23-25 ottobre 79 d.C.: gli ultimi tre giorni di Pompei raccontati ora per ora da Alberto Angela, ospite a Rovereto, e con un film di Massimo My
“Il 24 ottobre del 79 d.C. sembra un venerdì qualsiasi a Pompei, una città abitata da circa dodicimila persone che, come innumerevoli altre nell’Impero, lavorano, vanno alle terme, fanno l’amore. Ma alle 13 dal vicino Vesuvius si sprigiona una quantità di energia pari a cinquantamila bombe atomiche e, in meno di venti ore, sotto un diluvio ustionante di ceneri e gas, Pompei è soffocata da sei metri di pomici, mentre la vicina Ercolano viene sepolta sotto venti metri di fanghi compatti. Migliaia di uomini e donne cercano di scappare, invocano gli dèi, ma trovano una morte orribile. E solo in epoca moderna saranno scoperti alcuni dei loro corpi, contorti nella disperazione della fuga”. Dopo molti anni passati a studiare la zona vesuviana, con il supporto di archeologi e vulcanologi Alberto Angela ricostruisce come in presa diretta i giorni che ne segnarono il tragico destino nel libro “I tre giorni di Pompei” (Rizzoli, 2014).

Con il supporto di archeologi e vulcanologi Alberto Angela ricostruisce come in presa diretta gli ultimi giorni di Pompei
Venerdì 16 gennaio, alle 21, Alberto Angela sarà al cinema teatro Rosmini di via Paganini a Rovereto proprio per presentare i dettagli de “I tre giorni di Pompei” (Rizzoli, 2014). Naturalista e paleontologo, scrittore e giornalista, ricercatore rigoroso e divulgatore eccelso, Alberto Angela è infatti l’ospite d’onore del calendario di eventi promossi nel mese di gennaio dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto. “La presenza a Rovereto di Angela, che nel corso della serata dialogherà con il direttore artistico della Rassegna Internazionale del Cinema archeologico Dario Di Blasi”, ricordano i promotori, “è maturata nell’ambito dei rapporti di collaborazione stretti negli anni con la Fondazione di Borgo Santa Caterina: Angela era stato fra gli ospiti della Rassegna nell’ottobre del 2013”.
Alberto Angela nel suo libro individua alcuni personaggi storicamente esistiti – la ricca matrona Rectina, un cinico banchiere, un politico ambizioso – e li segue passo dopo passo, in un percorso che si può fare ancora oggi, per strade, campagne, case o locali pubblici. In questo modo, non solo ci fa scorrere davanti agli occhi la vita quotidiana (prima) e la morte (poi) come in un film mozzafiato, ma dà anche nuove, illuminanti risposte a intriganti interrogativi: perché nessuno si era accorto di vivere alle pendici di un vulcano-killer? Come mai alcune eleganti domus erano diventate laboratori artigiani? E che cosa legava Plinio il Vecchio, naturalista e ammiraglio scomparso nella tragedia, all’affascinante Rectina? Dettagliatissimo e aggiornato con gli studi più recenti, è un viaggio emozionante nel mondo antico, lo sconvolgente reportage di una tragedia, un libro unico che si legge come un romanzo e ha la profondità di un grande saggio. “È il 79 d.C., benvenuti a Pompei”.
http://www.sperimentarea.tv/ondemand/trailer-rassegna-2012-pompei
L’incontro di venerdì 16 sarà preceduto, alle 20.30, dalla proiezione del film-documentario “Pompei” di Massimo My (2011) proveniente dall’archivio cinematografico del Museo: scritto e diretto da Massimo My per la Mymax Edutainment, e Giorgio Iovino art director, Giorgio Capaci 3D supervisor, Luigi Vetrani, Giuseppe Giannattasio, Mattia Fabrizi, Lorenzo Raffi 3D modelling, lo straordinario filmato su Pompei è impreziosito da splendide ricostruzioni virtuali.
Al museo Archeologico di Napoli la mostra “Augusto e la Campania” chiude il bimillenario augusteo: in Campania nasce e si definisce il potere del princeps, a Nola il divo muore
Le celebrazioni del bimillenario della morte di Augusto (14 d.C. – 2014) non potevano avere una chiusura più appropriata: l’ultima mostra è a Napoli, cioè in quella terra di Campania dove, nella villa di Nola, il primo imperatore di Roma si spense. Con Augusto cambia il destino della Campania, dell’Italia e del Mediterraneo. Di qui l’idea della soprintendenza per i Beni archeologici di Napoli di raccontare nella mostra “Augusto e la Campania. Da Ottaviano a Divo Augusto. 14-2014 d.C.”, aperta fino al 4 maggio 2015 al museo Archeologico di Napoli, i luoghi della regione che lo videro protagonista nell’ascesa al potere. “Punto di riferimento costante nella cultura occidentale”, spiegano in soprintendenza, “la figura di Augusto offre inesauribili spunti di riflessione sulle dinamiche attraverso le quali il potere si afferma, si definisce e si trasforma. Proprio il particolare legame che unì Ottaviano/Augusto alla Campania, nella fase della conquista del potere e una volta al comando dell’impero, è il tema della mostra a lui dedicata, che chiude le celebrazioni del bimillenario della sua morte”. Centocinque reperti in undici sale, alcuni mai esposti al pubblico: la mostra, finanziata dalla Regione Campania attraverso fondi Por-Fesr 2007/13, e realizzata con la soprintendenza speciale di Pompei Ercolano e Stabia, è curata da Carmela Capaldi docente di Archeologia greca e romana all’ateneo “Federico II” di Napoli e Carlo Gasparri. I pezzi provengono dell’Archeologico di Napoli, da Pozzuoli, Capri, e della Curia partenopea.

Il “divo” Augusto accoglie i visitatori della mostra “Augusto e la Campania” all’Archeologico di Napoli
Il contatto del visitatore con il “Divo Augusto” è immediato. All’ingresso della mostra di Napoli la statua di Augusto “accoglie” il pubblico al varco multimediale, dove – su un grande schermo – viene proiettata la storia dell’imperatore in Campania. Una serie di sale poi accompagnano i visitatori alla scoperta del forte legame che unì Ottaviano alle terre dei Campi Flregrei, di Napoli e di tutti i centri che raggiunse prima di esalare l’ultimo respiro vicino Nola (apud Nolam). Dalla celebrazione della coppia imperiale (Augusto e Livia), alla descrizione della dinastia Giulio-Claudia e sino ai grandi cambiamenti politici e sociali successivi alla pax augustea, i visitatori hanno modo di vedere da vicino tutte le testimonianze materiali dell’epoca di maggiore splendore di Roma: statue, lastre in marmo, intonaci pompeiani, vasi ed altri oggetti della vita quotidiana, arricchiscono la mostra che ripercorre la vita di Augusto che – in oltre quarant’anni – cambiò per sempre la storia dell’impero.

La lastra marmorea con l’iscrizione dei Giochi Isolimpici recuperata l’anno scorso nel cantiere del metrò di piazza Nicola Amore, che ha incisi in greco i vincitori di giochi celebrati a Napoli in onore di Augusto
Il percorso della mostra ricostruisce quasi cinematograficamente la parabola di Augusto, la storia dell’uomo, dell’uomo di potere e del dio. Seguiamo lo sviluppo delle 11 sale in cui si articola la mostra, frutto di una positiva sinergia tra soprintendenza e università Federico II di Napoli. L’imponente statua in marmo che – come detto – apre il percorso lo raffigura come Divus, uomo tra gli dei, dopo la consacrazione sancita dal Senato (sala I). Il tema degli onori divini resi alla coppia imperiale, Augusto e Livia (II), precede la presentazione della famiglia giulio-claudia (III) e la sezione dedicata al pantheon augusteo (IV). Il racconto delle fonti storiche sul viaggio compiuto dal princeps in Campania poco prima della morte è il tema delle sale successive, nelle quali sono esposte opere provenienti da Pozzuoli (VI), Capri (VI), Napoli (VII), i centri che egli toccò prima di dirigersi a Nola, dove morì nella villa paterna nell’agosto del 14 d.C. Da qui partì il corteo funebre, sostando di giorno nelle città disposte lungo la via Appia (VIII), per giungere a Roma, dove furono celebrati i funerali di stato. Augusto lasciava così per sempre la Campania nella quale, giovane erede designato da Cesare, aveva cercato consensi e aveva posto nei Campi Flegrei la base delle operazioni militari contro Sesto Pompeo (IX). Grandi trasformazioni investirono la regione negli ultimi anni delle repubblica e nella prima età imperiale, quando la pax augustea, enfatizzata dalla chiusura a Roma del Tempio di Giano (3 a.C.), accrebbe le manifestazioni del consenso alla politica del principe da parte dei ceti dirigenti locali, influenzandone la vita pubblica (X) e quella privata (XI). Per l’occasione sono state esposte opere importanti ma sconosciute come il cratere di Gaeta, e sono stati restaurati pezzi di recente acquisizione, come la statua di Marte, esposta la prima volta, affiorata nel 2006 durante gli scavi nel Foro di Cuma, o la lastra marmorea con l’iscrizione dei Giochi Isolimpici recuperata l’anno scorso nel cantiere del metrò di piazza Nicola Amore, che ha incisi in greco i vincitori di giochi celebrati a Napoli in onore di Augusto. La mostra non si esaurirà alla data di chiusura, nel maggio dell’anno prossimo: molte delle opere resteranno nell’esposizione permanente del museo Archeologico a completamento del grande sistema del museo di Napoli. La mostra può essere seguita anche con un’app.
Gli itinerari campani. “Abbiamo scelto di finanziare questa grande iniziativa che consideriamo un elemento di promozione e valorizzazione del territorio che deve obbligatoriamente andare al di là dei confini campani e rilanciare il museo archeologico su scala internazionale”, spiega l’assessore al Turismo e beni Culturali della regione Campania, Pasquale Sommese, che ha presentato la mostra insieme alla soprintendente Maria Elena Cinquantaquattro e alla direttrice del museo Valeria Sanpaolo. “I legami tra Augusto e la Campania sono testimoniati in modo oggettivo e da qui bisogna partire per rivendicare l’orgoglio delle nostre radici ed esaltare la storia e la bellezza dei nostri luoghi. I dati parlano di un aumento del 58% dei visitatori in Campania e quindi il turismo diventa ancora di più l’unica risorsa che abbiamo per il rilancio”. Non è un caso che legati e a completamento della mostra siano previsti degli itinerari campani augustei a Baia, Boscoreale, Cuma, Ercolano, Napoli, Nola, Pausilypon, Pompei, Pozzuoli. “Al termine delle guerre civili (battaglia di Azio 31 a.C.)”, ricordano i curatori, “la Campania partecipa ad un vasto programma di colonizzazione e distribuzione agraria ai veterani. La concentrazione di colonie campane è di per sé una spia dell’interesse di Augusto per la regione e indizio della creazione di una base di consenso. È in Campania che si circostanzia quel motivo della pietas, che costituisce l’idea-guida dello stato augusteo. Il motivo delle origini troiane della gens Iulia, costituisce un formidabile strumento di legittimazione dinastica che trova nei Campi Flegrei, l’opportuna ambientazione per la storicizzazione del mito. Parallelamente alla definizione del nuovo sistema politico prende forma anche in Campania un nuovo linguaggio figurativo che di quel sistema si fa portavoce. La ricorrenza del bimillenario della morte di Augusto fornisce, così, l’occasione per una indagine a tutto campo sulle dinamiche di quel processo che vide la Repubblica romana scomparire e fare spazio al nuovo sistema politico che Augusto qualificava in un editto come optimus status”.
Appuntamento agli scavi di Pompei per la vendemmia 2014: dalle uve raccolte il vino “Villa dei Misteri”, un “pompeiano IGT rosso”
Dove si va domani? A vendemmiare a Pompei. Sì, avete capito bene. Domani, 22 ottobre, torna per la quindicesima volta – è quindi ormai una tradizione – la vendemmia agli scavi di Pompei. La raccolta delle uve nei vigneti dell’area orientale della città antica potrà essere seguita infatti anche dal pubblico che visita l’area archeologica. L’evento che si rinnova per il quindicesimo anno, sarà occasione per presentare le recenti attività del Laboratorio di Ricerche Applicate della soprintendenza e soprattutto le ultime novità a supporto dei vari studi di approfondimento. Tra queste le recenti convenzioni con l’Ordine Nazionale dei Biologi per l’analisi dei rischi e dei danni correlate alla presenza di microrganismi sui reperti, nonché la convenzione con l’Istituto Superiore di agraria “Vesevus Cesaro” per l’implementazione delle attività svolte nell’Orto Botanico e nell’Orto didattico. L’appuntamento per i giornalisti è alle 11 al vigneto della Casa della Nave Europa. Mentre I visitatori potranno assistere al taglio delle uve presso i vigneti del Foro Boario che resterà aperto al pubblico a partire dalle 13.
Nell’incontro con i giornalisti saranno presenti il soprintendente Massimo Osanna, il dott. Ernesto De Carolis responsabile del Laboratorio di Ricerche applicate della soprintendenza e il prof. Piero Mastroberardino. Interverranno, inoltre, il prof. Gaetano Panariello, preside dell’Istituto “Vesevus Cesaro” e il prof. Aldo Mauri, tutor agronomo del progetto, il prof. Stefano Mazzoleni, direttore del museo di Storia Agraria di Portici, con il quale è da diversi anni attiva una proficua collaborazione di studi e il prof. Giovanni Rivelli, dell’Ordine nazionale dei Biologi. Al termine della vendemmia, i giornalisti interessati, potranno visitare il Laboratorio di Ricerche aApplicate dove sarà possibile osservare alcuni dei reperti botanici più interessanti conservati nella camera climatizzata, di cui la soprintendenza di Pompei, tra le poche in Italia, dispone.
Per il quindicesimo anno saranno dunque vendemmiate le uve dei vigneti coltivati, su circa un ettaro complessivo, all’interno dell’area archeologica. Le scorse annate hanno prodotto in media 30 quintali d’uva ciascuna. Le uve saranno poi lavorate per produrre il vino “Villa dei Misteri”. Nei primi anni il vino prodotto venne venduto all’asta, poi venne inviato alle ambasciate italiane per essere “ambasciatore” degli Scavi all’estero, attualmente viene commercializzato dalla casa vinicola Mastroberardino.
Nel 1996 la soprintendenza Archeologica di Pompei affidò proprio alla Mastroberardino il ripristino della viticoltura nell’antica città di Pompei, senza oneri per la soprintendenza. Un esperimento di archeologia applicata, per verificare sul campo quanto noto sulla pratica vitivinicola degli antichi romani che proprio nell’attuale Campania aveva la sua area di eccellenza. Nel 2001 si è avuto il primo raccolto significativo, la prima vinificazione e l’affinamento in legno del primo vino dell’antica Pompei, prodotto in appena 1721 bottiglie. Secondo la classificazione ufficiale il “Villa dei Misteri” è un “Pompeiano IGT rosso”, da uvaggio Aglianico, Piedirosso e Sciascinoso.
Al Colosseo “La biblioteca infinita”: ricostruiti I luoghi del sapere nel mondo greco-romano. Presentate le scoperte fatte a Roma al tempio della Pace ai Fori Imperiali, e agli “auditoria” di Adriano
Quando, nel mondo antico, si parla di biblioteche, il pensiero corre subito a quella più famosa di tutte, la Biblioteca di Alessandria, che nell’immaginario collettivo è “la” biblioteca. Ma nel mondo greco-romano la lettura era presente e più diffusa di quel che si possa pensare. Di qui l’esistenza di luoghi deputati alla conservazione dei volumi (cioè i rotoli con i testi su pergamena o papiro: in latino “volumen” significa proprio rotolo) e luoghi deputati alla loro lettura, come gli “auditoria” dove si leggevano testi a voce alta: oggi diremmo ambienti riservati al “reading”. Proprio la scoperta degli “auditoria” di Adriano in piazza Madonna di Loreto a Roma nel 2008, durante gli scavi preventivi alla costruzione della linea C della metropolitana, nonché l’esigenza di dare una lettura organica ai risultati delle indagini archeologiche finora eseguite, e tuttora in corso, nel “templum Pacis”, lungo via dei Fori Imperiali, considerato una delle meraviglie di Roma, scavi che hanno restituito inediti reperti, hanno fatto nascere l’idea della mostra “La biblioteca infinita. I luoghi del sapere nel mondo antico” allestita fino al 5 ottobre nel più famoso monumento del mondo antico, il Colosseo. Nei suggestivi ambulacri dell’anfiteatro flavio 120 opere tra statue, affreschi, rilievi, strumenti e supporti di scrittura, alcune delle quali – come quelle provenienti dal “templum Pacis” – presentate per la prima volta, raccontano l’evoluzione del libro e della lettura nel mondo greco-romano dall’età ellenistica al tardo antico, ma descrivono anche i luoghi pubblici e privati dove si scambiava e si custodiva il sapere. Così, per l’occasione, i monumentali ambulacri del Colosseo sono stati “rivestiti” di “armaria”, le antiche scaffalature, e di immagini degli spazi dedicati alla cultura in un inedito allestimento scenografico.

Gli “armaria”, le scaffalature delle biblioteche greco-romane, ricostruite negli ambulacri del Colosseo
Dopo “Roma caput mundi, una città tra dominio e integrazione” (2012) e “Costantino 313 d.C.” (2013), la rassegna prosegue, idealmente, il viaggio alla scoperta della cultura ellenistica e romana. In questo caso, spiegano i curatori Roberto Meneghini e Rossella Rea, “l’idea di indagare i luoghi del sapere a Roma e nei territori di cultura ellenistica conquistati dai romani è nata da due fattori contingenti: la scoperta a Roma, a partire dal 2008, degli “Auditoria” di Adriano a piazza Madonna di Loreto, e l’esigenza di ricomporre in un contesto unitario i risultati delle indagini archeologiche finora eseguite, e tuttora in corso, nel templum Pacis”. L’evento è promosso dalla soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma e dalla soprintendenza Capitolina ai Beni Culturali, in collaborazione con Electa, superando di fatto l’incredibile situazione gestionale dei Fori di Roma, divisi tra le due amministrazioni, statale e comunale.

Al Colosseo la mostra “La biblioteca infinita. I luoghi del sapere nel mondo antico” fino al 5 ottobre
La mostra “La biblioteca infinita. I luoghi del sapere nel mondo antico” riprende nel titolo una definizione cara allo scrittore argentino Jorge Luis Borges, che nei suoi testi “La biblioteca di Babele” e “Del culto dei libri”, definisce la biblioteca “interminabile”, “illimitata” e “infinita”. “Tutte definizioni – spiegano i curatori – che sottendono un unico concetto: la biblioteca è la sede della cultura e, in quanto tale, non ha limiti perché coincide con l’universo, dunque ciò che caratterizza la cultura è la sua universalità”. La rassegna propone dunque 120 lavori, fra statue, affreschi, rilievi, strumenti e supporti di scrittura, inseriti in un allestimento scenografico che ricostruisce le antiche scaffalature delle biblioteche, le cosiddette “armaria”. Fra le opere più significative esposte negli ambulacri del Colosseo, la statuetta in avorio di Settimio Severo seduto in adlocutio, conservata al museo nazionale Romano e portata al Colosseo solo per l’inaugurazione della mostra; l’affresco con instrumentum scriptorium da Pompei (Casa di Marco Lucrezio, 45–79 d.C), oggi al museo archeologico di Napoli; e la statua di Areté (la Virtù) dalla Biblioteca di Celso ad Efeso (II secolo), proveniente dal Kunsthistorisches museum di Vienna. Ma anche gli affreschi inediti che un tempo decoravano il teatro di Nemi con gli “strumenti del mestiere”, e perfino alcuni testi che risultano leggibili, e adesso si tenterà di tradurre. E poi gli affreschi pompeiani, i busti di filosofi, letterati e imperatori, le piccole teste in avorio che riproducono Settimio Severo e di Giuliano l’Apostata, con la funzione di segnalibro negli scaffali di rotoli in papiro del “templum Pacis”. Edificato vicino ai Fori di Cesare e Augusto nel 70 d.C. dall’imperatore Vespasiano, dopo le terribili guerre civili, il “templum Pacis” fu un santuario dedicato alla pace, ma anche un centro di cultura con un’importante raccolta d’arte greca e romana e con la “bibliotheca Pacis”, attorno alla quale orbitarono numerosi intellettuali. “Si tratta di capolavori di arte antica – spiega la curatrice Rossella Rea – soprattutto il piccolo ritratto dell’imperatore, presente nella biblioteca del Tempio della Pace in qualità di scrittore”. Quel luogo del sapere venne distrutto da un incendio (ma lo splendido monumento venne fatto ricostruire), le tracce del quale sono ancora ben visibili sulla bellissima statuetta. “Il reperto – continua Rea – è troppo prezioso e delicato. Per questo dopo l’inaugurazione è tornato nel caveau climatizzato che lo protegge, per essere sostituito da una copia. La nostra speranza è comunque che, dal momento che le ricerche proseguono lungo la via dei Fori Imperiali, riemergano altri reperti di questa qualità”. Cantieri aperti anche a piazza della Madonna di Loreto, dove sono venuti alla luce gli “auditoria” di Adriano: “Fra poco dovrebbe cominciare il restauro – aggiunge Rea-, per fortuna la zona regge bene la pioggia e inoltre la Metropolitana non impatta. La costruzione si potrà ammirare dall’esterno, mentre gli interni si potranno visitare in piccoli gruppi e naturalmente su prenotazione”.
Il percorso della mostra si snoda in sette sezioni: La lettura nel mondo antico; Come leggevano gli antichi; Le biblioteche ellenistiche, centri di cultura e di trasmissione del sapere; Le biblioteche private nel mondo romano: l’esempio della Villa dei Papiri; Le biblioteche pubbliche; Il Templum Pacis e Le biblioteche dal mondo antico al mondo moderno. L’excursus storico della mostra parte dunque dal periodo ellenistico documentando le grandi biblioteche dell’antichità, prima fra tutte quella di Alessandria d’Egitto, edificata nel III secolo a.C, la più famosa e vasta con 490mila volumi. La Biblioteca di Pergamo, sua rivale, dovette subire da Tolomeo V una sorta di embargo. Il faraone vietò infatti l’esportazione di papiro per arginarne la concorrenza, ma Pergamo rispose con l’invenzione della pergamena (fogli ricavati dalla pelle di pecora). La narrazione proposta in mostra è vivace, e si sviluppa fra numerosi reperti che testimoniano l’importanza di preservare la memoria, filosofica e scientifica, attraverso la creazione di testi, da custodire all’interno di luoghi protetti, come appunto gli “auditoria”, sale destinate all’ascolto di pubbliche letture (recitationes), compiute rigorosamente ad alta voce. La rassegna illustra anche i templi e i santuari romani che cominciarono a ospitare i centri del sapere, “luoghi tutt’altro che silenziosi – conclude Rea – fatti di scambi, di dibattiti, veri centri polifunzionali per ammirare l’arte, ascoltare la musica, il teatro e la lettura”. A raccontarlo gli affreschi di Nemi, quelli pompeiani, marmi e bronzi dai maggiori musei.
La villa dei Papiri di Ercolano rivive a Madrid
La ricostruzione virtuale alla Casa del Lector con in mostra un centinaio di reperti
Conoscere tecniche e scritture degli antichi, per capire e assimilare il lungo percorso della lettura fino ai nostri giorni. È l’ambizioso progetto che il direttore della Casa del Lector di Madrid ed ex ministro della Cultura, Cesar Antonio Molina, ha concepito nella mostra “La villa dei Papiri” aperta fino al 23 aprile 2014 nella prestigiosa sede della fondazione spagnola German Sanchez Ruipierez, all’interno della cittadella culturale dell’ex matadero (mattatoio) di Madrid.
Così, insieme a un centinaio di preziosi reperti archeologici provenienti dagli scavi di Ercolano – dai papiri agli affreschi staccati -, per la prima volta sarà possibile “vedere” , ma sarebbe meglio dire “vivere”, la grandiosa villa dei Papiri, paragonabile per importanza e fama alla villa dei Misteri di Pompei, come neppure la visita agli scavi archeologici di Ercolano può regalare (l’accesso al pubblico è limitato), grazie a una ricostruzione virtuale in 3D. In questo percorso culturale è stata fondamentale la collaborazione con il Museo Archeologico Virtuale di Ercolano, la Biblioteca nazionale e il Museo archeologico nazionale di Napoli, che insieme alla Casa del Lector di Madrid hanno concepito la mostra.
Una biblioteca unica di duemila anni fa
Ma perché proprio la villa dei Papiri? Già la sua denominazione ce lo fa intuire. Correvano gli anni alla metà del XVIII sec., periodo importante perché segna l’inizio della ricerca archeologica nel senso moderno del termine. I Borboni avevano promosso le ricerche a Pompei, rimasta sepolta nel 79 d.C. dalla cenere dell’eruzione del Vesuvio che fissò come in un’istantanea – talora dai risvolti drammatici – la vita quotidiana di un ricco centro urbano di duemila anni fa. Nello stesso periodo grazie a pozzi e cunicoli scavati a fatica in quasi trenta metri di lava solidificatasi nei secoli sull’antico porto romano, iniziarono le ricerche anche a Ercolano.
L’esplorazione della villa dei Papiri, scoperta casualmente qualche tempo prima grazie all’apertura di un pozzo, iniziò nel 1750, sotto la direzione di Rocque de Alcubierre, presto affiancato da Kark Weber che negli anni successivi avrebbe realizzato le uniche piante dell’edificio antico. In pochi anni furono esplorati alcuni ambienti, riportati in pianta con precisione nel 1764 (un anno prima della chiusura delle ricerche per presenza di gas velenosi, ricerche che sarebbero state riprese soltanto nel 1980): proprio su quest’ultima pianta Jean Paul Getty, costruì a Malibù a grandezza naturale una riproduzione della villa, che prima fu la sua abitazione privata e poi divenne il famoso museo a lui dedicato. Tra il 1750 e il 1765 fu riportato alla luce un gran numero di sculture: a oggi ne conosciamo 58 in bronzo e 29 in marmo. Ma la scoperta che più scosse gli studiosi di tutto il mondo fu annotata sui diari il 19 ottobre 1752: dalle viscere della terra, da un ambiente vicino al peristilio che poi si sarebbe rivelato come la biblioteca, emersero 1826 rotoli di papiro carbonizzati, custoditi in alcune casse e avvolti in scorze di legno, alcuni dei quali andati perduti o perché originariamente creduti semplice pezzi di carbone o perché irrimediabilmente danneggiato durante la fase di srotolamento per effettuarne una possibile lettura. Quella trovata nel 1752 a Ercolano è finora l’unica biblioteca classica giunta fino a noi: una scoperta straordinaria che ovviamente diede il nome alla villa.
La mostra: dagli stili e calamai ai papiri
La mostra di Madrid, come detto, propone un approccio al tema della scrittura e della lettura all’epoca degli antichi romani, sia in ambiente pubblico sia privato. «Un’iniziativa senza precedenti» per la sua tematicità, che «unisce al grande rigore scientifico la spettacolarità e la finalità didattica», come ha sottolineato Nicola Oddati, curatore dell’esposizione assieme allo spagnolo Carlos Garcia Gual. Il percorso espositivo – realizzato con il contributo del Museo Archelogico Nacional di Madrid, la Real Academia de Bellas Artes de San Fernando, il Patrimonio Nacional e il Museo di Scienze Naturali Csic – è articolato in due parti.
La prima parte, “Lectura, Herculano, ’79”, fissa il modo di leggere e scrivere nell’antica Roma, attraverso gli strumenti artigianali originali usati – stilus, tavolette cerate, calamai – e soprattutto, i papiri custoditi dalla Biblioteca nazionale di Napoli, i rotoli impilati a triangolo sopravvissuti sotto montagne di cenere. Straordinarie testimonianze del passato, che rivivono nella spettacolare ricostruzione virtuale e degli ambienti fatta dal Mav, con installazioni multimediali e interattive ad hoc. “La grandezza e la bellezza della mostra parlano da sole: innovativa e coraggiosa”, ha osservato il direttore del Mav, Ciro Cacciola. “Il primo esempio in Europa che fonde e integra perfettamente archeologia e tecnologia. E ricostruisce virtualmente la villa, che nella realtà è visibile solo in parte”.
La seconda parte dell’esposizione, intitolata ‘Relecturas, Herculano, 1750’, è una rilettura del passato, dedicata agli scavi archeologici voluti da Carlo III e ai libri del VIII secolo – con due esposizioni bibliografiche – che comunicarono quelle scoperte all’intera Europa. È in questa sezione che è esposto l’unico papiro che si conserva integro, il celebre Papiro Lungo, di ben 3,40 metri, che “ha lasciato per la prima volta la Sala Giacinto Gigante della Biblioteca Nazionale di Napoli, seguendo meticolose norme di sicurezza”, come ha ricordato il direttore della Biblioteca nazionale, Mauro Giancaspro. Ma c’è anche la macchina per srotolare i papiri, ideata dall’abate Antonio Piaggio, anche questa alla sua prima “escursione” all’estero.




























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