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Preistoria. La fronte sporgente, le sopracciglia arcuate, il naso molto grande e schiacciato: eccolo il volto ricostruito dell’Uomo di Altamura, un neanderthal vissuto 150mila anni fa, il cui scheletro è ancora imprigionato nella grotta di Lamalunga. Suggestiva la ricostruzione proposta dai paleo-artisti olandesi Adrie e Alfons Kennis. Il paleoantropologo Manzi: “Ma quello scheletro deve ancora dirci molte cose”

Fronte sporgente, sopracciglia arcuate, naso schiacciato: ecco il volto dell'uomo di Altamura, un Neanderthal di 150mila anni fa

Fronte sporgente, sopracciglia arcuate, naso schiacciato: ecco il volto dell’uomo di Altamura, un Neanderthal di 150mila anni fa

La fronte sporgente, le sopracciglia arcuate, il naso molto grande e schiacciato (forse dovuto a un adattamento alla penultima glaciazione), il cranio allungato posteriormente: dopo 150mila anni è tornato ad avere un volto l’uomo di Altamura, e un corpo: tarchiato, bacino largo, una statura non elevata, circa 1 metro e 65 centimetri. Lo scheletro fossile dell’antico Neanderthal ritrovato nella grotta di Lamalunga nell’ottobre 1993 è stato infatti ricostruito a grandezza naturale dai paleo-artisti olandesi Adrie e Alfons Kennis, fra i più qualificati al mondo in ricostruzioni paleoantropologiche: “Ci abbiamo lavorato circa un anno. Abbiamo ricevuto dall’Italia i dati digitali sulla scansione laser e li abbiamo ricostruiti usando il silicone. Per barba e capelli ci siamo fatti mandare dal Canada del pelo di bue muschiato”. La ricostruzione iperrealistica, appunto con tanto di capelli lunghi, baffi e barba incolta, è stata svelata al pubblico in una cerimonia emozionante con le autorità del comune in provincia di Bari, e i paleoantropologi Giorgio Manzi dell’università di Roma La Sapienza (“Vederlo mi ha fatto un effetto straordinario. È davvero suggestivo. La ricostruzione è totalmente ispirata alle informazioni raccolte finora dagli scienziati. Siamo solo all’inizio di un percorso”), Maryanne Tafuri, Fabio Di Vincenzo, Antonio Profico e David Caramelli, dell’università di Firenze (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/04/25/preistoria-luomo-di-altamura-ha-un-volto-sara-svelato-il-26-aprile-2016-realizzato-da-paleo-artisti-a-un-anno-dalla-scoperta-del-suo-dna-era-un-antico-neanderthal-di-150mila-anni-fa-prog/). Proprio Manzi e Caramelli dal 2009 coordinano il progetto condotto da un gruppo interdisciplinare in collaborazione con autorità locali e la soprintendenza Archeologia della Puglia, sull’Uomo di Altamura, i cui risultati sono stati pubblicati solo un anno fa, confermando si tratta di un fossile di Neanderthal.

Adrie e Alfons Kennis, i due fratelli olandesi, paleo-artisti (qui con una loro "creatura") che hanno realizzato l'uomo di Altamura

Adrie e Alfons Kennis, i due fratelli olandesi, paleo-artisti (qui con una loro “creatura”) che hanno realizzato l’uomo di Altamura

“Il progetto della ricostruzione voluto dal Comune di Altamura e gestito in stretta collaborazione con la soprintendenza Archeologia della Puglia”, interviene il sindaco, Giacinto Forte, “rappresenta una anteprima della Rete museale Uomo di Altamura, di prossima inaugurazione”. L’operazione di ricostruzione iperrealistica dell’Uomo di Altamura, che si è avvalsa di tutti i dati raccolti dai ricercatori in 5-6 anni di lavoro e dalla soprintendenza Archeologia della Puglia, è costata circa 80-90mila euro ed ha impegnato i due esperti paleo-artisti olandesi per diversi mesi. Quello di Altamura è forse il più antico Neanderthal del mondo scoperto finora, vissuto circa 150mila anni fa. “Gli artisti”, sottolinea il prof. Manzi, “lo hanno rappresentato così, con una espressione che rivela quasi un ghigno, quasi voglia dirci sto aspettando che mi veniate a liberare dalla mia prigione di calcare”. La posa dell’uomo di Altamura, con il peso tutto su una gamba e le mani unite dietro alla schiena, è stata infatti scelta con cura dai fratelli Kennis che raccontano: “Non volevamo che la posizione sembrasse artificiale. Abbiamo immaginato un uomo della Papua Nuova Guinea o della Mongolia di oggi intento a fissare dei turisti al giorno d’oggi. Con lo stesso sguardo fiero e perplesso allo stesso tempo”. Conclude Manzi: “È una ricostruzione suggestiva. Ma non significa che questo Neanderthal lo abbiamo capito totalmente. Lo scheletro, questo reperto di straordinaria importanza, deve ancora dirci tante cose”.

L'uomo di Altamura ancora "imprigionato" nella grotta di Lamalunga

L’uomo di Altamura ancora “imprigionato” nella grotta di Lamalunga

Nel corso dell’incontro è stata anche mostrata la ricostruzione 3D del cranio dell’Uomo di Altamura, estratto virtualmente dal suo scrigno carsico nell’ambito dello stesso progetto di ricostruzione. Un primo e unico frammento dello scheletro, estratto fisicamente nel 2009 da una scapola, ha consentito di raccogliere dati sul Dna, quantificare alcuni aspetti sulla morfologia e risalire ad una data: è stato così possibile collocare cronologicamente l’Uomo di Altamura in un intervallo finale del Pleistocene Medio compreso tra i 172 e i 130mila anni.

Il tumore non è un male del nostro tempo: trovato in Egitto uno scheletro completo di 3200 anni fa affetto da cancro. È il più antico mai ritrovato

Lo scheletro di giovane vissuto 3200 anni fa ad Amara West (odierno Sudan)

Lo scheletro di giovane vissuto 3200 anni fa ad Amara West (odierno Sudan)

Il sito archeologico di Amara West, attualmente in Sudan

Il sito archeologico di Amara West, in Sudan

Il tumore non è un male del nostro tempo e del nostro stile di vita. La conferma ci viene proprio dalla ricerca archeologica. Nel sito di Amara West, città dell’Antico Egitto oggi nel nord del Sudan, la dottoranda Michaela Binder – come riporta lo studio pubblicato su Plos One – con un team di ricercatori della Durham University ha scoperto uno scheletro con tracce di malattia che risale al 1200 a.C.: questo giovane uomo vissuto in Egitto più di 3mila anni fa è il più antico caso documentato finora di tumore. La nuova scoperta suggerisce che il cancro abbia le sue radici nel lontano passato: per molto tempo, poiché alcune delle cause principali – fumo, inquinamento, obesità e longevità – sembrano essere assenti nelle antiche popolazioni, il cancro è stato considerato una malattia moderna. Gli scienziati ora sperano che i nuovi ritrovamenti li aiuteranno a comprendere le origini e l’evoluzione di questa malattia fin troppo comune, spesso mortale.

La ricercatrice Michaela Binder al lavoro nei laboratori dell'università di Durham

La ricercatrice Michaela Binder al lavoro nei laboratori dell’università di Durham

Lo scavo dell'università di Durham ad Amara West

Lo scavo dell’università di Durham ad Amara West

Lo scavo dello scheletro del giovane affetto da tumore

Lo scavo dello scheletro del giovane affetto da tumore

Michaela Binder ha scavato lo scheletro nel 2013 nel sito archeologico di Amara West, nel nord del Sudan. Seppellito in una bara di legno, apparteneva a un uomo tra i 25 e i 35 anni, e faceva parte di una dozzina di scheletri rinvenuti grazie alla spedizione archeologica condotta da Neal Spencer, del dipartimento dell’Antico Egitto e del Sudan del British Museum. Dopo aver esaminato lo scheletro del giovane usando la radiografia e un microscopio elettronico a scansione, una squadra di ricercatori dell’Università di Durham e del British Museum sono stati in grado di ottenere chiare immagini delle lesioni sulle ossa. Secondo i loro ritrovamenti, pubblicati sempre su Plos One, le lesioni suggeriscono che un qualche tipo di cancro si fosse diffuso in tutto il corpo, tra cui bacino, spina dorsale, scapole, sterno, clavicole e costole. “La nostra analisi – spiega Binder – mostra che la forma delle piccole lesioni sulle ossa può essere stata causata solo da un tumore dei tessuti molli… sebbene l’origine esatta sia impossibile da determinare attraverso le sole ossa”.

La ricomposizione dello scheletro del giovane trovato ad Amara West

La ricomposizione dello scheletro del giovane di 3200 anni fa trovato ad Amara West

Oltre al cancro, lo scheletro del giovane ha anche evidenziato tracce di forti carie e sinusite cronica. In generale, i resti recuperati dal sito di Amara West mostrano che questa gente aveva una salute generale cagionevole, tanto che sembra aver vissuto durante un cambio climatico e ambientale. Un quarto dei 180 scheletri esaminati dal team britannico ha mostrano segni di malattie polmonari croniche, mentre tutti avevano segni di serie malattie dentali.

Michaela Binder mentre analizza lo scheletro con tumore alle ossa

Michaela Binder mentre analizza lo scheletro con tumore alle ossa

Secondo la studiosa il ritrovamento di Amara West è di “importanza cruciale per conoscere le cause del cancro nelle popolazioni antiche, prima della comparsa dei moderni stili di vita”. Il tumore, infatti, ricorda l’archeologa, spesso è pensato come una malattia moderna, legata a doppio filo a stress, dieta errata, fumo e inquinamento. Ma la scoperta mostra che il male esisteva anche migliaia di anni fa. «Sono rimasta sorpresa nel vedere un tumore simile in un individuo dell’Antico Egitto», ha detto Binder in un’intervista rilasciata alla Bbc News. «Noi ancora non sappiamo molto sul cancro. Ne sono stati trovati solo pochissimi esempi nel lontano passato». Quando il team ha portato alla luce lo scheletro, ha scoperto che le ossa erano crivellate di buchi. «La nostra analisi – spiegano i ricercatori – ha mostrato prove che il giovane soffriva di un tipo di cancro».

Lesioni tumorali sulla scapola destra del giovane di Amara West

Lesioni tumorali sulla scapola destra del giovane di Amara West

Lo scheletro di Amara West non contiene la prima prova di cancro nel mondo archeologico. L’anno scorso, per esempio, un team americano aveva pubblicato una ricerca su una costola di Neanderthal di 120mila anni fa ritrovata in una caverna in Croazia, che mostrava segni di tumore alle ossa. Ci sono stati anche diversi ritrovamenti datati a circa 4mila anni con segni di possibile cancro. Ma senza uno scheletro completo in grado di mostrare la diffusione della malattia, era difficile finora confermare la diagnosi di tumore. Ecco dunque l’importanza della scoperta di mara West: qui abbiamo uno scheletro completo: per questo gli scienziati sperano possa dare valide informazioni riguardo la diffusione del cancro e la sua evoluzione in epoca moderna. Analizzando il DNA dello scheletro, per esempio, potrebbero imparare quali furono le mutazioni genetiche che resero il giovane predisposto al cancro. Oltre ai difetti genetici, i ricercatori hanno identificato gli agenti cancerogeni ambientali, come il fumo dei fuochi, o un’infezione come la schistosomiasi (causata da parassiti) o altre possibili cause della malattia.

 

A Bologna “…comunicare l’archeologia…” Ciclo di conferenze del primo semestre 2014

Il Gruppo archeologico bolognese iscritto ai Gruppi archeologici d'Italia

Il Gruppo archeologico bolognese iscritto ai Gruppi archeologici d’Italia

Il Gruppo Archeologico Bolognese, affiliato ai Gruppi Archeologici d’Italia, ha organizzato anche per questo primo semestre 2014 un ricco programma di incontri, alle 21 del martedì (salvo poche eccezioni) al  Centro sociale G.Costa in via Azzo Gardino 48 a Bologna. L’ingresso è libero. Si inizia martedì 11 febbraio,  con Marco Mengoli che si sofferma su “Socrate tra storia e filosofia”. Questa prima serata del Gabo sarà anche l’occasione per brindare al nuovo anno. Martedì 18 febbraio si entra maggiormente nei temi archeologici con Paola Desantis in “Nuove testimonianze etrusche da Bologna: la tomba con stele dal sepolcreto di via Saffi”. Martedì 25 febbraio il focus di Silvia Romagnoli sarà su “Culti e miti nel Caput Adriae”.

Gilgamesh: ne parla Vidale

Gilgamesh: ne parla Vidale

Il quarto incontro cambia orari, giorno e luogo: si tiene di giovedì 27 febbraio, alle 16, nell’aula Cesare Gnudi della Pinacoteca Nazionale di Bologna, in via Belle Arti 56. L’incontro In collaborazione con la Pinacoteca Nazionale di Bologna sarà con l’archeologo Massimo Vidale che ci introdurrà nei grandi miti del Vicino Oriente: “Diluvio Universale, Gilgamesh, Paradiso Perduto: miti o racconti del nostro antico passato?”. La settimana successiva si torna alla normalità:  martedì 4 marzo alle 21 al Centro Sociale G.Costa, via Azzo Gardino 48, Maurizio Cattani illustra “Gli scavi dell’Alma Mater in Sardegna”. Martedì 11 marzo, “La domus del settore 11 di Claterna e la “casa del fabbro”: una nuova tappa per la valorizzazione dell’antica città” con interventi di Paola Desantis, Maurizio Molinari, Claudio Negrelli e Antonella Pomicetti.

Tavoletta votiva da Penteskouphia

Tavoletta votiva da Penteskouphia

Per il terzo appuntamento di marzo, si torna nell’aula Cesare Gnudi: giovedì 13 marzo, alle 16, In collaborazione con la Pinacoteca Nazionale di Bologna, per il quarto anniversario della scomparsa di Elena Rossi, il Gruppo Archeologico Bolognese incontra la Scuola Archeologica Italiana di Atene e il suo direttore Emanuele Greco con i suoi allievi che presentano i loro lavori. Mariagrazia Palmieri: “Tavolette votive dipinte arcaiche da Penteskouphia nel territorio di Corinto. Problemi di interpretazione religiosa”; e Giuseppe Mazzili: “Le fortificazioni della tarda antichità ad Atene nel contesto della Grecia tra la fine dell’Evo Antico e l’Alto Medioevo”. E anche il quarto incontro di marzo si tiene di giovedì (il 20 marzo), ma alle 21, e in una nuova location: alla mediateca di S. Lazzaro, via Caselle 22, in collaborazione con il Museo “L.Donini” di S.Lazzaro, incontro con i personaggi della storia:le interviste impossibili: “Vel Kaikna” di Giuseppe Mantovani. Vel Kaikna è Marco Mengoli con Davide Giovannini intervistatore e introduzione di Silvia Romagnoli.

Sfinge da Susa oggi al Louvre

Sfinge da Susa oggi al Louvre

Martedì 25 marzo si torna alle 21 al Centro Sociale G.Costa, con “Il teatro nell’antico Egitto tra miti e quotidianità ”. Una selezione di testi dell’antico Egitto presentati da Maria Giovanna Caneschi e recitati da Davide Giovannini. Martedì 1. aprile presentazione del libro “Lettere perdute di Amarna” a cura dell’autrice Barbara Faenza. Seguirà martedì 8 aprile “Resoconti di viaggio: il Guatemala dei Maya” con Maria Longhena. Martedì 15 aprile, il giornalista Graziano Tavan con “La Persia in vetrina” ci accompagnerà in viaggio di settemila anni nei musei europei alla scoperta dei tesori dell’antica Persia. Il mondo dei Camuni interesserà due martedì curati da Daniela Ferrari. Martedì  29 aprile “Alle origini dei Camuni: dal Paleolitico all’età del Bronzo”, e martedì 6 maggio “I Camuni: dall’età del Ferro all’epoca romana”.

Il semestre si avvia alla conclusione. Martedì 13 maggio in occasione di ARCHEOLOGITE 2014, alle 21 al Centro Sociale G.Costa, “Famiglia e società nella cultura delle terramare” con Pierangelo Pancaldi. E sabato 17 maggio, alle 16, al Museo della Preistoria “L.Donini” a S. Lazzaro (Bo), le interviste impossibili “L’Uomo di Neanderthal” di Italo Calvino. L’Uomo di Neanderthal è Marco Mengoli. L’intervistatore Davide Giovannini, introduzione di Gabriele Nenzioni. Gran finale martedì 20 maggio: alle 20, al Centro Sociale G.Costa, cena di fine periodo RISERVATA AI SOCI.

A Poggetti Vecchi, in Maremma, ritrovate molte zanne: qui i neandertaliani cacciavano l’Elephas antiquus

L'uomo del Paleolitico medio a caccia di Elephas Antiquus

L’uomo del Paleolitico medio a caccia di Elephas Antiquus

Di questo angolo di Maremma, che oggi è nota come località Poggetti Vecchi nel comune di Grosseto, si sapeva dei ritrovamenti di età romana. Ma l’uomo, da queste parti, ci bazzicava già molte migliaia di anni prima dei romani. Probabilmente qui, 120-70mila anni dal presente, i neandertaliani nel Paleolitico medio venivano a cacciare l’elefante. La Maremma in quel periodo doveva infatti rappresentare un habitat ideale per l’Elephas antiquus, un bestione alto quattro metri con le zanne dritte che ha popolato le latitudini più meridionali dell’Europa quando il continente è andato progressivamente coprendosi di ghiacci.

Il rinvenimento di resti di Elephas antiquus a Poggetti Vecchi

Il rinvenimento di resti di Elephas antiquus a Poggetti Vecchi

La conferma viene da uno scavo condotto ancora nella primavera dell’anno scorso dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana che in questi giorni ha reso noto i primi risultati dell’intensa e fruttuosa campagna di scavi in località Poggetti Vecchi, nel fondo di proprietà del signor Aldo Ceccharelli, dove è venuto in luce un importante sito preistorico caratterizzato dalla presenza di resti di elephas antiquus. Il sito, scoperto durante i lavori di approfondimento di un piccolo invaso artificiale per la costruzione di una vasca termale, ha rivelato una sequenza stratigrafica con più livelli di frequentazione umana, gli ultimi dei quali riferibili al Paleolitico Medio. Le stratigrafie hanno restituito un abbondante numero di reperti, tra cui strumenti in pietra (industria litica), resti lignei e parti di ossa di elephas antiquus e di altre specie animali.

Zanne di Elephas antiquus ritrovate nello scavo di Poggetti Vecchi

Zanne di Elephas antiquus ritrovate a Poggetti Vecchi

Lo scavo è stato diretto dai funzionari della Soprintendenza, Gabriella Poggesi e Biancamaria Aranguren, e condotto – grazie all’impegno finanziario del proprietario del terreno, Aldo Ceccarelli – dagli archeologi preistorici Giuditta Grandinetti e Floriano Cavanna, con l’ausilio del Gruppo Speleologico Naturalistico Maremmano. “Come indica la natura dei depositi carbonatici rinvenuti nei livelli antropizzati (cioè quelli dove ci sono tracce della presenza dell’uomo)”, sottolineano in soprintendenza, “si tratta di uno stanziamento caratterizzato già in antico dalla presenza di acque termali: nei sedimenti indagati ricorrono depositi di tipo “travertinoso”, dove i nostri progenitori si erano insediati in più momenti successivi, probabilmente per svolgere le occupazioni connesse con l’attività venatoria, rivolta in particolare all’elephas antiquus, di cui sono stati scavati numerosi resti riferibili a più individui”. “Il sito di Poggetti Vecchi – spiegano ancora gli archeologi – riveste una straordinaria importanza, trattandosi del primo esempio in Toscana di insediamento preistorico pluristratificato in cui è testimoniata la caccia a questa specie animale; è pertanto di grande soddisfazione che proprio intorno all’attività della Soprintendenza si siano raccolte le energie di tutti gli Enti interessati a ricostruire la più antica storia della Maremma, per una adeguata conoscenza e valorizzazione di questo eccezionale contesto”.

Una ricostruzione del massiccio elefante con le zanne dritte (Elephas antiquus)

Una ricostruzione del massiccio elefante con le zanne dritte (Elephas antiquus)

Un lungo lavoro attende adesso l’equipe interdisciplinare che ha iniziato a restaurare, catalogare, studiare e datare i resti archeologici, anche nell’ottica della futura valorizzazione e diffusione dei dati. Fra le diverse professionalità coinvolte sono presenti specialisti della Soprintendenza (Biancamaria Aranguren, Pasquino Pallecchi e Gianna Giachi), dell’Università di Firenze (Dipartimento di Scienze della Terra: Paul Mazza, Marco Benvenuti; Dipartimento di Biologia evoluzionistica – Biologia vegetale: Marta Mariotti Lippi); dell’Università di Roma La Sapienza (Dipartimento di Scienze della Terra: Daniela Esu); dell’Università di Roma 3 (Dipartimento di Scienze della Terra: Elsa Gliozzi); dell’Università di Trento (Laboratorio di Preistoria: Stefano Grimaldi e Fabio Cavulli); dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria (Anna Revedin); del PIN di Prato (Franco Niccolucci).

Una fase dei restauri conservati dei resti di Elephas antiquus

Una fase dei restauri conservati dei resti di Elephas antiquus

A conclusione degli scavi, la Soprintendenza ha sottoscritto un protocollo d’intesa con la Fondazione Grosseto Cultura, che prevede un coinvolgimento del Museo di Storia Naturale della Maremma: quest’ultimo si occuperà, sotto la direzione scientifica della Soprintendenza, del restauro dei reperti paleontologici e della loro datazione. L’obiettivo è esporre tutti i reperti in museo, nella propria sede o in altri locali idonei, congiuntamente individuati. La Fondazione Grosseto Cultura si è impegnata a definire con il ministero per i Beni culturali tutti gli atti per il deposito pluriennale dei reperti paleontologici sottoposti a restauro. Contestualmente, la Fondazione Grosseto Cultura ha richiesto ed ottenuto dalla Cassa di Risparmio di Firenze il finanziamento di una parte sostanziale del progetto di restauro dei reperti paleontologici del sito di Poggetti Vecchi. I lavori saranno condotti dalla Cooperativa Atlante (Grosseto) sotto la supervisione dei tecnici del MiBACT (Simona Pozzi e Salvatore Caramiello); al termine del restauro, che avrà durata di un anno, i reperti più significativi entreranno a far parte delle collezioni del Museo di Storia Naturale della Maremma, diretto da Andrea Sforzi. Gli interventi sono mirati in particolare alla preservazione di alcune zanne di Elephas antiquus, che ad oggi costituiscono un rinvenimento decisamente straordinario per il territorio grossetano.

La preistoria e la protostoria italiana si ritrovano a Padova

Dal 5 al 9 novembre si tiene il XLVIII congresso nazionale dell’istituto italiano di Preistoria e Protostoria

Lo "sciamano" dalla Grotta di Fumane

Lo “sciamano” dalla Grotta di Fumane

Lo “sciamano” della grotta di Fumane per quasi una settimana sarà l’anfitrione che darà il benvenuto a Padova ai più grandi esperti di preistoria e protostoria. La figura antropomorfa in ocra rossa del periodo Aurignaziano (ca. 35mila anni dal presente) è stata infatti scelta come “mascotte” del XLVIII congresso nazionale dell’istituto di Preistoria e Protostoria che si tiene nella Città del santo dal 5 all’8 novembre e sarà interamente dedicato al Veneto. “Un successo degli enti di ricerca regionali”, sottolinea il soprintendente ai Beni archeologici del Veneto, Vincenzo Tinè. “Proprio grazie alla sinergia tra soprintendenza del Veneto, le università di Padova, Venezia e Verona, e il museo di Scienze naturali di Verona,  è stato possibile riportare in Veneto questa importante rassegna dopo oltre 40 anni. L’ultima volta fu a Verona nel 1978. Il congresso è dedicato a due grandi studiosi veneti: Giulia Fogolari e Piero Lunardi ”. Per tutti i ricercatori ma anche per gli appassionati sarà l’occasione per fare il punto sulle conoscenze acquisite: dalle più antiche frequentazioni umane nel Veneto alle soglie della romanizzazione.

Intenso il programma. La prima giornata (martedì 5 novembre) si apre alle 9.45 nell’aula magna dell’università di Padova, al Palazzo del Bo, ed è dedicata a inquadrare i periodi: la mattinata alla preistoria (dal Paleolitico all’Eneolitico), il pomeriggio alla protostoria (dall’età del Bronzo al Ferro). Con la seconda giornata (mercoledì 6), dalle 9.10 ma al centro civico d’arte e cultura Altinate “S.Gaetano”, si entra più nello specifico: al mattino, dal neandertaliani del Riparo Tagliente nel Veronese all’uomo di Mondeval de Sora nel Bellunese; al pomeriggio, dal villaggio neolitico del Dal Molin a Vicenza al contesto cultuale dell’Età del Rame ad Arano nel Veronese. La terza giornata (giovedì 7: mattina al centro civico Altinate, pomeriggio in Sala Guariento alla Reggia dei Carraresi) è tutta dedicata all’Età del Bronzo: dalle palafitte del Veneto alle necropoli polesane e veronesi, dalla presenza di ceramiche e metalli all’ambra. La quarta giornata (venerdì 8, sempre al centro civico Altinate) è invece tutta dedicata all’Età del Ferro: al mattino, da Castel de Pedena, nel Bellunese, a Padova; da Gazzo Veronese a Castiglione Mantovano; il pomeriggio invece ci si concentra sui confronti con le culture viciniori e sulle nuove tecniche di indagine, concludendo la giornata con la visita alla mostra “Venetkens” al Palazzo della Ragione. L’ultimo giorno (domenica 9) è dedicato alle escursioni.

L’uomo di Neanderthal riciclava gli utensili

L'uomo di Neanderthal era cacciatore

L’uomo di Neanderthal era cacciatore

Le prove dallo studio degli utensili sul sito di Castel Guido vicino Roma

L’uomo di Neanderthal praticava il riciclaggio degli oggetti di uso comune. Lo rivela uno studio internazionale sul sito preistorico di Castel Guido , vicino Roma, frequentato dall’uomo di Neanderthal tra 320 e 270mila anni fa. Giovanni Boschian, docente di Antropologia dell’università di Pisa, che ha preso parte al progetto, lo ha presentato a Tel Aviv in un convegno di antropologi e paleontologi provenienti da tutto il mondo.

Trecentomila anni fa la zona dove oggi sorge Castel Guido era un’area ricca di pozze d’acqua usate come abbeveratoi naturali da elefanti e altre specie (tra cui l’uomo), una situazione ideale per i neanderthaliani che, comunemente dediti allo sciacallaggio, prelevavano cibo dalle carcasse degli elefanti già morti, o che forse loro stessi avevano finito. Nella caccia vera e propria e nella scarnificazione delle carcasse l’uomo si serviva di attrezzi-strumenti in selce: gli archeologi li chiamano bifacciali per la loro caratteristica forma ottenuta con la lavorazione delle schegge da arnione (blocchi) di selce.

Il Neanderthal scarnifica le carcasse

Il Neanderthal scarnifica le carcasse

Ma la materia prima  come la selce, i cui punti di rifornimento più importanti in Italia sono sul Gargano in Puglia e sui monti Lessini nel Veronese, non era abbondante e soprattutto facilmente reperibile. Così l’uomo imparò innanzitutto a diversificare la materia prima, utilizzando per la fabbricazione degli attrezzi  oltre alla pietra grosse schegge di osso di elefante, recuperate dall’estrazione del midollo, complemento alimentare fondamentale nella dieta dell’epoca. “Già questa – spiega Boschian – può essere considerata una forma iniziale di riciclaggio, ma dallo studio di questi oggetti si scopre che a Castel di Guido essi venivano spesso riutilizzati a distanza di tempo, o che una volta rotti erano  riciclati per altri scopi”.

Perché è riciclaggio e non riuso

Strumenti in selce bifacciali dei Neanderthaliani

Strumenti in selce bifacciali dei Neanderthaliani

“Abbiamo indizi che già 300mila anni fa  – continua Boschian – l’uomo di Neanderthal avesse la consuetudine di riutilizzare utensili precedentemente scartati. Gli uomini davano a questi oggetti una nuova forma e un nuovo impiego, per questo possono essere considerati gli iniziatori della pratica del riciclaggio».  L’uso di carcasse di animali uccisi da cause naturali come siccità o predazione da parte di altri animali era relativamente comune nelle società del Paleolitico, sin da almeno 2,5 milioni di anni fa, per procurarsi cibo come carne, grasso e midollo. Tuttavia quest’aspetto non viene normalmente considerato come vero e proprio riciclaggio, ma semplicemente un modo di procurarsi cibo. Anche il riuso di utensili, per mezzo di una sorta di ‘riaffilatura’, non è considerato strettamente riciclaggio. “Il riciclo vero e proprio è inteso come uso per scopi completamente nuovi di oggetti scartati dopo una precedente utilizzazione -specifica Boschian- Ciò comporta ripensare e riprogettare il nuovo uso e in certi casi modificare la forma iniziale dell’oggetto, con un’operazione che implica attitudini mentali avanzate, in particolare la capacità di previsione e la progettualità, ravvisabili in alcune tecniche di lavorazione che sembrano esser state mirate a ottenere oggetti che in futuro potessero essere riutilizzati».

L’uomo: geniale ma fondamentalmente pigro

Un altro aspetto particolarmente interessante è la lettura sociologica che si può dare questo fenomeno: «Il riciclaggio – conclude Boschian – poteva essere dovuto sia alla scarsezza di materie prime, sia alla generale ‘pigrizia’ degli umani, come dimostrato dal fatto che se ne rinvengano prove anche in altri siti del Paleolitico in cui le materie prime non scarseggiano. Tutto questo testimonia un’evoluzione delle capacità mentali dell’uomo, ma anche il permanere di certi suoi peculiari atteggiamenti nei confronti della vita».