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Egitto. Scoperto ad Abydos il più antico birrificio del mondo dalla missione egiziano-americano diretta da Matthew Adams. Risale all’epoca di Narmer (I dinastia). Forniva la birra usata nei rituali funebri

L’area di scavo nella zona nord di Abydos (Egitto) dove è stato scoperto il più antico birrificio del mondo dalla missione egiziano-americana diretta da Matthew Adams (foto ministry of Tourism and Antiquities)

Scoperta in Egitto la più antica fabbrica di birra ad alta produzione del mondo: risalirebbe a 5mila anni fa. A scoprirla nella zona Nord di Abydos, provincia di Sohag, la missione archeologica congiunta egiziano-americana, guidata da Matthew Adams della New York University e da Deborah Fishak della Princeton University. In realtà il sito era stato visto da alcuni archeologi britannici all’inizio del XX secolo, ma la sua posizione non era stata determinata con precisione, e solo l’attuale spedizione è stata in grado di individuarla e scoprire che si trattava di un birrificio.

Alcune delle 40 vasche del birrificio scoperto ad Abydos risalente all’epoca del re Narmer (I dinastia) (foto ministry of Tourism and Antiquities)
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I sostegni verticali in argilla delle vasche per la produzione della birra scoperte ad Abydos (foto ministry of Tourism and Antiquities)

“La fabbrica risale probabilmente all’era del re Narmer (I dinastia)”, ha affermato Mostafa Waziry, segretario generale del Consiglio supremo delle antichità. “Si compone di otto grandi sezioni con un’area di 20 metri di lunghezza x 2,5 metri di larghezza x 0,4 metri di profondità, che servivano come unità per la produzione di birra, in quanto ogni settore conteneva circa 40 vasche di coccio disposte su due file per riscaldare la miscela di grani e acqua, e ogni vasca è tenuta in posizione da leve in argilla poste verticalmente attorno ad anello”.

Una vasca di coccio dell’antico birrificio scoperto ad Abydos con ancora resti dei grani (foto ministry of Tourism and Antiquities)

Secondo Matthew Adams, capo della missione, “gli studi hanno dimostrato che la fabbrica produceva circa 22.400 litri di birra alla volta, e potrebbe essere stata costruita in questo luogo appositamente per assicurare la birra destinata ai rituali reali che si svolgevano all’interno delle tombe dei faraoni d’Egitto. E durante gli scavi in ​​queste strutture sono state trovate prove dell’uso della birra nei riti sacrificali”.

Road to Rome. A Vittorio Veneto la mostra “30 anni per Abydos – Egitto”: esperienze di Paolo Renier dal 1989 al 2019 con testimonianze fotografiche e ricostruzioni del tempio di Seti I. Primo passo verso la grande mostra di Roma

La locandina della mostra “30 anni per Abydos – Egitto” di Paolo Renier a Vittorio Veneto

Road to Rome. Se fossimo in ambito calcistico questo sarebbe l’incipit dell’iniziativa di Paolo Renier “30 anni per Abydos – Egitto”. Perché la mostra che il 31 agosto 2019 alle 18 apre alla Rotonda Villa Papadopoli di Vittorio Veneto (Tv) potrebbe essere considerata una prova generale, o almeno il primo step, verso l’obiettivo prestigioso: la Grande Moschea di Roma. Grazie infatti all’interessamento dell’Accademia d’Egitto a Roma e di Mariapia Ciaghi, direttrice de “Il Sextante”, Editoria-Comunicazione-Eventi di Roma, il complesso disegnato da Paolo Portoghesi potrebbe ospitare al suo interno, dove ci sono spazi notevoli adatti a esposizioni significative, le gigantografie di rilievi e architetture di Abydos e i plastici dei suoi monumenti più significativi realizzati da Paolo Renier con la collaborazione di Maurizio Sfiotti. Senza dimenticare che c’è un’altra sede espositiva prestigiosa che si è detta interessata al lavoro del fotografo (anche se il termine è riduttivo) trevigiano: è Villa Manin di Passariano (Ud), la dimora dell’ultimo doge di Venezia.

Andreas M. Steiner, direttore di Archeo

In attesa del “gran salto”, godiamoci l’esposizione di Vittorio Veneto che ripercorre i 30 anni di esperienze di Paolo Renier in Egitto, e in special modo ad Abydos, a partire proprio da quel 1989, lontano ormai ma che segnò una svolta nella vita di Renier, quando realizzò il suo primo viaggio in Egitto, partecipando a un tour promosso dalla rivista Archeo, diretta da Andreas M. Steiner con il quale nel tempo è nata una stretta amicizia. Non è un caso che proprio Steiner sia tra gli invitati d’onore alla vernice vittoriese. Dopo quel viaggio memorabile per Paolo, ne seguirono molti altri: 30 anni ininterrotti all’insegna del motto “Rispetto, conoscenza, valore” che è diventato un po’ il mantra di Renier. “È proprio in questo contatto diretto con l’Antico Egitto”, spiega, “in questo vivere quasi in simbiosi con la città sacra ad Osiride che mi resi conto che proprio in questo sito nasce la storia della regalità e monumentalità dei Faraoni”.

La stanza del sarcofago nell’Osireion ad Abydos (foto Paolo Renier)

Il fotografo Paolo Renier con l’egittologa Carla Alfano

L’egittologo Sergio Donadoni nel suo studio a Roma (foto Paolo Renier)

Anni di viaggi, ma anche di incontri e di eventi. Uno dei primi, e tra i più importanti, fu la piccola mostra fotografica su Abydos negli spazi dell’Accademia d’Egitto a Roma, nel 2004, con la presentazione dell’egittologa Carla Alfano: piccola ma sufficiente per far conoscere a tutti le capacità e gli obiettivi di Paolo Renier e, soprattutto, il suo amore per Abydos. Ma in quell’occasione non fu presentata solo la mostra fotografica ma anche il libro “Abydos, Egitto” che Renier scrive con il cuore: un viaggio emozionale di immagini e testi alla scoperta della città sacra ad Osiride, un reportage praticamente irripetibile – visto il degrado che ha colpito molti monumenti, a partire da quello più simbolico, l’Osireion – che incontra l’entusiasmo e l’approvazione del decano degli egittologi, Sergio Donadoni, il quale – nella prefazione – ha parole di ammirazione per la sensibilità di Renier fotografo nel solco di una tradizione che affonda nell’Ottocento. Tra gli invitati alla vernice di Roma c’era anche Roberto Giacobbo, all’epoca direttore del programma Voyager su Rai3 che nel febbraio 2005, memore della mostra all’Accademia d’Egitto, invitò Renier come fotografo in una spedizione In Egitto: “Fu in quell’occasione – ricorda – che ebbi modo di conoscere e di lavorare con Zahi Hawass, il più famoso egittologo egiziano, allora segretario del Consiglio supremo delle Antichità”.

Paolo Renier con l’archeologo Stephen P. Harvey dell’università di Chicago ad Abydos (foto Graziano Tavan)

Paolo Renier ad Abydos con l’egittologo Gunter Dreyer dell’università Tedesca del Cairo (foto Graziano Tavan)

È dalla mostra di Roma che nasce l’idea di un viaggio in Egitto, invitato dall’allora ministro egiziano alla Cultura, Farouk Hosny, incontrato nel suo ufficio al Cairo, e mirato su Abydos per incontrare i protagonisti, cioè i direttori delle missioni archeologiche ad Abydos. Così nel dicembre 2004 Paolo Renier spiega il suo progetto di valorizzazione di Abydos al responsabile della missione tedesca, Gunter Dreyer, lo scopritore a Umm el-Ghaab, nella zona Sud-Ovest di Abydos, dei primi ideogrammi e segni di scrittura databili a 5200 anni fa: straordinari reperti, iscritti su piccole tavolette in avorio o in pietra, testimonianze delle prime dinastie dei faraoni, oggi conservate al museo Egizio del Cairo e all’università tedesca al Cairo. E ancora, ecco l’incontro con gli egittologi americani Stephen P. Harvey, dell’università di Chicago, scopritore dell’ultima piramide (siamo ormai nel Medio Regno) nella zona a sud, vicino alle montagne, dove invece sono state trovate tracce dell’uomo preistorico di 200mila anni fa, e Matthew Adams, dell’università di New York, impegnato nella zona di Shunet el-Zebib, nella grande muraglia del faraone Khasekhemwy (2700 a.C.), un monumento in mattoni crudi con mura perimetrali alte anche 15 metri e larghe 4-5, che racchiudono un grande spazio vuoto, il cui significato e utilizzo lascia aperti ancora molti interrogativi.

Paolo Renier mostra le straordinarie immagini della stanza del sarcofago dell’Osireion di Abido

In questi anni, tra il 2003 e il 2005, Paolo Renier realizza la sua opera più preziosa: la ricognizione fotografica a 360 gradi del soffitto astronomico dell’Osireion. “Riuscii a entrare nella Stanza del Sarcofago con grande difficoltà”, racconta, ancora emozionato, “rischiando anche la vita, perché si camminava in un acquitrino putrido pieno di larve pericolose e su un pavimento irregolare, scivoloso e pieno di buche, purtroppo invisibili per la scarsa illuminazione e l’acqua melmosa. Ma sentivo che dovevo farcela, perché umidità e pipistrelli, insieme all’incuria dell’uomo, stavano minando irrimediabilmente l’integrità della stanza segreta del faraone Seti I”. E continua: “Feci varie riprese del soffitto, con i suoi bellissimi rilievi che raffigurano due scene della dea Nut”. È qui che incontra un altro egittologo, James Westerman, incaricato dal governo egiziano di studiare la provenienza e i livelli in continuo movimento dell’acqua ancora presente nel canale attorno all’isola centrale dell’Osireion. Un modo per cercare di capire i segreti di questo tempio, molto particolare, un unicum, con dieci pilastri in granito rosa di 80-90 tonnellate l’uno e un canale attorno all’isola centrale profondo una quindicina di metri. “Westerman con le sue ricerche geologiche”, interviene Renier, “è riuscito a definire quando fu costruito il tempio dell’Osireion, datandolo almeno al 4000/5000 a.C., quindi prima dei faraoni. Mi piace pensare che Seti I abbia scoperto e capito l’importanza di questo monumento e abbia deciso di costruire qui il suo tempio, inglobando l’Osireion, probabilmente per riti straordinari, legati probabilmente ai livelli della sua acqua purificatrice. Non dimentichiamo che l’Osireion è così chiamato perché gli antichi egizi ritenevano che custodisse la testa di Osiride”.

La locandina della mostra “Il tempio di Osiride svelato. L’Antico Egitto nell’Osireion di Abydos” al museo Archeologico nazionale di Firenze nel 2009

Il Progetto Abydos e le mostre. Ormai Paolo Renier e il suo Progetto Abydos per la conoscenza e la valorizzazione del sito sono una realtà. È il momento di allargare la platea. Vengono così organizzate alcune mostre che allargano le conoscenze e le collaborazioni. Si inizia nel 2006 con “Abydos, Egitto. Ricostruzione scenografica del sito di Abydos” nella prestigiosa cripta della basilica di San Lorenzo a Firenze, con il contributo di Maria Cristina Guidotti direttrice del museo Egizio di Firenze. L’anno successivo la stessa mostra viene proposta al Palazzo del Turismo al Lido di Jesolo (Ve), e nel 2008 passa nell’aula magna dell’istituto scolastico di Tarzo (Tv). Nel 2009 Renier torna a Firenze con “Il tempio di Osiride svelato. L’Antico Egitto nell’Osireion di Abydos”. Stavolta siamo nel cuore archeologico di Firenze. La mostra infatti viene ospitata nella sezione Egizia del museo Archeologico nazionale di Firenze, dove, con la direttrice Maria Cristina Guidotti, viene proposto un percorso di documenti fotografici e gigantografie insieme a splendidi reperti egizi del museo fiorentino.

Manifesto della mostra “Il tempio di Osiride svelato” alla Scuola Grande di S. Giovanni Evangelista a Venezia

La locandina della mostra “L’Osirion di Abydo. Viaggio nel cuore spirituale dell’Antico Egitto” nelle antiche scuderie di Dolo (Ve)

Nel 2012 la mostra diventa sempre più ricca. Alla Scuola Grande di San Giovanni Evangelista a Venezia va in scena “Il tempio di Osiride svelato”, mostra allestita tra un antico cimitero coperto e l’annessa bellissima chiesa di S. Giovanni Evangelista. “Non abbiamo mai visto un allestimento così in sintonia con le nostre particolari sale: Renier è riuscito a sposare i nostri ambienti religiosi con la spiritualità dell’Antico Egitto”, il commento del Guardian Grande della Scuola. Per l’occasione il museo Egizio di Firenze ha messo a disposizione ben 23 reperti tra cui un sarcofago con la dea Nut, restaurato e presentato per la prima volta, che dialogava idealmente con le raffigurazioni della dea Nut del soffitto astronomico riprodotto, grazie alle immagini di Renier, nella cappella centrale dell’altare della chiesa. A Venezia intervengono Matthew Adams dell’università di New York, Emanuele Ciampini dell’università Ca’ Foscari di Venezia e Alessandro Roccati dell’Accademia delle Scienze di Torino. Nel 2013 con la mostra “L’Osirion di Abydo. Viaggio nel cuore spirituale dell’Antico Egitto” nelle antiche scuderie di Dolo (Ve), Renier con l’egittologa di Ca’ Foscari, Federica Pancin, “ricrea” l’Osireion, la tomba di Osiride, cioè il luogo più sacro nella città più sacra dell’Egitto dei faraoni: Abydo, a 150 chilometri da Luxor, ai margini dei deserto occidentale, è la città di Osiride, il dio dell’Oltretomba ma anche della Rinascita, per tremila anni meta di pellegrinaggi dal faraone all’egiziano comune; la città dove le prime dinastie (solo dalla V le sepolture monumentali sono state spostate a nord, nella piana di Giza) hanno posto le loro tombe; la città che prima il faraone Seti I (XIX dinastia) e poi il figlio Ramses II hanno monumentalizzato (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2013/11/30/in-riva-al-brenta-losireion-di-abydo-e-i-misteri-dellantico-egitto/).

Maurizio Sfiotti durante i rilievi dell’Osireion ad Abydos, in Egitto

Il plastico dell’Osireion realizzato da Maurizio Sfiotti: in primo piano il Corridoio ipogeo

Nel 2014 un nuovo salto di qualità con la mostra a Palazzo Sarcinelli di Conegliano (Tv): “Egitto. Come faraoni e sacerdoti nel tempio di Osiride custodi di percorsi ormai inaccessibili” con la collaborazione dell’egittologa di Ca’ Foscari, Federica Pancin (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2014/09/09/lantico-egitto-a-conegliano-nella-mostra-a-palazzo-sarcinelli-viaggio-alla-scoperta-dei-misteri-di-osiride-ad-abido-dalla-stanza-del-sarcofago-con-il-soffitto-astronomico-in-scala-11-al-co/). La mostra è preceduta da un ennesimo viaggio-missione ad Abido. Stavolta ad accompagnare Renier c’è Maurizio Sfiotti, presidente dell’associazione culturale Osireion di Abydos, che realizza i rilievi necessari a realizzare in scala 1:20 i modellini del tempio di Seti I con le sette cappelle e dell’Osireion, ma anche le misure esatte del soffitto astronomico della Stanza del Sarcofago. Questi modellini vengono esposti proprio nella mostra di Conegliano. E, per la prima volta, è possibile toccare con mano il soffitto astronomico della stanza del sarcofago a ridosso dell’Osireion di Abido, posizionato con tutto il suo straordinario potere comunicativo in verticale in uno sviluppo che avvolge il visitatore.

Paolo Renier tra i pannelli della mostra a Vittorio Veneto (foto Graziano Tavan)

Nel 2015, grazie all’invito e alla collaborazione della associazione Zheneda e di Ceneda Arte e Cultura, Renier approda per la prima volta alla Rotonda Villa Papadopoli di Vittorio Veneto (Tv) con la mostra “Egitto. Il tempio del faraone Seti I: le sacre rappresentazioni” (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2015/04/24/lantico-egitto-a-vittorio-veneto-il-tempio-del-faraone-seti-i-ad-abido-nella-mostra-di-paolo-renier-alla-rotonda/), un allestimento del tutto originale dove, ovviamente, non manca l’esposizione in scala 1:1 del soffitto astronomico dell’Osireion di Abido (vero unicum che può permettersi di mostrare solo Paolo Renier) e un excursus su Abido, la città sacra dedicata a Osiride il dio dell’Aldilà e della resurrezione. Ma stavolta il focus è incentrato tutto sul grande faraone Seti I, il padre di Ramses II, sotto il cui regno l’arte egizia toccò uno dei suoi punti più elevati, un vero “rinascimento”. Tre anni dopo Renier è ancora a Vittorio Veneto con “Rispetto, Conoscenza e valore. 1989-2018, Paolo Renier per Abydos-Egitto” dove Renier presenta un racconto particolare in cui il protagonista è proprio lui o, meglio, la sua trentennale esperienza dedicata all’antico Egitto, tra incontri, scoperte e documenti fotografici (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2018/05/21/1989-2018-paolo-renier-per-abydos-egitto-a-vittorio-veneto-il-fotografo-trevigiano-racconta-per-immagini-e-emozioni-la-sua-trentennale-esperienza-dedicata-alla-citta-sacra-dei-fara/).

Franco Naldoni, ricercatore dell’associazione Archeosofica di Firenze, esperto di Egittologia

E siamo al 2019. Ancora a Vittorio Veneto, con “30 anni per Abydos – Egitto. Esperienze di Paolo Renier dal 1989 al 2019. Testimonianze fotografiche, ricostruzioni del tempio di Seti I”, a cura di Paolo Renier e Maurizio Sfiotti, in collaborazione con le associazioni Zheneda, Osirion Abydos, Archeosofica, aperta alla Rotonda Villa Papadopoli fino al 13 ottobre 2019. All’inaugurazione, sabato 31 agosto 2019, alle 18.30, Renier e Sfiotti insieme a Franco Naldoni dell’associazione Archeosofica di Firenze anticiperanno, con approfondimenti, alcuni temi che saranno trattati nella prossima grande mostra. Road to Rome.

È giusto ricostruire per anastilosi il Tempio G di Selinunte? A Venezia allo Iuav Valerio Massimo Manfredi dialoga con Lorenzo Lazzarini del Lama. Nel pomeriggio a Torcello l’archeologo-scrittore presenta il suo ultimo libro con “Aperitivo archeologico”

L’ammasso di rocchi di colonne effetto del crollo del tempio G di Selinunte

La locandina dell’incontro tra Manfredi e Lazzarini allo Iuav

Sulla collina orientale di Selinunte oggi si vede solo un informe ammasso di rocchi di colonne, più vicino a una ruina dantesca che a una vestigia antica. È quello che rimane di quello che oggi è noto come Tempio G, tempio greco di ordine dorico (VI-V sec. a.C.) dedicato agli dei olimpici e alle principali divinità della città di Selinunte (Zeus, Phebo, Apollo, Pasikrateia, Malophoros), che con i suoi quasi 55 metri di larghezza e 114 di lunghezza era uno dei più grandi dell’occidente greco, grande come quattro volte il Partenone. Giusto quindi rialzarlo dopo 2500 anni con una ricostruzione per anastilosi, come sostengono molti archeologi, o meglio lasciare i rocchi di colonne là dove sono approfondendo lo studio dei materiali per capire meglio i segreti di questo gigante dell’antichità, come sostengono altri studiosi? Con queste premesse si annuncia particolarmente interessante il dialogo su “Il Tempio di G di Selinunte. Progetto di anastilosi” tra l’archeologo Valerio Massimo Manfredi e il prof. Lorenzo Lazzarini, promosso dall’università Iuav di Venezia (dipartimento di Culture di Progetto, master Mi-Heritage sistemi interattivi e digitali per la restituzione e valorizzazione dei Beni culturali) e l’università Ca’ Foscari di Venezia. L’incontro è previsto alle 9.30, a Venezia a Palazzo Badoer nell’aula Consiglio, ma attenzione sarà lunedì 17 settembre 2018 (e non martedì 18, come inizialmente scritto nelle comunicazioni Iuav). L’ingresso è libero e aperto a tutti, ma i posti a disposizione per assistere al seminario sono limitati.

Un plastico che mostra come doveva essere il tempio G di Selinunte

Il Tempio G di Selinunte – come si diceva – è fra i più grandi santuario del mondo greco, grande come quattro volte il Partenone. È lungo 113,4 metri, 54,5 di larghezza, alto trenta metri. Le colonne quando erano in posizione verticale erano alte 16,27 metri, 3,2 metri di diametro e reggevano capitelli di sedici metri quadri e del peso di 32 tonnellate. La sua costruzione iniziò intorno al 530 a.C. e cessò con la distruzione di Selinunte a opera dei Cartaginesi nel 409 a.C. Al centro aveva un portico colonnato su più piani, che conduceva alla cella che custodiva la statua di culto. Nella cella fu rinvenuta dall’archeologo Cavallari il torso di una figura maschile, probabilmente un “gigante” forse atterrato da Zeus a cui doveva essere dedicato. Il gruppo doveva essere ispirato ad una scena di gigantomachia. Non fu mai completamente rifinito, ma sicuramente coperto e officiato. A poca distanza le cave di Cusa sono l’unico esempio superstite di un cantiere minerario dove ancora si possono vedere rocchi di colonne tagliati e quasi pronti per il trasporto.

L’archeologo e scrittore Valerio Massimo Manfredi

Tempio G di Selinunte: ricostruirlo o lasciarlo così com’è? Valerio Massimo Manfredi, archeologo, giornalista e scrittore italiano, autore di numerose pubblicazioni scientifiche e di saggi storici, che ha affiancato con felici esiti l’attività di studio e di ricostruzione storico-archeologica all’esercizio della scrittura letteraria, sul “Tempio G di Selinunte” in realtà a Venezia è già intervenuto. E in tempi recenti. Era il 21 giugno di quest’anno, quando Manfredi ha presentato a Torcello il progetto di ricostruzione per anastilosi del Tempio G di Selinunte (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/06/25/venezia-iuav-col-progetto-mi-heritage-e-ca-foscari-con-torcello-abitata-2018-insieme-per-il-patrimonio-lagunare-a-torcello-da-luglio-a-settembre-scavi-ar/). Ma in quell’occasione, per impegni diversi, non era stato possibile il contradditorio con Lorenzo Lazzarini, già direttore scientifico del LAMA, Laboratorio di Analisi di Materiali Antichi dello Iuav (oggi diretto dal prof.  Fabrizio Antonelli), e dal 2009 collabora per le indagini archeometriche con la missione archeologica sull’Acropoli di Selinunte dell’università di New York e della Statale di Milano. Il Lama è una delle eccellenze dello Iuav, conosciuta e richiesta in tutto il mondo, creato nel 1993, per svolgere attività didattica, di ricerca e di servizio per conto terzi nel campo dei materiali lapidei e litoidi usati in antico. Lo straordinario sviluppo tecnologico degli ultimi anni ha consentito alla scienza progressi prima impensabili, e quindi anche l’acquisizione di una grande massa di dati sui materiali storico-artistici dei beni culturali in generale, dati che sono di rilevante interesse per la caratterizzazione, datazione e conservazione dei beni culturali stessi. Lunedì 17 settembre 2018, alle 9.30, il dialogo tra Manfredi e Lazzarini sarà coordinato dai professori dello Iuav Monica Centanni e Giuseppe D’Acunto.

“Quinto comandamento”, l’ultimo libro (settembre 2018) di Valerio Massimo Manfredi

Doppio appuntamento con Manfredi. Ma per Valerio Massimo Manfredi l’incontro di lunedì mattina a Venezia non sarà l’unico impegno dell’archeologo-scrittore. Nel pomeriggio, alle 17, a Torcello è in programma un “Aperitivo archeologico” nell’area archeologica. L’iniziativa, che rientra nel progetto “Torcello abitata” dell’università Ca’ Foscari in collaborazione con l’università Iuav di Venezia, prevede una breve visita agli scavi, toccando materialmente la ricerca in corso sulle origini dell’abitato lagunare. Subito dopo, presso lo scavo, si discorrerà con ospite, aprendo l’incontro a domande e al dibattito con il pubblico. “L’Aperitivo archeologico” dura un paio di ore, e può ospitare al massimo 35 persone. Perciò è necessaria la prenotazione (via mail: torcelloabitata@gmail.com; via Facebook: http://www.facebook/torcelloabitata; via Sms o WhatsApp: 3922432000). Valerio Massimo Manfredi a Torcello lunedì 17 presenterà il suo ultimo libro “Quinto comandamento” (settembre 2018). In una mattina di febbraio del 2004 un uomo fa irruzione in un ospedale di Imola. Il suo nome è Jean Lautrec. Incurante di sorveglianti e infermieri si precipita nella stanza in cui è sdraiato un uomo sedato e intubato. E un sacerdote, padre Marco Giraldi, che è riuscito a sfuggire ai sicari assoldati dalle multinazionali contro cui si è messo per fermare la distruzione della foresta amazzonica e dei suoi popoli. Ma la sua fuga ha avuto un prezzo. Ora giace nel letto, avvelenato e tenuto in vita dalle macchine. Ha continuato a combattere la causa dei deboli, a dare speranza a chi non ne ha. Jean Lautrec a denti stretti ringhia: “Cosa ti hanno fatto, comandante?”. Marco diventerà il Templare di fine millennio…

Preistoria. Scoperto in Valle d’Aosta alle pendici del monte Fallère il più antico pascolo in quota dell’arco alpino: le ricerche di Idpa-cnr, soprintendenza, università di Ferrara, Milano-Bicocca e New York conquistano la copertina della rivista scientifica Journal of Ecology

Pascolo in alta quota sul monte Fallére tra la valle del Gran San Bernardo e la Valdigne

La copertina di novembre 2017 del Journal of Ecology con i pascoli sul monte Fallère

Dalla vetta del Monte Fallere a tremila metri di quota lo sguardo apre sul Monte Bianco, il Gran Combin, la Grivola e altre cime delle Alpi Graie e della Alpi Pennine. Le sue pendici, tra la valle del Gran San Bernardo e la Valdigne, erano già frequentate dall’uomo nel Tardo Neolitico, 5600 anni fa. È qui che le ricerche, coordinate dall’Istituto per la Dinamica dei Processi Ambientali di Milano (IDPA-CNR), e svolte in collaborazione con la soprintendenza per i Beni e le attività culturali della Regione autonoma Valle d’Aosta, le università di Ferrara, di Milano-Bicocca e di New York, hanno individuato il più antico pascolo di alta quota finora documentato sulle Alpi, mantenuto attivo per millenni. Un risultato eccezionale riconosciuto a livello internazionale dalla rivista scientifica Journal of Ecology che dedica alle ricerche sul Monte Fallère la copertina del numero di novembre 2017. “Siamo particolarmente lieti di apprendere questa notizia”, dichiara l’assessore regionale alla Cultura, Emily Rini, “che dà valore a una ricerca così importante per la conoscenza della storia del paesaggio valdostano sia sotto l’aspetto di valorizzazione sia di fruizione in ambito didattico e turistico. L’importante scoperta è frutto di uno studio multidisciplinare condotto al Mont Fallère dall’assessorato e dall’università degli Studi di Ferrara, grazie a un accordo tra gli enti nel settore della ricerca archeologica preistorica sul territorio valdostano”.

La torbiera di Crotte Basse a 2350 metri di quota dove sono stati trovati i sedimenti più interessanti

Il pascolo, il più antico dell’arco alpino finora documentato, è stato mantenuto attivo . si diceva – per millenni; le attività umane hanno favorito la diffusione di nuove specie vegetali. “Dati archeologici indicano la presenza di gruppi umani sull’altopiano del Fallère dal Tardo Neolitico, in corrispondenza con la fase di maggiore trasformazione del paesaggio”, spiega Roberta Pini, ricercatrice di Idpa-Cnr. “Mentre le attività dei gruppi mesolitici avevano effetti limitati sugli ecosistemi naturali, a partire dal Neolitico sorgono sui fondovalle abitati stabili e si accresce l’interesse dell’uomo per lo sfruttamento delle alte quote e la creazione di paesaggi antropici. Polline, spore fossili, frammenti di carbone e nutrienti, estratti dai sedimenti delle Crotte Basse, una torbiera a 2350 m di quota, testimoniano la distruzione di foreste millenarie di pino cembro e abete bianco, e la presenza di insediamenti stagionali preistorici. Infatti, a poca distanza dalla torbiera, il sito di maggior interesse ha restituito le vestigia di una capanna dell’Età del Rame, con tracce di focolari, un accumulo di pietre interpretato come un muro a secco, un’ascia in pietra verde levigata e industrie in cristallo di rocca. I risultati delle indagini – conclude – sono di grande interesse per la conoscenza della storia del paesaggio aostano, per la sua valorizzazione e fruizione didattica e turistica”.

Scoperti nel tempio R di Selinunte i frammenti di un aulos. Ora la musica della Magna Grecia di 2500 anni fa può rivivere grazie a una stampa 3D: la presentazione a Granada a fine mese

La ricostruzione 3D dell'aulos di Selinunte i cui frammenti sono stati trovati nel tempio R

La ricostruzione 3D dell’aulos di Selinunte i cui frammenti sono stati trovati nel tempio R

L'aulos in osso di cervo da Paestum

Gli auloi in osso di cervo da Paestum

I suoni perduti della musica antica potrebbero rivivere grazie alla tecnologia 3D. Così chi fosse incuriosito dal conoscere alcune caratteristiche degli strumenti musicali antichi, tra cui l’acustica, la morfologia piuttosto che l’intonazione, ora può farsi un’idea grazie alla ricerca compiuta da Angela Bellia, Marie Curie Researcher dalla New York University e dall’università Alma Mater di Bologna, che è riuscita a ricostruire un antico “aulos” attraverso l’impiego della stampa 3D, trasferendolo poi in una copia artificiale tridimensionale in polimero creata dall’Officina 3D Lab. I primi risultati della ricostruzione virtuale di un aulos – antico strumento a fiato – ritrovato nell’estate del 2012 sotto il Tempio R di Selinunte saranno presentati all’International Congress Digital Heritage 2015, in programma a Granada, in Spagna, dal 28 settembre al 2 ottobre. Il reperto – scoperto da Clemente Marconi, direttore della Missione Americana dell’Institute of Fine Arts della New York University – è composto da due frammenti di un aulos «early type», risalente al VI secolo a.C., simile ad altri strumenti a fiato rinvenuti in Grecia e nell’Occidente greco: il più famoso è il ritrovamento di Paestum.

Veduta zenitale del Tempio R di Selinunte: qui nel 2012 trovati i frammenti di aulos

Veduta zenitale del Tempio R di Selinunte: qui nel 2012 trovati i frammenti di aulos

Il tempio R di Selinunte. Situato nel settore meridionale del Santuario principale urbano, il cosiddetto Megaron, il Tempio R si trova a sud del Tempio C e ad ovest del Tempio B, e con lo stesso orientamento orientale del Tempio C. Costruito nel primo quarto del VI secolo a.C., è il primo tempio monumentale costruito a Selinunte, e uno dei primi nell’architettura dell’Europa occidentale monumentale greca. Edificio non periptero (cioè non circondato da colonne) aveva un profondo pronao e una cella, simili al pressoché contemporaneo Tempio S, così come una terza camera con ingresso indipendente meridionale. Due colonne poste nel pronao, e forse una terza nella cella, allineate sull’asse centrale, sostenevano il tetto dell’edificio.

L’ indagine condotta sul Tempio R dall’equipe guidata dal prof. Clemente Marconi dell’Institute of Fine Arts dell’Università di New York è iniziata nell’estate 2011 con uno scavo nella zona antistante la porta, sul lato orientale dell’edificio. È stata identificata una sequenza stratigrafica intatta che va dal periodo ellenistico della fondazione fino al periodo orientale(fenicio-punico). I reperti dei livelli più profondi includono la trincea della fondazione del Tempio R. La trincea era piena di pezzi di calcare di intonaco provenienti dai blocchi dei conci, insieme ad alcuni ceramiche, usati per riempire ed elevare la base della costruzione, che permette di fornire una prima datazione archeologica del Tempio R. Nei livelli stratigrafici più alti del Tempio R, datato al tardo periodo classico, è stato rinvenuto un gruppo di sculture in terracotta, in alcune delle quali si conservano tracce della policromia originale. Ed è qui che appunto, nel 2012, sono stati trovati i due frammenti di aulos.

Atena suona gli auloi: pittura vascolare da Taranto

Atena suona il doppio aulos: pittura vascolare da Taranto

Per suonare questa tipologia di auloi, caratterizzati dall’assenza di meccanismi di azione sui fori e per la produzione sonora, il musicista usava esclusivamente le dita che coprivano, alternandosi o contemporaneamente, i fori posti nella parte superiore delle due canne e, quando presente, il foro per i pollici posto nel lato posteriore dei tubi. Le canne degli auloi «early type» erano di solito di osso e di diversa lunghezza. Grazie alla ricostruzione virtuale dello strumento è possibile non solo analizzare nel dettaglio le sue caratteristiche acustiche e morfologiche e, se possibile, a scoprirne l’intonazione, ma anche migliorare la ricerca scientifica, superando le limitazioni causate dalla fragilità dello strumento.

Il congresso di Granada

Il congresso di Granada

I risultati dello studio, che si inseriscono nell’ambito di Telestes, un progetto finanziato dalla Comunità Europea dal programma di ricerca Marie Curie Actions, dedicato alla cultura musicale di Selinunte, tra le più famose polis della Magna Grecia, saranno ufficialmente presentati all’International Congress Digital Heritage 2015, in programma a Granada, dal 28 settembre al 2 ottobre.