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Roma-Eur. Il museo delle Civiltà cambia pelle e volto: in quattro anni da museo composto da molti musei diventerà un meta-museo che si propone di riflettere criticamente sulle stratificazioni delle collezioni e delle culture rappresentate. Prime aperture in autunno 2022

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Piazza Guglielmo Marconi a Roma-Eur dove si affacciano i musei che costituiscono il museo delle Civiltà (foto andrea ricci)

Quattro anni per cambiare il volto e la pelle del museo delle Civiltà a Roma-Eur. Progressivamente spariranno alcuni termini come “orientale” (museo d’Arte orientale o abbinamenti tipo “preistoria” ed “etnografia”. E ci sono già le date per i primi step di questo imponente programma di rinnovamento. Mercoledì 26 ottobre 2022 si inaugura: Preistoria? Storie dall’Antropocene; I due nuovi ingressi metodologici del Museo delle Civiltà; Le sei Research Fellowship del Museo delle Civiltà; Georges Senga. Comment un petit chasseur païen devient prêtre catholique; Istituzione e avvio del gruppo di ricerca connesso allo studio delle collezioni di provenienza coloniale. Mercoledì 30 novembre 2022 si inaugura: Le collezioni di geo-paleontologia e lito-mineralogia dell’ISPRA. Animali, Piante, Rocce, Minerali > Verso un museo multi-specie.

Andrea Viliani, photo © Andrea Guermani

Andrea Viliani, direttore del museo delle Civiltà di Roma Eur (foto Andrea Guermani)

È lo stesso direttore Andrea Viliani a spiegare in una lettera questo articolato progetto-processo di cambiamento. “A partire dall’autunno 2022, e per il prossimo quadriennio, il Museo delle Civiltà avvierà una programmazione basata su un processo di progressiva e radicale revisione che riscriverà, provando a metterle in discussione, la sua storia e la sua ideologia istituzionale, a partire dalle sue metodologie di ricerca e pedagogiche”, spiega il direttore Andrea Viliani. “La straordinaria articolazione e stratificazione delle opere e dei documenti che il museo conserva – dalla preistoria alla paleontologia, dalle arti e culture extraeuropee alle testimonianze della storia coloniale italiana, fino alle arti e tradizioni popolari italiane – è basata sulla coesistenza fra differenti origini, che hanno però un ricorrente fondamento ideologico nella cultura positivista, classificatoria, eurocentrica e coloniale del XIX e XX secolo. L’urgenza posta dalla tipologia delle sue collezioni, e la necessità di affrontare un rinnovamento dei suoi statuti – continua -, sono le ragioni principali che richiedono al museo delle Civiltà di assumersi e attuare, oggi, una riflessione sistemica sulle sue identità e sulle sue funzioni, interrogandosi se e come possa operare un museo antropologico contemporaneo. Il programma 2022 e del prossimo quadriennio sarà dedicato all’avvio di questa riflessione, volta a ripensare e riattivare il museo come spazio-tempo discorsivo, critico e autocritico: basandosi su progetti di ricerca di lungo periodo, il programma riguarderà principalmente il ripensamento e riallestimento delle collezioni e degli archivi museali e la ridefinizione dei criteri di studio, catalogazione, esposizione e condivisione del sapere che il museo esprime”.

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Allestimento delle collezioni etnografiche del Museo “Luigi Pigorini” negli anni ‘70 a Roma Eur (foto muciv)

Conosciuto da molti ancora come “Il Pigorini” – dal nome del suo primo direttore, l’archeologo Luigi Pigorini che, nel 1876, inaugurò il regio museo nazionale Preistorico-Etnografico presso il Collegio Romano – il museo delle Civiltà di Roma è dal 2016 un museo dotato di autonomia speciale. Le collezioni sono composte da circa 2 milioni fra opere e documenti, distribuiti su circa 80mila mq di sale espositive e depositi. Il museo delle Civiltà (termine non a caso declinato al plurale) è quindi innanzitutto un museo “di musei” e “sui musei” in cui sono confluite, dalla seconda metà del XIX secolo ad oggi, le collezioni di diverse istituzioni, riunite nella seconda metà del XX secolo presso l’attuale sede del museo, il Palazzo delle Scienze e il Palazzo delle Tradizioni Popolari, entrambi edificati per l’Esposizione Universale di Roma (EUR) del 1942.

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Presentazione del programma 2022 del museo delle Civiltà 2022 con il direttore Andrea Viliani e il direttore generale musei Massimo Osanna (foto muciv)

roma_muciv_nuovo-logoNel contesto più generale del “Grande Progetto Museo delle Civiltà” sostenuto dal ministero della Cultura, il museo delle Civiltà darà avvio a numerosi cantieri, non solo allestitivi ma anche metodologici, che porteranno gradualmente alla riapertura di tutte le sezioni del museo – molte delle quali non ancora pienamente operative o chiuse da decenni – ma anche alla contestuale e compartecipata discussione sull’opportunità di una loro riapertura, almeno secondo gli usuali formati museali. Al termine di questo processo il museo delle Civiltà non sarà più suddiviso e frammentato in singole istituzioni museali indipendenti, ma unito e congiunto in nuclei collezionistici e archivistici fra loro interdipendenti. In questa fase di cambiamento sarà inoltre analizzato, per essere anche dismesso, l’utilizzo di alcuni termini, come quello di “orientale”, o di alcuni abbinamenti, come quello fra “preistoria” ed “etnografia”, così come saranno messe in relazione le collezioni e le istanze più urgenti e radicali espresse dalla contemporaneità. Ciò al fine di connettere le fonti storico-critiche conservate nel museo, spesso non accessibili al pubblico più vasto, ed elementi a cui è imprescindibile riportarle, quali, fra altri, i fenomeni connessi alla crisi climatica e la possibile fine del cosiddetto Antropocene, la disuguaglianza di accesso alle risorse, sia materiali che immateriali, o, ancora, gli articolati processi di de-colonizzazione delle infrastrutture istituzionali. In base a queste premesse, il programma 2022 del museo delle Civiltà di Roma, così come le linee programmatiche per il prossimo quadriennio, intendono incarnare e condividere la consapevolezza di non poter più dare per scontata l’esistenza stessa di un museo come questo, se non attraverso una sua progressiva e radicale revisione.

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Fibula prenestina in oro (VII sec. a.C.) con iscrizione in latino arcaico scritta da destra a sinistra, proveniente da Palestrina (Roma) e conservata al museo Pigorini (foto muciv)

“Come sta emergendo da una molteplicità di ricerche teoriche e di pratiche artistiche e intellettuali, sia a livello nazionale che internazionale”, spiega ancora Viliani, “i musei antropologici stanno diventando un caso di studio nella museologia contemporanea, in quanto hanno separato e classificato in modo disuguale intere culture attraverso l’invenzione di categorie come quelle del “primitivo” e dell’“alterità”, funzionali alle narrazioni eurocentriche, divenendo produttori di conoscenze escludenti e fuorvianti. Per non essere un museo “tossico” – in cui la violenza che alcuni membri del pubblico non percepiscono è, invece, chiaramente percepibile e quindi percepita, da parte di alcuni membri di quello stesso pubblico – il museo antropologico contemporaneo può provare a: porre al centro della sua azione un accesso libero, esteso e gratuito ai suoi archivi e un sostegno plurale a quelle ricerche e pratiche che riscrivano la biografia di ogni singola opera e di ogni singolo documento, a partire dalla ricostruzione rigorosa delle provenienze; rinunciare a una politica delle “buone intenzioni”, ovvero a progetti che non affrontano e decostruiscono le storie e le dinamiche su cui le collezioni del museo sono fondate, e che esprimono per questo un atteggiamento unilaterale, e quindi ancora coloniale, che non fa altro che perpetuare una storia e una dinamica di rimozione; distinguere fra le opzioni a cui si richiamano i differenti termini e ambiti di azione “post-coloniale”, “de-coloniale” e “anti-coloniale”; connettere ricerca e pedagogia per accogliere e declinare su questa base una posizionalità, intersezionalità e pluriversalità consapevoli, in cui prendere posizione senza temere i rischi che ciò potrebbe comportare nella trasformazione del museo”.

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Plastico storico del Monte Vesuvio dopo l’eruzione del 1906 di Amedeo Aureli in scala: 1: 25.000 (Collezione ISPRA / foto muciv)

“Anche se il museo delle Civiltà già esiste da un secolo e mezzo, quindi, seppur con nomi diversi, è necessario concepirlo come ancora in formazione – sottolinea il direttore -, smettendo di considerarlo quale custode di risposte per iniziare a immaginarlo come un catalizzatore di nuove domande, magari sostituendo il concetto di “patrimonio culturale” (che insiste sul principio esclusivo della proprietà) con la pratica di quello che potremmo definire “matrimonio culturale”: ovvero una serie di azioni interconnesse e inclusive che prevedono pratiche di cura, assunzione di responsabilità, condivisione e restituzione. Per questo il programma proposto interpreta il museo delle Civiltà non come l’istituzione autorevole con cui in genere identifichiamo il “museo”, ma come: centro di ricerca in corso affidato a soggetti, sia interni che esterni al museo, in grado di svolgervi una sperimentazione inter-disciplinare (fra ricercatori universitari, artisti, scrittori, musicisti, chef, attivisti e altre figure di riflessione e produzione del sapere); cantiere epistemico e sociale in contatto permanente con le comunità locali e internazionali; osservatorio/laboratorio istituzionale e procedurale davvero plurale, più di ogni altro museo “specializzato”. Infine, se da un lato possiamo reagire alle collezioni riunite nel museo delle Civiltà interpretandole come espressione della modernità europea costruita sulla creazione sistematica di alterità – intesa come polarità contrapposta alle nuove identità nazionali europee, da cui anche il parallelismo fra culture extraeuropee e preistoria, entrambe intese come qualcosa di “primitivo” –, dall’altro il museo delle Civiltà può ripensarsi anche come l’erede di un’idea pre-moderna di museo, ovvero precedente alla suddivisione da cui originarono i musei moderni con la loro distinzione fra ambiti scientifici e umanistici o fra arte e antropologia. Un suo nucleo fondativo origina infatti dall’eterogenea raccolta del gesuita Athanasius Kircher al Collegio Romano: proprio il museo Kircheriano – ancor più del regio museo nazionale Preistorico-Etnografico con cui si identifica la genesi storica dell’attuale istituzione – può rappresentare una matrice istituzionale su cui, seppur anch’essa problematica, tornare a riflettere per ricomporre quelle fratture disciplinari e normative che le violenze innescate dalla modernità hanno rivelato come limitanti e rischiose, a fronte dello sviluppo di un sapere contemporaneo che tende a formularsi nuovamente all’incontro fra differenti discipline e dalla ridiscussione delle categorie dominanti, per far convivere e collaborare differenti forme di pensiero e sensibilità”.

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Ingresso del salone d’onore del Palazzo delle Arti e Tradizioni Popolari a Roma Eur (foto Francesca Montuori)

Il museo delle Civiltà di Roma – da museo composto da molti musei, ognuno riflesso di una stratificazione di metodologie museali che rispecchiano le epoche che le hanno generate – diviene quindi anche un meta-museo, ovvero un museo che si propone di riflettere criticamente su queste stratificazioni per contribuire al formarsi di una nuova opinione pubblica sul museo stesso e sulle necessità e modalità della sua trasformazione. “In sintesi la visione espressa dal programma proposto – per cui desidero ringraziare le sue co-autrici e co-autori, che vi hanno messo in comune le loro ricerche e progettualità – articola la necessità di indagare le potenzialità e i limiti, la porosità e trasformatività del concetto stesso di civiltà, e quindi di un museo ad esse dedicato. Le “Civiltà” a cui il museo delle Civiltà è dedicato sono, per essere realmente tali, plurali, policentriche e intersezionali, non solo storiche ma anche potenziali, in divenire o ancora da realizzare. Attraverso la riapertura delle narrazioni sul passato – conclude -, le azioni da intraprendere nel presente e il tentativo di invertire certe previsioni di futuro, che rischia di essere tutt’altro che civile, può forse affermarsi un museo che sia non solo un rassicurante custode istituzionale ma anche un attuatore critico di civiltà, disponibile a diventare un cantiere comunitario in grado di lavorare ritarando ogni giorno i propri strumenti e analizzando giorno per giorno la sua programmazione”.

Roma-Eur- Al museo delle Civiltà per il Darwin day incontro su “Neanderthal e iene: i reperti di Grotta Guattari del Museo delle Civiltà”: incontro ravvicinato con l’Uomo del Circeo nel laboratorio di Bioarcheologia

Paleosuolo della Grotta Guattari a San Felice del Circeo (Lt) dove fanno ricerche gli archeologi della soprintendenza e dell’università di Roma Tor Vergata (foto Mic)

Era il 24 febbraio 1939. Dei lavoratori stavano togliendo delle pietre da una proprietà del cav. A. Guattari lì dove una frana aveva bloccato l’ingresso alla grotta al Circeo. Tolti i massi, gli operai entrarono. In fondo alla grotta, in un antro terminale poi denominato “Antro dell’Uomo”, assieme a quello che fu interpretato come un approssimativo cerchio di pietre, il proprietario scoprì un cranio evolutivamente attribuibile all’Homo Neanderthalensis, ben conservato, mentre in superficie furono ritrovate due mandibole, conosciute come Guattari 2 e 3. Il cranio si presentava quasi completo tranne la perdita di porzioni ossee pertinenti l’area orbitale destra e parte del margine del forame occipitale, il punto in cui il cranio si articola con la colonna vertebrale. Vennero immediatamente condotti degli scavi dal prof. Alberto Carlo Blanc e Luigi Cardini. Ma non solo, tutt’attorno è stata rinvenuta una gran quantità di ossa fossili di animali preistorici (iene, rinoceronti, ippopotami, elefanti, cervi, buoi primigeni, cavalli). Reperti che oggi sono gelosamente custoditi al museo nazionale Preistorico Etnografico “Luigi Pigorini” di Roma che oggi fa parte del museo delle Civiltà di Roma-Eur. E recentemente sono stati scoperti i reperti fossili di altri nove uomini di Neanderthal, oltre alle iene anche i resti di elefante, rinoceronte, orso delle caverne e dell’uro, il grande bovino estinto. A oltre ottant’anni dalla scoperta della Grotta Guattari a San Felice Circeo (Lt), questi rinvenimenti sono fondamentali per lo studio dell’uomo di Neanderthal e del suo comportamento (vedi Preistoria. Eccezionale scoperta nella Grotta Guattari al Circeo (Lt) a 80 anni dai primi ritrovamenti neanderthaliani: trovati da Sabap e università Roma Tor Vergata i reperti fossili di altri nove uomini di Neanderthal, e i resti di iene, elefante, rinoceronte, orso delle caverne e dell’uro, il grande bovino estinto. Il Circeo si conferma fondamentale per la conoscenza dell’uomo di Neanderthal a livello europeo e mondiale | archeologiavocidalpassato).

La locandina dell’incontro “Neanderthal e iene” al Muciv di Roma-Eur

Giovedì 10 febbraio 2022, alle 17, al museo delle Civiltà di Roma-Eur, si parla di “Neanderthal e iene: i reperti di Grotta Guattari del Museo delle Civiltà”. Per celebrare infatti il Darwin Day (12 febbraio), il Servizio di Bioarcheologia accoglie il pubblico nel suo laboratorio per mostrare e raccontare gli importantissimi reperti provenienti dai primi scavi di Grotta Guattari a partire dal 1939. L’attività prevede una visita introduttiva all’esposizione temporanea della preistoria. La partecipazione all’incontro è gratuita. L’ingresso al Museo è a pagamento. Per agevolazioni e gratuità vedi https://museocivilta.cultura.gov.it/prepara-la-visita/. Appuntamento al piano terra, alla biglietteria del Museo, in piazza Guglielmo Marconi 14, Roma-Eur. Numero massimo di partecipanti 10. È richiesta la prenotazione: 06 549 52 257 o mu-civ.mostre@beniculturali.it. L’accesso al Museo è consentito previa esibizione del Green Pass rafforzato, inoltre, nel corso dell’incontro è obbligatorio l’uso della mascherina FFP2.

“Eredità problematiche. Musei etnografici tra mediazione del patrimonio e decolonizzazione”: dialogo con Giulia Grechi e Vito Lattanzi al museo delle Civiltà di Roma-Eur e on line. Riflessione e confronto su su sguardi, strumenti e prospettive di curatela nei processi di mediazione e decolonizzazione dei patrimoni etnografici

Come esporre, presentare e gestire le eredità problematiche conservate nei musei di etnografia? Quale il ruolo del curatore nel mediare, rimediare e decostruire le narrazioni che circondano oggetti raccolti durante le diverse fasi dell’esplorazione, dell’imperialismo e della conquista coloniale europea sugli altri continenti? Quale il contributo critico dell’antropologia e delle arti contemporanee in una prospettiva decoloniale? Se ne discute sabato 15 gennaio 2022 al museo delle Civiltà a Roma-Eur nell’incontro “Eredità problematiche. Musei etnografici tra mediazione del patrimonio e decolonizzazione”: dialogo con Giulia Grechi e Vito Lattanzi introdotto e moderato da Gaia Delpino e Rossana Di Lella. Sarà un’occasione per riflettere e confrontarci – insieme anche a Simona Bodo – su sguardi, strumenti e prospettive di curatela nei processi di mediazione e decolonizzazione dei patrimoni etnografici. Appuntamento sabato 15 gennaio 2022, dalle 16 alle 18, al museo delle Civiltà, sala conferenze Filippo Maria Gambari, museo preistorico etnografico “Luigi Pigorini”. Ingresso gratuito, con prenotazione obbligatoria. Si potrà seguire l’incontro in presenza o da remoto. Per prenotarsi, scrivere a: rosaanna.dilella@beniculturali.it. Nei recenti lavori di Vito Lattanzi, “Musei e antropologia. Storie, esperienze, prospettive” (2021, Carocci editore), e di Giulia Grechi, “Decolonizzare i musei. Mostrazioni, pratiche artistiche, sguardi incarnati” (2021, Mimesis edizioni) possiamo trovare una riserva di riflessioni teoriche, di sguardi e di strumenti di applicazione nelle pratiche curatoriali e nei processi di mediazione e decolonizzazione dei patrimoni etnografici. L’incontro metterà in dialogo le prospettive dei due autori partendo da progetti realizzati al museo delle Civiltà e tentando di ampliare la riflessione oltre le specificità dei patrimoni etnografici.

L’incontro rientra nel programma “Deposti aperti. Come immaginare un museo decoloniale?”, un’installazione-laboratorio nata per dare avvio a un processo partecipativo che proseguirà per tutto il 2022, con la finalità di creare occasioni di confronto, dialogo e discussione sulle collezioni, sull’eredità del colonialismo e sui suoi immaginari. Sarà un percorso che ci porterà a pensare collettivamente la nuova sezione dedicata alle collezioni coloniali, dove verranno presentati oggetti e documenti dell’ex Museo coloniale di Roma.

Museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma: nei venerdì di ottobre apertura straordinaria di Villa Poniatowski con il nuovo allestimento delle tombe Barberini e Bernardini di Palestrina, due tra i più importanti corredi principeschi del periodo Orientalizzante

Il nuovo allestimento delle tombe principesche di Palestrina a villa Poniatowski (foto etru)

La “prova generale” durante le Giornate europee del Patrimonio il 24 e 25 settembre 2021 al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma: l’apertura al pubblico di Villa Poniatowski con il nuovo allestimento delle tombe Barberini e Bernardini di Palestrina, due tra i più importanti corredi principeschi del periodo Orientalizzante, risalenti all’inizio del VII secolo a.C., di nuovo esposti dopo otto anni chiusi alle visite. Villa Poniatowski riapre straordinariamente al pubblico tutti i venerdì di ottobre 2021, dalle 10 alle 14 e dalle 15 alle 18. Ingresso contingentato per motivi di sicurezza a cura del personale in servizio. Il biglietto si acquista nella sede di Villa Giulia e dà accesso a tutte le collezioni e alle mostre temporanee in corso.

Gli straordinari corredi delle tombe principesche di Palestrina esposti a villa Poniatowski (foto etru)

Ciascun corredo è composto da decine di oggetti di inestimabile valore e da alcuni capolavori assoluti dell’oreficeria, della bronzistica e della scultura in avorio di questo periodo. Materiali provenienti dal vicino Oriente e dall’Egitto figuravano insieme a gioielli e vasellame di produzione etrusca, rendendo i “principi” che li indossavano e li utilizzavano simili ai monarchi più influenti del Mediterraneo orientale. Questa è una peculiarità del periodo Orientalizzante ed è manifestata ad altissimo livello dalle due sepolture prenestine che, pur provenendo da un’area culturale di influenza latina, beneficiavano del controllo delle vie di transito e delle risorse ad esse connesse per rappresentarsi al massimo livello di sfarzo possibile come e anche in modo più esuberante dei loro vicini Etruschi sull’opposta sponda del fiume Tevere. Il progetto dell’attuale allestimento è dell’architetto Andrea Mandara con la collaborazione di Claudia Pescatori (Studio di Architettura, Roma), il progetto grafico è di Francesca Pavese, l’organizzazione generale di Electa; il progetto scientifico è stato curato da Antonietta Simonelli, funzionario archeologo del museo di Villa Giulia e curatore della sezione museale di Villa Poniatowski, con la supervisione del direttore Valentino Nizzo. L’allestimento è stato realizzato dal personale del Museo coordinato dalla funzionaria restauratrice Miriam Lamonaca supportata dalla collega Irene Cristofari.

La vetrina a villa Poniatowski con il corredo della tomba Barberini di Palestrina (foto etru)

La Tomba Barberini. Nel 1855 nel fondo della Colombella, che insisteva sull’area di necropoli dell’antica Praeneste (attuale Palestrina), viene riportata alla luce la Tomba Barberini, fondamentale testimonianza del periodo Orientalizzante nel Latium vetus e, più in generale, uno dei contesti più rappresentativi di una fase storica e artistica profondamente influenzata dai contatti tra Oriente e Occidente, mediati, tra gli altri, dai Greci e dai Fenici. Insieme con altre centinaia di oggetti di scavo, il contesto della Tomba Barberini, attraverso l’omonima collezione della celebre nobile famiglia romana, viene acquisito dallo Stato italiano nel 1908 per 350mila lire e, grazie all’interessamento dell’allora direttore Angelo Maria Colini, viene destinato al museo di Villa Giulia, nato nel 1889 e subito divenuto un punto di riferimento nel panorama museografico romano.

Fermaglio in oro, a sbalzo e granulazione, dal corredo della Tomba Barberini di Palestrina esposta a villa Poniatowski (foto etru)

Presentando la Collezione nel Bollettino d’Arte del 1909 Alessandro Della Seta nota come nello scavo della Tomba Barberini non si fosse prestata alcuna attenzione al contesto e che una ricostruzione del corredo era stata possibile solo a posteriori mettendo insieme le prime notizie sul rinvenimento, individuando affinità stilistiche tra gruppi di oggetti e ricorrendo al confronto con le associazioni già riscontrate nella Tomba Bernardini (675-650 a.C.). E infatti nel nuovo allestimento, appena inaugurato a settembre 2021, il posizionamento del corredo della Tomba Barberini segue per analogia quello dell’altra tomba prenestina. Intorno alla sagoma del defunto trovano posto gli ornamenti personali in oro, come la meravigliosa piastra decorata con piccole figure di animali reali e fantastici eseguiti a sbalzo e a granulazione, lo spillone dalla testa d’argento a forma di bocciolo di fiore e la fibula a “drago”.

Trono in lamina di bronzo decorata a sbalzo dal corredo della Tomba Barberini di Palestrina conservato a villa Poniatowski (foto etru)
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Coppa (kotyle) di bronzo a doppia parete dal corredo della Tomba Barberini di Palestrina esposta a villa Poniatowski (foto etru)

Tra gli oggetti d’avorio già Della Seta dava grande rilievo, accanto ai calici su alto piede, al corno musicale (?) decorato con incisioni e incrostazioni di ambra e ai tre sorprendenti avambracci lavorati a intaglio con fregi di animali e terminanti a forma di mano, interpretati come manici di specchi o di ventagli. L’altissimo rango sociale del personaggio, a cui doveva essere appartenuto il corredo, è evidenziato dalla ricca dotazione di oggetti per il banchetto sia in bronzo, come il cratere con teste di grifo su alto sostegno, le brocche e le coppe, sia in argento dorato, come le coppe a due manici (kotylai) e la coppa “fenicia”; ma ancor di più ne sottolineano la funzione regale e sacerdotale nell’ambito della comunità di riferimento il trono di lamina di bronzo e gli oggetti legati alla cottura delle carni e alla celebrazione di sacrifici, come l’ascia, il coltello, i bacini, le patere baccellate, il carrello per offerte.

La fibula prenestina, in oro, con la più antica testimonianza della lingua latina

La Tomba Bernardini, scoperta nel febbraio del 1876, prende il nome dai fratelli che ne finanziarono lo scavo nel territorio dell’antica Praeneste (attuale Palestrina). Il suo corredo, originariamente esposto nel museo Kircheriano e poi in quello preistorico-etnografico “Luigi Pigorini”, venne infine dal 1960 trasferito nel museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, dove oggi è conservato nell’adiacente Villa Poniatowski. L’unico oggetto rimasto nella sezione preistorica dell’odierno museo delle Civiltà, erede del “Pigorini”, è la celebre fibula prenestina, con la più antica iscrizione latina fino ad oggi nota. Considerata fino a pochi anni fa un falso e oggi finalmente riabilitata dalla critica grazie ad approfondite indagini archeometriche, la fibula era riemersa diversi anni dopo la scavo della Tomba Bernardini, in circostanze sospette che avevano fatto dubitare della sua autenticità e della sua appartenenza al celebre corredo prenestino, cui invece diverse testimonianze la attribuivano.

Piastra d’oro decorata con file di leoni, cavalli, chimere e sfingi dal corredo della Tomba Bernardini esposta a Villa Poniatowski (foto etru)

La tomba era a pseudocamera consistente in una fossa rettangolare irregolare (m 5,45×3,82/3,92) orientata E-O e profonda ca 1,70 m; le pareti erano rivestite da filari di blocchi di tufo con copertura a lastroni di calcare e travertino; sul fondo vi era un incavo lungo circa 2 metri presso il lato Sud. La disposizione del corredo è nota grazie al sopralluogo effettuato dopo la scoperta dal celebre archeologo tedesco Wolfgang Helbig e alla pubblicazione che ne seguì. Gli ornamenti personali in oro e in argento, come la piastra, la fibula, i fermagli, le frange, da immaginarsi sul petto e sulle spalle quale parte integrante dell’abbigliamento, si concentravano nella zona Est dell’incavo, confermando sia il luogo della deposizione del corpo, già suggerito dal ritrovamento di ossa umane, poi gettate via, che il suo orientamento.

Finale angolare di carro di bronzo con figurine applicate dal corredo della Tomba Bernardini di Palestrina (foto etru)

Sull’orlo della fossa verso Sud trovavano posto le armi (lance di ferro, spada d’argento e spada di ferro), mentre nella parte opposta vi erano i finali di bronzo, pertinenti con ogni probabilità a un carro. Sulla parete Sud erano appesi i tre scudi, mentre lungo quella Est vennero ritrovati il grande calderone di bronzo a protomi di grifo, con all’interno una coppa di bronzo e il suo sostegno. Tutti questi oggetti raccolti nella zona Est della tomba, a cui si possono unire le due falere d’argento rivestite di lamina d’oro, pertinenti la bardatura di un cavallo, sono segni distintivi del ruolo sociale del defunto quale principe guerriero.

Piccolo calderone d’argento dorato decorato con sei teste di serpente dal corredo della Tomba Bernardini esposto a Villa Poniatowski (foto etru)
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Lebete d’argento con coperchio a colino, attingitoio e coppa dal corredo della Tomba Bernardini esposti a Villa Poniatowski (foto etru)

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Coppa di vetro blu dal corredo della Tomba Bernardini esposta a Villa Poniatowski (foto etru)

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Coppa “fenicia” d’argento dorato con fregi di tori e cavalli dal corredo della Tomba Bernardini esposta a Villa Poniatowski (foto etru)

Nella zona Ovest della tomba trovano posto, invece, gli oggetti da ricondursi al banchetto e all’offerta, rappresentativi della condizione socio-economica del defunto, come la coppa (kotyle) d’oro, il calderone a teste di serpenti, le coppe “fenicie” in argento dorato, il lebete con coperchio a colino e attingitoio d’argento, la coppa di vetro blu, gli avori per il rivestimento di scatole o mobili, tra cui risalta il frammento con scena nilotica, il tripode con statuette maschili e cani affacciati sull’orlo; rientrano in questa tipologia di oggetti anche le coppe d’argento appartenenti a un servizio potorio destinato al consumo del vino insieme con la grattugia, mentre il calderone di bronzo con gli spiedi e gli alari sono da collegarsi alla cottura e alla distribuzione delle carni, appannaggio esclusivo degli esponenti dell’aristocrazia. Per tecniche esecutive, tipologica e decorazioni gli oggetti del corredo trovano stringenti confronti con materiali provenienti da Fenicia, Siria, ma anche Grecia insulare e orientale, rappresentando nel loro complesso uno degli esempi più significativi dell’Orientalizzante Antico nell’Italia centrale, dove a oggetti di importazione se ne affiancano altri fabbricati in Italia da artigiani immigrati, che propongono ai nuovi signori un repertorio figurativo diffuso nelle corti del Vicino Oriente segno di prestigio e regalità. La cronologia dei materiali oscilla tra la fine dell’VIII e il secondo quarto del VII secolo a. C. e, grazie a oggetti datanti come la kotyle d’oro, la tomba può essere riferita al 675- 660 a.C.

Archeologia in lutto. È morto per Covid-19 Filippo Maria Gambari, archeologo preistorico, una lunga carriera di ricerca e dirigenziale, con centinaia di pubblicazioni. Era direttore del Museo delle Civiltà all’Eur di Roma, a un passo dalla pensione. Il cordoglio del ministro e dei colleghi

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È morto Filippo Maria Gambari, direttore del museo delle Civiltà, che accorpa il museo Pigorini, il museo Tucci, il museo dell’Alto Medioevo e il museo delle Arti e tradizioni popolari

Archeologia in lutto: è morto per Covid-19 Filippo Maria Gambari, 66 anni: era ricoverato da ottobre all’istituto nazionale di malattie infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma. “Siamo enormemente addolorati nell’annunciarvi che il nostro direttore è venuto a mancare nel pomeriggio di oggi, 19 novembre 2020. Una grave perdita per il Museo delle Civiltà e il suo personale per l’estremo impegno che il Direttore ha profuso nel costruire un “nuovo” museo e nel portare avanti ambiziosi progetti di condivisione culturale e sociale”.  Ad annunciare la scomparsa di Filippo Maria Gambari, archeologo preistorico, esperto di Celti, è stato proprio il Museo delle Civiltà all’Eur di Roma, che raccoglie le collezioni del museo preistorico etnografico “Luigi Pigorini”, del museo delle arti e tradizioni popolari “Lamberto Loria”, del museo dell’alto Medioevo “Alessandra Vaccaro”, del museo d’arte orientale “Giuseppe Tucci”, del museo italo africano “Ilaria Alpi” (ex Museo Coloniale), di cui era direttore dal 2017. Nato a Milano nel 1954, laurea in Lettere Classiche con specializzazione in Archeologia, la sua carriera comincia presto, a 25 anni, come archeologo preistorico presso la Soprintendenza Archeologica del Piemonte a Torino, con direzione di numerosi scavi e interventi sul territorio piemontese. Cura la progettazione scientifica di allestimenti e mostre in ambito preistorico. È stato soprintendente per i Beni Archeologici della Liguria, dell’Emilia Romagna, e della Lombardia; direttore ad interim del Parco archeologico di Ercolano; direttore del Segretariato Regionale per la Sardegna. Aveva al suo attivo centinaia di pubblicazioni in materia di Preistoria e Protostoria, arte rupestre ed epigrafia preromana. Dalla primavera del 2017 direttore del Museo delle Civiltà di cui ha una visione ben precisa: “In un mondo che si è ormai globalizzato, noi siamo abituati a mettere in confronto realtà molto distanti sul piano economico, sul piano politico ma poco sul piano culturale. Un Museo come il nostro nasce proprio per stimolare la possibilità di comprendere i rapporti fra le culture e di imparare a rapportarsi con culture diverse”.

Turismo: Franceschini, Expo opportunità anche per Europa

Il ministro per i Beni e le Attività culturali Dario Franceschini

Era a un passo dalla pensione. Non ha fatto in tempo. Il Covid gliela ha negata. Grande il cordoglio tra quanti nei Beni culturali hanno avuto la possibilità di conoscerlo e apprezzarlo. “Mi stringo ai familiari di Filippo Maria Gambari il direttore del Museo delle Civiltà di Roma che ci ha lasciati questo pomeriggio”, ha scritto il ministro per i Beni e le Attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini. “Un raffinato studioso e un ottimo direttore di uno dei musei autonomi del ministero. Una lunga carriera, rigorosa e ricca di incarichi di grande responsabilità. Ci mancherà”. E l’ex direttore della Dg Musei del Mibact, Antonio Lampis: “Uno dei più bravi direttori dei musei statali, che meritava di andare in pensione in pace e invece è morto di Covid. Una persona indimenticabile, cui ho voluto bene”. Alessandro D’Alessio, direttore del Parco archeologico di Ostia Antica e il personale tutto “si uniscono al cordoglio per la prematura scomparsa di Filippo Maria Gambari, direttore del Muciv e direttore supplente del Parco archeologico di Ostia antica fino a poche settimane fa. Nei quattro mesi in cui ha diretto l’ufficio, tutti hanno potuto apprezzarne le doti scientifiche, professionali e umane, l’esperienza e la competenza unite a una rara disponibilità all’ascolto. Lascia nella comunità scientifica e negli uffici del Ministero un vuoto che sarà difficile colmare”. “Un eccelso e rigoroso studioso”, lo ricorda Alfonsina Russo, direttrice del parco archeologico del Colosseo, “figura di riferimento nell’ambito museale. Mancheranno la sua profonda Cultura, la sua grande Umanità, le sue doti di saggezza, generosità e capacità di visione”.

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Francesco Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano

Cordoglio anche dal direttore del Parco archeologico di Ercolano, Francesco Sirano: “Oggi ci ha lasciato Filippo Maria Gambari stimatissimo archeologo e dirigente MiBACT,  direttore del parco archeologico di Ercolano da settembre 2016 ad aprile 2017 e membro del Consiglio di Amministrazione di questo Parco. Non ho parole da esprimere, sono stato colpito troppo nel profondo per questo ulteriore accadimento. Filippo aveva avviato i primi passi amministrativi del Parco e potere contare sulla sua incredibile esperienza e sulle sue conoscenze profonde tanto nell’archeologia quanto nella gestione dei beni culturali, infondeva entusiasmo e fiducia in tutti. Il tratto umano e il rigore professionale formavano un tutt’uno che ti facevano rispettare ed amare Filippo. Ho lavorato con Filippo braccio a braccio nel Consiglio di Amministrazione ed ho condiviso con lui sempre un’unione di intenti e di progetti. Una persona rara,  di eccezionale levatura. Un collega e amico generoso. Perdiamo un punto di riferimento fondamentale. Sono sconvolto dalla notizia ma sin d’ora tutti sappiamo quanto peserà la sua dipartita. In questo momento provo un senso di smarrimento e un profondo dolore che sono certo condividono tutti quelli che hanno avuto il privilegio di conoscerlo e di lavorare con lui”. E Jane Thompson, manager dell’Herculaneum Conservation Project: “Lo abbiamo conosciuto e ammirato nella complessa fase di avvio del Parco quando si divideva tra la Sardegna ed Ercolano con puntualità e costanza. Un vero esempio di pubblico servizio”. Il cordiglio di tutti i dipendenti del Parco, dei membri del Consiglio di Amministrazione, del Comitato Scientifico e del team HCP alla famiglia e ai suoi affetti.

Testimonial per due anni in grandi mostre, la Venere di Savignano è tornata a casa al Muciv di Roma. Per l’occasione incontro con l’archeologa Alessandra Serges su “La Venere in viaggio: suggestioni e conoscenze da un mondo perduto”

Al Muciv di Roma l’incontro “La Venere in viaggio: suggestioni e conoscenze da un mondo perduto”

Per due anni, tra il 2017 e il 2019, ha viaggiato da Prato a Udine, da Cagliari a Parigi, protagonista di importanti mostre: è la Venere di Savignano. Ora, in occasione del rientro “a casa” della celebre statuetta paleolitica, il museo delle Civiltà di Roma promuove, venerdì 4 ottobre 2019, alle 16.30, nella sala conferenze del museo nazionale Preistorico-etnografico “Luigi Pigorini”, l’incontro con l’archeologa preistorica Alessandra Serges su “La Venere in viaggio: suggestioni e conoscenze da un mondo perduto”, un breve viaggio per tentare di comprendere la storia della statuetta e le vicende che la portarono al “Pigorini” di Roma. Sarà l’occasione per tentare di aprire uno spiraglio su un mondo lontano, di cui le cosiddette produzioni artistiche possono essere una chiave di lettura proprio in virtù della valenza di comunicazione non verbale che le connota.

La Venere di Savignano databile a 25mila anni fa (foto Graziano Tavan)

La Venere di Savignano è una delle opere maggiormente rappresentative dell’arte mobiliare preistorica italiana. Fu trovata nel 1925 in località Prà Martin di Savignano sul Panaro da Olindo Zambelli durante i lavori di scavo delle fondamenta di un edificio. Il manufatto in pietra inizialmente fu interpretato come un’antica arma per la sua forma appuntita. Lo scultore Giuseppe Graziosi, venuto a conoscenza del ritrovamento e comprendendo che si trattava di una scultura, ottenne il reperto in cambio di due quintali di uva. Venuto a Roma per avere un consulto da Ugo Antonielli, allora direttore del Reale Museo Nazionale Preistorico Etnografico di Roma, ne scoprì l’importanza internazionale e consentì che confluisse nelle collezioni della prestigiosa istituzione, nata con l’intento di dare un’impostazione scientifica unitaria agli studi e alle ricerche paletnologiche in Italia. Scavi condotti qualche tempo dopo sul luogo del rinvenimento non riuscirono a chiarire la problematica dell’attribuzione cronologica del reperto. Su basi puramente stilistiche venne attribuita al Paleolitico superiore. Ugo Antonielli, allora direttore del museo Pigorini, sostenne una attribuzione più recente del manufatto anche se con motivazioni attualmente non accettabili. La cosiddetta Venere fu subito riconosciuta come uno dei più importanti ritrovamenti italiani di arte preistorica. Antonielli così la descrive: “Nella statuetta emiliana, dobbiamo riconoscere la più bella per esecuzione, la più grande per dimensioni, fra quante del genere sieno state finora ritrovate”. Nonostante alcuni autori, sia in passato, sia in tempi più recenti, abbiano ritenuto che la statuetta fosse di epoca neolitica, l’attribuzione cronologica più corretta, riconosciuta a suo tempo da Paolo Graziosi e corroborata dai più recenti studi della prof.ssa Margherita Mussi dell’università La Sapienza di Roma, è quella che la colloca nell’ambito del Paleolitico Superiore. Si tratta di una scultura a tutto tondo eseguita in materiale serpentinoso delle dimensioni di 22 cm. Le braccia sono soltanto accennate e sembrano ripiegarsi sul petto, le gambe terminano unite senza accenno dei piedi, mancano completamente i lineamenti del volto ed al posto della testa vi è un’appendice conica che ripete la geometria delle estremità inferiori e che fa assumere un aspetto fusiforme al tutto. Seni, ventre e glutei sono molto sviluppati.

Il libro di Alessandra Serges “La Venere in viaggio”

Alessandra Serges, protagonista dell’incontro al Pigorini, è l’autrice di un libro dal titolo emblematico “La Venere in viaggio” (2016). L’archeologo preistorico spesso ha a disposizione pochi elementi per ricostruire quadri di vita quotidiana. Con il racconto “La Venere in viaggio” l’autrice ha cercato proprio di collegare i punti certi tra loro per offrire ai lettori un’immagine più comprensibile della vita dei nostri antenati. Lo ha fatto in modo originale, affidando il racconto a un osservatore inanimato, un sasso molto speciale, a sua insaputa destinato a diventare una statuina femminile, un oggetto di grande importanza culturale per il gruppo umano che lo produsse. Il racconto, una sorta di autobiografia, fatto in prima persona dal grosso ciottolo, tocca diversi aspetti della vita degli uomini che lo scelsero e lo modellarono: la ricerca delle materie prime, la caccia, l’accampamento, cerimonie, incontri con altri gruppi, spostamenti sul territorio, ricerca di altri luoghi più favorevoli alla sopravvivenza. La narrazione è resa più piacevole da alcune licenze “poetiche”. Ma il piccolo libro offre anche delle note storiche utili ad inquadrare il periodo della preistoria oggetto del racconto e le vicende legate al ritrovamento della statuetta e al suo arrivo al museo nazionale Preistorico di Roma.

Roma. Il Muciv per Luna50 diventa MoonCiv e celebra l’anniversario dell’allunaggio con “La luna delle Civiltà. Selene e le altre. Il cielo degli Antichi nella tradizione occidentale”, prima delle iniziative che accompagneranno l’apertura in autunno del Planetario

La prima pagina del Corriere della Sera del 22 luglio 1969: “L’uomo è sulla Luna”

Il MuCiv per Luna50 diventa MoonCiv

“MoonCiv”: con un simpatico gioco di parole il MuCiv, il museo delle Civiltà di Roma-Eur, ricorda il 50° anniversario dell’allunaggio con una serata speciale: “La luna delle Civiltà. Selene e le altre. Il cielo degli Antichi nella tradizione occidentale”. Appuntamento per venerdì 19 luglio 2019, alle 19, nella sala conferenze del museo Preistorico etnografico nazionale “L. Pigorini”. Apertura straordinaria serale, ingresso con biglietto amico dalle 16 alle 22, a 5 euro. Ingresso gratuito per i possessori di abbonamento annuale al Museo. “Il 20 luglio 1969 l’uomo ha realizzato un’impresa estrema”, interviene il direttore del Muciv, Filippo Maria Gambari, “che sembra coronare la sfida delle grandi esplorazioni, non a caso vagheggiata in molti racconti (dall’Orlando Furioso a Verne, a Méliès, per citare solo alcuni esempi), e diventata negli anni ’60 (dopo il primo volo nello spazio di Yuri Gagarin a bordo della Vostok 1 il 12 aprile 1961) una vera ossessione, sia nella competizione delle Grandi Potenze sia nell’immaginario collettivo di un’intera generazione (qualcuno ricorda ancora Selene di Domenico Modugno, tormentone del 1962?)”.

La traiettria seguita dalla missione Apollo 11 da Cape Canaveral all’allunaggio e ritorno

#Riapriamo il planetario sul colonnato del museo delle Civiltà di Roma

Per celebrare il 50° anniversario dell’allunaggio anche il MuCiv vuole rivolgere lo sguardo verso il cielo, avviando una serie di iniziative che da ottobre 2019 accompagneranno la prossima (si spera già in autunno) e tanto desiderata riapertura del Planetario presso il museo della Civiltà Romana all’EUR (https://www.facebook.com/riapriamoilplanetario). Il Planetario è infatti chiuso dal 28 gennaio 2014 a tempo indeterminato per lavori di riqualificazione dell’edificio in adeguamento alle normative. Ripensare a quello straordinario risultato può servire a ridare carica a una nuova ed aggiornata idea di progresso e ad affrontare con coraggio grandi sfide epocali, prima di tutto già su questo nostro pianeta, che è e resta comunque finora l’unica casa del genere umano. Se “siamo riusciti ad andare sulla luna”, nessun obiettivo può essere considerato impossibile!

Il famoso disco di Nebra (museo di Halle, in Sassonia) dell’età del Bronzo, una delle più antiche rappresentazioni del cielo

Venerdì 19 luglio 2019, alle 19, la prima tappa sarà un’immersione nelle Origini, con una conversazione con il direttore Filippo M. Gambari sul tema “Selene e le altre. Il cielo degli Antichi nella tradizione occidentale”, in cui si cercherà di comprendere come nasce la visione del cosmo, le origini dell’astrologia ed i riflessi in leggende, tradizioni, fatti di costume ben presenti anche oggi. Se la meteorologia ci assiste, si potrà anche ammirare dal terrazzo del Museo, aperto fino alle 22, una meravigliosa luna quasi piena (“gibbosa”), appena calante, dopo l’eclissi parziale di martedì ed il plenilunio di mercoledì.

“Roma e Cartagine: due civiltà a confronto”: al Muciv-Pigorini di Roma-Eur presentazione del libro che descrive due mondi mediterranei distanti e tuttavia vicini. Ricordo di Sebastiano Tusa, uno degli autori

L’immagine sulla copertina del libro “Roma e Cartagine: due civiltà a confronto”

Filippo Maria Gambari, direttore del museo delle Civiltà, che accorpa il museo Pigorini, il museo Tucci, il museo dell’Alto Medioevo e il museo delle Arti e tradizioni popolari

Roma e Cartagine: due mondi mediterranei distanti e tuttavia vicini. Due realtà che emergono dal fondo della storia perché destinate entrambe a diventare grandi potenze del Mediterraneo. Su questa linea muove il libro “Roma e Cartagine: due civiltà a confronto” (Edizioni di storia e studi sociali) con testi di Maurizio Massimo Bianco, Pino Blasone, Alfredo Casemento, Massimo Cultraro, Rossana De Simone, Massimo Frasca, Francesca Oliveri, Carlo Ruta, Francesco Tiboni, Sebastiano Tusa, libro che verrà presentato al Muciv di Roma-Eur martedì 7 maggio 2019, alle 17:30, nella sala conferenze del museo nazionale Preistorico etnografico “Luigi Pigorini”. Presenta l’opera Filippo Maria Gambari, direttore del Museo delle Civiltà. Intervengono: Pino Blasone, scrittore e studioso del mondo orientale; Massimo Cultraro, primo ricercatore IBAM CNR e docente universitario; Massimo Frasca, docente di Archeologia classica, università di Catania; Maria Costanza Lentini, archeologa, già direttore Polo siti culturali Catania; Francesca Oliveri, archeologa, soprintendenza del Mare, Sicilia; Carlo Ruta, saggista e storico del mondo mediterraneo. Coordina: Elisabetta Mangani, archeologa, già funzionaria del museo “L. Pigorini”. Mario Mineo, archeologo del museo “L. Pigorini”, ricorderà la figura di Sebastiano Tusa, già funzionario del museo.

Area della battaglia delle isole Egadi tra romani e cartaginesi

L’archeologo Sebastiano Tusa

Presentazione del libro. Nella prima fase Roma e Cartagine trattano, si accordano sui commerci, cercano di stabilire una convivenza con reciprochi vantaggi. Questo fino al quarto secolo, quando Roma ancora non si sente pronta per sostenere uno scontro con la potenza “frontaliera”. Poi si dipana una lunga vicenda di conflitti che alla fine vede Roma vincitrice e Cartagine umiliata fino alla estrema distruzione. Essa risorgerà dalle proprie rovine a partire dal periodo di Augusto, che apre a Roma l’età del principato. Essa conserva ancora tradizioni fenicio-puniche, ma diventa una Cartagine romana, Sarà quindi un’altra storia. Due civiltà allora che s’incontrano e si scontrano, che non mancano comunque di similitudini, a partire dal sacro e dalle arti, che vedono ambedue fare i conti con la grecità. Entrambe si lasciano contaminare da miti e stili artistici ellenici, senza comunque rinunciare a tradizioni proprie. Entrambe coltivano un ethos patriottico, fatto di eroismi civili e militari, di impulsi predatori e ragione. E danno una propria impronta alla storia antica. Cartagine proietta i propri commerci oltre i confini delle Colonne d’Ercole. Tenta il periplo dell’Africa e punta, dall’Atlantico, verso le coste della Bretagna. Roma conquista i popoli italici ma non li umilia, tesse la propria tela del diritto, cerca di fare un uso razionale della forza che si esprime anzitutto attraverso le sue legioni. Alla fine conquista l’intero Mediterraneo.

Al Muciv – museo Preistorico-Etnografico “Pigorini” di Roma-Eur al via la sesta edizione di Archeofest: tre giorni di incontri, laboratori, visite guidate e un convegno dedicati a “Metallurgica. Storie di artigiani, metalli e tecniche”

“Metallurgica. Storie di artigiani metalli e tecniche” è il tema del sesto Archeofest al museo Pigorini di Roma-Eur

Il museo Preistorico etnografico “Luigi Pigorini” all’Eur di Roma

Più di altre produzioni, quella di fabbri e metallurghi coniuga abilità tecnica e conoscenza, mano e cervello. Forse non a caso fu Efesto, fabbro degli dei, l’unico artigiano che ebbe un posto nell’Olimpo. L’uso dei metalli ha necessariamente comportato l’introduzione di nuove figure legate a tutte le fasi dei processi produttivi, dal reperimento delle materie prime ai prodotti finiti, e ha quindi partecipato in maniera significativa a modificare la struttura interna delle società e i rapporti tra i vari segmenti che la costituiscono. Inoltre, si tratti di rame, ferro o oro, la distribuzione “diseguale” dei giacimenti metalliferi e la pluralità di competenze e conoscenze coinvolte nella catena operativa, dal minerale all’oggetto finito, impone agli artigiani e alle loro comunità la partecipazione a un network ampio e dinamico sulle cui direttrici viaggiano anche altre materie, prodotti e idee. Proprio a “Metallurgica – Storie di artigiani, metalli e tecniche” è dedicata la sesta edizione di Archeofest®, il festival di Archeologia sperimentale ideato e organizzato dall’associazione culturale Paleoes – eXperimentalTech ArcheoDrome in collaborazione con il museo delle Civiltà, il museo nazionale Etrusco di Villa Giulia e l’Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia, in programma al museo delle Civiltà – museo Preistorico Etnografico “Luigi Pigorini” di Roma-Eur il 5, 6 e 7 aprile 2019. L’iniziativa si era aperta il 9 marzo 2019 al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, con la manifestazione “Aspettando Archeofest®”, mentre dal 5 al 7 aprile al “Luigi Pigorini” si svolgerà “Archeofest®”, il festival di Archeologia sperimentale. In queste giornate oltre a iniziative a carattere sperimentale per un pubblico di non addetti ai lavori, nei giorni 5 e 6 aprile, si svolgerà un convegno dal titolo “Metallurgica. Storie di artigiani, metalli e tecniche”: quasi un centinaio di relatori per una cinquantina di contributi. Con l’occasione sarà presentato il volume “Trame di storia”, atti del convegno Archeofest 2017.

Pronti i gadget di Archeofest ’19

“A partire da casi studio su contesti archeologici, con particolare attenzione agli aspetti sperimentali ed etnoarcheologici, e da ricerche demoetnoantropologiche su contesti italiani, europei ed extraeuropei”, spiegano gli organizzatori, “ci proponiamo di fare emergere insieme ai relatori e al pubblico presente il contributo che l’introduzione della metallurgia e delle attività ad essa connesse hanno operato nella trasformazione della società, nelle dinamiche interne e nei rapporti tra le diverse comunità. Nella tradizione aperta e interdisciplinare dei convegni di Archeofest® non abbiamo voluto porre limiti geografici, cronologici o disciplinari ai contributi. Verranno quindi valutate le proposte di comunicazione orale o di poster, privilegiando quelle a carattere innovativo, le nuove ricerche e gli studi inediti”.

Per i “Venerdì del Muciv” Francesca Morandini presenta “L’ideale guerriero longobardo” nel museo di Santa Giulia di Brescia

L’ideale guerriero longobardo nella ricostruzione proposta dal progetto “Longobardi in vetrina”

Il logo del progetto “Longobardi in vetrina”

Quando si parla di Longobardi la prima immagine che prende forma davanti ai nostri occhi è quella delle armi e di un guerriero che le indossa o le brandisce. Il guerriero longobardo è un topos nella visione collettiva dell’alto medioevo, sia per l’importanza che questa figura rivestiva nel proprio gruppo sociale, sia perché larga parte delle nostre conoscenza in merito ai Longobardi ci derivano dai ritrovamenti di necropoli, contesti nei quali emerge con forza, dai reperti, la volontà della società di rappresentare la maggior parte della compagine maschile come guerrieri. Venerdì 29 marzo 2019, alle 16.30, per i “Venerdì al Muciv”, nella sala conferenze del museo Preistorico etnografico nazionale “Luigi Pigorini” di Roma-Eur, incontro con Francesca Morandini e Marco Merlo su “L’ideale guerriero longobardo nel Museo di Santa Giulia a Brescia”. Il riferimento è alla mostra “L’ideale guerriero”, organizzata tra il museo di Santa Giulia di Brescia e il museo delle Civiltà di Roma nell’ambito del progetto “Longobardi in vetrina”, con scambi tra musei promosso dal sito Unesco “I Longobardi in Italia. I luoghi del potere (568-774 d. C.)”. A Santa Giulia in particolare sono esposte sia necropoli individuate nell’ultimo quarto dell’Ottocento (Milzanello di Leno, Darfo, Botticino Sera, Calvisano, Brescia), sia necropoli scavate in tempi più recenti e quindi molto interessanti per i numerosi dati che rivelano. Al museo nazionale dell’Alto Medioevo di Roma sono invece conservati gli straordinari reperti provenienti dai sepolcreti di Nocera Umbra (PG) e Castel Trosino (AP). I lavori, condotti tra il 1897 e il 1898 da Angiolo Pasqui a Nocera Umbra (necropoli “Il Portone”) e tra il 1893 e il 1896 da Raniero Mengarelli a Castel Trosino (necropoli “Santo Stefano”), hanno permesso di mantenere quasi inalterate le relazioni tra gli oggetti e le tombe di provenienza, offrendo dati importanti per lo studio e la ricerca. Nella conferenza verrà presentato non solo l’ideale guerriero delineato attraverso i reperti provenienti dalle necropoli longobarde del territorio bresciano ma anche il museo nel quale i reperti sono esposti, il monastero di Santa Giulia, fondato da Desiderio, ultimo re de Longobardi.