Al museo Archeologico nazionale di Napoli al via le visite virtuali con gli esperti del progetto digitale Ohmyguide.tours: 45 minuti per conoscere i capolavori del Mann in rete con internauti di tutto il mondo grazie al video sulle collezioni dell’Archeologico del regista Lucio Fiorentino
Come la prenotazione di un aereo o di un treno, consultando 24 ore al giorno, 7 giorni su 7, il sito Ohmyguide.tours: pochi attimi (e click) per verificare il calendario con le visite programmate, acquistare il biglietto e partire per un viaggio virtuale alla scoperta delle splendide collezioni del museo Archeologico nazionale di Napoli. Da venerdì 17 luglio 2020, alle 11, inizia la programmazione dei tour virtuali al Mann, con repliche quotidiane, mattutine o pomeridiane, già calendarizzate sino al prossimo 31 luglio (per info: http://www.ohmyguide.tours). Il Mann aderisce dunque a Ohmyguide.tours, progetto digitale che permette di ammirare, in diretta streaming, i principali luoghi della cultura italiani e stranieri: un’esperienza dinamica, che unisce gli internauti di tutto il mondo sotto l’egida della fruibilità interattiva del patrimonio storico-artistico globale. “Il Mann si conferma aperto alla sperimentazione di nuovi format digitali e alle opportunità che offrono alla comunicazione e alla didattica”, commenta il direttore Paolo Giulierini. “Abbiamo aderito con entusiasmo alla rete ohmyguide, realizzando un percorso di altissima qualità. Siamo certi che la forte accelerazione di questi mesi anche nei beni culturali sul versante della virtualità sia un’occasione da sfruttare subito e non si ponga assolutamente in conflitto con la fruizione fisica dei musei, piuttosto invogli alla visita, proponendosi senza confini ad un pubblico globale”.
Chi acquista online il ticket di Ohmyguide.tours (4.90 per ogni partecipante a Digital Experience di gruppo con massimo 200 users; 49 euro per Private Digital experience – 10 device connessi per lo stesso tour) vive una vera e propria avventura della conoscenza: un esperto OMG è volto e voce del racconto, che segue il suggestivo video realizzato dal regista Lucio Fiorentino per svelare la magia del museo napoletano. Per la prima visita digitale, sarà la storica dell’arte Rory Dumontet ad accompagnare gli internauti nelle sale del Museo: emozione garantita, anche online. In fase di lancio della Digital Experience, con il codice WEBMANN, il tour costerà solo 1,9 euro; viceversa, i fruitori del percorso online, avranno diritto a due euro di sconto per l’ingresso al Mann.
In quarantacinque minuti, è possibile passeggiare, grazie alle nuove tecnologie, nelle sale della Collezione Farnese, vedere i principali mosaici delle antiche città vesuviane e soffermarsi negli ambienti del Gabinetto Segreto. Tappa obbligatoria alla Villa dei Papiri ed ai nuovi allestimenti degli oggetti della vita quotidiana e degli affreschi, con veloci incursioni nelle sezioni di più recente riapertura (Sezione Egizia, Sezione Preistoria e Protostoria, Collezione Magna Grecia). Il tour comprende un excursus sulla storia dell’edificio che ospita le collezioni museali: “Nella realizzazione del video per le visite virtuali al Mann”, spiega il regista Lucio Fiorentino, che torna al Mann dopo il successo dei suoi cortometraggi del progetto “Antico Presente”. “Ho voluto adottare una visione d’insieme, capace di assecondare la meraviglia del visitatore nello scoprire i tesori del museo. Nello stesso tempo, con brevi flash, non ho sacrificato il valore del dettaglio, perché, anche da casa, le nuove tecnologie aiutano a cogliere la cura con cui lavoravano gli antichi artisti”.
Al museo Archeologico nazionale di Napoli presentazione del libro postumo di Mennea “Monaco 1972. Una tragedia che poteva essere evitata” nell’ambito della collaborazione tra Mann e Napoli Teatro Festival Italia. Prenotazione obbligatoria. Sconti tra le due istituzioni

Il Giardino delle Fontane al museo Archeologico nazionale di Napoli ospita la presentazione del libro postumo di Mennea (foto Mann)
Il titolo non lascia dubbi sui contenuti: “Monaco 1972. Una tragedia che poteva essere evitata” (Colonnese Editore). È il libro postumo di Pietro Paolo Mennea, ultima opera del grande campione, rimasto inedito alla sua scomparsa: tra politica internazionale e mondo dello sport, il racconto ripercorre le tragiche vicende che segnarono le Olimpiadi di Monaco nel 1972. Il libro sarà presentato al museo Archeologico nazionale di Napoli giovedì 16 luglio 2020, alle 11.30, nel Giardino delle Fontane, come evento della sezione SportOpera del Napoli Teatro Festival Italia. Continua dunque la collaborazione tra il Mann e Napoli Teatro Festival Italia: una rete che si conferma, nel nome del dialogo tra le arti. All’incontro interverranno Manuela Olivieri Mennea, Alfio Giomi (presidente italiano della Fidal), Ruggero Cappuccio (direttore artistico del Napoli Teatro Festival Italia), Patrizio Oliva (medaglia d’oro a Mosca 1980), Vito Grassi (presidente Industriali di Napoli e vice presidente di Confindustria), Maurizio Marino (Neapolis Marathon); apriranno il dibattito i saluti di Paolo Giulierini (direttore MANN) e Francesca Mazzei (Colonnese and Friends). L’iniziativa sarà a cura di Claudio Di Palma, con l’organizzazione Vesuvioteatro. Evento disponibile solo per un numero ridotto di spettatori, previa prenotazione al numero +39 3499374229. Il gemellaggio culturale tra il MANN e Napoli Teatro Festival Italia, anche per quest’anno, prevederà una scontistica comune: con il biglietto del Museo o la tessera OpenMANN, ciascuno spettacolo NTFI costerà 5 euro; viceversa, con ticket di NTFI, l’ingresso all’Archeologico avrà prezzo speciale di 6 euro.

Le famose sculture dei Corridori, provenienti dalla Villa dei Papiri di Ercolano, conservate al Mann (foto Luigi Spina)
La scelta di presentare il libro proprio al MANN è particolarmente significativa: la narrazione dello sport nel mondo antico, infatti, si dipana, in maniera avvincente, anche attraverso le opere dell’Archeologico. Se le celebri sculture gemelle in bronzo dei Corridori, conservate al Museo, sono ormai icona internazionale del ricco apparato decorativo del peristilio della Villa dei Papiri di Ercolano, le collezioni e i depositi del Mann dischiudono tesori che narrano l’importanza dell’esercizio fisico nel mondo greco-romano: anche tramite lo sport, si favoriva la paideia (educazione) delle giovani generazioni. Anfore panatenaiche (nell’antica Grecia erano offerte come premio ai vincitori delle gare e, generalmente, contenevano olio), vasi con raffigurazioni delle diverse discipline sportive, affreschi delle città vesuviane con rappresentazioni di lotte e corse con bighe, sculture in marmo di atleti ed iscrizioni provenienti da Napoli antica, sono alcuni dei tanti reperti che rappresentano la centralità della dimensione sportiva nella vita dei greci e dei romani. ”Durante le Olimpiadi in Grecia si fermavano le guerre e si sfidavano gli atleti provenienti da tutte le città della Madrepatria e delle colonie”, ricorda Paolo Giulierini direttore del Mann. “Venti secoli dopo, la morte entra nel villaggio olimpico utilizzato come ribalta per rivendicazioni violente che nulla avevano a che vedere con lo spirito della manifestazione. Mennea, figlio del vento al pari di Lewis, con questo racconto, spiega lucidamente il valore dello sport, unica possibile catarsi e sublimazione dei valori positivi dell’uomo. L’uomo di Barletta, città abituata alle disfide, vince ancora, battendo un nuovo primato, affidandosi inconsciamente alla cabala dei numeri: non più 19 e 72, il suo record nei 200, ma 1972: l’anno della tragedia, da lui raccontata perché non succeda mai più”.

La copertina del libro postumo di Mennea “Monaco 1972. Una tragedia che poteva essere evitata” (Colonnese Editore)
Monaco 1972. Una tragedia che poteva essere evitata (Colonnese Editore). “Ricordo ancora il senso di meraviglia che mi assalì quando misi piede nel villaggio olimpico la prima volta. Avevo da poco compiuto vent’anni e bruciavo dal desiderio di conoscere il mondo. C’erano persone arrivate da ogni parte della Terra; non sapevo dove guardare, perché non volevo che mi sfuggisse nulla di quell’esperienza entusiasmante. Intorno a me c’erano atleti di tante nazionalità diverse. Quei primi giorni li ricordo come momenti di grande gioia. Non sapevo che sarebbe durata solo pochi giorni…”. Nel 1972 Pietro Mennea stava per coronare il sogno di partecipare, per la prima volta, alle Olimpiadi. A Monaco – nel cuore dell’Europa ferito dalla Guerra fredda – tra centinaia di atleti di ogni nazionalità, erano giorni di grande gioia. Ma durò poco. Perché nella notte tra il 4 e il 5 settembre un commando palestinese entrò nel Villaggio Olimpico e prese in ostaggio gli undici componenti della delegazione israeliana. Due furono uccisi subito. Altri nove morirono il giorno dopo all’aeroporto. Partendo dall’esperienza diretta di quei tragici giorni, Mennea – che ha affiancato ai successi sportivi un sincero impegno civile e politico, arrivando fino al Parlamento Europeo – in questo documentato saggio inedito ricostruisce i controversi scenari del mondo olimpico e le trame internazionali che intrecciano politica e terrorismo, Est e Ovest, Israele e Palestina. Per rileggere un pezzo di storia, ma anche per capire gli errori che non dovrebbero ripetersi. Pietro Paolo Mennea (1952-2013) è stato uno dei più grandi campioni olimpici italiani del Novecento. I suoi tempi nei 200 (ancora record europeo) e nei 100 metri piani sono rimasti imbattuti per oltre vent’anni. Insignito dell’ordine olimpico e introdotto nella Hall of Fame della Fidal, personalità brillante e vivace, Mennea non rinunciò agli studi e all’impegno civile, laureandosi in Scienze politiche, Giurisprudenza, Scienze motorie e sportive, e Lettere. Esercitò le professioni di avvocato e di commercialista e, dopo la carriera agonistica, svolse attività politica – fu europarlamentare dal 1999 al 2004 – pubblicando diversi saggi.
Appello per la Gaiola. Lettera-manifesto promossa dal museo Archeologico nazionale di Napoli con enti e università in rete per sensibilizzare su un “Luogo della cultura” unico al mondo dal punto di vista storico, archeologico e paesaggistico: il Parco sommerso di Gaiola che nel dopo Covid-19 rischia di essere dimenticato. Riapre invece il limitrofo parco archeologico ambientale del Pausilypon
Difendiamo la Gaiola! Salviamo la Gaiola! Sono già cinquanta, primo firmatario Paolo Giulierini, ad aver sottoscritto il “manifesto” per la Gaiola, promosso dal museo Archeologico nazionale di Napoli e dalla sua rete con istituzioni culturali ed Università: una lettera aperta per sensibilizzare alla fruizione consapevole di un luogo unico dal punto di vista storico, archeologico e paesaggistico. A Napoli esiste infatti un “Luogo della cultura” unico al mondo. Unico al mondo per essere probabilmente la perfetta sintesi tra la storia della natura, la storia dell’uomo e quella dei vulcani che da sempre forgiano le nostre terre. Si chiama Parco Sommerso di Gaiola, un patrimonio di tutti, da amare e da proteggere. Il Parco Sommerso di Gaiola è oggi sia una Riserva marina dello Stato (Decreto Interministeriale 7 agosto 2002) che un ‘Luogo della cultura’ (art. 101 del Decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 “Codice dei beni culturali e del paesaggio”) e in queste sue due anime risiede la sua unicità, di patrimonio naturalistico e culturale.
La storia ci dice che, proprio per la bellezza e amenità dei luoghi nel I sec. a.C. il ricco cavaliere romano Publio Vedio Pollione volle costruire qui la sua villa d’otium che chiamò Pausilypon, “luogo dove cessano gli affanni”. Alla sua morte divenne dimora imperiale, ed oggi le testimonianze di questo antico sfarzo sono sparse ovunque, sopra e sotto la superficie del mare. Risalendo la collina dalle profondità marine, infatti, si passa dai resti di strutture portuali, peschiere, e aree termali fino a giungere sulle sommità dove sorgono l’Odeion e il Teatro oggi racchiusi nel Parco Archeologico ambientale del Pausilypon. In epoca più recente l’area divenne tappa obbligata dei viaggiatori del Grand tour e poi a partire dalla fine dell’ottocento proprietà di facoltosi personaggi come Paul Getty, Maurice Sandoz, Gianni Agnelli, fino a quando nel 1989 la villa sull’Isola fu messa all’asta giudiziaria e passò in mano pubblica. In poco meno di 20 anni l’area purtroppo andò incontro ad un progressivo degrado che ne trasfigurò la sua stessa identità. Nel 2002 l’istituzione del Parco Sommerso di Gaiola ed il paziente lavoro di recupero dal basso di un gruppo di ricercatori hanno tenacemente ridato dignità e bellezza al sito. Quel gruppo di ricercatori, il Centro Studi Interdisciplinari Gaiola onlus, è un esempio virtuoso di questa Città, che il Ministero dell’Ambiente e quello dei Beni culturali, di concerto, hanno riconosciuto quale Ente gestore del Parco, e oggi come allora continua a remare sempre nella stessa direzione, quella della salvaguardia di un bene comune inestimabile.
Come è noto, l’emergenza Covid ha avuto un effetto deflagrante sull’intero Paese e sul settore dei beni culturali che pian piano stanno trovando la strada della riapertura seppur tra le tante difficoltà e un complesso quadro normativo da seguire per tutelare la salute dei cittadini e riaprire al mondo le porte del nostro patrimonio. Tra questi il Parco Sommerso della Gaiola si trova a percorrere una strada più erta rispetto a molti altri luoghi della cultura, proprio per la sua particolarità e fragilità. Mentre si accolgono con entusiasmo le riaperture di vari siti culturali, chiusi per i medesimi motivi, e si prepara per il 5 luglio 2020 l’auspicata ripresa delle visite al limitrofo Parco del Pausilypon, il rischio è che il Parco Sommerso di Gaiola venga considerato meramente per questioni relative agli aspetti legati alla balneazione tralasciando l’immenso valore storico, culturale e naturalistico del sito stesso.
“Sosteniamo quindi il CSI Gaiola onlus”, si appellano i firmatari del Manifesto per la Gaiola, “nella quotidiana e caparbia lotta di salvaguardia di questo straordinario tesoro della nostra Città, e invitiamo le amministrazioni locali e i cittadini con i loro comportamenti consapevoli ad affiancare il Soggetto gestore affinché la riapertura al pubblico del Parco Sommerso di Gaiola, dopo questo duro e provante periodo di crisi per tutto il Paese, sia accompagnata da un nuovo paradigma di fruizione del sito, che metta al primo posto la tutela del nostro patrimonio culturale e ambientale nel rispetto dei luoghi e dei visitatori. Lavoriamo insieme per difendere e valorizzare un luogo unico al mondo”. Ecco i primi cinquanta firmatari: Paolo Giulierini, direttore museo Archeologico nazionale di Napoli; Fabio Pagano, direttore Parco Archeologico Campi Flegrei; Giuliano Volpe, professore di archeologia all’università di Bari e presidente della Federazione delle Consulte universitarie di archeologia; Daniela Savy, docente di Diritto Europeo dei Beni Culturali, università di Napoli “Federico II”; Giovanni Fulvio Russo, professore ordinario di Ecologia nell’università Parthenope e presidente della Società Italiana di Biologia Marina; Carla Langella, docente di Design all’università di Napoli “Federico II”; Francesco Bifulco, docente di Economia delle Imprese Culturali, università di Napoli “Federico II”; Stefano Consiglio, docente di Organizzazione aziendale, direttore dipartimento Scienze sociali, università di Napoli “Federico II”; Antonino Miccio, direttore Area Marina Protetta “Regno di Nettuno”; Maria Rosaria De Divitiis, presidente FAI Campania; Giorgio Ventre, docente di Sistemi delle elaborazioni delle informazioni, direttore dipartimento di Ingegneria elettrica e tecnologie dell’informazione, direttore della Apple Academy, università di Napoli “Federico II”; Laura Valente, presidente fondazione Donnaregina per le arti contemporanee Museo Madre; Matteo Lorito, docente di Patologia vegetale, direttore dipartimento di Agraria, università di Napoli “Federico II”; Stefano Mazzoleni, docente di Botanica ambientale applicata, università di Napoli “Federico II” e direttore centro MUSA, Reggia di Portici; Riccardo Motti, docente di Botanica forestale, università di Napoli “Federico II” e direttore dell’Orto Botanico di Portici; Enrico Gallocchio, funzionario responsabile Parco Sommerso di Baia; Piergiulio Cappelletti, docente di Georisorse minerarie e applicazioni mineralogico-petrografiche per l’ambiente e i beni culturali, università di Napoli “Federico II” e direttore del Centro Musei delle Scienze Naturali e Fisiche dell’università “Federico II”; Benedetto De Vivo, già professore ordinario alla “Federico II” e adjunct prof Virginia Tech USA; Mariangela Contursi, direttore generale Campania New Steel; Rosalba Giugni, presidente Marevivo; Maria Cristina Gambi, primo ricercatore alla Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli; Roberto Sandulli, prof ordinario di zoologia e biologia marina, università “Parthenope” di Napoli; Franco Cutugno, docente di glottologia e linguistica, università di Napoli “Federico II”; Paolo Jorio, direttore museo del Tesoro di San Gennaro e del museo civico Gaetano Filangieri; Francesca Amirante, presidente associazione Progetto Museo; Gianluca Minin, presidente Galleria Borbonica; Ornella Capezzuto, presidente WWF Napoli; Maurizio Fraissinet, presidente ASOIM (Associazione Studi Ornitologici Italia Meridionale); Vincenzo Porzio, Coop. La Paranza, Catacombe di S. Gennaro; Giovanna Moresco, vice presidente associazione “Getta la rete”; Sonia Mignano, Purgatorio ad Arco; Luca Borriello, direttore INWARD Osservatorio Nazionale sulla Creatività Urbana – Parco dei Murales, presidente Rotary Community Corp Napoli Est – villa romana di Caius Olius Ampliatus, Ponticelli; Stefano Fusco, associazione Vergini Sanità; Christian Leperino, artista e presidente Smmave centro per l’arte contemporanea; Mimmo Matania, presidente Napulitanata; Ugo de Flaviis, presidente fondazione San Giuseppe dei Nudi; Massimo Faella, presidente associazione Respiriamo Arte; Lorenza Iuliano, fondazione San Giuseppe dei Nudi; Rosalba Impronta, fondazione Made in Cloister; Alessandra de Francesco, fondazione Made in Cloister; Carlo Leggieri, Celanapoli; Pippo Pirozzi, associazione Vergini Sanità; Mariano Tosti, comunicazione MUSA Reggia di Portici; Luca Simeone, presidente Napoli Pedala; Raffaele Iovine, associazione Pietrasanta Polo Culturale ONLUS; Francesco Uliano Scelza, Parco Archeologico di Paestum e Velia; Simona Di Gregorio, soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio della Basilicata; Flegra Bentivenga, Bioparco di Roma, già direttrice dell’Acquario di Napoli Anton Dohrn; Barbara Mussi, presidente Oceanomare Delphis; Marco Giglio, presidente Gruppo Archeologico Napoletano; Gabriele de Filippo, presidente Istituto Gestione della Fauna onlus; Osvaldo Cammarota, presidente ARCI Pesca Campania; Roberto Gabriele, presidente associazione Vivara onlus; Fabrizio Canonico, direttore Riserva naturale dello Stato “Oasi degli Astroni”. Per aderire: https://forms.gle/W5J1eQsaLEHXtCpB7.
Aperta al museo Archeologico nazionale di Napoli la mostra “Gli Etruschi al Mann”: un inedito focus sulla realtà di una Campania etrusca con 600 reperti (di cui 200 visibili per la prima volta). I tesori “scoperti” nei depositi del Mann costituiranno una nuova sezione permanente del museo napoletano

Una vetrina della mostra “Gli Etruschi e il Mann” al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Giorgio Albano)
“Gli Etruschi al MANN tornano per restare. Non solo con una mostra raffinata e dall’altissimo rigore scientifico, ma con l’annuncio dell’allestimento permanente che restituirà alla fruizione del pubblico un altro fondamentale pezzo della storia del nostro Museo, ‘casa’ dei tesori di Pompei ed Ercolano, così come custode di eredità molto più antiche”: così Paolo Giulierini, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, che nel giorno dell’inaugurazione della mostra “Gli Etruschi e il Mann” in programma al museo Archeologico nazionale di Napoli, dal 12 giugno 2020 al 31 maggio 2021, annuncia che diventerà un’altra sezione del museo. L’esposizione, che raccoglie circa 600 reperti (di cui 200 visibili per la prima volta), è curata da Paolo Giulierini (direttore del Mann) e Valentino Nizzo (direttore museo nazionale Etrusco di Villa Giulia); il coordinamento scientifico è di Emanuela Santaniello (funzionario archeologo del Mann) e l’organizzazione è di Electa. La mostra “Gli Etruschi e il MANN” è accompagnata dal catalogo edito da Electa, a cura di Valentino Nizzo. Per l’occasione è stato inoltre edito nelle pubblicazioni scientifiche “Quaderni del MANN” il volume, a cura di Valentino Nizzo, “Gli Etruschi in Campania. Storia di una (ri)scoperta dal XVI al XIX secolo”, strettamente correlato alle tematiche della seconda sezione del percorso espositivo.

La locandina della mostra “Pompei e gli Etruschi” alla Palestra Grande di Pompei fino al 2 maggio 2019
Una mostra preziosa, sorprendente, innovativa, che nasce anche dalla rete stabilita con il parco archeologico di Pompei, dove è stata ospitata la tappa iniziale del percorso con la mostra “Pompei e gli Etruschi” (dicembre 2018-maggio 2019). Già con “Egitto Pompei” (2016) e “Pompei e i Greci” (2017), esposizioni che hanno confermato la collaborazione tra il parco archeologico di Pompei e il Mann, è stato intrapreso un suggestivo viaggio per scoprire le civiltà del passato: anche grazie al coordinamento di Electa, la sinergia tra le due istituzioni proseguirà dopo la mostra sugli Etruschi, con la mostra “Pompei e Roma” prevista nella programmazione del parco archeologico. All’anteprima riservata a stampa ed istituzioni, hanno partecipato, insieme ai curatori, Rosanna Romano (direttore generale per le Politiche Culturali e il Turismo/ Regione Campania), Carlos Maldonado Valcàrcel (console generale di Spagna a Napoli), Teresa Elena Cinquantaquattro (soprintendente SABAP per l’area metropolitana di Napoli) e Luigi La Rocca (soprintendente SABAP per il Comune di Napoli). Il direttore generale del parco archeologico di Pompei, Massimo Osanna, non è intervenuto all’evento, ma ha mandato un messaggio di saluto ai partecipanti, ricordando che la rete tra istituzioni ha favorito itinerari espositivi dedicati ai legami tra la città vesuviana e le diverse culture dell’antichità.

Una delle “scoperte” nei depositi del Mann: coppia di orecchini in oro, lamina, applicazioni a stampo, filigrana (produzione dell’Etruria meridionale) della seconda meta del VI sec. a.C. (foto Mann)
“Gli Etruschi sono abitualmente associati ad altri territori, come la Toscana, il Lazio e l’Emilia Romagna. Solo dalla seconda metà dell’Ottocento, più o meno con l’Unità d’Italia, è stata accettata ufficialmente l’idea di una loro presenza in Campania. Ma nessuno aveva mai dedicato a questo tema una mostra di simili dimensioni”, ha detto Paolo Giulierini. “Attraverso reperti provenienti dai depositi del Museo, insieme a prestiti di altre istituzioni e collezioni, ricostruiremo una storia di frontiera, nella quale gli Etruschi possono essere considerati quasi come dei cowboy. Partendo probabilmente dall’Umbria, raggiunsero le pianure campane e le dominarono per diversi secoli, intrecciando legami culturali, commerciali e artistici molto stretti con gli altri abitanti di quei luoghi, gli altri popoli italici e i Greci”. Museo della capitale di un Regno, l’Archeologico di Napoli vanta, infatti, collezioni sterminate derivate sia da scavi che da acquisizioni come, ad esempio, quella del bronzetto dell’Elba, reperto più antico ritrovato sull’isola toscana. “Ma, soprattutto – continua Giulierini -, nei depositi c’è la testimonianza di una Campania centrale nel Mediterraneo e da sempre coacervo di popoli: Greci, Etruschi e Italici, a conferma che la ricchezza della cultura del Meridione sta nella diversità e nella contaminazione. Per comprendere in pieno gli Etruschi, oggi bisogna quindi volgersi anche al Sud e al patrimonio del Mann, dove duecento pezzi, praticamente inediti, splendono di nuova luce grazie allo straordinario lavoro del Laboratorio di Restauro del Museo. Un traguardo che mi riempie, come etruscologo, di personale soddisfazione, e che è occasione per ricordare la figura del celebre archeologo Marcello Venuti, nel 1727 fondatore dell’Accademia Etrusca e, poi, tra gli scopritori di Ercolano”.

Cista in bronzo da Palestrina conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (fine IV-inizio III sec. a.C.) (foto Mann)
L’esposizione abbraccia un arco temporale di circa sei secoli (X- IV sec. a.C.) e definisce un percorso di indagine che, sulle orme degli Etruschi, cerca di ricostruire le fondamenta storiche di questa popolazione, la cui grandezza derivava anche dal controllo delle risorse di due fertilissime pianure (quella padana nel Nord e quella campana nel Sud). Come ricordava, ancora nel II secolo a.C., il celebre storico greco Polibio “chi vuol conoscere la storia della potenza degli Etruschi non deve riferirsi al territorio che essi possiedono al presente, ma alle pianure” da loro controllate. La storia della scoperta della Campania etrusca si configura, quindi, come uno dei capitoli più avvincenti della ricerca archeologica in Italia e nel Mediterraneo: in tal senso, il ricchissimo patrimonio, custodito nei depositi del Mann e studiato in occasione della mostra, fornisce uno spaccato inedito nel panorama espositivo internazionale. L’allestimento della mostra negli ambienti collegati alla sezione “Preistoria e Protostoria”, appena riaperta al pubblico, crea un trait d’union con la sezione museale che, nel suo ultimo livello di visita, raccoglie reperti dell’Età del Bronzo e della prima Età del Ferro.

affibiaglio della Tomba Bernardini di Palestrina (inzio del secondo quarto del VII sec. a.C.) conservato al museo nazionale Etrusco di “Villa Giulia” (foto Villa Giulia)
“Scavare negli sterminati depositi del Mann è sempre un privilegio unico”, interviene Valentino Nizzo, direttore del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia. “Farlo per ‘andare a caccia di Etruschi’ lo ha reso ancora più avvincente. Da un lato perché si è così potuto delineare un rigoroso percorso storico-archeologico volto a ricostituire la trama di relazioni che caratterizzò la plurisecolare presenza degli Etruschi in Campania. Dall’altro perché l’approfondimento delle vicende antiquarie e collezionistiche legate alla riscoperta dell’importanza del loro dominio nella regione ha offerto una prospettiva per molti versi inedita sull’evoluzione della disciplina archeologica e sul contributo dato ad essa da generazioni di studiosi che, da Camillo Pellegrino a Giovanni Patroni, passando attraverso nomi del calibro di Giovan Battista Vico, Alessio Simmaco Mazzocchi, Johann Joachim Winckelmann, Pietro Vivenzio, Eduard Gerhard, Raffaele Garrucci, Theodor Mommsen, Giuseppe Fiorelli, Julius Beloch, si sono confrontati con questo presunto enigma, fino ad arrivare alla sua definitiva soluzione, al principio del ‘900, quando il reperto più prezioso, la Tegola di Capua, aveva ormai irreparabilmente lasciato il nostro Paese alla volta di Berlino”.

Piccolo calderone in argento dorato dell’Inizio del secondo quarto del VII sec. a.C. dalla Tomba Bernardini di Palestrina, conservato al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma (foto Villa Giulia)

Lekythos in ceramica a figure nere dell’Inizio del V sec. a.C. conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Mann)
Il percorso si articola in due nuclei tematici principali, corrispondenti ad altrettante sezioni espositive con inestimabili reperti. “Gli Etruschi in Campania”: dal carattere prevalentemente archeologico, questo segmento dell’itinerario di visita è dedicato all’approfondimento della documentazione relativa alla presenza degli Etruschi nella regione, dagli albori del I millennio a.C. alla fase dell’affermazione del popolo dei Campani. Il declino della popolazione è sancito dalle sconfitte subite presso Cuma tra VI e V secolo a.C., in seguito alla quali comincia ad incrinarsi progressivamente la potenza etrusca nella Penisola e nel Mediterraneo; “Gli Etruschi al Mann”: questa sezione valorizza i materiali etrusco-italici, generalmente provenienti da aree esterne alla Campania, acquisiti sul mercato collezionistico dal Museo di Napoli in varie fasi della sua storia. Accanto ai capolavori in mostra, volumi, plastici e documenti d’epoca illustrano al visitatore l’evoluzione del pensiero scientifico in campo archeologico dal Settecento sino alla fine del Novecento, focalizzando l’attenzione sui protagonisti dell’archeologia campana ed, in particolare, su quelli che maggiormente hanno contribuito alla riscoperta del suo passato etrusco.
Dopo lo stop forzato per coronavirus, apre finalmente al museo Archeologico nazionale di Napoli la mostra “Gli Etruschi e il Mann”: un percorso espositivo inedito, con 600 reperti, 200 dei quali visibili per la prima volta

Vernice della mostra “Pompei e gli Etruschi”; da sinistra, Paolo Giulierini, direttore del Mann; Massimo Osanna, direttore generale del Parco archeologico di Pompei; e Stéphane Verger, directeur d’études à l’École Pratique des Hautes Etudes di Parigi (foto Graziano Tavan)
Seicento i reperti che saranno presentati al pubblico: almeno duecento opere, dopo un’attenta campagna di studio, documentazione e restauro, saranno visibili per la prima volta in occasione della mostra “Gli Etruschi e il Mann” che apre al museo Archeologico nazionale di Napoli il 12 giugno 2020. La grande mostra di Napoli, che in qualche modo segue e completa la mostra “Pompei e gli Etruschi”, promossa dal parco archeologico di Pompei e dal Mann, sempre in collaborazione con Electa, tra l’inverno 2018 e la primavera 2019 (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2018/12/16/pompei-e-gli-etruschi-dopo-legitto-e-i-greci-nuova-mostra-nella-palestra-grande-degli-scavi-di-pompei-con-800-reperti-per-affrontare-la-controversa-e-complessa-questione-d/), in realtà – come mostra il promo qui sopra – doveva aprire il 16 marzo 2020: una data che si è poi rivelata infausta, perché proprio all’indomani della chiusura di tutti i musei e parchi archeologici d’Italia per l’emergenza coronavirus. Dopo tre mesi di lockdown, come promesso dal direttore Paolo Giulierini alla riapertura del museo Archeologico nazionale di Napoli il 2 giugno 2020, ecco il primo grande evento: la mostra “Gli Etruschi e il Mann”, a cura di Paolo Giulierini e Valentino Nizzo, promossa dal Mann con l’organizzazione di Electa e il contributo della Regione Campania. E c’è una novità positiva: anziché rimanere aperta sette mesi (avrebbe dovuto chiudere il 31 ottobre 2020), andrà avanti per quasi un anno e chiuderà il 31 maggio 2021.

Cista in bronzo da Palestrina conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (fine IV-inizio III sec. a.C.) (foto Mann)
La mostra “Gli Etruschi e il Mann”, che abbraccia un arco temporale di circa sei secoli (X- IV sec. a. C.), definisce un percorso di indagine che, sulle orme degli Etruschi, cerca di ricostruire le fondamenta storiche di questa popolazione, la cui grandezza derivava anche dal controllo delle risorse di due fertilissime pianure, quella padana nel Nord e quella campana nel Sud. Due le sezioni dell’itinerario di visita: la prima, “Gli Etruschi in Campania”, ha un carattere prettamente archeologico ed approfondisce la presenza dell’antica civiltà nel Mezzogiorno d’Italia; la seconda, “Gli Etruschi al MANN”, valorizza, in una prospettiva storico-culturale, i materiali etrusco-italici acquisiti sul mercato collezionistico dal Museo di Napoli. La storia della scoperta della Campania etrusca si configura, quindi, come uno dei capitoli più avvincenti della ricerca archeologica in Italia e nel Mediterraneo: in tal senso, il ricchissimo patrimonio, custodito nei depositi del Mann e studiato in occasione della mostra, fornisce uno spaccato inedito nel panorama espositivo internazionale. La mostra è accompagnata da un catalogo (Electa), a cura di Valentino Nizzo. Per l’occasione è stato inoltre edito nelle pubblicazioni scientifiche “Quaderni del MANN” il volume, a cura di Valentino Nizzo, Gli Etruschi in Campania. Storia di una (ri)scoperta dal XVI al XIX secolo, strettamente correlato alle tematiche della seconda sezione del percorso espositivo.

Affibbiaglio della Tomba Bernardini di Palestrina (inzio II quarto del VII sec. a.C.) conservato al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto Villa Giulia)

Affibbiaglio dalla Tomba Artiaco 104 di Cuma (ultimo quarto dell’VIII sec. a.C.) conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Mann)
Ad arricchire l’esposizione napoletana giunge poi uno straordinario gruppo di materiali dal museo nazionale Etrusco di Villa Giulia: si tratta dell’intero corredo della celeberrima Tomba Bernardini da Palestrina (675-650 a.C.), sepoltura tra le più ricche e famose che il mondo antico ci abbia restituito, tanto da divenire un vero e proprio “manifesto” dell’età orientalizzante, epoca delle grandi rotte commerciali e degli scambi di beni di lusso su scala mediterranea.
“Italy to the Hermitage”: l’Italia ricambia a San Pietroburgo e alla Russia la solidarietà dimostrata nel lockdown, con tre speciali visite on line in russo, realizzate da Fondazione Musei Civici di Venezia, Galleria Nazionale dell’Umbria, e MANN di Napoli, e postate sui siti dei tre musei e rilanciate in Russia dall’Istituto Italiano di Cultura a San Pietroburgo
Venezia per il Nord, Perugia per il Centro, Napoli per il Sud, ricambiano a San Pietroburgo e alla Russia la solidarietà dimostrata all’Italia durante l’emergenza coronavirus. Così dopo “L’Ermitage all’Italia” arriva “Italy to the Hermitage”. Un simbolico ponte culturale tra l’Italia e la Russia: alle suggestive visite web promosse dal ciclo “L’Ermitage all’Italia”, con cui il prestigioso istituto russo ha omaggiato la nostra nazione durante il periodo di lockdown, da mercoledì 3 giugno 2020 (alle 17.30, ora italiana) saranno in rete, su Youtube e Facebook, i cortometraggi intitolati “L’Italia all’Ermitage”. Il progetto, che nel titolo richiama quello scelto dall’Istituzione russa per l’omaggio all’Italia (“L’Ermitage all’Italia”), è promosso da Ermitage Italia, è stato realizzato in collaborazione con Villaggio Globale International, e ha coinvolto tre istituzioni fortemente rappresentativi del Nord, del Centro e del Sud Italia: la Fondazione Muve-Musei Civici di Venezia diretta da Gabriella Belli, città dalle fortissime relazioni storiche con San Pietroburgo e sede di Ermitage Italia, “filiale” italiana dell’Ermitage; la Galleria nazionale dell’Umbria diretta da Marco Pierini, in collaborazione con la Fondazione CariPerugia Arte, e il MANN-museo Archeologico nazionale di Napoli diretto da Paolo Giulierini, che ha stretto da alcuni anni un importante rapporto di collaborazione con il museo di San Pietroburgo e che ha coinvolto per questa iniziativa anche l’università L’Orientale di Napoli.
Ciascuno dei musei della rete ha predisposto un tour virtuale in russo (postati rispettivamente il 3, l’8 e il 15 giugno 2020 sui canali YouTube di ciascun museo), alla scoperta della bellezza del proprio patrimonio culturale: filo conduttore di tutti i video, non soltanto l’omaggio alla Russia e all’Ermitage di San Pietroburgo, ma anche l’idea che la cultura unisce, al di là delle distanze fisiche e dei confini geografici. E se la solidarietà, a causa dell’emergenza coronavirus, corre sul web, saranno i direttori dei tre musei, Paolo Giulierini (Mann), Gabriella Belli (musei civici di Venezia) e Marco Pierini (Galleria nazionale dell’Umbria), ad inaugurare il video del proprio museo con un messaggio di speranza: l’Istituto Italiano di Cultura di San Pietroburgo e l’Ermitage “riposteranno” i corti sui propri canali Youtube in Russia. L’iniziativa “Italy to the Hermitage” vede, infatti, la collaborazione dell’Istituto Italiano di Cultura a San Pietroburgo e ha l’appoggio dell’Ambasciata italiana in Russia e del Mibact.

Il museo Archeologico nazionale di Napoli è ospitato in un palazzo borbonico che è stato sede dell’Università fino al 1777 e dal 1816 sede del Real Museo Borbonico
Si parte mercoledì 3 giugno 2020 (alle 17.30 ora italiana) con il Mann di Napoli che condurrà tra le sale del museo alla scoperta delle sue prestigiose collezioni – dalle sezioni Egizia e della Magna Grecia di recente riapertura, alla famosissima Collezione Farnese, fino ai reperti delle città vesuviane di Pompei ed Ercolano – soffermandosi su tanti pezzi iconici di questo “tempio” dell’arte antica, come il famoso Vaso blu, il Mosaico di Alessandro Magno, la Tazza Farnese, i Corridori o i reperti del Gabinetto Segreto. Voci narranti saranno alcuni studenti dell’università L’Orientale di Napoli (Corso di Laurea in Lingue e Culture comparate), che hanno curato per l’occasione non solo la traduzione e la lettura dei testi in russo ma anche un particolare lessico archeologico italo-russo da sviluppare in futuro.

Il team del corso di laurea in Lingue e culture comparate dell’università degli Studi di Napoli “L’Orientale” che ha curato le traduzioni in russo (mosaico Mann)
“I legami che intrecciano la storia di San Pietroburgo e Napoli sono almeno pari a quelli che uniscono l’Ermitage e il museo Archeologico nazionale”, commenta il direttore Paolo Giulierini: “Oggi omaggiamo l’istituto di San Pietroburgo e ringraziamo per i tanti momenti di bellezza, che l’Ermitage ha regalato al popolo italiano con splendidi filmati andati in rete nell’ultimo mese. E, con questo nostro cortometraggio, cementiamo il ricordo delle esposizioni realizzate in collaborazione con San Pietroburgo: penso alla meravigliosa mostra su Canova qui a Napoli ed al percorso -Pompei, Dei, eroi, uomini- in Russia”. Peculiarità del filmato dedicato al Mann e realizzato da ArsInvicta, non sarà soltanto la possibilità di percorrere, grazie alle immagini, le sale dell’Archeologico, spaziando dalla Collezione Farnese ai Mosaici, dal Tempio di Iside alla Villa dei Papiri, dalla Collezione Magna Grecia alla sezione Preistoria e Protostoria, per citare soltanto alcune delle tappe dell’itinerario video. Significativo, infatti, che il filmato del Mann nasca anche da un importante rete territoriale e intergenerazionale: le traduzioni, il doppiaggio del messaggio del direttore e le traduzioni dei testi sono a cura della prof. Michela Venditti e di quattro allievi del corso di laurea in Lingue e culture comparate dell’università di Napoli “L’Orientale”. Un segnale di cooperazione che, come sottolinea ancora Paolo Giulierini, “conferma il necessario apporto delle Accademie alla vita dei Musei, donando rigore scientifico e giovani energie a progetti di rilievo internazionale”. Appassionato ed attento il lavoro di Francesca Alifuoco, Esmira Asadova, Tommaso Di Maria ed Anna Kondrya che, insieme alla coordinatrice del corso, hanno dato voce, letteralmente, al racconto del Mann; l’entusiasmo e lo spirito di squadra non si fermano qui e guardano al futuro: “con questa esperienza, il nostro gruppo si è talmente coeso che abbiamo deciso di lavorare ancora insieme per creare un glossario inedito russo-italiano di termini archeologici. E, per questo, il dialogo con il Mann continuerà”, commenta la prof. Venditti.
L’8 giugno 2020, sempre alle 17.30 ora italiana, l’omaggio arriva da Perugia dallo storico Palazzo dei Priori, dove è ospitata la Galleria nazionale dell’Umbria, la quale dedica all’Ermitage e alla Russia una visita esclusiva agli highlights della raccolta, con alcuni dei massimi artisti dell’Italia centrale tra il XIV e il XVII secolo: da Arnolfo di Cambio a Gentile da Fabriano, da Duccio di Buoninsegna a Beato Angelico e Piero della Francesca, fino ai capolavori del Perugino con la celeberrima Adorazione dei Magi (1475 circa), a Pinturicchio e al barocco romano di Pietro da Cortona. Nell’occasione anche la Fondazione CariPerugia Arte aprirà le porte di Palazzo Baldeschi al Corso consentendo di scoprire il magnifico edificio e parte delle prestigiose raccolte.
Tocca infine alla Serenissima, con la Fondazione Musei Civici di Venezia (15 giugno 2020) concludere l’iniziativa e omaggiare in particolare San Pietroburgo e il suo Museo, ricordando la vicinanza della città lagunare alla storia e alla cultura russe. Il legame, in questo caso, sarà nel nome di un grandissimo esponente dell’arte universale e del Rinascimento veneziano, Tiziano, che muore in laguna nel 1576 per un’altra pandemia di quel tempo: la peste. A Palazzo Ducale grazie al comodato pluriennale di un importante collezionista belga, sarà possibile ammirare anche il Doppio Ritratto di Tiziano: un’opera piana di fascino legata anche alla Russia, raffigurante forse l’amante e la figlia del pittore riemerse, solo in epoca moderna, sotto l’effige di un più consono “Tobiolo e l’Angelo”. Un dipinto che il grande Maestro conservò presso la sua abitazione fino alla morte ma che a metà del XIX secolo – ormai camuffato da opera sacra – giunse, attraverso la Collezione Barbarigo, a San Pietroburgo, per alcuni anni nelle straordinarie raccolte dello zar Nicola I.



































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