le motivazioni profonde di ogni Storia, di ogni Spiritualità nei territori che sono stati la culla dell’umanità”. Alberto Castellani, giornalista, da quarant’anni è impegnato nel campo della comunicazione audiovisiva, prima come responsabile del Centro comunicazione audiovisiva di Assicurazioni Generali, poi del Centro di produzione Media Venice. Solo per ricordare qualche titolo: “Paolo. Da Tarso al mondo” (2005), “Storia di Abramo” (2007), “Sulle vie della fede: ad limina apostolorum” (2014), “Rivisitare Nazareth. Archeologia e tradizione nel villaggio abitato da Gesù” (2017). “Nel settembre 2018”, ricorda Di Blasi, “Castellani mi chiamò per dirmi che nel suo archivio aveva trovato un’intervista con Khaled al-Asaad, l’archeologo che aveva studiato, valorizzato e protetto il sito e il museo di Palmira, e per questo aveva pagato poche settimane prima con la vita, decapitato dalla furia dell’Isis. Ne uscì l’instant film “Quel giorno a Palmira”, un toccante ritratto dell’archeologo e della situazione in Siria che presentai in anteprima alla Rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto. E da quell’esperienza è nato poi un doppio film “Mesopotamia in memoriam. Appunti su un patrimonio violato” che ha riscosso ampi consensi in molti grandi festival del cinema archeologico non solo in Italia”. E non è un caso che proprio questo film sia stato recentemente selezionato a rappresentare il cinema archeologico italiano negli istituti di Cultura italiani nel mondo per il progetto “Sette sguardi del cinema italiano” del ministero per gli Affari esteri.

“Storie di vita”: la rubrica prodotta da Streamcult, in streaming e on demand, è condotta da Dario Di Blasi che stavolta incontra Angelo Castiglioni e il figlio Marco per parlare dei fratelli Angelo e Alfredo Castiglioni i risultati delle cui incredibili ricerche sono raccolti nel museo Castiglioni di Varese

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Dario Di Blasi, direttore artistico di Firenze Archeofilm

Terzo appuntamento con la rubrica “Storie di vita” da seguire on line in streaming e on demand: ma attenzione questa settimana non sarà di martedì, ma di giovedì: la rubrica utilizza le relazioni e i rapporti di conoscenza acquisiti nel mondo dell’archeologia e del cinema da Dario Di Blasi, direttore del Firenze Archeofilm, curatore per più di 30 anni di manifestazioni cinematografiche dedicate all’archeologia, all’etnografia e all’antropologia culturale. Prodotta da StreamCult in collaborazione con la Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea, “Storie di vita” è un format di approfondimento culturale che vede importanti personalità del campo dell’archeologia, della cinematografia e della cultura raccontarci le loro esperienze, le loro passioni e il loro lavoro.

Appuntamento dunque giovedì 1° aprile 2021 alle 17 con Angelo Castiglioni e il figlio Marco presidente dell’associazione culturale Conoscere Varese che gestisce il museo Castiglioni, in streaming sul sito www.streamcult.it e sui canali social di StreamCult (Facebook e YouTube). La stessa puntata resterà visibile on demand per permettere a chiunque, nelle settimane a seguire, di poterla vedere. “Alcune persone hanno speso l’intera vita e le proprie risorse in un’avventura infinita alla ricerca di altri popoli e altre culture, un viaggio interminabile nel Mondo Antico fino alla più lontana preistoria”, spiega Dario Di Blasi. “Tra questi i fratelli Angelo e Alfredo Castiglioni i risultati delle cui incredibili ricerche sono raccolti nel museo Castiglioni di Varese. Parleremo delle loro esperienze con Angelo e suo figlio Marco che si occupa quotidianamente del museo. Alfredo è purtroppo scomparso da non molto ma nei racconti di Angelo e nelle immagini dei loro film è sempre presente”.

I fratelli Angelo e Alfredo Castiglioni nel 1970 in Etiopia meridionale, nella terra dei Borana (foto museo castiglioni)

varese_museo-castiglioni_logo-copertina“Alla fine della seconda guerra mondiale”, continua Di Blasi, “i giovanissimi fratelli Alfredo e Angelo Castiglioni partono alla scoperta del mondo con una piccola motoretta, una Vespa,  e arrivano in Africa. La loro vita da quel momento sarà all’insegna dell’avventura, della voglia infinita di conoscere altri popoli, altre culture, altre tradizioni. Sul loro percorso incontreranno e chiederanno collaborazione ad archeologi, antropologi  e tanti altri professionisti., raccogliendo una quantità gigantesca di reperti. Realizzeranno decine di filmati, documentando un mondo, ora, purtroppo scomparso. Chiunque abbia la fortuna, la voglia,  di visitare il museo Castiglioni all’interno dello splendido parco della Villa Toeplitz di Varese (Jósef Leopold Toeplitz personaggio da scoprire) troverà uno scrigno prezioso e ne uscirà piacevolmente stupito”.