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“Etiopia. Lontano lungo il fiume”: l’ultimo film di Lucio Rosa è stato scelto per la rassegna di Rovereto e per la rassegna di Licodia Eubea. Foto e immagini, rese più potenti dal viraggio in B/N, raccontano un viaggio che testimonia l’agonia dei popoli indigeni della valle dell’Omo la cui esistenza è gravemente minacciata

La valle dell’Omo, in Etiopia, raccontata dal film di Lucio Rosa (foto lucio rosa)

licodia-eubea_rassegna-del-documentario-e-della-comunciazione-archeologica-logorovereto_ram-film-festival_logo-colori_foto-fmcr.jpg.pngIl suo cuore è sempre in Africa. Lo dimostra anche il suo ultimo film “Etiopia. Lontano lungo il fiume” (Italia, 2021, 43’). Ma stavolta il regista Lucio Rosa, veneziano di nascita e bolzanino di adozione, farà fatica a essere presente in sala alla premier della sua opera, lui che ama confondersi tra il pubblico per cogliere le reazioni in diretta al messaggio lanciato dal grande schermo, perché il film “Etiopia. Lontano lungo il fiume” è stato selezionato sia per la prima edizione di Ram – Rovereto Archeologia Memorie (32ma Rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto), dal 13 al 17 ottobre 2021 (dove sarà proiettato il 13 ottobre) che per l’11ma Rassegna del Documentario e della Comunicazione archeologica di Licodia Eubea, dal 14 al 17 ottobre 2021 (dove sarà presentato il 16 ottobre), . E quest’anno – per una scelta incomprensibile – sono programmate entrambe nella seconda settimana di ottobre (tradizionalmente appannaggio della rassegna siciliana). “Mi sono sempre interessate le culture lontane“, confessa Rosa, “ed eccomi con questo film, che racconta di gruppi etnici che vivono in Etiopia, nel Sud della valle dell’OMO. Conosco abbastanza l’Etiopia per averci lavorato per alcune mie produzioni di film, in tempi ormai lontani. La vera scoperta di questi viaggi è stata l’Africa, un continente dalla storia millenaria, fatto di realtà molteplici e caleidoscopiche, che diventa per me un luogo dell’anima”.

Il regista Lucio Rosa, il “ragazzo con la Nikon (foto lucio rosa)

E così è tornato in campo “il ragazzo con la Nikon” (vedi Il regista Lucio Rosa regala un messaggio di speranza al 2019 con il nuovo film “Il ragazzo con la Nikon”, realizzato assemblando migliaia di foto di antichi villaggi, antiche dimore, antichi magazzini berberi: omaggio d’amore alla Libia che oggi per lui è “irraggiungibile” | archeologiavocidalpassato) ed ecco il nuovo film, con foto e immagini filmate originariamente a colori, e poi virate in BN, “il vero colore della fotografia e del cinema…”: “Con la macchina fotografica e  l’essenzialità del bianco e nero – che strappa via l’inutile colore che rende troppo vasto, e nello stesso tempo ridotto, il campo delle emozioni da tradurre -, abbiamo voluto documentare  quello che, oggi ancora, rimane di questa “anima originaria”  di popoli eredi di storie millenarie e di una cultura che li rende unici al mondo, “storie” di realtà complesse e sfuggenti”. E continua: “Adopero il mio obiettivo per raccontare il presente e il passato di questa Terra, delle sue genti, alcune delle quali oggi a rischio di estinzione. Tutto ciò mi ha condotto a una ricerca continua nel Continente che ci ha dato la vita, e mi ha permesso di “raccontare” infinite storie di varia umanità, di entrare nella gente per comprenderne l’animo e la loro vicenda umana colma di insidie ma  non solo”.

Il regista Lucio Rosa tra i Mursi in Etiopia (foto lucio rosa)

Per realizzare il film Lucio Rosa si è avvalso di immagini realizzate negli anni 2014, 2015, 2016, mixate con filmati, alcuni dei quali (come l’abbattimento delle foreste, o l’agricoltura con aratro) sono stati raccolti nel suo “enciclopedico archivio”. Ma il testo è attuale, ed è al contempo un appello disperato per queste popolazioni a rischio e al contempo un atto di denuncia in un contesto geo-politico difficile: “Descrivo la situazione attuale di decadenza e di pericolo di estinzione di queste genti, di queste fragili culture. Le usanze, gli stili di vita ancestrali di queste genti, rimasti intatti per millenni grazie al loro totale isolamento, costituivano un vero museo etnografico vivente. Ma ci ha pensato l’uomo moderno a distruggere questa umanità diversa e straordinaria, “strappandola” dal proprio mondo”. Alla fine di questo viaggio, Lucio Rosa si chiede: “Siamo stati, forse, testimoni dell’agonia di questi popoli indigeni che hanno la loro esistenza gravemente minacciata e che vanamente lotteranno contro “golia” per mantenere intatta la loro identità?”.

La cartina della valle dell’Omo, nel Sud dell’Etiopia, con i gruppi etnici che qui vi vivono (foto lucio rosa)

La valle dell’OMO. “È un’Africa profonda, quella del Sud della valle dell’Omo”. Il racconto di Lucio Rosa si snoda tra frammenti di filmati e fotografie che fissano volti, gesti, tradizioni di questi popoli lontani. “Il tempo resta sospeso, quasi voltando le spalle. Si cela nel lungo passato, dal quale emergono tracce tuttora vivide. Natura e uomo indissolubilmente intrecciati danno forma e razze ed etnie adagiate su un mosaico inclinato e multiforme. Noi occidentali dobbiamo denudarci senza indugio per tentare di cogliere le anime originarie e ancestrali della valle dell’Omo. Solo così può emergere un pensiero d’Africa remota, in equilibrio sui pilastri ancestrali della magia e delle origini dell’uomo. Un microcosmo fragile e compatto preserva i tratti dei Karo, dei Konso, dei Mursi, degli Hamer, dei Dassanech… Eppure, perfettamente visibili, queste isole arcaiche non si sottraggono del tutto alla vista delle nostre presunte civiltà globalizzate. La minaccia resta intatta. La distruzione di queste fragili culture è sempre una previsione per taluni fin troppo facile. Sarà così?”.

Donne Dassanech al lavoro davanti a una capanna del villaggio (foto lucio rosa)

Gruppo etnico DASSANECH. Nella parte più meridionale della valle dell’Omo, non lontano dal delta del fiume che si spinge in Kenya verso il lago Turkana, vivono i Dassanech, il “Popolo del delta”. I Dassanech sono  una popolazione seminomade di circa 30mila individui. Parlano un idioma che appartiene al ceppo linguistico delle lingue cuscitiche ed è il gruppo tribale che vive nella zona più meridionale dell’Etiopia. I Dassanech sono tradizionalmente dediti alla pastorizia e gli uomini sono spesso lontani dai villaggi con le mandrie costretti a spostarsi alla ricerca di nuovi pascoli e dell’acqua necessaria per la vita degli armenti. L’agricoltura non è comunque estranea alla cultura dei Dassanech che riescono a praticarla  esclusivamente in prossimità del corso del fiume Omo, dato che il clima estremamente arido lo impedisce nel resto del loro territorio. Il fiume fornisce in abbondanza l’acqua necessaria. È una lotta continua per avere qualche alternativa al pasto quotidiano, solitamente composto da latte, miglio o sorgo, l’alimento principale nella dieta dei Dassanech. La carne appare solo in certe particolari occasioni di festa.

Le ricche collane e l’elaborata acconciatura di una donna Dassanech (foto lucio rosa)

I Dassanech prestano molta cura al loro aspetto. Donne, ma anche gli uomini, non si sottraggono al voler apparire. Collane, bracciali, orecchini, la fanno da padroni. Si indossano a tutte le età. Sono  come una seconda pelle. Le donne raccolgono i capelli in complicate acconciature che identificano anche il loro status sociale. Una consuetudine delle giovani Dassanech è quella  di praticarsi un foro sotto il labbro inferiore per inserirvi delle piume. Può sembrare una civetteria, ma si tratta di una usanza molto antica.

Uomini Karo lungo la riva orientale del fiume Omo (foto lucio rosa)

Gruppo etnico KARO. Lungo le rive dell’Omo inferiore si incontrano i villaggi dei Karo, una popolazione di poco più di 1000 individui la cui sopravvivenza è seriamente minacciata. “Un tempo, i Karo, vivevano su entrambe le sponde del fiume ma, a causa dei conflitti sanguinosi degli anni tra il 1980 ed il 1990 con la tribù dei Nyangatom, loro storici avversari, sono stati costretti a migrare sulla riva orientale. Per il continuo pericolo di aggressioni, sempre possibili, i villaggi dei Karo sono protetti da recinti di rami e piccoli tronchi. Guerrieri armati vigilano giorno e notte, sulla vita della comunità. Per le armi ci pensa il Sudan, sempre un solerte fornitore”. Il popolo dei Karo è comunque destinato ad estinguersi e nei pochi villaggi ancora esistenti sopravvivono solo alcune centinaia di individui. Basterebbe una epidemia per causare la loro estinzione. Inoltre sono molte le ragazze Karo che preferiscono sposare uomini di un gruppo etnico più forte che offra loro maggior sicurezza. È nel gruppo etnico degli Hamer, che le giovani Karo sperano di trovare “l’anima gemella” che possa offrire loro una vita confortevole.

Donna Borana con il figlioletta (foto lucio rosa)

Gruppo etnico BORANA, “genti dell’aurora” in lingua Boru. Sono un gruppo etnico che vive distribuito nel sud dell’Etiopia, Oromia, tra il lago Stefania e l’arido Nord del Kenya. Appartengono al vasto gruppo degli Oromo che occupa buona parte dell’Etiopia e di cui ritengono  essere “l’etnia primigenia”. Parlano un dialetto della lingua Oromo l’afaani Boraana. Si stima siano tra i 400 e i 500mila individui, sparsi nei due paesi e divisi in più di un centinaio di clan. Sono pastori semi-nomadi. Allevano zebù, mucche, ovini, che forniscono latte e carne per le esigenze alimentari. Vivono in raggruppamenti di poche capanne circolari. Alla base della cultura dei Borana vige il concetto dell’ordine, dell’equilibrio fra giovani e anziani, fra uomini e donne, e fra tutto ciò che  è fisico e quello che è spirituale. Se perdi l’equilibrio, entri nel regno del caos.

Una delle strette stradine che corrono all’interno di un villaggio Konso (foto lucio rosa)

Gruppo etnico KONSO. Tra le colline a sud del lago Chamo, in un territorio montagnoso che si estende lungo il margine orientale della valle dell’Omo ad una altezza intorno ai 1500 metri, vivono i Konso, un popolo di agricoltori sedentari. I villaggi dei Konso, a scopo difensivo, sono arroccati sulle falesie che dominano le ampie vallate. Legno e pietra sono gli elementi che caratterizzano questi insediamenti. I Konso sono una popolazione di circa 20.000 individui. Possono essere di religione cattolica, cristiana-ortodossa o musulmana, ma effettuano ancora riti pagani propri della religione animista. Sono un popolo unito da una forte solidarietà. I Konso abitano un vasto territorio. Vivono sparpagliati in 48 villaggi e suddivisi in 9 clan esogamici.

La decorazione del viso di una donna Hamer (foto lucio rosa)

Gruppo etnico HAMER, una popolazione di circa 50mila individui. Le origini di questo popolo sono ignote, ma alcuni racconti tradizionali riferiscono che gli Hamer discendono dall’unione di tribù che provenivano dal Nord, dall’Est e dall’Ovest, e che, migrate verso Sud, si sono stabilite in questi luoghi sulle montagne a Nord del lago Turkana. Gli Hamer vivono in villaggi tradizionali, dove abitano più famiglie imparentate tra loro ma dove ogni famiglia vive nella propria capanna. Il bestiame per gli Hamer, oltre ad essere una importante fonte per la sopravvivenza e uno status symbol. Un uomo è tanto più ricco quanti più capi di bestiame possiede, inoltre per potersi sposare deve pagare un prezzo ai genitori della sposa quantificato in capi di bestiame. Gli Hamer prestano molta attenzione e dedicano molto tempo alla cura del loro aspetto fisico. Un segno di una certa ambizione nell’apparire si intuisce, sia tra le donne che tra gli uomini, nella cura, quasi maniacale,  con cui ornano il proprio corpo.

La cerimonia del “salto dei tori” tra gli Hamer (foto lucio rosa)

L’usanza più radicata e controversa della cultura Hamer è la cerimonia del “salto dei tori”, Uklì Bulà, una prova di coraggio e di forza, prova che consiste nel correre sulle schiene di una fila di tori affiancati, senza cadere. L’iniziato,”ukuli”, nell’idioma degli Hamer, secondo consuetudine si è rasato metà del capo e attende impaziente che giunga il suo momento per entrare in campo. L’attesa è lunga ed estenuante e il sole è già scomparso oltre la corona di montagne quando si dà il via alla “cerimonia”. Si tratta di un evento molto atteso, che richiama sempre molta gente anche da villaggi lontani. La prova dell’Uklì Bulà è preceduta da un “prologo” che agli occhi di noi occidentali può apparire arcaico e cruento.

Una coppia del gruppo etnico Arbore tra le capanne del villaggio (foto lucio rosa)

Gruppo etnico ARBORE. In vicinanza del lago  Chew Bahir, (si legge ciù bahìr) ex lago Stefania, nella regione sud-occidentale della valle dell’Omo, vive il popolo degli Arbore, un gruppo etnico che non supera i 4mila individui. Sono di religione islamica, ma sono ancora molto presenti credenze tradizionali. L’allevamento del bestiame è la loro principale risorsa, rappresenta la primaria fonte di sussistenza e, come per molti altri popoli che vivono in queste regioni, è anche indice di appartenenza ad una classe socio-economica elevata. Per antica tradizione le ragazze non ancora sposate hanno il capo rasato. È un simbolo di verginità. Dal collo delle donne scendono a grappoli numerose collane di perline multicolori. Oggi le perline hanno perso  il fascino del vetro al quale si è sostituita la volgare e grossolana plastica.

Donne Mursi con il caratteristico piattello labiale (foto lucio rosa)

Gruppo etnico MURSI. Nei territori situati al confine settentrionale del parco Mago, incontriamo i Mursi, un  popolo di circa 8mila individui. Un gruppo tribale che ha vissuto isolato per secoli dal resto della società etiope e dall’influsso straniero. Ma dagli ultimi decenni non è più così e sono rare le possibilità di incontrare un gruppo che abbia mantenuto integri gli elementi culturali originari. Ogni incontro con questa cultura deve avvenire quasi in silenzio, con molto rispetto. L’usanza del piattello labiale, caratteristica delle donne Mursi, per alcuni antropologi, pare abbia avuto origine nel periodo della tratta degli schiavi. Il volto così sfigurato poteva essere un deterrente, un modo per deprezzare la donna e quindi utile a dissuadere gli schiavisti dal portarla via e una opportunità di salvezza per lei. Il piattello labiale è un segno di prestigio per la donna che lo porta ma è anche un segno di ricchezza. Sicuro è il valore economico del piattello. Più grande è, maggiore sarà il numero di capi di bestiame che la sua famiglia chiederà al pretendente per cederla in sposa.

Rovereto. Presentato il programma della prima edizione di RAM Film Festival Rovereto-Archeologia-Memorie, un festival diffuso che si espande a coinvolgere la città e il territorio con un programma ricco e articolato: al teatro Zandonai e on-line, una sessantina di film con 16 prime italiane, 10 prime assolute e 2 prime internazionali; all’Alfio Ghezzi Bistrot gli incontri culturali; al museo della Città la mostra “C’era una volta la peste: Venezia e Rovereto”. Molti gli eventi speciali

La locandina della prima edizione di RAM Film Festival Rovereto-Archeologia-Memorie dal 13 al 17 ottobre 2021

Il festival di Rovereto cambia pelle nel segno della tradizione. Così la 32.ma edizione della Rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto diventa sezione della prima edizione di RAM Film Festival Rovereto-Archeologia-Memorie, in calendario a Rovereto dal 13 al 17 ottobre 2021, un festival diffuso che si espande a coinvolgere la città e il territorio con un programma ricco e articolato che si potrà seguire in presenza, ad acceso gratuito, alcune volte con prenotazione obbligatoria, e sempre con il Green Pass, al teatro Zandonai – sede principale delle proiezioni –, all’Alfio Ghezzi Bistrot – scelto per gli incontri -, al museo della Città e nelle altre location coinvolte. Ma i film in concorso saranno disponibili anche online, attraverso una piattaforma fruibile gratuitamente previa registrazione e comodamente raggiungibile sul sito del RAM film festival.

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Alessandra Cattoi e Giovanni Laezza: direttrice e presidente della fondazione museo civico di Rovereto (foto Graziano Tavan)

“Da ben 32 anni, il mese di ottobre di ogni autunno roveretano è legato a uno degli eventi più importanti e impegnativi per la Fondazione Museo Civico che presiedo, cioè l’annuale rassegna di documentari dedicati alla valorizzazione e alla conservazione del patrimonio culturale mondiale, nata nel 1990 in memoria di uno degli studiosi più grandi della città di Rovereto, l’archeologo Paolo Orsi, uno dei padri della nostra istituzione che quest’anno compie 170 anni”, scrive Giovanni Laezza, presidente della Fondazione Museo Civico di Rovereto. “L’ho sempre considerata una straordinaria opportunità di arricchimento culturale, di scambio e di confronto.  Oggi, dall’interno dell’organizzazione, mi è ancora più chiara l’importante mission di questo evento. La memoria. Fare memoria del patrimonio, materiale e immateriale, che ci definisce, come donne e come uomini. Proprio da qui nasce l’idea del nuovo nome del Festival. RAM – Rovereto, Archeologia, Memorie. La RAM è la memoria operativa del computer, una memoria che lavora, che fa circolare informazioni e idee, e così vuole essere il nostro Festival. Non si può progettare il futuro con tutti gli strumenti necessari – continua – senza conoscere il nostro passato, la nostra storia, senza guardare con interesse e rispetto i popoli che ci hanno preceduto o che vivono anche oggi lontano da noi, con culture diverse. Al contempo, sono particolarmente soddisfatto del cambio di passo operato quest’anno, dei grandi nomi che hanno accettato di far parte, per la prima volta nella storia del Festival del neonato comitato scientifico, la scrittrice Isabella Bossi Fedrigotti, l’archeologa Barbara Maurina, l’antropologo Duccio Canestrini, lo sceneggiatore e fumettista Andrea Artusi. Sono fiero dello sforzo per aprirsi nei confronti della città e di un pubblico vasto, con un’offerta, oltre che del palinsesto cinematografico, anche di svariate occasioni per riflettere, per incontrare i numerosi ospiti, protagoniste e protagonisti del nostro tempo, per usufruire di corsi di formazione e di masterclass. Il Festival – conclude – rimane sì un appuntamento di alto livello, ma non è di nicchia. Oltre al teatro, esce per le strade cittadine, propone appuntamenti per i giovani, intreccia cultura, tradizioni e vita”.

Il teatro Zandonai di Rovereto dove si tengono le proiezioni dei film del Rovereto-Archeologia-Memorie (foto fmcr)

In programma, al teatro Zandonai, una sessantina di film con 16 prime italiane, 10 prime assolute e 2 prime internazionali. E qui balza subito all’occhio, scorrendo il programma, la differenza rispetto al passato. C’è un’icona che precede il titolo del film e ne identifica la sezione, cioè il premio cui concorre. Un capitello identifica i 23 film che concorrono per il premio “Paolo Orsi”; una matita gli 11 film per il premio “Cultura animata”; un mappamondo i 13 film per il premio “Sguardi dal mondo” e per la menzione CinemAMoRE; e l’Italia i 12 film per il premio “L’Italia si racconta”. E per ognuno di questi premi c’è una specifica giuria qualificata che decreterà i vincitori nella cerimonia di domenica 17 ottobre, alle 18.40, e la chiusura del Festival.

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Lo chef Alfio Ghezzi

Gli Incontri al Bistrot. La novità della prima edizione di RAM è proprio lo sdoppiamento della sede. Non più al teatro Zandonai, ma all’Alfio Ghezzi Bistrot, sempre in corso Bettin come il teatro, e a pochi passi sull’altro lato della strada, al Mart. Sono su prenotazione, con posti limitati. Gli incontri diventano un aperitivo in compagnia degli ospiti del Festival, nella cornice del prestigioso locale dello chef stellato Alfio Ghezzi. Tre gli “Incontri” in calendario, sempre dalle 17 alle 18.30: il 14 ottobre 2021, con Andrea Augenti, docente di Archeologia medievale all’Università di Bologna, su “Il lungo viaggio dell’archeologia”, modera Andreas Steiner, direttore della rivista Archeo; il 15 ottobre 2021, con Tiziano Straffelini, geologo impegnato nel restauro della cattedrale parigina, su “Notre-Dame: tecnologie e progetti per il restauro del secolo”, modera Alessandra Cattoi, direttrice del RAM Film Festival; e il 16 ottobre 2021, con Andrea Artusi, sceneggiatore e disegnatore per la Sergio Bonelli Editore e conduttore del programma radiofonico Avamposto 31, su “Il fumetto tra storia e fiction: Martin Mystère a Venezia”, modera Marco Nicolò Perinelli, archeologo e giornalista.

“Frutto di un percorso in divenire, la Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico si presenta oggi con la nuova veste del Festival”, spiega Alessandra Cattoi, direttrice del RAM Film Festival e della Fondazione Museo Civico di Rovereto. “Nato come momento per appassionati e addetti ai lavori, è cresciuto e si è trasformato in un appuntamento atteso dalla città e dai tanti affezionati che lo hanno frequentato con regolarità. Una manifestazione non solo roveretana, che negli anni ha proposto migliaia di film, organizzato centinaia di incontri, messo in rete registi, produttori, giovani talenti. Un evento che ad ogni edizione mette in campo il meglio di un team affiatato, creativo ed esperto, che si prende cura e fa crescere anno dopo anno quello che oggi è diventato il RAM film festival – Rovereto, Archeologia, Memorie. L’esplorazione delle migliori produzioni di documentari a tema archeologico – continua – rimane il cuore di una manifestazione che ha ampliato i propri orizzonti per raccontare antiche tradizioni, luoghi, popoli, lingue, monumenti, temi che rischiano di essere confinati in un cono d’ombra sul quale è invece importante mantenere la luce. Perché rappresentano il nostro patrimonio di culture, la memoria di tutti noi. Il Festival è certamente una rara occasione per promuovere la cultura cinematografica, per mostrare opere che non trovano riscontro nei circuiti commerciali, è anche un momento di confronto e di scambio tra professionisti, ma è soprattutto un’occasione per vivere quella straordinaria e particolarissima “atmosfera di Festival”. Spaziando dalle proiezioni dei film agli incontri, dalle passeggiate alle presentazioni di libri, dalle mostre agli aperitivi, il RAM Film Festival – conclude – vuole coinvolgere il suo pubblico e tutta la città di Rovereto, protagonista di un evento culturale che ci auguriamo sia davvero speciale”.

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Il museo della Città a Rovereto, ospitato a Palazzo Sichardt (foto fmcr)

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Logo della mostra “C’era una volta la peste: Venezia e Rovereto”

Ci sono poi gli eventi speciali. Il 13 ottobre 2021, alle 18, al museo della Città, inaugurazione della mostra “C’era una volta la peste: Venezia e Rovereto. Le misure di contenimento del morbo tra ‘500 e ‘600” in collaborazione con la Fondazione Querini Stampalia – Venezia. La mostra si potrà visitare fino al 9 gennaio 2022. In concomitanza con il RAM Film Festival, da giovedì 14 a sabato 16 ottobre, apertura straordinaria dalle 10 alle 20.30, domenica 17 ottobre, dalle 10 alle 18, con ingresso gratuito per i partecipanti al festival. Inoltre, venerdì 15 ottobre, alle 14.30, visita guidata alla mostra con ingresso gratuito per i partecipanti al Festival. Partecipazione gratuita, posti limitati; su prenotazione: 0464 452820 – rassegna@fondazionemcr.it

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La regista Leni Riefenstahl durante le riprese di Olympia nel 1936 a Berlino (foto Bundesarchiv)

Giovedì 14 ottobre 2021, alle 20.45, al teatro Zandonai, “1936: l’Olimpiade che ha cambiato il cinema”: storie di uomini e di sport e Grande Storia si intrecciano attraverso gli “sguardi” della regista Leni Riefenstahl nel racconto di Federico Buffa. Leni Riefenstahl fu incaricata da Hitler di realizzare un documentario delle Olimpiadi del 1936 a Berlino, il primo in assoluto, che raccontasse la più importante avventura dello Sport mondiale. Un documentario che ha attraversato Storia e storie, che ha sperimentato tecniche nuove e che ha rivoluzionato per sempre la nostra visione dello sport e del cinema.

Il maestro Leandro Piccioni (dietro, al centro) con il Quartetto Pessoa (foto fmcr)

Sabato 16 ottobre 2021, alle 20.45, al teatro Zandonai, “Musica per il cinema”, un emozionante percorso musicale fra le più belle colonne sonore del cinema, con i brani più celebri del geniale compositore italiano passando per il tango argentino di Astor Piazzolla. Il RAM Film Festival vuole così rendere omaggio al genio indiscusso delle colonne sonore, scomparso nel luglio del 2020 all’età di 91 anni dedicandogli il concerto “Omaggio a Ennio Morricone”, per pianoforte e quartetto d’archi con Leandro Piccioni & Quartetto Pessoa. Evento gratuito, posti limitati.

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Frame del film film “Songs of the Water Spirits” di Nicolò Bongiorno

Domenica 17 ottobre 2021, alle 16.30, al teatro Zandonai, “Raccontando l’india: il Ladakh”. Nicolò Bongiorno, regista di “Songs of the Water Spirits”, racconta il film realizzato nel Ladakh in India, dialogando con l’antropologo Duccio Canestrini. Proiezione del film fuori concorso “Songs of the Water Spirits / Le canzoni degli spiriti dell’acqua” di Nicolò Bongiorno (Italia 2020, 100’). Il film è il risultato di 3 anni di lavoro sul campo nell’Himalaya Kashmiriano nel tentativo di raccontare la sfida di una società “laboratorio” incastonata tra i deserti di alta quota e alcune delle vette più alte e spettacolari del mondo, travolta dall’impatto dei cambiamenti climatici e alla ricerca di una “nuova” via verso un “antico futuro”.

La 32.ma Rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto diventa sezione del 1° RAM (Rovereto Archeologia Memorie) Film Festival. La città diventa protagonista. Dai temi archeologici alla tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e a nuovi stili comunicativi come l’animazione

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Gli elementi estratti dai reperti di antiche civiltà per dare forma al logo del RAM film festival di Rovereto (foto f

Prendi l’’occhio di Horus (che rappresenta anche lo sguardo del cinema), aggiungici il profilo delle maschere azteche e combinalo con quello dei Moai dell’Isola di Pasqua. Risultato? Il logo del “nuovo” festival della Fondazione Museo Civico di Rovereto: RAM film festival, cioè Rovereto – Archeologia – Memorie film festival. Il nuovo logo è stato studiato, interpretando gli input dello staff del Festival, dall’agenzia di comunicazione Archimede di Trento, un logo modernissimo ma ispirato a grandi civiltà antiche. Nuovo nel nome e in parte nei contenuti perché la “storica” Rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto, dopo aver rappresentato per più di trent’anni il punto di riferimento nazionale della miglior produzione documentaristica sulla ricerca e la divulgazione archeologica, non va in “pensione” ma viene inglobata nel rinnovato festival roveretano – diventandone una sezione – previsto su 5 giornate, da mercoledì 13 ottobre a domenica 17 ottobre 2021, al teatro Riccardo Zandonai di Rovereto, con eventi al museo della Città della Fondazione Museo Civico di Rovereto, e in altri spazi di rilievo culturale sul territorio. È comunque prevista la diffusione dei contenuti anche attraverso piattaforma digitale, sulla quale potrebbero essere inseriti anche webinar e workshop. Partner editoriali nazionali in grado di amplificare l’attività della kermesse sono National Geographic e la rivista Archeo.

rovereto_ram-film-festival_logo-colori_foto-fmcr.jpg.pngNel 2021, dopo 31 fortunate edizioni, la formula del tradizionale festival documentaristico roveretano autunnale “Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico” della Fondazione Museo Civico si rinnova dunque allargando i temi archeologici alla più ampia tematica della tutela e valorizzazione del patrimonio culturale sia materiale che immateriale e su nuovi stili comunicativi come l’animazione. Il focus si amplia sulla città ospitante, che diventa protagonista della manifestazione. La memoria RAM è universalmente conosciuta in informatica ed elettronica come la memoria operativa del computer. Analogamente anche il RAM film festival si pone come una memoria fattiva, uno strumento per la conservazione e valorizzazione attiva, attraverso il cinema documentario e la voce di esperti e testimonial, di ciò che non deve essere dimenticato, il patrimonio dell’umanità.

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Isabella Bossi Fedrigotti, presidente comitato scientifico RAM film festival

Il 1° RAM film festival (con la 32.ma rassegna internazionale del cinema archeologico) è organizzato dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto, con il sostegno del Comune di Rovereto, della Provincia Autonoma di Trento e della Fondazione Caritro, con il patrocinio del Ministero per i Beni e  le Attività Culturali e del Ministero degli Esteri. Novità di questa edizione, con l’ampliamento degli ambiti di narrazione del patrimonio, è anche la nascita di un prestigioso comitato scientifico, presieduto da Isabella Bossi Fedrigotti, giornalista e scrittrice, roveretana di nascita, che vive a Milano dove scrive per il Corriere della Sera. Gli altri componenti sono: Barbara Maurina, archeologa classica, dal 1999 conservatrice della Sezione Archeologia della Fondazione Museo Civico di Rovereto; Andrea Artusi, disegnatore e sceneggiatore, veneziano classe 1964; Duccio Canestrini, antropologo, roveretano, insegna Sociologia e antropologia del turismo al Campus di Lucca (Università di Pisa).

Il teatro Zandonai di Rovereto dove si tengono le proiezioni dei film della Rassegna internazionale del Cinema archeologico (foto fmcr)

“La Fondazione Museo Civico ha intrapreso in questi anni un percorso di rinnovamento su tutti i fronti, tenendo saldi i principi e le competenze che da sempre la contraddistinguono”, dichiara Giovanni Laezza, presidente della Fondazione. “Anche la Rassegna del Cinema Archeologico, dopo più di trent’anni di successi, cambia pelle e rivede identità, nome e contenuti, intraprendendo un coraggioso percorso di autoanalisi e di innovazione, interpretando gli input che ci arrivano dal contesto attuale, dagli autori e anche dal pubblico. Innovazione anche sul format, che si apre ancora di più alla città, con nuove sinergie e collaborazioni, che si aggiungono a quelle consolidate, nazionali e internazionali. Nuovissimo anche il Comitato scientifico, di cui vado particolarmente fiero, presieduto da Isabella Bossi Fedrigotti, con l’archeologa del Museo Barbara Maurina, l’antropologo Duccio Canestrini e  lo sceneggiatore, fumettista e animatore Andrea Artusi. Il programma sarà una sorpresa, che a breve sveleremo. Lo staff è al lavoro”.

rovereto_ram-film-festival_logo-BN_foto-fmcr.jpg“La Rassegna del Cinema Archeologico di Rovereto ha tracciato un percorso lungo oltre trent’anni, ispirato dal desiderio di valorizzare il contributo dato dalla città alla storia dell’archeologia, grazie ad alcuni suoi concittadini illustri come Paolo Orsi e Federico Halbherr, ricercatori e viaggiatori riconosciuti a livello internazionale”, sottolinea l’assessore Micol Cossali, che con il Comune di Rovereto sostiene da vicino l’iniziativa RAM Film Festival, “raccoglie questa eredità e la rilancia ampliando i suoi interessi per la storia dei popoli, del loro modo di vivere e di pensare, e scommettendo sul coinvolgimento di un nuovo pubblico con particolare attenzione alle generazioni più giovani. Il nuovo nome racconta in modo efficace questo importante progetto, radicato nel tempo e rivolto al futuro, alla scoperta delle molteplici tracce lasciate da un’umanità in continua trasformazione”.