Il museo Archeologico nazionale di Napoli si allarga a monte: inaugurati i nuovi laboratori di restauro nel recuperato Braccio Nuovo che ospiterà anche auditorium, zona ristoro, biblioteca e fototeca
- Il museo Archeologico nazionale di Napoli si allarga a monte potenziando e ristrutturando il cosiddetto Braccio Nuovo con l’inserimento, in una struttura all’avanguardia, di tutte le funzioni e i servizi principali per il normale svolgimento delle attività di un museo di rango internazionale. A lavori ultimati il corpo centrale dell’edificio ospiterà auditorium, biblioteca e fototeca, mentre le due ali laterali che abbracciano il cortile retrostante il Museo ospiteranno i laboratori di restauro e altri servizi. Sino ad oggi, sfruttando il finanziamento a disposizione (giunti con il POR Campania 2000/2006 Attrattore Culturale Napoli e con il POR FESR 2007/2013 da parte della Regione Campania), sono stati realizzati l’involucro dell’intero edificio, inclusi copertura e facciata esterna, la sezione dedicata ai laboratori di restauro, il corpo scala, tutti gli infissi esterni, la predisposizione degli impianti in alcune aree della biblioteca e della fototeca.
I quattro nuovi laboratori del Mann, inaugurati a luglio 2017, occupando complessivamente 689 mq del Braccio Nuovo, dopo anni di abbandono, vanno a potenziare il centro di restauro già già tra i più importanti del Sud Italia. “I quattro nuovi attrezzati gabinetti”, spiega il direttore Paolo Giulierini, “consentiranno al Mann una migliore gestione delle attività di restauro, maggiori spazi per la formazione e la diagnostica, facilitando anche la movimentazione di materiali lapidei pesanti”. E assicura: “Oltre ai laboratori di restauro nella rinnovata struttura non mancheranno spazi destinati ai servizi al pubblico come una biblioteca, un ristorante ed un auditorium da 285 posti, che saranno completati entro il 2019 come previsto nel Piano Strategico”.
Il Braccio Nuovo è stato ampliato in profondità, realizzando uno scavo nel costone di tufo della collina dell’istituto Colosimo, mentre la facciata originaria è stata conservata e restaurata. Le quote dei livelli interni sono state rimodulate in modo da ottenere quattro piani fuori terra, costituiti da solai in c.a. con struttura in acciaio, senza incrementare l’altezza dell’edificio preesistente. L’attuale configurazione funzionale degli spazi, progettata da RTP Studio DAZ architetti associati (Daniela Antonini e Alexander Zaske) – arch. Giuseppe Capuozzo, e realizzata dal gruppo di lavoro composto da arch. Maria Rosaria Infantino, arch. Danilo Capozzo, arch. Giacomo Visconti, ing. Vincenzo Gianfrancesco, ing. Michele Giustino, è il frutto di una completa revisione del precedente progetto non portato a termine. In fase progettuale, l’RTP ha completamente revisionato la distribuzione funzionale del progetto a base di gara, in quanto questo presentava scelte progettuali inattuabili e non sostenibili. È stato inoltre necessario apportare modifiche alle opere già realizzate, a causa della presenza di incongruenze e vincoli normativi non rispettati.
L’Auditorium, cui si accederà attraversando un atrio dalla quota del cortile, si sviluppa sui primi due livelli ed è destinato ad accogliere ca. 285 posti a sedere. L’area pubblica della biblioteca e la fototeca sono ubicate al terzo livello. Al quarto livello sono situati i depositi. L’ala destra dell’edificio ospita i nuovi laboratori di restauro, appena inaugurati, che completano i laboratori già esistenti. Nei primi due livelli dell’ala sinistra e nell’ex Pinakos sono previste le aree di ristoro del museo. Sul terzo livello è prevista un’area dedicata all’allestimento di mostre ed attività didattiche, con annessa sala conferenze, mentre all’ultimo livello sono collocati depositi e locali tecnici. Il piano delle coperture, oltre ad essere utilizzato come spazio tecnico per gli impianti, ospita una cavea con 132 posti a sedere per mettere in scena spettacoli all’aperto. L’elemento che fortemente caratterizza tutti gli spazi interni delle due ali è la presenza di due chiostrine, di dimensioni differenti, che garantiscono l’illuminazione naturale per tutta la profondità del corpo di fabbrica. La chiostrina all’interno dell’ala laboratori si estende sino al secondo livello, ed è chiusa sul lato inferiore da una copertura vetrata; quella nell’ala sinistra si estende sino al piano terra, creando un piccolo giardino che sarà accessibile dall’area ristoro.
1937-2017: ottant’anni fa veniva aperta al pubblico la visita delle rovine di villa Jovis, il primo palazzo imperiale romano, il “nido di falco” voluto da Tiberio su un promontorio dell’isola di Capri davanti alla penisola sorrentina. Fu scavata dall’archeologo Amedeo Maiuri che si ha lasciato una romantica descrizione
Ottant’anni: tanti ne sono passati dall’apertura al pubblico di villa Jovis, la residenza ufficiale dell’imperatore Tiberio, sul promontorio del versante orientale di Capri, isola particolarmente cara al successore di Augusto, tanto che qui fece costruire altre undici ville. Ma fu villa Jovis quella più amata, per il clima mite e gli ampi panorami. Quando il sito archeologico di villa Jovis fu aperto al pubblico era il 1937, anno speciale perché scadeva il bimillenario della nascita dell’imperatore Augusto, celebrato con grande enfasi e solennità dal regime fascista. Il recupero e la riscoperta della residenza imperiale fu affidata a un maestro dell’archeologia, quell’Amedeo Maiuri che, dopo aver scavato con successo nell’Egeo, assumendo anche la direzione del museo Archeologico di Rodi, dal 1924 era stato nominato soprintendente alle Antichità di Napoli e del Mezzogiorno, nonché direttore del museo Archeologico di Napoli. Quando all’inizio degli anni Trenta del Novecento Maiuri venne a Capri il sito di villa Jovis, come lui stesso avrebbe scritto nel 1938 sul Corriere della Sera, “era un cumulo informe di macerie da cui erompevano, quasi paurosamente, le occhiaie vuote delle volte delle cisterne: fulmini, nembi e terremoti, abbattendosi su quel picco di roccia, avevano scrollato le mura della gran fabbrica e sulle malte sgretolate i venti avevano seminato una prodigiosa macchia di ginestre e allevato qualche querciuolo contornato; la grande rampa che saliva all’umile chiesetta aveva sepolto la parte migliore del palazzo; corridoi, logge, terrazze erano coperti da magri filari di vigna; all’ingresso un torracchione sgretolato, la Torre del Faro, quella che aveva dato con il suo crollo un sinistro presagio di morte, pencolante sull’abisso, e di quell’abisso la leggenda aveva fatto la rupe del sangue, della carneficina. Il mito di Tiberio riviveva in quella selvaggia e deserta solitudine, e uomini e natura sembravano congiurare a rendere il suo nome più esecrabile”.
La prima campagna di scavo iniziò nell’inverno 1932-1933. In pochi anni, è ancora Maiuri a scrivere, “le ricerche al gran sole di Capri, o al soffio rabbioso dello scirocco, hanno fatto di questa tragica e muta rovina uno dei più grandiosi complessi che la romanità ci abbia dato. E l’imperatore che non ha lasciato fama di gran costruttore e al quale si faceva anzi colpa di estrema parsimonia di opere pubbliche, ci ha dato invece un superbo esempio di organicità struttiva e architettonica che non è possibile non attribuire a suo personale gusto e a una deliberata volontà preordinatrice. Era facile quassù fare opera di grandiosa scenografia architettonica, di superflua magnificenza, e invece ci troviamo dinanzi alla rude e austera saldezza di una rocca, di una cittadella attanagliata alla rupe, di un palazzo abbarbicato al nudo sasso come un eremo di solitudine o un castello di difesa. E tutto appare subordinato ad una rigorosa, razionale funzionalità delle strutture, con una serrata logica di ideazione e di esecuzione: le immense cisterne affondate nel vivo della roccia, che occupano tutto il cuore del palazzo come il mastio di un castello; il quartiere del bagno degno di un ospite imperiale collegato direttamente a quelle cisterne; il quartiere degli alloggi del seguito disposti lungo i corridoi di servizio dei quattro piani del palazzo, come altrettante celle monastiche d’una badia di frati; la grande sala di ricevimento in forma di esedra-ninfeo; la sua stanza, la più remota e appartata, al di sotto della più alta terrazza del belvedere, proprio ai piedi della chiesetta; e il quartiere della loggia, dell’ambulatio imperiale, aerea, sospesa sulle rupi, tutt’aperta sull’immenso scenario del golfo di Napoli. Segno e suggello infine del soggiorno imperiale – conclude Maiuri la sua descrizione – la torre massiccia del Faro, piantata sul crinale delle rupi, in modo da non servire solo di faro ai naviganti. Ma da lanciare segnalazioni e messaggi al vicino Capo di Sorrento e al più lontano porto di Miseno dove ormeggiavano al sicuro, pronte ai comandi, le navi della flotta tirrena”.
Per raggiungere il promontorio di monte Tiberio e ammirare le rovine della splendida villa Jovis e conoscere le tecniche geniali di costruzione dei romani bisogna affrontare una salita di 45 minuti a piedi dalla famosa Piazzetta tra giardini di ville e viste su Marina Grande. Vicino all’ingresso della villa si trova il cosiddetto “salto di Tiberio”, una scogliera di 297 metri, che, secondo la leggenda, era da dove Tiberio faceva gettare sotto i suoi nemici. Villa Jovis, considerata il primo palazzo imperiale romano e un importante testimone dell’architettura romana del primo secolo, copre una superficie di 7mila metri quadrati. Dall’alto del promontorio il panorama è mozzafiato: a nord, il blu del Golfo di Napoli e l’isola di Ischia fino a Punta Campanella; a sud, il centro di Capri. “Già la scelta del luogo era d’eccezione”, scriveva Maiuri. “I romani amavano disporre le loro ville a mezza costa o lungo il litorale, in vista di una valle o a specchio della marina, innanzi ad aspetti sereni e dolci di colli e di piano o entro seni anfrattuosi di mare; e Capri pur aspra e petrosa aveva dovizia di questi luoghi, e Augusto aveva scelto per sé il più agevole, il più comodo, la bella spianata tutta verde di selva e di vigneti di Palazzo a mare, presso la marina; Tiberio volle invece per sé il picco più solitario, le rupi più abissali, il luogo più remoto da ogni altro abitato, e vi costruì il suo nido di falco. Fu una villa fortezza, più castello che palazzo, più eremo che magione imperiale; a guardarla oggi con la sua gran mole che copre il cocuzzolo del monte, si direbbe il vecchio castello di un signore feudale che imponesse chissà quale odioso diritto di preda ai naviganti: e fu invece la casa di un imperatore che consolidò saldamente sul mare e sulla terra l’impero di Augusto”.
“L’Arte di Vivere al tempo di Roma”: ricreata al museo “Isidoro Falchi” di Vetulonia una domus pompeiana con cento preziosi reperti dal museo Archeologico di Napoli e una star assoluta: l’Efebo di via dell’Abbondanza, la più bella statua mai trovata a Pompei

L’Efebo di via dell’Abbondanza nel suggestivo allestimento della mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma” al museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia (foto Graziano Tavan)
Un cancelletto di legno. Apparentemente insignificante. Eppure è un’autentica “porta del tempo”: di qui noi, di là il mondo degli antichi romani. Basta varcarlo per fare un salto indietro nel tempo di duemila anni. Benvenuti nella casa di un antico pompeiano, accolti da un personaggio speciale: l’Efebo di via dell’Abbondanza. Ma questa domus, fate bene attenzione, non si trova a Pompei, bensì a Vetulonia, importante centro della dodecapoli etrusca. All’interno del museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia è stata infatti ricreata una vera domus pompeiana grazie alla collaborazione della direttrice del “Falchi”, Simona Rafanelli, con il direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, Paolo Giulierini. Ecco dunque la mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma. I luoghi del tempo nelle domus di Pompei” (aperta fino al 5 novembre; catalogo de “L’Erma” di Bretschneider; vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/05/20/pompei-trasloca-in-etruria-notte-speciale-dei-musei-a-vetulonia-con-la-mostra-larte-del-vivere-al-tempo-di-roma-i-luoghi-del-tempo-nelle-domus-di-pompei/), con un centinaio di reperti provenienti dalle colonie romane dell’area vesuviana, Pompei, Ercolano, Stabia, e per la maggior parte conservati nei magazzini del Mann. “Abbiamo cercato gli oggetti da prestare per questa mostra”, ricorda Valeria Sampaolo, conservatore delle collezioni del Mann, “nei magazzini, locali protetti da pesanti cancelli dove sono conservati tesori di bronzi, ceramica e vetro. Con Simona Rafanelli abbiamo selezionato quanto potesse essere più significativo per facilitare la ricostruzione ideale di ambienti analoghi a quelli rimessi in luce dalle ricerche vetuloniesi. I visitatori possono così percepire di quante comodità gli antichi fossero riusciti a circondarsi, e a quali livelli di tecnica e di artigianato si fosse giunti nel I sec. d.C. attraverso oggetti reali, concreta e tangibile testimonianza del passato”. Reperti così importanti (alcuni usciti per la prima volta dal Mann) che, per dissipare l’incredulità manifestata dai primi visitatori sorpresi da tanta qualità, gli organizzatori sono stati “costretti” a porre un cartello bilingue all’ingresso “Sono tutti pezzi originali”.

Visione assonomentrica del progetto di allestimento della mostra “Arte di Vivere al tempo di Roma” dell’architetto Luigi Rafanelli
Entriamo dunque a scoprire “L’Arte di Vivere” di senechiana memoria in questa ricca domus pompeiana. Ci accompagna un’ospite speciale, l’archeologa Luisa Zito. Apriamo il cancelletto, ed eccoci nel I sec. d.C. I pavimenti musivi della domus sono stati riprodotti nei minimi dettagli per un allestimento, curato dall’architetto Luigi Rafanelli, “immersivo” ed “emozionale”, per solleticare più sensi del visitatore: dalla vista all’udito, e, per i fortunati presenti all’inaugurazione, all’olfatto. “Quel giorno – ricorda Zito – nel giardinetto cui si accede dal tablino c’erano piante vere (ora sostituite da riproduzioni per ovvi motivi tecnici) che inondavano le stesse fragranze simili a quelle apprezzate dagli antichi pompeiani”. Per ricreare queste atmosfere, “ridare vita agli oggetti domestici, e restituire splendore alle straordinarie opere d’arte, di pittura e scultura, presenti in mostra”, spiega Luigi Rafanelli, “si è ricostruita parzialmente, in due stanze del museo, una domus pompeiana: nella prima, sono stati localizzati ambienti dedicati a banchetto, simposio, cucina, dispensa, toeletta, che si affacciano sull’atrio, con al centro l’impluvio; nella seconda, sono riproposti tre ambienti: uno interno, il tablinum; uno interesterno, il portico; uno esterno, il giardino, in sequenza scenografica”. La casa pompeiana qui è intesa dall’architetto allestitore non come semplice contenitore di un’antologia di pezzi archeologici, ma come luogo dove è (ri)messa in scena L’Arte di Vivere dei romani, il teatro della rappresentazione delle attività domestiche, comprese quelle artistiche e culturali, fondamentali nello stile di vita di quel tempo.
(1 – continua)
Serata speciale a Vetulonia con “Archeologia sotto le stelle”: l’archeologa Luigia Melillo svela i segreti dell’Efebo di via dell’Abbondanza, star della mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma” al museo Etrusco “Isidoro Falchi”

L’Efebo di via dell’Abbondanza star della mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma” al museo Etrusco “Isidoro Falchi” e protagonista della rassegna “Archeologia sotto le stelle” a Vetulonia
“Quel lontano 25 maggio del 1925, trascorsi ormai molti anni dalla importante scoperta della statua bronzea dell’Apollo della Casa del Citarista nel 1859”, scrive Simona Rafanelli direttore del museo civico Etrusco “Isidoro Falchi” di Vetulonia, nel catalogo della mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma” (L’Erma di Bretschneider), “proprio quando (sono parole dell’archeologo Amedeo Maiuri, all’epoca direttore degli scavi a Pompei) … poteva sembrare che il suolo della distrutta città … non ci riserbasse più … alcun’altra opera di vero pregio artistico, riemerge, dal cuore di una delle maggiori abitazioni signorili di Pompei, aperta su via dell’Abbondanza con ben tre ingressi, una straordinaria statua in bronzo di dimensioni di poco inferiori al vero, degna di essere annoverata (annotava ancora Maiuri) tra le più importanti scoperte della città dissepolta: l’Efebo di via dell’Abbondanza”. L’Efebo era riemerso dal cumulo di cenere e lapilli che per quasi duemila anni l’aveva occultata agli occhi del mondo e tornava ad offrirsi agli attoniti occhi degli astanti come un fanciullo “non più adolescente”, dal corpo nudo di radiosa bellezza (la magistrale descrizione di Maiuri), in cui l’armonico e perfetto sviluppo delle membra, agili e snelle e già adusate … all’esercizio della palestra, ci rivela la figura di un giovanetto atleta offerente, immortalato nel gesto di offerta, fatto con l’ancora timida e reverente grazia della divina giovinezza.
L’Efebo di via dell’Abbondanza, protagonista assoluto della mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma. I luoghi del tempo nelle domus di Pompei” al museo “Isidoro Falchi”, per ammirare il quale vale un viaggio a Vetulonia, è anche il protagonista del secondo appuntamento di “Archeologia sotto le stelle 2017: conversazioni in piazza sui temi della mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma”, rassegna promossa dal museo civico di Vetulonia, dal Comune di Castiglione della Pescaia e dai Musei della Maremma. Venerdì 4 agosto 2017, alle 21.15, in piazza a Vetulonia, “Focus sull’Efebo di Via dell’Abbondanza” con Luigia Melillo, responsabile ufficio Restauro del museo Archeologico nazionale di Napoli. Con Melillo sarà interessante ripercorrere le vicende che hanno interessato l’Efebo dalla sua scoperta fino all’ultimo restauro curato dal Paul Getty Museum di Los Angeles prima del suo arrivo a Vetulonia. Così si scopre che il primo restauro risale ancora al 1925 quando furono ricongiunte le parti staccate degli arti inferiori, ricomposto l’avambraccio destro e creata una solida armatura interna che desse stabilità alla statua. Ma solo nel 1996, di fronte alle precarie condizioni statiche della statua, quando si procedette allo smontaggio dell’Efebo, si scoprì che, come scrive Luigia Melillo, “per dare stabilità all’armatura interna e per fornire una superficie d’appoggio compatta su cui fissare i frammenti da ricomporre, le gambe e parte delle cosce furono riempite di cemento, principale causa delle precarie condizioni statiche dell’Efebo”. Ma è solo una delle tante curiosità legate alla grande scoperta fatta da Amedeo Maiuri nel 1925.
La serata si chiude al museo. Al termine dell’incontro con Luigia Melillo è possibile partecipare a un brindisi dolce/salato a prezzo speciale nel Borgo (Info 0564 948058). Ma la rassegna “L’Archeologia sotto le stelle” offre anche l’occasione veramente ghiotta, tra le ore 22 e le 23, di partecipare a visite guidate con l’archeologo alla mostra evento 2017 “L’Arte di Vivere al tempo di Roma. I luoghi del tempo nelle domus di Pompei”.
“Zeus in trono” torna a casa, al Mann di Napoli. La statuetta in marmo era stata trafugata negli anni Ottanta e comprata dal Paul Getty Museum nel 1992, che ora l’ha restituita spontaneamente, una volta dimostrata la provenienza illegale dalla Campania

La statuetta in marmo di “Zeus in trono” restituita all’Italia dal Paul Getty Museum e ora al museo Archeologico nazionale di Napoli
Zeus torna a casa. A Napoli. Trafugata illecitamente dall’Italia intorno agli anni Ottanta del secolo scorso, la preziosa statua di “Zeus in trono”, databile intorno al 100 a.C., e acquistata nel 1992 dal Getty Museum di Los Angeles tramite un mercante d’arte londinese, è stata accolta con tutti gli onori al museo Archeologico nazionale di Napoli, che – famoso per sue preziose raccolte greco–romane – è stato scelto come sede ideale per il ritorno in Italia e in Campania, da dove sicuramente proviene, dell’importante scultura in marmo raffigurante Zeus in trono, almeno fintanto che non sarà determinata la sua esatta provenienza. La statuetta di “Zeus in trono”, che sarebbe stata utilizzata in origine come oggetto di culto nel tempietto casalingo di una facoltosa famiglia greca o romana. è stata restituita spontaneamente dal museo californiano. “La decisione di restituire questo oggetto rientra nella nostra politica di collaborazione con il ministero dei Beni Culturali per la risoluzione di controversie e questioni relative alla provenienza e proprietà di oggetti facenti parte della nostra collezione”, spiega Timothy Potts, direttore del J.P. Getty Museum. E il ministro per i Beni culturali, Dario Franceschini: “È il risultato della collaborazione tra Italia e Usa, e di una strategia fatta di azioni di Polizia e di azioni di diplomazia per riportare qui il patrimonio culturale sparso nel mondo”. La statua di “Zeus in trono” resterà a Napoli, ha annunciato il titolare del Mibact, favorevole alla linea secondo cui le opere d’arte trafugate debbono ritornare al territorio di appartenenza dopo il loro recupero. “La scelta del Mann”, sottolinea il direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, Paolo Giulierini, “è un riconoscimento della rappresentatività di Napoli e della Campania e conferma i rapporti di collaborazione tra il Mann ed il Paul Getty Museum che risalgono a 25 anni fa”. D’altra parte il Getty Museum di Los Angeles ha di recente rinnovato proprio con il direttore del Mann, Paolo Giulierini, anche una importante collaborazione per l’esposizione temporanea di opere del museo napoletano presso l’Istituzione californiana, connessa al restauro delle stesse. Il caso più recente è quello del celeberrimo Cratere di Altamura o dell’Inferno che verrà restaurato ed esposto al Getty Villa di Malibù.

Il ministro Franceschini, il generale della Guardia di Finanza Carrarini e il direttore Giulierini applaudono il ritorno in Italia dello “Zeus in trono”
A festeggiare la nuova collocazione di Zeus al Mann, oltre al ministro Dario Franceschini anche il procuratore della Repubblica facente funzioni presso il Tribunale di Napoli Nunzio Fragliasso e il procuratore aggiunto con delega alla tutela dei beni culturali Vincenzo Piscitelli; il comandante della Regione Campania della Guardia di Finanza gen. D. Fabrizio Carrarini, il comandante del nucleo di polizia tributaria di Roma da dove erano partite le indagini col. t. st. Paolo Compagnone e il comandante del gruppo Tutela mercato beni e servizi dello stesso nucleo di polizia tributaria di Roma ten. col. Luigi Smurra. “La presenza del ministro Franceschini oggi a Napoli ci onora”, commenta Giulierini. “Il ritorno delle statua di Zeus è una conferma del successo dell’azione dell’Italia, fortemente impegnata con tutte le sue Istituzioni nel recupero e nella conservazione del nostro patrimonio”.

Lo scoprimento dello “Zeus in trino” dall’imballaggio per preservarlo durante il viaggio da Los Angeles a Napoli
La statuetta di “Zeus in trono” è alta 74 cm potrebbe essere stata oggetto di culto – come si diceva – nella cappella privata di una ricca dimora patrizia, in ogni caso le numerose incrostazioni marine fanno supporre un prolungato periodo di immersione in mare, con un lato intatto probabilmente perché coperto dalla sabbia, che l’avrebbe protetto. E proprio queste incrostazioni hanno contribuito a dimostrare la provenienza campana della statua esposta a Los Angeles. Tutto comincia con il ritrovamento in uno scavo clandestino di un frammento marmoreo che poi si sarebbe scoperto essere uno spigolo del bracciolo del trono di Zeus. Quel frammento è stato recuperato a Bacoli, nel Napoletano, dalla Guardia di Finanza il 12 dicembre 2012. Ben presto fu ipotizzato che quel frammento poteva appartenere allo “Zeus in trono” di Los Angeles. Grazie a un’immagine disponibile sul web è stato possibile sovrapporre virtualmente il frammento alla statua, e si p visto che era perfettamente compatibile. Così si è proceduto a una verifica diretta nel museo californiano, eseguita il 6 marzo 2014. Infine le analisi delle concrezioni calcaree presenti sul frammento (conseguenza della lunga permanenza in mare), uguali a quelle presenti sulla statua, hanno costituito la prova definitiva.
Eccezionale scoperta fuori Porta Stabia a Pompei: trovata la tomba monumentale in marmo del “princeps”, il più famoso impresario di spettacoli gladiatori, con la più lunga iscrizione mai rinvenuta nella colonia: insieme all’elogio del defunto anche i retroscena della rissa all’anfiteatro del 59 d.C. La tomba si può completare col grande bassorilievo dei gladiatori, al Mann dalla metà dell’Ottocento. Per la prima volta trovato sullo strato di lapilli le tracce dei carri dei pompeiani in fuga dall’eruzione

Archeologi al lavoro per ripulire la monumentale tomba in marmo a ridosso delle fondamenta del palazzo San Paolino a Pompei
Trovata a Pompei la tomba del “princeps”, il più famoso impresario di spettacoli gladiatori dell’area vesuviana, con la più lunga iscrizione mai trovata nella colonia romana, che svela i retroscena della più grave rissa mai registrata nell’anfiteatro pompeiano (episodio che costrinse l’imperatore Nerone a sospendere gli spettacoli a Pompei), e permette di “collocare” un grande bassorilievo, proveniente dalla zona di Porta Stabia, ma trovato fuori contesto, e conservato al Mann dalla metà dell’Ottocento. Ce n’è abbastanza per far esultare il direttore generale della soprintendenza Massimo Osanna, che mercoledì 26 luglio 2017 ha presentato ufficialmente il ritrovamento fuori Porta Stabia a Pompei: “Senza falsa modestia, è la scoperta più importante registrata a Pompei negli ultimi decenni, e soprattutto un colpo di fortuna straordinario perché questa scoperta non viene da uno scavo programmato ma da uno scavo che nasce per la ristrutturazione dell’edificio di San Paolino”. Il caso ancora una volta ha dato una mano agli archeologi. Il San Paolino era stato realizzato negli anni Quaranta dell’Ottocento come cascinale privato ai margini dell’area archeologica. “Già allora si fecero degli scavi. Ma l’abbiamo capito quando siamo intervenuti con uno scavo preventivo prima di procedere alla ristrutturazione del San Paolino che, speriamo dall’autunno, è destinato ad ospitare la grande biblioteca della soprintendenza, mentre gli uffici sono al piano superiore”. Durante gli accertamenti sulle fondazioni, è stato fatto uno saggio in profondità che ha intercettato un pezzo della strada che usciva da Porta Stabia e un pezzettino di un monumento: “Essendo in marmo ci ha fatto capire che doveva essere un qualcosa di eccezionale. Ma con il Grande Progetto non si poteva fare scavi perché sarebbe stata una variante al contratto che quindi Bruxelles non ci avrebbe riconosciuto, e quindi abbiamo deciso di fare uno sforzo e con il nostro Cda abbiamo individuato i fondi, 200mila euro, per scavare, aspettandoci una sorpresa. E la sorpresa è avvenuta: la tomba monumentale probabilmente è del personaggio più importante degli ultimi anni della colonia”. Morto un anno prima dell’esplosione del vulcano, il notabile – di cui non si è trovato il nome – fu seppellito nell’area di Pompei, fuori Porta Stabia, denominata San Paolino, quindi lungo la strada più importante che usciva dalla colonia verso la ricca Stabiae e quindi il mare. Per la sua fama e la sua ricchezza gli fu dedicata una lunga epigrafe su marmo che ora emerge dal terreno e rivela aspetti della storia pompeiana e, quasi sicuramente, il nome dell’uomo sepolto. Che per ora però non è emerso. Secondo Osanna potrebbe trattarsi di Gneo Alleo Nigidio Maio, che il popolo soprannominò “principe” della colonia, in segno di gratitudine per i favolosi spettacoli che organizzava. Ma andiamo con ordine.
Tracce dei pompeiani in fuga dall’eruzione. “Il monumento”, riprende Osanna, “sorge lungo una strada basolata che in questo momento non vediamo perché è ricoperta da uno spesso strato di lapilli. È proprio sopra questa superficie trasformata in strada di fortuna che arriva il dato più toccante: per la prima volta si sono scoperte le tracce della fuga dei pompeiani. Si vedono i solchi lasciati dai carri dei pompeiani che fuggivano da Porta Stabia e correvano due metri sopra i lapilli verso la salvezza. Lo scavo è stato fatto con grande perizia e ci ha permesso di individuare queste tracce che probabilmente saranno state presenti anche in altre situazioni ma non sono state viste perché in passato non sempre gli scavi sono stati condotti in maniera stratigrafica corretta, cosa che invece bisogna fare sempre”.

L’iscrizione scoperta sulla tomba monumentale, 4 metri di lunghezza e 7 righe di testo, la più grande mai trovata a Pompei
L’iscrizione. La tomba presenta un’iscrizione lunghissima: 4 metri su 7 righe, che ci dà dati inediti sulla storia di Pompei riportando in maniera dettagliata le tappe fondamentali della vita (acquisizione della toga virile, nozze) e la descrizione delle attività munifiche che accompagnarono tali eventi (banchetti pubblici, elargizioni liberali, organizzazione di giochi gladiatori e combattimenti con belve feroci). “Questa iscrizione”, assicura il soprintendente, “un po’ cambia la storia di Pompei”. Si tratta di una iscrizione sepolcrale nella forma delle res gestae (cioè con la descrizione delle imprese realizzate in vita). Le iscrizioni sepolcrali, notoriamente, contengono il nome del defunto, possono o meno indicare l’età, la condizione sociale e la carriera o altre notizie biografiche. Per i magistrati la citazione delle attività svolte si riassume nel cursus honorum (la carriera pubblica); altri riferimenti sono piuttosto rari. Nel nostro caso invece viene fatto l’elogio del defunto, cosa che a Pompei non ha confronti. “Questo personaggio racconta quello che ha fatto nella sua vita: il suo racconto inizia quando, raggiunta la maggiore età, prese la toga virile. Per l’occasione donò a tutto il popolo pompeiano un banchetto – sarebbe bello capire dove -, soffermandosi anche sui dettagli: allestì 456 triclini, dove le persone potevano banchettare. Quindi dobbiamo immaginare migliaia di pompeiani stesi a triclino, tutti ospiti di questo personaggio che, non pago, offrì anche uno spettacolo gladiatorio con 416 gladiatori – cita l’iscrizione – cosa straordinaria. Se pensate che tutti i dati che noi abbiamo sugli spettacoli gladiatori, anche quelli ricavati dalle iscrizioni ritrovate a Pompei, non ricordano mai più di 30 coppie di gladiatori. Qui invece sono 416 per uno spettacolo gigantesco che in quel momento si poteva allestire solo a Roma. Quindi fu un grande spettacolo, e sostanzialmente una grande carneficina”.

La cruenta rissa tra pompeiani e nocerini del 59 d.C. alll’anfiteatro è ricordato da un affresco pompeiano oggi al Mann
I retroscena della grande rissa del 59 d.C. “L’iscrizione – e qui è il dato straordinario che vien fuori – ci parla della rissa del 59 d.C. registrata anche da Tacito ma di cui oggi possiamo dire non ci aveva detto tutto”. Negli Annales (XIV, 17) Tacito ricorda come in quell’anno, durante uno spettacolo di gladiatori nell’anfiteatro di Pompei, iniziarono alcuni screzi tra gli abitanti di Pompei e quelli di Nuceria Alfatena. I primi erano infatti ancora risentiti per la deduzione a colonia di Nuceria (avvenuta nel 57 d.C.), a svantaggio della vicina Pompei, che perse così parte del suo territorio agricolo. Durante i giochi, dalle ingiurie si passò alle sassate e poi alle armi. Alla fine dei tumulti erano soprattutto i Nocerini i più danneggiati, e molti di essi rimasero uccisi o tornarono a casa feriti. L’imperatore Nerone portò la vicenda al Senato romano. Dopo l’inchiesta venne deliberata la chiusura dell’anfiteatro pompeiano per dieci anni (poi ridotti a due) e lo scioglimento dei collegia; il senatore Livinio Regolo, organizzatore dei giochi, e gli altri incitatori della rissa vennero esiliati. “Ma l’iscrizione ritrovata”, fa sapere Osanna, “ci dà alcuni dettagli che Tacito non aveva scritto: innanzitutto questo personaggio si pregia che lui aveva così buoni rapporti con l’imperatore che solo lui godette di riportare a casa i duoviri, cioè i magistrati del 59 che evidentemente erano stati esiliati anche loro, ma di cui Tacito non parla. Quindi un torbido notevole di straordinarie proporzioni che doveva coinvolgere le famiglie principali di Pompei che quindi nel 59 si trovava con entrambi i duoviri esiliati.

Un dettaglio del grande bassorilievo con scene gladiatorie trovato fuori contesto nell’area di Porta Stabia e conservato al Mann dalla metà dell’Ottocento
Poi parla delle sue nozze. “L’impresario ricorda che anche in occasione delle sue nozze continuò a organizzare spettacoli gladiatori e ne fece uno enorme questa volta accompagnato con venationes, cioè spettacoli con la caccia ad animali esotici e bestie feroci. Per l’occasione portò a Pompei animali catturati in Africa proprio per allietare i cittadini pompeiani. E alla fine i pompeiani lo acclamarono patronus, e lui – sottolinea Osanna – si schernisce dicendo di non esserne degno. Nell’iscrizione è ricordato come princeps coloniae, un altro caso interessante: vuol dire che era uno dei personaggi più influenti per la cittadinanza, un titolo onorifico per ribadire che lui era il migliore della colonia”. Questo continuo rinvio agli spettacoli gladiatori e alle venationes nella monumentale iscrizione scoperta fuori Porta Stabia ha permesso di ricontestualizzare un pezzo importante finito al MANN alla metà del XIX secolo da un ritrovamento fuori contesto. “È più che verosimile che la parte superiore della tomba, danneggiata dalla costruzione dell’edificio di San Paolino nell’Ottocento, fosse completata con un rilievo conservato al Mann. Se si valuta il ruolo che gli spettacoli gladiatori e le venationes hanno nell’elogio, si può ipotizzare che fosse ivi collocato il noto rilievo con scene gladiatorie e di cacce con animali del Mann. Il rilievo ha infatti dimensioni compatibili con il monumento, lungo com’è circa 4 metri, e risponderebbe bene nel tema al ruolo del defunto di straordinario organizzatore di giochi.
Si può dare un nome a questo importante impresario? “Purtroppo”, ammette il soprintendente, “sull’iscrizione messa in luce non il nome non c’è. Ma dal prosieguo delle ricerche potremmo essere smentiti. Noi comunque pensiamo possa trattarsi di Gneus Alleius Nigidius Maius, uno dei personaggi più in vista dell’età neroniana-flavia, il più noto tra gli impresari di spettacoli gladiatori della città, che risulta acclamato più volte a Pompei proprio come prodigo dispensatore di giochi. Morto nel 78 d.C., quindi un anno prima dell’eruzione del Vesuvio, era un liberto figlio di uno schiavo. Il personaggio ben rappresenta la classe dirigente degli ultimi decenni di vita della città, affermatosi in virtù dell’estrema mobilità sociale di quegli anni e grazie all’adozione da parte dell’importante famiglia degli Alleii. Si tratterebbe quindi di un personaggio ben in vista a Pompei”.








































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